Prendetevi l'oro, ma non pensate di darcela a bere. Ye Shiwen, una ragazzina cinese di soli 16 anni, 172cm di altezza per 64kg, ha polverizzato il record mondiale dei 400 metri misti nuotando, nell'ultima vasca, più veloce di Lochte e Phelps. No, non ci crede nessuno. Di 4 minuti, 28 secondi e 43 decimi il suo tempo, inferiore di ben 1 secondo al record precedente stabilito a Pechino nel 2008. Ed è stupefacente che in un solo anno di "allenamenti" la nuotatrice cinese abbia migliorato la sua performance ai mondiali di Shangai dello scorso luglio di ben 7 secondi. Ma sono in particolare i suoi ultimi 50 metri di gara a insospettire. Dopo una serie di vasche a tempi eccezionali, ma comunque da finale olimpica, nell'ultima a stile libero è come se avesse acceso il turbo: 28" e 93, più veloce di 17 decimi rispetto all'ultima frazione di Ryan Lochte, oro nei 400 misti maschili con il secondo miglior tempo della storia, e di 8 decimi rispetto a Phelps.
Non so grazie a quale diavoleria, e i test antidoping potrebbero fallire nel rintracciarla, ma con il controllo totale esercitato dallo Stato sulla vita degli atleti in Cina, fin dalla tenerissima età, ci può stare di tutto: dal doping alla manipolazione genetica. E i laboratori cinesi sono tecnologicamente in grado di sfornare sostanze innovative, "invisibili", capaci di farsi beffa dei più scrupolosi controlli.
Insomma, c'è da sperare che Ye Shiwen abbia per difetto genetico mani e piedi palmati, sarebbe di gran lunga l'ipotesi migliore per lei. Tra l'altro, non c'è solo il suo caso. Anche in altre discipline i distacchi tra gli ori cinesi e gli atleti di tutte le altre nazioni sono un po' troppo spesso impressionanti, ma ormai ci siamo così "assuefatti" che non destano il minimo sospetto: i cinesi sono su un altro pianeta, si gareggia per l'argento.
Certo, la Cina è un continente, ha una popolazione di 1,5 miliardi di persone, quindi un bacino enorme a cui attingere per trovare fenomeni della natura e trasformarli in campioni straordinari. Ma la Cina, come altri sistemi totalitari in passato, ha anche una lunga storia di doping: 40 casi in 20 anni. E recentissima, soprattutto nel nuoto: 12 medaglie su 16 ai mondiali del 1994, ma l'anno dopo, ai giochi asiatici del 1995, 7 nuotatori cinesi risultano dopati, la squadra è decimata e ad Atlanta '96 arriva solo una medaglia d'oro. Ancora nel 2009 5 casi positivi e lo scorso marzo positiva anche la nuotatrice sedicenne Li Zhesi.
Ci sono i precedenti inquietanti della Ddr e dell'Urss, a cui per decenni è stato consentito di ingannare il mondo nonostante il trucco fosse sotto gli occhi di tutti, senza bisogno di chissà quali test. Molte atlete hanno avuto la vita segnata dalle tempeste ormonali a cui sono state sottoposte. Il sistema politico cinese è del tutto simile: vive di propaganda nazionalista, è totalmente privo di trasparenza in ogni ambito e calpesta i diritti umani elementari.
Nei Paesi occidentali non mancano casi di doping, anche clamorosi, ma lo sport si pratica spontaneamente, su iniziativa privata e individuale, può essere più o meno incentivato dalle autorità pubbliche ma è parte integrante del nostro stile di vita. E infatti ogni nazione ha i suoi sport di "eccellenza". Al contrario, in Cina l'eccellenza sportiva viene pianificata dallo Stato, migliaia di bambini vengono prelevati dalle loro famiglie, con la scusa di strapparli alla miseria, e inseriti nei programmi statali per farne un esercito di atleti. Sarebbe forse meno scandoloso del doping se, come purtroppo viene denunciato, i giovani campioni cinesi fossero il frutto di pratiche di allenamento massacranti, più simili alla tortura e allo sfruttamento di minori?
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Tuesday, July 31, 2012
Thursday, February 16, 2012
Un no senza disfattismi né moralismi
Su Notapolitica
Non mi sono mai iscritto, e non mi iscrivo neanche in questa occasione al partito dei disfattisti e degli anti-italiani, per i quali non siamo in grado di organizzare questo tipo di eventi, mioddio la corruzione, le cricche e via dicendo. Se la decisione del governo di non sostenere Roma2020 viene acclamata con simili demagogie, a ben vedere non sono certo queste le ragioni del no di Monti. Il problema cantieri, appalti, tangenti è del tutto secondario. Anzi, per quanto mi riguarda si può persino mettere nel conto un 30-40% di "cresta" sulle opere, quando c'è da costruire utili infrastrutture e da rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. E' anche vero infatti che le Olimpiadi possono rappresentare una grande opportunità per una città e un Paese. Ma dietro le opportunità l'esperienza ci insegna che si annidano anche molti rischi. E ammettiamolo, obiettivamente in questo momento per l'Italia i rischi sono maggiori delle opportunità. Rischi che non possono essere archiviati alle voci disfattismo e pessimismo.
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Non mi sono mai iscritto, e non mi iscrivo neanche in questa occasione al partito dei disfattisti e degli anti-italiani, per i quali non siamo in grado di organizzare questo tipo di eventi, mioddio la corruzione, le cricche e via dicendo. Se la decisione del governo di non sostenere Roma2020 viene acclamata con simili demagogie, a ben vedere non sono certo queste le ragioni del no di Monti. Il problema cantieri, appalti, tangenti è del tutto secondario. Anzi, per quanto mi riguarda si può persino mettere nel conto un 30-40% di "cresta" sulle opere, quando c'è da costruire utili infrastrutture e da rilanciare l'immagine dell'Italia nel mondo. E' anche vero infatti che le Olimpiadi possono rappresentare una grande opportunità per una città e un Paese. Ma dietro le opportunità l'esperienza ci insegna che si annidano anche molti rischi. E ammettiamolo, obiettivamente in questo momento per l'Italia i rischi sono maggiori delle opportunità. Rischi che non possono essere archiviati alle voci disfattismo e pessimismo.
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Tuesday, February 14, 2012
Un no all'Italia, non a Roma
Non ho pregiudizi contro l'organizzazione delle Olimpiadi o di altri mega-eventi del genere a Roma o in Italia, ma allo stesso tempo non mi scandalizza il no di Monti a Roma2020. Ha molte buone ragioni. Che segnale daremmo ai mercati, e ai partner europei cui stiamo chiedendo di rafforzare i firewalls finanziari comunitari, cioè in pratica di mettere soldi a garanzia del nostro debito pubblico, se investissimo miliardi di euro che non abbiamo letteralmente in "giochi"? Oltre tutto con il precedente di Atene dietro l'angolo? E' triste, ma in questo momento no. E non è un no ad Alemanno (che comunque ne esce distrutto), o a Roma, o al progetto in sé (anche se il comitato promotore è da brividi, con i soliti parrucconi e persino già i costruttori), ma all'Italia, che in questo momento non può permettersi, né ha la credibilità per organizzare questo tipo di eventi. La candidatura implicherebbe un impegno finanziario per il futuro imprevedibile oggi e ricordiamoci che nei prossimi anni ci aspetta un rientro dal debito al ritmo di 1/20 di Pil l'anno.
Il problema cantieri, appalti, tangenti è secondario. Ci fossero delle opere le pagheremmo a caro prezzo, certo, il 30-40% in più per consentire un po' a tutti di mangiarci sopra, ma almeno ci ritroveremmo qualcosa di utile. Il problema vero invece è che l'affare, per tutti quelli che girano intorno a Roma2020, sta nella candidatura in sé. A molti di coloro che oggi la sostengono non importa l'organizzazione dell'evento, ma la candidatura, perché è lì che inizia il magna-magna. Progetti, marketing, promozione, delegazioni in viaggio, tutto un circo che se, come probabile, non si trasformasse nell'assegnazione dell'evento, sarebbe puro spreco. Cosa ci ritroveremmo? Zero infrastrutture, ma in tanti ci avranno guadagnato sopra ugualmente, anche solo di immagine.
Ed è fin troppo lampante come la candidatura sia l'estremo espediente del sindaco Alemanno per tentare di raddrizzare la sua immagine, dopo la figuraccia annunciata con il Gran Premio di Formula 1 e la deludente gestione della città. Da annotare però anche l'ipocrisia del Pd e delle altre opposizioni romane, che considerano disastrosa l'amministrazione Alemanno, lo accusano di non aver saputo gestire l'emergenza neve, ma sono pronti ad affidargli chiavi in mano la gestione della candidatura della città davanti al Cio. Ovvio, una volta subentrati all'attuale giunta ci sarebbero ottimi affari anche per loro. Roma e l'Italia non hanno bisogno di Olimpiadi, di eventi eccezionali, per rilanciarsi. La bellezza del Paese è tale che non ha bisogno dei riflettori per attirare turisti. L'importante è riformare la nostra economia ed essere ben governati.
Il problema cantieri, appalti, tangenti è secondario. Ci fossero delle opere le pagheremmo a caro prezzo, certo, il 30-40% in più per consentire un po' a tutti di mangiarci sopra, ma almeno ci ritroveremmo qualcosa di utile. Il problema vero invece è che l'affare, per tutti quelli che girano intorno a Roma2020, sta nella candidatura in sé. A molti di coloro che oggi la sostengono non importa l'organizzazione dell'evento, ma la candidatura, perché è lì che inizia il magna-magna. Progetti, marketing, promozione, delegazioni in viaggio, tutto un circo che se, come probabile, non si trasformasse nell'assegnazione dell'evento, sarebbe puro spreco. Cosa ci ritroveremmo? Zero infrastrutture, ma in tanti ci avranno guadagnato sopra ugualmente, anche solo di immagine.
Ed è fin troppo lampante come la candidatura sia l'estremo espediente del sindaco Alemanno per tentare di raddrizzare la sua immagine, dopo la figuraccia annunciata con il Gran Premio di Formula 1 e la deludente gestione della città. Da annotare però anche l'ipocrisia del Pd e delle altre opposizioni romane, che considerano disastrosa l'amministrazione Alemanno, lo accusano di non aver saputo gestire l'emergenza neve, ma sono pronti ad affidargli chiavi in mano la gestione della candidatura della città davanti al Cio. Ovvio, una volta subentrati all'attuale giunta ci sarebbero ottimi affari anche per loro. Roma e l'Italia non hanno bisogno di Olimpiadi, di eventi eccezionali, per rilanciarsi. La bellezza del Paese è tale che non ha bisogno dei riflettori per attirare turisti. L'importante è riformare la nostra economia ed essere ben governati.
Friday, October 02, 2009
Chicago 'out', schiaffo a ego di Obama. Scioccati media liberal
Su il Velino
Delusione e sconcerto nelle migliaia di persone riunite al Daley Center, in Chicago, occhi puntati sui megaschermi che trasmettevano in diretta l'annuncio da parte del Comitato olimpico internazionale dell'esito del primo round di votazioni. Delusione e sconcerto anche nella voce dell'anchorman della CNN, Tony Harris, in diretta televisiva: «Chicago is out!?». Ripetuto tre, quattro volte, nella totale incredulità. E subito il sito della tv concorrente, di orientamento conservatore, FoxNews, affondava il colpo: «'O'-lympic Failure», con la "O" a sottolineare il «soprendente fallimento» del presidente Obama, e della first lady Michelle, «che hanno investito il loro capitale politico in una gigantesca campagna».
