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Friday, July 10, 2009

Ingerire in nome della stabilità

Mi sembra che sia stato poco sottolineato il fatto che in due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come il Tibet e lo Xinjiang. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da Piazza Tienanmen. Se si considera la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni (secondo un rapporto governativo 100mila l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa - ogni 4 minuti una protesta di oltre 100 persone), bisogna concludere che la crescita della Cina sia tutt'altro che "armoniosa" e che anzi l'instabilità interna stia aumentando pericolosamente, per la Cina ma anche - per gli stessi motivi per cui è ritenuta ormai interlocutore irrinunciabile su tutti i temi globali - per la stabilità economica e politica del resto del mondo. C'è n'è abbastanza per preoccuparsi e per "ingerire" un po' negli affari interni cinesi? Le dimensioni del PIL e la percentuale della sua crescita sono davvero gli unici parametri che rendono la Cina indispensabile per la governance globale, o non dovrebbe contare anche (non dico la democrazia, roba da neocon ormai) la stabilità interna? Si è parlato di escludere l'Italia dal G8 per un premier che si gode la vita, ma nessuno mette in dubbio i titoli della Cina di far parte di un G14 nonostante sia sempre più evidente che è seduta su una polveriera. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao non è solo un colpo all'immagine e alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa", ma essendo "la prima volta nella storia della Repubblica popolare che un presidente abbandona un appuntamento ufficiale per rientrare in patria", come ha ricordato Il Foglio, è la prova che la crescente instabilità preoccupa come mai prima i vertici cinesi, anche se a quanto pare non i governi occidentali. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità, ma nonostante l'avanzato stato di "sinizzazione" e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet, ora proprio quelle politiche si rivelano causa di instabilità. E' una conferma - per i molti che sembrano ancora averne bisogno - che la democrazia è l'unica via per una "società armoniosa" e per la stabilità. Questo chi dovrebbe farlo capire ai cinesi?

UPDATE: Splendido post di 1972. Anche Enzo si sofferma sulla «periferia dell'impero» e sente puzza di ex Jugoslavia:
Si può leggere in tanti modi la storia del XX secolo, ed uno di essi è certamente l'emergenza di forze centrifughe all'interno di strutture statali ortopedicamente assemblate. La lotta degli imperi comunisti centralizzati contro le tendenze disgregatrici si è svolta sempre attraverso i classici strumenti dello spostamento di popolazioni (colonizzazione dei territori periferici), della propaganda nazionalista e della repressione violenta. Ciascuno di questi tre elementi è presente nel caso uiguro.
La Cina «che pretende di essere una grande potenza internazionale» in realtà non ha le carte in regola. L'instabilità dovuta ai conflitti etnici e sociali è in pericolosa crescita e per ora non irradia alcun modello coerente che possa competere con quello liberaldemocratica, né alcuna attraente way of life: «Ethnic conflict is perhaps the most intractable problem, even for democracies. For one-party states, it is almost insoluble».

Wednesday, July 08, 2009

Cina altro che "armoniosa", cresce l'instabilità

In due anni il governo cinese ha dovuto far fronte a due importanti rivolte delle minoranze etniche che rappresentano gran parte della popolazione in due province enormi e ricche di risorse come lo Xinjiang e il Tibet. E ha dovuto far ricorso a repressioni sanguinose come non se ne erano viste da vent'anni, da quella di Piazza Tienanmen. Senza considerare la crescita delle proteste che non fanno notizia, quelle contro la corruzione e gli abusi delle autorità o quelle dei lavoratori per le loro condizioni: secondo un rapporto governativo oggi in Cina hanno luogo 100mila proteste l'anno, rispetto alle 80mila di tre anni fa (ogni 4 minuti una protesta a cui prendono parte più di 100 persone).

