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Thursday, June 04, 2009

La Clinton fa infuriare Pechino su Tienanmen

Eccezionali misure di sicurezza, restrizioni, divieti e censure. Linea dura delle autorità cinesi nel ventesimo anniversario del massacro di Piazza Tienanmen. Centinaia di poliziotti in borghese e in divisa hanno bloccato la piazza. A giornalisti e fotografi stranieri è proibito l'accesso. Ai turisti invece è permesso entrare ma solo dopo aver passato posti di blocco dove vengono controllati identità e passaporti e perquisite le borse alla ricerca di volantini e striscioni che possano ricordare la repressione e il movimento degli studenti.

Oltre 160 tra i siti internet più popolari sono stati oscurati (Twitter, Flickr e Hotmail), in «manutenzione tecnica» fino a sabato. Inaccessibile da marzo YouTube, il portale più famoso per la condivisione dei video, su cui si trovano decine di filmati su Tienanmen. Almeno 65 persone sono agli arresti domiciliari o sono state "invitate" a lasciare Pechino. Tra questi il dissidente Bao Tong, che nei giorni scorsi ha fatto in tempo a concedere un'intervista al Wall Street Journal, prima che gli venisse proibito qualsiasi contatto con i media occidentali e fosse "invitato" anche lui ad allontanarsi da Pechino per qualche giorno.

In tutto questo, però, ha battuto un colpo l'amministrazione Obama, finalmente. Ieri sera il segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, ha voluto ricordare con un messaggio ufficiale il ventesimo anniversario della "violenta repressione" dei dimostranti in Piazza Tienanmen, chiedendo a Pechino di fare luce su quei tragici eventi.
«Dovremmo ricordare la tragica perdita di centinaia di vite innocenti e riflettere sul significato degli eventi che precedettero quel giorno. Centinaia di migliaia di amnifestanti scesero nelle strade per settimane, a Pechino e nel paese, prima per rendere onore al defunto leader riformista Hu Yaobang, poi per rivendicare diritti fondamentali negati loro».
Poi l'appello alle autorità cinesi:
«Una Cina che ha fatto enormi progressi economici e che sta emergendo per assumere il suo giusto ruolo nella leadership globale, dovrebbe riesaminare apertamente gli eventi più bui del suo passato e fornire un bilancio ufficiale delle persone uccise, detenute o scomparse».
Sia per sapere che per «rimarginare» la ferita. Questo anniversario, ha aggiunto la Clinton, offre alle autorità cinesi un'occasione per rilasciare tutti coloro che sono ancora in prigione a causa degli eventi di quei giorni del 1989.
«Noi esortiamo la Cina a porre fine alle vessazioni nei confronti dei partecipanti alle dimostrazioni e ad avviare un dialogo con i parenti delle vittime, incluse le Madri di Tienanmen. La Cina può onorare la memoria di quel giorno dando allo stato di diritto, alla tutela dei diritti umani internazionalmente riconosciuti, e allo sviluppo democratico la stessa priorità che ha dato alla riforma economica».
«Accuse senza fondamento», ha reagito malamente il Ministero degli Esteri cinese, esprimendo «profondo malcontento» per le parole di H. Clinton, definite «una grossolana interferenza negli affari interni cinesi»:
«Esortiamo gli Stati Uniti a mettere da parte i propri pregiudizi politici e a correggere i propri errori oltre che ad astenersi dal pregiudicare o minare le relazioni bilaterali».
«Sull'incidente politico che ha avuto luogo alla fine degli anni Ottanta, il partito e il governo hanno già tratto le loro conclusioni», ha dichiarato il portavoce del Ministero degli Esteri: fu una «ribellione contro-rivoluzionaria». No comment sulle eccezionali misure di sicurezza di questi giorni. «Oggi è un giorno come tutti gli altri, stabile», ha sancito coprendosi di ridicolo più meno come quel bizzarro ministro di Saddam che continuava a cantare vittoria con gli americani alle porte di Baghdad.

