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Tuesday, December 13, 2016

Un "dealmaker" al Dipartimento di Stato

Pubblicato su Ofcs Report

Il "petroliere". Il ceo di Exxon Tillerson è la scelta di Trump come segretario di Stato: diffidare da chi lo liquida come amico (e quindi "servo") di Putin

Nella formazione della sua squadra di governo il presidente eletto Donald Trump continua a stupire con scelte all'insegna non dell'ideologia, ma del pragmatismo, della competenza e della coerenza con le priorità indicate in campagna elettorale. Scelte di altissimo profilo, che indicano la sua intenzione di circondarsi delle menti e delle carriere più brillanti del Paese nei vari ambiti di governo. Dopo tre generali - James Mattis alla Difesa, John Kelly alla Sicurezza interna e Michael Flynn come consigliere alla Sicurezza nazionale - è finalmente arrivata la scelta per la casella più importante e influente della sua amministrazione, la carica di segretario di Stato. Trump ha scelto Rex Wayne Tillerson, presidente e amministratore delegato della Exxon Mobil, una delle più grandi compagnie petrolifere del mondo. Ha superato di slancio i "due litiganti", il favorito dell'establishment del Partito repubblicano Mitt Romney, candidato alla Casa Bianca di quattro anni fa, e l'ex procuratore ed ex sindaco di New York Rudy Giuliani, fedelissimo della prima ora di Trump, che però nei giorni scorsi si era ritirato dalla corsa. Ad affiancare Tillerson nel ruolo di vicesegretario dovrebbe essere l'ex ambasciatore presso le Nazioni Unite, John Bolton.

"It's the economy...", anzi "il petrolio...", direbbe con occhi sbarrati il personaggio interpretato da Robert Redford nel celebre film di Sidney Pollack "I tre giorni del Condor". E nel mercato del petrolio la geopolitica è pane quotidiano. Almeno un paio di cose ce le dice sulle intenzioni di Trump questa scelta destinata a destare molte polemiche e perplessità. Primo, che per il neo presidente anche in politica estera la vera priorità è l'economia. Secondo, che pensa di dover concludere molti accordi, se vuole accanto a sé come segretario di Stato un uomo d'affari abituato a siglare accordi ad altissimo livello con enormi poste in gioco. Tillerson è infatti il "dealmaker" per eccellenza, un maestro di geopolitica. E non è un mistero che in cima all'agenda di Trump, dichiarate in campagna elettorale, ci sono due "mission impossible": una maggiore cooperazione con la Russia (il "reset" con Mosca fu mancato persino da Hillary Clinton e Obama all'inizio dei loro mandati) e un duro confronto con la Cina sul commercio, la politica monetaria e le questioni di sicurezza. Roba da far tremare i polsi a chiunque, un po' meno forse a chi è abituato a negoziare accordi da miliardi di dollari.

Lo stesso Trump ha spiegato di averlo scelto per il suo bagaglio di conoscenze globali e le sue abilità da manager. "La cosa che mi piace di più di Rex Tillerson è che ha una vasta esperienza nel trattare con successo con tutti i tipi di governi stranieri", "è un giocatore di calibro mondiale... conosce molti dei giocatori e li conosce bene". "La sua tenacia, la sua ampia esperienza e profonda comprensione della geopolitica lo rendono un'eccellente scelta", ha aggiunto il presidente eletto, anticipando che il futuro segretario di Stato "promuoverà la stabilità regionale e si concentrerà sui principali interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Rex sa come si gestisce un'impresa globale, il che è cruciale per guidare con successo il Dipartimento di Stato, e le sue relazioni con i leader di tutto il mondo non sono seconde a nessuno". Anche le multinazionali hanno una loro politica estera, la cui priorità di solito è la stabilità. Ma per quanto siano "globali", gli interessi di una multinazionale non coincidono con quelli di un Paese come gli Stati Uniti. E' solo una delle perplessità che Tillerson dovrà dissipare.

Destano preoccupazioni, inoltre, e saranno motivo di una resistenza probabilmente bipartisan in Senato alla ratifica della sua nomina, i suoi ottimi rapporti con il presidente russo Vladimir Putin. In Russia Tillerson ha concluso per Exxon importanti accordi, così come in un'altra cinquantina di Paesi, molti dei quali retti da governi altrettanto autoritari (se non sanguinari) e tra i più corrotti (Ciad, Venezuela, Libia, Iraq, Angola, Guinea equatoriale). Nel 2011 ha negoziato con le autorità russe un gigantesco accordo che consente alla Exxon di esplorare i giacimenti dell'Artico, permettendo in cambio alla compagnia petrolifera russa Rosneft di investire nelle concessioni Exxon nel mondo. Nel 2012 è stato insignito da Putin (insieme al nostro Paolo Scaroni, ex ad di Eni) dell'Ordine dell'Amicizia, onorificenza che il Cremlino riserva ai cittadini stranieri che più hanno contribuito a migliorare le relazioni con la Russia. Inoltre, si è detto contrario alle sanzioni occidentali contro Mosca (che definisce "ineffective", inefficaci).

Tillerson è stato quindi sbrigativamente "bollinato" dalla solita stampa mainstream, dall'"inviato collettivo", e da alcuni commentatori come "l'amico di Putin". Analisi che tuttavia rischiano di rivelarsi superficiali, come d'altronde siamo ormai abituati a notare quando si parla di Trump. Che senso ha parlare di "amicizia" nel mondo degli affari e, ora, in politica estera? In questi ambiti il concetto di amicizia dev'essere quanto meno contestualizzato e relativizzato. Ci può essere stima, rispetto reciproco. Ci possono essere buoni e persino ottimi rapporti. Ma a certi livelli, quando sono in gioco da una parte affari per miliardi di dollari e dall'altra le ambizioni geopolitiche di un Paese come la Russia, non esiste "amicizia". Esistono gli interessi e l'intelligenza, l'abilità dei giocatori di concludere un accordo soddisfacente per entrambe le parti, "win-win". Se questa è amicizia, ben venga anche fra avversari in politica internazionale. Così come è difficile immaginare che Tillerson abbia per "amicizia" anteposto gli interessi di Putin a quelli della Exxon, perché dovrebbe anteporli a quelli degli Stati Uniti che ora èchiamato a rappresentare? E detto tra parentesi, è curioso come gli stessi che oggi, prim'ancora che metta piede alla Casa Bianca, accusano Trump di voler favorire la Russia non abbiano emesso un fiato in questi otto anni, mentre le incertezze e i pasticci di Obama e di Hillary Clinton spianavano davvero la strada a Putin regalando alla Russia i maggiori successi geopolitici - dall'Ucraina al Medio Oriente - degli ultimi decenni, di cui oggi probabilmente non resta che prendere atto con realismo.

A raccomandare Tillerson al transition team di Trump, niente meno che James Baker, stimato segretario di Stato (di scuola realista) durante la presidenza di Bush padre, l'ex segretario alla difesa ed ex direttore della Cia Robert Gates e l'ex segretario di Stato Condoleezza Rice, esponenti di spicco delle amministrazioni di George W. Bush. E tutte autorevoli personalità "di governo", che godono di una stima bipartisan nella comunità degli affari esteri statunitense. Non esattamente le referenze di un "tirapiedi" di Putin. L'amicizia di Tillerson con Putin è "una narrazione completamente falsa", avverte Bob Gates intervistato dalla Pbs. "Penso sia un errore pensare che siccome Rex Tillerson ha fatto con successo affari in Russia, allora lui sia il migliore amico di Putin". "Ampia conoscenza, esperienza e successo nel trattare con dozzine di governi e leader in ogni angolo del mondo", è il valore aggiunto che Tillerson porterà al Dipartimento di Stato secondo Gates, che lo definisce "una persona di grande integrità, il cui unico obiettivo in carica sarebbe quello di tutelare e far avanzare gli interessi degli Stati Uniti... Sarà un campione globale dei migliori valori del nostro Paese". Dello stesso tenore la dichiarazione di supporto della Rice, secondo cui porterà al Dipartimento di Stato la sua "ampia e straordinaria esperienza internazionale, una profonda comprensione dell'economia globale e la sua ferma convinzione nello speciale ruolo dell'America nel mondo". Lo definisce "uomo d'affari di successo e patriota", che "rappresenterà gli interessi e i valori degli Stati Uniti con impegno e risolutezza".

