Pubblicato su formiche
Uno degli effetti "collaterali" del riallineamento di Doha potrebbe essere un contesto favorevole a un accordo tra israeliani e palestinesi
L'esito più probabile della crisi che si è aperta tra i Paesi arabi del Golfo è quello di una ricomposizione, con il Qatar che prende atto che le sue politiche "eterodosse", non allineate a quelle dei suoi vicini sono ormai incompatibili con la nuova fase geopolitica che si è aperta con la visita del presidente americano Trump a Riad e le nuove (vecchie) alleanze che si stanno formando. Per la piccola penisola che si affaccia sul Golfo si tratta di capire come salvare la faccia e, magari, anche guadagnarci qualcosina a titolo di indennizzo. Non mancano tuttavia margini di incertezza.
Se era inimmaginabile che una tale rottura fosse avvenuta senza il via libera di Washington, il presidente Trump ha esplicitamente rivendicato il ruolo degli Stati Uniti: durante i colloqui al vertice di Riad, focalizzati sull'impegno a contrastare ogni tipo di sostegno all'estremismo e al terrorismo islamico, i leader dei paesi arabi e sunniti hanno puntato l'indice verso il Qatar quale finanziatore del terrorismo (pur essendo anche di natura economica e geopolitica i motivi dei loro contrasti con Doha), ricevendo da Washington un esplicito incoraggiamento ad agire. "Ho deciso - in accordo con il segretario di stato Tillerson, i nostri grandi generali e il personale militare - che fosse venuto il tempo di chiedere al Qatar di finire di finanziare il terrorismo".
Che dietro alla rottura ci sia il semaforo verde Usa da un certo punto di vista aumenta le possibilità di ricomposizione della crisi. Difficile, infatti, che a Washington non siano stati ben ponderati obiettivi e rischi di una mossa non solo approvata ma anche incoraggiata. Altrettanto difficile quindi che a Doha, con la quale gli Usa non vogliono rompere, verranno poste condizioni impossibili da soddisfare. Anzi, tutto sembra organizzato per far sì che Washington sia l'unica via d'uscita per l'emiro al-Thani. Il segretario di Stato Tillerson, e più dietro le quinte il capo del Pentagono Mattis (in Qatar ha sede una base militare americana centrale per le operazioni in Medio Oriente) si sono subito attivati per avviare una mediazione.
Ma non ci sono due linee nell'amministrazione Usa. In questo caso le parole di Trump non sono estrapolate da un tweet o frutto di un'uscita estemporanea, ma sono state lette da un testo preparato e fanno esplicito riferimento ad una linea condivisa con Dipartimento di Stato e Pentagono. Si badi infatti che il segretario di Stato Tillerson, durante la sua conferenza stampa sulla crisi, ha sì chiesto agli Stati arabi di "allentare" l'embargo contro il Qatar, ma ha usato le stesse ferme parole del presidente nei confronti di Doha, alla quale "chiediamo di rispondere alle preoccupazioni dei suoi vicini". Ha ricordato che il Qatar "ha una storia di sostegno" a gruppi estremisti e violenti. "L'emiro del Qatar - ha concluso Tillerson - ha fatto progressi nel fermare il sostegno finanziario e nell'espellere elementi terroristi dal suo paese, ma deve fare di più e deve farlo più rapidamente". Il che significa che Washington intende sì giocare il ruolo di mediatore, ma non neutrale, e che il ritorno allo status quo ante per Doha non è un'opzione sul tavolo. Non sarà un bis del 2014, quando il Qatar aveva promesso di cambiare i suoi comportamenti ma dopo un breve periodo di maggiore cautela era tornato al suo "business as usual" con i gruppi islamici radicali e nei suoi rapporti con Teheran. Il Qatar sa bene che non può uscirne senza soddisfare le richieste dei suoi vicini, almeno quelle su cui insistono anche gli Stati Uniti (basta finanziare l'estremismo e il terrorismo islamico, ridimensionare i rapporti con l'Iran), e che qui si esaurisce il suo margine di trattativa per limitare i danni e chiedere qualche "indennizzo".
Se la mediazione funziona, e il Qatar si riallinea, l'amministrazione Trump potrà rivendicare un importante successo diplomatico e strategico: non permettere a Iran, Russia e Turchia di dividere gli alleati arabi dell’America. D'altra parte, qualcosa può sempre andare storto, anche perché i veri obiettivi e le "linee rosse" degli altri attori non sono completamente noti. La mossa non è totalmente priva di rischi, dal momento che costringe le due potenze regionali amiche del Qatar, che ambiscono a ridefinire a loro favore i rapporti di forza in Medio Oriente, ad uscire allo scoperto e ad esporsi. E infatti subito dopo l'apertura della crisi il ministro degli esteri iraniano è volato ad Ankara e i due Paesi si sono impegnati a sostenere Doha. Dal punto di vista dell'emiro al-Thani il sostegno iraniano è più realistico e concreto, ma politicamente meno praticabile. Accettarlo, allineandosi apertamente a Teheran, significherebbe varcare il confine tra mondo sunnita e sciita, quindi la sospensione o l'espulsione del Qatar dal GCC (Gulf Cooperation Council), il probabile addio della base militare americana, e forse anche la destabilizzazione politica interna. Un conto è avere interessi economici comuni, tutt'altro stringere con Teheran un'alleanza strategica contro i "fratelli" sunniti. Il sostegno diplomatico e retorico da parte turca è stato persino più sbandierato di quello iraniano, spingendosi fino all'aiuto militare. Ma nel medio-lungo periodo è anche meno realistico e concreto. Data la distanza geografica, Ankara non ha (ancora?) una sufficiente proiezione di potere per diventare il "protettore" di Doha rispetto ai suoi vicini arabi e agli Stati Uniti. Inoltre, per l'economia qatarina sarebbe insostenibile a lungo, troppo costoso, dipendere da spedizioni via mare e via aerea per quanto riguarda i beni di prima necessità. Sia pure improbabile, se l'Iran e anche la Turchia, pur essendo membro della Nato, decidono di alzare la posta e indurre il Qatar a resistere, entriamo in un territorio sconosciuto e pericoloso.
Se per i Paesi arabi del Golfo e l'Egitto che hanno fatto scattare l'ultimatum nei confronti di Doha l'espansione e le ambizioni egemoniche iraniane rappresentano la minaccia più immediata, a preoccuparli è anche l'attivismo di Ankara, il disegno neo-ottomano del presidente turco Erdogan, che si proietta verso sud. Ricordano fin troppo bene che prima del colonialismo europeo, il Medio Oriente è stato di fatto suddiviso tra i persiani e gli ottomani, con gli arabi marginalizzati. Per evitare il ripetersi di questo scenario, hanno bisogno di contrapporre alle mire egemoniche di Iran e Turchia un fronte arabo-sunnita compatto, che non può sopportare defezioni e tuttavia non può fare a meno - dal punto di vista militare ed economico - di una stretta cooperazione con Israele.
A pagare il prezzo della futura, probabile ricomposizione potrebbe essere Hamas, dal momento che proprio il sostegno alla Fratellanza musulmana da parte qatarina è tra i motivi principali della rottura delle relazioni diplomatiche con Doha. Il Qatar ha già chiesto ufficialmente ad Hamas di non usare il suo territorio per dirigere attività contro Israele. Anzi, secondo fonti israeliane e palestinesi concordi, due alti dirigenti di Hamas sono già stati espulsi dal Paese. Se l'embargo nei confronti del Qatar ha di tutta evidenza lo scopo di riallineare la sua politica estera a quella dei suoi vicini in un fronte anti-iraniano, uno degli esiti collaterali ma gravido di conseguenze, osserva uno dei massimi studiosi di politica estera americana, Walter Russell Mead, potrebbe essere quello di scalzare Hamas dal potere nella Striscia di Gaza, unificando i palestinesi sotto la guida di una più flessibile Fatah, che sarebbe economicamente e politicamente dipendente da un fronte unito di Paesi del Golfo.
In questo contesto, continua Walter Russell Mead, non si può escludere che il corso degli eventi non finisca per favorire la prospettiva di un qualche accordo tra israeliani e palestinesi. Un accordo, per esempio, che riconosca una sovranità araba sui siti sacri islamici di Gerusalemme e al contempo assicuri un'entità statale palestinese depurata da Hamas, sotto il controllo degli Stati del Golfo e dell'Egitto. Un esito che potrebbe soddisfare le esigenze di tutti gli attori coinvolti. Israele potrebbe contare sulla garanzia dei suoi alleati arabi sul comportamento dei palestinesi; gli arabi potrebbero salvare la faccia mentre rafforzano la loro intesa strategica con Israele; e l'Autorità palestinese ottenere il riconoscimento cui mira da decenni, ricevendo cospiscui finanziamenti dagli Stati arabi del Golfo e l'Egitto e una "legittimazione religiosa" dai sauditi. Naturalmente le variabili in campo sono innumerevoli e non consentono di fare previsioni, ma il corso degli eventi potrebbe andare in questa direzione. E sarebbe certo una di quelle ironie che a volte la storia ci riserva, se l'eredità della politica estera di Obama dovesse essere un'alleanza arabo-israeliana in funzione anti-iraniana e una storica stretta di mano tra Netanyahu e Abbas sotto lo sguardo compiaciuto del presidente Trump.
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Friday, June 16, 2017
Friday, November 30, 2012
Perché il voto di ieri all'Onu non è per la pace, ma solo anti-israeliano
Parlamento e Farnesina esautorati: nelle mani di chi è finita la politica mediorientale italiana?
Dunque, come ampiamente previsto l'Assemblea generale ha approvato la risoluzione che sancisce per la "Palestina" all'Onu lo status di «Stato osservatore non membro». Hillary Clinton ha bollato il voto come «controproducente» per il processo di pace. Ancor più duramente ha reagito Israele: «Andando all'Onu i palestinesi hanno violato gli accordi (di Oslo, ndr), agiremo di conseguenza». «Grande delusione» è stata trasmessa dall'ambasciata israeliana a Roma per la scelta dell'Italia. Dalle ricostruzioni di stampa di questa mattina emerge che:
1) più che dalla presunzione di rilanciare il processo di pace, la scelta del governo italiano di votare "sì" è stata dovuta alla preoccupazione di non restare indietro rispetto agli altri Paesi europei del Mediterraneo nei «buoni rapporti» con i Paesi arabi. Altro che pace e questione palestinese, una scelta d'amicizia!
1a) ha giocato un ruolo anche l'idea di indebolire il premier israeliano Netanyahu in vista delle prossime elezioni politiche. Ma la mia sensazione è che, invece, alla lunga questo voto lo rafforzerà e radicalizzerà le posizioni dell'opinione pubblica israeliana. E' comunque scandaloso che Netanyahu venga equiparato ad Hamas come ostacolo alla pace.
2) gli Stati Uniti avevano chiesto all'Italia di votare "no", ma Obama non si è speso personalmente per convincere gli alleati europei. E per il fatto che non ci sono stati «contatti ai massimi livelli», il nostro sì «non si è trasformato in una questione di vita o di morte». Un altro successone di Obama, insomma.
3) il governo italiano, come conferma anche stamattina il ministro Terzi, ha concesso il suo sì all'Anp a tre condizioni: accettare che il riconoscimento dello Stato palestinese può arrivare «solo ed esclusivamente» attraverso il negoziato e l'intesa diretta tra le parti; non sfruttare il nuovo status per adire la Corte penale internazionale; impegnarsi a riaprire «immediatamente» il negoziato con Israele «senza pre-condizioni». Le stesse condizioni erano state poste da altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che però si è astenuta, perché l'Anp non ha accolto, almeno ufficialmente, nessuna di queste tre condizioni. E anzi, è evidente anche ai più sprovveduti osservatori che l'insistenza dei palestinesi per ottenere il nuovo status all'Onu è dovuta precisamente all'obiettivo di usarlo per esercitare ulteriore pressione giuridica e politica su Israele, anche ricorrendo alla Corte penale internazionale.
4) ed emergono, infine, inquietanti risvolti dal punto di vista istituzionale: se è vero che Napolitano ha avuto un peso determinante sulla decisione del governo, allora siamo fuori - per l'ennesima volta - dal dettato costituzionale: o l'attuale e i futuri presidenti della Repubblica rientrano nel ruolo previsto dalla Costituzione, oppure diventa urgente cambiare la loro legittimazione prevedendo l'elezione diretta e popolare del capo dello Stato. Ed è accettabile che il governo abbia ribaltato la politica mediorientale senza il pronunciamento del Parlamento che l'aveva espressa, non 10 anni fa ma in questa legislatura? Sarebbe interessante, inoltre, capire se c'è anche il ministro Riccardi dietro questa scelta: la Farnesina è stata esautorata dal Vaticano e dal Ministero degli esteri di Trastevere, la Comunità di Sant'Egidio, da sempre filo-araba e filo-islamica?
Ma veniamo ai principali argomenti a sostegno del sì alla risoluzione:
1) la soluzione dei "due stati per due popoli" alla base della posizione favorevole di molti degli stati europei non è stata nemmeno citata da Abbas nel suo discorso all'Onu.