Tienanmen è ancora qui

Oggi, 4 giugno, sono vent'anni dal massacro di Piazza Tienanmen, ma sembra ieri. E il volto, i volti, della dittatura cinese sono sempre gli stessi, nonostante gli enormi cambiamenti socio-economici. "Tiananmen Is Still Here" («Tienanmen è ancora qui»), dice Bao Tong, dai suoi arresti domiciliari a Pechino, al Wall Street Journal.
All of China's major social problems today arise from the influence of June 4... Tiananmen is still here. However, it's not a Tiananmen massacre, it's suppression in the style of a "little Tiananmen"... A "little Tiananmen" incident is using the police, using violence or using power to suppress the common people. This is happening everywhere... Every four minutes there is a protest with more than 100 people [Mr. Bao cites a report that estimates China sees 100,000 protests per year, up from 80,000 three years ago]... Using the police to resolve disputes has become so common, it's as normal as eating a meal or drinking tea. So how many "little Tiananmens" are there? How many little Deng Xiaopings are there?
Per Bao Tong la memoria di Tienanmen, la revisione storica di ciò che realmente accadde, l'ammissione degli errori e delle colpe, è vitale per il futuro della Cina:
You have to say it clearly: It's not a good system, it's a bad system. It has to be stated that the people who were killed were good people, and they shouldn't have been killed... We must announce that Tiananmen was a criminal action. That soldiers, from now on and forever, cannot oppose the common people. This gun cannot be pointed at the people.
Purtroppo, a vent'anni da quel crimine, Bao Tong ammette che il regime è più al sicuro oggi, la minaccia al potere del partito unico minore di quanto lo fosse all'epoca:
At that time, people could say Mao Zedong was wrong. Today, they can't say Deng Xiaoping was wrong. The spread of the Internet is a good thing, but it is also a bad thing. Because in the hands of the government, it becomes a tool for brainwashing.
Pechino mantiene il suo controllo sul popolo cinese con la crescita economica, concedendo sussidi, assicurando da mangiare.
China can survive. But China will not be able to resolve the fundamental conflict between the government and the people... In the long-term view, it's a big problem.
Un grosso problema la cui unica soluzione è la democrazia parlamentare. E la via cinese alla democrazia, secondo Bao Tong, potrebbe essere un sindacato indipendente, come Solidarnosc in Polonia:
Some people say China has its own unique characteristics and should follow its own path. I don't believe that. As I see it, China uses the same light bulbs as the rest of the world. They aren't light bulbs with Chinese characteristics... Let the peasant workers form their own unions, and have their own elections.
Anche le pressioni internazionali contano:
I want the international community, when looking at China, to put China's human-rights record in the spotlight. If a government doesn't take responsibility for its own people, it can't take responsibility on the international stage.
La speranza del cambiamento viene tenuta viva anche dagli imprenditori e dal nuovo ceto medio, ma solo da parte di essi, spiega Bao Tong:
There are two types of entrepreneurs: One type relies on himself and his own strength. Another type relies on the government, connections and backdoor favors. These two types of entrepreneurs have different hopes for China's future. Those who depend on the government's wealth, they like one-party rule... But independent entrepreneurs, who rely on their own ability to compete in the market - what they really want is equality and for the same rules of the game to be applied to everyone. Of course they cannot live very happily in a one-party state. What they want, I believe, is also parliamentary democracy. It's just like Zhao Ziyang said: Only parliamentary democracy can really complement a market economy.
Con l'avvicinarsi dell'anniversario a Bao Tong è stato proibito qualsiasi contatto con i media dopo questa intervista al WSJ e, per maggior sicurezza, "invitato" a lasciare Pechino per alcuni giorni.

