Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma Gheddafi sembra un gigante di astuzia e coraggio
Il fallimento politico dell'Europa è sotto gli occhi di tutti, e la mancanza di una politica comune sull'immigrazione - persino di fronte ad una emergenza conclamata come quella di queste settimane a causa di rivolgimenti epocali in Nord Africa - ne è solo una delle tante prove lampanti. Detto questo, però, sorprende che il governo italiano abbia potuto pensare di cavarsela con il trucchetto dei permessi temporanei come forma di pressione su Parigi e Berlino. L'effetto è stato quello di irrigidire le posizioni. Il paradosso è un totale ribaltamento degli approcci. Roma, quella dei respingimenti in mare, pretenderebbe che un permesso di soggiorno, addirittura temporaneo, concesso da un solo stato membro, valesse come lasciapassare per gli immigrati in tutta Europa. E' ovvio invece - e l'Italia dovrebbe essere la prima a ricordarlo e ad applicarlo - che senza documento d'identità e mezzi di sostentamento, com'è scritto sul trattato di Schengen, non si ha diritto ad andare da nessuna parte. Proprio noi ne avevamo fatto - a mio avviso giustamente - un pilastro su cui poggiare la legittimità delle espulsioni dei rom, anche quelli con cittadinanza di Paesi Ue. Mentre, improvvisamente, a Bruxelles chi aveva criticato la nostra politica dei respingimenti e le espulsioni dei rom adesso fa il muso duro.
Paradossi di una politica europea che si è "italianizzata" nel senso deteriore del termine, dove cioè demagogia, ipocrisie e calcoli elettoralistici sembrano sempre più essere gli istinti guida. E' altrettanto palese che la stragrande maggioranza degli immigrati (pochi sono profughi) che approdano sulle nostre coste, per lo più tunisini, sono diretti proprio in Francia e in Germania, dove hanno già pezzi delle loro famiglie. Ma se questi Paesi sono pronti a procedere con i respingimenti, a maggior ragione dobbiamo farlo noi, anche se sarà più difficile a causa della conformazione dei nostri confini. I campi di concentramento sono un'indecenza. O abbiamo la forza di riportare subito indietro chi sbarca, nell'arco di poche ore; oppure, si mette loro in mano un bell'assegno purché attraversino la frontiera diretti in Francia e Germania; oppure, accettiamo di tenerceli, ma a questo punto i campi non hanno senso, meglio distribuirli subito tra le regioni e lasciare che vengano assorbiti dal tessuto socio-economico come in questi due decenni ne sono stati assorbiti a milioni.
La proposta di Calderoli di ritirarci dal Libano per impiegare i nostri militari e maggiori risorse al controllo delle frontiere non è del tutto infondata, soprattutto perché quella missione - bisogna ammetterlo - non ha alcun senso. La missione Unifil offre un'illusione di stabilizzazione dell'area di confine tra Libano e Israele mentre in realtà tutti sanno che prosegue sotto traccia il riarmo di Hezbollah foraggiato dall'Iran. Che almeno cessi la copertura internazionale a questa ipocrisia. L'Afghanistan, il Kosovo, persino l'Iraq, sono per noi un'altra cosa, così come di tutta evidenza la Libia.
Già, la Libia, altro capolavoro di casinismo dell'Occidente. Grazie ai raid Nato i ribelli ieri hanno vinto la battaglia per Ajdabiya, ma è inutile negare che sul terreno è stallo. Gli insorti, è ormai evidente, non possono farcela ad arrivare a Tripoli e a far cadere Gheddafi e l'intervento occidentale (dal quale gli Usa si sono tirati indietro) è inadeguato a tale scopo, l'unico per cui sarebbe valso la pena. Gheddafi quindi può tenersi saldamente stretto la Tripolitania e pensare di trattare da una posizione di forza. Adesso pare che l'Unione africana abbia ottenuto il sì del raìs ad un cessate-il-fuoco, ma è davvero difficile credere che accetterà un processo di transizione che escluda lui e i suoi figli dal potere in Libia. Il rischio è che si consolidi di fatto una situazione che di settimana in settimana renderà chiaro che Gheddafi ha resistito e vinto la sua battaglia sia contro i ribelli sia contro l'"aggressione neocolonialista" dell'Occidente. La Libia ne uscirà spaccata in due, Gheddafi addirittura rafforzato e gli interessi dell'Italia martoriati. Chi bisogna ringraziare se nella totale assenza di leadership da parte americana si è inserito l'inconcludente bullismo francese? Al confronto con i leader europei (e con Obama), spiace dirlo ma il Colonnello sembra un gigante di astuzia e coraggio. Il paradosso, che tuttavia non sorprende, è che un intervento militare, pur tardivo, sconclusionato e inefficace, piace purché appaia "politicamente corretto".
Tra l'altro, nello scenario che si va delineando nel mondo arabo e islamico l'Occidente si mostra incapace di sostenere le rivoluzioni popolari laddove avrebbe maggiore interesse a che abbiano successo (vedi Siria e Iran), mentre con sconcertante superficialità ha assestato l'ultima spallata a regimi almeno non ostili in Paesi (vedi l'Egitto), dove già s'intravedono sulle macerie del passato lo strapotere dell'esercito e derive islamiste nonché filo-iraniane.
Berlusconi è bollito? Be', si può certamente osservare che la parabola è per forza di inerzia discendente, ma anche che il danno più grave inferto dall'attacco mediatico-giudiziario partito dalla Procura di Milano è stato probabilmente quello di aver distratto il capo del governo dalle crisi che nel frattempo stavano emergendo e che bisognava prendere di petto tempestivamente, abilità nella quale bisogna riconoscere che di solito il Cav. eccelle. E invece questa volta si è fatto cogliere impreparato dalla crisi libica e dal protagonismo di Sarkozy, ci ha abbiamo messo un mese per trovare una linea; nella gestione dell'emergenza immigrazione, che non è iniziata con la crisi libica, ma molto prima, dai rivolgimenti che hanno riguardato tutto il Nord Africa e soprattutto la Tunisia, stiamo contraddicendo noi stessi. E via proseguendo con la riforma della giustizia e la «frustata» all'economia che ancora non si vedono.
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Monday, April 11, 2011
Thursday, January 27, 2011
Un '48 arabo, tra insidie e opportunità
Su taccuinopolitico.it
Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà
E' davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all'Egitto? E' possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c'è che le "piazze arabe" non si sono ancora incendiate contro l'America o l'Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l'estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana. Ma le vere "piazze arabe", quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi.
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Da Il Foglio:
Intanto, domani i partiti di opposizione egiziani (Fratelli musulmani, il "liberale" al-Ghad ed El Baradei) tenteranno di assumere la guida della protesta.
Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà
E' davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all'Egitto? E' possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c'è che le "piazze arabe" non si sono ancora incendiate contro l'America o l'Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l'estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana. Ma le vere "piazze arabe", quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi.
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Da Il Foglio:
«Dal 1979 gli Stati Uniti versano in media due miliardi di dollari l'anno all'Egitto: il prezzo del pane - che oggi è una delle chiavi della protesta - è stato a lungo calmierato grazie a soldi americani; il mercato petrolifero funziona grazie alla partnership commerciale fra i due stati e 1'80 per cento delle spese militari dell'Egitto sono a carico di Washington. A parte Israele, nessun alleato al di fuori della Nato riceve una tale quantità di denaro. Soltanto le associazioni civili per la promozione della democrazia sono state tagliate fuori dal finanziamento a pioggia e la gente che al Cairo si batte contro il governo ha l'aria di una piccola nemesi per il realismo immobilista di Obama».Il problema è che Mubarak non ne ha per molto, che la successione del figlio Gamal appare sempre più improbabile - e comunque sarebbe una soluzione debole, senza le necessarie basi di consenso, neppure all'interno del regime - e Washington è in tremendo ritardo nell'elaborare una strategia per il dopo-Mubarak. Non può più difendere lo status quo, né può abbandonare dall'oggi al domani il regime, aprendo un vuoto che verrebbe riempito quasi certamente dall'islamismo. Imporre serie riforme politiche e favorire l'ascesa di una nuova classe dirigente "liberale", filoccidentale e legittimata democraticamente, sono impegni che richiedono molto tempo, e che avrebbero richiesto tutt'altra consapevolezza.
Intanto, domani i partiti di opposizione egiziani (Fratelli musulmani, il "liberale" al-Ghad ed El Baradei) tenteranno di assumere la guida della protesta.
Tuesday, June 08, 2010
E vai col solito fotoritocco
Come quattro anni fa. Reuters evidentemente non ha perso il vizietto di ritoccare le proprie foto. Nel 2006 moltiplicava le colonne di fumo che si innalzavano su Beirut per ingigantire la portata dei bombardamenti israeliani. Oggi fa sparire i coltelli dalle mani dei militanti pro-Hamas, per non smentire la versione delle navi di "pacifisti". Togli o aggiungi, ma sempre al servizio della propaganda anti-israeliana.
Thursday, September 03, 2009
Le armi chimiche di Hezbollah
Su il Velino
Il deposito di armi di Hezbollah esploso il 14 luglio scorso nei pressi del villaggio di Hirbet Salim, nel Sud del Libano al confine con Israele, conteneva anche armi chimiche. A rivelarlo oggi è il quotidiano kuwaitiano Al-Siyassa, che cita fonti di intelligence europee.
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Il deposito di armi di Hezbollah esploso il 14 luglio scorso nei pressi del villaggio di Hirbet Salim, nel Sud del Libano al confine con Israele, conteneva anche armi chimiche. A rivelarlo oggi è il quotidiano kuwaitiano Al-Siyassa, che cita fonti di intelligence europee.
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Friday, August 21, 2009
Iran, alla Difesa volto noto del terrorismo internazionale
Da il Velino
Il ministro della Difesa appena designato dal presidente iraniano Ahmadinejad è un volto noto del terrorismo internazionale. Nei suoi confronti, dando seguito ad una specifica richiesta delle autorità argentine, l'Interpol ha spiccato un mandato di arresto internazionale e nel 2007 lo ha inserito nella lista dei maggiori ricercati. Ahmad Vahidi era a capo delle famigerate brigate al Qods quando nel 1994 ordinarono e organizzarono l'attacco terroristico al Centro ebraico di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone. Il gruppo fa parte delle Guardie rivoluzionarie iraniane ed è noto per essere responsabile delle operazioni terroristiche nei paesi stranieri... Negli anni recenti Vahidi è stato viceministro della Difesa con delega allo sviluppo della missilistica.
«Vahidi - ricorda Kenneth Katzman, analista del Servizio ricerche del Congresso Usa - è anche sospettato di aver avuto un ruolo nell'attacco del 1996 alla caserma dell'Air Force Usa in Arabia Saudita nota come Khobar Towers»... La nomina di Vahidi alla guida del Ministero della Difesa lascia presupporre che il presidente Ahmadinejad abbia tutta l'intenzione di proseguire nella sua politica di sfida nei confronti dell'Occidente.
(...)
