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Monday, June 14, 2010

Pericolosa deviazione di senso

Oggi tradotto in italiano sul Corriere della Sera, un imprescindibile articolo di Bernard-Henri Levy contro «l'ondata di ipocrisia, di malafede e, in ultimo, di disinformazione» che si è rovesciata come al solito su Israele, e che «sembrava aspettare solo un pretesto per dilagare nei mass media del mondo intero». Un articolo in cui denuncia le 5 fondamentali mistificazioni cui abbiamo assistito in questi giorni e in cui sono caduti anche gli osservatori più accorti e alcuni "amici" di Israele:
1) «La formula, ripetuta fino alla nausea, del blocco di Gaza imposto "da Israele", mentre la più elementare onestà vorrebbe già che si precisasse: da Israele e dall'Egitto; congiuntamente, dai due lati, dai due Paesi che distano in maniera identica dalle frontiere di Gaza; e questo con la benedizione, appena velata, di tutti i regimi arabi moderati, ben felici che altri arginino, per conto e con soddisfazione di tutti, l'influenza nella regione di un braccio armato, di una base avanzata, un giorno forse di una portaerei, dell'Iran».

2) «Il blocco - non dobbiamo stancarci di ricordarlo - riguarda soltanto armi e materiali per fabbricarne; non impedisce il passaggio, tutti i giorni, in provenienza da Israele, di 100, 120 camion carichi di viveri, medicinali, materiale umanitario di ogni genere; dire che "si muore di fame" nelle strade di Gaza-City significa mentire. Che il blocco militare sia o non sia la buona opzione per indebolire e un giorno abbattere il governo islamo-fascista di Isnnail Haniyeh, se ne può discutere. Ma un fatto è indiscutibile: gli israeliani che operano, giorno e notte, ai posti di controllo fra i due territori sono i primi a fare l'elementare ma essenziale distinzione fra il regime (che occorre tentare di isolare) e la popolazione (che si guardano bene dal confondere con questo regime e, ancor meno, di penalizzare, poiché gli aiuti, ripeto, non hanno mai smesso di passare)».

3) «Il silenzio del mondo intero sull'incredibile atteggiamento di Hamas: infatti, ora che il carico della flottiglia ha riempito la sua funzione simbolica, ora che quest'atteggiamento ha permesso di cogliere in fallo lo Stato ebraico - e di rilanciare come mai prima d'ora il meccanismo della sua demonizzazione - ora che sono gli israeliani, fatta l'ispezione, a voler inoltrare gli aiuti verso i suoi presunti destinatari, Hamas blocca i suddetti aiuti... Visto che i bambini di Gaza non sono mai stati altro, per la gang di integralisti islamici andati al potere tre anni fa con la forza, che scudi umani, carne da cannone o vignette mediatiche...».

4) «Il discorso, a Konyan, nel centro della Turchia, di un Primo ministro che fa gettare in prigione chiunque osi evocare pubblicamente il genocidio degli armeni, ma che ha la faccia tosta, di fronte a migliaia di manifestanti eccitati e che gridano slogan antisemiti, di denunciare il "terrorismo di Stato" israeliano».

5) «Il lamento degli utili idioti caduti, prima di Israele, nella trappola di quegli strani individui "umanitari" che sono, per esempio nella ong turca Ihh, adepti della Jihad, fanatici dell'apocalisse anti-israeliana e anti-ebraica, alcuni dei quali, qualche giorno prima dell'assalto, dicevano di volere "morire da martiri"».
BHL, che si definisce «un militante dell'ingerenza umanitaria», lancia l'allarme su quella sempre più frequente «deviazione di senso che mette al servizio dei barbari lo spirito stesso di una politica che fu concepita per contrastarli», sulla «confusione di un'epoca in cui si combattono le democrazie come se si trattasse di dittature o di Stati fascisti. In questo turbine di odio e di follia - conclude - c'è Israele, ma in pericolo sono anche, stiamo attenti, alcune delle conquiste più preziose, per la sinistra in particolare, del movimento di idee da trent'anni a questa parte. A buon intenditor, poche parole».

Wednesday, January 07, 2009

Caro D'Alema, anche i nazisti non erano "marziani"

Quale governo al mondo (e quale europeo!) tollererebbe senza reagire che in una parte del suo territorio i suoi cittadini debbano convivere, per anni, con il pericolo di venire uccisi da missili lanciati da un territorio confinante? Nessuno. Sono poche le trasmissioni radiofoniche o televisive sulla crisi di Gaza in cui si possono sentire i fatti e le considerazioni assolutamente ragionevoli che espone, oggi sul Corriere, Bernard Henry-Levy.