2) si concede questo riconoscimento ad Abbas perché "moderato", ma nel frattempo Israele resta oggetto del lancio dei missili da Gaza? E' pensabile far compiere passi avanti ad un processo di pace in questo modo? Servirebbe l'impegno di tutte le fazioni palestinesi - Hamas compresa - non solo quello (solo presunto) dell'Anp. Come ho cercato di spiegare nel post di ieri, al di là delle migliori (o peggiori) intezioni, l'effetto di questo voto non è sganciare la causa palestinese da quella di Hamas. L'unica cosa che si sgancia è la questione - su cui non sono affatto contrario in linea di principio - della statualità, di uno Stato palestinese, dalla questione sicurezza ed esistenza di Israele. Se la prima viene affrontata, muove passi avanti, al di fuori della bilateralità, e "gratis", senza che tutte le fazioni palestinesi si impegnino ad assicurare a Israele sicurezza e diritto all'esistenza, si priva Israele dell'unica arma negoziale al di fuori della sua forza militare. A me sembra chiaro e lapalissiano, ma mi sento sempre più un pazzo nel deserto.
Dunque, come ampiamente previsto l'Assemblea generale ha approvato la risoluzione che sancisce per la "Palestina" all'Onu lo status di «Stato osservatore non membro». Hillary Clinton ha bollato il voto come «controproducente» per il processo di pace. Ancor più duramente ha reagito Israele: «Andando all'Onu i palestinesi hanno violato gli accordi (di Oslo, ndr), agiremo di conseguenza». «Grande delusione» è stata trasmessa dall'ambasciata israeliana a Roma per la scelta dell'Italia. Dalle ricostruzioni di stampa di questa mattina emerge che:
1) più che dalla presunzione di rilanciare il processo di pace, la scelta del governo italiano di votare "sì" è stata dovuta alla preoccupazione di non restare indietro rispetto agli altri Paesi europei del Mediterraneo nei «buoni rapporti» con i Paesi arabi. Altro che pace e questione palestinese, una scelta d'amicizia!
1a) ha giocato un ruolo anche l'idea di indebolire il premier israeliano Netanyahu in vista delle prossime elezioni politiche. Ma la mia sensazione è che, invece, alla lunga questo voto lo rafforzerà e radicalizzerà le posizioni dell'opinione pubblica israeliana. E' comunque scandaloso che Netanyahu venga equiparato ad Hamas come ostacolo alla pace.
2) gli Stati Uniti avevano chiesto all'Italia di votare "no", ma Obama non si è speso personalmente per convincere gli alleati europei. E per il fatto che non ci sono stati «contatti ai massimi livelli», il nostro sì «non si è trasformato in una questione di vita o di morte». Un altro successone di Obama, insomma.
3) il governo italiano, come conferma anche stamattina il ministro Terzi, ha concesso il suo sì all'Anp a tre condizioni: accettare che il riconoscimento dello Stato palestinese può arrivare «solo ed esclusivamente» attraverso il negoziato e l'intesa diretta tra le parti; non sfruttare il nuovo status per adire la Corte penale internazionale; impegnarsi a riaprire «immediatamente» il negoziato con Israele «senza pre-condizioni». Le stesse condizioni erano state poste da altri paesi europei, come la Gran Bretagna, che però si è astenuta, perché l'Anp non ha accolto, almeno ufficialmente, nessuna di queste tre condizioni. E anzi, è evidente anche ai più sprovveduti osservatori che l'insistenza dei palestinesi per ottenere il nuovo status all'Onu è dovuta precisamente all'obiettivo di usarlo per esercitare ulteriore pressione giuridica e politica su Israele, anche ricorrendo alla Corte penale internazionale.
4) ed emergono, infine, inquietanti risvolti dal punto di vista istituzionale: se è vero che Napolitano ha avuto un peso determinante sulla decisione del governo, allora siamo fuori - per l'ennesima volta - dal dettato costituzionale: o l'attuale e i futuri presidenti della Repubblica rientrano nel ruolo previsto dalla Costituzione, oppure diventa urgente cambiare la loro legittimazione prevedendo l'elezione diretta e popolare del capo dello Stato. Ed è accettabile che il governo abbia ribaltato la politica mediorientale senza il pronunciamento del Parlamento che l'aveva espressa, non 10 anni fa ma in questa legislatura? Sarebbe interessante, inoltre, capire se c'è anche il ministro Riccardi dietro questa scelta: la Farnesina è stata esautorata dal Vaticano e dal Ministero degli esteri di Trastevere, la Comunità di Sant'Egidio, da sempre filo-araba e filo-islamica?
Ma veniamo ai principali argomenti a sostegno del sì alla risoluzione:
1) la soluzione dei "due stati per due popoli" alla base della posizione favorevole di molti degli stati europei non è stata nemmeno citata da Abbas nel suo discorso all'Onu.
2) si concede questo riconoscimento ad Abbas perché "moderato", ma nel frattempo Israele resta oggetto del lancio dei missili da Gaza? E' pensabile far compiere passi avanti ad un processo di pace in questo modo? Servirebbe l'impegno di tutte le fazioni palestinesi - Hamas compresa - non solo quello (solo presunto) dell'Anp. Come ho cercato di spiegare nel post di ieri, al di là delle migliori (o peggiori) intezioni, l'effetto di questo voto non è sganciare la causa palestinese da quella di Hamas. L'unica cosa che si sgancia è la questione - su cui non sono affatto contrario in linea di principio - della statualità, di uno Stato palestinese, dalla questione sicurezza ed esistenza di Israele. Se la prima viene affrontata, muove passi avanti, al di fuori della bilateralità, e "gratis", senza che tutte le fazioni palestinesi si impegnino ad assicurare a Israele sicurezza e diritto all'esistenza, si priva Israele dell'unica arma negoziale al di fuori della sua forza militare. A me sembra chiaro e lapalissiano, ma mi sento sempre più un pazzo nel deserto.
Thursday, November 29, 2012
Una ignobile marchetta al mondo arabo
Un'altra brutta, ignobile pagina di politica estera (dopo l'incredibile vicenda dei due marò, da ben 288 giorni prigionieri e sotto processo in India, con il nostro governo incapace di muovere un dito!) è quella che ci regalano il presidente Napolitano, il premier Monti, e il ministro degli esteri Terzi schierando l'Italia a favore della risoluzione che riconosce alla Palestina, o meglio all'Anp, lo status di «stato non membro osservatore permanente» all'Onu.
Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.
Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.
Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.
«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.
Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.
Una posizione che lungi dal favorire il processo di pace, lo indebolisce, aumentando le tensioni diplomatiche e ponendo le premesse per ulteriori rivendicazioni che alimenteranno gli estremismi. Questo voto, infatti, rappresenta - e così lo presenteranno i palestinesi e i paesi arabi - una "validazione" de facto da parte della comunità internazionale dei confini pre-1967. Riconoscendo all'Anp lo status di "Stato", seppure non membro, l'Onu ne riconosce implicitamente il territorio, quindi i confini, su iniziativa unilaterale dei palestinesi. Il che rende praticamente carta straccia gli accordi di Oslo (quelli che Hamas disconosce e che il nuovo Egitto dei Fratelli musulmani non vede l'ora di poter disconoscere), secondo cui uno Stato di Palestina sarebbe dovuto nascere a seguito di negoziati bilaterali.
Attenzione, questo è un punto fondamentale: perché il territorio, i confini, la statualità, sono le uniche merci di scambio che Israele può offrire in cambio di pace, della fine delle minacce alla sua esistenza. Se la questione dello Stato palestinese e del suo territorio viene risolta prima, o quanto meno "pregiudicata", al di fuori di un negoziato bilaterale, si toglie a Israele l'unica arma negoziale per ottenere la pace. Ecco perché si tratta di un voto profondamente anti-israeliano e chi ai vertici delle nostre istituzioni non lo capisce è o incompetente o in malafede.
Inoltre, un governo che volesse rilanciare il processo di pace non premierebbe con un tale riconoscimento i palestinesi, che per quattro anni si sono rifiutati di riaprire i negoziati con Israele. Per non parlare, poi, delle iniziative che potrebbe avviare l'Anp presso l'Onu grazie al nuovo status, tanto che lo stesso governo Monti ha chiesto ad Abbas di «astenersi dall'utilizzare l'odierno voto dell'Assemblea generale per ottenere l'accesso ad altre agenzie specializzate delle Nazioni Unite, per adire la Corte penale internazionale o per farne un uso retroattivo». Raccomandazione indicativa di come i palestinesi tenteranno di strumentalizzare il voto di oggi.
«Siamo molto delusi dalla decisione dell'Italia», è stata la reazione dell'ambasciata israeliana a Roma. Nel comunicato del governo naturalmente si spiega la decisione con la volontà di «rilanciare il processo di pace», la soluzione "due stati per due popoli", ma la geografia del voto rivela le motivazioni reali. L'Italia ha votato sì insieme agli altri paesi europei del Mediterraneo, mentre contro si sono schierati Usa, Canada, Gran Bretagna e Germania. E' evidente, quindi, che il vero scopo è accattivarsi le simpatie dei paesi arabi, vicini dell'altra sponda del Mediterraneo, contro il diritto di Israele all'autodifesa, contro la pace, la giustizia e i diritti umani degli stessi palestinesi e degli altri cittadini del mondo arabo.
Non meno grave, dal punto di vista istituzionale, che un governo tecnico, nato per far fronte ad un'emergenza finanziaria, ribalti la politica mediorientale italiana senza il pronunciamento del Parlamento che l'ha espressa non dieci anni fa, ma in questa stessa legislatura.
Monday, November 26, 2012
Tregua a Gaza, golpe al Cairo, gli Usa ingoiano
Non basta affatto, "in questi momenti", ricordare cosa pensa il presidente Obama di Hamas, cioè che è «un'organizzazione terroristica con cui non bisogna trattare fin quando non riconosceranno Israele, rinunceranno al terrorismo e rispetteranno i precedenti accordi». Con l'organizzazione terroristica si può non trattare direttamente, si può a parole ricordare il diritto di Israele all'autodifesa, ma dalla crisi e dalla tregua di Gaza Hamas esce meno isolata di prima e rafforzata politicamente. E pazienza se militarmente ha perso quasi tutti i suoi missili, l'Iran è pronto - potete scommetterci - a spedirne quanto prima degli altri e probabilmente l'Egitto a consentire che il carico transiti per le frontiere.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
Proprio sull'Egitto si sono concentrati gli sforzi diplomatici americani, affinché si dimostrasse un attore di stabilità riuscendo a far ragionare Hamas. Ma il presidente Morsi non ha esitato un secondo a sfruttare sul fronte interno il capitale politico derivante dalla prova di leadership chiesta dagli Usa, e mostrata, nel disinnescare la crisi di Gaza: appena annunciata la tregua si è attribuito pieni poteri, certo di poter contare sul silenzio/assenso degli Stati Uniti, che pochi giorni prima si erano completamente affidati alla sua gentile intercessione.
«Il presidente - si legge nel decreto - è autorizzato a prendere qualsiasi misura reputi idonea a preservare e difendere la rivoluzione, l'unità nazionale o la sicurezza nazionale». Le decisioni presidenziali non potranno essere in alcun modo giudicate o cancellate dall'autorità giudiziaria, almeno fino a quando non ci sarà una nuova Costituzione e non sarà eletto un nuovo Parlamento. In quattro righe quindi Morsi si pone al di sopra del Parlamento e del potere giudiziario, la sua parola è legge finché non ci sarà una nuova Costituzione. La quale, ovviamente, non riceverà luce verde finché non soddisferà pienamente i Fratelli musulmani, il partito del presidente egiziano. Un golpe bianco, insomma, che preannuncia la definitiva mutazione della rivoluzione della primavera del 2011 da democratica in islamica.
Lo permetteranno i cittadini egiziani? Sembra comunque che alcuni anticorpi democratici facciano ormai parte del tessuto civile del Cairo e di Alessandria, se migliaia di manifestanti hanno riempito le piazze accorrendo allo slogan "Morsi come Mubarak" e si sono scontrati con le forze di sicurezza e i militanti del partito islamico. Nei prossimi giorni, tra l'altro, la suprema autorità giudiziaria del paese dovrà pronunciarsi sui numerosi ricorsi presentati contro il decreto.
Fatto sta che l'attore che solo ieri gli Stati Uniti accreditavano come "responsabile" per il ruolo di mediazione svolto nella crisi di Gaza - concedendo al suo ministro degli esteri l'onore di poter dare l'annuncio ufficale della tregua al fianco di Hillary Clinton - oggi si proclama di fatto dittatore nel paese più influente del mondo arabo, mossa che potrebbe preludere all'instaurazione di un regime islamico sunnita.
Si avrà nei prossimi mesi la prova definitiva della sincerità o del doppio gioco di Morsi: se gli arsenali di Hamas, oggi quasi azzerati, torneranno a riempirsi di missili in grado di colpire Tel Aviv e Gerusalemme, allora vorrà dire che l'Egitto resta su una posizione ambigua: cerca di rafforzare la propria centralità politica nella regione non favorendo la stabilità, bensì giocando cinicamente la carta dei gruppi terroristici palestinesi. Se questa sarà la strategia di Morsi, e se il primo presidente espressione dei Fratelli musulmani liquiderà la democrazia egiziana ancora in fasce, allora Hamas non avrà di fronte un modello di "normalizzazione" da seguire, non verrà mai costretta a scegliere tra il Cairo e Teheran, potrà continuare ad avvalersi dell'amicizia degli uni e degli altri a seconda delle convenienze del momento.
Wednesday, November 21, 2012
E' una guerra regionale, media pecoroni!
Anche su Rightnation.it
E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.
La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.
Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".
Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.
Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?
Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.
E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.