La scelta di Vahidi, secondo Katzman... è un «segnale forte», che indica che «Ahmadinejad ha intenzione di continuare, e forse anche accelerare, il supporto materiale dell'Iran ai gruppi e alle milizie della regione». E' proprio Vahidi, infatti, a sovrintendere da anni alla distribuzione di armi e missili a gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, riferisce un ex agente Cia infiltrato nelle Guardie rivoluzionarie...
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Il ministro della Difesa appena designato dal presidente iraniano Ahmadinejad è un volto noto del terrorismo internazionale. Nei suoi confronti, dando seguito ad una specifica richiesta delle autorità argentine, l'Interpol ha spiccato un mandato di arresto internazionale e nel 2007 lo ha inserito nella lista dei maggiori ricercati. Ahmad Vahidi era a capo delle famigerate brigate al Qods quando nel 1994 ordinarono e organizzarono l'attacco terroristico al Centro ebraico di Buenos Aires, in cui rimasero uccise 85 persone. Il gruppo fa parte delle Guardie rivoluzionarie iraniane ed è noto per essere responsabile delle operazioni terroristiche nei paesi stranieri... Negli anni recenti Vahidi è stato viceministro della Difesa con delega allo sviluppo della missilistica.
«Vahidi - ricorda Kenneth Katzman, analista del Servizio ricerche del Congresso Usa - è anche sospettato di aver avuto un ruolo nell'attacco del 1996 alla caserma dell'Air Force Usa in Arabia Saudita nota come Khobar Towers»... La nomina di Vahidi alla guida del Ministero della Difesa lascia presupporre che il presidente Ahmadinejad abbia tutta l'intenzione di proseguire nella sua politica di sfida nei confronti dell'Occidente.
(...)
La scelta di Vahidi, secondo Katzman... è un «segnale forte», che indica che «Ahmadinejad ha intenzione di continuare, e forse anche accelerare, il supporto materiale dell'Iran ai gruppi e alle milizie della regione». E' proprio Vahidi, infatti, a sovrintendere da anni alla distribuzione di armi e missili a gruppi terroristici come Hezbollah, Hamas e Jihad islamica, riferisce un ex agente Cia infiltrato nelle Guardie rivoluzionarie...
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Friday, June 26, 2009
L'idea del contagio democratico riprende quota
Se il "regime change" in Iraq non era poi un'idea così scema
Il movimento democratico iraniano potrebbe trasformare l'intera regione. Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni a Teheran, la questione del nucleare iraniano potrebbe rientrare a far parte del più ampio tema della democrazia in Iran e in Medio Oriente. La lotta per la democrazia in Iran ha oggi (o dovrebbe avere) la stessa centralità per la politica estera americana che aveva negli anni '80 la lotta per la democrazia in Europa orientale. Ne è convinto Robert D. Kaplan, realista "muscolare" del Center for a New American Security e corrispondente del The Atlantic. Kaplan non è un neocon, né un sognatore democratico. Eppure, sul Washington Post, ha spinto la sua analisi ben oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale».
Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (che fu della Persia) di influenzare tutta la regione, dal Mediterraneo all'India. Una capacità di proiettare la propria influenza che risale indietro nei secoli, a molto prima della rivoluzione khomeinista. Inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi e le istituzioni sono più solide.
Kaplan non solo conclude che «la lotta iraniana per la democrazia è oggi così centrale per la nostra politica estera come lo fu la lotta per la democrazia in Europa orientale negli anni '80», ma ritiene addirittura che ciò che sta avvenendo in Iran è il frutto intenzionale del regime change in Iraq, suggerendo quindi che non era del tutto campata in aria l'idea dei neocon, fatta propria dalla prima presidenza Bush, secondo cui la caduta del regime baathista in Iraq avrebbe provocato un effetto domino sui regimi dittatoriali confinanti.
Tutti coloro che hanno sostenuto la guerra in Iraq sapevano bene che la caduta del sunnita Saddam «avrebbe rafforzato la componente sciita nella regione», ma il punto è che «ciò non era visto necessariamente come un effetto negativo». I terroristi dell'11 settembre, spiega Kaplan, erano originari di dittature sunnite come l'Egitto e l'Arabia Saudita, «la cui arroganza e avversione per le riforme doveva essere placata riaggiustando l'equilibrio di potere regionale in favore dell'Iran sciita». In tutto ciò, «si sperava che l'Iran avrebbe vissuto la propria rivoluzione, se l'Iraq fosse cambiato. Se l'occupazione dell'Iraq fosse stata gestita in modo più competente, questo scenario avrebbe potuto svilupparsi più rapidamente e in modo più trasparente. Nonostante ciò, si sta verificando. E non solo l'Iran è alle prese con una sollevazione democratica, ma anche Egitto e Arabia Saudita si stanno silenziosamente riformando».
«Il Medio Oriente - conclude Kaplan - è entrato in un periodo di profonda fluidità, destinata ad essere accentuata dalle elezioni in Iraq alla fine di quest'anno e dall'insediamento di un governo filo-occidentale in Libano». Per la sua posizione centrale nella regione, sia dal punto di vista geografico che demografico - per non parlare della forza attrattiva della cultura persiana che giunge fino all'Asia centrale - «l'Iran, ironicamente, ha più possibilità di dominare la regione sotto un dinamico regime democratico di quante ne abbia mai avute sotto la sua elite oscurantista. E potrebbe essere un'ottima notizia per gli Stati Uniti».
L'idea del possibile, anche se lento e non lineare, contagio democratico in Medio Oriente riprende quota. «Se lo sviluppo della democrazia in Medio Oriente non è lineare - scrive Michael Gerson sul Washington Post - non è neanche casuale. Si muove a piccoli passi, ma va avanti. Preso nel suo insieme - una democrazia costituzionale irachena, un potente movimento di riforma in Iran, piccole conquiste democratiche dagli sceiccati del Golfo al Libano - questo è il più grande periodo di progresso democratico nella storia della regione». Sembra evidente che il Grande Medio Oriente «non è immune al contagio democratico e ci sono motivi di credere che l'agenda democratica rimarrà centrale per la politica estera americana, a prescindere dagli umori del momento».
L'avanzamento della libertà in Medio Oriente è «la speranza migliore per l'America», innanzitutto da un punto di vista realista e non solo idealista. «I regimi che opprimono il loro popolo sono con maggiore probabilità quelli che minacciano i loro vicini, che sostengono i gruppi terroristici, che alimentano antiamericanismo e antisemitismo, e che cercano di dotarsi di armi di distruzione di massa». La promozione della democrazia d'altra parte ha sempre contraddistinto la politica estera dei presidenti americani. «Il loro idealismo democratico non gli ha impedito di trattare con il "demonio", ma solo di credere che il futuro appartenga ai "demoni"». La promozione della democrazia è «difficile e reversibile», ma «non è nuova, né un optional».
Il movimento democratico iraniano potrebbe trasformare l'intera regione. Alla luce di quanto sta accadendo in questi giorni a Teheran, la questione del nucleare iraniano potrebbe rientrare a far parte del più ampio tema della democrazia in Iran e in Medio Oriente. La lotta per la democrazia in Iran ha oggi (o dovrebbe avere) la stessa centralità per la politica estera americana che aveva negli anni '80 la lotta per la democrazia in Europa orientale. Ne è convinto Robert D. Kaplan, realista "muscolare" del Center for a New American Security e corrispondente del The Atlantic. Kaplan non è un neocon, né un sognatore democratico. Eppure, sul Washington Post, ha spinto la sua analisi ben oltre l'Iran: «Le manifestazioni a Teheran e in altre città hanno la capacità di preludere a una nuova era politica in Medio Oriente e in Asia centrale».
Kaplan ricorda la storica capacità dell'Iran (che fu della Persia) di influenzare tutta la regione, dal Mediterraneo all'India. Una capacità di proiettare la propria influenza che risale indietro nei secoli, a molto prima della rivoluzione khomeinista. Inoltre, per molti aspetti la società iraniana è più evoluta di quelle dei suoi vicini arabi e le istituzioni sono più solide.
«Il movimento democratico in Iran è sorprendentemente occidentale nella sua organizzazione e nel sofisticato uso della tecnologia. In termini di sviluppo, l'Iran è più vicino alla Turchia che non alla Siria o all'Iraq. Mentre questi ultimi vivono nella possibilità dell'implosione, l'Iran ha una coerenza interna che gli permette di esercitare forti pressioni sui suoi vicini. Nel futuro, un Iran democratico potrebbe esercitare su Baghdad un'influenza tanto positiva quanto è stata negativa quella delle squadracce assassine dell'Iran teocratico».Dunque, osserva Kaplan, «l'Iran è così centrale per le sorti del Medio Oriente che anche un cambiamento parziale nel comportamento del regime - e un maggior grado di sfumature nel suo approccio nei confronti dell'Iraq, del Libano, di Israele e degli Stati Uniti - potrebbe influire in modo determinante sulla regione. Proprio come un leader radicale iraniano può fomentare le Arab streets, un riformatore può stimolare l'emergente, ma stranamente opaca, borghesia araba». Per questo Kaplan non è d'accordo con Obama quando dice che tra Mousavi e Ahmadinejad in fondo non c'è tutta questa gran differenza. Questa «rappresentazione» di Mousavi come di «un radicale, sebbene all'apparenza più gentile e affabile di Ahmadinejad, non coglie il punto». Come nella ex Unione sovietica, spiega Kaplan, anche in Iran «il cambiamento può arrivare solo dall'interno» e solo per opera di «un insider, sia un Mousavi o un Gorbacev».
Kaplan non solo conclude che «la lotta iraniana per la democrazia è oggi così centrale per la nostra politica estera come lo fu la lotta per la democrazia in Europa orientale negli anni '80», ma ritiene addirittura che ciò che sta avvenendo in Iran è il frutto intenzionale del regime change in Iraq, suggerendo quindi che non era del tutto campata in aria l'idea dei neocon, fatta propria dalla prima presidenza Bush, secondo cui la caduta del regime baathista in Iraq avrebbe provocato un effetto domino sui regimi dittatoriali confinanti.
Tutti coloro che hanno sostenuto la guerra in Iraq sapevano bene che la caduta del sunnita Saddam «avrebbe rafforzato la componente sciita nella regione», ma il punto è che «ciò non era visto necessariamente come un effetto negativo». I terroristi dell'11 settembre, spiega Kaplan, erano originari di dittature sunnite come l'Egitto e l'Arabia Saudita, «la cui arroganza e avversione per le riforme doveva essere placata riaggiustando l'equilibrio di potere regionale in favore dell'Iran sciita». In tutto ciò, «si sperava che l'Iran avrebbe vissuto la propria rivoluzione, se l'Iraq fosse cambiato. Se l'occupazione dell'Iraq fosse stata gestita in modo più competente, questo scenario avrebbe potuto svilupparsi più rapidamente e in modo più trasparente. Nonostante ciò, si sta verificando. E non solo l'Iran è alle prese con una sollevazione democratica, ma anche Egitto e Arabia Saudita si stanno silenziosamente riformando».