Ma nella biografia di Tillerson emergono anche particolari interessanti: boy scout in gioventù, tra il 2010 e il 2012 è stato il capo di tutti gli scout d'America, sostenendo la decisione di ammettere anche ragazzi e ragazze dichiaratamente omosessuali. E' un patito di Abraham Lincoln e uno dei suoi libri preferiti è "La rivolta di Atlante" di Ayn Rand, pietra miliare del pensiero libertario.

Che la promozione attiva della democrazia, il "nation-building", l'interventismo come imperativo morale non saranno i principi-guida della politica estera dell'amministrazione Trump lo sapevamo già e la scelta di una figura come Tillerson alla guida del Dipartimento di Stato ne è la conferma. Questo non significa tuttavia che Trump o Tillerson agiranno da "fantocci" di Putin e che gli interessi degli Stati Uniti saranno svenduti alla Russia. Nel 2008, al Forum economico internazionale di San Pietroburgo, Tillerson ha bacchettato Mosca sullo stato di diritto: "Non c'è rispetto per la legge, nella Russia di oggi", deve "migliorare il funzionamento del sistema giudiziario e della magistratura". "Non condivido tutto ciò che Putin sta facendo - ha spiegato, a febbraio, agli studenti dell'Università del Texas - Non condivido tutto ciò che molti leader stanno facendo. Ma Putin comprende che sono un uomo d'affari. E ho investito molti soldi, la nostra compagnia ha investito molti soldi in Russia, con molto successo". Affari o amicizia?

Wednesday, June 09, 2010

Partorite le sanzioncine

Ci sono voluti sei mesi di estenuanti trattative, ma nonostante annacquamenti e ammorbidimenti (e chissà quali altre rinunce e concessioni sotto banco), l'amministrazione Obama ha mancato l'unanimità del Consiglio di Sicurezza, che si prefiggeva come obiettivo politico. E' riuscita a ottenere il sì di Russia e Cina, ma si è fatta "bruciare" da Ahmadinejad, che con il recente accordo ha astutamente portato dalla sua parte Brasile e Turchia, che a loro volta hanno approfittato della crisi iraniana per lucrare una fetta di visibilità sulla scena internazionale. E infatti oggi, come previsto, hanno votato contro il quarto round di sanzioni nei confronti di Teheran.

La montagna diplomatica messa in piedi dalla coppia Obama-H. Clinton ha partorito delle sanzioncine: ulteriore stretta sull'acquisto di armi pesanti, come carri armati, elicotteri d'attacco e missili; divieto di far partecipare l'Iran a progetti che abbiano a che fare con tecnologia nucleare; altre 40 compagnie inserite nella blacklist dei soggetti sottoposti a misure restrittive come il congelamento dei beni e la limitazione della libertà di viaggio. Tra di esse, tre società controllate dalla maggiore compagnia di navigazione iraniana e ben 15 legate ai Pasdaran.

Della lista nera avrebbero dovuto far parte anche due banche, ma all'ultimo momento (considerando la fretta di chiudere, da parte di Washington, dopo lo schiaffo dell'accordo turco-brasiliano-iraniano) la Cina è riuscita a far escludere dalle sanzioni la "Export Development Bank of Iran". E un solo individuo è stato inserito nella blacklist: si tratta di Javad Rahiqi, capo del centro di tecnologia nucleare di Isfahan. Prevista anche l'ispezione in mare aperto di navi sospettate di portare componenti per i programmi missilistici e nucleare iraniani, ma non senza il loro consenso. Non c'è alcuna autorizzazione infatti all'abbordaggio con la forza. Un regime ispettivo simile, quindi, a quello in vigore nei confronti della Corea del Nord.

Insomma, siamo molto lontani dalle sanzioni «devastanti» minacciate dalla Clinton un anno fa. In pratica, si tratta di un ampliamento e di un irrigidimento di quelle esistenti, ma senza alcun salto di qualità. Niente sanzioni sul settore energetico e su quello finanziario, quelli più sensibili, come avrebbero voluto gli Usa. Risultato: le vere sanzioni - ammesso che ce ne siano di efficaci - dovranno deciderle e attuarsele comunque unilateralmente Stati Uniti ed Europa. Dunque, tanto valeva non perdere tempo all'Onu. Come ha anticipato ieri il segretario alla Difesa, Robert Gates, ora è probabile che i singoli stati approvino misure proprie per andare oltre quelle dell'Onu.

Thursday, December 03, 2009

Obama fa a malincuore la scelta giusta - l'unica sensata

Alla fine, dopo tre mesi di seminari e tentennamenti, Obama ha preso la decisione giusta. Non è stato un discorso esaltante, ma quel che conta, come ha osservato Peter Wehner, è che ha dato a McChrystal i soldati (30 mila americani, più 5 mila dagli alleati) e la strategia (di contro-insurrezione) di cui ha bisogno per vincere. Tre quarti di quelli richiesti ad agosto dal generale, di conseguenza il discorso non poteva che essere buono per tre quarti, fa notare Max Boot. Ma l'importante, oltre ai numeri, è che sia stata respinta l'opzione Biden di un impegno limitato a combattere al Qaeda, disinteressandosi dei talebani e dell'assetto dell'Afghanistan. Al contrario, la strategia scelta si pone l'obiettivo più ambizioso: sconfiggere al Qaeda, fermare l'avanzata talebana, addestrare le forze di sicurezza afghane, rendere sicuri i centri abitati ed evitare che i talebani tornino al potere. Inoltre, contrariamente alle voci della vigilia, le nuove truppe verranno dispiegate rapidamente, nell'arco di sei mesi.

Al di là della retorica usata da Obama, quindi, nella sostanza il piano è identico a quello adottato con successo dal generale Petraeus in Iraq, come ha chiarito il segretario alla Difesa, Robert Gates: «L'essenza del nostro piano civile-militare è ripulire, rimanere, costruire e trasferire. Iniziare a trasferire la responsabilità della sicurezza agli afghani nell'estate del 2011 è vitale - e a mio avviso fattibile». Ma, ha precisato Gates, «avverrà distretto per distretto, provincia per provincia, a seconda delle condizioni sul campo». Il processo sarà «simile» a quello sperimentato in Iraq. Anche dopo l'inizio del trasferimento delle responsabilità e del ritiro della forze da combattimento, gli Stati Uniti «continueranno a sostenere il loro sviluppo come partner di lungo termine». Ancora più esplicito e rassicurante il riferimento di Gates agli «errori» commessi dopo la ritirata sovietica dall'Afghanistan: «Non ripeteremo gli errori del 1989, quando abbandonammo il Paese per poi vederlo cadere nella guerra civile e, infine, nelle mani dei talebani».

Per questo anche i commentatori conservatori hanno giudicato positivamente la nuova strategia, l'unica sensata, annunciata - pazienza se a malincuore - da Obama. Il suo discorso è piaciuto anche a Bill Kristol, ma per lo stesso motivo per cui è stato duramente criticato da Michael Moore: «Ha parlato da "war president", ed è una buona cosa, perché quando siamo in guerra abbiamo bisogno di un presidente di guerra». Criticabile, invece, per Kristol la «pseudo-scadenza al luglio 2011». D'altra parte, tempi e modalità del ritiro sono sottoposti a condizioni, osserva, quindi la «quasi-deadline» non dovrebbe essere troppo dannosa. Ma la cosa importante è che «per la metà del 2010 Obama avrà più che raddoppiato il numero delle truppe in Afghanistan e avrà dato al suo generale Stanley McChrystal i mezzi per combattere la guerra nel modo che ritiene necessario per vincerla». Inoltre, con questa decisione, conclude Kristol, Obama «ha anche riconosciuto che lui e il suo partito si sbagliavano sul "surge" in Iraq nel 2007: dopotutto, la logica del suo surge è identica a quella di Bush».

John Podhoretz definisce il discorso di Obama un «momento di svolta» («dopo aver passato mesi a cercare disperatamente un'altra scelta, una terza via, una bella opzione, Obama alla fine si è arreso alla logica della presidenza») e riconosce il suo «coraggio». Obama, infatti, «sta chiaramente agendo contro i suoi istinti e la sua ideologia», e se la qualità del suo discorso ha lasciato a desiderare è perché «stava cercando di usare un linguaggio con il quale spiegare la sua decisione a persone come lui». Ecco perché non poteva funzionare dal punto di vista della retorica e della persuasione. «Un'occasione persa», conclude Podhoretz: «Ma non importa, è la politica che conta». E anche la scadenza dei 18 mesi «indica la serietà del suo impegno, dal momento che ha solo indicato l'inizio del ritiro, condizionandolo alla situazione sul campo in quel momento».