Questi dati dovrebbero far riflettere gli interlocutori occidentali del governo cinese e indurli a riconsiderare la loro fiducia nella crescita "armoniosa" della Cina. In realtà, dietro la tumultuosa crescita economica degli ultimi anni e la tenuta durante questa crisi globale, l'instabilità in Cina aumenta. E aumenta pericolosamente ai "confini" dell'impero di mezzo, nonostante l'avanzato stato di sinizzazione e la politica di investimenti nello Xinjiang e in Tibet. La mancanza di democrazia e le politiche repressive sono sempre state giustificate dalla leadership cinese con l'esigenza di mantenere la stabilità. Ma ora proprio quelle politiche si dimostrano incapaci di garantire l’ordine e la sicurezza e, al contrario, si rivelano causa di instabilità.

Uno smacco clamoroso alla credibilità dell'ideale di "società armoniosa" e di convivenza fra etnie propagandato da Hu Jintao. Su questo piano il Partito ha fallito, le tensioni tra etnie aumentano anziché diminuire, anche se il mondo sembra avere troppa fiducia nel pugno di ferro di Pechino per accorgersene. Il rientro frettoloso del presidente Hu Jintao dal G8 dell'Aquila è un colpo all’immagine della Cina e testimonia la gravità della situazione, l'inquietudine che probabilmente serpeggia all'interno degli stessi vertici del regime.

Oggi è stato il quarto giorno consecutivo di proteste e violenze. E mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), i vertici locali del partito hanno minacciato la pena di morte e Urumqi è blindata da migliaia di agenti delle forze di sicurezza in assetto anti-sommossa. Ma ciò che è più grave è che gli scontri potrebbero degenerare in un conflitto interetnico tra uiguri e han, che per molti aspetti potrebbe ricordare quelli della ex Jugoslavia. Uiguri che incendiano i negozi nei quartieri han e gruppi di han che danno la caccia agli uiguri, nelle strade e fino nelle loro case, violando il coprifuoco notturno. In centinaia gli uiguri sono scesi di nuovo in strada a Urumqi armati di bastoni, pietre e pugnali, affrontando le forze di polizia, mentre gli han erano asserragliati nei loro quartieri. Per gli uiguri non ci sono da parte dei governi e delle opinioni pubbliche occidentali le stesse mobilitazioni promosse per i tibetani. Forse perché la loro causa è ancora poco nota, o forse perché sono musulmani?

Accusata dai cinesi di essere «la mente» delle violenze e di separatismo, oggi Rebya Kadeer presidente del Congresso Mondiale degli uiguri, ha affidato al Wall Street Journal la sua versione, spiegando che a scatenare la protesta di questi giorni è stata «l'inazione delle autorità cinesi dopo l'uccisione di alcuni lavoratori uiguri in una fabbrica di giocattoli a Shaoguan, nella provincia meridionale del Guangdong». Ma il malcontento degli uiguri è più in generale dovuto ad «anni di repressione cinese», aggiunge. La dissidente riferisce che secondo fonti uigure all'interno del Turkestan orientale i morti sarebbero 400 e che sarebbero in corso rastrellamenti casa per casa; che la protesta si sta diffondendo ad altre città della regione e che solo nella città di Kashgar sarebbero stati uccisi 100 uiguri.

La repressione di questi giorni sta assumendo «accenti razziali», osserva Kadeer, accusando il governo cinese di «incoraggiare il nazionalismo tra i cinesi di etnia Han in sostituzione della fallita ideologia comunista». Nazionalismo «evidente nella folla di cinesi han che ha attaccato gli uiguri a Shaoguan». La propaganda nazionalista tra i cinesi han «rende molto difficile il cammino davanti a noi», spiega Kadeer sul WSJ. Il Congresso Mondiale degli uiguri, come il Dalai Lama, «sostiene l'introduzione pacifica dell'autodeterminazione e un reale rispetto dei diritti umani e della democrazia. I cinesi di etnia Han e gli uiguri devono instaurare un dialogo basato sulla fiducia, sul rispetto reciproco e sull'uguaglianza. Ma con le attuali politiche del governo cinese ciò è impossibile». Per riportare la calma nel Turkestan orientale, secondo Kadeer le autorità cinesi dovrebbero prima di tutto «indagare sulle uccisioni nella fabbrica di Shaoguan e portare i responsabili di fronte alla giustizia». Kadeer chiede inoltre l'apertura di «un'inchiesta indipendente e trasparente sui disordini nella città di Urumqi«.