«Il Medio Oriente - conclude Kaplan - è entrato in un periodo di profonda fluidità, destinata ad essere accentuata dalle elezioni in Iraq alla fine di quest'anno e dall'insediamento di un governo filo-occidentale in Libano». Per la sua posizione centrale nella regione, sia dal punto di vista geografico che demografico - per non parlare della forza attrattiva della cultura persiana che giunge fino all'Asia centrale - «l'Iran, ironicamente, ha più possibilità di dominare la regione sotto un dinamico regime democratico di quante ne abbia mai avute sotto la sua elite oscurantista. E potrebbe essere un'ottima notizia per gli Stati Uniti».
L'idea del possibile, anche se lento e non lineare, contagio democratico in Medio Oriente riprende quota. «Se lo sviluppo della democrazia in Medio Oriente non è lineare - scrive Michael Gerson sul Washington Post - non è neanche casuale. Si muove a piccoli passi, ma va avanti. Preso nel suo insieme - una democrazia costituzionale irachena, un potente movimento di riforma in Iran, piccole conquiste democratiche dagli sceiccati del Golfo al Libano - questo è il più grande periodo di progresso democratico nella storia della regione». Sembra evidente che il Grande Medio Oriente «non è immune al contagio democratico e ci sono motivi di credere che l'agenda democratica rimarrà centrale per la politica estera americana, a prescindere dagli umori del momento».
L'avanzamento della libertà in Medio Oriente è «la speranza migliore per l'America», innanzitutto da un punto di vista realista e non solo idealista. «I regimi che opprimono il loro popolo sono con maggiore probabilità quelli che minacciano i loro vicini, che sostengono i gruppi terroristici, che alimentano antiamericanismo e antisemitismo, e che cercano di dotarsi di armi di distruzione di massa». La promozione della democrazia d'altra parte ha sempre contraddistinto la politica estera dei presidenti americani. «Il loro idealismo democratico non gli ha impedito di trattare con il "demonio", ma solo di credere che il futuro appartenga ai "demoni"». La promozione della democrazia è «difficile e reversibile», ma «non è nuova, né un optional».
Monday, June 08, 2009
Elezioni Ue subito in secondo piano, si è votato in Libano
Questa domenica si sono svolte elezioni politiche forse più importanti di quelle per l'insignificante e pletorico Parlamento europeo. La coalizione filo-occidentale "14 marzo" ha vinto le elezioni libanesi aggiudicandosi 71 dei 128 seggi del Parlamento. A Hezbollah e ai suoi alleati sciiti e cristiani sono andati 57 seggi.
La vittoria politica è confermata dalle reazioni degli sconfitti. Hezbollah ha sì ammesso che «l'opposizione continua a essere opposizione», ma ha ripreso subito il suo tono minaccioso, mettendo in guardia la maggioranza: il suo «ruolo di partito di resistenza», cioè la legittimità del suo arsenale, o il fatto che Israele sia uno «Stato nemico», sono punti «non negoziabili». Insomma, Hezbollah venderà molto caro ogni tentativo di disarmo. Sconfitta riconosciuta anche dall'ex presidente Aoun, cristiano-maronita schierato con Hezbollah. Pur rimanendo il primo partito tra i cristiani, è stato determinante il suo cedimento in due circoscrizioni a maggioranza cristiana, Achrafiyeh e in particolare quella di Zahle, dove Hariri e i suoi alleati cristiani hanno conquistato tutti e sette i seggi in palio. E' probabile che molti elettori cristiani, stanchi delle violenze, abbiano punito il partito di Aoun per la sua eccessiva subordinazione a Hezbollah.
Reazioni stizzite anche dalla Siria. Attraverso gli organi di stampa ufficiali il regime di Assad ha lanciato pesanti accuse alla maggioranza, cioè di aver comprato la vittoria elettorale. «Sono stati battuti, vittoria per il Libano», ha titolato invece il quotidiano saudita Asharq al Awsat, anti-sciita. Altri indizi della vittoria politica della coalizione "14 marzo". Tuttavia, ciò non vuol dire che sia garantita la governabilità del paese e che si possa escludere una recrudescenza del conflitto civile, anche tra breve. La maggioranza cristiano-sunnita guidata dal partito antisiriano di Saad Hariri ha già fatto capire di essere pronta a formare un nuovo governo di unità nazionale, ma senza diritto di veto per i ministri di Hezbollah.
La situazione uscita dalle urne è la «fotocopia della vecchia assemblea della divisione civile», commenta il quotidiano dell'opposizione non facendo presagire nulla di buono. Infatti, «data la difficoltà di governare», propone un governo «di compromesso» nel quale vincitori e vinti sarebbero messi nella sostanza sullo stesso piano. «Voglio congratularmi con i vincitori di queste elezioni... accetto i risultati con sportività e spirito democratico», sono state le parole di Nasrallah, che però ha sinistramente aggiunto: «La maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza popolare».
E intanto si avvicinano anche le elezioni presidenziali iraniane. Altro che Strasburgo.
La vittoria politica è confermata dalle reazioni degli sconfitti. Hezbollah ha sì ammesso che «l'opposizione continua a essere opposizione», ma ha ripreso subito il suo tono minaccioso, mettendo in guardia la maggioranza: il suo «ruolo di partito di resistenza», cioè la legittimità del suo arsenale, o il fatto che Israele sia uno «Stato nemico», sono punti «non negoziabili». Insomma, Hezbollah venderà molto caro ogni tentativo di disarmo. Sconfitta riconosciuta anche dall'ex presidente Aoun, cristiano-maronita schierato con Hezbollah. Pur rimanendo il primo partito tra i cristiani, è stato determinante il suo cedimento in due circoscrizioni a maggioranza cristiana, Achrafiyeh e in particolare quella di Zahle, dove Hariri e i suoi alleati cristiani hanno conquistato tutti e sette i seggi in palio. E' probabile che molti elettori cristiani, stanchi delle violenze, abbiano punito il partito di Aoun per la sua eccessiva subordinazione a Hezbollah.
Reazioni stizzite anche dalla Siria. Attraverso gli organi di stampa ufficiali il regime di Assad ha lanciato pesanti accuse alla maggioranza, cioè di aver comprato la vittoria elettorale. «Sono stati battuti, vittoria per il Libano», ha titolato invece il quotidiano saudita Asharq al Awsat, anti-sciita. Altri indizi della vittoria politica della coalizione "14 marzo". Tuttavia, ciò non vuol dire che sia garantita la governabilità del paese e che si possa escludere una recrudescenza del conflitto civile, anche tra breve. La maggioranza cristiano-sunnita guidata dal partito antisiriano di Saad Hariri ha già fatto capire di essere pronta a formare un nuovo governo di unità nazionale, ma senza diritto di veto per i ministri di Hezbollah.
La situazione uscita dalle urne è la «fotocopia della vecchia assemblea della divisione civile», commenta il quotidiano dell'opposizione non facendo presagire nulla di buono. Infatti, «data la difficoltà di governare», propone un governo «di compromesso» nel quale vincitori e vinti sarebbero messi nella sostanza sullo stesso piano. «Voglio congratularmi con i vincitori di queste elezioni... accetto i risultati con sportività e spirito democratico», sono state le parole di Nasrallah, che però ha sinistramente aggiunto: «La maggioranza parlamentare è diversa dalla maggioranza popolare».
E intanto si avvicinano anche le elezioni presidenziali iraniane. Altro che Strasburgo.
Monday, February 23, 2009
Israele alla ricerca di un governo di centro-destra
La Livni continua a resistere alle avances di Netanyahu, incaricato dal presidente Peres di formare un governo di larghe intese. Il partito centrista Kadima, infatti, è uscito vittorioso dalle elezioni politiche della scorsa settimana, ma per un solo seggio, e per la prima volta nella storia di Israele il primo ministro potrebbe non essere il leader del partito che ha più seggi alla Knesset, il Parlamento israeliano.
Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.
Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.
Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.
Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.
Bisognerà vedere se le resistenze della Livni sono finalizzate a far fallire il tentativo di Netanyahu e a convincere il presidente Peres a revocargli l'incarico, affidandolo alla stessa leader di Kadima, oppure fanno parte di un "balletto" per non perdere la faccia con i suoi elettori, e di un gioco delle parti per ottenere un compromesso più favorevole a Kadima negli equilibri del nuovo esecutivo.
Di sicuro la Livni è riuscita a far sopravvivere Kadima dopo i disastri di Olmert attingendo voti dai partiti alla sua sinistra, convincendo i loro elettori che i voti per lei erano voti contro Netanyahu, ma senza dubbio Hamas e la guerra del 2006 in Libano hanno spostato l'elettorato israeliano a destra. Visto con gli occhi degli israeliani, i ritiri unilaterali dal Sud del Libano e dalla Striscia di Gaza hanno prodotto più vulnerabilità e non la pace.
Secondo David Makovsky, del Washington Institute for Near East Policy, Netanyahu avrebbe in mente una "pace economica" con i palestinesi. I suoi consiglieri spiegano privatamente che le sue idee su come sviluppare le istituzioni palestinesi - senza istituzioni palestinesi forti e legittimate non può esservi una pace duratura - coincidono con quelle dell'inviato del Quartetto, Tony Blair. Un accordo di pace definitivo con i palestinesi rimane improbabile nei prossimi 5 anni, anche perché ci vorrà tempo per rafforzare le istituzioni palestinesi. Ma nel frattempo l'idea è di demarcare il confine tra Israele e la Cisgiordania. Anche se tutte le questioni non potranno essere risolte, una demarcazione dei confini porrebbe fine all'ambiguità sugli insediamenti, definendo quali territori faranno parte di Israele e quali di un futuro Stato palestinese.
Secondo Michael Oren, l'opinione pubblica israeliana è disillusa. Ha capito che il conflitto non riguarda più il 1967, ma piuttosto il 1948. In altre parole, il conflitto non è più per le terre, ma minaccia l'esistenza stessa di Israele. Il principio "terra in cambio di pace" è stato screditato quando il disimpegno di Israele dal Sud del Libano e da Gaza ha prodotto il lancio di razzi, non la pace. In questo momento Israele vuole evitare attriti con gli Stati Uniti per facilitare la cooperazione sul tema del nucleare iraniano. Sulla questione iraniana infatti i rapporti tra Stati Uniti e Israele potrebbero conoscere il momento di maggiore tensione della storia recente tra i due paesi. Obama è orientato a rilanciare i negoziati, forse diretti, con l'Iran, ma in Israele sono tutti altamente scettici. E questo scetticismo è una delle poche cose su cui concordano tutti i principali attori politici in Israele.
Wednesday, July 16, 2008
Israele si umilia con l'egoismo di stato
Non saprei se definire diabolicamente geniale Hezbollah, o drammaticamente stupido il governo israeliano. Si può cedere al ricatto dei rapitori anche se questi hanno già ucciso gli ostaggi? Si possono scambiare cinque pericolosi e sanguinari terroristi con i resti di due soldati innocenti? L'esito di questo surreale negoziato è inquietante perché rivela lo stato d'animo di una nazione stanca, per lo meno nella sua classe politica.