Su questo è d'accordo anche Wehner: la scadenza dei 18 mesi, «almeno per ora, è meno preoccupante di quanto possa sembrare». Nel suo discorso Obama ha detto che «cominceremo il ritiro delle nostro forze nel luglio del 2011, ma come abbiamo fatto in Iraq, eseguiremo la transizione responsabilmente, prendendo in considerazione le condizioni sul terreno». Un «caveat chiave», secondo Wehner: «Se le condizioni sul campo cambiano, Obama si è lasciato ampio spazio di manovra per rivedere la sua decisione, nulla è scolpito nella roccia». Anche se, avverte Max Boot, questa «deadline», al solo scopo di «placare la base liberal del Partito democratico», rischia di far arrivare ai talebani il messaggio che non devono far altro che aspettare 18 mesi e «gli infedeli saranno fuori dalla porta». Può non essere precisamente così, ma «è ciò che i nostri nemici intenderanno».

L'aspetto negativo del discorso di Obama, osserva Wehner, è che «non sembra vedere questa guerra nel contesto di una grande causa», ma la considera piuttosto come «una sgradita distrazione dalla sua agenda interna». Cosa che alla lunga, tra le polemiche e le vittime Usa in aumento, potrebbe minare la sua determinazione. Di questo si è lamentato anche Peter Beinart, che scrive ancora per The New Republic ma ora è al Council on Foreign Relations. Il "surge" annunciato da Obama è una «buona politica», ma il discorso «mi ha lasciato freddo», lamenta: «Militarmente, ci stiamo coinvolgendo più in profondità in Afghanistan, ma emotivamente ne stiamo uscendo. Non c'è stato nulla nel discorso sul nostro obbligo morale nei confronti del popolo afghano, al quale l'America ha promesso molto e ha consegnato scandalosamente poco».

Se tra i grandi quotidiani Usa c'è chi, come il Washington Post, sostiene che Obama abbia definitivamente fatto sua la guerra in Aghanistan, il Wall Street Journal, pur sostenendo la sua decisione, pensa che questa non sia ancora la guerra di Obama: «Da presidente di guerra Obama dovrà impiegare una quantità maggiore del suo capitale politico per persuadere l'opinione pubblica americana che la campagna afghana vale la pena». Non dovrà, come ha fatto in passato, «pronunciare un solo discorso e poi lasciar cadere l'argomento». Il presidente ha bisogno di un suo "surge" politico.

Tuesday, October 06, 2009

Ascoltare i generali, i siluri di Kissinger a Biden e Obama

Con tutto il rispetto per il presidente Obama, che si trova di fronte a un autentico dilemma politico, Henry Kissinger un paio di siluri li lancia nell'analisi comparsa venerdì scorso sul sito di Newsweek, e tradotta ieri da La Stampa. Tre le opzioni in Afghanistan: continuare con il dispiegamento attuale, il che significherebbe però abbandonare la strategia proposta da McChrystal e sostenuta da Petraeus e verrebbe interpretato come il «primo passo del ritiro»; diminuire il contingente optando per una ulteriore nuova strategia, quella sostenuta dal vicepresidente Joe Biden; aumentare le truppe con una strategia che si concentri sulla sicurezza della popolazione. Kissinger è favorevole a questa terza soluzione, ma coinvolgendo diplomaticamente «i potenti vicini» dell'Afghanistan.

Con il primo "siluro" Kissinger ridicolizza le tesi del vicepresidente Biden. La nuova strategia che sostiene «ridurrebbe la missione essenzialmente all'antiterrorismo rinunciando all'impegno anti-guerriglia, con l'argomento che l'obiettivo strategico per l'America è impedire che l'Afghanistan torni a essere una base del terrorismo internazionale. Quindi, la sconfitta di Al Qaeda e della jihad sarebbe una priorità dominante». Dal momento che i talebani rappresenterebbero solo una minaccia locale, e non globale. Alla base c'è la convinzione che i talebani e Al Qaeda abbiano diversi interessi strategici. «Un negoziato con loro isolerebbe Al Qaeda e porterebbe alla sua sconfitta, in cambio non verrebbe sfidata la presa dei talebani sul governo del Paese».

E' una teoria che però a Kissinger sembra «troppo contorta»: «Sono stati proprio i talebani a fornire le basi per Al Qaeda. E' improbabile riuscire a separarli precisamente dal punto di vista geografico. Ciò implicherebbe anche la divisione dell'Afghanistan lungo linee funzionali, poiché è altamente improbabile che le azioni civili su cui si basano le nostre politiche possano essere poste in atto in aree controllate dai talebani. Perfino i cosiddetti realisti, come me, riderebbero di una tacita cooperazione degli Usa con i talebani al governo in Afghanistan».

Non ha preso posizione esplicitamente, ma da quanto ha fatto intendere in un'intervista alla CNN di oggi, neanche il segretario alla Difesa, Robert Gates, sembra d'accordo con le tesi di Biden. Per Gates i destini dei talebani e di al Qaeda sono strettamente legati: se i talebani dovessero prendere il controllo di «vaste porzioni» dell'Afghanistan, ciò offrirebbe «maggiore spazio ad al Qaeda per rafforzarsi. Ma ciò che è più importante, dal mio punto di vista, è il messaggio che sarebbe inviato, l'affermazione dell'autorità» della rete di Osama bin Laden. Se «in questo momento i talebani hanno slancio», è «a causa della nostra incapacità e, francamente, a quella dei nostri alleati, a inviare abbastanza truppe in Afghanistan».

Tra l'altro, il disinteresse di Biden per la stabilizzazione e il futuro politico dell'Afghanistan mi ricorda molto l'errore che le amministrazioni Usa fecero dalla fine dell'occupazione sovietica a tutti gli anni '90. Quando fu deciso di aiutare i mujahidin contro i sovietici, una debacle e il conseguente ritiro di questi ultimi (o addirittura la caduta dell'Urss) era ritenuto un esito talmente remoto che non fu predisposto alcun piano politico sull'Afghanistan. L'obiettivo era logorare e contenere i sovietici, mentre l'unico convinto della possibilità di scacciarli era l'allora direttore della Cia Casey. Del destino dell'Afghanistan agli Usa non importava nulla.

Quando, però, ciò che non si riteneva possibile accadde, il futuro assetto dell'Afghanistan avrebbe dovuto interessare eccome gli Usa, che invece fecero l'errore di lasciare campo libero al progetto coltivato per anni dall'ISI, il servizio segreto pakistano. Oggi Biden vorrebbe abbandonare l'Afghanistan al suo destino per una seconda volta, non comprendendo che il Paese è nell'interesse strategico dell'islamismo radicale dagli anni '80.

Il secondo "siluro" di Kissinger è diretto all'indecisione del presidente e alle sue inconfessabili cause: «I responsabili della catena di comando in Afghanistan, ciascuno con qualifiche eccezionali, sono stati tutti nominati dall'amministrazione di Obama. Respingere i loro consigli significherebbe far trionfare la politica interna sulle valutazioni strategiche».

C'è da chiedersi, infine, come mai tra «i potenti vicini» dell'Afghanistan - Pakistan, India, Cina, Russia, Iran - nessuno fino ad ora si sia davvero impegnato per la sua stabilizzazione. Kissinger chiede un impegno diplomatico nei confronti di questi Paesi. Ma se Cina, India e Russia sembrerebbero in effetti avere tutto l'interesse a una sconfitta dell'islamismo radicale (pur avendo anche l'interesse a mantenere il più possibile sotto pressione e bisognosi del proprio aiuto gli Usa e la Nato), lo stesso non si può dire del Pakistan e dell'Iran.

Wednesday, September 30, 2009

Se 30 anni di tentativi di dialogo hanno fallito... regime change

Su il Velino

Contrariamente a quanto si crede, tutte le amministrazioni americane che si sono succedute dalla rivoluzione islamica in avanti hanno parlato, e tentato di instaurare un dialogo, con l'Iran degli ayatollah. Lo sostiene, nel suo editoriale di oggi sul Wall Street Journal, Michael Ledeen, tentando di smentire la convinzione, «quasi universalmente accettata», che accompagna i colloqui dell'amministrazione Obama con l'Iran che avranno luogo domani a Ginevra. Non è vero che le precedenti amministrazioni Usa si siano rifiutate di negoziare con i leader iraniani. La verità, scrive Ledeen, come ha spiegato nell'ottobre scorso il segretario alla Difesa, Robert Gates, alla National Defense University, è che «ogni amministrazione dal 1979 ha teso la mano agli iraniani in un modo o nell'altro, ma tutte hanno fallito».