E', senza forse, uno dei più grandi tumori del nostro tempo in Italia, ma anche in Europa e nell'intero Occidente: il conformismo e il politicamente corretto nel mondo dell'informazione mainstream. Un'informazione che sempre più disinforma perché relativizza, perché in nome di una ipocrita imparzialità calpesta l'obiettività, ha perso ogni riferimento valoriale nella lettura degli eventi, il cui susseguirsi viene riportato privo di nesso causa-effetto, in un flusso di notizie accompagnato da finte analisi e pervaso di un moralismo istantaneo e superficiale, dove prevale la preoccupazione di apparire equanimi e di uniformare la realtà ai propri rassicuranti tabù politicamente corretti. Va bene, non esisteranno il bianco e il nero, ma almeno riportateci le diverse sfumature piuttosto che un unico tono di grigio.
La copertura mediatica dell'ennesima crisi di Gaza è l'ennesima, lampante dimostrazione. L'incapacità di distinguere tra un'organizzazione ferocemente terrorista e barbara come Hamas, che opera non nell'interesse dei palestinesi, ma di uno stato terrorista come l'Iran, e uno stato democratico e civile come Israele, è una vergogna insopportabile, ripugnante. Se il governo israeliano decide di agire sulla spinta dei propri cittadini che in grande maggioranza chiedono un intervento militare per far cessare il lancio di missili sul loro territorio, allora è un bieco calcolo elettorale. Pelo sullo stomaco nei confronti di Israele, però ci si beve la propaganda di Hamas come nemmeno la propaganda nazista negli anni '30.
Hamas spara centinaia di missili (1.500 in pochi giorni), e indiscriminatamente, sulle città israeliane, ma sotto processo mediatico finisce Israele per raid mirati contro obiettivi militari (depositi di armi o leader terroristi). Fa vittime civili? Sicuramente (anche se a dare i numeri, a decidere chi sono i civili e chi i militanti è la stessa Hamas e i media registrano senza verificare). Ma si dimenticano di dire che Hamas non difende minimamente la sua popolazione, anzi usa i civili come "scudi umani", come strumento di propaganda politica: più vittime, più biasimo internazionale si può aizzare contro Israele. Sotto accusa finisce Israele perché la sua reazione è "sproporzionata": la contabilità dei morti a suo favore sottintende che in fondo i razzetti di Hamas sono poco più che fuochi d'artificio. Pazienza se le limitate vittime israeliane sono il risultato degli sforzi del loro governo di proteggere la popolazione, al contrario di Hamas che la usa come "scudo umano".
Ieri sera Hamas ha annunciato un accordo che di fatto non c'era, le trattative erano ancora in pieno svolgimento. Ma era strumentale ad alimentare le aspettative di una tregua imminente, così da far titolare i giornali, l'indomani, sull'accordo sfumato facendo ricadere la colpa su Israele. I media ovviamente hanno abboccato in pieno, nonostante il fatto stesso che Hillary Clinton dovesse ancora giungere nella regione avrebbe dovuto far presagire che l'accordo era ancora lungi dall'essere raggiunto.
Nonostante l'Iran non faccia mistero (anzi, lo rivendica ufficialmente) di aiutare militarmente sia il regime di Assad contro i ribelli, sia Hamas fornendogli missili di gittata sempre maggiore, che mi risulti nessuna delle assennate analisi apparse sui mainstream media si è azzardata ad interpretare quanto sta accadendo come un diversivo iraniano per alleggerire la pressione internazionale su Assad, impegnato in una durissima repressione interna. Ma non lo capite, stupidi, che non c'entrano più le rivendicazioni dei palestinesi, che la "questione palestinese" è morta e sepolta, e che Siria, Gaza, Assad, Hamas, tutto quanto sta accadendo, è parte di un'unica guerra regionale il cui attore, anzi burattinaio principale è l'Iran?
Ebbene, Hamas, che appartiene alla Fratellanza musulmana, lo stesso movimento che esprime il presidente egiziano Morsi, è a un bivio: deve scegliere se affidarsi alla mediazione dei suoi "fratelli" egiziani, se farsi "normalizzare" e moderare dall'Egitto, o se invece giurare fedeltà a Teheran, che gli fornisce i preziosi missili con i quali può ricattare Israele e proseguire la sua guerra. Egitto o Iran, insomma? Sotto esame è anche il nuovo Egitto in mano ai Fratelli musulmani: gli Stati Uniti, ma anche Israele, vogliono capire se è o no un attore di stabilità e se la sua "parentela" con Hamas è d'aiuto o un'ulteriore complicazione.
E invece niente di tutto questo, sui media, siti internet e social network compresi, prosegue lo stucchevole rito - il "terzismo" - di politici e giornalisti tweetstar: condannare la guerra sporca e cattiva, che non serve a nessuno, e mettere sullo stesso piano Hamas e Israele (semmai facendo le pulci a quest'ultimo, colpevole di accanirsi su innocenti e indifesi palestinesi). Facile starsene comodomente seduti davanti al pc in redazione o sul divano di casa e pontificare sull'inutilità della guerra. E' una posa comoda e da persone perbene, che garantisce bella figura a buon mercato, esentati dalla fatica intellettuale e anche dalla responsabilità morale e professionale di distinguere tra aggressore e vittima, di distribuire torti e ragioni.
Monday, May 23, 2011
Disinformazione riuscita
Solo Semprini su La Stampa (e Rocca sul suo blog) l'hanno riportato, ma ieri il presidente Obama, parlando all'Aipac, è tornato sul passaggio del suo discorso di giovedì sul Medio Oriente, celebrato dalla maggior parte dei mainstream media come un sonoro schiaffone a Israele, fornendo l'interpretazione autentica delle sue parole sul ritorno ai confini del 1967. E ovviamente l'interpretazione del passaggio «the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps» è quella che avete letto qui venerdì scorso.
«... And since my position has been misrepresented several times, let me reaffirm what "1967 lines with mutually agreed swaps" means. By definition, it means that the parties themselves - Israelis and Palestinians - will negotiate a border that is different than the one that existed on June 4, 1967. (Applause.) That's what mutually agreed-upon swaps means. It is a well-known formula to all who have worked on this issue for a generation. It allows the parties themselves to account for the changes that have taken place over the last 44 years. (Applause.) It allows the parties themselves to take account of those changes, including the new demographic realities on the ground, and the needs of both sides. The ultimate goal is two states for two people: Israel as a Jewish state and the homeland for the Jewish people - (applause) - and the State of Palestine as the homeland for the Palestinian people - each state in joined self-determination, mutual recognition, and peace. (Applause.) If there is a controversy, then, it's not based in substance. What I did on Thursday was to say publicly what has long been acknowledged privately...».Così testualmente Obama. E ovviamente agenzie, giornali e tv non hanno fatto ammenda per aver riportato una notizia inesatta. Nossignori, il titolo è stato: "Obama fa marcia indietro". La realtà è che ai nostri mainstream media, carichi di pregiudizi antisraeliani, serviva un titolo su Israele per non dover sottolineare che Obama sta tornando sui passi di Bush per quanto riguarda la promozione della democrazia in Medio Oriente. Operazione riuscita, direi.
Friday, May 20, 2011
Quello che non vi dicono sul discorso di Obama
Spesso sottolineo le cantonate e le deformazioni ideologiche della nostra stampa mainstream, ma quelle di stamattina sul discorso di Obama di ieri le superano se non tutte, parecchie. Un discorso ridotto ad una specie di reprimenda nei confronti di Israele che si ostinerebbe a non accettare i confini del 1967. Tutti i titoli, e la gran parte degli articoli, con la sola eccezione di Molinari su La Stampa (anche lui però sfregiato dal titolista), lanciano il medesimo messaggio: Obama che rompe il tabù dei confini del '67, e tutti a celebrare il presidente di sinistra che finalmente gliene dice quattro a Israele. Innanzitutto, questa lettura ignora il cuore del discorso: la svolta di politica estera annunciata da Obama ieri non riguarda il negoziato tra israeliani e palestinesi, che anzi ha riconosciuto essere in uno stallo e dipendere dalle due parti, ma il ritorno all'agenda pro democracy da parte del presidente, che l'aveva accantonata appena entrato alla Casa Bianca, nel tentativo di sintonizzarsi con le "piazze arabe", quelle vere, che si ribellano ai loro tiranni, e non quelle immaginate nelle stanze del Dipartimento di Stato o in qualche think tank "realista". Evidentemente è più "politicamente corretto" porre l'accento su Obama che striglia Israele, piuttosto che dover ammettere che torna sui passi di Bush, anche se si tratta di promozione della democrazia.
Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.
Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.
Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.
Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».
Inoltre, ciò che riportano i nostri giornali è anche sbagliato nel merito. O meglio, si limitano a enfatizzare i risvolti politici, ma non approfondiscono quel tanto che sarebbe necessario per capire se davvero, come ci dicono, ci troviamo dinanzi ad una svolta americana sui fondamenti dei negoziati tra israeliani e palestinesi. La posizione di Obama sui confini del '67 rappresenta davvero una svolta rispetto ai suoi predecessori su questo specifico tema? "Tecnicamente" la risposta non può che essere un "no". Allora perché il premier israeliano Netanyahu se la sarebbe presa così tanto? E' ovvio, perché politicamente e mediaticamente l'enfasi è caduta su quella parte del discorso di Obama dove si citano testualmente i confini del '67, offrendo un assist retorico al presidente palestinese Abbas e suonando come uno schiaffo a lui, in visita a Washington. Probabilmente, una furbata del presidente Usa per accattivarsi l'opinione pubblica araba, nel momento in cui pronuncia un delicato discorso, rivolto anche ad essa, sulla necessità di una coraggiosa transizione democratica in Medio Oriente.
Ma dal punto di vista diplomatico, la posizione Usa non cambia di una virgola. Questo il passaggio letterale:
«We believe the borders of Israel and Palestine should be based on the 1967 lines with mutually agreed swaps».Il diavolo si nasconde nei dettagli, cioè in quei «mutually agreed swaps» di territorio che non sono altro, come ricostruisce in modo egregio Jackson Diehl sul Washington Post, che tutti gli aggiustamenti territoriali che si sono sempre ipotizzati, durante i negoziati guidati dagli Usa (da Clinton a Bush jr), sulla base dei confini del '67. Insomma: i confini del '67 sono stati sempre per gli Stati Uniti la base di partenza dei negoziati tra israeliani e palestinesi. Con gli opportuni accorgimenti condivisi tra le parti, tuttavia, perché quando Netanyahu fa notare che con i vecchi confini il governo israeliano non sarebbe in grado di garantire la sicurezza dei propri cittadini, dice qualcosa di ovvio, riferendosi agli insediamenti israeliani. Al contrario dei profughi palestinesi, infatti, la cui vita si è fermata al '49 perché strumentalizzati dai gruppi terroristici o dai regimi arabi, per i coloni israeliani la vita è andata avanti e non si può disconoscere il loro diritto alla sicurezza.
Tanto che anche gli accordi che si avvicinarono di più alla pace, quelli di Camp David nel 2000, prevedevano come base i confini del 1967, ma anche un sostanzioso scambio di terra: il 5% del West Bank agli israeliani, per includere la gran parte degli insediamenti ebraici; e il 3,5% di territorio israeliano ai palestinesi, più un corridodio per la Striscia di Gaza, come compensazione. Se Arafat avesse accettato, uno Stato palestinese sarebbe già oggi realtà. Ed è su queste stesse basi che proseguì, invano, anche l'amministrazione Bush. E' implicito, dunque, nella formula degli «swaps» usata da Obama, che non si chiede a Israele di ritornare ai vecchi confini sic et simpliciter, ma di accettarli come base di partenza, come gli Usa hanno sempre chiesto.
Oscurata sui nostri giornali la parte più dirompente del discorso di Obama. Qui la notizia è che Obama torna - certo con la sua sensibilità di democratico - alla Freedom Agenda di George W. Bush, la cui eco è chiaramente percepibile nelle sue parole:
«Sarà la politica degli Stati Uniti promuovere le riforme nella regione, e sostenere le transizioni verso la democrazia... E il nostro sostegno a questi principi non è un interesse secondario. Oggi voglio dire chiaramente che è una massima priorità che dev'essere tradotta in azioni concrete, e sostenuta da tutti gli strumenti, diplomatici, economici e strategici a nostra disposizione».Sui giornali americani, al contrario dei nostri, è qui che viene posto l'accento. Così oggi anche per Obama «lo status quo» nella regione «non è più sostenibile», «non conta solo la stabilità delle nazioni ma anche l'autodeterminazione degli individui», e «l'America deve usare la sua influenza per incoraggiare le riforme, politiche ed economiche, che vadano incontro alle aspirazioni legittime dei popoli». Ed è anzi pronta a sostenere concretamente, finanziariamente, lo sforzo di tutti coloro che avviano la transizione, a cominciare da Tunisia ed Egitto: «Se vi assumete i rischi del cambiamento democratico avrete il supporto degli Stati Uniti».
Gli Stati Uniti, ha ricordato, «sostengono una serie di principi universali, tra cui la libertà di parola, il diritto di scegliere i propri leader, si viva a Sana'a o a Teheran», e naturalmente la libertà di culto e i diritti delle donne, cui Obama ha espressamente dedicato un passaggio molto concreto: il potenziale (anche economico) della regione non sarà sviluppato se non sarà liberato quello delle donne. Ha severamente ammonito i regimi che usano la violenza e la repressione per tentare di bloccare il cambiamento, si è rivolto non solo a Gheddafi e al siriano Assad («conduca la transizione o lasci il potere»), ma anche agli storici alleati di Washington, Yemen e Bahrein. Ha denunciato «l'ipocrisia» del regime iraniano, che appoggia le rivolte all'estero e poi sopprime il dissenso al suo interno. Fra le novità positive Obama ha sottolineato anche la «multietnica democrazia irachena», spiegando che «ha un ruolo da giocare» nel cambiamento in atto, un passaggio che come ha notato il solo Molinari, su La Stampa, di fatto «rivaluta a posteriori» le controverse scelte dell'amministrazione Bush a Baghdad.
