Oggi è il giorno di Liu Xiaobo, Nobel per la pace 2010. Prima il liberale Vargas Llosa Nobel per la letteratura, poi Liu, quest'anno i Comitati per i Nobel sembrano rinsaviti. Dopo anni di politically correct, e un anno dopo la decisione ridicola, anzi grottesca, di conferire il primo Nobel "preventivo" della storia, quello al presidente Obama, di fatto un premio alle sue buone intenzioni, per cose solo annunciate e che ancora oggi è lungi dal realizzare, il Nobel per la pace recupera una certa credibilità.
Insieme a Liu Xiaobo vincono gli attivisti per la democrazia e i diritti umani in Cina (tra cui Bao Tong), vincono i duemila sottoscrittori di Charta '08, di cui avevamo parlato due anni fa, vince l'idea di un Occidente meno timido, più fiducioso nella validità universale dei suoi principi e del suo stile di vita. E' un premio che ci ricorda quanto sia ancora lunga la strada che la Cina deve percorrere prima di ergersi a modello, e che dovrebbe ricordare ai cinesi che la crescita economica non è tutto, che non si è una superpotenza, non si è al pari di Stati Uniti ed Europa, finché non si è in grado di emanare, anziché l'immagine dell'oppressione, un modello di vita desiderabile e attraente oltre i propri confini.
Il governo cinese farà la sua sfuriata ma come al solito farà due fatiche. La sensazione infatti è che al di là della propaganda di regime, che parte d'ufficio in questi casi, tornerà molto presto al business as usual. A ben vedere, nessun incontro con il Dalai Lama, nessuna presa di posizione sul Tibet o contro la censura ha di fatto mai provocato danni permanenti ai rapporti tra le capitali occidentali e Pechino. La verità è che se non possiamo permetterci di isolare la Cina, i cinesi hanno bisogno di noi almeno quanto (e forse di più) noi di loro.
Quindi è inutile autocensurarsi, mordersi la lingua su temi come la democrazia, la libertà d'espressione, i diritti umani. La loro promozione dall'esterno e dall'interno della Repubblica popolare può, deve (perché ci conviene) andare di pari passo con lo sviluppo delle relazioni commerciali e del dialogo sulle grandi questioni globali, da quelle economico-finanziarie a quella climatica. Si può, si deve chiedere alla Cina di aprire i suoi mercati, di rinunciare alla concorrenza sleale, di rivedere la sua politica monetaria, così come si può e si deve chiederle di aprire la sua società, di avviare riforme politiche. I due approcci non sono alternativi se perseguiti in modo intelligente, perché l'interdipendenza è reciproca e dovremmo liberarci del complesso d'inferiorità secondo cui il nostro declino a vantaggio dell'ascesa cinese sarebbe inevitabile, e quindi dovremmo rinunciare a condizionare lo sviluppo anche politico della Cina.
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Friday, October 08, 2010
Tuesday, July 07, 2009
Il sano realismo dei diritti umani
Il biancio degli scontri di ieri tra polizia e manifestanti uiguri a Urumqi, nella provincia dello Xinjiang, è di 156 morti e 1434 arresti. Mentre ci sono segnali che la protesta possa allargarsi ad altre città (dimostrazioni sono segnalate a Kashgar, Yili, Dawan e Tianshan), a Urumqi diverse centinaia di persone, in maggioranza donne e ragazze, hanno sfidato la polizia tornando in strada per protestare contro la repressione e per chiedere il rilascio dei loro parenti. «Decine di migliaia di poliziotti e soldati - riporta il sito Asianews - sono stati ingaggiati per mantenere il controllo della situazione e per procedere a una serie indiscriminata di arresti e distruzioni», mentre Pechino «continua ad accusare i gruppi uiguri all'estero di aver organizzato e fomentato le rivolte». Rebiya Kadeer, l'esule uiguri accusata di essere dietro le sommosse, parlando a Washington ha detto che le violenze di questi giorni «rivelano profondi, seri problemi che il governo cinese non ha voluto affrontare o mitigare».
Nel suo editoriale di oggi, Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, commenta le parole sui diritti umani pronunciate ieri dal presidente Napolitano alla presenza del presidente cinese Hu Jintao, proprio mentre dalla Cina giungevano le notizie degli scontri e dei morti a Urumqi. «Quanto detto da Napolitano si trova tale e quale in Charta 08, un documento stilato e sottoscritto da intellettuali, accademici, attivisti e membri del Partito comunista cinese che chiedono - in modo non violento - riforme democratiche nel Paese per fermare violenze e ingiustizie provocate dai successi dello sviluppo economico cinese senza alcun rispetto per la dignità dell'uomo».