Ma tra le posizioni più odiose e ripugnanti, per ogni sincero democratico, c'è senz'altro quella espressa da Massimo D'Alema, sia ieri sera a Matrix che oggi su la Repubblica. Siccome Hamas ha vinto le elezioni, è un partito, radicato sul territorio, e tra i suoi aderenti ci sono padri, madri, figli, allora è un interlocutore con cui negoziare è d'obbligo.

A ripugnare è soprattutto l'idea bislacca di democrazia che rivela l'ex ministro degli Esteri. Perché Hamas ha sì vinto le elezioni (chissà poi se in modo davvero democratico...), ma la legittimazione democratica l'ha perduta subito dopo, quando con un colpo di stato ha tentato di prendere il potere, fallendo in Cisgiordania ma riuscendovi nella Striscia di Gaza, dove ha instaurato una dittatura fondamentalista eliminando tutti gli oppositori politici.

Siccome Hamas ha nel proprio statuto la distruzione di Israele e lo sterminio del maggior numero di ebrei, e siccome mostra tutta l'intenzione di voler perseguire questo fine, D'Alema farebbe bene ad accorgersi che le analogie con il nazismo (sebbene per fortuna Gaza non sia la Germania di Weimar) cominciano a diventare un po' troppe.

Hamas è «una forza reale», «non è certo un gruppetto di terroristi». E' un «movimento politico con 25 mila militanti armati, che non sono marziani ma i figli e i nipoti di quanti li hanno scelti». Già, esattamente come non si può negare che anche fascismo e nazismo fossero «forze reali» cui aderirono milioni di persone, e non proprio «marziani».

Saturday, April 05, 2008

Pechino ha fatto male i suoi calcoli; ma noi un giorno arrossiremo

Bravo Sarkozy se è vero quanto ha dichiarato a Le Monde il sottosegretario ai Diritti umani, Rama Yade: Sarkozy avrebbe posto tre «condizioni» alla Cina per la sua presenza a Pechino il prossimo 8 agosto alla cerimonia di apertura dei Giochi: dialogo tra le autorità cinesi e il Dalai Lama, stop alle violenze contro la popolazione in Tibet e liberazione dei prigionieri politici, piena luce su quanto è avvenuto a Lhasa. Poi il ministro degli Esteri Kouchner ha smentito. Parigi non pone «condizioni» a Pechino, «il Presidente deciderà secondo l'evoluzione della situazione».

Malgrado la mobilitazione di migliaia di militari, gli arresti di massa e le campagne di rieducazione nei monasteri, proteste e scontri nelle province tibetane proseguono e alcune notizie riescono a trapelare, nonostante la censura imposta dalle autorità cinesi. Sarebbero tra otto e quindici, a seconda delle fonti, i manifestanti uccisi dalla polizia giovedì sera a Garze, nella provincia cinese del Sichuan, a sua volta subito sigillato. Decine i feriti. Le forze dell'ordine avrebbero sparato sulla folla per disperdere le proteste dei tibetani scatenatesi dopo l'irruzione dei militari in un monastero per avviare l'indottrinamento politico. L'agenzia ufficiale "Nuova Cina" ha parlato della rivolta, parlando di un funzionario cinese ferito e di alcuni «spari di avvertimento». Radio Free Asia invece sostiene che la polizia ha sparato su diverse centinaia di persone, sia monaci che laici tibetani, che dimostravano per chiedere il rilascio dei monaci del monastero di Tongkor.

Intanto, il cammino della torcia olimpica si fa sempre più tormentato. Sabato il passaggio a Londra e domenica otto ore di marcia verso Greenwich, durante le quali sono previste durissime contestazioni nei confronti del governo cinese. Lunedì la torcia arriverà a Parigi, dove il sindaco Delanoë ha detto che sarà accolta in modo «critico». Sarebbe gravissimo se, come scrive il Times, Pechino avesse mobilitato gli studenti cinesi in Gran Bretagna (e a San Francisco) per contrastare gli attivisti per il Tibet e i diritti umani.

Un editoriale «coraggioso» è invece comparso sul Southern Weekend, segnala Fabio Cavalera. Il titolo è "Un altro punto di vista sulla questione del Tibet". Lo ha scritto Cao Xin e dice una cosa importante: il Dalai Lama è l'autorità riconosciuta dei tibetani, come lo sono Hu Jintao e Wen Jiabao per i cinesi. Dunque con lui, che non è un criminale, occorre trattare.

