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Friday, November 30, 2012

Perché il voto di ieri all'Onu non è per la pace, ma solo anti-israeliano

Parlamento e Farnesina esautorati: nelle mani di chi è finita la politica mediorientale italiana?

Dunque, come ampiamente previsto l'Assemblea generale ha approvato la risoluzione che sancisce per la "Palestina" all'Onu lo status di «Stato osservatore non membro». Hillary Clinton ha bollato il voto come «controproducente» per il processo di pace. Ancor più duramente ha reagito Israele: «Andando all'Onu i palestinesi hanno violato gli accordi (di Oslo, ndr), agiremo di conseguenza». «Grande delusione» è stata trasmessa dall'ambasciata israeliana a Roma per la scelta dell'Italia. Dalle ricostruzioni di stampa di questa mattina emerge che:
1) più che dalla presunzione di rilanciare il processo di pace, la scelta del governo italiano di votare "sì" è stata dovuta alla preoccupazione di non restare indietro rispetto agli altri Paesi europei del Mediterraneo nei «buoni rapporti» con i Paesi arabi. Altro che pace e questione palestinese, una scelta d'amicizia!
1a) ha giocato un ruolo anche l'idea di indebolire il premier israeliano Netanyahu in vista delle prossime elezioni politiche. Ma la mia sensazione è che, invece, alla lunga questo voto lo rafforzerà e radicalizzerà le posizioni dell'opinione pubblica israeliana. E' comunque scandaloso che Netanyahu venga equiparato ad Hamas come ostacolo alla pace.
2) gli Stati Uniti avevano chiesto all'Italia di votare "no", ma Obama non si è speso personalmente per convincere gli alleati europei. E per il fatto che non ci sono stati «contatti ai massimi livelli», il nostro sì «non si è trasformato in una questione di vita o di morte». Un altro successone di Obama, insomma.
3) il governo italiano, come conferma anche stamattina il ministro Terzi, ha concesso il suo sì all'Anp a tre condizioni: accettare che il riconoscimento dello Stato palestinese può arrivare «solo ed esclusivamente» attraverso il negoziato e l'intesa diretta tra le parti; non sfruttare il nuovo status per adire la Corte penale internazionale; impegnarsi a riaprire «immediatamente» il negoziato con Israele «senza pre-condizioni». Le stesse condizioni erano state poste da altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che però si è astenuta, perché l'Anp non ha accolto, almeno ufficialmente, nessuna di queste tre condizioni. E anzi, è evidente anche ai più sprovveduti osservatori che l'insistenza dei palestinesi per ottenere il nuovo status all'Onu è dovuta precisamente all'obiettivo di usarlo per esercitare ulteriore pressione giuridica e politica su Israele, anche ricorrendo alla Corte penale internazionale.
4) ed emergono, infine, inquietanti risvolti dal punto di vista istituzionale: se è vero che Napolitano ha avuto un peso determinante sulla decisione del governo, allora siamo fuori - per l'ennesima volta - dal dettato costituzionale: o l'attuale e i futuri presidenti della Repubblica rientrano nel ruolo previsto dalla Costituzione, oppure diventa urgente cambiare la loro legittimazione prevedendo l'elezione diretta e popolare del capo dello Stato. Ed è accettabile che il governo abbia ribaltato la politica mediorientale senza il pronunciamento del Parlamento che l'aveva espressa, non 10 anni fa ma in questa legislatura? Sarebbe interessante, inoltre, capire se c'è anche il ministro Riccardi dietro questa scelta: la Farnesina è stata esautorata dal Vaticano e dal Ministero degli esteri di Trastevere, la Comunità di Sant'Egidio, da sempre filo-araba e filo-islamica?

Ma veniamo ai principali argomenti a sostegno del sì alla risoluzione:
1) la soluzione dei "due stati per due popoli" alla base della posizione favorevole di molti degli stati europei non è stata nemmeno citata da Abbas nel suo discorso all'Onu.
2) si concede questo riconoscimento ad Abbas perché "moderato", ma nel frattempo Israele resta oggetto del lancio dei missili da Gaza? E' pensabile far compiere passi avanti ad un processo di pace in questo modo? Servirebbe l'impegno di tutte le fazioni palestinesi - Hamas compresa - non solo quello (solo presunto) dell'Anp. Come ho cercato di spiegare nel post di ieri, al di là delle migliori (o peggiori) intezioni, l'effetto di questo voto non è sganciare la causa palestinese da quella di Hamas. L'unica cosa che si sgancia è la questione - su cui non sono affatto contrario in linea di principio - della statualità, di uno Stato palestinese, dalla questione sicurezza ed esistenza di Israele. Se la prima viene affrontata, muove passi avanti, al di fuori della bilateralità, e "gratis", senza che tutte le fazioni palestinesi si impegnino ad assicurare a Israele sicurezza e diritto all'esistenza, si priva Israele dell'unica arma negoziale al di fuori della sua forza militare. A me sembra chiaro e lapalissiano, ma mi sento sempre più un pazzo nel deserto.

Friday, November 04, 2011

L'Iran vero banco di prova per Obama


Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik

Un altro pezzo della politica estera del presidente americano Barack Obama si sta sgretolando sotto i duri colpi della realtà. Il programma nucleare iraniano è tornato al centro delle agende diplomatiche e militari e si è quindi riaffacciato nelle conferenze stampa dei leader e sulle prime pagine dei giornali. Nei giorni scorsi le notizie di esercitazioni militari congiunte e un articolo del Guardian, secondo cui le forze armate britanniche stanno perfezionando i loro piani di appoggio agli Stati Uniti nel caso di un attacco contro obiettivi nucleari in Iran. Il dossier iraniano è stato al centro dell'incontro di ieri fra il ministro israeliano della Difesa Ehud Barak e il ministro britannico degli Esteri William Hague. Ed è imminente (previsto per l'8 novembre) un rapporto dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), che dovrebbe contenere informazioni allarmanti come mai prima d'ora: il programma atomico e missilistico di Teheran sarebbe in uno stato molto avanzato e il regime iraniano potrebbe essere dotato di un arsenale nucleare entro la fine del 2014. L'Iran avrebbe dimostrato - in verità come molti avevano previsto - una sorprendente resistenza alle sanzioni internazionali. I sabotaggi tramite attacchi cibernetici e gli omicidi mirati degli scienziati iraniani non avrebbero sortito gli effetti sperati, o quanto meno non sarebbero riusciti a rallentare il programma nucleare secondo le aspettative.