Naturalmente Obama sottolinea la continuità con il suo discorso del Cairo del 2009, ma la svolta se non a 180 gradi, è evidente. Se le proteste degli iraniani contro la rielezione di Ahmadinejad non riuscirono a scuotere il presidente Usa da posizioni appena enunciate, le rivolte di questi mesi in Medio Oriente e nel Nord Africa hanno dato una spallata definitiva, oltre che ad alcuni autocrati, anche alla realpolitik di ritorno obamiana.
Ha capito che gli eventi in corso rappresentano «un'opportunità storica di dimostrare che i valori americani sono gli stessi dei manifestanti» in Medio Oriente. E ha quindi abilmente fatto notare alla sua audience musulmana che le manifestazioni nonviolente «sono riuscite a ottenere più cambiamenti in sei mesi che il terrorismo in anni di stragi». Tenta così di rivolgersi e intercettare la «nuova generazione» che sta emergendo come protagonista in Medio Oriente, e i cui ideali e le cui aspirazioni non sono poi così diversi da quelli che ispirarono i coloni americani o gli attivisti per i diritti dei neri. Non solo per idealismo, ma anche perché ha capito che "conviene", rappresenta un'opportunità imperdibile anche per una più solida influenza americana nella regione, il cui vuoto verrebbe comunque riempito dai nemici dell'America, e quindi per perseguire al meglio anche interessi più materiali come quelli economici, la sicurezza energetica, la lotta al terrorismo. Questi interessi «continueremo a perseguirli, ma una strategia basata solo su questi interessi non sfama le popolazioni della regione, non dà libertà di parola, e alimenta il sospetto che i nostri interessi siano antitetici ai loro».
Thursday, January 27, 2011
Un '48 arabo, tra insidie e opportunità
Su taccuinopolitico.it
Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà
E' davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all'Egitto? E' possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c'è che le "piazze arabe" non si sono ancora incendiate contro l'America o l'Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l'estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana. Ma le vere "piazze arabe", quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi.
LEGGI TUTTO
Da Il Foglio:
Intanto, domani i partiti di opposizione egiziani (Fratelli musulmani, il "liberale" al-Ghad ed El Baradei) tenteranno di assumere la guida della protesta.
Per la seconda volta in due anni le piazze mediorientali richiamano Obama alla realtà
E' davvero una «febbre contagiosa», ed è lo stesso virus, quello che dalla Tunisia sembra diffondersi anche all'Egitto? E' possibile che la repentina caduta di Ben Alì possa provocare un «effetto-domino democratico» sui regimi del mondo arabo? Di certo c'è che le "piazze arabe" non si sono ancora incendiate contro l'America o l'Occidente, per la guerra in Iraq o chissà cosa, ma come molti avevano predetto si stanno incendiando contro i loro dittatori, preoccupate per le loro condizioni di vita di cui incolpano non noi occidentali, ma i loro governanti. Certo, aumentano gli attacchi contro i cristiani, l'estremismo islamico è ben presente e operativo, e di tanto in tanto in piazza scendono folle indottrinate alla causa antisemita e/o antiamericana. Ma le vere "piazze arabe", quelle che protestano in massa in questi giorni, sono piene di giovani e persone normali che poco o niente hanno a che fare con i partiti e le ideologie, e che semplicemente sono stanche degli autocrati che da decenni opprimono e malgovernano i loro Paesi.
LEGGI TUTTO
Da Il Foglio:
«Dal 1979 gli Stati Uniti versano in media due miliardi di dollari l'anno all'Egitto: il prezzo del pane - che oggi è una delle chiavi della protesta - è stato a lungo calmierato grazie a soldi americani; il mercato petrolifero funziona grazie alla partnership commerciale fra i due stati e 1'80 per cento delle spese militari dell'Egitto sono a carico di Washington. A parte Israele, nessun alleato al di fuori della Nato riceve una tale quantità di denaro. Soltanto le associazioni civili per la promozione della democrazia sono state tagliate fuori dal finanziamento a pioggia e la gente che al Cairo si batte contro il governo ha l'aria di una piccola nemesi per il realismo immobilista di Obama».Il problema è che Mubarak non ne ha per molto, che la successione del figlio Gamal appare sempre più improbabile - e comunque sarebbe una soluzione debole, senza le necessarie basi di consenso, neppure all'interno del regime - e Washington è in tremendo ritardo nell'elaborare una strategia per il dopo-Mubarak. Non può più difendere lo status quo, né può abbandonare dall'oggi al domani il regime, aprendo un vuoto che verrebbe riempito quasi certamente dall'islamismo. Imporre serie riforme politiche e favorire l'ascesa di una nuova classe dirigente "liberale", filoccidentale e legittimata democraticamente, sono impegni che richiedono molto tempo, e che avrebbero richiesto tutt'altra consapevolezza.
Intanto, domani i partiti di opposizione egiziani (Fratelli musulmani, il "liberale" al-Ghad ed El Baradei) tenteranno di assumere la guida della protesta.
Tuesday, August 31, 2010
Due pagliacciate: quella di Gheddafi e quella italiana
L'avevo più o meno scritto un anno fa: va bene il trattato come risarcimento per le atrocità italiane durante l'occupazione; passi per gli accordi commerciali, che fanno bene all'"azienda Italia", e per la collaborazione sull'immigrazione clandestina; e si celebri anche una giornata "dell'amicizia". Passi per tutto questo, ma basta offrire a Gheddafi - ogni anno, pare di capire che questo sia l'andazzo - un palcoscenico, una tribuna propagandistica, a danno della dignità del nostro Paese. Può darsi che basti appagare l'ego del beduino per ricavarne in cambio succulenti affari, ma ogni volta che Gheddafi mette piede e proferisce parola in Italia, il governo Berlusconi ci rimette un pezzo di immagine. Non per chissà quali considerazioni morali, religiose, o geopolitiche, ma semplicemente perché agli italiani Gheddafi è ancora antipatico e - a ragione - lo ritengono un personaggio inaffidabile, prepotente e impresentabile. Basterebbe non consentirgli show e stravaganze, limitare al minimo le sue visite, e quando sono proprio inevitabili, calibrare meglio il protocollo.
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Detto questo, non saprei se è più una pagliacciata quella di Gheddafi, o quella di certe reazioni andate in scena in queste ore. Davvero troppi sono in questi giorni coloro che si scoprono nazionalisti, leghisti o ultrà cattolici senza esserlo mai stati. Lo fanno perché, com'è noto, ogni pretesto è buono per criticare Berlusconi. C'è, tra i molti che storcono il naso, chi non può permetterselo. Proprio dai settori cattolici e della sinistra che si sono sempre rifiutati di adottare l'argomento della reciprocità nei confronti dell'islam e non si sono mai allarmati per il moltiplicarsi di moschee e centri islamici sul nostro territorio - che con autorevolezza ben superiore a quella del leader libico, agli occhi degli stessi credenti musulmani, non fanno altro che propaganda ideologica - adesso rimproverano a Gheddafi di aver osato parlare di islam e fare proselitismo proprio nel cuore della Cristianità, a Roma, senza accorgersi che quella che vanno denunciando è stata una farsa, mentre nel frattempo sotto i loro occhi sta passando in Italia il peggio dell'islam radicale, ed è una cosa seria. Persino la Chiesa, sempre tollerante con la moschea o l'imam radicale di turno, aperta a qualsiasi manifestazione di religiosità islamica, che non perde occasione per bacchettare le intolleranze leghiste, adesso fa trapelare il proprio disagio per qualcosa, tra l'altro, che Gheddafi non ha detto: non ha detto che l'islam colonizzerà l'Europa, ma come riferiscono le hostess "infiltrate" da Mentana alla sua "lezione", «ha detto che visto il grande numero di musulmani che ci sono ormai in Europa e visto che loro si riproducono molto di più di noi cristiani – questi sono dati -, secondo lui nel corso della storia avverrà che i musulmani saranno in maggioranza». Un'analisi condivisa da molti studiosi anche in Occidente.
E forse non tutti ricordano il linciaggio politico-mediatico cui fu sottoposto Calderoli per aver indossato una t-shirt con una delle vignette satiriche danesi su Maometto. Nessuno parlò di dignità del nostro Paese quando Tripoli chiese e ottenne le sue dimissioni dal governo, usando l'episodio come pretesto per giustificare un'inqualificabile aggressione al consolato italiano di Bengasi.
Quelli che oggi fanno tanto i duri con Gheddafi, non lo furono quando ce ne sarebbe stato più bisogno. Troppo facile adesso, quando ormai è diventato in modo conclamato una patetica macchietta di quello che era vent'anni fa. Facile vergognarsi oggi degli accordi e delle strette di mano, ma non della politica estera italiana degli anni '70 e '80, quando da Gheddafi ci beccavamo missili e attentati senza neanche alzare la voce, e quando ci accordavamo con i terroristi palestinesi per far passare i loro esplosivi sul nostro territorio o far fuggire i loro leader dagli americani. Scusate, ma qualche provocazione verbale è niente rispetto a tutto quello che abbiamo ingoiato da Gheddafi (e dagli arabi) senza che nessuno si scandalizzasse tanto come oggi e, anzi, con certa sinistra che flirtava con il suo antiamericanismo e che ancora oggi flirta con la causa palestinese.
Nessuno, d'altronde, mi pare che oggi proponga di far cadere Gheddafi, con le buone o con le cattive, e di riportare la democrazia in Libia. Ci si preoccupa della sorte di qualche migliaia di immigrati, che servono per accusare Berlusconi e Maroni di atrocità, ma ai 6 milioni di libici chi ci pensa? Gli stessi che oggi si indignano per il trattato, gli accordi commmerciali o sui clandestini, si indignerebbero ancor di più se il governo italiano insieme ad altri cercasse di buttare giù Gheddafi. Al contrario di regimi nei confronti dei quali non mi sembra ci sia altrettanto sdegno, Gheddafi due passi li ha compiuti, anche grazie al fatto che l'Italia ha dato il suo contributo in questo processo di normalizzazione dei rapporti con l'Occidente: la Libia è uscita dal novero dei Paesi dotati di armi di distruzione di massa (Gheddafi le aveva, di tipo chimico, a differenza di quelle mai trovate di Saddam) e sostenitori del terrorismo, ammettendo le sue responsabilità, e risarcendo i parenti delle vittime, per l'attentato di Lockerbie, costato la vita a 270 persone. Come ha ricordato Oscar Giannino, oggi su Il Messaggero, «il 14 luglio scorso, giorno della festa nazionale francese, sotto l'Arco di Trionfo a fianco alle truppe francesi sono sfilati a pari dignità contingenti di molte ex colonie francofone alla presenza dei loro capi di Stato, e il più di esse veniva da Paesi controllati da regimi al cui confronto la Libia di Gheddafi è un Paese autoritario sì, ma stabile, ordinato e senza stragi etniche». Persino gli Stati Uniti hanno ristabilito relazioni diplomatiche con Tripoli, e proprio l'Italia avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi della normalizzazione dei rapporti di una sua ex colonia con l'Occidente, di cui tutti si sarebbero comunque avvantaggiati?
Monday, June 14, 2010
Pericolosa deviazione di senso
Oggi tradotto in italiano sul Corriere della Sera, un imprescindibile articolo di Bernard-Henri Levy contro «l'ondata di ipocrisia, di malafede e, in ultimo, di disinformazione» che si è rovesciata come al solito su Israele, e che «sembrava aspettare solo un pretesto per dilagare nei mass media del mondo intero». Un articolo in cui denuncia le 5 fondamentali mistificazioni cui abbiamo assistito in questi giorni e in cui sono caduti anche gli osservatori più accorti e alcuni "amici" di Israele:
1) «La formula, ripetuta fino alla nausea, del blocco di Gaza imposto "da Israele", mentre la più elementare onestà vorrebbe già che si precisasse: da Israele e dall'Egitto; congiuntamente, dai due lati, dai due Paesi che distano in maniera identica dalle frontiere di Gaza; e questo con la benedizione, appena velata, di tutti i regimi arabi moderati, ben felici che altri arginino, per conto e con soddisfazione di tutti, l'influenza nella regione di un braccio armato, di una base avanzata, un giorno forse di una portaerei, dell'Iran».BHL, che si definisce «un militante dell'ingerenza umanitaria», lancia l'allarme su quella sempre più frequente «deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarli», sulla «confusione di un'epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia - conclude - c'è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent'anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole».
2) «Il blocco - non dobbiamo stancarci di ricordarlo - riguarda soltanto armi e materiali per fabbricarne; non impedisce il passaggio, tutti i giorni, in provenienza da Israele, di 100, 120 camion carichi di viveri, medicinali, materiale umanitario di ogni genere; dire che "si muore di fame" nelle strade di Gaza-City significa mentire. Che il blocco militare sia o non sia la buona opzione per indebolire e un giorno abbattere il governo islamo-fascista di Isnnail Haniyeh, se ne può discutere. Ma un fatto è indiscutibile: gli israeliani che operano, giorno e notte, ai posti di controllo fra i due territori sono i primi a fare l'elementare ma essenziale distinzione fra il regime (che occorre tentare di isolare) e la popolazione (che si guardano bene dal confondere con questo regime e, ancor meno, di penalizzare, poiché gli aiuti, ripeto, non hanno mai smesso di passare)».