«Anche comunità religiose che non hanno - come gli uiguri e i tibetani - delle rivendicazioni territoriali subiscono le stesse violenze alla loro dignità e libertà», denuncia Cervellera, riferendosi alle comunità protestanti «sotterranee» e alle «cosiddette chiese domestiche», ma anche alla comunità cattolica, che «non sta meglio». «I vescovi ufficiali - circa 70, riconosciuti da Pechino - sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei - non riconosciuti - sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari». Alcuni di loro risultano addirittura «scomparsi da tempo»: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l'ennesima volta il 30 marzo scorso.
E' questa la lista degli "scomparsi" che fa Cervellera, che conclude così il suo editoriale, cogliendo e sottolineando il nesso tra rispetto dei diritti umani, democrazia, e sicurezza: «Se a uiguri, tibetani, attivisti democratici, protestanti, cattolici, aggiungiamo gli scontenti della crisi economica, i disoccupati e i migranti, è evidente che la Cina è seduta su una polveriera che può scoppiare da un momento all'altro e anzi sta provocando continue rivolte e scontri con esercito e polizia... Non rispettando i diritti umani, la Cina rende il mondo più vicino alla guerra». Altro che idealismo naïf, sano realismo.
Nel suo editoriale di oggi, Bernardo Cervellera, direttore di Asianews, commenta le parole sui diritti umani pronunciate ieri dal presidente Napolitano alla presenza del presidente cinese Hu Jintao, proprio mentre dalla Cina giungevano le notizie degli scontri e dei morti a Urumqi. «Quanto detto da Napolitano si trova tale e quale in Charta 08, un documento stilato e sottoscritto da intellettuali, accademici, attivisti e membri del Partito comunista cinese che chiedono - in modo non violento - riforme democratiche nel Paese per fermare violenze e ingiustizie provocate dai successi dello sviluppo economico cinese senza alcun rispetto per la dignità dell'uomo».
«I folli risultati - si legge nel documento - sono una endemica corruzione dei quadri, un minare lo Stato di diritto, mancanza di tutela dei diritti della popolazione, perdita di etica, capitalismo grossolano, polarizzazione della società fra ricchi e poveri, sfruttamento e abuso dell'ambiente naturale, dell'ambiente umano e storico, un acutizzarsi di una lunga lista di conflitti sociali, in particolare un indurimento dell'animosità fra rappresentanti ufficiali e gente ordinaria».I promotori di Charta 08 osservano anche che «conflitti e crisi crescono di intensità» giorno per giorno, come confermano gli scontri fra la popolazione locale di etnia uiguri e la polizia nello Xinjiang. «Sebbene la Cina continui ad accusare gruppi di uiguri all'estero, tutti sanno che il problema è interno e dura da decenni», commenta padre Cervellera.
«Con la scusa di combattere il terrorismo islamico Pechino sta colonizzando la regione e opprime con leggi d'emergenza la popolazione e la sua religiosità... L'emarginazione sociale e politica a cui sono sottomessi gli uiguri nella loro terra è pari solo alla stessa emarginazione e accuse subite dai tibetani nel Qinghai o nella regione "autonoma" del Tibet».Le proteste di questi giorni, fa notare il direttore di Asianews, «ricalcano da vicino i fatti e le teorie sulla rivolta tibetana prima delle Olimpiadi. Anche nel marzo 2008 una manifestazione pacifica si è trasformata in uno scontro violento con l'esercito che ha fatto decine di morti, a cui sono seguiti migliaia di arresti e legge marziale». Ma la violenza verso minoranze uiguri e tibetane «non è diversa da quella subita da altri gruppi»: attivisti per i diritti umani, avvocati e contadini che combattono le prepotenze delle autorità e trovano «la stessa risposta del governo: il soffocamento e la repressione».
«Anche comunità religiose che non hanno - come gli uiguri e i tibetani - delle rivendicazioni territoriali subiscono le stesse violenze alla loro dignità e libertà», denuncia Cervellera, riferendosi alle comunità protestanti «sotterranee» e alle «cosiddette chiese domestiche», ma anche alla comunità cattolica, che «non sta meglio». «I vescovi ufficiali - circa 70, riconosciuti da Pechino - sono ormai sotto un controllo ferreo perché segretamente riconciliati col papa. I vescovi sotterranei - non riconosciuti - sono tutti (circa 40) agli arresti domiciliari». Alcuni di loro risultano addirittura «scomparsi da tempo»: mons. Giacomo Su Zhimin (diocesi di Baoding, Hebei), 75 anni, arrestato e scomparso dal 1996; mons. Cosma Shi Enxiang (diocesi di Yixian, Hebei), 86 anni, arrestato e scomparso il 13 aprile 2001; mons. Giulio Jia Zhiguo, scomparso per l'ennesima volta il 30 marzo scorso.