L'eliminazione, addirittura al primo round, di Chicago era del tutto inattesa. Era vista come una delle sedi favorite per i giochi olimpici del 2016, se non in pole-position, e ha goduto di un appoggio al più alto livello - addirittura presidenziale. Eppure, gli appelli appassionati di Obama e di sua moglie Michelle non hanno trovato ascolto in un Comitato olimpico dominato dagli europei. Forse, avevano ragione quanti in questi giorni lo avvertivano di quanto fosse inopportuno un così esplicito intervento da parte del presidente. Avrebbe potuto imbarazzare i delegati, inducendoli a dover dimostrare la loro "indipendenza" dalle pressioni di Obama, che nonostante la stima di cui gode in Europa rimane pur sempre il presidente della superpotenza americana.
E' ciò che hanno sottolineato nei giorni scorsi, e stanno sottolineando in questi minuti, la tv Fox e i commentatori conservatori. I quali non si auguravano certo la sconfitta di Chicago, ma criticano il presidente per la scelta, a loro avviso controproducente, di aver voluto appoggiare personalmente, volando fino a Copenaghen, la sua città d'adozione. E' la prima volta che un presidente degli Stati Uniti si espone con un appello così personale perché venga scelta una città americana come olimpica. Già ieri esponenti di spicco dell'opposizione repubblicana avevano criticato la visita lampo, accusando Obama di «comportarsi più da sindaco di Chicago che da presidente degli Stati Uniti», trascurando le tante questioni che proprio in questi giorni meriterebbero maggiore attenzione da parte del presidente, dall'Afghanistan all'Iran, fino alla riforma sanitaria, vicina a un passaggio cruciale in Congresso.
La lezione che i liberal e i media dovrebbero trarne, secondo i repubblicani, è smetterla di considerare oro tutto ciò che Obama tocca. Il suo carisma non sempre è destinato a portare dei vantaggi agli Stati Uniti. Questa sconfitta, in definitiva, «non è una gran cosa, potrebbe anche non muovere il suo indice di consenso nei sondaggi, ma nel retropensiero delle persone creerà l'idea che forse Obama non è il "persuasore-in-capo" dalla "lingua d'argento" che tutti credono che sia». Riassume così un esponente repubblicano. «I limiti dell'egomania», ha commentato Jennifer Rubin su Commentary: «Obama ha incassato un brutto rifiuto, e un severo promemoria che al resto del mondo non necessariamente importa ciò che lui pensa».
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Delusione e sconcerto nelle migliaia di persone riunite al Daley Center, in Chicago, occhi puntati sui megaschermi che trasmettevano in diretta l'annuncio da parte del Comitato olimpico internazionale dell'esito del primo round di votazioni. Delusione e sconcerto anche nella voce dell'anchorman della CNN, Tony Harris, in diretta televisiva: «Chicago is out!?». Ripetuto tre, quattro volte, nella totale incredulità. E subito il sito della tv concorrente, di orientamento conservatore, FoxNews, affondava il colpo: «'O'-lympic Failure», con la "O" a sottolineare il «soprendente fallimento» del presidente Obama, e della first lady Michelle, «che hanno investito il loro capitale politico in una gigantesca campagna».
L'eliminazione, addirittura al primo round, di Chicago era del tutto inattesa. Era vista come una delle sedi favorite per i giochi olimpici del 2016, se non in pole-position, e ha goduto di un appoggio al più alto livello - addirittura presidenziale. Eppure, gli appelli appassionati di Obama e di sua moglie Michelle non hanno trovato ascolto in un Comitato olimpico dominato dagli europei. Forse, avevano ragione quanti in questi giorni lo avvertivano di quanto fosse inopportuno un così esplicito intervento da parte del presidente. Avrebbe potuto imbarazzare i delegati, inducendoli a dover dimostrare la loro "indipendenza" dalle pressioni di Obama, che nonostante la stima di cui gode in Europa rimane pur sempre il presidente della superpotenza americana.
E' ciò che hanno sottolineato nei giorni scorsi, e stanno sottolineando in questi minuti, la tv Fox e i commentatori conservatori. I quali non si auguravano certo la sconfitta di Chicago, ma criticano il presidente per la scelta, a loro avviso controproducente, di aver voluto appoggiare personalmente, volando fino a Copenaghen, la sua città d'adozione. E' la prima volta che un presidente degli Stati Uniti si espone con un appello così personale perché venga scelta una città americana come olimpica. Già ieri esponenti di spicco dell'opposizione repubblicana avevano criticato la visita lampo, accusando Obama di «comportarsi più da sindaco di Chicago che da presidente degli Stati Uniti», trascurando le tante questioni che proprio in questi giorni meriterebbero maggiore attenzione da parte del presidente, dall'Afghanistan all'Iran, fino alla riforma sanitaria, vicina a un passaggio cruciale in Congresso.
La lezione che i liberal e i media dovrebbero trarne, secondo i repubblicani, è smetterla di considerare oro tutto ciò che Obama tocca. Il suo carisma non sempre è destinato a portare dei vantaggi agli Stati Uniti. Questa sconfitta, in definitiva, «non è una gran cosa, potrebbe anche non muovere il suo indice di consenso nei sondaggi, ma nel retropensiero delle persone creerà l'idea che forse Obama non è il "persuasore-in-capo" dalla "lingua d'argento" che tutti credono che sia». Riassume così un esponente repubblicano. «I limiti dell'egomania», ha commentato Jennifer Rubin su Commentary: «Obama ha incassato un brutto rifiuto, e un severo promemoria che al resto del mondo non necessariamente importa ciò che lui pensa».
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Thursday, February 26, 2009
Un rapporto che non corregge la linea di H. Clinton
L'annuale rapporto sui diritti umani del Dipartimento di Stato Usa non «corregge» affatto, come titola qualche giornale, la linea adottata da H. Clinton nella sua visita in Cina. Il rapporto dice molto più della precedente amministrazione, essendo stato redatto ben prima dell'insediamento di Obama, che della nuova. E non ci si poteva nemmeno aspettare che la Clinton ammorbidisse o edulcorasse il rapporto sulla Cina. Il fatto che lo abbia firmato senza modificarlo non significa nulla. Un suo intervento a lavoro ormai chiuso avrebbe suscitato troppo clamore, sarebbe apparso censorio. E inutilmente, visto che il nuovo segretario potrà impostare come meglio crede i prossimi rapporti senza bruschi interventi ex post che per forza di cose danno troppo nell'occhio.
Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.
Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.
Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.
Anzi, non è da escludere che sia avvenuto il contrario. E cioè che da parte dello staff sia stato usato un tono più severo per creare un po' di imbarazzo alla nuova amministrazione. La sostanza comunque non cambia ed è quella che conosciamo tutti. «I diritti umani in Cina restano precari e in alcuni casi sono peggiorati», recita il rapporto. Repressioni in Tibet, detenzione di dissidenti, omicidi e torture, dentro il sistema giudiziario ma anche extra-legali. Il rapporto inoltre smentisce definitivamente l'idea che le Olimpiadi dell'estate scorsa abbiano contribuito a migliorare il record cinese sui diritti umani. Anzi, registra che il numero delle violazioni e degli abusi hanno conosciuto un'impennata proprio in concomitanza con i Giochi olimpici. «La promozione dei diritti umani è un passaggio essenziale della nostra politica estera... insisteremo per un rispetto maggiore dei diritti umani concentrandoci sulle altre nazioni del mondo», si legge nella prefazione al documento. Un'affermazione che si adatta a qualsiasi linea.
Vedremo nel prossimo futuro, quindi, quale sarà l'approccio dell'amministrazione Obama sui diritti umani. Certo, non aspettiamoci la retorica idealista ed enfatica di Bush. E soprattutto nel primo anno la crisi e la necessità di finanziare il debito condizionerà molto il rapporto con la Cina. Non è neanche corretto misurare solo con la retorica l'impegno sui diritti umani. Certo, anche solo la retorica serve, quanto meno per non scoraggiare i dissidenti, ma da questo punto di vista l'esperienza Bush insegna che spesso alle parole non corrispondono i fatti. Con la Cina, per esempio, rispetto alle parole conta molto più il sostegno concreto a Taiwan e la volontà del presidente Obama di affrontare e risolvere il problema del debito.
Da leggere questa interessante analisi di Asianews sul vescovo di Pechino, Giuseppe Li Shan, che dopo essere stato ordinato vescovo della capitale con l'approvazione del Vaticano, per la sua nota fedeltà a Roma, adesso sembra alleato, consenziente o succube, del regime comunista, e con la sua conversione a 180° sta creando non pochi imbarazzi alla Santa Sede.
Monday, February 23, 2009
H. Clinton in Cina per estendere la "partnership strategica". A che prezzo?
Il segretario di Stato americano Hillary Clinton riprende i rapporti con la Cina laddove li aveva lasciati il marito Bill da presidente nel 1998. Se con la crisi è d'obbligo riallacciare la "partnership strategica" sulle questioni economiche, l'ambizioso obiettivo della nuova amministrazione sembra essere quello di estendere la cooperazione con Pechino anche alle questioni di sicurezza. Alla base di questa scelta la convinzione che la crescita, l'apertura e l'interdipendenza economica favoriscano anche la libertà politica e le riforme democratiche, e che inducano inevitabilmente la Cina a comportarsi da "attore responsabile" del sistema internazionale.Una tesi messa in dubbio però da eventi anche molto recenti: la repressione in Tibet; il manifesto dei dissidenti Charta '08; gli scandali sanitari e alimentari; la scarsa collaborazione di Pechino in crisi come quella birmana o del Darfur. Soprattutto, non è ancora chiaro in che direzione l'esperimento del Partito comunista cinese – capitalismo senza democrazia – condurrà la Cina. Ancora più oscuro l'obiettivo della forsennata modernizzazione delle forze armate su cui Pechino investe sempre più risorse.
L'idea della "partnership strategica" sembra la stessa, ma i tempi sono cambiati. Se negli anni '90 il presidente Bill Clinton poteva muovere ottimisticamente i primi passi di questa partnership su un piano di indiscussa supremazia americana, nel contesto di oggi si tratta di fare di necessità virtù. Insomma, si va verso una partnership Usa-Cina "alla pari". Non è certo una buona notizia per la democrazia e i diritti umani.
L'amministrazione Bush è senz'altro criticabile per aver sostenuto solo a parole, e molto meno nei fatti, la democrazia e i diritti umani in paesi come la Cina e la Russia, ma è probabile che dalla nuova amministrazione non sentiremo più neanche le parole. Da un'indagine condotta dal Chicago Council on Global Affairs risulta che dopo gli otto anni di presidenza Bush, diversamente da quanto si possa credere, la reputazione dell'America in Asia è migliorata, il "soft power" Usa si è rafforzato, e l'atteggiamento dei cinesi stessi è più favorevole.
La Clinton ha evitato di parlare di diritti umani nei suoi colloqui con i leader cinesi. Pochi mesi fa, da senatrice, chiedeva al presidente Bush di boicottare la cerimonia di apertura dei Giochi olimpici in segno di protesta per la repressione in Tibet e la scelta di Pechino di non esercitare la sua influenza sul governo sudanese per fermare il genocidio in Darfur. Alla vigilia del suo arrivo in Cina, l'annunciato cambio di approccio: i diritti umani non possono essere un ostacolo al dialogo tra i due paesi. «Le amministrazioni Usa e i governi cinesi che si sono succeduti hanno fatto passi avanti e indietro su questi temi, e dobbiamo continuare a fare pressioni. Ma le nostre pressioni non possono interferire con la crisi economica globale, i cambiamenti climatici, e le questioni di sicurezza», elevate quindi dalla Clinton a priorità nel dialogo con Pechino.