Il sollievo - ammesso che di sollievo si possa parlare - provato dalle famiglie dei due soldati uccisi per aver conosciuto la sorte dei loro cari e poter piangere sui loro resti vale la certezza matematica che questo scambio incoraggerà nuovi rapimenti? Come possono quelle due famiglie, e gli esponenti del governo israeliano, vivere con l'angoscia di aver messo ancor più a repentaglio la vita di migliaia di giovani israeliani? E per che cosa? Per salvarne la vita di due? Nemmeno, solo per vedersi restituire due corpi irriconoscibili, identificabili solo con l'esame del Dna.
Ma c'è un risvolto ancor più macabro. Da oggi i terroristi di Hezbollah sanno che Israele è disposto a pagare bene non solo i suoi prigionieri vivi, ma anche quelli morti. E una volta che i miliziani si troveranno di nuovo per le mani un israeliano, secondo voi avranno qualche interesse a tenerlo in vita, sapendo che il governo israeliano è disposto a pagare anche per riaverlo morto?
Da oggi per Hezbollah un israeliano morto vale quanto uno vivo. Con lo scambio di oggi il governo israeliano ha praticamente firmato la condanna a morte di tutti i suoi cittadini che disgraziatamente per qualunque motivo dovessero finire nelle mani di Hezbollah.
E' quella del governo Olmert e del presidente Peres una scelta sostenibile sul piano politico e morale? Qui i due piani coincidono, perché non solo di tutta evidenza Hezbollah ha ottenuto una vittoria politica, ma Israele ha compiuto una scelta immorale, sacrificando per un astratto principio umanitario la vita concreta di chissà quanti israeliani, agli occhi di Hezbollah preziosissima carne da macello. Possiamo dire purtroppo che le mani di Shimon Peres che oggi firmano gli atti di "grazia" e di scarcerazione non tarderanno a macchiarsi di sangue israeliano.
Il sollievo - ammesso che di sollievo si possa parlare - provato dalle famiglie dei due soldati uccisi per aver conosciuto la sorte dei loro cari e poter piangere sui loro resti vale la certezza matematica che questo scambio incoraggerà nuovi rapimenti? Come possono quelle due famiglie, e gli esponenti del governo israeliano, vivere con l'angoscia di aver messo ancor più a repentaglio la vita di migliaia di giovani israeliani? E per che cosa? Per salvarne la vita di due? Nemmeno, solo per vedersi restituire due corpi irriconoscibili, identificabili solo con l'esame del Dna.
Ma c'è un risvolto ancor più macabro. Da oggi i terroristi di Hezbollah sanno che Israele è disposto a pagare bene non solo i suoi prigionieri vivi, ma anche quelli morti. E una volta che i miliziani si troveranno di nuovo per le mani un israeliano, secondo voi avranno qualche interesse a tenerlo in vita, sapendo che il governo israeliano è disposto a pagare anche per riaverlo morto?
Da oggi per Hezbollah un israeliano morto vale quanto uno vivo. Con lo scambio di oggi il governo israeliano ha praticamente firmato la condanna a morte di tutti i suoi cittadini che disgraziatamente per qualunque motivo dovessero finire nelle mani di Hezbollah.
E' quella del governo Olmert e del presidente Peres una scelta sostenibile sul piano politico e morale? Qui i due piani coincidono, perché non solo di tutta evidenza Hezbollah ha ottenuto una vittoria politica, ma Israele ha compiuto una scelta immorale, sacrificando per un astratto principio umanitario la vita concreta di chissà quanti israeliani, agli occhi di Hezbollah preziosissima carne da macello. Possiamo dire purtroppo che le mani di Shimon Peres che oggi firmano gli atti di "grazia" e di scarcerazione non tarderanno a macchiarsi di sangue israeliano.
Friday, June 06, 2008
Con Frattini l'Italia torna sui binari giusti
Abbiamo rimproverato al ministro Frattini di distinguere, come il suo predecessore D'Alema, tra Hezbollah partito politico e le sue milizie armate; abbiamo criticato la sua intenzione di non incontrare il Dalai Lama per non irritare gli «amici cinesi». Tuttavia, gli riconosciamo che con saggezza e senza strattoni sta decisamente correggendo gli errori della politica estera dalemiana, soprattutto in Medio Oriente. Lo si è visto in occasione del recente vertice della Fao, quando nessun incontro istituzionale è stato concesso al presidente iraniano Ahmadinejad, in cerca di un palcoscenico. Diversamente da quando Prodi gli strinse la mano all'Onu, questa volta l'Italia non si è lanciata in un'improbabile mediazione fra Teheran e occidente.Sempre più chiare e nette anche le parole del ministro Frattini. Ieri, in un'intervista a Radio Radicale, ha dichiarato che «il presidente dell'Iran non può essere un interlocutore. Chi proclama la distruzione di Israele e chiama Satana i nostri amici americani pone un muro tra di noi». Le componenti riformiste e dialoganti del regime possono invece essere degli «interlocutori» validi. Anche se ad oggi sono ridotte e occorre fare in modo che «riemergano». Nei confronti dell'Iran, «l'unica possibilità seria è il rigore e la credibilità delle sanzioni», ha detto, spiegando che «più netta è la linea di fermezza, più il popolo iraniano capirà che l'isolamento internazionale è un danno».
Diversamente da quanto predicava D'Alema, Frattini ha chiarito che Hamas «non è un interlocutore possibile». Che sebbene in Libano i nostri soldati stiano facendo un lavoro straordinario, tuttavia bisogna fare in modo che «l'attuazione delle risoluzioni dell'Onu sia più efficace». Già con le attuali regole d'ingaggio le forze internazionali possono «reagire con le armi quando gli obiettivi della missione Unifil-2 sono messi a rischio». Non basta la garanzia di una «fascia cuscinetto» tra Libano e Israele. E' intollerabile che il legittimo governo libanese sia privo di un esercito «affidabile» e debba «subire» le milizie di Hezbollah, che invece «devono essere disarmate» e l'Italia su questo «dirà una parola chiara».
Il ministro ha definito la prospettiva di Israele nell'Ue un «grande sogno», un «obiettivo politico su cui dovremo riflettere», anticipando che per il momento l'Italia chiederà ai partner europei di «elevare il livello dell'accordo di associazione Ue-Israele» e avvierà da subito, sul piano bilaterale, un «tavolo permanente» per un «dialogo politico-strategico strutturato». Frattini ha infine accennato al rilancio della «comunità delle democrazie» per la promozione della democrazia e indicato nel «blocco di paesi non democratici un aspetto da considerare nella riforma dell'Onu». Totale condivisione del progetto sarkozyano di Unione Mediterranea, per passare «dalla cooperazione alla cogestione di programmi politici» con i paesi della sponda sud del Mediterraneo.
Monday, May 26, 2008
Stati Uniti isolati, indecisi, o "realisti"?
Su Ideazione.com
L’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Michel Suleiman, avvenuta domenica, suggella la tregua siglata la scorsa settimana a Doha, in Qatar, tra maggioranza anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah. Nel discorso d’investitura il nuovo presidente ha assicurato di voler agire nel rispetto degli accordi di Taif e di tutte le risoluzioni dell’Onu; ha esortato le forze politiche libanesi ad accettare i risultati delle elezioni; ha citato il “martire Rafiq Hariri e tutti i martiri del Libano”, con un esplicito riferimento al tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i responsabili dei crimini politici; ha reso omaggio a Hezbollah, definendo “necessaria” la “resistenza” contro Israele, che dovrà avere un ruolo nella “strategia di difesa”; ma ha anche ammonito che “non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne” e che non è ammissibile che la “causa palestinese” divenga un “pretesto per qualsiasi armamento in contrasto con la sicurezza nazionale”. Per il Libano non più d’una boccata d’ossigeno. Restano irrisolte le questioni chiave, su cui il presidente Suleiman giocherà un ruolo fondamentale. Secondo l’accordo di Doha, infatti, sotto la sua supervisione si dovrebbe svolgere il dialogo sulle armi di Hezbollah. Spetterà principalmente a lui, inoltre, ridefinire i rapporti con la Siria e l’Iran, che significa limitarne l’influenza. Ieri ha esordito auspicando con Damasco “legami fraterni, nel contesto del mutuo rispetto della sovranità e dei confini di ciascuno”.
(...)
Secondo David Schenker, ex consigliere del segretario alla Difesa Usa, “dato il probabile esito delle elezioni parlamentari del 2009, la vittoria del gruppo sciita potrebbe avere vita breve”. Hezbollah ha sì dimostrato di poter prendere il controllo di Beirut in mezza giornata, ma anche di essere disposto a puntare contro i concittadini le armi che da sempre giura di possedere per la “resistenza” contro Israele. Ciò ha fatto calare di molto la sua popolarità presso la maggioranza non sciita della popolazione libanese. Per gli Usa e i loro alleati dovrebbe essere un “imperativo andare oltre la retorica ed elaborare misure efficaci per appoggiare gli alleati filo-occidentali in Libano”, osserva Schenker. A meno che non mobilitino rapidamente le loro forze per sostenerli, nel medio-lungo termine sarà inevitabile che Iran e Siria prendano il controllo del Libano per mezzo di Hezbollah, costituendo una minaccia concreta alla sopravvivenza di Israele.
Ma la tregua libanese non può non essere messa in relazione con il contestuale annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria.
(...)
Iniziative unilaterali di Olmert e della Lega araba? Gli Stati Uniti sono dunque isolati e indecisi o anche a Washington ha prevalso la linea “realista” del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del Libano? In ogni caso, al giuramento di Suleiman, a Beirut, era presente solo una delegazione del Congresso, mentre Stati arabi, Iran, Turchia, Francia, Italia e Spagna hanno mandato i ministri degli Esteri. E suonano in modo sinistro le parole usate domenica, durante la sessione per l’elezione del presidente, da Nabih Berri, esponente di Hezbollah e speaker del Parlamento libanese, che ha voluto “ringraziare” gli Stati Uniti, “soprattutto da quando si sono convinti che il Libano non è luogo giusto per la nascita del loro progetto di Grande Medio Oriente”.
L’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Michel Suleiman, avvenuta domenica, suggella la tregua siglata la scorsa settimana a Doha, in Qatar, tra maggioranza anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah. Nel discorso d’investitura il nuovo presidente ha assicurato di voler agire nel rispetto degli accordi di Taif e di tutte le risoluzioni dell’Onu; ha esortato le forze politiche libanesi ad accettare i risultati delle elezioni; ha citato il “martire Rafiq Hariri e tutti i martiri del Libano”, con un esplicito riferimento al tribunale internazionale che dovrebbe giudicare i responsabili dei crimini politici; ha reso omaggio a Hezbollah, definendo “necessaria” la “resistenza” contro Israele, che dovrà avere un ruolo nella “strategia di difesa”; ma ha anche ammonito che “non si può sprecare la forza della resistenza nelle lotte interne” e che non è ammissibile che la “causa palestinese” divenga un “pretesto per qualsiasi armamento in contrasto con la sicurezza nazionale”. Per il Libano non più d’una boccata d’ossigeno. Restano irrisolte le questioni chiave, su cui il presidente Suleiman giocherà un ruolo fondamentale. Secondo l’accordo di Doha, infatti, sotto la sua supervisione si dovrebbe svolgere il dialogo sulle armi di Hezbollah. Spetterà principalmente a lui, inoltre, ridefinire i rapporti con la Siria e l’Iran, che significa limitarne l’influenza. Ieri ha esordito auspicando con Damasco “legami fraterni, nel contesto del mutuo rispetto della sovranità e dei confini di ciascuno”.