E' questa la lista degli "scomparsi" che fa Cervellera, che conclude così il suo editoriale, cogliendo e sottolineando il nesso tra rispetto dei diritti umani, democrazia, e sicurezza: «Se a uiguri, tibetani, attivisti democratici, protestanti, cattolici, aggiungiamo gli scontenti della crisi economica, i disoccupati e i migranti, è evidente che la Cina è seduta su una polveriera che può scoppiare da un momento all'altro e anzi sta provocando continue rivolte e scontri con esercito e polizia... Non rispettando i diritti umani, la Cina rende il mondo più vicino alla guerra». Altro che idealismo naïf, sano realismo.
Wednesday, April 22, 2009
Le critiche del Dalai Lama e la risposta del regime a Charta 08
In una conferenza stampa tenuta oggi a Tokyo, il Dalai Lama è tornato a criticare la Cina. Sfiduciato dall'assenza di risultati della sua ultradecennale politica della "Via di mezzo", negli ultimi tempi le sue critiche si sono fatte più dure ed esplicite, quasi a voler dimostrare ai tibetani in Tibet di tenere in considerazione la loro crescente frustrazione. Lo stallo nei colloqui con Pechino e l'inasprimento della repressione spingono sempre più tibetani a criticare la moderazione del Dalai Lama e a sostenere una linea d'azione più radicale.
Ma nelle sue più recenti critiche al governo cinese il Dalai Lama sembra anche concentrarsi più sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Cina che solo sulla questione tibetana. «Una nazione così grande come la Cina si comporta come un bambino». Il governo arresta «regolarmente» chi è in dissenso verso la sua politica, ma «una grande nazione di oltre un miliardo di persone non deve avere paura» di ogni minimo dissenso, osserva il Dalai Lama. La Cina è «una potenza demografica, militare, ed economica. Ora la quarta condizione perché diventi una superpotenza è l'autorità morale. In questo è carente». E la chiave per guadagnarsi l'autorità morale è la «fiducia». «Una ragione di debolezza del governo cinese – spiega – è che non c'è trasparenza, dà sempre notizie distorte». Quello della trasparenza e della fiducia nelle comunicazioni del governo è in effetti un tasto al quale gli stessi cinesi stanno diventando molto sensibili.
Tra i paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani che nei giorni scorsi hanno partecipato alla conferenza dell'Onu sul razzismo c'era anche la Cina, che è riuscita ad ottenere l'esclusione dalla conferenza del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), ong ammessa al primo appuntamento di Durban nel 2001. All'agenzia di stampa Asianews il direttore del Centro ha denunciato l'esclusione e raccontato il «sistematico razzismo» praticato dalle autorità cinesi nei confronti dei tibetani.
Eppure, qualcosa sembra muoversi all'interno del regime cinese. All'inizio della settimana scorsa il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani", nel quale in perfetto stile comunista vengono "pianificati" gli obiettivi del prossimo biennio nel campo dei diritti civili e sociali. Ne abbiamo parlato qualche post fa.
Al di là della sua attuazione - piuttosto improbabile - è importante l'ammissione implicita da parte del Partito dell'esistenza di diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla mera sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini. Da sempre infatti Pechino afferma che i diritti umani come concepiti in occidente non siano applicabili alla diversa realtà cinese. Il Piano indica ancora come prioritaria «la protezione dei diritti del popolo alla sussistenza» (mangiare, abitare, vestirsi), ponendosi gli obiettivi di aumentare i redditi, creare 180 milioni di nuovi posti di lavoro, costruire case popolari, ma per la prima volta accanto ad essi compaiono diritti umani di diversa fattispecie. La stessa agenzia di stampa ufficiale Xinhua riferisce che «il governo ha ammesso che la Cina ha davanti una lunga strada nel tentativo di migliorare la situazione dei diritti umani».
Siamo di fronte ad un cambiamento di visione? Di certo una concessione, anche se solo formale, alla quale potranno appellarsi quanti si battono per i diritti umani in Cina e la comunità internazionale. E di certo, come osserva Enzo Reale su Laogai.it, «è significativo che questo programma d'azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant'anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani».