Tuttavia, oggi, a coloro che hanno a cuore i diritti umani e la democrazia come fattori di sicurezza, è richiesto un po' di sano pragmatismo. Non si può infatti negare l'amara realtà: la nazione più di ogni altra paladina dei diritti umani e della democrazia è in difficoltà. A causa di scelte politiche sbagliate o imprudenti del passato dipende dai suoi creditori. La Banca centrale cinese è il primo detentore di titoli pubblici americani. A settembre, la Cina ha scalzato il Giappone come primo creditore di Washington. Parliamo di somme stratosferiche.
Inevitabile che la questione del rifinanziamento del debito pubblico Usa fosse al centro della missione della Clinton, che ha portato a Pechino un messaggio chiaro: «Apprezziamo molto la costante fiducia del governo cinese verso i titoli del Tesoro americano. Sono certa che sia una fiducia ben riposta. America e Cina si riprenderanno dalla crisi economica e insieme guideremo la crescita mondiale».
Certo, si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti dipendono dalla Cina per i loro debiti come la Cina dipende dai mercati americani per le sue esportazioni. Ma una guerra commerciale che aggravasse la depressione non aiuterebbe il progresso dei diritti umani e delle riforme politiche in Cina. I cinesi temono che l'esplosione del debito pubblico Usa possa provocare una caduta del dollaro, che decurterebbe il valore delle loro riserve, ma se non comprano i Buoni del Tesoro Usa emessi per pagare il piano anti-crisi e i salvataggi bancari, il mercato americano, sbocco principale delle esportazioni cinesi, non sarà più in grado di sostenere l'economia del gigante asiatico. Insomma, Stati Uniti e Cina si sorreggono a vicenda.
Non rimane che sperare che gli Stati Uniti affrontino con urgenza il problema del debito pubblico, riducendo la loro dipendenza dai creditori (e rivali) esteri e recuperando spazi di manovra nella loro politica estera e di sicurezza.
Riguardo i temi della sicurezza, ai quali l'amministrazione Obama vorrebbe estendere la cooperazione con Pechino, la Cina non è la Russia. Da produttore di gas e petrolio quest'ultima ha interesse a svolgere un ruolo destabilizzante per tenere alti i prezzi delle sue risorse, mentre Pechino ha tutto l'interesse a lavorare per la stabilità, per tenere bassi i prezzi delle risorse energetiche necessarie alla sua crescita tumultuosa.
Ma quale sarà il prezzo politico che la Cina chiederà agli Usa? Continuare a sostenere il debito americano è essenziale anche per l'economia cinese, ma la sua collaborazione su dossier come Afghanistan, Corea del Nord, e soprattutto Iran, potrebbe richiedere non solo il silenzio sui diritti umani, ma anche il sacrificio di Taiwan, un altro dei temi che pare la Clinton abbia tralasciato nei suoi colloqui pechinesi. Gli Stati Uniti vorrebbero che Pechino riducesse i propri investimenti in gas e petrolio iraniano per stringere la morsa su Teheran e costringere gli ayatollah ad abbandonare il programma nucleare. Da sempre i cinesi vorrebbero che gli americani cessassero di vendere armi a Taiwan.
Ma la crescente asimmetria di forze tra Taipei e Pechino, ovviamente a favore di quest'ultima, preoccupa gli analisti di difesa. Il direttore della National Intelligence, Dennis Blair, ha recentemente assicurato che Washington continuerà a fornire a Taiwan le necessarie armi difensive, in linea con il Taiwan Relations Act, per bilanciare il continuo rafforzamento del potenziale bellico cinese. Ma è indubbio che in assenza di un impegno forte da parte degli Stati Uniti a sostenere la democrazia e la sicurezza di Taiwan, le relazioni tra Pechino e Taipei sono destinate a peggiorare. Se venisse meno o si indebolisse il ruolo americano di garanzia e riequilibrio delle forze nello stretto, la Cina sarebbe in grado di soggiogare il popolo taiwanese e piegarlo alle sue volontà. Benzina sul fuoco del nazionalismo cinese e pericolosissima luce verde alle ambizioni imperialiste. Una linea rossa da non oltrepassare.
Wednesday, September 24, 2008
Pechino mostra il suo vero volto. Subito sanzioni
Non solo i tibetani o le altre minoranze. Lo scandalo del latte alla melamina dimostra come gli stessi cinesi siano vittime innocenti e per lo più inconsapevoli di un potere totalitario, corrotto, cieco, disumano e disumanizzante. Chi ha voluto a tutti i costi – purtroppo soprattutto umani – le Olimpiadi a Pechino ha oggi sulla coscienza un'altra strage. Una strage di innnocenti, di bambini.Si sapeva del latte tossico già dal 2 agosto, ben sei giorni prima dell'inaugurazione dei Giochi, ma solo oltre un mese dopo è stato lanciato l'allarme. Per non turbare il regolare svolgimento dell'evento olimpico, per non infrangere la vetrina mediatica e propagandistica che il governo aveva allestito come celebrazione dei suoi successi, le autorità hanno taciuto il pericolo, insabbiato lo scandalo, giocando con la vita di 53 mila bambini. Per un mese il funzionario del partito ha tenuto chiuso in un cassetto il dossier sul latte adulterato, corredato di analisi inequivocabili, tirandolo fuori solo a riflettori spenti, l'11 settembre, quando 13 mila bambini erano già stati ricoverati e 4 morti. Il numero di aziende coinvolte, ben 22, chiama in causa l'intero sistema. Gli imprenditori sapevano di vendere un prodotto tossico e i funzionari del partito di autorizzarne la vendita.
Adesso il regime cerca di placare la rabbia popolare dando in pasto all'opinione pubblica un mostro che avrebbe agito da solo, ma è evidente che quel funzionario non ha fatto altro che eseguire ordini imposti dall'alto. Per nessuna ragione, neanche la vita di migliaia di bambini, bisognava distrarre lo sguardo del mondo dal trionfo nazionalista celebrato ai Giochi. Qualche testa cadrà, forse anche a Pechino, ma è lecito ritenere che la decisione di aspettare sia stata presa, o avallata, nei piani più alti del regime.
Guai a dare la colpa alla sfrenata corsa ai profitti. Certo, il caotico sviluppo del capitalismo in Cina è una componente, ma le cause maggiori vanno ricercate nella mancanza di trasparenza e di quella responsabilità politica delle autorità che possono derivare unicamente dalla legittimazione democratica; nella mancanza di libere elezioni attraverso le quali i cittadini cinesi possano sanzionare i cattivi amministratori; nella mancanza di una stampa libera di sorvegliare e denunciare le malefatte dei poteri economici e del potere politico; nella corruzione che inevitabilmente infesta un partito unico che sa di essere insostituibile. In una parola: nella mancanza di democrazia.
Inoltre, non informando tempestivamente l'OMS Pechino ha violato i protocolli internazionali, mettendo in pericolo la vita di milioni di persone nei 5 continenti. Il suo modo d'agire poi assume contorni criminali e terroristici se pensiamo che quel latte è per lo più destinato ai Paesi poveri del Terzo Mondo, in Asia e in Africa. Per questo la comunità internazionale dovrebbe trovare la forza di punire severamente il regime cinese, adottando subito sanzioni nei suoi confronti.
Sunday, August 10, 2008
Pechino, qualcosa si muove
Un turista americano ucciso a coltellate da un cinese, probabilmente uno squilibrato, che poi si suicida; cinque attivisti di Students for a Free Tibet si sdraiano al centro di Piazza Tienanmen avvolti in bandiere tibetane, fingendo di essere morti, e vengono arrestati "solo" dopo una decina di minuti; bandiera tibetana e slogan anche a Hong Kong, durante una gara di equitazione nell'ambito delle Olimpiadi. I responsabili della sicurezza sono costretti a trascinare via una delle manifestanti, la studentessa cinese Christina Chan; una serie di esplosioni hanno di nuovo scosso la regione dello Xinjiang. Insomma, c'è molto lavoro per la "vigilanza" cinese e più sono strette le maglie, più ogni gesto, anche il più piccolo, riesce ad ottenere una discreta visibilità.
Saturday, August 09, 2008
Mentre tutti gli occhi sono su Pechino, la Russia invade la Georgia
Guarda caso proprio mentre tutti i riflettori e gli occhi del mondo erano puntati sul "nido" di Pechino per assistere alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, in Georgia deflagrava il "bubbone" Ossezia del Sud.Pare proprio che Mosca intenda dare seguito alla minaccia rivolta all'Occidente in reazione all'indipendenza del Kosovo dalla Serbia. Un precedente che i russi vogliono sfruttare per destabilizzare la Georgia del filo-occidentale presidente Saakashvili, per impedirne l'ingresso nella Nato, che dovrebbe essere discusso tra i membri dell'Alleanza nell'autunno prossimo, e per riprendere le vecchie postazioni dominanti nel Caucaso e sul Mar Nero, perse con il crollo dell'Urss. Mosca ha un modo per dissuadere la Nato: rendere l'Ossezia del Sud incandescente. Quando al prossimo vertice Nato verrà di nuovo preso in esame il dossier georgiano, più volte rinviato, difficilmente i membri europei vorranno aprire le porte dell'Alleanza a un simile focolaio.
Nella notte scorsa le forze aree georgiane erano intervenute contro i separatisti in Ossezia del Sud bombardando le loro postazioni nel villaggio di Tkverneti, mentre dalle prime luci dell'alba già si registravano intensi scontri a fuoco tra i ribelli e le truppe di Tbilisi a Tskhinvali, capoluogo della provincia. «Tskhinvali è circondata dalle forze georgiane», annunciava il ministro per la Reintegrazione. Una risposta al «regime criminale» dei separatisti tesa a «ripristinare l'ordine». Il presidente georgiano Saakashvili dichiarava lo stato di «mobilitazione generale» in un discorso televisivo alla nazione. «Centinaia di migliaia di georgiani devono restare uniti e salvare il Paese». Le truppe georgiane controllano «larga parte» dell'Ossezia del Sud, «Tskhinvali è stata liberata e attualmente sono in corso combattimenti nel centro della città», riferiva il presidente, accusando Mosca di armare le truppe separatiste e definendo l'escalation «un'aggressione militare su larga scala» da parte della Russia.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
Lo schema cui si sarebbe assistito di lì a poco è dei più semplici. «La popolazione dell'Ossezia del Sud chiede al presidente Medvedev e alla leadership della Federazione russa di portare aiuto e adottare misure volte a proteggere i nostri cittadini». I separatisti filo-russi chiamano e Mosca risponde all'appello. «Le azioni di aggressione della Georgia in Ossezia del Sud provocheranno azioni di risposta» da parte della Russia, tuona da Pechino il primo ministro russo Putin.