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Secondo David Schenker, ex consigliere del segretario alla Difesa Usa, “dato il probabile esito delle elezioni parlamentari del 2009, la vittoria del gruppo sciita potrebbe avere vita breve”. Hezbollah ha sì dimostrato di poter prendere il controllo di Beirut in mezza giornata, ma anche di essere disposto a puntare contro i concittadini le armi che da sempre giura di possedere per la “resistenza” contro Israele. Ciò ha fatto calare di molto la sua popolarità presso la maggioranza non sciita della popolazione libanese. Per gli Usa e i loro alleati dovrebbe essere un “imperativo andare oltre la retorica ed elaborare misure efficaci per appoggiare gli alleati filo-occidentali in Libano”, osserva Schenker. A meno che non mobilitino rapidamente le loro forze per sostenerli, nel medio-lungo termine sarà inevitabile che Iran e Siria prendano il controllo del Libano per mezzo di Hezbollah, costituendo una minaccia concreta alla sopravvivenza di Israele.
Ma la tregua libanese non può non essere messa in relazione con il contestuale annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria.
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Iniziative unilaterali di Olmert e della Lega araba? Gli Stati Uniti sono dunque isolati e indecisi o anche a Washington ha prevalso la linea “realista” del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del Libano? In ogni caso, al giuramento di Suleiman, a Beirut, era presente solo una delegazione del Congresso, mentre Stati arabi, Iran, Turchia, Francia, Italia e Spagna hanno mandato i ministri degli Esteri. E suonano in modo sinistro le parole usate domenica, durante la sessione per l’elezione del presidente, da Nabih Berri, esponente di Hezbollah e speaker del Parlamento libanese, che ha voluto “ringraziare” gli Stati Uniti, “soprattutto da quando si sono convinti che il Libano non è luogo giusto per la nascita del loro progetto di Grande Medio Oriente”.
Friday, May 23, 2008
Chi ha fatto rientrare in gioco la Siria?
Ora ci sarebbe da capire se sia stata un'idea unilaterale del governo Olmert e della Lega araba; insomma, se gli Stati Uniti siano isolati o se anche a Washington abbia prevalso la linea "realista" del coinvolgimento di Damasco e del sacrificio del piccolo Libano. Intanto, shock a TeheranL'annuncio della ripresa dei colloqui di pace, sia pure indiretti, tra Israele e Siria, contestuale all'esito dei negoziati di Doha per la soluzione della crisi politica libanese, induce a ritenere che i due eventi siano in qualche modo collegati.
Secondo l'analista Andrew Cochran, l'amministrazione Bush, con il Dipartimento di Stato in conflitto con altri settori, non è riuscita a prendere una decisione sul da farsi nel corso degli ultimi eventi e ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco, sostenendo l'accordo, che riporta la stabilità in Libano nel breve-termine, ma ammettendo che accresce il potere di Hezbollah: «Non è una soluzione perfetta, ma molto meglio delle alternative. Un passo positivo e necessario».
Quali possono essere stati, dunque, i motivi di fondo che hanno impedito alla Casa Bianca di elaborare per tempo una contro-strategia coerente ed efficace rispetto a quanto accadeva a Beirut prima e a Doha poi? Cochran rammenta le voci che da tempo riecheggiano nell'amministrazione riguardo a un "Grand Bargain" con la Siria, da concludere con l'assistenza degli altri stati arabi. In particolare, cita un'audizione al Congresso, del 24 aprile scorso, di Gary Ackerman (Rep.), presidente della sottocommissione per il Medio Oriente:
«Molti analisti ritengono che l'alleanza tra Iran e Siria sia tattica e transitoria; che se solo gli Stati Uniti avanzassero alla Siria un'offerta di sufficiente portata e dolcezza, l'asse tra Teheran e Damasco andrebbe in frantumi e il Medio Oriente ne uscirebbe trasformato. In cambio, per esempio, delle alture del Golan e della restaurazione del suo protettorato sul Libano, la Siria potrebbe rinnegare la sua relazione con Hezbollah, dare il benservito ad Hamas, e sbattere la porta in faccia all'Iran».L'Iran perderebbe il suo unico alleato tra gli stati arabi e di fronte a un mondo arabo compatto «riporrebbe nel cassetto i suoi sogni di egemonia e scambierebbe il suo programma nucleare con garanzie sulla sua sicurezza». Tuttavia, lo stesso Ackerman, durante la sua audizione – fa notare Cochran – dice di non esserne convinto:
«Suona bene, e ha una certa logica, ma è fantasia. L'alleanza tra Iran e Siria è di lungo termine, basata su un intreccio di interessi condivisi e volta a soddisfare le profonde ambizioni strategiche e regionali di ciascuno».La tesi riferita da Ackerman al Congresso avrebbe molti sostenitori all'interno dell'amministrazione. Oggi sembra ancor di più accreditata dall'annuncio della ripresa dei contatti tra Israele e Siria. Sembra che Ahmadinejad sia furioso. Il sostanziale "via libera" degli Usa, da sempre contrari, suggerisce che il tentativo potrebbe davvero essere in corso. Certo, la freddezza delle reazioni ufficiali potrebbe anche significare che piuttosto Washington abbia subito la scelta di Tel Aviv. Il dialogo tra israeliani e palestinesi è una prospettiva che la Rice ritiene «più matura» e che «al momento è più probabile che produca risultati». E' «una buona cosa e speriamo che si facciano progressi, ma adesso i nostri sforzi maggiori sono concentrati sulla pista palestinese», ha chiarito il consigliere per il Medio Oriente David Welch, facendo notare che «i negoziati diretti sono sempre il miglior modo di procedere».
Può anche darsi, quindi, che solo gli israeliani abbiano fatto propria la tesi del coinvolgimento della Siria, che abbiano realizzato di non poter contare sugli Stati Uniti e sull'Onu per difendere i loro confini settentrionali e di poter invece barattare il Golan con la garanzia che Damasco impedirà futuri attacchi da parte di Hezbollah (il Libano sarebbe una vittima sacrificale). In cambio Israele, non lo ha affatto nascosto il ministro degli Esteri Tzipi Livni, si aspetta dai siriani «il loro completo abbandono del sostegno al terrorismo, a Hamas, a Hezbollah e all'Iran». Sarebbe più difficile per l'Iran minacciare Israele con una guerra asimmetrica via Hezbollah in Libano o via Hamas a Gaza.
Gli Stati Uniti sono apparsi presi in contropiede dalla facilità con la quale Hezbollah ha battuto i suoi rivali a Beirut e praticamente non hanno giocato alcun ruolo, né nei negoziati di Doha, né nella ripresa del dialogo indiretto tra Israele e Siria, eventi che sembrano entrambi contrari alla loro strategia nella regione. Dunque, i fautori del dialogo con la Siria per strapparla all'abbraccio con l'Iran forse non stanno prevalendo all'interno dell'amministrazione Usa, ma le divergenze alimentano i dubbi sulla strategia da seguire e sembrano minare la capacità decisionale di Washington in passaggi fondamentali come quelli delle ultime settimane a Beirut e a Doha.
Thursday, May 22, 2008
L'accordo di Doha un passo in avanti dei Paesi arabi
Dunque, dopo 18 mesi di ostruzionismo e il "coup de force" della settimana scorsa, Hezbollah ha ottenuto ciò che voleva. Disporrà di un potere di veto in seno al nuovo governo di unità nazionale, che sarà composto in tutto da 30 membri: 16 ministri della maggioranza, 11 dell'opposizione (rispetto ai 6 che aveva) e 3 scelti dal nuovo presidente. Sarà in grado di impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 necessario per l'approvazione di ogni provvedimento. Ciò significa, per esempio, che Hezbollah impedirà al nuovo governo di dare copertura politica e istituzionale al tribunale internazionale voluto dall'Onu per giudicare i responsabili degli omicidi politici degli ultimi anni, a partire da quello dell'ex capo del governo, Rafik Hariri, in cui sono coinvolti i siriani fino ai massimi livelli.In cambio, Hezbollah ha concesso qualcosa sulla legge elettorale. Nelle imminenti elezioni del 2009 verrà adottata, ma per una sola volta, la legge elettorale del 1960. Beirut verrà suddivisa in tre distretti elettorali. I 19 seggi della capitale saranno così distribuiti: 10 nel distretto di Mazraa, 5 in quello di Ashrafieh e 4 in quello di Bachoura. Queste modifiche soddisfano molte delle richieste del sunnita Saad al-Hariri, leader della coalizione di maggioranza del "14 Marzo", che nelle elezioni del 2005 ottenne tutti i 19 seggi in palio.
Dell'accordo fa parte anche il «divieto di ricorso alle armi o alla violenza per ottenere risultati politici», e una rivendicazione del monopolio dello Stato sulla sicurezza e l'attività militare. Hezbollah garantisce di non usare le sue armi contro le altre fazioni libanesi, ma la questione del disarmo delle milizie sciite, in ottemperanza alle risoluzioni dell'Onu, non è stata affatto risolta, nonostante rimanga il nodo reale. Hezbollah resta "uno stato nello stato" e il Libano continuerà ad avere due eserciti, tra cui il più potente in mano a Hezbollah e comandato da Teheran.
Ma l'accordo di Doha può rappresentare molto di più che una tregua, di cui nessuno può prevedere la durata, nella politica libanese. Può sancire il coinvolgimento diretto dei Paesi arabi nel teatro libanese in funzione anti-iraniana. Serviva il successo diplomatico dell'iniziativa di Doha perché la loro influenza potesse legittimarsi e aumentare. Arabia Saudita, Egitto, Giordania, sembrano decisi a entrare in gioco e a contrapporsi all'"asse" Siria-Iran.
La dichiarazione sulla cui base il comitato ministeriale della Lega araba ha convinto le parti ad avviare i colloqui di Doha assume come cornice la costituzione libanese e gli accordi di Taif, che prevedono lo smantellamento di tutte le milizie armate, come stabiliscono anche le risoluzioni Onu 1559 del 2004 e 1701 del 2006, ancora disapplicate. Ancor più importante, subito dopo l'elezione del presidente e la formazione del governo «saranno inoltre avviati negoziati con la partecipazione della Lega Araba sul consolidamento dell'autorità dello Stato su tutto il territorio libanese e sulle sue relazioni con le varie organizzazioni in Libano».
Oltre che da tutte le parti libanesi in causa, soddisfazione per l'accordo è stata espressa ai massimi livelli da tutti i maggiori attori internazionali coinvolti: Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita da una parte; Siria e Iran dall'altra. I loro interessi sono d'un tratto divenuti convergenti? Difficile crederlo. Qualcuno forse non può che fare buon viso a cattivo gioco, oppure ciascuno vede negli accordi spazi di manovra per raggiungere ancora i suoi obiettivi.