L'amministrazione Usa per il momento si limita allo studio di nuove e più dure sanzioni, e il presidente Obama non vorrebbe prendere in considerazione un attacco prima delle prossime elezioni presidenziali. Tuttavia, secondo le fonti del Guardian un'accelerazione della Casa Bianca verso l'opzione militare non sarebbe da escludere. Molto dipenderà dal grado di allarme che susciteranno i progressi iraniani. Le obiezioni sono sempre le stesse e riguardano il rapporto costi-benefici: dubbi sulla reale efficacia dello "strike" rispetto ai rischi di rappresaglia iraniana (non va dimenticato infatti che gli Hezbollah in Libano sono pronti in qualsiasi momento a scatenare l'inferno, alla faccia della missione Unifil). Inoltre, c'è chi è convinto che un attacco possa ricompattare il regime, che invece nel tempo che ancora ci separa dall'acquisizione della bomba potrebbe essere dilaniato dalle divisioni e/o travolto da un'ondata rivoluzionaria. Ma se i dubbi si concentrano sull'efficacia dell'attacco nell'azzerare, o arrestare il programma nucleare, è anche vero che più passano i mesi più Teheran avrà il tempo di studiare e attuare le sue contromosse per limitarne i danni. Entro i prossimi 12 mesi, infatti, gli iraniani potrebbero nascondere il loro materiale e le loro armi all'interno di bunker fortificati in grado di resistere alla pur incredibile forza di penetrazione dei missili americani e israeliani. Insomma, la finestra per un attacco potrebbe chiudersi prima di quanto si creda e ciò secondo gli inglesi potrebbe indurre il presidente Obama ad anticipare l'operazione.

In ogni caso, la politica della «mano tesa» verso Teheran inaugurata all'indomani del suo insediamento alla Casa Bianca appare ormai un pallido ricordo. Una svolta che ha avuto la sua sanzione pubblica circa un mese fa, dopo la scoperta del complotto ordito dal governo iraniano che doveva portare all'uccisione dell'ambasciatore saudita a Washington. «Continueremo ad applicare contro l'Iran le più dure sanzioni, perché il Paese venga sempre più isolato», aveva assicurato Obama in quella circostanza, aggiungendo che «nessuna opzione viene esclusa» nei confronti di Teheran. Un'espressione tipica dei "falchi" della precedente amministrazione. Dunque, lo stesso Obama che nel 2009 aveva rinunciato a sostenere l'"onda verde" contro la truffaldina rielezione di Ahmadinejad, riuscendo solo dopo molte incertezze a proferire qualche timida parola contro le violenze e sui diritti del popolo iraniano, nel timore di compromettere fin da subito la sua apertura di credito agli ayatollah, oggi ha cambiato strategia nei confronti del regime iraniano, ma l'ipotesi di un attacco militare mi sembra prematura. Per il momento con Teheran sembra più una guerra di nervi.

Certo è che l'opzione è tornata prepotentemente sul tavolo di Obama, anche perché non vanno sottovalutati i rischi di un'eventuale azione unilaterale da parte israeliana, quindi i piani militari vengono tenuti aggiornati, ma l'impressione è che non si muoverà nulla prima della scadenza del suo mandato nel 2012. Scadenza che conviene aspettare anche al governo israeliano, che a gennaio 2013 potrebbe trovare alla Casa Bianca un interlocutore più sensibile. In Israele intanto il dibattito sull'opzione militare è ancora aperto, nell'opinione pubblica e tra i vertici militari. Il premier Netanyahu e il ministro della Difesa Barak avrebbero ottenuto il via libera della propria maggioranza, ma le indiscrezioni di questi giorni su un attacco dato addirittura per "imminente" vengono interpretate come un'azione di boicottaggio ai danni del processo di costruzione del consenso attorno all'eventuale operazione. Israele infatti scioglierà il suo dilemma, se muoversi o meno in solitudine, solo nel momento in cui apparisse chiaro che gli Usa e i loro alleati non intendono in alcun caso agire, e comunque tempi e modi verranno concordati con Washington.

Strike o non strike, che sia imminente o meno, è degno di nota che il presidente Obama prenda in considerazione l'ipotesi di un attacco preventivo in pieno stile George W. Bush, a riprova del fatto che, contrariamente a quanto veniva spacciato in Europa durante la crisi irachena, il concetto negli Usa è da sempre bipartisan, non una diavoleria da neocon. Se guardiamo all'architettura legale e militare della guerra al terrorismo (Guantanamo e affini, per intenderci), nient'affatto smantellata; all'Iraq, con la conferma dei piani di ritiro di Bush; all'Afghanistan, con il "surge"; e ai bombardamenti con i droni in Pakistan e in altre zone del mondo, Obama si è rivelato persino tougher than Bush, deludendo le aspettative pacifiste dei liberal e smentendo quanti a destra temevano un presidente incline a disimpegni precipitosi, quindi debole su quanto di più delicato: la sicurezza nazionale.

La politica di Obama in Medio Oriente invece è stata un disastro. Da quel discorso di apertura pronunciato al Cairo e indirizzato nient'affatto ai popoli della regione, ma ai loro regimi autoritari, ai quali assicurava la non interferenza Usa, Obama ci ha messo tre anni per capire di dover quanto meno correggere la sua impostazione. Tre anni persi ad inseguire i falsi miti della realpolitik. E l'ha capito a suon di sberle degli eventi. C'è voluta l'"onda verde" di Teheran nel 2009, abbandonata alla brutale repressione del regime, per incrinare le sue certezze; ci sono volute le piazze arabe di questa primavera per obbligarlo a correggere il tiro, imboccando, sia pure in modo opportunistico e maldestro, la via del regime change. Adesso però è giunto il momento della verità. L'abbandono frettoloso e "obtorto collo" di Mubarak al suo destino, senza alcuna garanzia sull'esito democratico del processo politico in corso in Egitto, e il successo contro Gheddafi - della serie "ti piace vincere facile" - non si possono considerare prove sufficienti del cambio di rotta in senso pro-democracy della politica di Obama in Medio Oriente. Il vero banco di prova sono la Siria e l'Iran, i cui regimi sono ben più armati e sanguinari e dove gli interessi di Russia e Cina non rendono agevole velare di multilateralismo le proprie scelte.