Putin accusa Tbilisi di «aver iniziato l'azione aggressiva», annunciando che la Russia sarà costretta a rispondere. Particolarmente mafioso e sinistro il suo "avvertimento": «Volontari russi sono pronti a partire per l'Ossezia, e non saremmo in grado di fermarli». Quasi un modo per arruolare forze irregolari. Anche il presidente russo Medvedev anticipa «azioni» per proteggere i cittadini "russi" assediati: «Non consentiremo che la morte di nostri cittadini rimanga impunita, i colpevoli saranno puniti nel modo che meritano... Secondo la Costituzione e la legge federale, come presidente della Federazione russa ho il dovere di proteggere la vita e la dignità dei cittadini russi, ovunque si trovino». I morti sarebbero 1.400, dieci tra i soldati del contingente di peacekeeping russo, secondo fonti russe o filo-russe.
Poche ore dopo ecco la mossa di Mosca. L'invasione della Georgia. Caccia dell'aviazione bombardano postazioni dell'esercito georgiano in Ossezia del Sud e nei dintorni della capitale, Tbilisi. Una lunga colonna di carri armati russi avanza verso la capitale della regione, Tskhinvali, e apre il fuoco sulle postazioni dei georgiani, mettendoli in fuga.
E' il presidente georgiano Saakashvili a denunciare che i caccia russi hanno bombardato la base aerea di Vaziani, fuori dalla capitale, e il porto di Poti sul Mar Nero, e che «150 carri armati russi, mezzi corazzati e altri veicoli sono entrati nell'Ossezia del sud... una chiara incursione nel territorio di un altro Paese... Abbiamo carri armati russi sul nostro territorio, caccia russi alla luce del sole...»
La Georgia è sotto l'attacco della Russia, i cui carri armati e caccia bombardano le popolazioni civili, dichiara sempre Saakashvili alla Cnn: «Per tutto il giorno, oggi, hanno bombardato la Georgia con molti aerei da guerra, colpendo in particolare la popolazione civile. Abbiamo decine di feriti e di morti... Il mio Paese si sta difendendo contro l'aggressione russa, le truppe russe hanno invaso la Georgia».
Operazioni di «pulizia etnica» da parte dei georgiani nei villaggi dell'Ossezia meridionale, come sostiene il ministro degli Esteri russo Lavrov, o addirittura prove di «genocidio», come denuncia il presidente sudosseto Kokoity, dichiarando al contempo che «questi ultimi tragici eventi dovrebbero diventare l'ultimo passo verso il riconoscimento dell'indipendenza dell'Ossezia del Sud»? Oppure semplici operazioni militari contro truppe separatiste illegittime?
Impossibile per ora stabilire chi sia stato a dare il via all'escalation. Chiunque sia stato, ha scelto non casualmente l'inizio delle Olimpiadi per agire di sorpresa. La ricostruzione più verosimile è che Saakashvili abbia voluto assestare qualche colpo ai danni dell'esercito separatista sostenuto dalla Russia e che Mosca abbia reagito invadendo. Ma è anche probabile che siano stati i separatisti a provocare la reazione georgiana. Se davvero fosse stato Saakashvili a violare l'equilibrio della zona, c'è da sperare che sappia ciò che fa e che abbia le spalle coperte, altrimenti sarebbe caduto nella provocazione dei russi.
L'intervento del segretario di Stato Usa, Condoleeza Rice, serve a capire la lettura da parte americana degli eventi: la Rice ha chiesto alla Russia «di porre termine agli attacchi condotti in Georgia con aerei e missili, il rispetto dell'integrità territoriale della Georgia e il ritiro delle forze militari dal territorio georgiano».
Un milione di barili di petrolio al giorno diretti verso occidente sono a rischio. L'oleodotto Baku-Ceyhan, in funzione da oltre un anno, attraversa per 249 chilometri la repubblica caucasica (alcuni tratti dei quali a soli 55 chilometri dall'Ossezia del Sud) ed è l'unica pipeline dall'Asia centrale a evitare Iran e Russia per rifornire Stati Uniti ed Europa. Ecco quindi spiegata la centralità della Georgia e gli interessi russi in Ossezia del Sud.
Il quotidiano Times ha ricordato come la sicurezza dell'oleodotto (controllato al 30% dalla britannica BP) sia stata una delle maggiori preoccupazioni del consorzio che lo ha costruito. Proprio la scorsa settimana il primo attacco contro l'infrastruttura, in Turchia, ad opera di un commando del Pkk.
Friday, August 08, 2008
Una cerimonia marziale, lirica e... politica
Qualche considerazione sulla cerimonia di apertura delle Olimpiadi a Pechino. A me è piaciuta dal punto di vista estetico. I duemilaeotto tamburi percossi con ritmo incalzante e scanditi da grida guerriere hanno inizialmente attribuito alla cerimonia un tono marziale che mi ha inquietato, ma subito dopo lo spettacolo ha assunto accenti lirici e persino poetici. E non mi sarei aspettato così spesso che dalla coralità, dai movimenti "di massa", emergessero individualità.
Dai cinesi ci si potevano aspettare effetti speciali più mirabolanti e pacchiani. Invece ho trovato il simbolismo e le coreografie quasi semplici da capire, sobrie per quanto possano esserlo i festeggiamenti di apertura di un'olimpiade.
Sul piano politico il messaggio si è rivelato esattamente come tutti, credo, si aspettavano. La Cina, civiltà millenaria, che torna tra le grandi. Potenza ambiziosa e orgogliosa, ma pacifica e armoniosa. Naturalmente si tratta di propaganda. La colomba disegnata dal movimento dei figuranti strideva vistosamente con i laogai e la repressione in Tibet. L'assenza del '900, della rivoluzione e del maoismo dai riferimenti alla storia cinese non è un segno di apertura, non presuppone una pagina ormai svoltata, ma rivela un goffo tentativo del regime di nascondere al mondo la sua origine e la sua natura autoritaria. Lo scopo politico cui sono stati piegati l'evento sportivo e le celebrazioni ad esso collegate è lo stesso che per anni, dalla caduta del Muro e da Piazza Tienanmen, è stato perseguito dal Partito comunista cinese: ricostruirsi una legittimità post-ideologica.
Andrà prima o poi studiato il modo in cui la leadership cinese, attingendo dalla tradizione e dal nazionalismo, ha saputo ricreare una cornice ideologica che legittimasse il suo potere. Centrale è il concetto di "armonia", applicando il quale viene denunciata e perseguita come anti-cinese ogni forma di dissenso.
Quanto fosse tutto programmato e controllato al minimo dettaglio lo dimostrano la rapidità con la quale la regia televisiva cinese ha censurato un innocuo striscione mostrato da alcune atlete italiane e - novità assoluta ad una cerimonia olimpica, credo - l'applauso "geopolitico" all'interno dello stadio, guidato da migliaia di "suggeritori" sugli spalti. Le delegazioni sono state tutte applaudite, naturalmente, nessuna contestata, ma come non notare il fragore che ha accolto il Pakistan rispetto all'India?
Dai cinesi ci si potevano aspettare effetti speciali più mirabolanti e pacchiani. Invece ho trovato il simbolismo e le coreografie quasi semplici da capire, sobrie per quanto possano esserlo i festeggiamenti di apertura di un'olimpiade.
Sul piano politico il messaggio si è rivelato esattamente come tutti, credo, si aspettavano. La Cina, civiltà millenaria, che torna tra le grandi. Potenza ambiziosa e orgogliosa, ma pacifica e armoniosa. Naturalmente si tratta di propaganda. La colomba disegnata dal movimento dei figuranti strideva vistosamente con i laogai e la repressione in Tibet. L'assenza del '900, della rivoluzione e del maoismo dai riferimenti alla storia cinese non è un segno di apertura, non presuppone una pagina ormai svoltata, ma rivela un goffo tentativo del regime di nascondere al mondo la sua origine e la sua natura autoritaria. Lo scopo politico cui sono stati piegati l'evento sportivo e le celebrazioni ad esso collegate è lo stesso che per anni, dalla caduta del Muro e da Piazza Tienanmen, è stato perseguito dal Partito comunista cinese: ricostruirsi una legittimità post-ideologica.
Andrà prima o poi studiato il modo in cui la leadership cinese, attingendo dalla tradizione e dal nazionalismo, ha saputo ricreare una cornice ideologica che legittimasse il suo potere. Centrale è il concetto di "armonia", applicando il quale viene denunciata e perseguita come anti-cinese ogni forma di dissenso.
Quanto fosse tutto programmato e controllato al minimo dettaglio lo dimostrano la rapidità con la quale la regia televisiva cinese ha censurato un innocuo striscione mostrato da alcune atlete italiane e - novità assoluta ad una cerimonia olimpica, credo - l'applauso "geopolitico" all'interno dello stadio, guidato da migliaia di "suggeritori" sugli spalti. Le delegazioni sono state tutte applaudite, naturalmente, nessuna contestata, ma come non notare il fragore che ha accolto il Pakistan rispetto all'India?
Thursday, August 07, 2008
Bush e Sarkozy "politicizzano", in Italia prevale l'ipocrisia
Sì, il presidente americano Bush ha deciso di recarsi all'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, ma ha approfittato dell'occasione, come promesso ai dissidenti che ha recentemente incontrato, per mettere al centro della sua visita i diritti umani e la libertà religiosa.In un discorso a Bangkok, in Thailandia, anticipato ieri ma pronunciato oggi, ha espresso «profonda preoccupazione» per lo stato dei diritti umani in Cina. Gli Stati uniti «ritengono che il popolo cinese meriti le libertà fondamentali che rappresentano il diritto naturale di ogni essere umano», ha detto. Per questo, «si oppongono fermamente alla detenzione in Cina di dissidenti politici, sostenitori dei diritti umani e attivisti religiosi. Parliamo a favore di una stampa libera, libertà di riunione e diritti del lavoro non per opporci alla leadership cinese ma perché concedere maggiori libertà al popolo è l'unica strada per lo sviluppo del pieno potenziale della Cina... Quando premiamo per una maggiore apertura e giustizia non vogliamo imporre le nostre convinzioni, ma permettere ai cinesi di esprimere le loro. I giovani che crescono con la libertà di scambiare beni, alla fine chiederanno anche di scambiare le idee, specialmente su un internet senza restrizioni».
Un concetto forte quello della «ferma opposizione» alle violazioni dei diritti umani, che ha subito incontrato la dura replica di Pechino. «Nessuno dovrebbe interferire con le questioni interne di un'altra nazione», ha detto il portavoce del ministero degli Esteri cinese, sottolineando che Cina e Stati Uniti hanno idee divergenti sui diritti umani e i temi religiosi: «Ci opponiamo fermamente a parole e atti che utilizzano questi argomenti per interferire negli affari interni di un altro Paese».
Il presidente Bush si è detto comunque «ottimista sul futuro della Cina» e ha riconosciuto a Pechino il «ruolo critico di leadership» esercitato nei negoziati con Pyongyang e il «rapporto costruttivo» con Washington riguardo la questione di Taiwan. Ma come «leader economico globale», la Cina ha il dovere «di agire in maniera responsabile in questioni come l'energia, l'ambiente e lo sviluppo in Africa. In definitiva, solo la Cina potrà decidere quale strada seguire... il cambiamento in Cina arriverà con i suoi tempi, secondo la sua storia e le sue tradizioni».
Un altro messaggio forte lanciato da Bush dalla Thailandia è diretto al popolo birmano e ai dissidenti: «Insieme cerchiamo una fine alla tirannia in Birmania. Questa nobile causa ha molti campioni, e io sono sposato a una di loro», ha detto riferendosi alla moglie Laura.