Gli Stati Uniti «possono giocare un ruolo in questo processo», sostiene la leader del Congresso degli uiguri: «Devono condannare le violenze e aprire a Urumqi un consolato che possa servire da faro della libertà in un contesto di feroce repressione e monitorare le violazioni quotidiane dei diritti umani perpetrate contro gli uiguri».

Tuesday, July 07, 2009

Il sano realismo dei diritti umani

Il biancio degli scontri di ieri tra polizia e manifestanti uiguri a Urumqi, nella provincia dello Xinjiang, è di 156 morti e 1434 arresti. Mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), a Urumqi diverse centinaia di persone, in maggioranza donne e ragazze, hanno sfidato la polizia tornando in strada per protestare contro la repressione e per chiedere il rilascio dei loro parenti. «Decine di migliaia di poliziotti e soldati - riporta il sito Asianews - sono stati ingaggiati per mantenere il controllo della situazione e per procedere a una serie indiscriminata di arresti e distruzioni», mentre Pechino «continua ad accusare i gruppi uiguri all'estero di aver organizzato e fomentato le rivolte». Rebiya Kadeer, l'esule uiguri accusata di essere dietro le sommosse, parlando a Washington ha detto che le violenze di questi giorni «rivelano profondi, seri problemi che il governo cinese non ha voluto affrontare o mitigare».

Nel suo editoriale di oggi, Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, commenta le parole sui diritti umani pronunciate ieri dal presidente Napolitano alla presenza del presidente cinese Hu Jintao, proprio mentre dalla Cina giungevano le notizie degli scontri e dei morti a Urumqi. «Quanto detto da Napolitano si trova tale e quale in Charta 08, un documento stilato e sottoscritto da intellettuali, accademici, attivisti e membri del Partito comunista cinese che chiedono - in modo non violento - riforme democratiche nel Paese per fermare violenze e ingiustizie provocate dai successi dello sviluppo economico cinese senza alcun rispetto per la dignità dell'uomo».
«I folli risultati - si legge nel documento - sono una endemica corruzione dei quadri, un minare lo Stato di diritto, mancanza di tutela dei diritti della popolazione, perdita di etica, capitalismo grossolano, polarizzazione della società fra ricchi e poveri, sfruttamento e abuso dell'ambiente naturale, dell'ambiente umano e storico, un acutizzarsi di una lunga lista di conflitti sociali, in particolare un indurimento dell'animosità fra rappresentanti ufficiali e gente ordinaria».
I promotori di Charta 08 osservano anche che «conflitti e crisi crescono di intensità» giorno per giorno, come confermano gli scontri fra la popolazione locale di etnia uiguri e la polizia nello Xinjiang. «Sebbene la Cina continui ad accusare gruppi di uiguri all'estero, tutti sanno che il problema è interno e dura da decenni», commenta padre Cervellera.
«Con la scusa di combattere il terrorismo islamico Pechino sta colonizzando la regione e opprime con leggi d'emergenza la popolazione e la sua religiosità... L'emarginazione sociale e politica a cui sono sottomessi gli uiguri nella loro terra è pari solo alla stessa emarginazione e accuse subite dai tibetani nel Qinghai o nella regione "autonoma" del Tibet».
Le proteste di questi giorni, fa notare il direttore di Asianews, «ricalcano da vicino i fatti e le teorie sulla rivolta tibetana prima delle Olimpiadi. Anche nel marzo 2008 una manifestazione pacifica si è trasformata in uno scontro violento con l'esercito che ha fatto decine di morti, a cui sono seguiti migliaia di arresti e legge marziale». Ma la violenza verso minoranze uiguri e tibetane «non è diversa da quella subita da altri gruppi»: attivisti per i diritti umani, avvocati e contadini che combattono le prepotenze delle autorità e trovano «la stessa risposta del governo: il soffocamento e la repressione».