L'amministrazione Carter ha tentato di stabilire buoni rapporti con la Repubblica islamica offrendo «aiuti, armi e comprensione», ma i colloqui sono finiti con la presa dell'ambasciata americana a Teheran. Anche l'amministrazione Reagan, ricorda Ledeen, ha cercato un «modus vivendi» con l'Iran nel mezzo della guerra con l'Iraq a metà degli anni '80. Funzionari americani di alto livello come Robert McFarlane si sono incontrati segretamente con rappresentanti del governo iraniano, ma questo sforzo è finito con lo scandalo Iran-Contra alla fine del 1986. L'amministrazione Clinton ha abolito le sanzioni imposte dai presidenti Carter e Reagan. Inoltre, sia il presidente Clinton che il segretario di Stato Albright si sono pubblicamente scusati con l'Iran per le colpe del passato, incluso il rovesciamento del governo Mossadegh da parte della Cia e dei servizi britannici nell'agosto del 1953. Un mea culpa ribadito dal presidente Obama nelle sue molteplici aperture di quest'anno.

Persino l'amministrazione Bush jr, «invariabilmente e falsamente accusata di rifiutarsi di parlare ai mullah, ha invece negoziato ampiamente con Teheran». Si sono tenuti, ricorda Ledeen, «dozzine di incontri di cui è stato riferito in pubblico, e almeno una serie molto segreta di negoziati», di cui raramente però la stampa ha parlato. Nel settembre del 2006, sembrava che un accordo fosse stato raggiunto. Il segretario di Stato, Condoleezza Rice, e Nicholas Burns, il suo massimo consigliere per il Medio Oriente, racconta Ledeen, «volarono a New York ad aspettare l'arrivo annunciato di un'ampia delegazione iraniana, per la quale erano stati appositamente concessi circa 300 visti». Il capo negoziatore sul nucleare, Larijani, «avrebbe dovuto annunciare la sospensione dell'arricchimento dell'uranio in cambio della revoca delle sanzioni» da parte Usa. Ma «Larijani e la sua delegazione non sono mai arrivati».

Tutti i presidenti da Carter in poi, oltre ai tentativi di dialogo, andati a vuoto, hanno imposto sanzioni all'Iran di svariati tipi. In questi trent'anni, osserva Ledeen, «i nostri alleati» hanno sempre insistito per continuare negli sforzi diplomatici e non con le sanzioni, finché, nel 2006, anche il Consiglio di Sicurezza dell'Onu ha cominciato ad adottare sanzioni nei confronti di Teheran. «Trent'anni di negoziati e sanzioni non sono riusciti a porre fine al programma nucleare iraniano e alla sua guerra contro l'Occidente. Perché si dovrebbe pensare che funzionino adesso? Un cambiamento in Iran richiede un cambiamento nel governo...».

Anche secondo Robert Kagan, gli Stati Uniti, gli europei e i media dovrebbero lasciare da parte la loro «ossessione» per l'atomica, gli impianti segreti e i missili iraniani, perché «l'obiettivo più fruttuoso è l'indebolimento del regime». Eppure, la grave crisi politica che Teheran attraversa non è nei pensieri occidentali. Le democrazie occidentali tendono a sottovalutare ciò che può accadere quando un regime è spaventato e insicuro. «In tali situazioni - spiega Kagan nel suo editoriale mensile sul Washington Post - la paura più grande di un regime autocratico, storicamente, è che gli oppositori interni possano raccogliere il sostegno delle potenze straniere. La caduta dei dittatori - Marcos nelle Filippine, Somoza in Nicaragua, i comunisti polacchi - è stata di frequente agevolata, in qualche caso in modo decisivo, dall'intervento esterno, attraverso l'appoggio alle forze di opposizioni o le sanzioni contro il governo». E' questa oggi anche la principale «fissazione» del regime iraniano.

Il primo obiettivo del regime dopo le elezioni è stato quello di riprendere il controllo ed evitare interferenze dall'esterno. E Teheran ci è riuscita in «modo egregio», osserva Kagan, «anche con l'aiuto» dell'amministrazione Obama, che si è rivelata, «forse involontariamente, un partner collaborativo», rifiutandosi di «rendere la questione della sopravvivenza del regime parte della sua strategia». Obama ha trattato la crisi come una «distrazione» dal dialogo sul nucleare, «esattamente ciò che i governanti a Teheran vogliono che faccia: concentrarsi sulle atomiche e ignorare l'instabilità del regime». Al contrario, secondo Kagan, «sarebbe meglio che si concentrasse sull'instabilità del regime piuttosto che sul nucleare».

Ahmadinejad e Khamenei vedono il programma nucleare e la loro sopravvivenza al potere «intimamente collegati». Per questo, ciò di cui c'è bisogno è «un tipo di sanzioni capace di aiutare l'opposizione iraniana a far cadere questi governanti ancora vulnerabili», suggerisce Kagan. L'argomento secondo cui le sanzioni rafforzerebbero il sostegno popolare al governo non regge più dopo la crisi innescata dalle elezioni del 12 giugno, che «ha aperto una breccia irreparabile tra il regime e ampia parte della società iraniana, persino del clero». Quando le sanzioni cominceranno ad avere effetto, prevede Kagan, l'opposizione sosterrà che il regime sta portanto l'Iran alla rovina.

Non necessariamente le sanzioni porteranno alla caduta del regime, «ma le probabilità che possa cadere sotto il giusto mix di opposizione interna e pressione esterna sono maggiori delle probabilità che abbandoni volontariamente il suo programma nucleare - forse molto maggiori», conclude Kagan. Se l'amministrazione Obama rivendica il suo «realismo pragmatico», dovrebbe perseguire la politica che «ha maggiori possibilità di successo».

Friday, September 18, 2009

Grande baratto o scellerato appeasement?

C'è davvero solo da sperare, come scrive Max Boot, «che Obama abbia ricevuto qualche segreta concessione dai russi sul programma nucleare iraniano o su qualche altra pressante questione», perché se invece «spera semplicemente di suscitare la buona volontà nel Cremlino», allora siamo al «culmine dell'ingenuità». Quella dello scambio rinuncia allo scudo-sì russo alle sanzioni contro Teheran è un'ipotesi che neanche il Wall Street Journal, molto critico con la decisione di Obama, esclude del tutto.

Il nuovo piano, hanno spiegato Obama e il segretario alla Difesa Gates, è volto a contrastare le capacità militari iraniane in modo più immediato e più vicino geograficamente. Non c'era necessità di dispiegare uno scudo per missili balistici a lunga gittata, se su questo fronte, secondo quanto risulta all'intelligence, Teheran sta progredendo più lentamente di quanto si temeva. La priorità, in questo momento, è affrontare una minaccia più imminente: quella dei missili a corto e medio raggio che l'Iran sta sviluppando molto più velocemente. Come il missile Shahab III, che può raggiungere Israele e parte del Sud Europa e che nelle speranze iraniane potrebbe essere armato con testate nucleari.

Ma il WSJ e diversi commentatori non credono a questo argomento e ironizzano sul fatto che guarda caso le ultime informazioni di intelligence sui progressi del programma iraniano si prestano perfettamente alle intenzioni già manifestate mesi fa dall'amministrazione di accantonare il progetto di scudo dell'ex presidente Bush jr. Il «motivo più probabile», invece, scrive il WSJ è che l'amministrazione «spera di ottenere il sì della Russia in Consiglio di Sicurezza dell'Onu per sanzioni più dure nei confronti dell'Iran. Forse - ipotizza il quotidiano Usa - i russi hanno segretamente accordato questo 'do ut des', sebbene l'abbiano subito negato». La Russia, fa notare il WSJ, è solita scambiare «un pizzico di aiuto diplomatico alle Nazioni Unite per concessioni materiali da parte dell'Occidente». Questa volta la concessione è stata lo scudo antimissile, «ma la prossima volta - avverte il quotidiano - l'Occidente potrebbe essere indotto a barattare i governi filo-occidentali in Georgia e Ucraina».