3) «Il silenzio del mondo intero sull'incredibile atteggiamento di Hamas: infatti, ora che il carico della flottiglia ha riempito la sua funzione simbolica, ora che quest'atteggiamento ha permesso di cogliere in fallo lo Stato ebraico - e di rilanciare come mai prima d'ora il meccanismo della sua demonizzazione - ora che sono gli israeliani, fatta l'ispezione, a voler inoltrare gli aiuti verso i suoi presunti destinatari, Hamas blocca i suddetti aiuti... Visto che i bambini di Gaza non sono mai stati altro, per la gang di integralisti islamici andati al potere tre anni fa con la forza, che scudi umani, carne da cannone o vignette mediatiche...».
4) «Il discorso, a Konyan, nel centro della Turchia, di un Primo ministro che fa gettare in prigione chiunque osi evocare pubblicamente il genocidio degli armeni, ma che ha la faccia tosta, di fronte a migliaia di manifestanti eccitati e che gridano slogan antisemiti, di denunciare il "terrorismo di Stato" israeliano».
5) «Il lamento degli utili idioti caduti, prima di Israele, nella trappola di quegli strani individui "umanitari" che sono, per esempio nella ong turca Ihh, adepti della Jihad, fanatici dell'apocalisse anti-israeliana e anti-ebraica, alcuni dei quali, qualche giorno prima dell'assalto, dicevano di volere "morire da martiri"».
Tuesday, June 08, 2010
E vai col solito fotoritocco
Come quattro anni fa. Reuters evidentemente non ha perso il vizietto di ritoccare le proprie foto. Nel 2006 moltiplicava le colonne di fumo che si innalzavano su Beirut per ingigantire la portata dei bombardamenti israeliani. Oggi fa sparire i coltelli dalle mani dei militanti pro-Hamas, per non smentire la versione delle navi di "pacifisti". Togli o aggiungi, ma sempre al servizio della propaganda anti-israeliana.
Friday, June 04, 2010
Difetto di legittima difesa
Più che Israele, a cadere nella trappola degli attivisti pro-Hamas sono stati come al solito i media e i commentatori occidentali, che nonostante l'abbondanza di precedenti hanno aderito alla facile e deresponsabilizzante lettura dell'«eccesso di legittima difesa» e della reazione «sproporzionata» da parte israeliana. Più leggo ricostruzioni e commenti, sia sui giornali che in rete, più mi convinco delle ragioni di Israele anche in questo caso. Se ci troviamo di fronte a situazioni in cui i militanti islamici vincono sempre, qualsiasi cosa facciano (sia che fossero riusciti a violare il blocco, che a quel punto sarebbe fallito, legittimando il governo terrorista di Hamas; sia che - com'è accaduto - avessero costretto Israele ad usare la forza, e quindi a pagare un caro prezzo di immagine) è anche colpa nostra, che ancora non abbiamo imparato a vaccinarci nei confronti di questo tipo di azioni.
Se gli attivisti della flottiglia pro-Hamas fossero stati davvero intenzionati a consegnare gli aiuti ai palestinesi di Gaza, avrebbero accettato una delle soluzioni proposte dalle autorità israeliane, ma in realtà il loro unico obiettivo - politico e militare - era quello di violare il blocco e di farlo a costo del maggior numero di vite umane anche tra loro stessi. Saranno anche stati dei civili, ma in quel momento sapevano di partecipare ad un'operazione militare. Per questo erano armati e hanno colto di sopresa i commandos israeliani quando sono saliti a bordo delle navi.
E' difficile con le notizie in nostro possesso capire se le navi potevano essere fermate diversamente. Certo è che Israele avrebbe potuto usare metodi ancora più cruenti. Di fronte a ben sei navi pronte a violare il blocco, avrebbe potuto anche prenderle a cannonate dopo i dovuti avvertimenti, senza rischiare nemmeno un uomo, ma ha preferito comunque una via "chirurgica", che ha provocato dei morti perché i milianti a bordo erano armati e disposti a combattere pur di violare il blocco. Ancora una volta, Israele ha mostrato semmai un difetto di legittima difesa. E il contraccolpo d'immagine è dovuto solo al pregiudizio negativo con cui i media e le opinioni pubbliche occidentali guardano a qualsiasi cosa faccia Israele.
La fragilità di Israele passa inosservata, si dà per scontato che possa difendersi da solo. Il blocco della Striscia di Gaza nei confronti di un governo terrorista è sacrosanto e dovrebbe piuttosto vedere la partecipazione attiva delle marine militari occidentali. E' interesse dell'Occidente condividere la responsabilità della sicurezza di Israele, come avamposto di civiltà in una regione dove prevale la barbarie.
Dal punto di vista geopolitico, spicca la definitiva rottura tra Turchia e Israele e il progressivo abbandono, sotto il governo di Erdogan, della vocazione euro-atlantica di Ankara, che sembra proiettata verso Siria e Iran. Un processo aggravato dall'incapacità statunitense di esercitare la propria leadership in Medio Oriente nei confronti dell'Iran e del processo di pace, dalle incertezze dell'Ue sulle prospettive di adesione della Turchia, ma fondamentalmente voluto dalle autorità turche. Bisogna prenderne atto. Infine, aggiungo sommessamente, ma ci sarà tempo per approfondire, precisare e casomai correggere, che gli eventi degli ultimi anni stanno mettendo in luce l'inesistenza di fatto di un "popolo palestinese" e, di conseguenza, la difficile praticabilità della soluzione "due popoli due stati".
Se gli attivisti della flottiglia pro-Hamas fossero stati davvero intenzionati a consegnare gli aiuti ai palestinesi di Gaza, avrebbero accettato una delle soluzioni proposte dalle autorità israeliane, ma in realtà il loro unico obiettivo - politico e militare - era quello di violare il blocco e di farlo a costo del maggior numero di vite umane anche tra loro stessi. Saranno anche stati dei civili, ma in quel momento sapevano di partecipare ad un'operazione militare. Per questo erano armati e hanno colto di sopresa i commandos israeliani quando sono saliti a bordo delle navi.
E' difficile con le notizie in nostro possesso capire se le navi potevano essere fermate diversamente. Certo è che Israele avrebbe potuto usare metodi ancora più cruenti. Di fronte a ben sei navi pronte a violare il blocco, avrebbe potuto anche prenderle a cannonate dopo i dovuti avvertimenti, senza rischiare nemmeno un uomo, ma ha preferito comunque una via "chirurgica", che ha provocato dei morti perché i milianti a bordo erano armati e disposti a combattere pur di violare il blocco. Ancora una volta, Israele ha mostrato semmai un difetto di legittima difesa. E il contraccolpo d'immagine è dovuto solo al pregiudizio negativo con cui i media e le opinioni pubbliche occidentali guardano a qualsiasi cosa faccia Israele.
La fragilità di Israele passa inosservata, si dà per scontato che possa difendersi da solo. Il blocco della Striscia di Gaza nei confronti di un governo terrorista è sacrosanto e dovrebbe piuttosto vedere la partecipazione attiva delle marine militari occidentali. E' interesse dell'Occidente condividere la responsabilità della sicurezza di Israele, come avamposto di civiltà in una regione dove prevale la barbarie.
Dal punto di vista geopolitico, spicca la definitiva rottura tra Turchia e Israele e il progressivo abbandono, sotto il governo di Erdogan, della vocazione euro-atlantica di Ankara, che sembra proiettata verso Siria e Iran. Un processo aggravato dall'incapacità statunitense di esercitare la propria leadership in Medio Oriente nei confronti dell'Iran e del processo di pace, dalle incertezze dell'Ue sulle prospettive di adesione della Turchia, ma fondamentalmente voluto dalle autorità turche. Bisogna prenderne atto. Infine, aggiungo sommessamente, ma ci sarà tempo per approfondire, precisare e casomai correggere, che gli eventi degli ultimi anni stanno mettendo in luce l'inesistenza di fatto di un "popolo palestinese" e, di conseguenza, la difficile praticabilità della soluzione "due popoli due stati".
Thursday, June 03, 2010
Israele non ha alternative
La Turchia gioca con il fuoco
Il voto contrario dell'Italia, insieme a Stati Uniti e Paesi Bassi, alla risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani dell'Onu (alias Consiglio per i diritti umani secondo i dittatori) contro il blitz israeliano è uno squarcio di luce in una politica estera fin qui tutt'altro che entusiasmante e coraggiosa. Un testo squilibrato rispetto a quello uscito dal Consiglio di Sicurezza dopo il blocco Usa ad una versione più dura. Al di là di come siano andati i fatti, e di quanto sia stata ingenua e sproporzionata la reazione israeliana, smettiamola di chiamare "pacifisti" quelli che in realtà non sono che militanti anti-israeliani, filo-Hamas, che non hanno nulla di pacifico e che per la causa di un'organizzazione terroristica sono disposti ad offrirsi come scudi umani e «mine diplomatiche». Come molte delle organizzazioni filantropiche islamiche, infatti, anche quella turca che ha organizzato la flottiglia ha legami con l'estremismo, in particolare con la Fratellanza musulmana, Hamas e persino al Qaeda.
Si fa presto a dire che Israele è «caduto nella trappola». Certo che ci è caduto, ma che altro poteva fare? Come altre volte in passato paga a caro prezzo politico e d'immagine scelte necessarie a difesa della credibilità della propria deterrenza (solo un assaggio di ciò che avverrà quando dovrà affrontare da solo la minaccia iraniana). Non aveva alternative: o permettere che il blocco si trasformasse in un colabrodo, o prendersi le rampogne internazionali. Non so se quella flottiglia di navi turche dietro i presunti aiuti nascondesse o meno armi per Hamas, ma non è questo il punto. Il blocco israeliano della Striscia di Gaza è politico, ma non è un assedio, nel senso che cibo, medicinali e assistenza umanitaria vengono forniti alla popolazione da Egitto e Israele.
Le autorità israeliane avevano offerto agli attivisti di consegnare direttamente il carico di aiuti umanitari ai palestinesi, purché senza violare il blocco e dopo regolari controlli sulla merce. Ma il loro obiettivo reale era esattamente la violazione del blocco, non la consegna degli aiuti. Qualcosa che Israele non poteva assolutamente permettere. Chiunque minimamente in buona fede è in grado di capirlo: la violazione del blocco avrebbe significato un'importante vittoria politica per Hamas, la legittimazione del suo governo terrorista a Gaza, per la quale gli attivisti - parola di alcuni di loro - erano pronti anche al «martirio». L'incidente quindi è stato deliberatamente provocato, gli attivisti erano armati e pronti allo scontro.
C'era un modo indolore, per esempio il sabotaggio, per fermare le navi dei militanti filopalestinesi, come Max Boot ha ipotizzato sul Wall Street Journal? Difficile dirlo, ma qualsiasi azione avrebbe comunque scatenato l'indignazione internazionale. E al di là della retorica ufficiale, sempre dura nei confronti di Israele (le cui reazioni sono sempre «sproporzionate» a quanto pare), il blocco di Gaza continua a essere sostenuto dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali. Altro che un'inchiesta internazionale, in un mondo non sottosopra internazionale dovrebbe essere il blocco di Gaza, in modo che Israele non debba sopportare da solo il peso di difendere la propria esistenza.
Piuttosto, l'incidente aggrava le preoccupazioni sulla partita che sta giocando la Turchia. Erdogan sembra avere l'intenzione di usarlo come pretesto per modificare in profondità le relazioni con Israele, che «non saranno più le stesse». Di recente protagonista, insieme al Brasile di Lula, dell'accordo con Ahmadinejad sul nucleare per far uscire dall'isolamento Teheran, la Turchia sembra volersi allontanare sempre più dalla sua tradizionale vocazione euro-atlantica e volgersi verso Russia, Siria e Iran, non per giocare un ruolo di mediazione in Medio Oriente, ma per contribuire a creare un nuovo ordine nella regione, del quale potrebbe condividere la leadership con Damasco e Teheran.
La progressiva de-occidentalizzazione della politica estera turca, così come le tendenze "bolivariane" e anti-Usa in America Latina, che sembrano ora coinvolgere anche il Brasile di Lula, sono effetti imputabili almeno nel loro aggravarsi alla disastrosa politica estera smart della coppia Obama-Clinton nei confronti dell'Iran e del Medio Oriente, ma certamente anche alle incertezze europee sulle prospettive di adesione della Turchia. Certo che le ultime mosse di Ankara giustificano più di un dubbio sulla genuinità delle sue ambizioni europeiste.
Il voto contrario dell'Italia, insieme a Stati Uniti e Paesi Bassi, alla risoluzione approvata dal Consiglio per i diritti umani dell'Onu (alias Consiglio per i diritti umani secondo i dittatori) contro il blitz israeliano è uno squarcio di luce in una politica estera fin qui tutt'altro che entusiasmante e coraggiosa. Un testo squilibrato rispetto a quello uscito dal Consiglio di Sicurezza dopo il blocco Usa ad una versione più dura. Al di là di come siano andati i fatti, e di quanto sia stata ingenua e sproporzionata la reazione israeliana, smettiamola di chiamare "pacifisti" quelli che in realtà non sono che militanti anti-israeliani, filo-Hamas, che non hanno nulla di pacifico e che per la causa di un'organizzazione terroristica sono disposti ad offrirsi come scudi umani e «mine diplomatiche». Come molte delle organizzazioni filantropiche islamiche, infatti, anche quella turca che ha organizzato la flottiglia ha legami con l'estremismo, in particolare con la Fratellanza musulmana, Hamas e persino al Qaeda.