Anche il presidente francese Sarkozy ha voluto caratterizzare la sua visita-lampo in Cina per l'inaugurazione dei Giochi, come presidente di turno dell'Ue, per i diritti umani. Ha infatti trasmesso a Pechino, a nome dell'Ue, una lista di detenuti politici cinesi e di attivisti per i diritti umani, annunciando inoltre che incontrerà il Dalai Lama entro la fine del 2008.
Dalle nostre parti, invece, assistiamo a comportamenti dilettanteschi e un po' patetici. Mentre Frattini ripete ogni giorno che i Giochi non devono essere «politicizzati» perché «lo sport è sport», Bush e Sarkozy hanno proprio voluto politicizzare la loro presenza a Pechino per la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi.
Nel suo editoriale di oggi Ernesto Galli Della Loggia scrive ciò che mi sono sforzato di dire nelle ultime settimane e mesi su questo blog: «Chi oggi proclama la necessaria separazione tra lo sport e la politica avrebbe forse fatto bene a dire qualcosa anche di fronte al prolungato, massiccio tentativo, fattosi sempre più asfissiante negli ultimi mesi, da parte del regime di Pechino, di usare propagandisticamente le Olimpiadi. Non era, non è politica pure questa? Mai come stavolta i Giochi servono anche ad uno scopo politico». Alla causa dei tibetani e dei diritti umani? No, servono alla causa del regime. Non il boicottaggio, ma almeno un cenno simbolico sarebbe servito a prendere le distanze da questa operazione propagandistica.
Visto che invece il governo italiano ha scelto di prendere parte alla cerimonia inaugurale, e che l'Italia sarà rappresentata dal suo ministro degli Esteri, suona ipocrita che ora qualche esponente di quel governo e della sua maggioranza tenti di lavarsi la coscienza chiedendo agli atleti quei gesti morali e politici che la politica non ha saputo né voluto compiere e che a questo punto dovrebbero evidentemente restare alla libera coscienza del singolo.
Ma nemmeno si può dire, come afferma il presidente del Coni Petrucci, che gli atleti italiani hanno il «dovere» di sfilare. Questa imposizione ha il sapore un po' fascista dell'adunata a Piazza Venezia. Ogni singolo atleta è libero e responsabile delle sue scelte. Tuttavia, gli atleti preoccupati che si chieda allo sport di "sostituire" la politica dovrebbero rendersi conto di far parte loro malgrado di un'operazione sommamente politica, di essere strumenti della politica del governo cinese.
Piccoli gesti preziosi da parte degli atleti (forse non dagli italiani) ci saranno, ne siamo certi. Già se ne vedono. In 127, di cui 40 olimpionici, hanno inviato una lettera al presidente cinese Hu Jintao nella quale chiedono di trovare una soluzione pacifica alla questione tibetana e di garantire i diritti umani. Gli Stati Uniti hanno scelto il figlio di un rifugiato sudanese per la cerimonia apertura. La tedesca Imke Duplitzer vuole gareggiare ma non parteciperà alla festa d'inaugurazione.
Monday, August 04, 2008
Olimpiadi da sogno a incubo per la leadership cinese
Finora erano state le immagini della repressione in Tibet e della fiaccola olimpica assediata dai dimostranti nelle capitali occidentali a minacciare di rovinare la festa al Partito comunista cinese. L'attentato di oggi nello Xinjiang, a quattro giorni dall'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, dimostra quanto sia potenzialmente esplosiva la combinazione tra possibili gesti disperati da parte di dissidenti e minoranze oppresse per attirare su di loro l'attenzione del mondo e una probabile reazione nazionalista dei cinesi. Da "sogno" le Olimpiadi sembrano essersi trasformate in incubo per la leadership cinese: da non vedere l'ora che finiscano per tirare un sospiro di sollievo.
Diritti umani, inquinamento, attentati. Più che celebrare i successi economici, ogni cosa sembra ricordare al mondo intero i tristi primati e i problemi irrisolti della Cina. Se le azioni terroristiche non giovano alla causa delle minoranze, qualsiasi protesta, che assuma o meno forme violente, a questo punto può solo danneggiare l'immagine di Pechino. Ieri ha ottenuto una qualche visibilità mediatica anche la protesta, vicino a Piazza Tienanmen, di un gruppo di famiglie sfrattate.
Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino pratica nella regione una politica di sinizzazione identica a quella attuata in Tibet, incoraggiando da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.
Il Congresso mondiale degli uiguri – movimento democratico la cui leader, Rebiya Kadeer, è stata ricevuta dal presidente Bush la settimana scorsa – ha preso le distanze dal Movimento islamico del Turkestan orientale, ritenuto dai cinesi responsabile dell'attacco. Il Partito islamico del Turkestan - sigla dietro la quale, secondo l'intelligence Usa, si nasconderebbe ora il movimento - ha rivendicato le esplosioni avvenute nelle scorse settimane su un bus a Shanghai e su due nello Yunnan, e minacciato di colpire ancora durante i Giochi. Ma le cose appaiono più complicate.
Molti esperti ritengono che Pechino esageri la minaccia terroristica per giustificare una feroce repressione nei confronti della dissidenza uigura. Il Movimento islamico del Turkestan, gruppo terroristico anche secondo l'Onu, è stato accusato di preparare migliaia di attacchi, ma bisogna essere «molto sospettosi con queste cifre», osserva Andrew Nathan, della Columbia University. Molti degli atti «terroristici» che Pechino gli attribuisce non sono che «spontanee e disorganizzate forme di malcontento civile». Così farebbero pensare gli strumenti rudimentali usati nell'attacco di oggi. Secondo Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, l'organizzazione potrebbe persino essere defunta, o comunque non avere legami effettivi con al Qaeda.
La Cina ha rafforzato i legami diplomatici ed economici con le nazioni confinanti che avrebbero potuto avere interesse ad aiutare gli uiguri, ottenendo così la loro cooperazione nelle politiche anti-separatiste. L'intelligence cinese si è rivolta a Pakistan e Iran, perché pare che a cavallo dei confini con entrambi si nascondano nuclei di jihadisti uiguri legati sia ai talebani che alla galassia qaedista.
Eppure, da alcune fonti sembra che i jihadisti uiguri non godano di grandi simpatie all'interno di al Qaeda. «Che interesse abbiamo a spingere la Cina contro i musulmani in questo momento?», si chiede Kasir al-Asnam, uno dei membri dei forum che pubblicano sul web la propaganda di al Qaeda. In molti esprimono irritazione per l'attacco alla Cina. «Lasciate stare la Cina, adesso abbiamo altre priorità che non sono Pechino. In questo momento la Cina non è in guerra con noi. Se ci sono attacchi contro i musulmani, questi colpiscono dei diseredati che devono lasciare quelle terre e trasferirsi in Paesi islamici. Azioni di disturbo come queste invece non rispondono né alla sharia né al buon senso». In nessuno dei messaggi apparsi sui forum si sostiene l'attentato nello Xinjiang. Viene invece ricordato più volte come nessuno dei capi, da Bin Laden ad al Zawahiri, abbia mai menzionato la Cina. Realpolitik di al Qaeda?
Diritti umani, inquinamento, attentati. Più che celebrare i successi economici, ogni cosa sembra ricordare al mondo intero i tristi primati e i problemi irrisolti della Cina. Se le azioni terroristiche non giovano alla causa delle minoranze, qualsiasi protesta, che assuma o meno forme violente, a questo punto può solo danneggiare l'immagine di Pechino. Ieri ha ottenuto una qualche visibilità mediatica anche la protesta, vicino a Piazza Tienanmen, di un gruppo di famiglie sfrattate.
Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino pratica nella regione una politica di sinizzazione identica a quella attuata in Tibet, incoraggiando da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.
Il Congresso mondiale degli uiguri – movimento democratico la cui leader, Rebiya Kadeer, è stata ricevuta dal presidente Bush la settimana scorsa – ha preso le distanze dal Movimento islamico del Turkestan orientale, ritenuto dai cinesi responsabile dell'attacco. Il Partito islamico del Turkestan - sigla dietro la quale, secondo l'intelligence Usa, si nasconderebbe ora il movimento - ha rivendicato le esplosioni avvenute nelle scorse settimane su un bus a Shanghai e su due nello Yunnan, e minacciato di colpire ancora durante i Giochi. Ma le cose appaiono più complicate.
Molti esperti ritengono che Pechino esageri la minaccia terroristica per giustificare una feroce repressione nei confronti della dissidenza uigura. Il Movimento islamico del Turkestan, gruppo terroristico anche secondo l'Onu, è stato accusato di preparare migliaia di attacchi, ma bisogna essere «molto sospettosi con queste cifre», osserva Andrew Nathan, della Columbia University. Molti degli atti «terroristici» che Pechino gli attribuisce non sono che «spontanee e disorganizzate forme di malcontento civile». Così farebbero pensare gli strumenti rudimentali usati nell'attacco di oggi. Secondo Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, l'organizzazione potrebbe persino essere defunta, o comunque non avere legami effettivi con al Qaeda.
La Cina ha rafforzato i legami diplomatici ed economici con le nazioni confinanti che avrebbero potuto avere interesse ad aiutare gli uiguri, ottenendo così la loro cooperazione nelle politiche anti-separatiste. L'intelligence cinese si è rivolta a Pakistan e Iran, perché pare che a cavallo dei confini con entrambi si nascondano nuclei di jihadisti uiguri legati sia ai talebani che alla galassia qaedista.
Eppure, da alcune fonti sembra che i jihadisti uiguri non godano di grandi simpatie all'interno di al Qaeda. «Che interesse abbiamo a spingere la Cina contro i musulmani in questo momento?», si chiede Kasir al-Asnam, uno dei membri dei forum che pubblicano sul web la propaganda di al Qaeda. In molti esprimono irritazione per l'attacco alla Cina. «Lasciate stare la Cina, adesso abbiamo altre priorità che non sono Pechino. In questo momento la Cina non è in guerra con noi. Se ci sono attacchi contro i musulmani, questi colpiscono dei diseredati che devono lasciare quelle terre e trasferirsi in Paesi islamici. Azioni di disturbo come queste invece non rispondono né alla sharia né al buon senso». In nessuno dei messaggi apparsi sui forum si sostiene l'attentato nello Xinjiang. Viene invece ricordato più volte come nessuno dei capi, da Bin Laden ad al Zawahiri, abbia mai menzionato la Cina. Realpolitik di al Qaeda?
Saturday, August 02, 2008
L'uso politico delle Olimpiadi e la "verità con caratteristiche cinesi"
Di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte con un imbarazzatissimo Cio, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet in occasione delle Olimpiadi. Privilegio comunque ristretto alla stampa accreditata. Il presidente Hu Jintao ha invitato i giornalisti stranieri a «rispettare le leggi cinesi» e a «realizzare reportage obiettivi»: «Popoli diversi hanno percezioni differenti su diverse questioni», ma «politicizzare» i Giochi «non sarà d'aiuto».Già, «politicizzare». I politici occidentali ripetono che non bisogna «politicizzare» i Giochi, riferendosi a un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti del governo cinese. Ma mai mostrano di preoccuparsi della politicizzazione di segno opposto, cioè di contribuire con la loro sola presenza alla gigantesca operazione che Pechino ha preparato sull'evento sportivo, una macchina propagandistica messa in moto per trasformarlo in una trionfalistica celebrazione politica del regime.