Friday, May 20, 2011

Quello che non vi dicono sul discorso di Obama

Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.

Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.

Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».
Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.

Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.

Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».
Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».

Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.

Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».

Wednesday, March 17, 2010

Regime change in Iran? No, in Israele

La crisi tra Stati Uniti e Israele sulle nuove costruzioni a Gerusalemme Est, definita dall'ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren «la più seria degli ultimi 35 anni», rafforza l'impressione che questa presidenza «corteggia» i nemici dell'America, senza ottenere però alcun risultato concreto dalle sue politiche di engagement, e trascura, o addirittura maltratta, gli amici di sempre, mettendo a rischio alleanze strategiche. Non sono migliorati i rapporti con l'Europa, gli alleati nel sud-est asiatico sono preoccupati della relazione speciale che Washington cerca con Pechino, e ora si incrinano i rapporti con Israele. Finora l'unico successo di politica estera di Obama è l'Iraq, che in realtà è un successo dell'odiato George W. Bush.

Oltre alle divergenze su come affrontare la questione nucleare iraniana, un altro motivo di tensione rimasto finora latente tra Gerusalemme e Washington è esploso questa settimana. Colpa dell'annuncio improvvido, da parte di settori del governo israeliano, del via libera alla costruzione di 1.600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est, proprio durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden, quando sono mesi che l'amministrazione Obama preme per ottenere un congelamento degli insediamenti per favorire la ripresa dei negoziati, sia pure indiretti, tra israeliani e palestinesi. La tempistica infelice è apparsa uno sgarbo a Washington, ma altrettanto imprudentemente Hillary ha reagito con una richiesta («cancellare la decisione») di quelle impossibili da accettare da parte del governo israeliano, perché ne va della tenuta della sua coalizione.

Tanto che qualcuno in Israele, e qualcuno negli stessi Stati Uniti, si chiede se per caso Obama voglia far cadere Netanyahu, o per lo meno indurlo a disfarsi dell'estrema destra. Insomma, sarebbe paradossale se l'amministrazione che non pensa neanche a un regime change in Iran, lo cercasse invece in un Paese alleato, e democratico, come Israele.

Intanto, Bret Stephens, sul Wall Street Journal, ricorda a tutti che il conflitto israelo-palestinese «non è territoriale», non sono gli insediamenti il vero problema. Se si fosse trattato di terra, di buone offerte nell'ultimo decennio (Barak nel 2000 e Olmert nel 2008), che includevano persino la divisione di Gerusalemme, gli israeliani ne hanno avanzate, ma sono sempre state rigettate dai palestinesi. No, il conflitto è «esistenziale». Se gli israeliani ormai hanno ampiamente accettato l'idea di vivere con uno Stato palestinese ai loro confini, i palestinesi non sono ancora pronti. A bloccare il processo di pace non sono 1.600 case in più, ma è soprattutto la crisi di leadership palestinese, divisa tra Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza.

Wednesday, February 03, 2010

Grazie per il fatto stesso di esistere

Un trionfo l'intervento di Berlusconi alla Knesset, che ricorda quello del 2006 al Congresso Usa. Come in quella occasione ha pronunciato un discorso incisivo e ispirato. La sicurezza di Israele e il suo diritto di esistere («come stato ebraico») «una scelta etica e un imperativo morale»; l'espansione della democrazia, «a tutti i popoli della terra, nelle forme possibili», e la difesa della libertà, «come bisogno insopprimibile di ogni uomo». Queste le due premesse ideali, i principi guida, da cui a cascata derivano tutte le posizioni espresse dal premier nel suo discorso.

Non può che essere netta e rigorosa, dunque, la posizione sulla minaccia nucleare iraniana, su cui non è consentito alcun cedimento. Berlusconi si è impegnato ad agire presso la comunità internazionale per «impedire e sconfiggere i disegni iraniani», ha chiesto «sanzioni efficaci», avvertendo Teheran che «gli sforzi di dialogo non possono essere frustrati dalla logica dell'inganno e della perdita di tempo». Ha definito il popolo ebraico «un fratello maggiore» e quindi rinnovato il suo «sogno e auspicio» di vedere Israele «membro a pieno titolo dell'Unione europea», in quanto «stato libero e democratico in tutto eguale alle democrazie europee».

La centralità dei principi della democrazia e della libertà nel suo discorso emerge anche dal passaggio in cui Berlusconi ringrazia Israele per il solo fatto di esistere: è in quanto «più grande esempio di democrazia e libertà in Medio Oriente», e in qualità di «simbolo della possibilità di far vivere la democrazia anche al di fuori dei confini dell'Occidente», che «noi liberali di tutto il mondo vi ringraziamo per il fatto stesso di esistere». E' vero, l'esistenza dello Stato di Israele va ben oltre il valore dell'autodeterminazione del popolo ebraico, interessa e parla a tutto il mondo di uno sviluppo in democrazia e libertà.

Notevole anche la consapevolezza della sfida posta dal terrorismo al vivere civile e democratico nel mondo post-11 settembre. Nessuna ambiguità e nessuna equivalenza da parte del premier, che non teme di definire «giusta» la reazione di Israele ai missili di Hamas lanciati da Gaza, cosa che ha subito scandalizzato i "benpensanti" di Repubblica. E ricorda che l'Italia «si macchiò dell'infamia delle leggi razziali», ma anche che «il popolo italiano trovò la forza di riscattarsi attraverso la lotta di liberazione dal nazifascismo». Oggi quella guidata da Berlusconi è un'Italia molto diversa, anche da quella filoaraba e filopalestinese degli anni '70 e '80 (e di D'Alema): Netanyahu lo riconosce a Berlusconi: «Sotto la tua guida l'Italia è diventato un Paese leader morale contro negazionismo e antisemitismo».