Si fa presto a dire che Israele è «caduto nella trappola». Certo che ci è caduto, ma che altro poteva fare? Come altre volte in passato paga a caro prezzo politico e d'immagine scelte necessarie a difesa della credibilità della propria deterrenza (solo un assaggio di ciò che avverrà quando dovrà affrontare da solo la minaccia iraniana). Non aveva alternative: o permettere che il blocco si trasformasse in un colabrodo, o prendersi le rampogne internazionali. Non so se quella flottiglia di navi turche dietro i presunti aiuti nascondesse o meno armi per Hamas, ma non è questo il punto. Il blocco israeliano della Striscia di Gaza è politico, ma non è un assedio, nel senso che cibo, medicinali e assistenza umanitaria vengono forniti alla popolazione da Egitto e Israele.
Le autorità israeliane avevano offerto agli attivisti di consegnare direttamente il carico di aiuti umanitari ai palestinesi, purché senza violare il blocco e dopo regolari controlli sulla merce. Ma il loro obiettivo reale era esattamente la violazione del blocco, non la consegna degli aiuti. Qualcosa che Israele non poteva assolutamente permettere. Chiunque minimamente in buona fede è in grado di capirlo: la violazione del blocco avrebbe significato un'importante vittoria politica per Hamas, la legittimazione del suo governo terrorista a Gaza, per la quale gli attivisti - parola di alcuni di loro - erano pronti anche al «martirio». L'incidente quindi è stato deliberatamente provocato, gli attivisti erano armati e pronti allo scontro.
C'era un modo indolore, per esempio il sabotaggio, per fermare le navi dei militanti filopalestinesi, come Max Boot ha ipotizzato sul Wall Street Journal? Difficile dirlo, ma qualsiasi azione avrebbe comunque scatenato l'indignazione internazionale. E al di là della retorica ufficiale, sempre dura nei confronti di Israele (le cui reazioni sono sempre «sproporzionate» a quanto pare), il blocco di Gaza continua a essere sostenuto dagli Stati Uniti e dalle altre potenze occidentali. Altro che un'inchiesta internazionale, in un mondo non sottosopra internazionale dovrebbe essere il blocco di Gaza, in modo che Israele non debba sopportare da solo il peso di difendere la propria esistenza.
Piuttosto, l'incidente aggrava le preoccupazioni sulla partita che sta giocando la Turchia. Erdogan sembra avere l'intenzione di usarlo come pretesto per modificare in profondità le relazioni con Israele, che «non saranno più le stesse». Di recente protagonista, insieme al Brasile di Lula, dell'accordo con Ahmadinejad sul nucleare per far uscire dall'isolamento Teheran, la Turchia sembra volersi allontanare sempre più dalla sua tradizionale vocazione euro-atlantica e volgersi verso Russia, Siria e Iran, non per giocare un ruolo di mediazione in Medio Oriente, ma per contribuire a creare un nuovo ordine nella regione, del quale potrebbe condividere la leadership con Damasco e Teheran.
La progressiva de-occidentalizzazione della politica estera turca, così come le tendenze "bolivariane" e anti-Usa in America Latina, che sembrano ora coinvolgere anche il Brasile di Lula, sono effetti imputabili almeno nel loro aggravarsi alla disastrosa politica estera smart della coppia Obama-Clinton nei confronti dell'Iran e del Medio Oriente, ma certamente anche alle incertezze europee sulle prospettive di adesione della Turchia. Certo che le ultime mosse di Ankara giustificano più di un dubbio sulla genuinità delle sue ambizioni europeiste.
Friday, March 19, 2010
Capolavoro Obama: da una gaffe una crisi
Era solo una gaffe (l'annuncio da parte di fonti del governo israeliano del via libera alle costruzioni a Gerusalemme Est proprio quando era in visita il vicepresidente Usa Biden) «ma Obama ha scelto di trasformarla in una crisi con Israele». E' quanto sostiene Charles Krauthammer, sul Washington Post. Non era un cambiamento politico, perché Gerusalemme è «fuori dall'accordo Obama-Netanyahu del 2009 sul congelamento per dieci mesi degli insediamenti in Cisgiordania».
Sotto Obama, Netanyahu ha portato il suo governo di centrodestra ad accettare numerose concessioni per riavviare il processo di pace (uno Stato plaestinese in prospettiva; sostegno all'economia della Cisgiordania, «congelamento» degli insediamenti). Perché, dunque, l'irrigidimento, solo per una banale gaffe? «Sarà forse perché Obama preferisce blandire i nemici e attaccare gli alleati - quindi Israele non dovrebbe prenderla sul personale (come sostiene Robert Kagan)? Perché Obama vuole far cadere l'attuale governo israeliano di centrodestra (come sostiene Jeffrey Goldberg)?» Oppure, ipotizza Krauthammer, sarà perché Obama «si vede come uno storico redentore il cui irresistibile carisma sanerà la frattura tra Cristianità e Islam... e ha poca pazienza verso questo seccante stato ebraico che insiste spavaldamente nel suo diritto all'esistenza?».
Sotto Obama, Netanyahu ha portato il suo governo di centrodestra ad accettare numerose concessioni per riavviare il processo di pace (uno Stato plaestinese in prospettiva; sostegno all'economia della Cisgiordania, «congelamento» degli insediamenti). Perché, dunque, l'irrigidimento, solo per una banale gaffe? «Sarà forse perché Obama preferisce blandire i nemici e attaccare gli alleati - quindi Israele non dovrebbe prenderla sul personale (come sostiene Robert Kagan)? Perché Obama vuole far cadere l'attuale governo israeliano di centrodestra (come sostiene Jeffrey Goldberg)?» Oppure, ipotizza Krauthammer, sarà perché Obama «si vede come uno storico redentore il cui irresistibile carisma sanerà la frattura tra Cristianità e Islam... e ha poca pazienza verso questo seccante stato ebraico che insiste spavaldamente nel suo diritto all'esistenza?».
Wednesday, March 17, 2010
Regime change in Iran? No, in Israele
La crisi tra Stati Uniti e Israele sulle nuove costruzioni a Gerusalemme Est, definita dall'ambasciatore israeliano a Washington Michael Oren «la più seria degli ultimi 35 anni», rafforza l'impressione che questa presidenza «corteggia» i nemici dell'America, senza ottenere però alcun risultato concreto dalle sue politiche di engagement, e trascura, o addirittura maltratta, gli amici di sempre, mettendo a rischio alleanze strategiche. Non sono migliorati i rapporti con l'Europa, gli alleati nel sud-est asiatico sono preoccupati della relazione speciale che Washington cerca con Pechino, e ora si incrinano i rapporti con Israele. Finora l'unico successo di politica estera di Obama è l'Iraq, che in realtà è un successo dell'odiato George W. Bush.
Oltre alle divergenze su come affrontare la questione nucleare iraniana, un altro motivo di tensione rimasto finora latente tra Gerusalemme e Washington è esploso questa settimana. Colpa dell'annuncio improvvido, da parte di settori del governo israeliano, del via libera alla costruzione di 1.600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est, proprio durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden, quando sono mesi che l'amministrazione Obama preme per ottenere un congelamento degli insediamenti per favorire la ripresa dei negoziati, sia pure indiretti, tra israeliani e palestinesi. La tempistica infelice è apparsa uno sgarbo a Washington, ma altrettanto imprudentemente Hillary ha reagito con una richiesta («cancellare la decisione») di quelle impossibili da accettare da parte del governo israeliano, perché ne va della tenuta della sua coalizione.
Tanto che qualcuno in Israele, e qualcuno negli stessi Stati Uniti, si chiede se per caso Obama voglia far cadere Netanyahu, o per lo meno indurlo a disfarsi dell'estrema destra. Insomma, sarebbe paradossale se l'amministrazione che non pensa neanche a un regime change in Iran, lo cercasse invece in un Paese alleato, e democratico, come Israele.
Intanto, Bret Stephens, sul Wall Street Journal, ricorda a tutti che il conflitto israelo-palestinese «non è territoriale», non sono gli insediamenti il vero problema. Se si fosse trattato di terra, di buone offerte nell'ultimo decennio (Barak nel 2000 e Olmert nel 2008), che includevano persino la divisione di Gerusalemme, gli israeliani ne hanno avanzate, ma sono sempre state rigettate dai palestinesi. No, il conflitto è «esistenziale». Se gli israeliani ormai hanno ampiamente accettato l'idea di vivere con uno Stato palestinese ai loro confini, i palestinesi non sono ancora pronti. A bloccare il processo di pace non sono 1.600 case in più, ma è soprattutto la crisi di leadership palestinese, divisa tra Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza.
Oltre alle divergenze su come affrontare la questione nucleare iraniana, un altro motivo di tensione rimasto finora latente tra Gerusalemme e Washington è esploso questa settimana. Colpa dell'annuncio improvvido, da parte di settori del governo israeliano, del via libera alla costruzione di 1.600 nuove abitazioni a Gerusalemme Est, proprio durante la visita del vicepresidente Usa Joe Biden, quando sono mesi che l'amministrazione Obama preme per ottenere un congelamento degli insediamenti per favorire la ripresa dei negoziati, sia pure indiretti, tra israeliani e palestinesi. La tempistica infelice è apparsa uno sgarbo a Washington, ma altrettanto imprudentemente Hillary ha reagito con una richiesta («cancellare la decisione») di quelle impossibili da accettare da parte del governo israeliano, perché ne va della tenuta della sua coalizione.
Tanto che qualcuno in Israele, e qualcuno negli stessi Stati Uniti, si chiede se per caso Obama voglia far cadere Netanyahu, o per lo meno indurlo a disfarsi dell'estrema destra. Insomma, sarebbe paradossale se l'amministrazione che non pensa neanche a un regime change in Iran, lo cercasse invece in un Paese alleato, e democratico, come Israele.
Intanto, Bret Stephens, sul Wall Street Journal, ricorda a tutti che il conflitto israelo-palestinese «non è territoriale», non sono gli insediamenti il vero problema. Se si fosse trattato di terra, di buone offerte nell'ultimo decennio (Barak nel 2000 e Olmert nel 2008), che includevano persino la divisione di Gerusalemme, gli israeliani ne hanno avanzate, ma sono sempre state rigettate dai palestinesi. No, il conflitto è «esistenziale». Se gli israeliani ormai hanno ampiamente accettato l'idea di vivere con uno Stato palestinese ai loro confini, i palestinesi non sono ancora pronti. A bloccare il processo di pace non sono 1.600 case in più, ma è soprattutto la crisi di leadership palestinese, divisa tra Fatah in Cisgiordania e Hamas a Gaza.
Monday, February 15, 2010
Tutti a scuola... di residui ideologici
Ecco la paccottiglia ideologica che finisce nelle mani degli studenti nelle nostre scuole pubbliche, mentre continua l'inganno del «pluralismo educativo».
Su il Velino:
Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
LEGGI TUTTO
Su il Velino:
Il testo di studio per le scuole superiori "Geografia dei continenti extraeuropei", a cura di Gianni e Francesca Sofri, è farcito di errori e omissioni tali da lasciare sbigottiti. Questo libro edito da Zanichelli, che annovera tra le sue firme anche autori come Lucia Annunziata ed Enrico Deaglio, in ossequio all'interdisciplinarità degli studi non si occupa solo di geografia, ma è corredato da ampie dissertazioni storiche sui Paesi di cui si occupa. Purtroppo, proprio in questa parte storica si trovano gravissimi errori, oltre a omissioni e inesattezze tali da porre il dubbio che talvolta intenda indirizzare gli studenti a favore di un certo credo ideologico. Ad esempio...
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Thursday, February 04, 2010
Non c'è contraddizione, stavolta
Ieri i siti Internet, oggi giornali, blog e i soliti commentatori, si sono esercitati nell'evidenziare come Berlusconi sia caduto in una palese contraddizione prima, alla Knesset, definendo «giusta» la reazione israeliana ai missili di Hamas, e poi, durante la conferenza stampa di due ore dopo con Abu Mazen, paragonando le vittime palestinesi dell'operazione israeliana a Gaza alle vittime della Shoah. Detta così la contraddizione c'è tutta, ma solo perché come spesso accade è questa la rappresentazione che se ne vuole dare, ignorando le sottigliezze e le sfumature politico-diplomatiche che però, in questi casi, hanno molto valore.
Sì, il premier ha il dono o il difetto (a seconda dei punti di vista) di voler a tutti i costi compiacere il proprio interlocutore, chiunque esso sia. E gli capita, soprattutto in Italia, di contraddirsi nell'arco di poche ore. Ma questa volta, a leggere ciò che veramente Berlusconi ha detto ieri, si vedrà che non c'è alcuna contraddizione. Ecco le due frasi.
Alla Knesset: «... Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la sua giusta reazione ai missili di Hamas lanciati da Gaza».
Alla conferenza stampa con Abu Mazen: «Sempre quando alla pace si sostituisce la guerra, e alla ragionevolezza la violenza, sempre lì viene meno l'umanità. Com'è giusto piangere le vittime della Shoah, è giusto manifestare dolore per quanto accaduto a Gaza».
Definendo «giusta» la reazione di Israele ai missili di Hamas Berlusconi ha dato una valutazione strettamente politica, ha riconosciuto il suo diritto a difendersi, mentre manifestando «dolore» per le vittime di Gaza ha abilmente aggirato una domanda spinosa spostando il discorso sul piano "umanitario", politico - direi diplomatico - solo nel senso di non mostrare indifferenza di fronte alle autorità e alla stampa palestinesi. Dove c'è guerra e c'è morte, la compassione non si nega a nessuno. Questo ha voluto dire, ma ciò non toglie che l'operazione israeliana fosse giustificata.