Ad aver ben presente la mentalità con la quale la dirigenza cinese si è accostata alla grande opportunità delle Olimpiadi è Bao Tong, 75 anni, dissidente democratico e nonviolento. Da ex membro del Comitato centrale comunista, segretario personale ed amico dell'ex segretario Zhao Ziyang, nell'89 contrario all'intervento dell'esercito in Piazza Tienanmen, in un articolo tradotto dal sito Asianews spiega che la leadership cinese ha bisogno dei Giochi per legittimarsi agli occhi del mondo, mostrare i suoi successi e la stabilità raggiunta dopo il massacro di Tienanmen.
«Lo splendore che si vuole dimostrare è quello della stabilità che ha schiacciato tutto, da cui sono emerse la grandezza e l'armonia attuali. Tutti devono capire che questo è il risultato del massacro. Senza massacro, non ci sarebbe stato l'innalzamento del Paese, non ci sarebbe stata l'armonia attuale. Ospitare le Olimpiadi è la legittimazione che il sistema di leadership con caratteristiche cinesi è il migliore, testimoniato anche dalla pratica». "Stranieri: glorificateci! Patrioti: siate orgogliosi!", è la politicizzazione operata da Pechino. «Se penso a questo, il sangue mi bolle nelle vene», confida Bao Tong.
Quali sono queste «caratteristiche cinesi»? Esse hanno a che fare con «il problema della faccia» e con «il problema della verità (dietro la faccia)». Atleti, amanti dello sport e turisti non andranno in Cina per creare incidenti ma per partecipare alle competizioni, godere dello spettacolo e dei luoghi. Non si porranno questi problemi, dice Bao Tong.
«Da lungo tempo conoscere la verità in Cina è un problema difficile e imbarazzante», perché «i giornalisti cinesi devono ubbidire in modo assoluto, passo dopo passo, alla guida del Dipartimento centrale di propaganda del partito comunista cinese: cosa possono pubblicare, cosa non, seguendo sempre il tono stabilito». Anche i media stranieri devono sottostare a delle regole: dove è permesso andare, quale avvenimento coprire, chi intervistare. Dal gennaio 2007, come segno d'apertura con l'avvicinarsi delle Olimpiadi, ai media stranieri è stato concesso il «diritto di libera intervista». Un «privilegio» piuttosto, perché ai giornalisti cinesi non è concesso.
La traduzione della parola "armonia" dalla lingua del regime cinese è "ciò che è conforme ai voleri del Partito comunista". Quella concessa dal regime alla stampa è uno strano tipo di "libertà", è «limitata solo a ciò che è armonioso. Dove non c'è armonia, non si dà libertà. Allo stesso modo, la libertà di parola è data solo ai cittadini armoniosi, non a quelli non armoniosi. Per questo, conoscere la verità in Cina non è cosa facile, nemmeno per chi vive qui da lungo tempo. Figuriamoci per chi viene soltanto per uno sguardo rapido e poco profondo», osserva Bao Tong.
«E' importante conoscere queste verità. Nell'oceano di incidenti nello sfruttamento delle miniere e delle risorse, nel trattamento dei migranti, nelle demolizioni forzate, si sono verificate migliaia e migliaia di rivolte di massa. Nel 2004, ve ne sono stati oltre 80 mila, quasi un incidente ogni 5 minuti. Dal 2005, per salvaguardare l'armonia, i dati non sono stati pubblicati».
«Di sicuro questo sistema non porta né sicurezza, né pace duratura», scrive Bao Tong. «Se non cambia questo sistema basato sui due principi - violazione dei diritti della popolazione e utilizzo disinvolto della forza di polizia - non ci sarà mai pace... Dalla provincia al distretto, i segretari del Partito e i loro compagni sono nominati dall'alto e guidano tutto - spiega Bao Tong - Il loro potere è senza confini». «I pericoli alla pace provengono da questo sistema, dall'interno del sistema di potere e non dall'esterno, dalla popolazione».
Secondo la Basic Law, la "mini-costituzione" stilata congiuntamente da Cina e Gran Bretagna, Pechino dovrebbe occuparsi solo della difesa e della diplomazia e per il resto lasciare tutta l'amministrazione di Hong Kong alla gente di Hong Kong. Ma il governo di Pechino - spiega l'ex membro del Comitato centrale - non permette elezioni dirette e universali ad Hong Kong perché teme che esse possano influenzare il continente, provocando «un'infezione reciproca di democrazia».
«Il sistema comunista guida tutto e la democrazia e la legge non possono farci niente; questo sistema trasforma l'essere umano al potere in un dio, mentre l'essere umano comune non diventerà mai cittadino a pieno titolo», conclude Bao Tong, che ricorda un aneddoto legato a Mao. Era il 1945 quando Huang Yanpei, uno dei ministri, chiese al suo leader: «Come evitare la corruzione, dopo che il Partito avrà preso il potere?» Mao non gli rispose affatto qualcosa come "Abbiamo la Commissione di controllo disciplinare". Mao gli risposse: «Abbiamo la democrazia».
«Ma il problema è: abbiamo la democrazia? Quando l'abbiamo avuta? Voi, signori che sbandierate l'effige di Mao, potete dire apertamente quando? Quando uno dà importanza più alla faccia che alla verità che sta dietro la faccia; più importanza allo slogan "servire il popolo" che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di "popolo" e "legge"». Ecco perché quando Zhao Ziyang, nel 1989, voleva risolvere il problema Tienanmen «sul binario della democrazia e della legge» è stato subito accusato di voler provocare uno «scisma nel Partito» e di «appoggiare la rivolta». E' questa, conclude Bao Tong, la «verità con caratteristiche cinesi».
Friday, August 01, 2008
Il Cio ha mentito alla stampa e al mondo
Per mesi il Cio ha continuato a ripetere che le Olimpiadi in Cina sarebbero state «censure-free». Quando nei giorni scorsi i primi giornalisti giunti a Pechino hanno potuto verificare che non era vero, ed è persino trapelata la notizia di un accordo con il governo cinese sui siti internet da mantenere bloccati, il Comitato olimpico è stato subissato di critiche e accuse di connivenza con il regime. Si è visto così costretto a riaprire le trattative con le autorità cinesi. I funzionari sembravano ormai rassegnati («Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere»), ma di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet.
Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».
Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.
Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...
Sono tornati accessibili i siti di Amnesty International, Reporters sans frontières e Human Rights Watch, della Bbc, di Wikipedia, di Radio Free Asia e del quotidiano di Hong Kong Apple Daily, critico nei confronti di Pechino, anche se il Cio non ha potuto divulgare quante e quali pagine precisamente siano state sbloccate. Un portavoce del Bogoc, il comitato organizzativo cinese, ha assicurato che «l'uso di internet da parte di giornalisti cinesi e internazionali per il loro lavoro di informazione è libero».
Ma in realtà l'apertura è solo parziale, sia perché molti altri siti rimangono irraggiungibili (quelli dei Falun Gong e dei gruppi tibetani o uiguri, ma anche l'italiano Asianews), sia perché si tratta di un privilegio che rimane comunque circoscritto alla stampa accreditata. Al di fuori del media center e del villagio olimpico, e di poche postazioni nella capitale, resta il blocco totale sui siti considerati "illegali" dal regime e alle parole Falun Gong e Tiananmen i motori di ricerca non danno alcun risultato. Diversi giornalisti cinesi, ricorda inoltre Amnesty, sono ancora in carcere per aver pubblicato o cercato su internet informazioni su temi ritenuti politicamente sensibili.
Proseguono poi le polemiche riguardo la massima sorveglianza su atleti e giornalisti, e sulle regole ferree imposte alle delegazioni. C'è chi addirittura parla di pedinamenti e cimici nelle stanze. Il personale per un controllo capillare non manca. Circa 34mila soldati saranno dispiegati per proteggere Pechino da eventuali attacchi terroristici da parte delle minoranze musulmane e tibetane. Ah già, il Tibet, dove non gira più neanche un monaco...
Thursday, July 31, 2008
Chi ha infangato le Olimpiadi?
Quanto meno il ministro degli Esteri Frattini ha ricordato a Il Messaggero che di diritti umani in Cina «dovremmo parlare continuamente, in tutte le sedi opportune, non solo ora che le Olimpiadi sono alle porte».
«Non politicizzare i Giochi. Lo sport è sport», insiste il ministro, che finge di non accorgersi che se anche non prevederà incontri politici, la sua stessa presenza a Pechino l'8 agosto per la cerimonia inaugurale, nella tribuna riservata alle autorità, ha un valore eminentemente politico. Quando si dice di «non politicizzare i Giochi» ci si preoccupa sempre di un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti di Pechino, ma mai della politicizzazione di segno opposto, di carattere trionfalistico e nazionalista, a cui con la propria presenza si contribuisce.
Il ministro parla di «schizzi di fango gratuiti sui Giochi» ma, ahimé, è così miope da non accorgersi che è il governo cinese (complice il Cio) ad aver già infangato le Olimpiadi e lo spirito dello sport, con le sue politiche repressive e disumane in Tibet e nel resto della Cina.
Una nota di speranza giunge invece da Washington. Il presidente Bush ieri ha incontrato privatamente cinque leader della dissidenza cinese rifugiati negli Stati Uniti (tra cui anche iscritti al Partito Radicale): il premio Sakharov Wei Jinsheng, Harry Wu, Rebiya Kadeer, leader degli uiguri, Xiqiu Fu, reduce di Tienanmen, e la scrittrice Sasha Gong.
L'incontro è avvenuto tra l'altro durante una visita ufficiale del ministro degli Esteri cinese, Yang Jeehi. Un affronto per Pechino, che li considera oppositori pericolosi per la sicurezza nazionale. I cinque si sono detti soddisfatti del colloquio con il presidente americano. Non approvano la sua decisione di partecipare alla cerimonia di apertura dei Giochi, ma pare che Bush gli abbia assicurato che approfitterà dell'imminente viaggio per chiarire ancora una volta che «libertà religiosa e diritti umani non possono essere negati a nessuno».
«Non politicizzare i Giochi. Lo sport è sport», insiste il ministro, che finge di non accorgersi che se anche non prevederà incontri politici, la sua stessa presenza a Pechino l'8 agosto per la cerimonia inaugurale, nella tribuna riservata alle autorità, ha un valore eminentemente politico. Quando si dice di «non politicizzare i Giochi» ci si preoccupa sempre di un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti di Pechino, ma mai della politicizzazione di segno opposto, di carattere trionfalistico e nazionalista, a cui con la propria presenza si contribuisce.
Il ministro parla di «schizzi di fango gratuiti sui Giochi» ma, ahimé, è così miope da non accorgersi che è il governo cinese (complice il Cio) ad aver già infangato le Olimpiadi e lo spirito dello sport, con le sue politiche repressive e disumane in Tibet e nel resto della Cina.
Una nota di speranza giunge invece da Washington. Il presidente Bush ieri ha incontrato privatamente cinque leader della dissidenza cinese rifugiati negli Stati Uniti (tra cui anche iscritti al Partito Radicale): il premio Sakharov Wei Jinsheng, Harry Wu, Rebiya Kadeer, leader degli uiguri, Xiqiu Fu, reduce di Tienanmen, e la scrittrice Sasha Gong.
L'incontro è avvenuto tra l'altro durante una visita ufficiale del ministro degli Esteri cinese, Yang Jeehi. Un affronto per Pechino, che li considera oppositori pericolosi per la sicurezza nazionale. I cinque si sono detti soddisfatti del colloquio con il presidente americano. Non approvano la sua decisione di partecipare alla cerimonia di apertura dei Giochi, ma pare che Bush gli abbia assicurato che approfitterà dell'imminente viaggio per chiarire ancora una volta che «libertà religiosa e diritti umani non possono essere negati a nessuno».