Wednesday, May 21, 2008
Nella notte siglata la tregua libanese
Nella notte, precisamente verso le 2:02 (ore italiane), quindi a poche ore dalla scadenza dell'ultimatum posto ieri dai mediatori, maggioranza parlamentare anti-siriana e opposizione guidata da Hezbollah, riunite da cinque giorni a Doha, in Qatar, hanno raggiunto un accordo per una tregua istituzionale, non si può dire quanto durevole, che come primo immediato effetto dovrebbe sbloccare l'elezione del nuovo presidente. Lo ha annunciato stamattina il primo ministro del Qatar nel corso di una cerimonia ufficiale. Già nei prossimi giorni (probabilmente domenica) verrà eletto presidente dal Parlamento libanese il comandante dell'esercito, generale Suleiman, ritenuto vicino ai partiti di maggioranza, ma che nell'ultima crisi ha assunto una posizione di cedimento nei confronti di Hezbollah disobbedendo al premier Siniora e arrogandosi il diritto di ribaltare le legittime decisioni politiche del governo.
Hezbollah ottiene ciò che ha cercato in questi 18 mesi di ostruzionismo e, in ultimo, con il "coup de force" della settimana scorsa a Beirut: il potere di veto in seno a un nuovo governo di unità nazionale. Il nuovo esecutivo, infatti, sarà composto in tutto da 30 membri: 16 ministri della maggioranza, 11 dell'opposizione e 3 scelti dal nuovo presidente, come prevedeva l'ultima proposta che abbiamo anticipato ieri. Dunque, l'opposizione è in grado di impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 necessario per l'approvazione di ogni provvedimento del governo.
In cambio, Hezbollah dovrebbe aver concesso qualcosa sulla legge elettorale, accettando modifiche più favorevoli al partito sunnita di Hariri. Si sarebbe deciso, nello specifico, di adottare per una sola volta la legge elettorale del 1960, che divide Beirut in tre circoscrizioni. Uno scambio che però, ieri, era stato bocciato dal cristiano maronita Aoun, alleato di Hezbollah.
Com'era prevedibile, dell'accordo fa parte anche il divieto del ricorso alle armi per motivi politici. Hezbollah in sostanza garantisce di non usare le sue armi contro le altre fazioni libanesi. Ma la questione del disarmo delle milizie sciite, in ottemperanza alle risoluzioni dell'Onu, non è stata nemmeno posta in discussione, nonostante rimanga il nodo reale, che rende Hezbollah "uno stato nello stato" libanese.
Soddisfazione espressa dalla Francia. "Una tappa essenziale nella restaurazione completa dell'unità, della stabilità e dell'indipendenza del Libano", per il ministro degli Esteri Bernard Kouchner. "Un grande successo per il Libano e per tutti i libanesi", per Sarkozy, il quale auspica che "questo accordo sia messo in opera integralmente, per garantire il suo successo e gettare le basi per una vera riconciliazione nazionale".
Desta qualche sospetto il fatto che lo stesso accordo ottiene il "sostegno pieno" della Siria. "Spero che questa intesa sia un preludio alla risoluzione della crisi politica in Libano", ha dichiarato il ministro degli Esteri siriano. Gli interessi di Siria e Francia nella regione sono divenuti d'un tratto convergenti? Qualcuno non ha ben compreso i termini dell'accordo, oppure non può che fare buon viso a cattivo gioco?
Hezbollah ottiene ciò che ha cercato in questi 18 mesi di ostruzionismo e, in ultimo, con il "coup de force" della settimana scorsa a Beirut: il potere di veto in seno a un nuovo governo di unità nazionale. Il nuovo esecutivo, infatti, sarà composto in tutto da 30 membri: 16 ministri della maggioranza, 11 dell'opposizione e 3 scelti dal nuovo presidente, come prevedeva l'ultima proposta che abbiamo anticipato ieri. Dunque, l'opposizione è in grado di impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 necessario per l'approvazione di ogni provvedimento del governo.
In cambio, Hezbollah dovrebbe aver concesso qualcosa sulla legge elettorale, accettando modifiche più favorevoli al partito sunnita di Hariri. Si sarebbe deciso, nello specifico, di adottare per una sola volta la legge elettorale del 1960, che divide Beirut in tre circoscrizioni. Uno scambio che però, ieri, era stato bocciato dal cristiano maronita Aoun, alleato di Hezbollah.
Com'era prevedibile, dell'accordo fa parte anche il divieto del ricorso alle armi per motivi politici. Hezbollah in sostanza garantisce di non usare le sue armi contro le altre fazioni libanesi. Ma la questione del disarmo delle milizie sciite, in ottemperanza alle risoluzioni dell'Onu, non è stata nemmeno posta in discussione, nonostante rimanga il nodo reale, che rende Hezbollah "uno stato nello stato" libanese.
Soddisfazione espressa dalla Francia. "Una tappa essenziale nella restaurazione completa dell'unità, della stabilità e dell'indipendenza del Libano", per il ministro degli Esteri Bernard Kouchner. "Un grande successo per il Libano e per tutti i libanesi", per Sarkozy, il quale auspica che "questo accordo sia messo in opera integralmente, per garantire il suo successo e gettare le basi per una vera riconciliazione nazionale".
Desta qualche sospetto il fatto che lo stesso accordo ottiene il "sostegno pieno" della Siria. "Spero che questa intesa sia un preludio alla risoluzione della crisi politica in Libano", ha dichiarato il ministro degli Esteri siriano. Gli interessi di Siria e Francia nella regione sono divenuti d'un tratto convergenti? Qualcuno non ha ben compreso i termini dell'accordo, oppure non può che fare buon viso a cattivo gioco?
Libano, test iraniano sulla fermezza dell'Occidente
Ancora 24 ore di tempo sono state concesse ieri alle forze politiche libanesi per trovare un'intesa. Proseguono anche oggi, quindi, i negoziati in corso a Doha tra la maggioranza parlamentare anti-siriana e l'opposizione guidata da Hezbollah. «Una delle parti ha chiesto più tempo per esaminare alcune proposte e il comitato della Lega araba ha concesso una proroga fino a domani (oggi, n.d.r.)», ha riferito il ministro qatariota per le Relazioni estere, rivelando anche che i mediatori arabi guidati dal primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassem al-Thani, hanno avanzato due nuove proposte, ritenute le «soluzioni migliori». «Si spera» che possano colmare il divario tra le parti, le quali però sembrano parlare di cose diverse.Le trattative sono bloccate sulle modifiche alla legge elettorale, in particolare su come ridisegnare le circoscrizioni a Beirut. Un tema cruciale, perché influenzerà in modo significativo l'esito delle elezioni parlamentari del 2009. Hezbollah si rifiuta di chiudere qualsiasi accordo sulle altre questioni prima che sia sciolto il nodo della legge elettorale.
Per quanto riguarda la formazione di un nuovo governo, di unità nazionale, Hezbollah rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti dell'esecutivo, il che vuol dire almeno 11 ministri. La prima ipotesi di compromesso avanzata dal primo ministro qatariota – un governo di 30 ministri, 13 alla coalizione di governo, 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente – è stata rispedita al mittente da Hezbollah, che insiste per una composizione che registri a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. I mediatori avrebbero dunque avanzato una ulteriore proposta, che assegnerebbe 16 ministeri alla maggioranza, gli 11 richiesti all'opposizione e 3 a candidati scelti dal futuro presidente. Ma in cambio l'opposizione dovrebbe accettare le modifiche alla legge elettorale proposte dai partiti della maggioranza. «Vogliono condividere il governo con noi per 11 mesi e prendersi governo e presidenza per i prossimi 4 anni», ha protestato Michel Aoun, leader dei cristiani maroniti alleati di Hezbollah.
I due provvedimenti del governo Siniora che hanno innescato la crisi erano forse i primi passi per il disarmo di Hezbollah, in accordo con le risoluzioni dell'Onu, che però il gruppo sciita ha sempre rigettato, minacciando di combattere contro chiunque avesse tentato di disarmarlo. Con la revoca delle decisioni del governo Hezbollah ha dimostrato di poter imporre la sua volontà con la forza. Per quanto riguarda il movimento sciita, ci sono due vie d'uscita dalla crisi: un governo dominato da Hezbollah, che gli altri partiti non accetteranno mai; o l'accettazione di Hezbollah come "uno stato nello stato" libanese. L'ex presidente iraniano Khatami, che molti chiamano "riformista", ha chiarito che «non ci sarà mai Libano senza Hezbollah».
Negli ultimi tre anni, ricorda l'analista Amir Taheri, «Washington ha indicato il Libano come esempio della democratizzazione nella regione, ma ora sembra che l'Iran abbia deciso di dimostrare che il Libano fa parte della sua sfera d'influenza nella più ampia guerra contro gli Stati Uniti e Israele». Secondo Taheri, Teheran ha voluto il "coup de force" a Beirut «per testare la determinazione americana», nel momento in cui la presidenza Bush si avvia al termine. La «debole» risposta Usa e la «veloce resa» del governo Siniora «potrebbero aver mandato un segnale sbagliato» a Teheran, convincendo forse gli iraniani a lanciare nei prossimi mesi una sfida diretta per prendere il controllo del Libano, con gli Usa sotto elezioni.
Ciò obbligherebbe le altre comunità libanesi ad opporsi con la forza, trovando certamente alleati tra i Paesi arabi che vedono come una minaccia le ambizioni egemoniche iraniane. Quindi, conclude Taheri, Hezbollah «potrebbe trovarsi a pagare un prezzo strategico per la sua vittoria tattica. Mentre nel 2006 era visto dai Paesi arabi come un campione nella lotta contro Israele, oggi è visto come una pedina di Teheran per il dominio del Medio Oriente».
Tuesday, May 20, 2008
Doha, Hezbollah alza il prezzo
Sembrava che messa da parte la questione delle armi del "Partito di Dio", i negoziatori della maggioranza parlamentare anti-siriana e dell'opposizione guidata da Hezbollah, riuniti a Doha, in Qatar, potessero fare progressi su altre materie, quali la legge elettorale, la formazione di un nuovo governo e, quindi, l'elezione del candidato di compromesso, il generale Michel Suleiman, alla presidenza. Invece, da quanto trapela dai colloqui, rigorosamente a porte chiuse, le parti sarebbero ancora lontane anche sulle modifiche alla legge elettorale, un'impasse che rischia di bloccare le trattative su tutto il resto e far fallire l'iniziativa della Lega araba. Secondo quanto rivelato da un deputato del gruppo sciita all'emittente libanese Lbc, il disaccordo riguarda la suddivisione delle circoscrizioni di Beirut.Il primo ministro del Qatar è intervenuto direttamente per favorire un'intesa tra le parti, proponendo di rinviare la discussione sulla legge elettorale a dopo la formazione del governo di unità nazionale e l'elezione del presidente. Ma stando a quanto riportato dall'emittente di Hezbollah, al Manar, i leader dell'opposizione si sono rifiutati di trattare le altre questioni prima di sciogliere il nodo della legge elettorale.