Tuesday, September 15, 2009

Ci penserà Israele

Come molti hanno in questi mesi pronosticato, alla fine a togliere le castagne dal fuoco del nucleare iraniano potrebbe essere Israele. Così la pensa anche Bret Stephens, il cui editoriale di oggi sul Wall Street Journal s'intitola: «Obama sta spingendo Israele verso la guerra».

La strategia iraniana riguardo la risposta da dare all'offerta di dialogo rinnovata dal presidente Obama e dal gruppo 5+1 sul programma nucleare si sta delineando: deciso no in pubblico, dalle più alte cariche; ni più sottovoce, presentando funzionari di medio livello a qualche incontro, elargendo qualche concessione all'Aiea. Quanto basta per illudere l'Occidente ancora per qualche mese che una porta possa aprirsi. Un andazzo che sembra avvalorare l'ipotesi di Amir Taheri, secondo cui Teheran sa che tutto sommato le conviene una qualche forma di dialogo, sia pure strumentale, solo per prendere ulteriore tempo. Un anno o due di negoziati con Obama - è il ragionamento di Taheri - sarebbero utili all'Iran per acquisire tutti i mezzi tecnologici e industriali per dotarsi di un arsenale nucleare e per migliorare - con l'aiuto di Cina, India, Russia, Austria e Brasile - la sua industria di raffinazione, in modo da poter sopportare un eventuale embargo.

E infatti, a fronte di dichiarazioni pubbliche di estrema chiusura sul nucleare da parte dei leader supremi della Repubblica islamica - il presidente Ahmadinejad e l'ayatollah Khamenei - ad un livello più basso qualcosa si sta muovendo. Il capo negoziatore Jalili ha accettato di incontrare il primo ottobre prossimo i rappresentanti del gruppo 5+1, i quali per preparare l'incontro si riuniranno a New York in occasione dell'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, quando tra l'altro è atteso l'intervento di Ahmadinejad. Tra squilli di tromba i mainstream media già annunciano l'inizio dei negoziati, ma le cose stanno molto diversamente e anche l'amministrazione Obama sembra cauta. L'Alto rappresentante dell'Ue per la politica estera e di sicurezza, Javier Solana, aveva chiesto a Jalili un incontro probabilmente per comprendere meglio il significato del «deludente» pacchetto di proposte inviato da Teheran, in cui non si menziona il programma nucleare. Per capire, insomma, se va intepretato come un "no".

L'incontro del primo ottobre, probabilmente in Turchia, non rappresenta quindi un inizio formale dei negoziati sul dossier nucleare iraniano. «Pensiamo di affrontare di petto la questione del mancato rispetto dei loro obblighi», ha spiegato il portavoce del Dipartimento di Stato Ian Kelly. Ma «non abbiamo intenzione di iniziare un intero nuovo processo; andremo a sederci e avremo l'occasione di spiegare loro direttamente qual è loro scelta». Per gli Stati Uniti a capo della delegazione ci sarà il sottosegretario agli Esteri William Burns.

Ma già si intravede il copione dei prossimi mesi: dopo qualche settimana di annusamenti per capire se davvero Teheran ha scelto il dialogo, con l'Occidente abilmente impantanato nel sondare ogni minimo spiraglio, Usa e Ue adotteranno nuove sanzioni (forse, ma è improbabile, anche sui prodotti petroliferi raffinati, come benzina e gasolio, di cui Teheran è bisognosa). Russia e Cina si opporranno e quindi l'Iran potrà tranquillamente aggirarle. Intanto, il tempo trascorrerà velocemente e arriverà il momento in cui Israele non potrà più permettersi di aspettare e attaccherà gli impianti nucleari iraniani. Forse la prossima primavera. D'altronde, il segretario alla Difesa Usa, Robert Gates, aveva chiesto al premier Netanyahu di aspettare l'esito della "mano tesa" di Obama e di far condurre i giochi agli Usa senza intromettersi, ma non ha negato in linea di principio il diritto di Israele a difendersi preventivamente, né il via libera dell'America.

«Più gli Usa ritarderanno ad agire duramente nei confronti di Teheran, più è probabile che Israele attacchi quanto prima», osserva Stephens. Forse Obama pensa di lasciare che sia Israele a risolvere il problema, per poi unirsi al coro di condanne internazionali per non dare l'impressione di aver avallato l'attacco? Probabile, ma secondo Stephens non è nell'interesse degli Stati Uniti che Israele sia «lo strumento del disarmo dell'Iran». Il fatto è che presumibilmente un attacco di Israele potrà solo ritardare il nucleare iraniano, non azzerarlo come forse può riuscire a fare la potenza di fuoco americana. E gli effetti sul prezzo del petrolio sarebbero imprevedibili, così come la rappresaglia iraniana, che potrebbe coinvolgere obiettivi americani, o interessi strategici americani in Iraq e nel Golfo persico. Ma soprattutto, conclude Stephens, «sarebbe come abdicare alle responsabilità di superpotenza appaltare a un altro stato, anche se stretto alleato, le questioni di guerra e di pace».

Friday, July 31, 2009

L'opzione militare è tornata sul tavolo di Obama?

L'obiettivo principale della visita in Israele del segretario alla Difesa Usa, Bob Gates, era di dissuadere il governo israeliano dall'agire militarmente contro gli impianti nucleari iraniani. Israele non rinuncia certo all'opzione militare, ma è disposto ad aspettare che la politica di coinvolgimento diplomatico degli Stati Uniti nei confronti di Teheran faccia il suo corso, tanto più che Gates ha ribadito a Netanyahu che l'offerta non è illimitata nel tempo e, anzi, che Obama si aspetta una risposta entro l'autunno, magari già all'apertura dell'Assemblea generale dell'Onu, verso la fine di settembre.