Wednesday, July 30, 2008
Alle Olimpiadi una nuova disciplina: la censura
Medaglia d'oro già assegnata...
Oggi nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri britannico Miliband, tra le altre cose, Frattini ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi in Cina. «Temo che per un giornetto o due e miei diritti umani (le ferie!) siano a rischio in agosto», confidava ieri con infelice ironia. Oggi ha spiegato che l'Italia «non intende politicizzare un grande evento sportivo, che deve essere motivo di riconciliazione». Anche per questo a Pechino non avrà incontri politici, «proprio perché a mio avviso lo sport è sport, un'occasione di pacificazione, non un momento in cui si rappresentano posizioni». «Altra cosa è mantenere una politica molto chiara sul dialogo con la Cina, non solo sui temi economici ma anche sui diritti umani» e «il rispetto per le legittime aspirazioni del Tibet a dialogare con le autorità cinesi».
Questo mentre i giornalisti occidentali si accorgono che in Tibet la repressione è ancora in corso, con migliaia di monaci segregati, e che su internet continuerà ad abbattersi la censura del regime anche durante le Olimpiadi, in patente violazione degli impegni che Pechino aveva preso con il Cio per garantirsi l'assegnazione dei Giochi, tra cui, appunto, l'accesso completo alla rete almeno durante tutto l'evento. Neanche alla stampa straniera, invece, verrà garantito un accesso alla rete senza censure. E il Cio, naturalmente, abbozza. Il responsabile della Commissione stampa, Kevin Gosper, si è detto «deluso» dalle limitazioni, ammettendo che il Cio ha negoziato con i cinesi il blocco di alcuni siti considerati non collegati ai Giochi. «Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere». Se ne accorgono a una settimana dall'apertura...
«La nostra promessa era di permettere ai giornalisti di usare internet per il loro lavoro durante le Olimpiadi e noi abbiamo assicurato questa possibilità a sufficienza», ha spiegato un portavoce del comitato organizzativo cinese. Caso chiuso, oro alla Cina.
Oggi nel corso di una conferenza stampa congiunta con il ministro degli Esteri britannico Miliband, tra le altre cose, Frattini ha confermato la sua presenza alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi in Cina. «Temo che per un giornetto o due e miei diritti umani (le ferie!) siano a rischio in agosto», confidava ieri con infelice ironia. Oggi ha spiegato che l'Italia «non intende politicizzare un grande evento sportivo, che deve essere motivo di riconciliazione». Anche per questo a Pechino non avrà incontri politici, «proprio perché a mio avviso lo sport è sport, un'occasione di pacificazione, non un momento in cui si rappresentano posizioni». «Altra cosa è mantenere una politica molto chiara sul dialogo con la Cina, non solo sui temi economici ma anche sui diritti umani» e «il rispetto per le legittime aspirazioni del Tibet a dialogare con le autorità cinesi».
Questo mentre i giornalisti occidentali si accorgono che in Tibet la repressione è ancora in corso, con migliaia di monaci segregati, e che su internet continuerà ad abbattersi la censura del regime anche durante le Olimpiadi, in patente violazione degli impegni che Pechino aveva preso con il Cio per garantirsi l'assegnazione dei Giochi, tra cui, appunto, l'accesso completo alla rete almeno durante tutto l'evento. Neanche alla stampa straniera, invece, verrà garantito un accesso alla rete senza censure. E il Cio, naturalmente, abbozza. Il responsabile della Commissione stampa, Kevin Gosper, si è detto «deluso» dalle limitazioni, ammettendo che il Cio ha negoziato con i cinesi il blocco di alcuni siti considerati non collegati ai Giochi. «Qui si ha a che fare con un Paese comunista che applica la censura. Si ottiene quello che secondo loro si può avere». Se ne accorgono a una settimana dall'apertura...
«La nostra promessa era di permettere ai giornalisti di usare internet per il loro lavoro durante le Olimpiadi e noi abbiamo assicurato questa possibilità a sufficienza», ha spiegato un portavoce del comitato organizzativo cinese. Caso chiuso, oro alla Cina.
Tuesday, July 29, 2008
Frattini, almeno ci risparmi il suo macabro umorismo
Tarek Aziz è più famoso dei 29 poveri diavoli messi a morte in un solo giorno in Iran, issati sulle gru. No, bisogna a tutti i costi salvare la vita al criminale Tarek Aziz, massacratore di stato insieme a Saddam Hussein, entrambi processati dal "filo-americano" Iraq di al Maliki. Però non da un Tribunale per l'Iraq, come si vede scritto da qualche parte, ma da un tribunale degli iracheni.
Spostandoci più a oriente, oggi non si fatica a credere a quanto scrive Lorenzo Cremonesi nel suo reportage dal Tibet, che non si discosta molto da quelli di altri giornalisti europei rientrati nella regione. Altro che maggiore apertura in occasione dei Giochi olimpici. Pechino tiene migliaia di monaci confinati nei monasteri, letteralmente prigionieri, isolati, controllati a vista e costretti a sedute di rieducazione. Lhasa è militarizzata e deserta.
Lo stesso Dalai Lama ha accettato che si spegnessero i riflettori sulla repressione ancora in corso in cambio di un paio di inutili colloqui tra i suoi emissari e i rappresentanti cinesi. Pechino con poca fatica è riuscita a zittire i leader occidentali concedendo la «ripresa del dialogo» che chiedevano per chiudere un occhio e stamparsi di nuovo il sorriso in faccia. Cosa conta se il dialogo è fasullo, sia Bush sia Sarkozy riusciranno a godersi la cerimonia inaugurale dei Giochi dal vivo.
Berlusconi no, ma l'Italia non vuol esser da meno e così manda Frattini, che solo qualche giorno fa aveva detto che sarebbe stato in vacanza in quei giorni. E invece, oggi teme che «per un giornetto o due» i suoi «diritti umani» (le ferie!) siano «a rischio in agosto». Capite l'ironia? Alla faccia di tutti quei milioni di tibetani e cinesi non hanno diritti umani né ferie. E non «per un giornetto o due». Ministro, vada pure, ma almeno ci risparmi il suo macabro umorismo.
Sempre di oggi, un'altra notizia non proprio di "apertura" dalla Cina. L'attivista Ni Yulan, che si era battuta contro la demolizione di case a Pechino in vista delle Olimpiadi, sarà processata il 4 agosto, pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi. Lo ha reso noto il marito. La signora ha 48 anni e fu arrestata in aprile, per aver cercato di fermare l'abbattimento della sua casa, che come migliaia di altri vani doveva essere distrutta per il riammodernamento della città in vista delle Olimpiadi dell'8 agosto.
La donna, avvocato, aveva respinto il misero risarcimento offerto dal governo e prestato assistenza ad altre persone nella sua stessa situazione, stringendo contatti con i gruppi per i diritti umani e i media stranieri. Nel 2002, mentre filmava una demolizione forzata, fu picchiata dalla polizia e da allora è costretta a camminare con le stampelle. Scontò un anno di
carcere "per ostruzione di attività ufficiale". I suoi parenti affermano che dopo il nuovo arresto le sono state sequestrate le stampelle e che ora sarebbe costretta a strisciare anche per recarsi in bagno. Rischia una condanna fra i due e i tre anni di carcere. Oppure solo un mese, giusto per toglierla di mezzo, per impedire che parli con i media stranieri proprio durante le Olimpiadi. Nei giorni scorsi un'altra famiglia ha perso la sua battaglia, ci segnala 1972.
Peccato per i suoi «diritti umani», Frattini, ma può sempre chiedere asilo in Cina.
Spostandoci più a oriente, oggi non si fatica a credere a quanto scrive Lorenzo Cremonesi nel suo reportage dal Tibet, che non si discosta molto da quelli di altri giornalisti europei rientrati nella regione. Altro che maggiore apertura in occasione dei Giochi olimpici. Pechino tiene migliaia di monaci confinati nei monasteri, letteralmente prigionieri, isolati, controllati a vista e costretti a sedute di rieducazione. Lhasa è militarizzata e deserta.
Lo stesso Dalai Lama ha accettato che si spegnessero i riflettori sulla repressione ancora in corso in cambio di un paio di inutili colloqui tra i suoi emissari e i rappresentanti cinesi. Pechino con poca fatica è riuscita a zittire i leader occidentali concedendo la «ripresa del dialogo» che chiedevano per chiudere un occhio e stamparsi di nuovo il sorriso in faccia. Cosa conta se il dialogo è fasullo, sia Bush sia Sarkozy riusciranno a godersi la cerimonia inaugurale dei Giochi dal vivo.
Berlusconi no, ma l'Italia non vuol esser da meno e così manda Frattini, che solo qualche giorno fa aveva detto che sarebbe stato in vacanza in quei giorni. E invece, oggi teme che «per un giornetto o due» i suoi «diritti umani» (le ferie!) siano «a rischio in agosto». Capite l'ironia? Alla faccia di tutti quei milioni di tibetani e cinesi non hanno diritti umani né ferie. E non «per un giornetto o due». Ministro, vada pure, ma almeno ci risparmi il suo macabro umorismo.
Sempre di oggi, un'altra notizia non proprio di "apertura" dalla Cina. L'attivista Ni Yulan, che si era battuta contro la demolizione di case a Pechino in vista delle Olimpiadi, sarà processata il 4 agosto, pochi giorni prima dell'inizio dei Giochi. Lo ha reso noto il marito. La signora ha 48 anni e fu arrestata in aprile, per aver cercato di fermare l'abbattimento della sua casa, che come migliaia di altri vani doveva essere distrutta per il riammodernamento della città in vista delle Olimpiadi dell'8 agosto.
La donna, avvocato, aveva respinto il misero risarcimento offerto dal governo e prestato assistenza ad altre persone nella sua stessa situazione, stringendo contatti con i gruppi per i diritti umani e i media stranieri. Nel 2002, mentre filmava una demolizione forzata, fu picchiata dalla polizia e da allora è costretta a camminare con le stampelle. Scontò un anno di
carcere "per ostruzione di attività ufficiale". I suoi parenti affermano che dopo il nuovo arresto le sono state sequestrate le stampelle e che ora sarebbe costretta a strisciare anche per recarsi in bagno. Rischia una condanna fra i due e i tre anni di carcere. Oppure solo un mese, giusto per toglierla di mezzo, per impedire che parli con i media stranieri proprio durante le Olimpiadi. Nei giorni scorsi un'altra famiglia ha perso la sua battaglia, ci segnala 1972.
Peccato per i suoi «diritti umani», Frattini, ma può sempre chiedere asilo in Cina.
Thursday, July 24, 2008
Sempre più vergognose le decisioni del Cio
Ha dell'incredibile la decisione assunta oggi dal Cio di escludere dalle Olimpiadi di Pechino la federazione irachena. La motivazione è che il governo di Baghdad ha sciolto il Comitato olimpico iracheno, assumendo il controllo diretto dello sport nazionale. Davvero, davvero scandalosa questa decisione! Da rimanere senza parole.
Non ci risulta che il Cio abbia mai sollevato alcun problema quando al potere c'era Saddam Hussein e, com'è noto, il figlio faceva torturare e uccidere gli atleti. Chissà se è abbastanza, per i signori del Cio, per poterlo definire «controllo» e «interferenza».
