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Friday, June 26, 2009

L'idea del contagio democratico riprende quota

Se il "regime change" in Iraq non era poi un'idea così scema

Il movimento democratico iraniano potrebbe trasformare l'intera regione. Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni a Teheran, la questione del nucleare iraniano potrebbe rientrare a far parte del più ampio tema della democrazia in Iran e in Medio Oriente. La lotta per la democrazia in Iran ha oggi (o dovrebbe avere) la stessa centralità per la politica estera americana che aveva negli anni '80 la lotta per la democrazia in Europa orientale. Ne è convinto Robert D. Kaplan, realista "muscolare" del Center for a New American Security e corrispondente del The Atlantic. Kaplan non è un neocon, né un sognatore democratico. Eppure, sul Washington Post, ha spinto la sua analisi ben oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale».

Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (che fu della Persia) di influenzare tutta la regione, dal Mediterraneo all'India. Una capacità di proiettare la propria influenza che risale indietro nei secoli, a molto prima della rivoluzione khomeinista. Inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi e le istituzioni sono più solide.
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare forti pressioni sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».
Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe influire in modo determinante sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Come nella ex Unione sovietica, spiega Kaplan, anche in Iran «il cambiamento può arrivare solo dall'interno» e solo per opera di «un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».

Kaplan non solo conclude che «la lotta iraniana per la democrazia è oggi così centrale per la nostra politica estera come lo fu la lotta per la democrazia in Europa orientale negli anni '80», ma ritiene addirittura che ciò che sta avvenendo in Iran è il frutto intenzionale del regime change in Iraq, suggerendo quindi che non era del tutto campata in aria l'idea dei neocon, fatta propria dalla prima presidenza Bush, secondo cui la caduta del regime baathista in Iraq avrebbe provocato un effetto domino sui regimi dittatoriali confinanti.

Tutti coloro che hanno sostenuto la guerra in Iraq sapevano bene che la caduta del sunnita Saddam «avrebbe rafforzato la componente sciita nella regione», ma il punto è che «ciò non era visto necessariamente come un effetto negativo». I terroristi dell'11 settembre, spiega Kaplan, erano originari di dittature sunnite come l'Egitto e l'Arabia Saudita, «la cui arroganza e avversione per le riforme doveva essere placata riaggiustando l'equilibrio di potere regionale in favore dell'Iran sciita». In tutto ciò, «si sperava che l'Iran avrebbe vissuto la propria rivoluzione, se l'Iraq fosse cambiato. Se l'occupazione dell'Iraq fosse stata gestita in modo più competente, questo scenario avrebbe potuto svilupparsi più rapidamente e in modo più trasparente. Nonostante ciò, si sta verificando. E non solo l'Iran è alle prese con una sollevazione democratica, ma anche Egitto e Arabia Saudita si stanno silenziosamente riformando».

«Il Medio Oriente - conclude Kaplan - è entrato in un periodo di profonda fluidità, destinata ad essere accentuata dalle elezioni in Iraq alla fine di quest'anno e dall'insediamento di un governo filo-occidentale in Libano». Per la sua posizione centrale nella regione, sia dal punto di vista geografico che demografico - per non parlare della forza attrattiva della cultura persiana che giunge fino all'Asia centrale - «l'Iran, ironicamente, ha più possibilità di dominare la regione sotto un dinamico regime democratico di quante ne abbia mai avute sotto la sua elite oscurantista. E potrebbe essere un'ottima notizia per gli Stati Uniti».

L'idea del possibile, anche se lento e non lineare, contagio democratico in Medio Oriente riprende quota. «Se lo sviluppo della democrazia in Medio Oriente non è lineare - scrive Michael Gerson sul Washington Post - non è neanche casuale. Si muove a piccoli passi, ma va avanti. Preso nel suo insieme - una democrazia costituzionale irachena, un potente movimento di riforma in Iran, piccole conquiste democratiche dagli sceiccati del Golfo al Libano - questo è il più grande periodo di progresso democratico nella storia della regione». Sembra evidente che il Grande Medio Oriente «non è immune al contagio democratico e ci sono motivi di credere che l'agenda democratica rimarrà centrale per la politica estera americana, a prescindere dagli umori del momento».

L'avanzamento della libertà in Medio Oriente è «la speranza migliore per l'America», innanzitutto da un punto di vista realista e non solo idealista. «I regimi che opprimono il loro popolo sono con maggiore probabilità quelli che minacciano i loro vicini, che sostengono i gruppi terroristici, che alimentano antiamericanismo e antisemitismo, e che cercano di dotarsi di armi di distruzione di massa». La promozione della democrazia d'altra parte ha sempre contraddistinto la politica estera dei presidenti americani. «Il loro idealismo democratico non gli ha impedito di trattare con il "demonio", ma solo di credere che il futuro appartenga ai "demoni"». La promozione della democrazia è «difficile e reversibile», ma «non è nuova, né un optional».