C'è non tanto un paragone, quanto un accostamento - a mio avviso comunque inopportuno - tra Shoah e Gaza, ma siamo sempre su un piano "umanitario" e non politico in senso stretto. Mettendo insieme le due frasi si potrebbe sintetizzare così il pensiero di Berlusconi: Israele aveva il diritto di reagire ai missili di Hamas, ma questo non ci impedisce di addolorarci anche per i morti palestinesi. Detto questo, capisco l'esigenza di molti di far rientrare il Cav. nello stereotipo. In molte occasioni si contraddice, non in questa.
Almeno nelle parole non c'è contraddizione neanche sulla presenza di Eni in Iran. Berlusconi ha spiegato che Eni ha congelato gli investimenti futuri. E' comprensibile che il governo iraniano smentisca, ma non vedo perché bisognerebbe credere agli iraniani addirittura più che a Berlusconi. La dichiarazione di Eni sembra confermare le parole del premier: «E' in corso lo sfruttamento di due campi petroliferi in Iran in base a contratti del 2000 e 2001. Non sono stati stipulati nuovi contratti». Una posizione che Eni aveva annunciato (insieme a Total) già nel 2008: «In Iran il gruppo rispetterà i contratti già in essere, ma non ne firmerà di nuovi». Se sia vero, o se semplicemente siano in corso «trattative», come le chiama Teheran, non possiamo saperlo, ma di certo nelle dichiarazioni non c'è contraddizione, a meno di non voler credere a priori agli iraniani, comunque senza alcuna possibilità di verifica.
La politica di questo governo sulla questione nucleare iraniana è costellata di passi falsi, ambiguità ed errori, che hanno creato motivi di tensione con gli Usa. Prima la manovra fallita per essere accettati nel gruppo 5+1; poi il patetico tentativo di giocare un proprio ruolo, autonomo, di mediazione; il tutto condito da dichiarazioni improvvide di Frattini, che rivelavano uno scrupolo di troppo per la sorte dei nostri rapporti commerciali con Teheran, allarmando Washington. Rapporti importanti li intrattengono anche Francia e Germania, membri del 5+1. Non vi hanno rinunciato finora, ma sono pronti ad appoggiare (e a rispettare) tutte le sanzioni che si renderanno necessarie. E l'Italia si adeguerà.
Negli ultimi tempi - e con le parole inequivoche pronunciate dal premier durante la sua visita in Israele - per fortuna si va definendo una posizione più chiara, più in linea con gli sforzi americani e vicina agli interessi israeliani. A vedere come hanno accolto ieri Berlusconi, gli israeliani - che non sono così stupidi - se ne devono essere accorti, con buona pace dei nostri Gramellini. Chi meglio di loro - Eni o non Eni, Gaza o non Gaza - può giudicare da che parte sta Berlusconi?
UPDATE ore 15:56
Scaroni conferma il "disimpegno": «Avevamo firmato il contratto al tempo di Rafsanjani, quando non si parlava di sanzioni nei riguardi dell'Iran: il primo contratto è già quasi terminato, stiamo ormai solo fornendo assistenza; il secondo terminerà a marzo e poi ci limiteremo a fornire assistenza anche in questo caso. Non faremo nuovi contratti per il futuro».
Sì, il premier ha il dono o il difetto (a seconda dei punti di vista) di voler a tutti i costi compiacere il proprio interlocutore, chiunque esso sia. E gli capita, soprattutto in Italia, di contraddirsi nell'arco di poche ore. Ma questa volta, a leggere ciò che veramente Berlusconi ha detto ieri, si vedrà che non c'è alcuna contraddizione. Ecco le due frasi.
Alla Knesset: «... Come il nostro voto contrario al rapporto Goldstone, che intendeva criminalizzare Israele per la sua giusta reazione ai missili di Hamas lanciati da Gaza».
Alla conferenza stampa con Abu Mazen: «Sempre quando alla pace si sostituisce la guerra, e alla ragionevolezza la violenza, sempre lì viene meno l'umanità. Com'è giusto piangere le vittime della Shoah, è giusto manifestare dolore per quanto accaduto a Gaza».
Definendo «giusta» la reazione di Israele ai missili di Hamas Berlusconi ha dato una valutazione strettamente politica, ha riconosciuto il suo diritto a difendersi, mentre manifestando «dolore» per le vittime di Gaza ha abilmente aggirato una domanda spinosa spostando il discorso sul piano "umanitario", politico - direi diplomatico - solo nel senso di non mostrare indifferenza di fronte alle autorità e alla stampa palestinesi. Dove c'è guerra e c'è morte, la compassione non si nega a nessuno. Questo ha voluto dire, ma ciò non toglie che l'operazione israeliana fosse giustificata.
C'è non tanto un paragone, quanto un accostamento - a mio avviso comunque inopportuno - tra Shoah e Gaza, ma siamo sempre su un piano "umanitario" e non politico in senso stretto. Mettendo insieme le due frasi si potrebbe sintetizzare così il pensiero di Berlusconi: Israele aveva il diritto di reagire ai missili di Hamas, ma questo non ci impedisce di addolorarci anche per i morti palestinesi. Detto questo, capisco l'esigenza di molti di far rientrare il Cav. nello stereotipo. In molte occasioni si contraddice, non in questa.
Almeno nelle parole non c'è contraddizione neanche sulla presenza di Eni in Iran. Berlusconi ha spiegato che Eni ha congelato gli investimenti futuri. E' comprensibile che il governo iraniano smentisca, ma non vedo perché bisognerebbe credere agli iraniani addirittura più che a Berlusconi. La dichiarazione di Eni sembra confermare le parole del premier: «E' in corso lo sfruttamento di due campi petroliferi in Iran in base a contratti del 2000 e 2001. Non sono stati stipulati nuovi contratti». Una posizione che Eni aveva annunciato (insieme a Total) già nel 2008: «In Iran il gruppo rispetterà i contratti già in essere, ma non ne firmerà di nuovi». Se sia vero, o se semplicemente siano in corso «trattative», come le chiama Teheran, non possiamo saperlo, ma di certo nelle dichiarazioni non c'è contraddizione, a meno di non voler credere a priori agli iraniani, comunque senza alcuna possibilità di verifica.
La politica di questo governo sulla questione nucleare iraniana è costellata di passi falsi, ambiguità ed errori, che hanno creato motivi di tensione con gli Usa. Prima la manovra fallita per essere accettati nel gruppo 5+1; poi il patetico tentativo di giocare un proprio ruolo, autonomo, di mediazione; il tutto condito da dichiarazioni improvvide di Frattini, che rivelavano uno scrupolo di troppo per la sorte dei nostri rapporti commerciali con Teheran, allarmando Washington. Rapporti importanti li intrattengono anche Francia e Germania, membri del 5+1. Non vi hanno rinunciato finora, ma sono pronti ad appoggiare (e a rispettare) tutte le sanzioni che si renderanno necessarie. E l'Italia si adeguerà.
Negli ultimi tempi - e con le parole inequivoche pronunciate dal premier durante la sua visita in Israele - per fortuna si va definendo una posizione più chiara, più in linea con gli sforzi americani e vicina agli interessi israeliani. A vedere come hanno accolto ieri Berlusconi, gli israeliani - che non sono così stupidi - se ne devono essere accorti, con buona pace dei nostri Gramellini. Chi meglio di loro - Eni o non Eni, Gaza o non Gaza - può giudicare da che parte sta Berlusconi?
UPDATE ore 15:56
Scaroni conferma il "disimpegno": «Avevamo firmato il contratto al tempo di Rafsanjani, quando non si parlava di sanzioni nei riguardi dell'Iran: il primo contratto è già quasi terminato, stiamo ormai solo fornendo assistenza; il secondo terminerà a marzo e poi ci limiteremo a fornire assistenza anche in questo caso. Non faremo nuovi contratti per il futuro».
Tuesday, November 03, 2009
Perché l'Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?
«Alla tavola europea, nel ruolo di guida della politica estera, non ci dovrebbe essere posto per chi passeggia a braccetto con i ministri di Hezbollah sulle macerie di Beirut per denunciare i crimini di guerra israeliani», scrive oggi Christian Rocca in un articolo su Il Foglio in cui ricorda le posizioni di D'Alema sulla questione palestinese, sugli ebrei, su Hezbollah e su Hamas, spiegando perché non è l'uomo giusto per quella «specie di ministro degli Esteri dotato di un corpo diplomatico autonomo e destinato a diventare la figura più importante dell'Unione, specie se il presidente non sarà Tony Blair, ma un grigio euroburocrate».
Chi si oppone alla candidatura di Blair obietta che «l'Europa ha bisogno di un amico di Obama, non di Bush», ma «chi non è amico di Obama sulle questioni decisive della politica estera, cioè su chi sono gli amici e chi i nemici, è D'Alema». Eppure, per un breve periodo, quando è stato presidente del Consiglio, è esistito un D'Alema diverso, ricorda Rocca. «In nome degli stessi valori di democrazia e libertà che oggi giudica un finto pretesto per chissà quali misfatti, il premier D'Alema liberava con le bombe e senza l'Onu il Kosovo, abbracciava Clinton e fondava centri studi con Blair. Quel D'Alema è durato lo spazio breve del governo con Cossiga e Mastella. Guido Rossi di quel D'Alema disse che aveva trasformato Palazzo Chigi in una "merchant bank che non parla inglese". Oggi D'Alema sa bene l'inglese, ma perché l'Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?».
Chi si oppone alla candidatura di Blair obietta che «l'Europa ha bisogno di un amico di Obama, non di Bush», ma «chi non è amico di Obama sulle questioni decisive della politica estera, cioè su chi sono gli amici e chi i nemici, è D'Alema». Eppure, per un breve periodo, quando è stato presidente del Consiglio, è esistito un D'Alema diverso, ricorda Rocca. «In nome degli stessi valori di democrazia e libertà che oggi giudica un finto pretesto per chissà quali misfatti, il premier D'Alema liberava con le bombe e senza l'Onu il Kosovo, abbracciava Clinton e fondava centri studi con Blair. Quel D'Alema è durato lo spazio breve del governo con Cossiga e Mastella. Guido Rossi di quel D'Alema disse che aveva trasformato Palazzo Chigi in una "merchant bank che non parla inglese". Oggi D'Alema sa bene l'inglese, ma perché l'Europa deve correre il rischio di diventare una Lega araba che non parla arabo?».
Wednesday, September 23, 2009
Per Hosni un pasticcio diplomatico
Alla fine l'egiziano Farouk Hosni non ce l'ha fatta. Il direttore generale dell'Unesco è la bulgara Irina Bokova, ex ministro degli Esteri e attuale ambasciatrice. Se già strideva che alla guida dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'educazione, la scienza e la cultura, potesse andare un censuratore di professione, per di più antisemita, che da ministro della Cultura manifestò l'intenzione di voler «bruciare personalmente i libri israeliani e sionisti», ad aggravare la posizione del candidato egiziano, nelle ore precedenti l'ultima votazione, si è aggiunta una rivelazione fornita dal diretto interessato riguardo il suo ruolo nella fuga dall’Italia di tre terroristi palestinesi coinvolti nel sequestro dell'Achille Lauro.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Nell'ottobre del 1985 Hosni era direttore dell'Accademia d'Egitto a Roma e accettò di partecipare a una manovra diversiva dei servizi segreti egiziani. L'aereo diretto a Tunisi su cui viaggiavano tre dei dirottatori, tra cui il leader Abu Abbas, fu intercettato da caccia americani e costretto ad atterrare. «I servizi segreti – racconta Hosni – mi dissero di voler ospitare i passeggeri in Accademia e io detti ordine di preparare 17 stanze, ma giunsero solo 14 persone. Mi fu chiesto di prender tempo fino a fine giornata con il procuratore italiano, che chiedeva che gli consegnassi i passaporti dei passeggeri non egiziani». Facendo credere alle autorità italiane che i terroristi fossero ancora all'interno dell'Accademia, «l'aereo ridecollò indisturbato» dall'aeroporto di Roma. Solo allora «consegnai i passaporti al procuratore, che però non trovò nulla». Negli anni '70, inoltre, Hosni era all'ambasciata egiziana in Francia dove, per sua ammissione, collaborò con i servizi del Cairo per «spiare e denunciare» gli studenti egiziani che «deviavano».
Ma neanche queste ultime rivelazioni (possibile non ne fossimo a conoscenza?) hanno convinto la Farnesina a cambiare idea. Pochi minuti prima del voto il ministro degli Esteri Frattini dichiarava alle agenzie che l'Italia avrebbe mantenuto la promessa fatta due anni fa «personalmente da Berlusconi al presidente egiziano Mubarak». Valuteremo fino all'ultimo, ma «quando si è preso un impegno, va rispettato». Il testa-a-testa (29 voti a 29) tra i due candidati si è risolto solo alla quinta e ultima votazione in favore della Bokova (31 a 27), ma sembra che l'Italia abbia mantenuto il suo impegno. Fonti della Farnesina interpellate dall'agenzia il Velino hanno smentito che l'Italia sia stata tra i Paesi che hanno fatto mancare l'appoggio promesso a Hosni, come ipotizzato invece dal New York Times, cui una fonte anonima vicina alle operazioni di voto ha confidato che sarebbero state Spagna e Italia a cambiare idea all'ultimo momento, come pure sarebbe stato comprensibile alla luce delle ultime rivelazioni su Hosni che riguardano il nostro Paese. Subito dopo la votazione Frattini si è comunque complimentato con la Bokova, dicendosi convinto che «sarà un ottimo direttore dell'Unesco».