Ma nelle sue più recenti critiche al governo cinese il Dalai Lama sembra anche concentrarsi più sulle violazioni dei diritti umani in tutta la Cina che solo sulla questione tibetana. «Una nazione così grande come la Cina si comporta come un bambino». Il governo arresta «regolarmente» chi è in dissenso verso la sua politica, ma «una grande nazione di oltre un miliardo di persone non deve avere paura» di ogni minimo dissenso, osserva il Dalai Lama. La Cina è «una potenza demografica, militare, ed economica. Ora la quarta condizione perché diventi una superpotenza è l'autorità morale. In questo è carente». E la chiave per guadagnarsi l'autorità morale è la «fiducia». «Una ragione di debolezza del governo cinese – spiega – è che non c'è trasparenza, dà sempre notizie distorte». Quello della trasparenza e della fiducia nelle comunicazioni del governo è in effetti un tasto al quale gli stessi cinesi stanno diventando molto sensibili.
Tra i paesi responsabili del maggior numero di violazioni dei diritti umani che nei giorni scorsi hanno partecipato alla conferenza dell'Onu sul razzismo c'era anche la Cina, che è riuscita ad ottenere l'esclusione dalla conferenza del Tibetan Centre for Human Rights and Democracy (Tchrd), ong ammessa al primo appuntamento di Durban nel 2001. All'agenzia di stampa Asianews il direttore del Centro ha denunciato l'esclusione e raccontato il «sistematico razzismo» praticato dalle autorità cinesi nei confronti dei tibetani.
Eppure, qualcosa sembra muoversi all'interno del regime cinese. All'inizio della settimana scorsa il Consiglio di Stato ha pubblicato il primo "Piano di azione nazionale per i diritti umani", nel quale in perfetto stile comunista vengono "pianificati" gli obiettivi del prossimo biennio nel campo dei diritti civili e sociali. Ne abbiamo parlato qualche post fa.
Al di là della sua attuazione - piuttosto improbabile - è importante l'ammissione implicita da parte del Partito dell'esistenza di diritti umani fondamentali diversi dal diritto del popolo alla mera sussistenza, in nome del quale Pechino ha sempre giustificato i suoi più orrendi crimini. Da sempre infatti Pechino afferma che i diritti umani come concepiti in occidente non siano applicabili alla diversa realtà cinese. Il Piano indica ancora come prioritaria «la protezione dei diritti del popolo alla sussistenza» (mangiare, abitare, vestirsi), ponendosi gli obiettivi di aumentare i redditi, creare 180 milioni di nuovi posti di lavoro, costruire case popolari, ma per la prima volta accanto ad essi compaiono diritti umani di diversa fattispecie. La stessa agenzia di stampa ufficiale Xinhua riferisce che «il governo ha ammesso che la Cina ha davanti una lunga strada nel tentativo di migliorare la situazione dei diritti umani».
Siamo di fronte ad un cambiamento di visione? Di certo una concessione, anche se solo formale, alla quale potranno appellarsi quanti si battono per i diritti umani in Cina e la comunità internazionale. E di certo, come osserva Enzo Reale su Laogai.it, «è significativo che questo programma d'azione arrivi solo pochi mesi dopo la diffusione della Charta 08, ovvero il più importante manifesto politico prodotto dalla società civile cinese nei sessant'anni di dittatura comunista. In un certo senso il Piano rappresenta la goffa risposta del governo cinese alla dichiarazione dei trecento e ne conferma involontariamente la rilevanza politica. I promotori e i firmatari della Charta 08 ottengono in questo modo una doppia vittoria: in primo luogo perché il documento è evidentemente riuscito a bucare le maglie della censura e del silenzio ufficiale, diventando un punto di riferimento anche per i suoi oppositori; ma soprattutto perché obbliga il Partito Comunista a misurarsi sul terreno dei diritti umani».
Tuesday, March 31, 2009
In Tibet si muore. E Charta '08 continua a fare proseliti
In Tibet continuano, sia pure isolate, le proteste, ma ogni minima protesta viene stroncata e spesso chi protesta muore. La polizia cinese - riporta Asianews - ha picchiato a morte un monaco di 27 anni che distribuiva volantini in cui si invitavano i contadini a non coltivare la terra per protesta contro la persecuzione cinese e a pregare per i tibetani uccisi nelle proteste del 2008. «All'arrivo della polizia è fuggito, ma lo hanno preso e picchiato fino ad ucciderlo sul posto. Poi hanno gettato il corpo in un burrone, per nasconderlo. I monaci hanno recuperato il corpo e lo hanno portato alla polizia per sporgere denuncia, ma la polizia non ha voluto riceverla. Le autorità parlano di suicidio o di caduta accidentale».