Wednesday, June 24, 2009

La Repubblica islamica non sarà mai più la stessa/2

E' bene intendersi sulle aspettative che è realistico nutrire riguardo la crisi in corso in Iran, soprattutto alla luce delle ultime tragiche notizie che ci giungono da Teheran. Se è l'immagine romantica della piazza che in una notte rovescia la dittatura degli ayatollah che aspettiamo, prima di chiamarla rivoluzione democratica, o prima di riconoscere qualche possibilità di un cambiamento effettivo, rimarremo sempre delusi. Il regime ha la forza per reprimere i manifestanti e lo sta facendo. Il movimento popolare deve spingere, accompagnare, ma si deve aprire una breccia dall'interno, nell'elite. Una breccia simile a quella aperta da Gorbacev, che con le sue riforme voleva conservare il regime comunista e di certo non far crollarel'Urss, ma proprio quello è stato l'inevitabile esito della sua glasnost. Solo in questo modo un regime spietato come quello degli ayatollah può cadere, e non dall'oggi al domani.

Bisogna ammettere che in una sola settimana Mousavi (personaggio dal curriculum nient'affatto democratico) ha fatto molto di più di Khatami in quattro anni. Ha sfidato in modo inaudito e impensabile l'autorità della Guida Suprema e del Consiglio dei Guardiani. Ha offerto per dieci giorni uno sbocco politico alla frustrazione e alle istanze di libertà popolari. E questo rimarrà nella memoria degli iraniani. La mia impressione è che sì, magari Mousavi e Rafsanjani usciranno battuti oggi, e saranno costretti ad abbassare il livello dello scontro, ma che la fronda interna continuerà. Bisognerà vedere se il regime avrà la forza di compiere una repressione, e un'epurazione al suo interno, pari a quelle di cui fu capace il Partito comunista cinese dopo Tienanmen, ma ho i miei dubbi.

Dopo Taheri e Gerecht nei giorni scorsi, oggi altri due autorevoli analisti che difficilmente rientrano nella categoria degli illusi, vedono una spaccatura reale e non facilmente ricomponibile nell'elite che ha gestito il potere in Iran fino ad oggi in modo compatto. Anche secondo Edward Luttwak, comunque si concluderà questa crisi, «il regime iraniano non sarà mai più lo stesso».

«A questo punto, solo il futuro di breve termine del regime è in dubbio. Le attuali proteste potrebbero essere represse, ma le istituzioni non elette del regime clericale sono state fatalmente minate». In ogni caso, «non è un regime che può durare per molti anni ancora», secondo Luttwak. Le forze di sicurezza possono controllare e reprimere la piazza, ma «ciò che ha minato la struttura stessa della Repubblica islamica è la frattura nella sua elite dirigente. Le stesse persone che crearono le istituzioni del regime clericale stanno distruggendo la loro autorità». Anche per Luttwak è molto significativo che per la prima volta importanti esponenti del regime abbiano sfidato apertamente l'autorità di Khamenei e del Consiglio dei Guardiani, le due istituzioni su cui si regge tutta l'impalcatura di potere khomeinista e senza le quali l'Iran «sarebbe una normale democrazia».

«E' evidente che dopo anni di umiliante repressione sociale e cattiva gestione dell'economia, i settori più istruiti e produttivi della popolazione hanno voltato le spalle al regime». Ciò che però ancora manca a questo movimento è un leader carismatico. Se il suo «coraggio» nel resistere alle pressioni «ha certamente accresciuto la sua popolarità, tuttavia Mousavi è ancora niente di più che il simbolo involontario di una rivoluzione politica emergente». Nonostante questo, dice Luttwak, «se Mousavi avesse vinto», anche modeste aperture avrebbero «innescato richieste di un maggiore cambiamento, alla fine facendo cadere l'intero sistema del regime clericale». Quindi, per Luttwak, anche se uomo interno all'establishment, Mousavi avrebbe potuto svolgere (e potrebbe in un futuro prossimo svolgere) un ruolo simile a quello svolto, suo malgrado, da Gorbacev, le cui riforme «molto caute, pensate per perpetuare il regime comunista, finirono per distruggerlo in meno di cinque anni». In Iran, osserva Luttwak, «il sistema è molto più giovane e il processo sarebbe stato probabilmente più rapido».

Per il momento, come dimostrano anche gli ultimi sviluppi, Khamenei sembra avere saldamente in mano il potere, ma è anche «nella posizione insostenibile a lungo di dover sostenere un presidente la cui autorità non è accettata da molte delle istituzioni di governo. Quindi, anche se rimane in carica, Ahmadinejad non può funzionare come presidente». Per esempio, Luttwak ipotizza ostruzionismo parlamentare da parte degli oppositori: non è detto, per prima cosa, che il Parlamento ratifichi le sue nomine ministeriali. Insomma, «anche se Khamenei non viene rimosso dal Consiglio degli Esperti e Ahmadinejad non viene rimosso da Khamenei, il governo continuerà ad essere paralizzato», sempre che la frattura all'interno dell'elite persista. «La buona notizia - conclude Luttwak - è che sotto il meccanismo di erosione del regime clericale, le istituzioni essenzialmente democratiche in Iran sono vive e vegete e necessitano solo di nuove elezioni».