E' la stessa preoccupazione del senatore repubblicano John McCain, ex avversario di Obama nella corsa alla Casa Bianca, che osserva come l'abbandono dello scudo veicoli un messaggio sbagliato, «proprio in un momento in cui le nazioni dell'Europa dell'Est temono sempre più il rinnovato avventurismo russo». D'altra parte, è sempre stato il «tragico fato dei Paesi dell'Europa centrale e orientale essere trattati come monete di scambio con la Russia», ricorda il WSJ. «Di questi tempi - conclude - meglio essere avversari dell'America che suoi amici». Il presidente Obama aveva promesso che avrebbe conquistato l'amicizia di Paesi che, sotto Bush, erano avversarsi. Ma «la realtà è che sta lavorando duramente per creare avversari laddove in precedenza aveva amici». Il quotidiano cita una lunga lista di esempi. A fronte delle aperture nei confronti dell'Iran, della Birmania, della Corea del Nord, della Russia e anche del Venezuela, registra i dissidi con Canada e Messico, Colombia e Corea del Sud, Israele, Giappone e Honduras.

Ma alcuni analisti pensano che invece di dare via libera alle sanzioni contro Teheran, Mosca potrebbe divenire ancora più intransigente, sostenendo che Washington stessa non ritiene più l'Iran una minaccia così grave, e che cinicamente potrebbe avere interesse a spingere Israele ad attaccare, così da mandare i prezzi del petrolio alle stelle e riempire in questo modo le casse del Cremlino svuotate a causa della crisi economica.

Per il New York Times, invece, il significato politico del nuovo sistema antimissile è un altro: «Piuttosto che concentrarsi in primo luogo nel proteggere gli Stati Uniti continentali, il nuovo piano sposta lo sforzo immediato sulla difesa dell'Europa e del Medio Oriente». Dai tempi delle "guerre stellari" di Reagan, ricorda il quotidiano Usa nell'analisi pubblicata oggi, la difesa antimissile è sempre stata una questione «più di politica estera che di tecnologia militare». Oggi, secondo il NYT, nelle intenzioni dell'amministrazione Obama ha una «nuova missione» politica: «convincere Israele e il mondo arabo che Washington si sta muovendo rapidamente per contrastare l'influenza dell'Iran, anche mentre apre a negoziati diretti con Teheran per la prima volta in trent'anni». Obama ora «può sostenere che lo scudo antimissile americano difenderà sia Israele che gli stati arabi, in particolare l'Arabia Saudita e l'Egitto».

Il segretario Gates ha spiegato che oltre agli incrociatori Aegis, per il nuovo scudo verranno dispiegati intercettori SM-3 con i relativi radar in Israele e nel Caucaso, senza però precisare esattamente dove. Secondo fonti militari israeliane, le sedi individuate sarebbero una base militare russa in Azerbaijan e una israeliana nel Negev. Proprio oggi, infatti, il segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, ha evocato la possibilità di un unico sistema di difesa tra Stati Uniti, Nato e Russia, mentre il premier russo Putin ha accolto la decisione di Obama definendola «giusta e coraggiosa».

Ma al di là delle ragioni tecniche e militari, che possono anche essere fondate, concede Max Boot, il danno più grave provocato dalla decisione di Obama è politico. Aver dimostrato a Putin che l'intransigenza paga, poiché Stati Uniti ed Europa non hanno la pazienza e la determinazione per affrontare Mosca. «L'amministrazione ha indubbiamente ragione quando dice che la minaccia immediata posta dall'Iran riguarda più i missili a corto raggio, e che ci vorrà tempo prima che abbia missili capaci di colpire l'Europa». Quindi, «ha senso concentrarsi su una difesa antimissile a corto raggio, e anche per quelli a lungo raggio, non necessariamente per la massima efficacia le basi devono essere collocate in Europa orientale». «Tutto questo è vero - ammette Boot - ma anche irrilevante». Ciò che conta è il significato politico che la questione dello scudo aveva assunto per i russi.

Il motivo reale della loro contrarietà è che «pensano di avere un diritto divino a minacciare l'Europa» con le loro capacità nucleari e ritengono «destabilizzante» qualsiasi cosa interferisca. Lo scudo, spiega Boot, «non costituiva alcuna minaccia per il vasto arsenale russo e Putin lo sapeva bene». La sua insistenza sul tema era dettata dall'esigenza di convincere i russi dell'esistenza di una minaccia della Nato da cui solo un «uomo forte» poteva difenderli. La decisione di Obama manda «un pericoloso segnale di irrisolutezza e debolezza, simile a quello mandato da un altro giovane presidente Usa quando incontrò i leader sovietici a Vienna nel 1961». Allora Nikita Khrushchev, ricorda Boot, uscì da quell'incontro con Kennedy convinto che fosse «molto inesperto e persino immaturo». Il risultato fu la crisi dei missili a Cuba. «C'è il rischio che Obama stia mandando un simile segnale di debolezza».

Critico anche David J. Kramer, sul Washington Post, secondo il quale l'appeasement con la Russia «non funzionerà»:
Winning Russian help in dealing with Iran as a quid pro quo is also very unlikely. Yet Obama's efforts to placate the Russians come at the expense of U.S. relations with Eastern and Central European governments that are already uneasy about the U.S. commitment to their region. Worse, rewarding bad Russian behavior is likely only to produce more Russian demands on this and other issues.
Per Thomas Donnelly, direttore del Center for Defense Studies dell'American Enterprise Institute, è «un brutto giorno per la libertà», perché la decisione di Obama non riguarda «l'utilità di una difesa antimissile, né le relazioni con la Russia o l'Iran», ma prim'ancora «il ruolo degli Stati Uniti come garanti della sicurezza internazionale»:
The Obama Administration is proving to be not a collection of foxy tacticians, but a collective hedgehog that knows one big thing: political capital spent exercising American power abroad is capital lost in reshaping American society at home. But the United States cannot preserve the liberal international order if it adopts an economy-of-force approach. Nor will that order - or the general peace, prosperity and growth of liberty that are its distinguishing features - long survive.
(...)
To be sure, we have a larger and more immediate agenda with Moscow. But each item has become a measure of our weakness and weariness: the response to the invasion of Georgia, fear of further NATO expansion, access to Afghanistan, reneging on missile defenses and desperation to sign a new nuclear arms control treaty. As Russia declines, we’re trying to console it for its losses; China wonders how to feast on the remains. This is not good news for free states, or for the larger cause of freedom and independence.

Tuesday, September 15, 2009

Ci penserà Israele

Come molti hanno in questi mesi pronosticato, alla fine a togliere le castagne dal fuoco del nucleare iraniano potrebbe essere Israele. Così la pensa anche Bret Stephens, il cui editoriale di oggi sul Wall Street Journal s'intitola: «Obama sta spingendo Israele verso la guerra».

La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.

E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".

L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.

Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.

«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».

Friday, August 07, 2009

Usa-Iran, come sta cambiando la politica di Obama

Dopo le "carote", settembre potrebbe essere il mese del "bastone"

La principale svolta di Obama nella politica estera americana, l'apertura al dialogo con l'Iran, è stata travolta dagli eventi in soli sei mesi. La crisi politica scoppiata dopo la contestata rielezione di Ahmadinejad - lungi dall'essere superata - rende prossime allo zero le già esigue possibilità di risposta positiva da parte di Teheran. Ancor più di prima, infatti, la paranoia del nemico esterno, la corsa all'atomica e la chiusura verso qualsiasi compromesso con il "Grande Satana", saranno per Khamenei e Ahmadinejad strumenti irrinunciabili per ricompattare il regime e rinsaldare il loro potere. A meno che Ahmadinejad non sia tentato dal calcolo ipotizzato qualche giorno fa da Amir Taheri.

A Washington sono consapevoli della mutata situazione. Tra l'altro, ad una lettera personale che secondo il Washington Times il presidente Obama avrebbe segretamente inviato ad Ali Khamenei agli inizi di maggio, la Guida Suprema, rivela il New York Times, avrebbe risposto in modo «deludente». Ufficialmente le porte rimangono aperte, ma Obama si aspetta una risposta entro la fine dell'anno e sono allo studio i passi successivi nel caso di una mancata, o negativa, risposta da parte di Teheran. Il piano "B", nel caso in cui la diplomazia fallisse, non prevede solo nuove sanzioni, ma anche l'opzione militare.