Non va meglio ai cattolici. Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Hebei), è stato sequestrato ieri pomeriggio (alle 16 ore locali) dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. «Da anni Mons. Jia - scrive Bernardo Cervellera - subisce sequestri e isolamenti che lo tengono lontano per mesi dalla sua comunità. Durante questi periodi la polizia cerca di indottrinarlo sulla politica religiosa del Partito e lo spinge ad aderire all'Associazione patriottica». Il nuovo sequestro avviene mentre in Vaticano si riunisce la Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina.
Ma qualcosa continua a muoversi in Cina, nonostante tutto. Sono trascorsi quattro mesi dal lancio del manifesto Charta '08 e il regime vorrebbe far pensare al mondo che il movimento è già morto. «E' vero il contrario», scrive oggi il Wall Street Journal. Dal dicembre scorso oltre 8.500 cittadini cinesi hanno sottoscritto l'appello per una democrazia multipartitica. Ci vuole coraggio, dal momento che almeno 100 firmatari sarebbero stati arrestati, interrogati o intimiditi. Uno dei promotori, Liu Xiaobo, è detenuto in un luogo sconosciuto dall'8 dicembre. Tuttavia, l'iniziativa non perde il suo slancio e, anzi, ha aperto un sottile varco per le voci del dissenso, incentivando altre petizioni.
Tra di esse, una lettera aperta in cui importanti membri del Partito comunista chiedono più trasparenza e la petizione "Citizens' Oversight Group Appeal", in cui si chiede maggiore trasparenza da parte del governo. Il promotore, Guo Yongfeng, sostiene che oltre 10 mila persone l'hanno sottoscritta e che è stato tenuto agli arresti per due settimane mentre l'Assemblea del Popolo a Pechino era in sessione. «E' improbabile che queste petizioni portino a cambiamenti politici nel breve termine, ma come gli eventi dei mesi scorsi hanno dimostrato, non sono neanche inutili», commenta il Wall Street Journal. Charta '08 sta ancora circolando - soprattutto per email - e continua a fare proseliti. «E' segno che i suoi effetti continueranno a manifestarsi e che il giorno dei democratici verrà», conclude ottimisticamente il WSJ.
Non va meglio ai cattolici. Mons. Giulio Jia Zhiguo, vescovo sotterraneo di Zhengding (Hebei), è stato sequestrato ieri pomeriggio (alle 16 ore locali) dalla polizia e portato in un luogo sconosciuto. «Da anni Mons. Jia - scrive Bernardo Cervellera - subisce sequestri e isolamenti che lo tengono lontano per mesi dalla sua comunità. Durante questi periodi la polizia cerca di indottrinarlo sulla politica religiosa del Partito e lo spinge ad aderire all'Associazione patriottica». Il nuovo sequestro avviene mentre in Vaticano si riunisce la Commissione plenaria sulla Chiesa in Cina.
Ma qualcosa continua a muoversi in Cina, nonostante tutto. Sono trascorsi quattro mesi dal lancio del manifesto Charta '08 e il regime vorrebbe far pensare al mondo che il movimento è già morto. «E' vero il contrario», scrive oggi il Wall Street Journal. Dal dicembre scorso oltre 8.500 cittadini cinesi hanno sottoscritto l'appello per una democrazia multipartitica. Ci vuole coraggio, dal momento che almeno 100 firmatari sarebbero stati arrestati, interrogati o intimiditi. Uno dei promotori, Liu Xiaobo, è detenuto in un luogo sconosciuto dall'8 dicembre. Tuttavia, l'iniziativa non perde il suo slancio e, anzi, ha aperto un sottile varco per le voci del dissenso, incentivando altre petizioni.
Tra di esse, una lettera aperta in cui importanti membri del Partito comunista chiedono più trasparenza e la petizione "Citizens' Oversight Group Appeal", in cui si chiede maggiore trasparenza da parte del governo. Il promotore, Guo Yongfeng, sostiene che oltre 10 mila persone l'hanno sottoscritta e che è stato tenuto agli arresti per due settimane mentre l'Assemblea del Popolo a Pechino era in sessione. «E' improbabile che queste petizioni portino a cambiamenti politici nel breve termine, ma come gli eventi dei mesi scorsi hanno dimostrato, non sono neanche inutili», commenta il Wall Street Journal. Charta '08 sta ancora circolando - soprattutto per email - e continua a fare proseliti. «E' segno che i suoi effetti continueranno a manifestarsi e che il giorno dei democratici verrà», conclude ottimisticamente il WSJ.