Un altro che non fa certo parte dei sognatori democratici è Robert Kaplan, che sul Washington Post addirittura si spinge oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale». Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (e della Persia) di influenzare tutta la regione, che risale nei secoli a molto prima della rivoluzione khomeinista; inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi:
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare una forte pressione sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».
Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe avere un effetto drammatico sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Anche Kaplan ricorre al paragone con la ex Unione sovietica. Come nell'Urss, anche in Iran infatti «il cambiamento può arrivare solo dall'interno; solo da un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».

Friday, June 12, 2009

Corea del Nord, prepararsi al collasso

Approvata all'unanimità al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una nuova risoluzione sulla Corea del Nord che introduce nuove sanzioni, tra cui la possibilità di intercettare e ispezionare navi e aerei diretti nei porti e negli aeroporti del paese. Tutti i paesi membri sono quindi autorizzati, anche se non obbligati, a ispezionare «tutti i cargo diretti e provenienti dalla Corea del Nord in transito sul loro territorio, inclusi i porti e gli aeroporti, se il Paese coinvolto ha informazioni che offrono basi ragionevoli per poter credere che il cargo contenga elementi» proibiti dall'embargo. Le ispezioni delle navi possono avvenire anche in acque internazionali «con il consenso del Paese la cui bandiera batte la nave e secondo le norme del diritto internazionale». La risoluzione intima inoltre Pyongyang a «non condurre alcun altro test o qualsiasi altro lancio in cui venga usata tecnologia missilistica balistica».

Intanto, alcuni giorni fa, il New York Times, citando fonti interne all'amministrazione, ha fatto capire che gli Usa non sarebbero più disposti a tollerare le provocazioni e i giochetti di Kim Jong Il e sarebbero pronti a prendere in considerazione il cambio di regime.

Di regime change ormai «inevitabile» per «collasso» del regime, pur senza specificare se e quanto indotto dall'esterno, parla Michael O'Hanlon, analista della Brookings Institution, think tank clintoniano e quindi vicino all'amministrazione. Anche se è «impossibile» prevedere «come o quando», il «costo dell'impreparazione» a un simile evento sarebbe «così alto» che «ogni evenienza dev'essere considerata». «Gli Stati Uniti devono prepararsi a giocare un ruolo fondamentale e diretto nell'affrontare gli effetti del collasso»: coordinandosi con Cina e Corea del Sud per «localizzare e mettere in sicurezza» il più velocemente possibile il materiale nucleare; ristabilire l'ordine; assicurare beni e servizi fondamentali. E sarebbe un errore non comprendere che si tratterebbe di operazioni da condurre militarmente. Lo scenario del collasso può implicare una lotta per il potere tra le fazioni nordcoreane e combattimenti tra nord e sudcoreani. Ciò implica che tutti gli aspetti, dalla presenza militare americana in Corea del Nord alla prospettiva della riunificazione con il Sud, dovrebbero essere concordati con Pechino «prima di un'eventuale crisi o guerra».

In un recente articolo lo stesso O'Hanlon ha ricordato come tutti gli approcci – da Clinton a G. W. Bush – abbiano fallito: con Pyongyang è «difficile trattare». Il «nostro obiettivo» dovrebbe essere ancora quello di convincere i nordcoreani ad accettare aiuti esteri, commercio e riconoscimento politico in campio dell'abbandono delle loro capacità nucleari e di graduali riforme, come in Vietnam. «Ma purtroppo – riconosce O'Hanlon – non è l'esito più probabile. Con i nostri alleati dovremmo gettare le fondamenta per affrontare scenari peggiori».

Anche Henry Kissinger, realista di ferro, sembra essersi convinto che la Corea del Nord vuole diventare una potenza atomica. I leader di Pyongyang «sembrano aver concluso che nessun riconoscimento politico e nessuna ricompensa vale l'abbandono delle loro capacità nucleari». Quindi, «da ora il problema per la diplomazia è capire se l'obiettivo dovrebbe essere convivere con l'arsenale nucleare nordcoreano o eliminarlo. Qualsiasi politica che non elimini il programma nucleare di Pyongyang, di fatto accetta la sua continuazione. E il processo negoziale – avverte l'ex segretario di stato – è sul punto di legittimarlo, autorizzando Pyongyang a porci di fronte al fatto compiuto». Il che sarebbe «una sfida» alla politica di non proliferazione e «comprometterebbe le prospettive negoziali con l'Iran».

L'accettazione di fatto della Corea del Nord come potenza nucleare richiederebbe una «riconsiderazione strategica». A quel punto, secondo Kissinger, «andrebbe posta maggiore enfasi sulla difesa missilistica; sarebbe essenziale rielaborare la strategia di deterrenza degli Usa in un mondo con molteplici potenze nucleari, considerando il ruolo accresciuto di attori non statali - una sfida senza precedenti».