Su Asianews, le riflessioni di Wei Jingsheng:
Quale potere ha invece incoraggiato il popolo cinese fino a rischiare le loro vite in un confronto con il governo dittatoriale, equipaggiato di carri armati e di mitragliatrici? È la libertà. La sete di libertà e quel poco spazio di libertà di parola durato due mesi ha prodotto il grande coraggio del mio popolo.
E mentre le autorità "commemorano" Tiananmen con arresti, siti internet oscurati, e controlli sui turisti, è uscito in inglese, ne avevo parlato qualche giorno fa, il libro di memorie di Zhao Ziyang, segretario del Partito comunista cinese all'epoca della sanguinosa repressione, colui che dall'interno del regime sosteneva il dialogo con gli studenti. Andò diversamente, come sappiamo. Vi consiglio vivamente la "pre-recensione" di 1972, come al solito impeccabile:
Ovviamente salva se stesso, contrapponendo la sua mentalità aperta e riformatrice alle chiusure dei vertici. Ma al di là del punto di vista comprensibilmente soggettivo, il documento storico è di una importanza epocale, se si considera che oggi in Cina l'argomento è di fatto bandito dalla discussione politica e che la versione ufficiale delle proteste democratiche come "disordini controrivoluzionari" resta l'unica accettata... Sugli studenti il suo giudizio rivela alcuni problemi di interpretazione: secondo lui la più grande richiesta di libertà nella storia cinese si poteva risolvere con alcune piccole correzioni degli errori di gestione. Non volevano il rovesciamento del sistema, afferma, ma la sua rettifica. Risulta difficile credere a questa versione, che probabilmente fu quella con cui lo stesso Zhao provò a convincere il Politburo, finché gli fu permesso, a non usare la forza contro i civili e che finì per assimilare come la unica realtà. Qui emerge un aspetto della figura di Zhao Ziyang che sarebbe un errore non sottolineare: nonostante la sorte comune, gli arresti domiciliari, Zhao non era un Aung San Suu Kyi cinese. Non era un leader di opposizione, nemmeno di una fazione interna al Partito. Era un membro di primo piano di quello stesso Partito che nelle sue memorie critica così aspramente e non ne uscì finché non fu spodestato. Era un uomo che certamente non voleva sparare agli studenti ma che comunque voleva salvare il Partito e il suo potere. E' per questo che ciò che più sorprende nelle sue memorie è, a mio avviso, il suo riconoscimento del valore della democrazia parlamentare come unico strumento possibile per il governo della nazione cinese: il suo richiamo alla necessità di un sistema multipartitico, della libertà di stampa e di un giudiziario indipendente, potrebbero essere tranquillamente sottoscritti dai promotori della Charta 08, il documento che lo scorso dicembre ha scosso la scena politica cinese... Quando si parla del governo cinese va sempre tenuto presente che senza Tiananmen, senza quel bagno di sangue, gli attuali detentori del potere non sarebbero oggi dove sono. L'attuale classe dirigente che regna a Pechino è figlia di quel massacro, e chi fa finta di dimenticarselo rende uno scarso servizio alla verità. Il ventennale della strage era già un grattacapo non da poco per Hu Jintao e compagnia. Con Zhao che parla dalla tomba rischia di diventare un piccolo grande incubo.

Friday, May 15, 2009

In quei giorni prevalse la paranoia di Deng

Bao Tong, di cui già abbiamo avuto modo di parlare, ha curato il libro di memorie di Zhao Ziyang, segretario del Partito comunista all'epoca del massacro di Piazza Tienanmen. Subito dopo quei tragici giorni, per aver sostenuto la linea del dialogo con gli studenti, Zhao fu incarcerato e visse i suoi ultimi anni agli arresti domiciliari, fino alla morte, nel 2005.

Il libro, "Prigioniero di Stato", è uscito ieri in inglese a Hong Kong e sarà pubblicato in cinese mandarino entro il 29 maggio. Zhao racconta che gli studenti erano scesi in piazza per protestare contro la corruzione e per ottenere riforme democratiche, ma non per rovesciare il governo, e addossa tutta la responsabilità della brutale repressione dell'esercito a Deng Xiaoping, descritto come un dittatore paranoico: «La chiave della questione è sempre stato lo stesso Deng Xiaoping... se Deng rifiutava di avere una posizione più elastica, io non avevo modo di far cambiare posizione ai due più intransigenti, Li Peng e Yao Yilin».

A far precipitare la situazione un editoriale del 26 aprile 1989 sul Quotidiano del Popolo, organo ufficiale del Pcc, scritto da Li, nel quale gli studenti erano qualificati come «agitatori contro il partito, contro il socialismo», e che rendeva ufficiale - ed esecutiva - la posizione di Deng contro i manifestanti.
«Deng - si legge nelle memorie - aveva sempre avuto la tendenza a preferire misure dure nel trattare con gli studenti, perché credeva che le loro dimostrazioni minassero la stabilità... tra i leader del Pcc è sempre stato quello favorevole ad agire in modo dittatoriale. Ha sempre insistito come sia utile. Quando ha parlato di stabilità, ha sempre insistito sulla dittatura».
Ovviamente, nessuna recensione da parte della stampa cinese e nessun commento ufficiale.

Monday, March 09, 2009

Vigilia di tensione in Tibet

Sale la tensione in Tibet alla vigilia del 50esimo anniversario della più grande rivolta contro l'occupazione cinese. Un evento altamente simbolico per la resistenza tibetana. Era il 10 marzo 1959 e la rivolta si concluse con una sanguinosa repressione ad opera dell'esercito cinese e con la fuga in esilio del Dalai Lama. Ora il regime teme che si ripetano le proteste scoppiate il 10 marzo di un anno fa, quando a seguito dell'arresto di centinaia di monaci migliaia di dimostranti riempirono le strade e attirarono l'attenzione dei media di tutto il mondo. I movimenti dei tibetani in esilio in India hanno annunciato «manifestazioni spettacolari» per commemorare l'anniversario.