Monday, March 09, 2009
Vigilia di tensione in Tibet
Sale la tensione in Tibet alla vigilia del 50esimo anniversario della più grande rivolta contro l'occupazione cinese. Un evento altamente simbolico per la resistenza tibetana. Era il 10 marzo 1959 e la rivolta si concluse con una sanguinosa repressione ad opera dell'esercito cinese e con la fuga in esilio del Dalai Lama. Ora il regime teme che si ripetano le proteste scoppiate il 10 marzo di un anno fa, quando a seguito dell'arresto di centinaia di monaci migliaia di dimostranti riempirono le strade e attirarono l'attenzione dei media di tutto il mondo. I movimenti dei tibetani in esilio in India hanno annunciato «manifestazioni spettacolari» per commemorare l'anniversario.
Per questo, Lhasa e le altre città tibetane sono militarizzate. Rigidissimi i controlli di polizia ed esercito per le strade. Truppe schierate alle frontiere. Ieri i primi scontri, nella provincia tibetana del Qinghai, tra alcune decine di manifestanti e la polizia. Questa mattina un'auto della polizia e un autocarro dei pompieri sono stati fatti saltare con l'esplosivo. Sempre nella provincia del Qinghai più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, un terzo dei circa 300 che vi abitano, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio. Per aver intervistato alcuni monaci nel Quinghai sono stati fermati e interrogati oggi, per 3 ore, due giornalisti italiani.
Robert J. Barnett, un esperto di Tibet intervistato dal Council on Foreign Relations, conferma che il governo è piuttosto «nervoso» per la ricorrenza di domani. Pechino «sperava in una luna di miele» con l'amministrazione Obama dopo la recente visita del segretario di Stato Hillary Clinton, ma le sue speranze rischiano di rimanere disattese se dovesse esplodere di nuovo la situazione in Tibet. I contrasti sul Tibet «potrebbero essere risolti», ma il governo cinese deve fare di più, secondo Barnett, che indica due ordini di problemi, uno dei quali Pechino dovrebbe affrontare subito perché insostenibile:
Oggi pomeriggio, intervenendo alla presentazione del rapporto dello European Council on Foreign Relation sui rapporti tra Unione europea a Cina, il ministro degli Esteri Frattini ci ha spiegato che «dobbiamo considerare la Cina come partner politico e strategico complessivo, non solo economico». Solo così potremo parlare di diritti umani con Pechino: «Se vogliamo avere una prospettiva realistica di incidere sui diritti umani la Cina deve essere un attore con cui si parla di tutto. Credo che su alcune tematiche la Cina sia troppo poco consultata».
Al prossimo vertice Ue-Cina ci sarà «una riflessione congiunta sulla governance non solo economica ma anche politica». In questo modo, «avremo una leva maggiore per ragionare di diritti umani e per favorire una ripresa del dialogo tra i la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama». Staremo a vedere, ma a questo dialogo sembrano crederci in pochi.
Intanto, il dissidente cinese Bao Tong, tra i firmatari di Charta '08 ed ex membro del Comitato centrale comunista prima del massacro di Tienanmen, si rivolge ai delegati dell'Assemblea nazionale con una lettera aperta (trad. di Asianews) nella quale avverte che «il potere assoluto del Partito soffocherà il popolo e l'economia».
Per questo, Lhasa e le altre città tibetane sono militarizzate. Rigidissimi i controlli di polizia ed esercito per le strade. Truppe schierate alle frontiere. Ieri i primi scontri, nella provincia tibetana del Qinghai, tra alcune decine di manifestanti e la polizia. Questa mattina un'auto della polizia e un autocarro dei pompieri sono stati fatti saltare con l'esplosivo. Sempre nella provincia del Qinghai più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, un terzo dei circa 300 che vi abitano, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio. Per aver intervistato alcuni monaci nel Quinghai sono stati fermati e interrogati oggi, per 3 ore, due giornalisti italiani.