Pechino invece sembra convinta di proteggere ad ogni costo l'operazione di propaganda in cui aveva programmato di trasformare quella che però, ormai, secondo Rampini somiglia sempre più a una «trappola olimpica»: «La dirigenza cinese sta accorgendosi di aver fatto male i suoi calcoli. La Cina ha voluto la sua vetrina, ma adesso si vede che c'è molta merce avariata in bella mostra».

Sempre più imbarazzanti le uscite dei dirigenti del CIO. Il vicepresidente e presidente della Commissione di coordinamento dei giochi di Pechino, Hein Verbruggen, mette sullo stesso piano Tibet e Paesi Baschi, Laogai e Guantanamo: «Se guardo le città candidate ai Giochi del 2016, il Comitato olimpico internazionale dovrebbe forse essere obbligato a parlare delle pretese dei Paesi Baschi di essere indipendenti dalla Spagna? Allo stesso modo, visto che Chicago è candidata dobbiamo pronunciarsi su Guantanamo o sull'Iraq?».
Una cosa è certa, ha ragione Bernard-Henry Lévy: «Un giorno ci troveremo ad arrossire».

Friday, March 21, 2008

Le Olimpiadi sono già un evento politico, per Pechino

Oggi sui giornali si dà massima evidenza alla conferma che Bush sarà presente alle Olimpiadi di Pechino, nonostante tutto. Male, grave e sorprendente errore da parte del presidente Usa garantire a Pechino la sua presenza già oggi, a fronte della repressione in corso in Tibet, contraddicendo gli elementi base della sua dottrina di sicurezza. Ma è strano che per alcuni giornali, se parla Bush, allora «abbandona» i tibetani, se invece sono l'Unione europea, Veltroni, Fini, D'Alema e la Bonino ad escludere ogni boicottaggio, allora semplicemente si attengono alla posizione del Dalai Lama.

Ieri la presidenza dell'Unione europea ha diffuso un comunicato in cui si motiva in modo davvero bizzarro il no al boicottaggio: «Le Olimpiadi moderne sono state spesso usate, e a volte abusate, da politici e da regimi politici per promuovere vari obiettivi di Stato, economici e politici». Ma come, la Cina non si sta forse accingendo a trasformare i Giochi in un'immensa operazione (forse la più grande nella storia dell'umanità) di propaganda politica di stampo nazionalista, il simbolo della sua potenza e ed egemonia regionale?

Non si può negare che la stessa decisione del Cio di assegnare i Giochi a Pechino sia stata una decisione di natura politica. Tra l'altro, non solo in Tibet, ma per la stessa organizzazione dell'evento, la Cina ha violato le norme del contratto firmato con il Cio per ottenere l'assegnazione e le disposizioni della Carta olimpica per quanto riguarda «promozione di una società pacifica e difesa della dignità umana». Vedremo se potrà di più il panico che si sta scatenando tra i 12 grandi sponsor che hanno sborsato una media di 100 milioni di dollari a testa per finanziare i Giochi e che oggi temono un danno d'immagine se i Giochi dovessero svolgersi sotto l'ombra dei massacri.

A sostenere le ragioni del boicottaggio, quanto meno del non escludere prima del tempo questa opzione, è Bernard-Henri Levy:
«Le Olimpiadi, ci dicevano, avranno l'effetto di aprire automaticamente la Cina al mondo e, quindi, alla democrazia. I cinesi, ci dicevano, sapendo che saranno osservati come non lo sono mai stati, desidereranno offrire un'immagine decente di se stessi e del loro regime. La verità obbliga a dire che, per il momento, si è verificato esattamente il contrario».
Dopo un lungo elenco di ciò che sta accadendo, non solo in Tibet, conclude che «o l'effetto "ripulitura di facciata" non ha avuto conseguenze, oppure ha intensificato, al contrario, le violazioni dei diritti umani». A tutto ciò si aggiunge «la repressione più brutale che la regione "autonoma" abbia conosciuto da quella di 18 anni fa, subito dopo Tienanmen».
«Avvertiti della nostra pusillanimità durante i massacri in Darfur e le violenze in Birmania, i cinesi hanno capito, o creduto di capire, che noi non ci saremmo dati maggiormente da fare se avessero messo il Tibet a ferro e a fuoco. Di fronte a tale cinismo, insisto nel pensare che sia ancora possibile tenere il linguaggio della fermezza, che secondo i cinesi non osiamo articolare perché siamo troppo vigliacchi o dipendenti da loro. Non è troppo tardi per utilizzare l'arma dei Giochi ed esigere da loro, almeno, che smettano di uccidere e applichino alla lettera la Costituzione sull'autonomia regionale tibetana. Non si mescolano sport e politica? Non si priva il mondo di un grande divertimento come le Olimpiadi? D'accordo, amici sportivi. Ma non invertiamo i ruoli. Sono i cinesi a rovinare la festa. Sono loro che disprezzano i principi dei Giochi olimpici... È ancora possibile salvare sport, onore e vite umane. È ancora possibile, rischiando, come ha appena fatto Barack Obama, evocare la possibilità, semplicemente la possibilità, del boicottaggio, e dire sì all'ideale olimpico e dire no ai Giochi della vergogna».