Per questo, Lhasa e le altre città tibetane sono militarizzate. Rigidissimi i controlli di polizia ed esercito per le strade. Truppe schierate alle frontiere. Ieri i primi scontri, nella provincia tibetana del Qinghai, tra alcune decine di manifestanti e la polizia. Questa mattina un'auto della polizia e un autocarro dei pompieri sono stati fatti saltare con l'esplosivo. Sempre nella provincia del Qinghai più di cento monaci del monastero tibetano di An Tuo, un terzo dei circa 300 che vi abitano, sono stati arrestati dopo una manifestazione tenuta in occasione del capodanno tibetano, celebrato il 25 febbraio. Per aver intervistato alcuni monaci nel Quinghai sono stati fermati e interrogati oggi, per 3 ore, due giornalisti italiani.

Robert J. Barnett, un esperto di Tibet intervistato dal Council on Foreign Relations, conferma che il governo è piuttosto «nervoso» per la ricorrenza di domani. Pechino «sperava in una luna di miele» con l'amministrazione Obama dopo la recente visita del segretario di Stato Hillary Clinton, ma le sue speranze rischiano di rimanere disattese se dovesse esplodere di nuovo la situazione in Tibet. I contrasti sul Tibet «potrebbero essere risolti», ma il governo cinese deve fare di più, secondo Barnett, che indica due ordini di problemi, uno dei quali Pechino dovrebbe affrontare subito perché insostenibile:
The easy way for the Chinese to solve it, if they wanted to, is to break the Tibetan problem into two kinds of issues. They should separate the difficult talks about autonomy and the Dalai Lama's status, which they're nervous about, from the easy issues, which are about religion, and migration, and development. Lots of Tibetans in Tibet have told them, "Stop demonizing the Dalai Lama, allow people to practice religion, and regulate the migration of non-Tibetans into the area." That's pretty straightforward. Every other country in the world does that almost normatively. So these are the easy ways it could build up huge political capital very very quickly in Tibet, and that would be welcomed. The question is, does China have the political will that allows the leaders to take that kind of step? I think they will have to do that. It's unsustainable, keeping one-third of your country under military garrison every so often.
Ma intanto è ancora in atto la campagna del regime contro il Dalai Lama, dipinto come terrorista e separatista. Il presidente cinese Hu Jintao ha esortato i funzionari tibetani a erigere una nuova «Grande muraglia contro il separatismo».

Oggi pomeriggio, intervenendo alla presentazione del rapporto dello European Council on Foreign Relation sui rapporti tra Unione europea a Cina, il ministro degli Esteri Frattini ci ha spiegato che «dobbiamo considerare la Cina come partner politico e strategico complessivo, non solo economico». Solo così potremo parlare di diritti umani con Pechino: «Se vogliamo avere una prospettiva realistica di incidere sui diritti umani la Cina deve essere un attore con cui si parla di tutto. Credo che su alcune tematiche la Cina sia troppo poco consultata».

Al prossimo vertice Ue-Cina ci sarà «una riflessione congiunta sulla governance non solo economica ma anche politica». In questo modo, «avremo una leva maggiore per ragionare di diritti umani e per favorire una ripresa del dialogo tra i la Cina e i rappresentanti del Dalai Lama». Staremo a vedere, ma a questo dialogo sembrano crederci in pochi.

Intanto, il dissidente cinese Bao Tong, tra i firmatari di Charta '08 ed ex membro del Comitato centrale comunista prima del massacro di Tienanmen, si rivolge ai delegati dell'Assemblea nazionale con una lettera aperta (trad. di Asianews) nella quale avverte che «il potere assoluto del Partito soffocherà il popolo e l'economia».

Wednesday, December 17, 2008

Charta 08, nuova ondata di arresti tra i firmatari

Un manifesto per la democrazia i cui promotori fanno paura al regime perché tra loro potrebbe esserci la futura classe dirigente cinese, come avvenne in Cecoslovacchia con Charta '77. Lettera aperta di Bao Tong al governo

Una forma di dissenso impensabile nella Cina di oggi – che sembra scalfire l'immagine di un popolo cementato da un monolitico nazionalismo – sta da qualche settimana impegnando l'apparato repressivo del regime di Pechino. Prosegue e si estende, infatti, la repressione contro Charta 08, riporta il sito Asianews. Si contano a decine i firmatari interrogati, minacciati, posti sotto controllo o agli arresti, secondo ordini che vengono «da molto in alto».