La proliferazione nucleare in Asia e in Medio Oriente potrebbe «andare fuori controllo». Uno scenario che non dovrebbe piacere neanche alla Cina, che si troverebbe, fa capire Kissinger, circondata da paesi nuclearizzati. Ma «non basta chiedere alla Cina di esercitare le sue pressioni su Pyongyang, lamentandosi perché non fa ricorso a tutte le sue possibilità», avverte Kissinger. I cinesi «hanno bisogno di conoscere l'atteggiamento americano e di chiarirsi sul loro nell'eventualità di una crisi. Per questo è essenziale un delicato e ponderato dialogo con la Cina, piuttosto che richieste perentorie».

La pensa in modo diverso Robert Kaplan, che su The Atlantic ha spiegato che «Cina e Russia hanno, molto più degli Usa e del Giappone, di che essere preoccupate per un collasso della Corea del Nord» causato dalle sanzioni. La Cina inoltre ha «ottime ragioni» per non volere ai propri confini una Corea riunificata, che rappresenterebbe una sfida geopolitica e idoelogica. I cinesi quindi «puntano a minare il regime di Kim Jong Il e a sostituirlo senza l'implosione» del paese. E Kim, secondo Kaplan, «cerca di coinvolgere gli Stati Uniti in colloqui diretti, per ottenere il riconoscimento politico di Washington da usare contro Pechino». Ha quindi «bisogno di essere un problema tale per gli Usa che non abbiano altra scelta che trattare con lui direttamente».

«Questa strategia - osserva Kaplan - pone un problema serio ad Obama: se non colpisce duramente la Corea del Nord con le sanzioni, rischia di dimostrare all'Iran che l'America non fa sul serio. Ma dure sanzioni contro Pyongyang rischiano di provocare il collasso della Corea del Nord, e chi lo auspica dimostra di non aver appreso la lezione dell'Iraq: l'unica cosa peggiore di uno stato totalitario è nessuno stato». Inoltre, «i nordcoreani sono meno istruiti e hanno minore esperienza di democrazia degli iracheni». E in caso di collasso, con milioni di profughi, «sarebbe necessaria la madre di tutte le operazioni umanitarie, con l'esercito americano e cinese obbligati a lavorare insieme», esito che né Pechino né Washington si augurano. «Vogliamo una penisola nordcoreana libera, democratica e riunificata, ma anche che sia una transizione graduale». Quindi Kaplan propone sanzioni dure ma non tali da causare l'implosione della Corea del Nord.

Diametralmente opposta l'analisi di Nicholas Eberstadt, che non ha mai creduto che la strategia di Pyongyang fosse quella di ottenere il riconoscimento politico di Washington e aiuti per la sopravvivenza in cambio della sospensione del programma nucleare, ma che al contrario perseguisse una «strategia chiara allo scopo dotarsi effettivamente di un arsenale nucleare, facendo in modo che la comunità internazionale accettasse gradualmente l'idea della Corea del Nord potenza nucleare». «Ciò che non è chiaro è se la nuova amministrazione Usa lo ha capito e se ha una sua strategia per affrontare la proliferazione nucleare nordcoreana».

Senza ripercorrere tutte le tappe dei «tragicomici sforzi occidentali per impedire a Pyongyang di soddisfare le sue ambizioni», Eberstadt cita l'errore ricorrente, cioè di «trattare la Corea del Nord come lo stato che avremmo voluto che fosse, invece di prenderlo per ciò che effettivamente è. Non otterremo risultati finché non li prenderemo seriamente, finché non capiremo cosa vogliono dal mondo, piuttosto che pensare a ciò che secondo noi dovrebbero volere». La prima cosa da riconoscere è che è uno stato «revisionista», «un regime profondamente insoddisfatto dell'assetto attuale e fondamentalmente impegnato a trasformarlo. Non accetta il predominio di un ordine economico mondiale giudicato imperialista, non accetta lo stato considerato fantoccio che occupa la metà meridionale della sua penisola e l'architettura di sicurezza americana che permette la continuazione di questi oltraggi». Il secondo fatto da riconoscere è che «l'opzione nucleare è al momento la migliore, e forse l'unica che ha per poter sperare di realizzare i suoi obiettivi revisionisti».