Ma secondo alcune fonti di intelligence e militari israeliane, sarebbe anche un'altra l'assicurazione data da Gates agli israeliani: che il piano americano per fronteggiare la minaccia nucleare iraniana contempla anche il ricorso a un'azione militare unilaterale da parte degli Usa, sia pure come ultima risorsa. Gates quindi non avrebbe solo chiesto agli israeliani di aspettare ad attaccare l'Iran, per non intralciare il tentativo di dialogo della Casa Bianca, ma gli avrebbe chiesto di astenersi del tutto dall'attacco, assicurando che nel caso in cui la via diplomatica fallisse e neanche sanzioni più dure convincessero Teheran a fermarsi, ci penserebbero gli Stati Uniti a usare la forza, mentre nel frattempo Israele dovrebbe limitarsi a minacciare l'attacco per tenere gli iraniani sotto pressione, ma nulla di più.

L'azione militare unilaterale quindi rientrerebbe ancora nell'orizzonte delle opzioni che l'amministrazione Obama prende in considerazione per impedire all'Iran di dotarsi della bomba atomica e da qui forse «l'identità di vedute» celebrata con enfasi dal premier israeliano al termine dell'incontro con Gates. Tuttavia, possibili tensioni potrebbero sorgere sui tempi. Chiedendogli di lasciare che siano gli Usa a occuparsi della questione nucleare iraniana, Gates sta chiedendo a Israele di accettare la tempistica di Washington, e in particolare le stime dell'intelligence Usa sui tempi in cui l'Iran riuscirà a dotarsi di testate nucleari. Stime che differiscono da quelle israeliane, e che potrebbero rivelarsi in contrasto con le esigenze di sicurezza di Israele.

Dal messaggio che quindi Gates avrebbe recapitato ai leader israeliani non si direbbe che l'amministrazione Obama si sia rassegnata ad avere a che fare con un Iran nucleare, come invece aveva fatto temere giorni fa l'infelice uscita del segretario di Stato Hillary Clinton in Asia, quando aveva parlato di un «ombrello difensivo» americano a protezione dei paesi del Medio Oriente e del Golfo minacciati dall'atomica iraniana. A molti era comprensibilmente sembrato l'annuncio di una nuova politica - poiché era la prima volta che un membro di primo piano dell'amministrazione Usa contemplava pubblicamente l'opzione del contenimento e della deterrenza nei confronti di Teheran - e in ogni caso di un messaggio sbagliato all'indirizzo degli iraniani.

Nei giorni scorsi, al talk show Meet the press, della Nbc, la Clinton ha cercato di rimediare: «Il nostro messaggio a chi prende le decisioni in Iran è questo: se pensate di ottenere l'arma atomica per intimidire e proiettare la vostra potenza non ve lo lasceremo fare. Riteniamo inaccettabile che Teheran abbia l'atomica e non lo permetteremo, a qualunque costo», ha chiarito la Clinton a scanso di equivoci.

Solo una gaffe, quindi, non una nuova politica. Una gaffe anche secondo Charles Krauthammer, che ha ricordato come il 16 aprile del 2008, in piena corsa per le primarie democratiche, durante un dibattito con Obama la Clinton rispose molto più duramente del suo avversario sull'Iran, dicendo che se attaccasse Israele con armi nucleari, gli Stati Uniti dovrebbero rispondere «with nukes» ed estendere un «ombrello difensivo su Israele e - aggiunse - sugli altri stati nella regione». La Clinton ha ripetuto qualche altra volta quel concetto durante la campagna, per dimostrare quanto fosse determinata sull'Iran, e Krauthammer pensa che in Tailandia non abbia fatto altro che ripeterlo «inavvertitamente», senza considerare che un conto è dirlo da candidata per apparire "tosta", tutt'altra cosa da segretario di Stato, dando l'impressione, che infatti tutti hanno avuto, che gli Stati Uniti si preparassero ad accettare la realtà di un Iran nucleare e, di conseguenza, al contenimento e alla deterrenza, come con i sovietici durante la Guerra Fredda.

Wednesday, June 03, 2009

Possiamo aspettarci che Obama riprenda la "Freedom Agenda"?

Qualche indicazione sul discorso che domani Obama terrà al Cairo, all'università di al Azhar, l'abbiamo avuta dall'intervista che il presidente Usa ha rilasciato ieri alla Bbc. Niente "scuse" al mondo musulmano, mentre dovrebbe rispuntare la "Freedom Agenda".
«Il messaggio che spero di far arrivare è che democrazia, stato di diritto, libertà d'espressione e di religione non sono semplicemente principi dell'Occidente, ma sono principi universali, che loro possono abbracciare, che possono essere difesi ovunque, affermati ovunque come parte di ogni identità nazionale».
Un concetto caro, quello dell'universalità di principi come democrazia e libertà, anche al predecessore di Obama. Però, avverte il nuovo presidente, l'America non deve «imporre» o «dare lezioni», ma «incoraggiare e promuovere», piuttosto essere di esempio.

Al giornalista che gli fa notare come il governo israeliano non abbia alcuna intenzione di fermare gli insediamenti in Cisgiordania, come richiesto invece da Washington, Obama non risponde puntando il dito su Netanyahu ma sottolineando gli inadempimenti della road map da parte palestinese e araba:
«Penso che non abbiamo ancora visto gesti da parte di altri stati arabi e dei palestinesi che possano venire incontro ad alcune delle preoccupazioni israeliane».
Riguardo il nucleare iraniano, Obama ha ribadito la sua posizione:
«Sebbene non vogliamo fissare delle scadenze artificiali sul processo negoziale, vogliamo essere certi alla fine di quest'anno di vedere davvero progredire un processo serio. E penso che potremo valutare se gli iraniani sono seri o non lo sono».
Il presidente ha confermato anche la sua "linea rossa": legittimo l'interesse di Teheran per l'energia nucleare civile; legittime le sue aspirazioni nella regione. Ma «la comunità internazionale ha un interesse molto concreto» a impedire la proliferazione delle armi atomiche nella regione.