Thursday, October 04, 2007

Iran. Kouchner chiama all'appello l'Europa

Ieri il Corriere ospitava un intervento di Bernard Henry-Levi, che smascherava i luoghi comuni dietro ai quali chi non vuole agire contro le dittature si nasconde per rigettare lo strumento delle sanzioni economiche e commerciali. Il caso era quello della Birmania.

Oggi, su la Repubblica, la lettera di Bernard Kouchner, amico di Henry-Levi e ministro degli Esteri francese, in cui spiega ai suoi colleghi dell'Ue perché vuole contro l'Iran un sistema di sanzioni europeo, al fianco di quello Usa, se necessario anche al di fuori di un quadro Onu.
«Se vogliamo evitare che la comunità internazionale un giorno si trovi davanti a un'alternativa devastante, e debba scegliere tra l'acquisizione da parte dell'Iran dell'atomica e un intervento militare per impedirglielo, dobbiamo dare avvio ai negoziati e all'immediata sospensione delle sanzioni nel caso in cui le attività nucleari dell'Iran siano interrotte o viceversa dobbiamo prevedere il loro inasprimento se l'Iran si rifiuterà di interromperle».
Il tempo, avverte Kouchner, «gioca contro di noi, perché ogni giorno che passa, l'Iran si avvicina sempre più alla piena padronanza della tecnologia dell'arricchimento dell'uranio, de facto la capacità nucleare militare». E' di «primaria importanza», aggiunge, mostrare oggi la «determinazione» dell'Europa, prendendo l'iniziativa di «approvare nuove severe misure per aumentare la pressione sull'Iran, affinché ottemperi alle richieste del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite», senza aspettare un'altra risoluzione, chissà per quanto tempo ancora bloccata dai veti di Russia e Cina. «Ne va della nostra responsabilità e credibilità».

Quindi, «parallelamente ai negoziati per una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che dovranno proseguire, propongo di cominciare ad esplorare insieme la possibilità di nuove misure europee. Non possiamo permetterci di attendere l'adozione di questa risoluzione per andare avanti».

Kouchner ha ricordato inoltre l'offerta rifiutata da Teheran nel 2006: incentivi economici, assistenza tecnica sul nucleare civile con la costruzione di un reattore, garanzie di sicurezza e ampi negoziati con gli Stati Uniti. Per iniziare a negoziare queste "carote", si chiedeva in cambio soltanto la sospensione dell'arricchimento dell'uranio. Perché rifiutare, se davvero l'unica cosa che interessa Teheran è il nucleare civile?

Dall'esperienza di questo Governo Prodi escono di molto ridimensionati anche l'acutezza e il genio politico di D'Alema, che di fronte alla proposta di Kouchner infila una bestialità dopo l'altra, dando il senso di quanto cinismo e miopia guidi la politica estera italiana oggi. «Noi non abbiamo mai escluso in alcun momento l'ipotesi» di sanzioni europee, ha chiarito il nostro ministro degli Esteri, dicendosi preoccupato se poi il «prezzo da pagare» fosse «la rottura dell'unità del Consiglio di Sicurezza» dell'Onu. Abbiamo capito bene? Ha parlato di «unità» del Consiglio di Sicurezza? Ma quale Onu vede D'Alema? Con che coraggio mistifica a tal punto la realtà: non c'è alcuna «unità» del Consiglio di Sicurezza da preservare, ci sono, piuttosto, divisioni che impediscono di ottenere risultati con l'Iran.

Ma poi il sagace D'Alema tradisce la vera sua preoccupazione: «Dato che abbiamo intense relazioni economiche con l'Iran, noi sopportiamo oneri maggiori anche rispetto a chi alza più facilmente la voce». Ah, ecco.

Il 15 ottobre l'Ue deciderà e, purtroppo, ci tocca sperare che l'Italia si trovi isolata.