E' sulla composizione del nuovo governo che si gioca la partita più importante, che decreterà i vincitori del round negoziale. Il primo ministro del Qatar ha proposto alle parti un esecutivo di 30 membri così suddivisi: 13 ministri della coalizione anti-siriana; 10 all'opposizione e 7 scelti dal nuovo presidente. Ma anche su questo punto Hezbollah non molla, vuole capitalizzare al massimo la vittoria militare e politica ottenuta sul campo la scorsa settimana. Il movimento filo-iraniano rivendica per sé un vero e proprio potere di veto sui provvedimenti del governo, il che vuol dire almeno 11 ministri nel futuro governo.
E' difficile immaginare che Hezbollah apponga la propria firma su un accordo che manchi di registrare a livello politico i nuovi equilibri di forza a suo favore determinati sul terreno dall'esito della crisi della settimana scorsa. Hezbollah potrebbe raggiungere l'obiettivo che rincorre da mesi, l'uscita di scena di Siniora e un potere di veto sull'azione di governo, ma in ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, vedrebbe aumentare il suo già grande potere di condizionamento. In cambio, garantirebbe che le sue armi non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto nei recenti scontri, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele.
L'arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese, rimangono sullo sfondo. Come suggerisce l'analista Fady Noun su Asianews, i partiti della maggioranza anti-siriana non si fidano di Hezbollah, «sospettano che il partito islamista – legato a un regime totalitario come l'Iran – stia preparando un colpo di stato per rovesciare il regime».
Il fatto che per la prima volta Hezbollah abbia lanciato «vere e proprie operazioni di guerriglia urbana a Beirut lascia pensare che non esiterà a rifarlo, quando lo richiederanno i suoi interessi». Finché non verrà definitivamente dissipato il timore che Hezbollah si trasformi un giorno in una forza similare ai "Guardiani della rivoluzione" iraniani e finisca per puntare le armi contro i nemici interni, convertendo la sua «resistenza» in «rivoluzione islamica», ci sono scarse speranze di una risoluzione definitiva della crisi politica libanese. Secondo Fady Noun, l'unica via d'uscita per il Libano è una «neutralità positiva» in cui si possano riconoscere tutte le fazioni: «Il Libano, anzitutto. Prima dell'Iran, della Siria, perfino della Palestina». Ad oggi più un'illusione che una prospettiva, e c'è da dubitare che quello di Doha sia un «terreno neutrale», dato che spesso il Qatar ha giocato di sponda tra Paesi arabi sunniti e Iran.
Monday, May 19, 2008
Libano, il nodo rimane l'arsenale di Hezbollah
da Ideazione.com
Sono in corso a Doha, in Qatar, i negoziati promossi dalla Lega araba tra le forze della maggioranza parlamentare anti-siriana e l’opposizione guidata da Hezbollah per risolvere la crisi politica libanese. Commissioni ad hoc stanno portando avanti le trattative per una nuova legge elettorale e per la formazione di un nuovo governo. Dovrebbe, inoltre, essere raggiunto l’accordo per l’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Suleiman, la cui strada dovrebbe essere ormai spianata, soprattutto dopo la posizione non ostile a Hezbollah da lui assunta durante l’ultima crisi. Tuttavia, è altamente improbabile che nei colloqui venga affrontato e risolto il vero nodo: l’arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese. Nessun accordo politico sarà possibile senza “seri progressi” sugli armamenti di Hezbollah, fanno sapere fonti vicine alla coalizione del 14 Marzo, che sostiene il governo di Fuad Siniora. “Armi e capacità militari sono fuori da qualsiasi discussione”, ripetono gli esponenti dell’organizzazione sciita. “Come possono coesistere lo Stato e Hezbollah?”, si chiede Rami G. Khouri, direttore del quotidiano libanese Daily Star.
L’impressione è che una tregua a lungo termine sia possibile, ma solo se fosse rinviata sine die una decisione sul destino delle armi del Partito di Dio. Per il resto, i nuovi equilibri di forza sul terreno determinati dall’esito della crisi della settimana scorsa, nettamente favorevoli a Hezbollah, sono destinati a produrre sensibili ripercussioni a livello politico. Hezbollah potrebbe raggiungere l’obiettivo che rincorre da mesi, l’uscita di scena di Siniora e un nuovo governo (forse addirittura di unità nazionale) i cui equilibri gli attribuiscano un potere di veto, nonostante in Parlamento sia in minoranza. In ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, le forze che lo sostengono dovranno cedere rilevanti quote di potere in favore di Hezbollah e dei suoi alleati, che vedrebbero aumentare il loro già grande potere di condizionamento. In cambio, Hezbollah è disposto a concedere solo qualche flebile e generica garanzia sull’utilizzo delle sue armi. Il gruppo sciita garantirà che esse non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto negli scontri della scorsa settimana, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele. Hezbollah può quindi cantare una vittoria piena: militare e politica. Il Libano è sempre più nelle sue mani. Non si può comprendere l’entità del successo del movimento filo-iraniano se non si risale alla genesi e allo svolgimento di quest’ultima crisi, agli errori di Siniora e alla mancanza di un reale sostegno al suo governo, al di là delle parole della diplomazia, da parte della comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa in testa.
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Sono in corso a Doha, in Qatar, i negoziati promossi dalla Lega araba tra le forze della maggioranza parlamentare anti-siriana e l’opposizione guidata da Hezbollah per risolvere la crisi politica libanese. Commissioni ad hoc stanno portando avanti le trattative per una nuova legge elettorale e per la formazione di un nuovo governo. Dovrebbe, inoltre, essere raggiunto l’accordo per l’elezione alla presidenza del capo dell’esercito, il generale Suleiman, la cui strada dovrebbe essere ormai spianata, soprattutto dopo la posizione non ostile a Hezbollah da lui assunta durante l’ultima crisi. Tuttavia, è altamente improbabile che nei colloqui venga affrontato e risolto il vero nodo: l’arsenale e le capacità militari di Hezbollah, seria ipoteca alla piena sovranità del governo legittimo sul territorio libanese. Nessun accordo politico sarà possibile senza “seri progressi” sugli armamenti di Hezbollah, fanno sapere fonti vicine alla coalizione del 14 Marzo, che sostiene il governo di Fuad Siniora. “Armi e capacità militari sono fuori da qualsiasi discussione”, ripetono gli esponenti dell’organizzazione sciita. “Come possono coesistere lo Stato e Hezbollah?”, si chiede Rami G. Khouri, direttore del quotidiano libanese Daily Star.
L’impressione è che una tregua a lungo termine sia possibile, ma solo se fosse rinviata sine die una decisione sul destino delle armi del Partito di Dio. Per il resto, i nuovi equilibri di forza sul terreno determinati dall’esito della crisi della settimana scorsa, nettamente favorevoli a Hezbollah, sono destinati a produrre sensibili ripercussioni a livello politico. Hezbollah potrebbe raggiungere l’obiettivo che rincorre da mesi, l’uscita di scena di Siniora e un nuovo governo (forse addirittura di unità nazionale) i cui equilibri gli attribuiscano un potere di veto, nonostante in Parlamento sia in minoranza. In ogni caso, anche se Siniora dovesse miracolosamente restare al suo posto, le forze che lo sostengono dovranno cedere rilevanti quote di potere in favore di Hezbollah e dei suoi alleati, che vedrebbero aumentare il loro già grande potere di condizionamento. In cambio, Hezbollah è disposto a concedere solo qualche flebile e generica garanzia sull’utilizzo delle sue armi. Il gruppo sciita garantirà che esse non verranno rivolte contro altri libanesi, come è invece accaduto negli scontri della scorsa settimana, ma serviranno solo come forza di resistenza contro Israele. Hezbollah può quindi cantare una vittoria piena: militare e politica. Il Libano è sempre più nelle sue mani. Non si può comprendere l’entità del successo del movimento filo-iraniano se non si risale alla genesi e allo svolgimento di quest’ultima crisi, agli errori di Siniora e alla mancanza di un reale sostegno al suo governo, al di là delle parole della diplomazia, da parte della comunità internazionale, Stati Uniti ed Europa in testa.
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Thursday, May 15, 2008
Frattini e La Russa, primi colpi a vuoto su Cina e Libano
Le prime uscite del ministro degli Esteri Frattini e del ministro della Difesa La Russa non mi hanno affatto convinto. In un'intervista al Financial Times Frattini afferma che non intende provocare inutilmente gli «amici cinesi» incontrando il Dalai Lama, precisando però che il governo italiano sostiene la richiesta di autonomia per il Tibet.
Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.
Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.
Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.
A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.
Bush e la Merkel hanno già incontrato il leader tibetano. Il premier britannico Brown lo farà, anche se non a Downing Street. Di Sarkozy e Kouchner non si conosce l'orientamento, ma la Francia è il paese europeo che ha fatto trapelare la posizione più dura e ferma nei confronti di Pechino per la recente repressione in Tibet, tanto da meritarsi alcuni giorni di manifestazioni e boicottaggi contro i Carrefour in alcune grandi città cinesi. Con le parole di Frattini l'Italia di Berlusconi si conferma nei confronti della Cina il più timido tra i grandi paesi europei, che non hanno certo minori interessi commerciali di noi.
Se non altro, Frattini annuncia che l'Italia si oppone alla sospensione dell'embargo sulle armi imposto alla Cina, a differenza di Prodi che aveva esplicitamente appoggiato la richiesta di revoca che giunge insistentemente da Pechino.
Quanto avesse ragione l'ex ministro della Difesa Antonino Martino, quando in piena campagna elettorale evocava (venendo deriso) il ritiro dal Libano se non fossero mutate le regole di ingaggio, lo vediamo oggi che la missione Unifil-2 guidata dall'Italia resta impotente a guardare mentre Hezbollah, propaggine iraniana, s'impadronisce del Libano. Le acrobazie retoriche di Frattini non bastano a celare la verità: il concetto operativo della missione, e di conseguenza le regole d'ingaggio, erano del tutto inadeguate ad assicurare il rispetto della risoluzione dell'Onu 1701.
A non aver capito nulla - ed è gravissimo - di quanto è accaduto in Libano negli ultimi dieci giorni è certamente il ministro La Russa, che a Porta a Porta dichiara: «Non vi è alcun accresciuto allarme, nulla di diverso rispetto a un mese, due mesi fa, o prima». Visto che la situazione è inalterata, «parlare di regole di ingaggio da modificare non solo è inutile, perché modificarle dipende dall'Onu, ma può essere anche dannoso perché può indurre Hezbollah ad una maggiore tensione, senza nessuna giustificazione». Qualcuno avverta il ministro La Russa che se oggi è inutile parlare delle regole d'ingaggio è perché la missione Unifil-2 è un completo fallimento: Hezbollah non è stato disarmato, si riarma in tutta tranquillità e dimostra un'accresciuta egemonia sul Libano.