Possiamo davvero aspettarci che domani Obama riprenda la "Freedom Agenda" di Bush? Secondo Paul Wolfowitz, «una delle tante aspettative che si spera Obama disattenderà è proprio quella secondo cui abbandonerà» la "Freedom Agenda" del suo predecessore. «Sarebbe un grande errore, per gli Stati Uniti e per il mondo musulmano». Al contrario, dice Wolfowitz, «deve contrastare i miti e le menzogne sugli Stati Uniti in cui si crede comunemente in molte parti del mondo musulmano e far presente al suo uditorio alcune scomode verità. Ma ha anche l'opportunità, che gli deriva in una parte non piccola dalla sua notevole carriera, di sostenere che i principi e i valori politici a volte erroneamente etichettati come "occidentali" sono invece adatti anche al mondo musulmano». Dovrebbe inoltre «chiarire che la sua decisione di parlare al Cairo non significa che è indifferente a come il governo egiziano tratta il suo stesso popolo, nonostante l'importanza dell'Egitto nel processo di pace arabo-israeliano e come alleato nel confronto con l'Iran».

Il presidente, insiste Wolfowitz, dovrà essere «onesto» con il mondo musulmano, soffermandosi sulle «vere cause della povertà e della tirannia» nella regione, che nulla hanno a che fare con l'America e l'Occidente; dovrà «contrastare la credenza secondo cui gli Stati Uniti sarebbero indifferenti alla sorte dei musulmani o, peggio, secondo cui demonizzerebbero l'Islam», ricordando le molte occasioni negli ultimi 20 anni in cui l'America «ha rischiato le vite dei suoi uomini e delle sue donne - in Kuwait, in Somalia, in Bosnia e nel Kosovo, per non citare Afghanistan e Iraq - per aiutare i musulmani afflitti dalla tirannia o dalla fame». Dovrebbe dir loro del «profondo rispetto che gli americani hanno della fede in generale e dell'islam in particolare come una delle più grandi religioni del mondo», ribadendo di essere consapevole che «le azioni degli estremisti non rappresentano la maggioranza dei musulmani, come Bush ha ripetutamente sottolineato».

Obama dovrebbe poi «chiarire che gli Stati Uniti non credono che la democrazia debba essere imposta con la forza, né far pensare che la stabilità non sia importante... ma anche sottolineare che la vera stabilità richiede di dare ai democratici liberali del paese che sono perseguitati lo spazio per cominciare a far crescere istituzioni libere, piuttosto che lasciare il campo interamente agli estremisti che sanno organizzarsi efficacemente in segreto». Uno di questi egiziani liberali, Ayman Nour, si è chiesto di recente se Obama "confermerà il suo impegno per la democrazia, o se sceglierà l'appeasement con dittatori e aggressori". Un singolo discorso non può rispondere in modo definitivo a questa domanda - conclude Wolfowitz - ma si spera che domani, al Cairo, Ayman Nour sarà soddisfatto delle parole di Obama».

Sul Wall Street Journal di ieri un altro attivista democratico egiziano, Saad Eddin Ibrahim, ha rivolto a Obama il suo appello per la democrazia nel suo paese:
«Gli egiziani sia in Egitto che nel mondo stanno invocando il cambiamento... quindi un presidente americano eletto su una piattaforma di cambiamento è musica per le orecchie degli egiziani».
Una «cosa notevole» che Obama «può fare per l'Egitto e il mondo musulmano è offrire l'aiuto americano per rendere migliori i governi». Dovrebbe «promuovere» lo stato di diritto, elezioni democratiche, e limiti ai mandati di presidenti eletti democraticamente. «Probabilmente - si rende conto Ibrahim - i consiglieri di Obama suggeriranno al presidente di evitare di offendere» Mubarak. Ma «con una mossa simile conquisterebbe i cuori e le menti di un miliardo e mezzo di musulmani per sempre». Con la sua abilità comunicativa, Obama «dovrebbe trovare un modo per lanciare l'idea e offrire un piano Marshall di incentivi finanziari, e poi invitare gli egiziani e gli altri musulmani a fare il resto».

Obama sa quello che sta per fare in Egitto, si dice sicuro Thomas Friedman, che ha di recente avuto una conversazione telefonica con il presidente: «Tutti vogliono la pace, ma nessuno vuole pagarne il prezzo». Un «passaggio chiave» del suo discorso al Cairo sarà rivolto a costoro:
«Basta dire una cosa in privato e sostenerne un'altra in pubblico. Molti paesi arabi sono più preoccupati dell'Iran che si sta per dotare di armi nucleari che di Israele, ma non vogliono ammetterlo. Molti israeliani riconoscono che la loro attuale strada è insostenibile, e che devono prendere decisioni difficili sugli insediamenti per una soluzione "a due stati" — che è nel loro stesso interesse di lungo termine — ma non vogliono riconoscerlo pubblicamente. Molti palestinesi riconoscono che l'incitamento permanente e la retorica negativa contro Israele non ha portato alcun beneficio per il loro popolo, ma non vogliono dirlo a voce alta».
Il presidente, assicura Friedman, non si illude che un discorso possa far miracoli. «Ciò che credo - ha detto Obama all'editorialista del NYT - è che se ci impegnamo a parlare direttamente alle piazze arabe, e se si convincono che stiamo agendo in modo sincero, allora sia esse che i loro leader saranno più inclini a lavorare con noi». Parte della «battaglia dell'America contro i terroristi consiste nel cambiare i cuori e le menti della gente che reclutano». Per avere qualche speranza di riuscita, però, Obama deve riprendere la "Freedom Agenda" di Bush e portarla avanti con maggiore coerenza. Vorrà, e/o saprà, farlo?

Tuesday, May 19, 2009

Sei mesi ancora

La buona notizia dei colloqui di ieri tra Netanyahu e Obama è che il presidente americano ha dato al dialogo con l'Iran sei mesi di tempo per produrre risultati, dopo di che in caso di esiti non soddisfacenti è probabile che l'amministrazione riveda la sua strategia di apertura.