Robert J. Barnett, un esperto di Tibet intervistato dal Council on Foreign Relations, conferma che il governo è piuttosto «nervoso» per la ricorrenza di domani. Pechino «sperava in una luna di miele» con l'amministrazione Obama dopo la recente visita del segretario di Stato Hillary Clinton, ma le sue speranze rischiano di rimanere disattese se dovesse esplodere di nuovo la situazione in Tibet. I contrasti sul Tibet «potrebbero essere risolti», ma il governo cinese deve fare di più, secondo Barnett, che indica due ordini di problemi, uno dei quali Pechino dovrebbe affrontare subito perché insostenibile:
The easy way for the Chinese to solve it, if they wanted to, is to break the Tibetan problem into two kinds of issues. They should separate the difficult talks about autonomy and the Dalai Lama's status, which they're nervous about, from the easy issues, which are about religion, and migration, and development. Lots of Tibetans in Tibet have told them, "Stop demonizing the Dalai Lama, allow people to practice religion, and regulate the migration of non-Tibetans into the area." That's pretty straightforward. Every other country in the world does that almost normatively. So these are the easy ways it could build up huge political capital very very quickly in Tibet, and that would be welcomed. The question is, does China have the political will that allows the leaders to take that kind of step? I think they will have to do that. It's unsustainable, keeping one-third of your country under military garrison every so often.Ma intanto è ancora in atto la campagna del regime contro il Dalai Lama, dipinto come terrorista e separatista. Il presidente cinese Hu Jintao ha esortato i funzionari tibetani a erigere una nuova «Grande muraglia contro il separatismo».
Oggi pomeriggio, intervenendo alla presentazione del rapporto dello European Council on Foreign Relation sui rapporti tra Unione europea a Cina, il ministro degli Esteri Frattini ci ha spiegato che «dobbiamo considerare la Cina come partner politico e strategico complessivo, non solo economico». Solo così potremo parlare di diritti umani con Pechino: «Se vogliamo avere una prospettiva realistica di incidere sui diritti umani la Cina deve essere un attore con cui si parla di tutto. Credo che su alcune tematiche la Cina sia troppo poco consultata».
Al prossimo vertice Ue-Cina ci sarà «una riflessione congiunta sulla governance non solo economica ma anche politica». In questo modo, «avremo una leva maggiore per ragionare di diritti umani e per favorire una ripresa del dialogo tra i la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama». Staremo a vedere, ma a questo dialogo sembrano crederci in pochi.
Intanto, il dissidente cinese Bao Tong, tra i firmatari di Charta '08 ed ex membro del Comitato centrale comunista prima del massacro di Tienanmen, si rivolge ai delegati dell'Assemblea nazionale con una lettera aperta (trad. di Asianews) nella quale avverte che «il potere assoluto del Partito soffocherà il popolo e l'economia».
Tuesday, February 03, 2009
Da non perdere
Christian Rocca torna a trattare la complessa questione giuridica stato di diritto-sicurezza nazionale. L'aveva già fatto, ma è sempre utile tornarci, per i pochi - ahimé - interessati a capire e a non accontentarsi delle banalità che si sentono e si leggono sui mainstream media.
Il problema della detenzione dei terroristi non nasce con l'11 settembre, né per la cattiveria di Bush, anche se dopo l'11 settembre e con Bush ha assunto una enorme visibilità. E' un problema giuridico complesso, perché ai terroristi è difficilmente applicabile lo status di belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra. Una «convenzione» sulla quale - come dice il nome stesso - tutte le parti in conflitto (gli stati) devono convenire.
Enzo Reale torna su Charta 08, l'appello per le riforme democratiche in Cina sottoscritto da migliaia di cittadini cinesi, sia famosi dissidenti che gente comune.
Il problema della detenzione dei terroristi non nasce con l'11 settembre, né per la cattiveria di Bush, anche se dopo l'11 settembre e con Bush ha assunto una enorme visibilità. E' un problema giuridico complesso, perché ai terroristi è difficilmente applicabile lo status di belligeranti secondo la Convenzione di Ginevra. Una «convenzione» sulla quale - come dice il nome stesso - tutte le parti in conflitto (gli stati) devono convenire.
Enzo Reale torna su Charta 08, l'appello per le riforme democratiche in Cina sottoscritto da migliaia di cittadini cinesi, sia famosi dissidenti che gente comune.
«Non è tanto la diffusione del testo tra la popolazione quanto la coerenza e la novità dei principi esposti a rappresentare un punto di rottura destinato a produrre conseguenze, lentamente ma inesorabilmente... per i nemici o gli scettici della democrazia, c'è sempre una scusa per ritardare la fine dell'autoritarismo: o perché le cose vanno troppo bene e vuoi mica toccarle, o perché vanno male e allora perché infierire, o perché ci pensa il Partito a riformarsi e siamo ancora tutti qui ad aspettare».E il regime studia le tattiche migliori per reprimere il fenomeno sul nascere. Ne è un esempio il comunicato appeso nella bacheca dell'Università di Legge di Pechino. Su 1972.