Friday, May 09, 2008
L'Iran con i piedi in Libano, sotto gli occhi dell'impotente Unifil
La missione Unifil potrebbe divenire molto presto il prossimo zimbello dell'Onu. Sembra una barzelletta, ma Iran e Siria, tramite Hezbollah, potrebbero impossessarsi del Libano sotto il naso dei caschi blu, di cui fanno parte anche gli italiani, che in teoria avrebbero dovuto vigilare per impedire il riarmo dell'organizzazione terroristica eterodiretta da Teheran e Damasco.
Il governo di Beirut e la coalizione che lo sostiene parlano esplicitamente di «colpo di Stato» con l'obiettivo, contrario alle risoluzioni dell'Onu, di restaurare l'occupazione siriana e di estendere l'influenza iraniana. Alle truppe Unifil dovrebbe essere subito affidato il compito di preservare l'indipendenza del Libano, se necessario ricorrendo all'uso della forza non solo se attaccate direttamente.
Dopo avere per mesi boicottato l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, Hezbollah ha dato il via a quella che rischia di trasformarsi in un'aperta guerra civile. Dopo due giorni di scontri tra le fazioni, che hanno provocato circa 13 morti e 22 feriti, i miliziani del partito sciita controllano ormai tutta la parte occidentale della capitale, abitata in grande maggioranza da musulmani sunniti, e anche le strade dirette all'aeroporto internazionale. Mentre l'esercito libanese per ora si limita a prendere posizioni e a proteggere le sedi del Governo e del Parlamento e le abitazioni dei leader della maggioranza parlamentare.
Uomini fedeli a Hezbollah hanno anche imposto l'oscuramento dell'emittente televisiva filo-governativa Future News, di proprietà del leader della maggioranza di governo anti-siriana Saad al-Hariri.
Ieri il leader di Hezbollah, Nasrallah, aveva definito una vera e propria «dichiarazione di guerra» un provvedimento adottato dal governo che provocherebbe la chiusura della rete telefonica controllata dall'organizzazione sciita. A ben vedere è stata la sua affermazione ad essere percepita come una vera e propria «dichiarazione di guerra» contro il governo, se da quel momento i suoi militanti hanno ingaggiato violenti scontri con i sostenitori della coalizione di maggioranza, ricorrendo anche al lancio di razzi Rpg (l'Unifil doveva garantire che non fossero più in possesso di Hezbollah).
Questo pomeriggio sono arrivate le prime reazioni da parte del mondo arabo. L'Arabia Saudita ha chiesto e ottenuto un vertice straordinario dei ministri degli Esteri della Lega araba, che dovrebbe svolgersi fra due giorni, mentre l'Egitto ha affermato di non poter «permettere che il Libano venga controllato dall'Iran». Anche da Israele si accusa l'Iran di alimentare le
violenze, nel quadro di una «politica di dominazione della regione». Da Teheran ribattono accusando i complotti di Israele e Stati Uniti, mentre il presidente siriano Bashar al Assad ricorda che la crisi in corso è «una questione interna libanese».
L'analista Rami Khoury, editorialista del quotidiano libanese Daily Star, ritiene che prendendo il controllo di Beirut il leader di Hezbollah non vuole impossessarsi di tutto il Libano, bensì provocare la caduta del governo filo-occidentale di Siniora e «obbligare le forze rivali ad accettare che Hezbollah eserciti un potere più ampio nelle scelte di governo, soprattutto in politica estera».
Intanto, l'imbelle Europa si limita a invitare «tutte le parti a porre immediatamente fine agli scontri». Ma la situazione è grave. Il Libano rischia davvero di scivolare, più o meno lentamente, nelle mani di Damasco e Teheran, mentre nessuna provocazione, neanche quest'ultimo tentativo di golpe, sembra scuotere le democrazie occidentali dal loro torpore.
Il governo di Beirut e la coalizione che lo sostiene parlano esplicitamente di «colpo di Stato» con l'obiettivo, contrario alle risoluzioni dell'Onu, di restaurare l'occupazione siriana e di estendere l'influenza iraniana. Alle truppe Unifil dovrebbe essere subito affidato il compito di preservare l'indipendenza del Libano, se necessario ricorrendo all'uso della forza non solo se attaccate direttamente.
Dopo avere per mesi boicottato l'elezione del nuovo presidente della Repubblica, Hezbollah ha dato il via a quella che rischia di trasformarsi in un'aperta guerra civile. Dopo due giorni di scontri tra le fazioni, che hanno provocato circa 13 morti e 22 feriti, i miliziani del partito sciita controllano ormai tutta la parte occidentale della capitale, abitata in grande maggioranza da musulmani sunniti, e anche le strade dirette all'aeroporto internazionale. Mentre l'esercito libanese per ora si limita a prendere posizioni e a proteggere le sedi del Governo e del Parlamento e le abitazioni dei leader della maggioranza parlamentare.
Uomini fedeli a Hezbollah hanno anche imposto l'oscuramento dell'emittente televisiva filo-governativa Future News, di proprietà del leader della maggioranza di governo anti-siriana Saad al-Hariri.
Ieri il leader di Hezbollah, Nasrallah, aveva definito una vera e propria «dichiarazione di guerra» un provvedimento adottato dal governo che provocherebbe la chiusura della rete telefonica controllata dall'organizzazione sciita. A ben vedere è stata la sua affermazione ad essere percepita come una vera e propria «dichiarazione di guerra» contro il governo, se da quel momento i suoi militanti hanno ingaggiato violenti scontri con i sostenitori della coalizione di maggioranza, ricorrendo anche al lancio di razzi Rpg (l'Unifil doveva garantire che non fossero più in possesso di Hezbollah).
Questo pomeriggio sono arrivate le prime reazioni da parte del mondo arabo. L'Arabia Saudita ha chiesto e ottenuto un vertice straordinario dei ministri degli Esteri della Lega araba, che dovrebbe svolgersi fra due giorni, mentre l'Egitto ha affermato di non poter «permettere che il Libano venga controllato dall'Iran». Anche da Israele si accusa l'Iran di alimentare le
violenze, nel quadro di una «politica di dominazione della regione». Da Teheran ribattono accusando i complotti di Israele e Stati Uniti, mentre il presidente siriano Bashar al Assad ricorda che la crisi in corso è «una questione interna libanese».
L'analista Rami Khoury, editorialista del quotidiano libanese Daily Star, ritiene che prendendo il controllo di Beirut il leader di Hezbollah non vuole impossessarsi di tutto il Libano, bensì provocare la caduta del governo filo-occidentale di Siniora e «obbligare le forze rivali ad accettare che Hezbollah eserciti un potere più ampio nelle scelte di governo, soprattutto in politica estera».
Intanto, l'imbelle Europa si limita a invitare «tutte le parti a porre immediatamente fine agli scontri». Ma la situazione è grave. Il Libano rischia davvero di scivolare, più o meno lentamente, nelle mani di Damasco e Teheran, mentre nessuna provocazione, neanche quest'ultimo tentativo di golpe, sembra scuotere le democrazie occidentali dal loro torpore.
Friday, March 07, 2008
Israele ha un problema di leadership?
Otto studenti assassinati nella loro scuola a Gerusalemme; nella Striscia di Gaza festeggiamenti nelle strade, con bandiere al vento e caroselli di auto; la strage rivendicata da Hamas; la Libia si oppone e così l'Onu, organizzazione ormai infiltrata dai terroristi, non riesce a emettere nemmeno la rituale e insignificante risoluzione di condanna.
Israele deve reagire. Rabbia e dolore serpeggiano nella popolazione israeliana, che sembra non essere più guidata da una leadership salda. Giusto la scorsa settimana l'offensiva abortita nella Striscia di Gaza, per il dietrofront deciso da Olmert.
La situazione per Israele è obiettivamente difficile perché, come osservavamo pochi giorni fa, tre gravi minacce si stanno addensando contemporaneamente: quella di Hamas dalla Striscia di Gaza; gli Hezbollah dal sud del Libano; il nucleare iraniano.
Alcuni giorni fa il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, ha consegnato ai membri del Consiglio di sicurezza un report del governo israeliano, di fatto avallandolo, in cui si denuncia in maniera circostanziata che Hezbollah sarebbe in possesso di ben 30 mila missili (di cui 10 mila a lungo raggio) nel sud del Libano. Una notizia che se fosse confermata sancirebbe il fallimento totale della missione Unifil.
La nave da guerra Uss Cole è ancora nelle acque di Beirut e il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha ribadito che «la presenza militare americana, da molto tempo nella regione, è semplicemente un segnale molto chiaro che siamo in grado e siamo assolutamente disposti a difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati». In particolare, ha spiegato, «gli Stati Uniti difendono il diritto dei libanesi di eleggere il loro presidente, mentre finora si sono trovati sotto la lunga ombra intimidatoria della presenza straniera» (alla Siria e all'Iran, si riferiva).
Israele ha la forza militare adeguata per tenere testa a queste tre minacce, ma sembra aver perso la capacità di esercitare deterrenza nei confronti dei suoi principali nemici che, complice l'indifferenza della comunità internazionale e l'inefficacia delle politiche Usa e Ue, sembrano essersi rafforzati. I tentennamenti e le indecisioni che hanno caratterizzato le mosse israeliane negli ultimi anni, dall'addio di Sharon, fanno dubitare delle attuali capacità di leadership del governo Olmert.
Israele deve reagire. Rabbia e dolore serpeggiano nella popolazione israeliana, che sembra non essere più guidata da una leadership salda. Giusto la scorsa settimana l'offensiva abortita nella Striscia di Gaza, per il dietrofront deciso da Olmert.
La situazione per Israele è obiettivamente difficile perché, come osservavamo pochi giorni fa, tre gravi minacce si stanno addensando contemporaneamente: quella di Hamas dalla Striscia di Gaza; gli Hezbollah dal sud del Libano; il nucleare iraniano.
Alcuni giorni fa il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-Moon, ha consegnato ai membri del Consiglio di sicurezza un report del governo israeliano, di fatto avallandolo, in cui si denuncia in maniera circostanziata che Hezbollah sarebbe in possesso di ben 30 mila missili (di cui 10 mila a lungo raggio) nel sud del Libano. Una notizia che se fosse confermata sancirebbe il fallimento totale della missione Unifil.
La nave da guerra Uss Cole è ancora nelle acque di Beirut e il segretario di Stato Usa Condoleezza Rice ha ribadito che «la presenza militare americana, da molto tempo nella regione, è semplicemente un segnale molto chiaro che siamo in grado e siamo assolutamente disposti a difendere i nostri interessi e quelli dei nostri alleati». In particolare, ha spiegato, «gli Stati Uniti difendono il diritto dei libanesi di eleggere il loro presidente, mentre finora si sono trovati sotto la lunga ombra intimidatoria della presenza straniera» (alla Siria e all'Iran, si riferiva).
Israele ha la forza militare adeguata per tenere testa a queste tre minacce, ma sembra aver perso la capacità di esercitare deterrenza nei confronti dei suoi principali nemici che, complice l'indifferenza della comunità internazionale e l'inefficacia delle politiche Usa e Ue, sembrano essersi rafforzati. I tentennamenti e le indecisioni che hanno caratterizzato le mosse israeliane negli ultimi anni, dall'addio di Sharon, fanno dubitare delle attuali capacità di leadership del governo Olmert.
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