E' vero che Obama si è detto contrario a fissare ultimatum e scadenze nel dialogo con Teheran sul nucleare, ma di fatto una linea rossa l'ha tracciata, spiegando che intende capire «entro la fine dell'anno» se l'Iran sta compiendo «uno sforzo sincero per appianare le divergenze» e se i colloqui «stanno iniziando a produrre o meno benefici effettivi». Obama pensa quindi a una finestra di dialogo tra giugno, dopo le elezioni presidenziali iraniane, e la fine dell'anno, entro cui dovranno vedersi «gesti concreti da parte degli iraniani». «Non prolungheremo i colloqui per sempre», ha comunque assicurato al premier israeliano, riconoscendo che i progressi diplomatici devono verificarsi entro quest'anno.

La cattiva notizia - ma non poteva essere altrimenti in un momento di apertura al dialogo - è che Obama, pur non escludendo una «serie di misure» contro l'Iran, ha citato solo le sanzioni come ipotesi peggiore, e nemmeno indirettamente, nemmeno come ultima risorsa, il ricorso all'uso della forza. Netanyahu da parte sua ha spiegato a Obama che «non vi è mai stato un momento come questo in cui israeliani e arabi vedono una minaccia comune» nelle ambizioni egemoniche di Teheran. Ha pienamente ragione e a mio avviso è un elemento da non sottovalutare. Questa inedita convergenza di interessi tra arabi e israeliani dovrebbe essere un'opportunità da sfruttare fino in fondo per il processo di pace.

Dai colloqui abbiamo avuto anche l'ennesima conferma del fatto che il governo israeliano rifiuta di farsi coinvolgere nella retorica della "soluzione a due-stati". Una formula che rischia di svuotarsi di ogni possibilità concreta di pace se serve a coprire una realtà in cui continuano le minacce all'esistenza di Israele a dispetto delle sue concessioni territoriali. Ciò non significa che il governo Netanyahu sia contrario all'autogoverno dei palestinesi o, in prospettiva, alla creazione di uno stato palestinese, ma che ora non pronunciando l'espressione "due-stati-per-due-popoli" vuole marcare una rottura rispetto ai mesi e agli anni passati in cui le risposte alle concessioni di Israele sono state le aggressioni di Hamas ed Hezbollah. Non manca tuttavia chi, come Bret Stephens, sostiene che a Netanyahu converrebbe comunque adottare quell'espressione.

Dopotutto, Netanyahu ha comunque assicurato che Israele «non vuole governare i palestinesi» e che è disponibile a iniziare «immediatamente» i negoziati, e si è detto consapevole che dovrà fare ulteriori concessioni ai palestinesi. L'unica condizione è il riconoscimento del diritto di Israele a esistere come stato ebraico e il coinvolgimento degli stati arabi della regione nell'accordo di pace.

Sulla questione del nucleare iraniano Obama e Netanyahu sembrano quindi aver raggiunto un compromesso, seppure temporaneo: per dare una chance alla diplomazia, Israele eviterà qualsiasi confronto con l'Iran quest'anno. Obama sembra essere andato incontro a Netanyahu con questa sottintesa tempistica, anche se non si è espresso in termini così energici come Israele desiderava. Per il Jerusalem Post, invece, è Obama a «dettare le condizioni», e a Netanyahu non rimane che fare buon viso a cattivo gioco.

Sei mesi, d'altronde, potrebbero bastare all'Iran per dotarsi della prima testata nucleare. E' quanto emerso da un'audizione, alla Commissione Affari esteri del Senato, di Robert Morgenthau. Il «leggendario» procuratore distrettuale di Manhattan ha presentato la «lista della spesa nucleare» di Teheran. Ha spiegato cioè come, attraverso quali canali, aggirando le sanzioni, gli iraniani stanno cercando di ottenere tutti gli «ingredienti» per un arsenale di distruzione di massa. In particolare, materiali che servono per l'arricchimento dell'uranio e per missili a lungo raggio.
We have consulted with top experts in the field from MIT and from private industry and from the CIA... Frankly, some of the people we've consulted are shocked by the sophistication of the equipment they're buying.
Informazioni, quelle fornite da Morgenthau, avvalorate anche da un rapporto interno della Commissione, presieduta da John Kerry, secondo cui l'Iran «sta compiendo progressi nucleari su tutti i fronti» e «potrebbe essere in grado di produrre uranio a gradazione per le armi in quantità sufficienti per una bomba entro sei mesi». «It's late in the game, and we don't have a lot of time», ha concluso Morgenthau.

Friday, May 15, 2009

Non una soluzione a 2-stati ma a 57-stati

Mentre tutti gli occhi dei media sono ancora puntati sul Papa che sta concludendo la sua visita in Terrasanta, e sul messaggio di pace e di speranza che ha portato a israeliani e palestinesi, è al re di Giordania che bisogna guardare per capire cosa si sta muovendo sul piano politico.

Obama scoprirà le sue carte solo dopo aver ascoltato Netanyahu, che andrà da lui alla Casa Bianca la prossima settimana. Ma con grande lucidità, re Abdullah II ha spiegato in un'intervista concessa al Times che «non si tratta di una soluzione a due stati, ma di una soluzione a 57 stati», dimostrando di cogliere uno dei nodi chiave che ostacola la pace tra israeliani e palestinesi. Ovviamente non intende dire che Israele o i palestinesi debbano rinunciare ad un proprio stato sovrano, ma che la retorica "due popoli-due stati" spesso nasconde il fatto che la soluzione passa per il riconoscimento di Israele da parte dei paesi arabi. Quella dei due-stati, inoltre, fa notare qualcuno, potrebbe non essere affatto la soluzione, se poi uno dei due impegna tutte le sue risorse ed energie a cercare di annientare l'altro.