La mattina del 3 agosto il segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presieduto una videoconferenza con 20 funzionari del Dipartimento di Stato in servizio in sei località del mondo elette «punti di osservazione» privilegiati sull'Iran. Gli «occhi e le orecchie» dell'America sulla Repubblica islamica. Tra i funzionari è emerso un ampio consenso nel ritenere che la crisi in corso indurrà Teheran a concentrarsi sulla politica interna piuttosto che sulle sue relazioni bi e multilaterali. La Clinton ha ribadito la volontà americana di aprire con gli iraniani un «canale bilaterale», ma ha tenuto a sottolineare di aver «più volte ripetuto che in assenza di una risposta positiva da parte del governo iraniano la comunità internazionale si consulterà sui prossimi passi, e certamente i prossimi passi possono includere sanzioni».

Ma non è l'unico segnale che l'amministrazione Obama ritiene che si siano affievolite, se non del tutto azzerate, le possibilità di una risposta in tempi brevi da parte iraniana alla sua offerta di "engagement". Durante la sua visita in Israele della settimana scorsa, il segretario alla Difesa Gates ha delineato la tempistica Usa: l'Iran ha più o meno fino all'Assemblea generale Onu di metà settembre per rispondere positivamente all'offerta di negoziati bilaterali o multilaterali sul suo programma nucleare, dopo di che scatterà il tentativo di imporre sanzioni più dure, compreso un possibile embargo sull'esportazione in Iran di prodotti petroliferi raffinati, inclusi carburanti come benzina e gasolio. E' improbabile che Russia e Cina saranno d'accordo, ma gli Usa sembrano intenzionati a ottenere un regime più aggressivo di sanzioni, per aumentare la pressione e spingere l'Iran a rispondere all'offerta di dialogo, nonché per dissuadere Israele dall'agire unilateralmente.

L'amministrazione Obama in ogni caso non sembrerebbe affatto essersi rassegnata a un Iran nucleare, come aveva fatto credere l'incauta uscita di Hillary Clinton sull'«ombrello difensivo» da offrire ai Paesi arabi e del Golfo, che ha indotto molti a pensare che Obama non considerasse più inaccettabile l'atomica iraniana e che si preparasse al contenimento e alla deterrenza - linea dei realisti Scowcroft e Brzezinski, secondo cui l'Iran può essere contenuto come si è fatto con l'Urss. Una delle opzioni è quella definita dall'analista della Brookings Institution, Kenneth Pollack, «Leave it to Bibi», cioè lasciare che sia Israele ad attaccare gli impianti nucleari iraniani. Ma il messaggio recapitato da Gates ai leader israeliani sembra essere esattamente il contrario.

Secondo fonti militari e di intelligence israeliane, infatti, il segretario alla Difesa Usa avrebbe assicurato a Israele che, oltre a nuove e più dure sanzioni, l'amministrazione Obama è tornata a considerare, sia pure come ultima risorsa, l'opzione militare unilaterale contro l'Iran. Ma gli Usa avrebbero anche chiesto allo stato ebraico di lasciare che siano loro ad occuparsene. Ad avvalorare il ritorno dell'opzione militare sul tavolo, la notizia che il Pentagono sta cercando di ottenere dal Congresso i fondi necessari per accelerare il programma di costruzione della Massive Ordnance Penetrator. Una bomba da 13,6 tonnellate, che trasportata dai bombardieri invisibili ai radar B-2 sarebbe in grado di distruggere i bunker sotterranei penetrando a una profondità di 60 metri prima di esplodere.

Oggi, sul Wall Street Journal, il generale Chuck Wald ha contestato le convinzioni diffuse secondo cui le forze armate Usa sarebbero troppo «stressate», che non disporrebbero di un'adeguata intelligence per individuare i siti nucleari iraniani, né di armi in grado di distruggere i bunker sotterranei. «Se le pressioni diplomatiche ed economiche falliscono - assicura - quella militare è un’opzione tecnicamente fattibile e credibile».

Friday, July 31, 2009

L'opzione militare è tornata sul tavolo di Obama?

L'obiettivo principale della visita in Israele del segretario alla Difesa Usa, Bob Gates, era di dissuadere il governo israeliano dall'agire militarmente contro gli impianti nucleari iraniani. Israele non rinuncia certo all'opzione militare, ma è disposto ad aspettare che la politica di coinvolgimento diplomatico degli Stati Uniti nei confronti di Teheran faccia il suo corso, tanto più che Gates ha ribadito a Netanyahu che l'offerta non è illimitata nel tempo e, anzi, che Obama si aspetta una risposta entro l'autunno, magari già all'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, verso la fine di settembre.

Ma secondo alcune fonti di intelligence e militari israeliane, sarebbe anche un'altra l'assicurazione data da Gates agli israeliani: che il piano americano per fronteggiare la minaccia nucleare iraniana contempla anche il ricorso a un'azione militare unilaterale da parte degli Usa, sia pure come ultima risorsa. Gates quindi non avrebbe solo chiesto agli israeliani di aspettare ad attaccare l'Iran, per non intralciare il tentativo di dialogo della Casa Bianca, ma gli avrebbe chiesto di astenersi del tutto dall'attacco, assicurando che nel caso in cui la via diplomatica fallisse e neanche sanzioni più dure convincessero Teheran a fermarsi, ci penserebbero gli Stati Uniti a usare la forza, mentre nel frattempo Israele dovrebbe limitarsi a minacciare l'attacco per tenere gli iraniani sotto pressione, ma nulla di più.

L'azione militare unilaterale quindi rientrerebbe ancora nell'orizzonte delle opzioni che l'amministrazione Obama prende in considerazione per impedire all'Iran di dotarsi della bomba atomica e da qui forse «l'identità di vedute» celebrata con enfasi dal premier israeliano al termine dell'incontro con Gates. Tuttavia, possibili tensioni potrebbero sorgere sui tempi. Chiedendogli di lasciare che siano gli Usa a occuparsi della questione nucleare iraniana, Gates sta chiedendo a Israele di accettare la tempistica di Washington, e in particolare le stime dell'intelligence Usa sui tempi in cui l'Iran riuscirà a dotarsi di testate nucleari. Stime che differiscono da quelle israeliane, e che potrebbero rivelarsi in contrasto con le esigenze di sicurezza di Israele.

Dal messaggio che quindi Gates avrebbe recapitato ai leader israeliani non si direbbe che l'amministrazione Obama si sia rassegnata ad avere a che fare con un Iran nucleare, come invece aveva fatto temere giorni fa l'infelice uscita del segretario di Stato Hillary Clinton in Asia, quando aveva parlato di un «ombrello difensivo» americano a protezione dei paesi del Medio Oriente e del Golfo minacciati dall'atomica iraniana. A molti era comprensibilmente sembrato l'annuncio di una nuova politica - poiché era la prima volta che un membro di primo piano dell'amministrazione Usa contemplava pubblicamente l'opzione del contenimento e della deterrenza nei confronti di Teheran - e in ogni caso di un messaggio sbagliato all'indirizzo degli iraniani.

Nei giorni scorsi, al talk show Meet the press, della Nbc, la Clinton ha cercato di rimediare: «Il nostro messaggio a chi prende le decisioni in Iran è questo: se pensate di ottenere l'arma atomica per intimidire e proiettare la vostra potenza non ve lo lasceremo fare. Riteniamo inaccettabile che Teheran abbia l'atomica e non lo permetteremo, a qualunque costo», ha chiarito la Clinton a scanso di equivoci.

Solo una gaffe, quindi, non una nuova politica. Una gaffe anche secondo Charles Krauthammer, che ha ricordato come il 16 aprile del 2008, in piena corsa per le primarie democratiche, durante un dibattito con Obama la Clinton rispose molto più duramente del suo avversario sull'Iran, dicendo che se attaccasse Israele con armi nucleari, gli Stati Uniti dovrebbero rispondere «with nukes» ed estendere un «ombrello difensivo su Israele e - aggiunse - sugli altri stati nella regione». La Clinton ha ripetuto qualche altra volta quel concetto durante la campagna, per dimostrare quanto fosse determinata sull'Iran, e Krauthammer pensa che in Tailandia non abbia fatto altro che ripeterlo «inavvertitamente», senza considerare che un conto è dirlo da candidata per apparire "tosta", tutt'altra cosa da segretario di Stato, dando l'impressione, che infatti tutti hanno avuto, che gli Stati Uniti si preparassero ad accettare la realtà di un Iran nucleare e, di conseguenza, al contenimento e alla deterrenza, come con i sovietici durante la Guerra Fredda.

Wednesday, June 10, 2009

Vera svolta o solo minacce a mezzo stampa?