Wednesday, April 29, 2009

Se l'Egitto decide di fare sul serio

Se l'ipotesi dell'atomica iraniana spaventa più di tutti Israele, a rendere inquieti i governi arabi sono anche gli altri mezzi, molto convenzionali ma meno eclatanti, con i quali Teheran sta perseguendo i suoi disegni egemonici sull'intero Medio Oriente. «Potenze straniere cercano di sabotare l'Egitto attraverso movimenti islamici», è l'inequivocabile accusa lanciata ieri dal presidente egiziano Hosni Mubarak. Alcune settimane fa le autorità egiziane hanno sgominato una cellula di Hezbollah che stava progettando attentati contro mete turistiche frequentate da israeliani e altri occidentali e contro infrastrutture strategiche del paese. Tra le accuse a carico dei 49 arrestati (libanesi, palestinesi, egiziani e sudanesi, tutti legati a Hezbollah), «l'osservazione del movimento delle navi nel Canale di Suez e dei villagi turistici nel nord e nel sud del Sinai allo scopo di attaccarli»; «la diffusione di idee sciite in Egitto e l'incitamento degli egiziani contro il loro governo»; «la fornitura di armi e denaro ad Hamas».

Gli iraniani manovrano organizzazioni terroristiche loro alleate allo scopo di destabilizzare l'Egitto – l'unico vero ostacolo rimasto tra gli ayatollah e le loro ambizioni – economicamente, colpendo il turismo e il commercio, settori strategici per l'economia del paese dei faraoni, e politicamente, giocando le carte del risentimento filopalestinese e dell'integralismo islamico.

Anche altri stati arabi stanno reagendo: il Marocco ha bruscamente interrotto le relazioni diplomatiche con l'Iran, accusandolo apertamente di sostenere elementi sovversivi sciiti nel regno; il Bahrain ha protestato con forza contro le dichiarazioni di un funzionario iraniano, secondo cui lo stato arabo sarebbe la quattordicesima provincia iraniana; la Giordania ha lanciato un'ulteriore azione repressiva nei confronti di Hamas ed Hezbollah. Tutti segni dell'ansia crescente dei governi arabi, non solo per le attività iraniane, ma anche per l'inedita stagione di dialogo che Obama vuole aprire con Teheran.

Il Cairo sta mandando un segnale preciso a Washington: la questione nucleare non è l'unico aspetto – sebbene sia il più urgente – della minaccia iraniana. «La sfida iraniana allo status quo regionale si manifesta in molteplici modi», ha scritto Abdel Monem Said Aly, direttore del Centro di studi strategici "Al Ahram", sul Wall Street Journal. Il braccio di ferro a distanza tra Teheran e Il Cairo si gioca soprattutto sul tavolo di Hamas. L'Egitto cerca di convincere Hamas a riconciliarsi con Fatah e ad accettare di far parte di un governo di unità nazionale palestinese, minacciando l'organizzazione integralista di strangolarla, serrando i confini con la Striscia di Gaza e distruggendo i tunnel sotterranei per il contrabbando. Teheran rende vani i continui tentativi egiziani esercitando a sua volta pressioni su Hamas. Le prove dell'impegno iraniano nel sabotare gli sforzi egiziani per la stabilità regionale sono «inconfutabili», osserva Said Aly. Per esempio, fu l'Iran a istigare Hamas a rifiutarsi di rinnovare la tregua con Israele, causando indirettamente la guerra di Gaza del dicembre scorso. «L'Egitto ha dato e sta dando ai palestinesi più di quanto diate voi. Non li usa come merce di scambio e non partecipa nello spargere il loro sangue. Lavora duro per raggiungere la loro unità», ha rivendicato, sempre ieri, il presidente Mubarak.

L'Iran vede nell'Egitto il suo più grande rivale, forse l'ultimo, nella regione. Sabotare i suoi sforzi per la pace tra palestinesi, e tra palestinesi e israeliani, significa minarne l'autorità ed alimentare quel tipo di risentimenti anti-israeliani e anti-occidentali che avvicinano gli arabi sunniti a Teheran, a quell'ideologia che fa da «collante postmoderno – così l'ha definita Robert Kaplan sull'Atlantic – che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Un collante che appare persino più forte della storica divisione tra sciiti e sunniti. Sono milioni infatti gli arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, detestata perché compromessa con la politica di Usa e Israele. Temendo la penetrazione di tale ideologia, il governo egiziano monitora da tempo i legami di Teheran con Hezbollah, ma anche con movimenti integralisti sunniti come i Fratelli musulmani, particolarmente forti in Egitto, e Hamas.

La soluzione del conflitto israelo-palesinese sarebbe importante per frenare l'espansione dell'influenza iraniana nella regione, ma è altrettanto vero che difficilmente si faranno progressi reali finché l'Iran continuerà a sabotare ogni sforzo, proprio perché si rende conto di quanto sia fondamentale per le sue ambizioni che la tensione rimanga alta. Il presidente Obama «dovrebbe mandare un fermo messaggio a Teheran che l'America sta con l'Egitto dalla parte della pace e della stabilità», conclude Said Aly. «Gli Stati Uniti – suggeriscono gli analisti del Washington Institute for Near East Policy – dovrebbero agire in fretta per fornire un forte appoggio pubblico e una tangibile assistenza all'Egitto e agli altri governi arabi nei loro sforzi per contrastare le ambizioni egemoniche iraniane». Ma ora che ha aperto gli occhi sulla pericolosità degli alleati di Teheran dentro e fuori i suoi confini, Il Cairo dovrebbe decidersi ad annientare Hamas. Potrebbe farlo domani, se lo volesse, sigillando davvero i pochi km di confine con la Striscia di Gaza.