E naturalmente ai Giochi vedremo allegramente partecipare lo stato-affamatore della Birmania, lo stato-gulag della Corea del Nord, lo stato-terrorista dell'Iran, e quelli massacratori e genocidi del Sudan e dello Zimbabwe. Per non parlare del fatto che sempre il Cio ha assegnato le Olimpiadi alla Cina, il cui governo notoriamente non controlla lo sport (!).
Se questa non è "politica"... Che schifo!
Non ci risulta che il Cio abbia mai sollevato alcun problema quando al potere c'era Saddam Hussein e, com'è noto, il figlio faceva torturare e uccidere gli atleti. Chissà se è abbastanza, per i signori del Cio, per poterlo definire «controllo» e «interferenza».
E naturalmente ai Giochi vedremo allegramente partecipare lo stato-affamatore della Birmania, lo stato-gulag della Corea del Nord, lo stato-terrorista dell'Iran, e quelli massacratori e genocidi del Sudan e dello Zimbabwe. Per non parlare del fatto che sempre il Cio ha assegnato le Olimpiadi alla Cina, il cui governo notoriamente non controlla lo sport (!).
Se questa non è "politica"... Che schifo!
Friday, July 18, 2008
Niente paura, la Cina è ancora lontana
Alla presentazione del nuovo numero di Limes interamente dedicato alla Cina, "Il marchio giallo", oltre al direttore Lucio Caracciolo e al Card. Silvestrini, Prefetto Emerito della Congregazione per le Chiese Orientali, ha partecipato il ministro degli Esteri Franco Frattini. La tesi esposta nell'editoriale di Caracciolo è che la Cina è sì un colosso del commercio mondiale che invade i mercati esportando merci, ma non è ancora una vera superpotenza, perché non esporta il «marchio giallo», cioè un brand «proprio e universale», che «la distingua e la faccia apprezzare». Il made in China di oggi è altro, tutto quantità senza qualità.Pechino è lontana, scrive Caracciolo, dallo «stigma delle superpotenze al loro acme», il soft power inteso come potere della seduzione. Ad oggi «spaventa più che attrarre», come quando cade nel «disastro mediatico» della rivolta tibetana nel marzo scorso, dimostrando l'«insicurezza» e il volto violento del suo regime. E' bastato un «pugno di monaci» a rafforzare la sua «cattiva immagine».
L'economia non basta per diventare egemoni, spiega il direttore di Limes. Tra l'altro, Pil e reddito pro capite sono ancora troppo bassi per «aspirare al rango di supergrande». Il «cocktail di autocrazia e capitalismo» porta risultati e conviene a molti leader africani, ma la Cina non offre modelli culturali «appetibili». In America e in Europa «i pregiudizi negativi sul made in China crescono con progressione geometrica rispetto alla penetrazione di merci cinesi». Quanto alla way of life, «il giovane cinese scimmiotta i tic occidentali» e il sistema politico cinese in Occidente è «anatema».
Quindi, quanti prevedono «l'inevitabile sorpasso del Pil cinese ai danni di quello americano entro dieci o vent'anni, dovrebbero tenerne conto»: questa Cina non ha ancora prodotto il suo marchio di successo. L'«irradiamento» del regime di Pechino è «modestissimo». «Su queste basi pretendere al primato mondiale – anche solo alla cogestione sino-americana – è alquanto fantasioso», conclude Caracciolo.
Nel suo intervento il ministro Frattini non si è sottratto a dare almeno una risposta alle tante domande aperte dal nuovo numero di Limes: è la Cina ad essere divenuta «più globale», non il mondo «più cinese». Non c'è area del mondo in cui però non giochi un ruolo forte, ha osservato. In molti casi positivo: dal contributo alla stabilizzazione in Libano ai negoziati sul nucleare con la Corea del Nord; dai rapporti con il Giappone agli sforzi per una zona di libero scambio tra i Paesi dell'Asean. «Bisognerà tener conto della Cina anche per stabilizzare Afghanistan e Pakistan», ha suggerito Frattini.
L'Occidente ha il «dovere di rafforzare il proprio incoraggiamento alla Cina perché sia un attore globale responsabile». Ma su alcuni grandi temi, in particolare, va «stimolata» a fare di più. Il ministro ha auspicato che siano sciolti i dubbi sul rispetto delle regole del WTO e ambientali, e che Pechino intraprenda il «percorso verso standard occidentali sui diritti umani» in modo «risoluto». Del tema dei diritti fanno parte la libertà religiosa e la pena di morte, ha ricordato, così come il dialogo con le minoranze. «Vogliamo che la Cina continui il dialogo con il Dalai Lama». Non per l'indipendenza del Tibet, che è lo stesso Dalai Lama a escludere, come sanno tutti, ma nel rispetto del principio del dialogo.
Riguardo la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, sarà il sottosegretario allo Sport, Rocco Crimi, a rappresentare l'Italia, ha anticipato il ministro, che invece sarà in vacanza. «Altre presenze – ha precisato – saranno valutate individualmente». Sentiti i capi di Stato e di governo europei, Sarkozy ha detto che andrà. «E a noi questo basta. Non c'è una linea di governo in un senso o in un altro, come non c'è una linea dell'Ue».
«Gestire» la Cina è «un'illusione», ha sottolineato Frattini. Occorre «un'agenda comune» su temi come l'ambiente, l'energia, la salute, la cultura, la riforma dell'Onu, il programma nucleare iraniano. E sulla crisi del Darfur Pechino «avrebbe una parola in più da dire». Ma «dalla paura, dal dubbio e dalla diffidenza», dobbiamo passare alla «fiducia» nei rapporti con la Cina; dalla tentazione di difenderci soltanto «al coinvolgimento e alla partnership strategica». Chissà cosa ne penserà il ministro Tremoni.
Per tutto questo, ha concluso il ministro, «ci vuole l'Europa, che ancora non è un attore globale». Rispetto alla promozione dei diritti umani, per esempio, «vorremmo vedere l'Ue impegnata senza se e senza ma». Un G-2 sino-americano, tagliando fuori l'Ue, non avrebbe grande futuro, ma potrebbe un giorno essere una realtà se l'Ue si suicidasse, ha avvertito.
Friday, July 11, 2008
Boicottaggi: prima no, adesso sì
La Commissione Esteri della Camera ha approvato ieri una risoluzione (non vincolante) promossa da Matteo Mecacci (Pd), in cui si chiede al premier Berlusconi di non recarsi alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi di Pechino, per protesta contro la violazione dei diritti umani in Tibet e la repressione del marzo scorso.
Iniziativa meritoria, purtroppo senza molte speranze che abbia successo. Ormai l'orientamento dei capi di stato e di governo delle più grandi democrazie occidentali pare essere quello di essere presenti alla cerimonia inaugurale. Così Bush, così Sarkozy, presidente di turno dell'Ue, così Berlusconi. O comunque di non connotare politicamente la propria assenza. Ho sempre, fin dall'inizio, sostenuto l'opportunità di boicottare (non come iniziativa singola ma almeno da parte dei leader più importanti) come minimo la cerimonia inaugurale.
Ma al di là dei boicottaggi, l'errore è stato fatto all'inizio. Ci si è accontentati di chiedere a Pechino di riprendere i colloqui con il Dalai Lama. Come ogni dittatura anche la Cina ha ormai capito come prendere in giro i governi occidentali e ha riavviato i colloqui con gli emissari del leader spirituale tibetano. Colloqui che, c'è da scommettere, non porteranno a nulla e verranno di nuovo interrotti al termine dei Giochi.
Il fatto strano però è che mi pareva di aver capito nei mesi scorsi, quando la repressione in Tibet era drammaticamente in corso, che i radicali erano contrari ad ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi. Lo scorso 19 marzo ero come molti a Piazza Campo de' Fiori, a Roma, alla manifestazione per il Tibet promossa da il Riformista e da Radio Radicale. Mi pare di ricordare di aver sentito Emma Bonino pronunciare in quell'occasione un intervento "controcorrente" rispetto ai più, proprio sostenendo che non boicottaggi, ma pressioni continue, servissero su Pechino.
La mattina dello stesso giorno, il 19 marzo, intervenendo in una seduta delle Commissioni Esteri di Camera e Senato convocata proprio sulla situazione in Tibet, il deputato radicale Sergio D'Elia ribadiva con forza che «la Cina non ha bisgno di boicottaggi». E addirittura ci si faceva forti delle parole del Dalai Lama in questo senso, che si è sempre detto contrario al boicottaggio e ha addirittura dichiarato che se invitato sarebbe andato alla cerimonia inaugurale.
Oggi, improvvisamente, per i radicali diventa decisivo boicottare la cerimonia inaugurale. Anche come iniziativa singola del premier italiano. Sorge il sospetto che fin quando c'erano al governo Prodi, D'Alema e la Bonino, non si voleva metterli in imbarazzo avanzando tali proposte, di tutta evidenza in conflitto con la linea di comportamento adottata da tutti e tre nei confronti di Pechino.
Iniziativa meritoria, purtroppo senza molte speranze che abbia successo. Ormai l'orientamento dei capi di stato e di governo delle più grandi democrazie occidentali pare essere quello di essere presenti alla cerimonia inaugurale. Così Bush, così Sarkozy, presidente di turno dell'Ue, così Berlusconi. O comunque di non connotare politicamente la propria assenza. Ho sempre, fin dall'inizio, sostenuto l'opportunità di boicottare (non come iniziativa singola ma almeno da parte dei leader più importanti) come minimo la cerimonia inaugurale.
Ma al di là dei boicottaggi, l'errore è stato fatto all'inizio. Ci si è accontentati di chiedere a Pechino di riprendere i colloqui con il Dalai Lama. Come ogni dittatura anche la Cina ha ormai capito come prendere in giro i governi occidentali e ha riavviato i colloqui con gli emissari del leader spirituale tibetano. Colloqui che, c'è da scommettere, non porteranno a nulla e verranno di nuovo interrotti al termine dei Giochi.
Il fatto strano però è che mi pareva di aver capito nei mesi scorsi, quando la repressione in Tibet era drammaticamente in corso, che i radicali erano contrari ad ogni ipotesi di boicottaggio delle Olimpiadi. Lo scorso 19 marzo ero come molti a Piazza Campo de' Fiori, a Roma, alla manifestazione per il Tibet promossa da il Riformista e da Radio Radicale. Mi pare di ricordare di aver sentito Emma Bonino pronunciare in quell'occasione un intervento "controcorrente" rispetto ai più, proprio sostenendo che non boicottaggi, ma pressioni continue, servissero su Pechino.
La mattina dello stesso giorno, il 19 marzo, intervenendo in una seduta delle Commissioni Esteri di Camera e Senato convocata proprio sulla situazione in Tibet, il deputato radicale Sergio D'Elia ribadiva con forza che «la Cina non ha bisgno di boicottaggi». E addirittura ci si faceva forti delle parole del Dalai Lama in questo senso, che si è sempre detto contrario al boicottaggio e ha addirittura dichiarato che se invitato sarebbe andato alla cerimonia inaugurale.
Oggi, improvvisamente, per i radicali diventa decisivo boicottare la cerimonia inaugurale. Anche come iniziativa singola del premier italiano. Sorge il sospetto che fin quando c'erano al governo Prodi, D'Alema e la Bonino, non si voleva metterli in imbarazzo avanzando tali proposte, di tutta evidenza in conflitto con la linea di comportamento adottata da tutti e tre nei confronti di Pechino.
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