Sulla Corea del Nord, all'interno dell'amministrazione Obama, scrive oggi Christian Rocca su Il Foglio, sarebbe in corso una «svolta improvvisa, inattesa e in controtendenza rispetto, per esempio, alla strategia diplomatica nei confronti delle mire nucleari dell'Iran». In pratica, alla luce delle recenti provocazioni da parte di Pyongyang (i test nucleari e missilistici e la condanna ai lavori forzati di due giornaliste americane), la Casa Bianca, il Dipartimento di Stato e il Pentagono «sono arrivati alla conclusione che la politica degli incentivi in cambio della rinuncia ai programmi nucleari non funziona». Addirittura, nell'amministrazione si sentono usare toni alla Bolton e «gli analisti di politica estera vicini a Obama cominciano a parlare apertamente di cambio di regime», mentre H. Clinton ha detto che sta studiando l'ipotesi di reinserire il regime nordcoreano nella lista degli stati sponsor del terrorismo internazionale.

Le dichiarazioni di Obama a Parigi, la settimana scorsa: non intendo continuare con «una politica che premia le provocazioni» e ripenserò «in modo approfondito al modo di procedere sulla questione... Non credo che si debba dare per scontato che continueremo sulla linea del passato, quella secondo cui la Corea del Nord destabilizza costantemente la regione e noi reagiamo sempre allo stesso modo, premiandoli». Le parole del segretario alla Difesa, Robert Gates: «Sono stanco di comprare due volte lo stesso cavallo». «Clinton c'è cascato una volta, Bush un'altra. Non ci cascheremo anche noi», ha detto un anonimo della Casa Bianca citato dal New York Times, il giornale - fa bene a ricordare Rocca - «attraverso cui Obama conduce la sua politica estera».

Altri funzionari hanno detto al NYT che «Obama ha già deciso di non offrire più nuovi incentivi per smantellare il complesso nucleare di Yongbyon che i nordcoreani avevano già promesso di abbandonare tre volte». Il team di sicurezza nazionale di Obama, scrive Rocca citando il quotidiano, «ha cambiato scenario».
«Si è reso conto, come ha sempre detto John Bolton, che la priorità di Pyongyang non è quella di ricattare per ottenere soldi, cibo, petrolio, ma quella di essere riconosciuta come la capitale di uno stato nucleare. Gli uomini di Obama, soprattutto, hanno fatto trapelare al Times che la nuova interpretazione della Casa Bianca dei continui test militari nordocoreani è che siano una specie di spot pubblicitario del regime, il modo di Kim Jong Il di esporre la propria merce sul mercato globale e provare a venderla a chiunque sia interessato ad acquistare tecnologia nucleare».
E «questo cambia interamente la dinamica del nostro approccio», avrebbe detto al NYT un altro consigliere per la sicurezza nazionale.

Secondo Rocca, la condanna delle due giornaliste «ha soltanto messo la sordina a un cambio di strategia che a Washington è già in via di esecuzione». C'è da augurarselo. L'amministrazione, osserva Rocca, «non ha soltanto elevato il tono della voce, si sta impegnando ad ampio raggio con una serie di misure diplomatiche e militari per accerchiare» la Corea del Nord: stretta alle sanzioni; embargo finanziario da parte della Corea del Sud; e, con l'aiuto della Cina, fermare le spedizioni aeree e navali nordcoreane sospettate di portare armi o tecnologia nucleare.

Il rischio, visto che Pyongyang da tempo ha fatto sapere che considererebbe il blocco navale «un atto di guerra», è uno scontro aperto. Per questo Cina e Russia «tentennano nel dare il sostegno alla risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'Onu, presentata dagli americani, che autorizza esplicitamente a fermare i cargo norcoreani». Secondo la ricostruzione del NYT, scrive Rocca, «stanno cercando di convincere i cinesi che senza un loro coinvolgimento diretto l'America sarà costretta ad aumentare la presenza militare nella regione e, probabilmente, a non poter più fermare le richieste giapponesi di dotarsi anche loro di un arsenale nucleare». Quella di Obama è una vera svolta, o sono solo minacce per provare a smascherare l'ennesimo bluff di Kim? Lo vedremo nelle prossime settimane.

«Il cambio di regime a Pyongyang è la soluzione», ha ammesso John Nagl, presidente del Center for a New American Security (think tank da cui Obama ha preso uomini e idee), a Il Foglio: «Non c'è contraddizione con il resto della politica estera della Casa Bianca, perché Kim Jong Il sta commettendo un genocidio nei confronti del suo popolo». Finalmente se ne sono accorti. Chissà che nel destino di Obama non ci sia di portare la democrazia ai confini della Cina, riunificando le due coree.

Thursday, May 28, 2009

Venezuela e Iran, le relazioni pericolose

L'Iran si sta facendo aiutare dai suoi alleati in Sud America per aggirare le sanzioni economiche del Consiglio di Sicurezza dell'Onu. E' quanto emerge da un rapporto ufficiale del Ministero degli Esteri israeliano - di cui Ynetnews ha ottenuto una copia - secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono uranio a Teheran per il suo programma nucleare. Si sospetta anche che Hezbollah stia fondando cellule terroristiche nel nord del paese di Chavez e sull'isola Margarita, anch'essa territorio venezuelano. Si tratta di un «dettagliato dossier sulle attività iraniane in Sud America», spiega il sito del quotidiano israeliano in un articolo del 25 maggio. E' stato preparato in vista della visita del ministro degli Esteri Lieberman nella regione e si basa su informazioni provenienti da fonti di intelligence e diplomatiche israeliane e straniere.

L'Iran ha iniziato la sua «infiltrazione» dell'America Latina nel 1982, stringendo legami con Cuba. Poi, negli anni, ha aperto ambasciate in Messico, Brasile, Colombia, Argentina, Cile, Venezuela e Uruguay. Nel rapporto si ricorda il coinvolgimento dell'Iran negli attacchi terroristici all'ambasciata israeliana a Buenos Aires nel 1992 e all'AMIA Jewish Community Center nel 1994, sempre nella capitale argentina.

«Da quando il presidente iraniano Ahmadinejad è arrivato al potere - si legge nel dossier - Teheran ha cominciato a promuovere una politica aggressiva mirata a rafforzare i suoi legami con i paesi dell'America Latina, con lo scopo dichiarato di mettere l'America in ginocchio» e comunque di allentare il suo isolamento internazionale. Ahmadinejad e Chavez hanno in comune la volontà di sfidare gli Stati Uniti. I due paesi hanno già siglato oltre 200 accordi, istituito un volo diretto che serve regolarmente i «tecnici iraniani» e un fondo di 200 miliardi di dollari per guadagnare il sostegno di altri paesi dell'America Latina alla causa della «liberazione dall'imperialismo Usa». Il presidente Chavez in persona, secondo il dossier, ha contribuito a rafforzare i legami tra l'Iran e la Bolivia, l'Ecuador e il Nicaragua, invitando Ahmadinejad alle cerimonie di insediamento dei presidenti tenute in quei paesi.

Il dossier riporta anche lo stato dei rapporti commerciali tra l'Iran e i paesi del Sud America. Il commercio con il Brasile equivale a un miliardo di dollari; l'Uruguay vende riso a Teheran per 100 milioni di dollari; mentre il Cile acquista petrolio iraniano. Anche paesi filo-americani come Honduras, Repubblica Domenicana e Guatemala, che ricevono aiuti dal Venezuela, possono essere soggetti all'influenza iraniana, e persino l'Argentina sta costantemente accrescendo le sue relazioni commerciali con Teheran. Durante la sua prossima visita nel continente, il ministro degli Esteri israeliano intende informare i paesi dell'America Latina delle violazioni dei diritti umani di cui è responsabile il regime iraniano.

Anche l'Associated Press ha ottenuto una copia del dossier israeliano che «per la prima volta accusa Venezuela e Boliva di essere coinvolti nello sviluppo dell'atomica iraniana». Mentre la Bolivia ha depositi di uranio, a quanto risulta il Venezuela non sta estraendo uranio dalle sue riserve, che vengono stimate in 50 mila tonnellate da un'analisi pubblicata nel dicembre scorso dal Carnegie Endowment for International Peace. Secondo il rapporto del Carnegie, tuttavia, la recente collaborazione con l'Iran sui «minerali strategici» ha sollevato sospetti. In effetti, il Venezuela potrebbe estrarre uranio per l'Iran.

L'agenzia di stampa ricorda anche che il Venezuela ha espulso l'ambasciatore israeliano durante l'ultima offensiva a Gaza e Israele ha risposto espellendo a sua volta l'incaricato venezuelano. Anche la Bolivia ha tagliato i suoi legami con Israele dopo l'offensiva contro Hamas.