«Anche comunità religiose che non hanno - come gli uiguri e i tibetani - delle rivendicazioni territoriali subiscono le stesse violenze alla loro dignità e libertà», denuncia Cervellera, riferendosi alle comunità protestanti «sotterranee» e alle «cosiddette chiese domestiche», ma anche alla comunità cattolica, che «non sta meglio». «I vescovi ufficiali - circa 70, riconosciuti da Pechino - sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei - non riconosciuti - sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari». Alcuni di loro risultano addirittura «scomparsi da tempo»: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l'ennesima volta il 30 marzo scorso.

E' questa la lista degli "scomparsi" che fa Cervellera, che conclude così il suo editoriale, cogliendo e sottolineando il nesso tra rispetto dei diritti umani, democrazia, e sicurezza: «Se a uiguri, tibetani, attivisti democratici, protestanti, cattolici, aggiungiamo gli scontenti della crisi economica, i disoccupati e i migranti, è evidente che la Cina è seduta su una polveriera che può scoppiare da un momento all'altro e anzi sta provocando continue rivolte e scontri con esercito e polizia... Non rispettando i diritti umani, la Cina rende il mondo più vicino alla guerra». Altro che idealismo naïf, sano realismo.

Monday, July 06, 2009

Dopo i tibetani, gli uiguri

E Berlusconi demanda a Napolitano la "grana" dei diritti umani

Dopo i tibetani, gli uiguri. Cova sotto la cappa repressiva del regime il fuoco della rivolta delle minoranze, che periodicamente si riaccende. Il bilancio degli scontri ha proporzioni "cinesi": 140 morti e quasi mille feriti. E siccome gli uiguri non sono i tibetani, la loro protesta è stata improvvisa e incendiaria: in fiamme centinaia tra bus, taxi e auto della polizia, negozi distrutti. Anche nella regione dello Xinjiang il problema è la politica di sinizzazione di Pechino, identica a quella attuata in Tibet, e quindi i rapporti tesi con la crescente popolazione di etnia Han, e le discriminazioni politiche, economiche e sociali.

Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino incoraggia da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.

Le autorità hanno accusato Rebya Kadeer, la leader del Congresso Mondiale degli uiguri, di aver organizzato le violenze e di volere la secessione. La Kadeer, il cui obiettivo è un'autonomia vera e il rispetto dei diritti umani, ha respinto le accuse e ha invece puntato l'indice sul regime di Pechino, reo di non aver condotto un'inchiesta credibile sull'assassinio dei due giovani uiguri che ha scatenato le violenze. Ma la dissidenza uigura è un universo complesso. Non c'è solo il movimento democratico e nonviolento di Rebya Kadeer. Ci sono anche spinte indipendentiste e forse anche infiltrazioni islamiste e di al Qaeda.

Intanto, si conferma la totale continuità dei governi italiani nei rapporti con la Cina. Il tema dei diritti umani è stato solo sfiorato nel vertice bilaterale di oggi tra il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e il presidente cinese Hu Jintao, che si sono concentrati invece sui temi del G8, mentre - fanno sapere fonti di Palazzo Chigi - è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, a parlare di diritti umani ad Hu Jintao. Divisione dei compiti, quindi, tra Palazzo Chigi e Quirinale. Onore a Napolitano, ma non sfuggirà che è stato un modo un po' vigliacco per svuotare il tema di ogni significato politico nei rapporti tra i due governi, relegandolo in un ambito più formale e retorico. La politica cinese è coerente con una «politica dell'armonia» e del «dialogo», ha detto Berlusconi, che pur riferendosi ai rapporti internazionali di Pechino e non agli affari interni, è stato comunque fin troppo generoso.

Sunday, August 10, 2008

Pechino, qualcosa si muove

Un turista americano ucciso a coltellate da un cinese, probabilmente uno squilibrato, che poi si suicida; cinque attivisti di Students for a Free Tibet si sdraiano al centro di Piazza Tienanmen avvolti in bandiere tibetane, fingendo di essere morti, e vengono arrestati "solo" dopo una decina di minuti; bandiera tibetana e slogan anche a Hong Kong, durante una gara di equitazione nell'ambito delle Olimpiadi. I responsabili della sicurezza sono costretti a trascinare via una delle manifestanti, la studentessa cinese Christina Chan; una serie di esplosioni hanno di nuovo scosso la regione dello Xinjiang. Insomma, c'è molto lavoro per la "vigilanza" cinese e più sono strette le maglie, più ogni gesto, anche il più piccolo, riesce ad ottenere una discreta visibilità.