Friday, January 09, 2009

Una vittoria di Israele renderebbe più docile l'Iran

Praticamente tutti i più autorevoli analisti e commentatori americani, di scuola realista o neoconservatori, più amati a destra o più a sinistra, trattando della crisi di Gaza attribuiscono un ruolo di primo piano all'Iran, principale sponsor di Hamas. Mentre in Italia le letture prevalenti sui mainstream media risultano datate, perché il loro sguardo non va oltre il logoro orizzonte del conflitto tra israeliani e palestinesi, in America tutti sembrano avere ben chiaro che la questione palestinese c'entra ben poco e che Israele sta combattendo una guerra diversa, dai cui esiti dipenderà il futuro assetto del Medio Oriente, e che riguarda anche l'Occidente.

Succede, quindi, che tra sostenitori della linea dura con Teheran sulla questione del nucleare e fautori di un approccio più dialogante e negoziale si verifichino sostanziali convergenze su Gaza. E' il caso del realista Robert Kaplan e del neoconservatore Bill Kristol: entrambi "tifano" per Israele, giudicano negativamente una tregua che dia respiro ad Hamas, perché una sonora sconfitta degli islamisti a Gaza renderebbe l'Iran più disponibile a una soluzione diplomatica sul nucleare. Una vittoria di Israele su Hamas ridurrebbe il rischio di dover usare la forza contro l'Iran.

Gaza è «l'avamposto occidentale dell'Impero iraniano». Quindi, l'attacco di Israele a Gaza è «un attacco contro l'Impero iraniano», il primo dopo la guerra contro Hezbollah nel 2006, fa notare Kaplan sull'Atlantic Monthly. Questa volta l'attacco sembra meglio pianificato, ma il «dilemma» di Israele con quell'«animale postmoderno» che è l'«Impero iraniano», è che «non sta combattendo contro uno stato, ma contro un'ideologia, il collante postmoderno che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Che siano le entità parastatali di Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, e del Mahdi in Iraq, o «le speranze, i sogni, le illusioni» di milioni di arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, l'Iran ha costruito il suo impero combinando sapientemente un'ideologia antioccidentale e antisemita con operazioni dei servizi segreti.

Oggi, osserva Kaplan, dalla vittoria di Israele a Gaza dipende la praticabilità della via diplomatica con Teheran: «Dobbiamo crearci un vantaggio strategico prima di negoziare con il regime clericale e questo vantaggio può venire soltanto da una vittoria morale di Israele che faccia vacillare di spavento anche i siriani pro-iraniani pronti ad aiutare Hamas». Il paradosso è che l'unico posto dove i musulmani sono scettici dell'Iran, e dove l'anti-americanismo e l'anti-semitismo hanno meno presa, è proprio l'Iran, e quindi «la vera battaglia per l'anima della regione – ipotizza Kaplan, che in questo sembra far eco a Michael Ledeen – potrebbe essere combattuta all'interno dell'Iran stesso».

Ma per il momento, non resta che sperare che Israele vinca questa guerra, piuttosto che venga «compromessa da una tregua che permetta ad Hamas di riorganizzarsi». «Se ciò accadesse, la nostra influenza sull'Iran sarebbe ulteriormente ridotta». Non appena Israele avrà conseguito un successo, «dovremo subito esercitare una forte pressione su Teheran, in funzione di negoziati sia con gli arabi che con gli iraniani». «Se Obama è intelligente - conclude Kaplan - in questo momento starà tifando silenziosamente per Israele».

Per il neoconservatore Bill Kristol, «un successo di Israele a Gaza sarebbe una vittoria nella guerra contro il terrorismo, e nella più ampia lotta per il futuro del Medio Oriente». La combinazione di movimenti terroristici come Hamas con l'Iran, maggiore sponsor del terrorismo e alla ricerca dell'atomica, costituisce una «nuova minaccia» per Israele. «Ma non solo per Israele». Per tutti i musulmani che non vogliono vivere sotto regimi estremisti e per ogni nazione, come gli Stati Uniti, nel mirino del terrorismo islamico. Quindi ci sono «solidi motivi» per sostenere Israele. E Israele «sta facendo un favore agli Stati Uniti affrontando Hamas adesso», perché «la sfida più grande per l'amministrazione Obama sarà costituita dall'Iran».