Anche la Francia avrebbe sostenuto Hosni, e persino gli Stati Uniti di Obama (almeno pubblicamente), come gesto di apertura nei confronti del mondo arabo, ma non sappiamo se fino all'ultimo abbiano votato in suo favore. Resta il fatto deprecabile che il governo italiano ha sostenuto alla guida dell'organizzazione per la tutela della cultura di tutte le nazioni del mondo un uomo che nella vita non ha fatto altro che disprezzare la cultura altrui. Non solo da ministro e da agente dei servizi segreti ha censurato e represso studenti e intellettuali nel suo Paese, ma approfittando della sua immunità diplomatica ha intralciato le autorità italiane per favorire dei terroristi. Il governo non ha voluto sentire neanche la voce di molti parlamentari del Pdl, da Fiamma Nirenstein a Benedetto Della Vedova, da Edmondo Cirielli a Luigi Compagna.
E alla già pessima figura si è aggiunta la beffa: Hosni non è stato eletto. Sostenere un candidato poco presentabile in nome della realpolitik e dei buoni rapporti con i nostri vicini egiziani può anche avere un senso, ma affondare insieme alla sua candidatura, quando diventa evidente che non riscuote il consenso necessario, somiglia troppo a un pasticcio diplomatico. Qualcuno avverta Fini: forse anche la politica estera dovrebbe rientrare tra i temi di cui discutere all'interno del partito.
Friday, June 05, 2009
Obama rischia di restare prigioniero del suo personaggio
Quanti "nuovi inizi" dovrà offrire e auspicare Obama prima che il mondo cambi davvero? Forse dovremmo lasciare queste speranze a cantanti e poeti. Dal suo discorso all'università coranica di al Azhar, al Cairo, si direbbe proprio che Obama conosca la difficile arte del dare consigli spiegata nell'Hagakure, secondo cui va usato un approccio che aumenti le probabilità che i consigli vengano seguiti, non accontentandosi di enunciarli per stare in pace con la propria coscienza. E per fare questo occorre suscitare empatia in chi si vuole consigliare a fare la cosa giusta.Forse nessuno come Obama è capace di blandire il suo uditorio. Ha cercato di convincere i musulmani che la sua è un'America sinceramente impegnata nella partnership e nella cooperazione, piuttosto che nel «dettare» le soluzioni, disposta ad ascoltare e persino ad imparare. Ma in definitiva - tolte alcune discutibili citazioni storiche ed equivalenze morali, alcuni giri di parole, per indorare la pillola e ammorbidire i toni - alcune unconvenient truths agli arabi Obama le ha rifilate, pur immerse nel suo "buonismo" e nelle lodi alla civiltà islamica: che oltre agli stereotipi negativi sull'Islam, non è disposto ad accettare quelli sull'America, «una delle più grandiose fonti di progresso che il mondo abbia mai conosciuto»; che gli Usa combatteranno «senza tregua gli estremisti» e che in Afghanistan «l'impegno americano non si indebolirà»; che i «forti legami» tra Israele e l'America sono «indissolubili»; che «negare l'Olocausto è senza fondamento, ignorante e odioso» e «minacciare Israele di distruzione – o ripetere vili stereotipi sugli ebrei – è profondamente sbagliato» e ostacola la pace; che i palestinesi «devono abbandonare la violenza»; che Hamas anche «deve mettere fine alla violenza, riconoscere gli accordi passati e riconoscere il diritto di Israele a esistere»; che l'Arab Peace Initiative è «un inizio importante», ma gli stati arabi devono fare di più, e che «il conflitto arabo-israeliano non può più essere usato per distrarre le nazioni arabe da altri problemi».
Tuttavia, Obama ha solo girato intorno alla unconvenient truth più importante da dire ai popoli musulmani e che Bush aveva saputo spiegare benissimo: la vostra condizione, di cui vi lamentate e di cui incolpate l'America, l'Occidente, Israele, la modernità e la globalizzazione, deriva in realtà dalla mancanza di libertà e di democrazia.
Detto questo, mi lascia comunque perplesso (il perché lo capirete più avanti), l'editoriale del Wall Street Journal, secondo cui ciò che Obama ha «offerto» al mondo musulmano è «per lo più la Freedom Agenda di Bush, sia pure in una «versione astutamente rivestita» e «per mezzo di un rebranding autobiografico». Ne è così convinto il WSJ da aver intitolato il suo editoriale "Barack Hussein Bush". Laddove infatti Obama ha spiegato che la «libertà di vivere secondo le proprie scelte», e «la possibilità di esprimere il proprio pensiero e di poter dire la propria su come si è governati», «non sono solo idee americane, ma diritti umani»; laddove ha detto che «la libertà di religione è fondamentale per la possibilità della gente di vivere insieme»; e che le donne possono anche ricoprire ruoli tradizionali nella società, ma che «dovrebbe essere una loro scelta«. In tutti questi passaggi Obama non avrebbe fatto altro che ripresentare concetti espressi ripetutamente nei suoi otto anni dal presidente Bush.
Per il quotidiano Usa ciò dev'essere inteso come un «complimento»: tanto di guadagnato, infatti, «se ciò porterà ad una maggiore condivisione tra i musulmani dei principi della Freedom Agenda di Bush, anche se non sotto il nome del suo autore». Al presidente rimprovera invece di non aver ricordato al suo uditorio che «nessun paese ha fatto più dell'America per liberare i musulmani dall'oppressione» e di aver ceduto a «facili, ma false, equivalenze morali». Tuttavia, conclude il WSJ, il «vero test» per Obama sarà l'Iran.
"Just Like Bush" («Proprio come Bush»), anche secondo Michael Crowley, che su The New Republic osserva come «la maggior parte dei principali argomenti di Obama siano stati usati in precedenza - e non da Obama stesso, ma dal suo predecessore». «Oggi vorrei parlare direttamente ai popoli del Medio Oriente», esordiva l'ex presidente alle Nazioni Unite il 16 settembre del 2006. «Come Obama - ricorda Crowley - Bush ha spiegato che "gli Stati Uniti non sono in guerra con l'Islam". Come Obama, Anche Bush ha detto che "l'America rispetta la storia e le tradizioni del mondo musulmano". Come Obama, Bush ha condannato gli attacchi dell'11 settembre ma ha giurato di voler combattere solo la "piccola minoranza di estremisti islamici". Anche Bush rassicurava il suo uditorio che "la libertà, per sua stessa natura, non può essere imposta, ma dev'essere una scelta". Anche Bush lamentava la "quotidiana umiliazione dell'occupazione" sofferta dai palestinesi; e sempre Bush assicurava l'Iran di non essere contrario al loro uso del nucleare civile».
Tuttavia, osserva Crowley, il bel discorso di Bush del 2006 «fu immediatamente dimenticato - un non-evento senza impatto per l'immagine dell'America nel mondo, mentre quello di Obama sembra rendere possibile che milioni di musulmani rivedano la loro opinione sull'America». Il fatto è che «anche se Obama sta dicendo molte cose che Bush ha già detto prima - conclude Crowley - decisamente Obama non è Bush. E' per questo che il mondo sta ascoltando. E non è un risultato da poco».
Ma se concetti e posizioni sono nella sostanza gli stessi dell'amministrazione Bush, se i termini di delicate questioni come il conflitto arabo-israeliano e il nucleare iraniano non sono cambiati, è possibile, come sembra suggerire Crowley, che tutto dipenda da Mr. Barack Hussein Obama, che solo con la forza del suo personaggio e della sua biografia riesca davvero a creare le condizioni politiche per una soluzione pacifica a tutti i problemi del Medio Oriente? In effetti - complice una copertura mediatica unanimemente favorevole a Obama, trattato come una sorta di presidente mondiale - si respira indubitabilmente un clima nuovo, sembra tornata la speranza di una maggiore comprensione tra Strati Uniti e mondo musulmano.
Il rischio è che si riveli un'effimera luna di miele. Alcuni attori saranno sinceramente attratti dalla nuova disponibilità al dialogo dell'America di Obama, ma la maggior parte tenteranno di approfittare strumentalmente di questo momento di debolezza - così lo interpretano - degli Usa (penso a Iran, Hezbollah, Hamas).
Per l'editorialista del New York Times David Brooks, il discorso di Obama è stato un mix di «idealismo e astuzia». Da una parte, è stato «uno sforzo ispirato per creare un nuovo dialogo» in Medio Oriente, una «nuova narrazione» in cui tutte le parti in conflitto potessero vedere riconosciute e legittimate le loro aspirazioni. Ma per costruire questa «nuova narrazione», Obama ha mescolato «qualche dura verità, distorsioni storiche, eloquenti appelli e discutibili equiparazioni morali». Questa parte «idealista» del discorso, forse la più importante considerato l'uditorio, è stata «efficace», secondo Brooks.
Al contrario di quanto sostenuto dal WSJ, la «grande ritirata verso il realismo» ha riguardato invece la Freedom Agenda di Bush. E' vero, «una parte del discorso era dedicata alla promozione della democrazia, e considerando le discussioni su di essa nell'amministrazione, forse dovremmo essere contenti che ci sia stata. Ma era pomposa e astratta - il tipo di prosa che uno adotta dopo una discussione interna rimasta irrisolta». Il presidente non ha veramente difeso le istituzioni democratiche. Ha detto qualcosa di più sfumato, che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati. Il che, conclude Brooks, riporta all'ambiguità della politica estera di Obama: «Il presidente vuol essere un leader che ispira e entusiasma le masse, ma anche un realista che fa gli accordi nei palazzi».
In effetti, Obama non è sceso nel dettaglio delle istituzioni che servono per garantire e tutelare i diritti e i principi che pure ha richiamato. Affermare genericamente che i governi «dovrebbero riflettere la volontà della gente» e che i cittadini dovrebbero «poter dire la loro» su come sono governati, e aggiungere che comunque «ogni nazione dà vita a questi principi a suo modo, a seconda delle tradizioni del proprio popolo», è un modo per dare a tutti i regimi autocratici una scappatoia.
E poi in particolare una frase di Obama, che nessuno mi pare abbia notato, mi ha lasciato perplesso: «E' importante - ha detto - per i paesi occidentali non impedire ai cittadini musulmani di praticare la religione nel modo che ritengono più adeguato - per esempio, dettando quali vestiti una donna musulmana debba indossare. Non possiamo camuffare l'ostilità verso la religione dietro il pretesto del liberalismo».
Comprensibile quindi la delusione di alcuni dei più noti liberali e democratici mediorientali. «Delusa» si dice Azar Nafisi, per la «vaghezza» e le «omissioni» di Obama: «Un vero dialogo implica il diritto di criticare, anche se civilmente, l'interlocutore. Obama non l'ha fatto». Paradossale che abbia difeso il diritto delle donne a portare il velo, che nessun paese islamico tranne la Turchia minaccia. «E' stato meglio di quanto ci aspettavamo, ma non buono quanto speravamo. La sua posizione sulla democrazia era molto generica, un po' debole, speravamo più nel dettaglio», è stato il commento dell'egiziano Ayman Nour, che non si era illuso.
«Non male» invece il discorso, per Max Boot. «Poteva essere meglio. Ma anche molto peggio», scrive su Commentary. Anche Boot ha notato i tentativi di Obama di creare «false equiparazioni» storiche e morali tra l'Occidente e il mondo musulmano. In America, obietta Boot riguardo alcuni di quei passaggi, le donne che si battono per pari diritti non sono esattamente nelle condizioni delle donne nei paesi islamici; Israele non nega il diritto dei palestinesi a vivere in pace e in sicurezza allo stesso modo in cui gli estremisti islamici negano a Israele il diritto di esistere. E il trattato firmato dal presidente americano John Adams a Tripoli a fine settecento, citato da Obama come esempio di cooperazione e comprensione tra Stati Uniti e mondo islamico, nella sostanza fu una conferma dell'inaffidabilità araba.
Ma tutto ciò, ammette Boot, è servito a Obama per mostrare il «volto migliore» mentre «con tatto criticava i paesi musulmani e difendeva gli Stati Uniti», inserendo anche il tema della democrazia in modo simile a Bush. «Riconosco - conclude Max Boot - che il discorso di Obama non soddisferà quelli (come me) che una volta si emozionavano per la retorica pro-democrazia senza concessioni di Bush, ma nonostante tutte le sue destrezze retoriche e le sue omissioni, penso che Obama abbia fatto un buon lavoro nel sostenere la causa dell'America di fronte al mondo musulmano. Non c'è dubbio: è un venditore più efficace del suo predecessore. Ciò non significa che il suo uditorio acquisterà il messaggio».
E' esattamente questo il problema. Con la sola forza evocativa del suo personaggio e della sua biografia, Obama sembra raccogliere consensi, e persino suscitare entusiasmi e speranze, delle cosiddette Arab Streets e dei media internazionali, ma l'impressione è che i "cattivi" (Iran, Siria, Hezbollah, Hamas e integralisti vari, per limitarci al Medio Oriente) interpretino le sue aperture come segni di debolezza dell'America e che alla prima prova di forza cui sarà costretto finirà la sua luna di miele con le opinioni pubbliche e i media, cadrà la patina di buonismo sotto la quale saranno di nuovo evidenti i problemi di sempre. E c'è da augurarsi che in quel momento, se arriverà, Obama non rimanga prigioniero del suo personaggio, che sappia prendere atto del fallimento delle sue aperture al dialogo e non si sottragga alle necessarie prove di forza, anche se ciò dovesse significare andare incontro al destino del suo odiato predecessore.
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