Monday, August 04, 2008

Olimpiadi da sogno a incubo per la leadership cinese

Finora erano state le immagini della repressione in Tibet e della fiaccola olimpica assediata dai dimostranti nelle capitali occidentali a minacciare di rovinare la festa al Partito comunista cinese. L'attentato di oggi nello Xinjiang, a quattro giorni dall'inaugurazione dei Giochi olimpici di Pechino, dimostra quanto sia potenzialmente esplosiva la combinazione tra possibili gesti disperati da parte di dissidenti e minoranze oppresse per attirare su di loro l'attenzione del mondo e una probabile reazione nazionalista dei cinesi. Da "sogno" le Olimpiadi sembrano essersi trasformate in incubo per la leadership cinese: da non vedere l'ora che finiscano per tirare un sospiro di sollievo.

Diritti umani, inquinamento, attentati. Più che celebrare i successi economici, ogni cosa sembra ricordare al mondo intero i tristi primati e i problemi irrisolti della Cina. Se le azioni terroristiche non giovano alla causa delle minoranze, qualsiasi protesta, che assuma o meno forme violente, a questo punto può solo danneggiare l'immagine di Pechino. Ieri ha ottenuto una qualche visibilità mediatica anche la protesta, vicino a Piazza Tienanmen, di un gruppo di famiglie sfrattate.

Lo Xinjiang è una vasta regione nordoccidentale, 1/6 del territorio cinese, in maggioranza abitata dagli uiguri, prevalentemente musulmani. Pechino pratica nella regione una politica di sinizzazione identica a quella attuata in Tibet, incoraggiando da decenni la migrazione di cinesi di etnia Han, che oggi rappresentano il 40% della popolazione, contro il 5% negli anni '40. Si calcola che ormai ve ne siano tra i 6 e 15 milioni.

Il Congresso mondiale degli uiguri – movimento democratico la cui leader, Rebiya Kadeer, è stata ricevuta dal presidente Bush la settimana scorsa – ha preso le distanze dal Movimento islamico del Turkestan orientale, ritenuto dai cinesi responsabile dell'attacco. Il Partito islamico del Turkestan - sigla dietro la quale, secondo l'intelligence Usa, si nasconderebbe ora il movimento - ha rivendicato le esplosioni avvenute nelle scorse settimane su un bus a Shanghai e su due nello Yunnan, e minacciato di colpire ancora durante i Giochi. Ma le cose appaiono più complicate.

Molti esperti ritengono che Pechino esageri la minaccia terroristica per giustificare una feroce repressione nei confronti della dissidenza uigura. Il Movimento islamico del Turkestan, gruppo terroristico anche secondo l'Onu, è stato accusato di preparare migliaia di attacchi, ma bisogna essere «molto sospettosi con queste cifre», osserva Andrew Nathan, della Columbia University. Molti degli atti «terroristici» che Pechino gli attribuisce non sono che «spontanee e disorganizzate forme di malcontento civile». Così farebbero pensare gli strumenti rudimentali usati nell'attacco di oggi. Secondo Nicholas Bequelin, di Human Rights Watch, l'organizzazione potrebbe persino essere defunta, o comunque non avere legami effettivi con al Qaeda.

La Cina ha rafforzato i legami diplomatici ed economici con le nazioni confinanti che avrebbero potuto avere interesse ad aiutare gli uiguri, ottenendo così la loro cooperazione nelle politiche anti-separatiste. L'intelligence cinese si è rivolta a Pakistan e Iran, perché pare che a cavallo dei confini con entrambi si nascondano nuclei di jihadisti uiguri legati sia ai talebani che alla galassia qaedista.