Come Robert Kaplan, anche Kristol è infatti convinto che «se Israele avesse ceduto ad Hamas trattenendosi dall'usare la forza per fermare gli attacchi terroristici, o se adesso si ritirasse senza aver prima indebolito gravemente Hamas e impedito la ricostituzione di uno stato terrorista a Gaza, sarebbe un trionfo per l'Iran», il regime «ne uscirebbe rafforzato», e «meno sensibile alle pressioni» di Obama per fermare il suo programma nucleare. Ma «una sconfitta di Hamas a Gaza, dopo il successo in Iraq, sarebbe un vero colpo per l'Iran, renderebbe più facile assemblare una coalizione regionale e internazionale per fare pressioni sull'Iran. Potrebbe anche avere un effetto positivo sulle elezioni iraniane di giugno e rendere il regime iraniano più aperto a una trattativa. Come il governo israeliano con Hamas, Obama prima o poi potrebbe trovarsi in una situazione in cui l'uso della forza contro l'Iran sembri l'opzione più responsabile. Ma la volontà di Israele di combattere a Gaza rende più possibile l'ipotesi che gli Stati Uniti non siano costretti ad usarla».

Il mito della vittoria impossibile

C'è un falso mito che negli ultimi anni è stato diffuso da editorialisti e commentatori: che Israele usando la forza non possa conseguire una completa vittoria militare e politica contro gruppi terroristici come Hezbollah e Hamas.

Ma questa volta, a Gaza, riconosce il realista Robert Kaplan, l'attacco israeliano sembra meglio pianificato rispetto a quello di due anni fa contro Hezbollah in Libano, che è sembrato confermare il mito della vittoria impossibile.

Certo, Israele ha un problema fondamentale con quell'«animale postmoderno» che è l'Impero iraniano, di cui Gaza è «l'avamposto occidentale». Innanzitutto, Hamas non ha bisogno di vincere la guerra. Può perderla eppure in un certo senso vincerla. Finché nessun altro gruppo lo sostituirà al potere nella Striscia di Gaza, e qualche suo fanatico potrà continuare a lanciare missili su Israele, potrà rivendicare «una sorta di vittoria morale». Inoltre, se al Fatah provasse a prendere il suo posto a Gaza, verrebbe per sempre etichettato come «servo» di Israele. Il «dilemma» di Israele, osserva Kaplan, è che «non sta combattendo contro uno stato, ma contro un'ideologia, il collante postmoderno che tiene unita la grande sfera d'influenza iraniana». Che siano le entità parastatali di Hamas in Palestina, Hezbollah in Libano, o del Mahdi in Iraq; o «le speranze, i sogni, le illusioni» di milioni di arabi sunniti che, soprattutto in Egitto, si sentono più vicini ai mullah radicali sciiti che alla loro autocrazia sunnita, l'Iran ha costruito il suo "impero" combinando sapientemente ideologia antioccidentale e antisemita con operazioni dei servizi segreti.

Dunque, «si possono combattere eserciti non convenzionali, parastatali, animati dall'ideologia?» si chiede Kaplan. Sì. «Erodendoli sottilmente nel tempo, oppure schiacciandoli completamente, brutalmente. Israele, non potendo tollerare il continuo lancio di razzi sulla sua gente, ha deciso per la seconda via», scrive Kaplan, che quindi ammette che un successo di Israele è possibile - oltre che desiderabile per aumentare le chance diplomatiche occidentali con l'Iran - e che il principale ostacolo a una vittoria di Israele è l'ennesima tregua che permetta ad Hamas di riorganizzarsi, compromettendo i risultati conseguiti sul campo.

Anche un altro realista di ferro, molto noto in Italia per le sue apparizioni televisive, Edward Luttwack, sul Wall Street Journal, ha smentito il mito della vittoria impossibile di Israele. Gruppi come Hamas e Hezbollah rivendicano la vittoria a prescindere dalle perdite umane e materiali che subiscono. Ma se con tutto ciò che sta accadendo a Gaza, Hezbollah rimane immobile e il confine con il Libano tranquillo, vuol dire che nel 2006, al di là della propaganda islamista, l'operazione di Israele ha avuto successo. Oggi Hezbollah ha paura di correre in soccorso di Hamas. Quindi, pur con tutti gli errori commessi in Libano, se Israele si limitasse anche solo a ripetersi contro Hamas a Gaza, sarebbe già una vittoria significativa.

Secondo il neoconservatore Bill Kristol, il luogo comune secondo cui Israele non può vincere contro Hamas come non poteva vincere due anni fa in Libano contro Hezbollah, si dimostrerà sbagliato. Gaza è una striscia di terra stretta e piatta, confinante con Israele a est e a nord, il mare a ovest e l'Egitto a sud. Hamas non ha amici intorno. Tagliando in due la striscia Israele ha praticamente circondato la parte nord, creando una situazione completamente diversa dal punto di vista militare rispetto a quella in Libano nel 2006. Inoltre, la leadership israeliana sembra aver imparato dagli errori - politici, strategici, militari - commessi due anni fa. L'operazione a Gaza sembra essere stata ben pianificata ed eseguita.