Wednesday, December 17, 2008
Charta 08, nuova ondata di arresti tra i firmatari
Un manifesto per la democrazia i cui promotori fanno paura al regime perché tra loro potrebbe esserci la futura classe dirigente cinese, come avvenne in Cecoslovacchia con Charta '77. Lettera aperta di Bao Tong al governoUna forma di dissenso impensabile nella Cina di oggi – che sembra scalfire l'immagine di un popolo cementato da un monolitico nazionalismo – sta da qualche settimana impegnando l'apparato repressivo del regime di Pechino. Prosegue e si estende, infatti, la repressione contro Charta 08, riporta il sito Asianews. Si contano a decine i firmatari interrogati, minacciati, posti sotto controllo o agli arresti, secondo ordini che vengono «da molto in alto».
Charta 08 è un documento (testo integrale) in cui si chiede al governo di Pechino di trasformare il sistema autoritario e corrotto cinese in una democrazia pluralista e rispettosa dei diritti umani, compresa la libertà religiosa. Centinaia i firmatari, che hanno scelto volutamente il 10 dicembre, 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani, per esporre la loro visione di una Cina democratica. Ciò che spaventa il regime è che tra di essi non ci sono solo noti dissidenti e intellettuali, ma anche funzionari di medio livello, leader rurali e comuni cittadini.
Per di più Charta 08 si richiama esplicitamente a Charta '77, il documento firmato nel 1977 da centinaia di intellettuali e attivisti cechi e slovacchi, in cui si criticava il governo comunista della Cecoslovacchia per il mancato rispetto degli impegni in materia di diritti umani sottoscritti a livello internazionale, per esempio con l’atto finale della conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (1975). L'influenza di Charta '77 fu tutto sommato modesta in patria, ma enorme in Occidente, contribuendo ad aumentare la pressione esterna sul blocco comunista. Tra i firmatari, Vaclav Havel, che sarebbe poi divenuto presidente della Repubblica Ceca.
Per il suo potenziale di visibilità internazionale il documento è molto temuto dalle autorità cinesi. Come successe per Charta '77, anche alcuni firmatari di Charta 08 potrebbero diventare interlocutori politici dei governi e dei parlamenti occidentali e tra di essi potrebbero esserci i leader della Cina democratica del futuro. Charta 08 costituisce quindi un'associazione sia pure informale di cittadini che sfidano il potere unico del Partito comunista cinese. Il testo tradotto in inglese verrà pubblicato sul numero di gennaio della New York Review of Books e la speranza è che ottenga nel mondo, e soprattutto in occidente, la stessa visibilità e considerazione che ebbe Charta '77.
Sebbene sia stato censurato su internet, dal 9 dicembre il manifesto continua a circolare su blog e siti web. Liu Xiaobo, dissidente dall'epoca di Piazza Tiananmen, è stato arrestato con l'accusa di «istigazione alla sovversione contro lo Stato» e quando sua moglie ha chiesto notizie di lui la polizia le ha risposto solo che l'arresto è stato deciso «a un livello davvero alto».
L'ex leader comunista Bao Tong, per 20 anni agli arresti domiciliari, ha sottoscritto Charta 08 firmandosi «un cittadino» e in una lettera aperta chiede al governo cinese di spiegare perché, in che modo, questo documento sarebbe contrario alla legge e osserva che in nessuna sua parte è contro lo Stato.
«Chiedo al governo cinese di rispondermi: "Che crimine c'è in Charta 08?". I concetti-base della Carta sono libertà, diritti umani, uguaglianza, ordine repubblicano, democrazia, dominio della Costituzione. Così, chiedo a chi ha il potere che voglia per cortesia dire a 1,3 miliardi di persone perché la libertà è un crimine, perché lo sono i diritti umani, l'uguaglianza, il governo repubblicano, e in cosa sono delittuosi la democrazia e lo stato di diritto sotto la Costituzione?»Bao Tong indica il governo come responsabile di «perquisizioni, arresti e interrogatori» nei confronti dei firmatari del manifesto e osserva:
«Se c'è un problema al livello di base, esso va corretto a un livello superiore. Se un incidente accade più in alto nella catena di comando, allora spetta a un livello ancora più in alto intervenire. Se il problema è al massimo livello, allora è la popolazione che deve fare qualcosa. In una repubblica ci dovrebbe essere un meccanismo per correggere i problemi. Una repubblica in cui alle cose ingiuste è permesso di rimanere tali e nella quale le ingiustizie si accumulano una sull'altra, non è degna di essere chiamata repubblica. Mentre siedo qui tranquillo in attesa che la mia abitazione sia perquisita, in attesa di essere arrestato e interrogato, con pari calma attendo una risposta dalle autorità».
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