Il ruolo dell'Iran in America Latina è ben noto anche agli Stati Uniti. Il segretario alla Difesa, Robert Gates, nel gennaio scorso ha espresso le sue preoccupazioni circa le attività iraniane nella regione: «Sono preoccupato per il livello di un'attività francamente sovversiva che gli iraniani stanno conducendo in molti luoghi dell'America Latina. Stanno aprendo molti uffici e molte attività di facciata dietro cui interferiscono negli affari di alcuni di questi paesi», ha dichiarato Gates al Senato.

In "Iran Global Ambition", un paper del marzo 2008, Michael Rubin, dell'American Enterprise Institute, metteva in guardia l'amministrazione Usa sull'influenza iraniana in America Latina e in Africa, ravvisando un'«ambizione globale» da parte dell'Iran. «Mentre gli Stati Uniti hanno concentrato la loro attenzione sulle attività iraniane nel Grande Medio Oriente, l'Iran ha lavorato assiduamente per espandere la sua influenza in America Latina e in Africa». Solo con il presidente Ahmadinejad ha fatto significativi passi avanti nel tentativo di rafforzare il blocco anti-americano costituito da Venezuela, Bolivia e Nicaragua. E anche in Africa sta stringendo forti legami. Questi sforzi, secondo Rubin, suggeriscono che la Repubblica Islamica «sta cercando di divenire una potenza globale» e di mettere un piede sulla «soglia di casa» degli Stati Uniti.

Per espandere l'influenza iraniana in quei continenti, Ahmadinejad ha dato impulso a una «coordinata strategia diplomatica, economica e militare, che ha avuto successo non solo in Venezuela, Nicaragua, e Bolivia, ma anche in Senegal, Zimbabwe, e Sud Africa». Queste nuove alleanze sono in grado di «sfidare gli interessi americani in questi paesi e nelle rispettive regioni». La pietra angolare della politica latinoamericana di Ahmadinejad è la formazione di un asse anti-americano con il Venezuela. Mentre i rapporti con gli altri paesi poveri si basano su aiuti economici più che su una comune visione strategica, Iran e Venezuela sono ricchi di petrolio e la loro relazione è più cooperativa e strategica, e insieme hanno usato i loro petroldollari per coinvolgere altre nazioni latinoamericane e africane in iniziative contro gli interessi degli Stati Uniti.

Mentre Stati Uniti ed Europa per lo più ignorano l'Africa, l'Iran è interessato ad ogni stato africano – musulmano o no – in rotta con l'Occidente in generale e con gli Stati Uniti in particolare. Appena Sudan e Zimbabwe sono stati isolati, Teheran ha subito cercato di riempire il vuoto. L'Iran, conclude Rubin, ha una «strategia globale che Washington è stata incapace di fronteggiare: per ogni tre viaggi di Ahmadinejad in America Latina, Bush ne ha compiuto uno». Le possibilità di un successo iraniano di lunga durata sono poche, essendo i rapporti con i paesi latinoamericani e africani basati per la maggior parte su aiuti economici e non su una «solidarietà ideologica».

Tuttavia, come minimo, i nuovi alleati consentono a Teheran di mitigare l'isolamento in cui si trova e potrebbero ospitare programmi militari segreti. Nella peggiore delle ipotesi, Teheran potrebbe cooperare con Caracas per destabilizzare la Colombia di Uribe o lanciare attacchi terroristici contro gli interessi americani. Il Pentagono può aver rafforzato le difese nel Golfo Persico, ma l'Iran e i suoi alleati potrebbero colpire nel centroamerica, è lo scenario evocato da Rubin. Nel frattempo, è spuntato questo dossier israeliano secondo cui Venezuela e Bolivia forniscono all'Iran l'uranio necessario per dotarsi di armi nucleari.

Wednesday, December 24, 2008

Un'egemonia più "gentile"

Se è tempo di bilanci per il presidente uscente Bush, lo è anche per la salute della superpotenza americana, scossa da due guerre e una grave crisi economica. Se ne è occupato di recente sul Washington Post l'analista militare Robert Kaplan, editorialista del The Atlantic e senior fellow del Center for a New American Security, think tank bipartisan che propone una politica estera «forte, pragmatica e morale», dal quale Obama ha pescato alcune personalità di primo piano della sua politica di sicurezza nazionale.

Kaplan è un realista muscolare: «E' vero che c'è un ritorno al realismo, ed è una buona cosa», ha scritto tempo fa riguardo l'approccio più pragmatico e multilaterale degli ultimi quattro anni di Bush, pur ammettendo che «senza una componente idealista nella nostra politica estera, nulla ci distinguerebbe dai nostri avversari. Questa cosa, essa stessa, porterebbe al declino del potere americano».

E nel suo ultimo editoriale sul Washington Post lascia intendere tra le righe che la presidenza Bush non sia stata così disastrosa come si dice, non tanto da aver determinato il declino americano. Anzi, per questo secolo prevede che gli Stati Uniti continueranno ad essere egemoni, ma sarà «un'egemonia più gentile». Il «declinismo è nell'aria», scrive sul Washington Post: «L'ultimo luogo comune è che la combinazione tra la disastrosa guerra in Iraq, la crescita economica e militare dell'Asia, e la grave recessione in Occidente abbia punito l'America, ponendo fine alla sua egemonia mondiale. E' ora di essere modesti. C'è qualcosa di vero in questo, ma parlare di declino è esagerato».

L'analogia più appropriata gli sembra quella con l'Impero britannico dopo i moti indiani del 1857 e 1858. I tentativi di esportare i frutti della civiltà occidentale, per quanto virtuosi, provocarono la rivolta contro l'autorità imperiale. Eppure, non fu la fine dell'Impero britannico, che durò circa un altro secolo. Piuttosto, segnò il passaggio da un impero desideroso di imporre i propri valori all'estero a un impero «più tranquillo, più pragmatico, basato sul commercio, l'istruzione e la tecnologia».

«Questo è il punto in cui siamo noi oggi, dopo l'Iraq: più tranquilli, più pragmatici e con una forza militare – soprattutto la Marina – sia pure relativamente in declino, ancora molto superiore ad ogni altra sulla Terra... La potenza militare americana non sta svanendo... rimane in agguato all'orizzonte. E ciò farà la differenza. Possiamo non essere più nel "momento unipolare" di cui ha parlato Charles Krauthammer, ma non siamo nemmeno diventati come la Svezia».

Il «declinismo» tanto predicato oggi «andrà subito fuori moda alla prossima catastrofe umanitaria mondiale, quando i molti popoli irritati con le forze armate americane a causa dell'Iraq ci chiederanno di guidare una coalizione per salvare delle vite». Il fatto è che «la forza militare americana rimane una forza del bene, un fatto che sarà evidente nelle prossime crisi». Naturalmente, spiega Kaplan, «stiamo entrando in un mondo più multipolare» e ci sono altre realtà oltre a Cina e India. «Non dovremmo però sottovalutare l'influenza morale e diplomatica della combinazione tra la forza militare più presente nel mondo e un nuovo presidente che può vantare alti indici di approvazione in patria e all'estero». Per esempio, «nessun'altra potenza ha i mezzi per organizzare un accordo di pace tra israeliani e palestinesi, e il nostro intervento in Iraq non ha cambiato questo fatto».

«Tutti odiano la parola, ma gli Stati Uniti sono ancora in qualche modo egemoni, capaci di influenzare il mondo da una posizione di forza morale. Tuttavia, dopo l'Iraq, l'egemonia americana si dimostrerà cambiata come quella britannica dopo i moti indiani. Sarà una versione più benevola e temperata rispetto agli anni recenti. D'ora in poi, formeremo coalizioni piuttosto che agire da soli. Dopo tutto, è l'essenza di un lungo ed elegante declino: passare la responsabilità ad altre nazioni dalla mentalità simile non appena le loro capacità crescono».

Se per Kaplan la forza militare continuerà ad essere tra i più importanti pilastri dell'egemonia Usa, sul futuro delle forze armate americane vi segnalo, in uscita sul numero di gennaio di Foreign Affairs, un saggio del segretario alla Difesa della seconda amministrazione Bush, Robert Gates, l'unico confermato al suo posto dal presidente-eletto Obama: "Una strategia equilibrata. Riprogrammare il Pentagono per una nuova era", è il titolo.