In una lunga analisi sul Weekly Standard, anche gli esperti Thomas Donnelly e Danielle Pletka, dell'American Enterprise Institute, avvertono che «Gaza non è il Libano» e spiegano «perché la campagna di Israele contro Hamas può avere successo». L'opinione diffusa che «i leader israeliani con l'offensiva di terra a Gaza corrono il rischio di ripetere la disastrosa esperienza della guerra in Libano nel 2006» non tiene conto del fatto che «Gaza non è il Libano, Hamas non è Hezbollah e, soprattutto, che Israele oggi non è lo stesso Israele del 2006».

Wednesday, December 24, 2008

Un'egemonia più "gentile"

Se è tempo di bilanci per il presidente uscente Bush, lo è anche per la salute della superpotenza americana, scossa da due guerre e una grave crisi economica. Se ne è occupato di recente sul Washington Post l'analista militare Robert Kaplan, editorialista del The Atlantic e senior fellow del Center for a New American Security, think tank bipartisan che propone una politica estera «forte, pragmatica e morale», dal quale Obama ha pescato alcune personalità di primo piano della sua politica di sicurezza nazionale.

Kaplan è un realista muscolare: «E' vero che c'è un ritorno al realismo, ed è una buona cosa», ha scritto tempo fa riguardo l'approccio più pragmatico e multilaterale degli ultimi quattro anni di Bush, pur ammettendo che «senza una componente idealista nella nostra politica estera, nulla ci distinguerebbe dai nostri avversari. Questa cosa, essa stessa, porterebbe al declino del potere americano».

E nel suo ultimo editoriale sul Washington Post lascia intendere tra le righe che la presidenza Bush non sia stata così disastrosa come si dice, non tanto da aver determinato il declino americano. Anzi, per questo secolo prevede che gli Stati Uniti continueranno ad essere egemoni, ma sarà «un'egemonia più gentile». Il «declinismo è nell'aria», scrive sul Washington Post: «L'ultimo luogo comune è che la combinazione tra la disastrosa guerra in Iraq, la crescita economica e militare dell'Asia, e la grave recessione in Occidente abbia punito l'America, ponendo fine alla sua egemonia mondiale. E' ora di essere modesti. C'è qualcosa di vero in questo, ma parlare di declino è esagerato».

L'analogia più appropriata gli sembra quella con l'Impero britannico dopo i moti indiani del 1857 e 1858. I tentativi di esportare i frutti della civiltà occidentale, per quanto virtuosi, provocarono la rivolta contro l'autorità imperiale. Eppure, non fu la fine dell'Impero britannico, che durò circa un altro secolo. Piuttosto, segnò il passaggio da un impero desideroso di imporre i propri valori all'estero a un impero «più tranquillo, più pragmatico, basato sul commercio, l'istruzione e la tecnologia».

«Questo è il punto in cui siamo noi oggi, dopo l'Iraq: più tranquilli, più pragmatici e con una forza militare – soprattutto la Marina – sia pure relativamente in declino, ancora molto superiore ad ogni altra sulla Terra... La potenza militare americana non sta svanendo... rimane in agguato all'orizzonte. E ciò farà la differenza. Possiamo non essere più nel "momento unipolare" di cui ha parlato Charles Krauthammer, ma non siamo nemmeno diventati come la Svezia».

Il «declinismo» tanto predicato oggi «andrà subito fuori moda alla prossima catastrofe umanitaria mondiale, quando i molti popoli irritati con le forze armate americane a causa dell'Iraq ci chiederanno di guidare una coalizione per salvare delle vite». Il fatto è che «la forza militare americana rimane una forza del bene, un fatto che sarà evidente nelle prossime crisi». Naturalmente, spiega Kaplan, «stiamo entrando in un mondo più multipolare» e ci sono altre realtà oltre a Cina e India. «Non dovremmo però sottovalutare l'influenza morale e diplomatica della combinazione tra la forza militare più presente nel mondo e un nuovo presidente che può vantare alti indici di approvazione in patria e all'estero». Per esempio, «nessun'altra potenza ha i mezzi per organizzare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, e il nostro intervento in Iraq non ha cambiato questo fatto».

«Tutti odiano la parola, ma gli Stati Uniti sono ancora in qualche modo egemoni, capaci di influenzare il mondo da una posizione di forza morale. Tuttavia, dopo l'Iraq, l'egemonia americana si dimostrerà cambiata come quella britannica dopo i moti indiani. Sarà una versione più benevola e temperata rispetto agli anni recenti. D'ora in poi, formeremo coalizioni piuttosto che agire da soli. Dopo tutto, è l'essenza di un lungo ed elegante declino: passare la responsabilità ad altre nazioni dalla mentalità simile non appena le loro capacità crescono».

Se per Kaplan la forza militare continuerà ad essere tra i più importanti pilastri dell'egemonia Usa, sul futuro delle forze armate americane vi segnalo, in uscita sul numero di gennaio di Foreign Affairs, un saggio del segretario alla Difesa della seconda amministrazione Bush, Robert Gates, l'unico confermato al suo posto dal presidente-eletto Obama: "Una strategia equilibrata. Riprogrammare il Pentagono per una nuova era", è il titolo.