Da tempo il re giordano lavora intensamente alla proposta di pace araba e forse mai come in questo momento le condizioni sono state così favorevoli al riconoscimento di Israele da parte dei paesi arabi della regione, spaventati dalle ambizioni egemoniche e dalle infiltrazioni destabilizzanti dell'Iran più di quanto ormai siano disturbati dalla presenza di Israele. E' un'ipotesi su cui non bisogna nutrire troppe illusioni, perché troppe volte è sfumata, ma c'è da augurarsi davvero che finalmente nelle capitali arabe sia "esplosa" la consapevolezza che è arrivato il momento di riconoscere Israele. Decisive saranno anche le pressioni che Obama vorrà, o saprà, esercitare.

Il re giordano ha già incontrato Obama (il 21 aprile), e nel corso della sua visita a Washington è intervenuto al Center for Strategic and International Studies. Ma la sua intervista al Times ha riscosso grande attenzione a Gerusalemme, forse così tanta da spingere Netanyahu a precipitarsi a sorpresa in Giordania per parlargli di persona prima di attraversare l'Atlantico. Forse non stiamo parlando dell'"opzione giordana", ma il ruolo di Abdullah II viene considerato di primaria importanza, addirittura «vitale» lo definisce il Jerusalem Post.

Thursday, April 09, 2009

L'antipatico Lieberman e le sue scomode verità

Sarà in Italia a maggio, invitato da Frattini, il controverso nuovo ministro degli Esteri israeliano, Avigdor Lieberman. Il premier israeliano Netanyahu lo ha voluto nel suo governo per suggellare l'allleanza con il partito nazionalista Israel Beitenu. Immigrato dalla ex Unione sovietica, con le sue opinioni politicamente scorrette sugli arabi e la sua posizione iconoclasta nei confronti dei tabù del processo di pace ha già suscitato la riprovazione delle cancellerie europee e dei mainstream media occidentali e arabi, che lo hanno definito di «estrema destra», «guerrafondaio», «razzista», «pericoloso» per Israele stesso.

Eppure, non gli si può dar torto quando dice che il processo di pace tra israeliani e palestinesi è «a un vicolo cieco» e che servono «nuove idee». Non sia mai! Lesa maestà! Le sue parole sono state interpretate come un attacco diretto alla soluzione "due popoli, due stati", sponsorizzata dalla comunità internazionale. Una formula che però con il tempo rischia di diventare vuota retorica, un tabù a cui nell'impasse diplomatico si aggrappano i membri del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) per far credere all'opinione pubblica che sono tutti impegnati per la pace.

«Il governo di Israele non ha mai ratificato Annapolis, né lo ha fatto la Knesset». La colpa di Lieberman è di affermare, ben poco diplomaticamente, verità note a tutti, ma anche scomode per tutti. Servirebbe, invece, un "reality check". Annapolis è morta quando l'anno scorso Mahmoud Abbas e Ahmed Qurei hanno rifiutato l'offerta di Olmert e della Livni: praticamente tutta la Cisgiordania. A seguito delle polemiche suscitate, Lieberman ha poi precisato che Israele si ritiene comunque tenuto a onorare l'itinerario di pace tracciato dal Quartetto. Infatti, nonostante tutto, il governo Netanyahu-Lieberman-Barak è impegnato per la creazione di uno Stato palestinese attraverso la "road map". Un risultato che però – pochi lo rammentano – la stessa "road map" condiziona alla fine della violenza e del terrorismo da parte palestinese. L'idea dei "due stati" va congelata fino a quel momento.

E' innegabile infatti che il principio "terra in cambio di pace", su cui si è fin qui basata la soluzione "due popoli, due stati", è stato screditato dai lanci di razzi di Hamas e dalla guerra con Hezbollah nel 2006. Visti con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità incece di pace. Secondo Michael Oren, del Washington Institute for Near East Policy, «l'opinione pubblica israeliana è disillusa sul processo di pace, e sta realizzando che il conflitto non riguarda più il 1967, ma il 1948. In altre parole, non è più per le terre, ma per l'esistenza stessa di Israele». Le terre da cui gli israeliani si ritirano non vengono viste da organizzazioni come Hamas come presupposti per la costituzione del futuro stato palestinese, ma come avamposti più avanzati da cui far partire i razzi e le offensive contro Israele.

Secondo il Jerusalem Post, quindi, il nuovo esecutivo sarebbe alla ricerca di nuove strade: non più concessioni e ritiri, ma una controparte finalmente pronta ad abbandonare il terrorismo. Per questo Netanyahu sta pensando ad una "pace economica" e a come sviluppare istituzioni palestinesi in grado di contrastare efficacemente le organizzazioni terroristiche. Demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania, anche se per ora l'esercito israeliano dovrà rimanervi, potrebbe essere nel frattempo un'idea per porre fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo de facto quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese. «Invece che preoccuparci di Lieberman – osserva Emanuele Ottolenghi – in Europa faremmo bene a chiederci su chi possiamo sperare a Ramallah e a Gaza».

Ad ostacolare il processo di pace c'è sempre il retropensiero, l'illusione coltivata dai palestinesi che un giorno la Siria, o più probabilmente l'Iran, possano cancellare in un sol colpo Israele dalla faccia della terra, risolvendo tutti i loro problemi. Ecco perché la minaccia atomica iraniana domina l'orizzonte politico israeliano. E' una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici israeliani, tanto che Netanyahu ha voluto il leader laburista Barak nel suo governo, proprio per avere un sostegno politico sufficientemente ampio, e per condividere la responsabilità di decisioni delicatissime, dai possibili esiti drammatici anche in caso di successo, in quella che si profila essere la più difficile sfida alla sopravvivenza di Israele almeno dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967, se non dall'indipendenza del '48. America ed Europa non si facciano illusioni: Netanyahu e Barak condividono la stessa visione sull'Iran, la Siria e le istituzioni palestinesi.

Monday, February 23, 2009

Israele alla ricerca di un governo di centro-destra

La Livni continua a resistere alle avances di Netanyahu, incaricato dal presidente Peres di formare un governo di larghe intese. Il partito centrista Kadima, infatti, è uscito vittorioso dalle elezioni politiche della scorsa settimana, ma per un solo seggio, e per la prima volta nella storia di Israele il primo ministro potrebbe non essere il leader del partito che ha più seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano.

Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.

Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.

Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.

Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.