Eppure, da alcune fonti sembra che i jihadisti uiguri non godano di grandi simpatie all'interno di al Qaeda. «Che interesse abbiamo a spingere la Cina contro i musulmani in questo momento?», si chiede Kasir al-Asnam, uno dei membri dei forum che pubblicano sul web la propaganda di al Qaeda. In molti esprimono irritazione per l'attacco alla Cina. «Lasciate stare la Cina, adesso abbiamo altre priorità che non sono Pechino. In questo momento la Cina non è in guerra con noi. Se ci sono attacchi contro i musulmani, questi colpiscono dei diseredati che devono lasciare quelle terre e trasferirsi in Paesi islamici. Azioni di disturbo come queste invece non rispondono né alla sharia né al buon senso». In nessuno dei messaggi apparsi sui forum si sostiene l'attentato nello Xinjiang. Viene invece ricordato più volte come nessuno dei capi, da Bin Laden ad al Zawahiri, abbia mai menzionato la Cina. Realpolitik di al Qaeda?

Thursday, April 03, 2008

Uiguri in rivolta, per la Cina a rischio l'operazione-Olimpiadi

Continuano a giungere da Pechino segnali in evidente contraddizione con gli impegni presi con il Cio come condizione per l'asssegnazione dei Giochi olimpici. Hu Jia, 34 anni, il più celebre attivista umanitario della nuova generazione, è stato condannato a tre anni e mezzo di carcere per «incitazione alla sovversione dello Stato». Noto per il suo impegno in favore dei malati di Aids e della causa tibetana, per la tutela dell'ambiente e il rispetto della libertà religiose. Una conferma delle denunce di Amnesty International, secondo cui con l'approssimarsi dei Giochi si registra addirittura un arretramento degli spazi di libertà in Cina. «Costernati» gli Usa, per la condanna di Hu Jia, mentre l'Ue chiede la sua liberazione.

In serata è intervenuta anche Condoleezza Rice per bollare la condanna come «profondamente inquietante». Si tratta «esattamente di quel tipo di decisione che noi abbiamo cercato di convincere più volte la Cina a non prendere. Perchè sono azioni non soltanto contro l'interesse dei diritti umani e del rispetto della legalità, ma anche contro lo stesso interesse della Cina», ha spiegato. Confermata comunque la presenza di Bush alle Olimpiadi: «Non è importante solo per il paese che lo organizza ma anche per tutti i suoi cittadini».

Anche la Norvegia, intanto, ipotizza di boicottare la cerimonia d'apertura delle Olimpiadi, che verrebbe disertata dai vertici politici. Certa l'assenza dell'imperatore giapponese Akihito. La decisione è stata presa dal governo, a cui spetta gestire l'agenda ufficiale dell'imperatore, proprio in risposta alla repressione avvenuta in Tibet. Ulteriore motivo di attrito nei rapporti mai distesi tra Giapppone e Cina. Un'umiliazione particolare per Pechino prendere lezioni sui diritti umani proprio dal Giappone, da cui subì l'invasione della Manciuria e il massacro di Nanchino.

Ma l'appuntamento olimpico rischia sempre più di trasformarsi in un boomerang per Pechino. Uno stillicidio di proteste e rivolte potrebbe anche far fallire la gigantesca operazione di propaganda volta a mostrare al mondo l'immagine di una società "armoniosa" proiettata verso il progresso, diffondendo invece esattamente l'immagine opposta. Altro che armonia, dopo i tibetani, infatti, anche gli uiguri, il popolo turcomanno di religione islamica che abita nella vasta regione dello Xinjiang, si sono sollevati chiedendo la scarcerazione dei prigionieri politici e la libertà religiosa.

Sugli scontri del 23 e 24 marzo le autorità cinesi hanno saputo mantenere il segreto fino a ieri, per cercare di attenuare la sensazione del propagarsi in tutto il paese dei focolai di rivolta delle minoranze oppresse. Un territorio geostrategico quello dello Xinjiang: per il petrolio, gli oleodotti e i gasdotti da cui è attraversato, e per la difesa militare.

Ma il caso degli uiguri è molto di verso da quello dei tibetani. Intanto sono molti di più: 16 milioni. Non hanno un leader unico che professa la nonviolenza ma diversi leader e gruppi, alcuni democratici, altri legati al fondamentalismo islamico. La Cina è avvertita: non sarà facile incassare con le Olimpiadi il pieno successo d'immagine che si aspetta.