Charta 08 è un documento (testo integrale) in cui si chiede al governo di Pechino di trasformare il sistema autoritario e corrotto cinese in una democrazia pluralista e rispettosa dei diritti umani, compresa la libertà religiosa. Centinaia i firmatari, che hanno scelto volutamente il 10 dicembre, 60esimo anniversario della Dichiarazione universale dei Diritti umani, per esporre la loro visione di una Cina democratica. Ciò che spaventa il regime è che tra di essi non ci sono solo noti dissidenti e intellettuali, ma anche funzionari di medio livello, leader rurali e comuni cittadini.

Per di più Charta 08 si richiama esplicitamente a Charta '77, il documento firmato nel 1977 da centinaia di intellettuali e attivisti cechi e slovacchi, in cui si criticava il governo comunista della Cecoslovacchia per il mancato rispetto degli impegni in materia di diritti umani sottoscritti a livello internazionale, per esempio con l’atto finale della conferenza di Helsinki sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (1975). L'influenza di Charta '77 fu tutto sommato modesta in patria, ma enorme in Occidente, contribuendo ad aumentare la pressione esterna sul blocco comunista. Tra i firmatari, Vaclav Havel, che sarebbe poi divenuto presidente della Repubblica Ceca.

Per il suo potenziale di visibilità internazionale il documento è molto temuto dalle autorità cinesi. Come successe per Charta '77, anche alcuni firmatari di Charta 08 potrebbero diventare interlocutori politici dei governi e dei parlamenti occidentali e tra di essi potrebbero esserci i leader della Cina democratica del futuro. Charta 08 costituisce quindi un'associazione sia pure informale di cittadini che sfidano il potere unico del Partito comunista cinese. Il testo tradotto in inglese verrà pubblicato sul numero di gennaio della New York Review of Books e la speranza è che ottenga nel mondo, e soprattutto in occidente, la stessa visibilità e considerazione che ebbe Charta '77.

Sebbene sia stato censurato su internet, dal 9 dicembre il manifesto continua a circolare su blog e siti web. Liu Xiaobo, dissidente dall'epoca di Piazza Tiananmen, è stato arrestato con l'accusa di «istigazione alla sovversione contro lo Stato» e quando sua moglie ha chiesto notizie di lui la polizia le ha risposto solo che l'arresto è stato deciso «a un livello davvero alto».

L'ex leader comunista Bao Tong, per 20 anni agli arresti domiciliari, ha sottoscritto Charta 08 firmandosi «un cittadino» e in una lettera aperta chiede al governo cinese di spiegare perché, in che modo, questo documento sarebbe contrario alla legge e osserva che in nessuna sua parte è contro lo Stato.
«Chiedo al governo cinese di rispondermi: "Che crimine c'è in Charta 08?". I concetti-base della Carta sono libertà, diritti umani, uguaglianza, ordine repubblicano, democrazia, dominio della Costituzione. Così, chiedo a chi ha il potere che voglia per cortesia dire a 1,3 miliardi di persone perché la libertà è un crimine, perché lo sono i diritti umani, l'uguaglianza, il governo repubblicano, e in cosa sono delittuosi la democrazia e lo stato di diritto sotto la Costituzione?»
Bao Tong indica il governo come responsabile di «perquisizioni, arresti e interrogatori» nei confronti dei firmatari del manifesto e osserva:
«Se c'è un problema al livello di base, esso va corretto a un livello superiore. Se un incidente accade più in alto nella catena di comando, allora spetta a un livello ancora più in alto intervenire. Se il problema è al massimo livello, allora è la popolazione che deve fare qualcosa. In una repubblica ci dovrebbe essere un meccanismo per correggere i problemi. Una repubblica in cui alle cose ingiuste è permesso di rimanere tali e nella quale le ingiustizie si accumulano una sull'altra, non è degna di essere chiamata repubblica. Mentre siedo qui tranquillo in attesa che la mia abitazione sia perquisita, in attesa di essere arrestato e interrogato, con pari calma attendo una risposta dalle autorità».

Saturday, August 02, 2008

L'uso politico delle Olimpiadi e la "verità con caratteristiche cinesi"

Di fronte alle proteste internazionali e dopo febbrili negoziati nella notte con un imbarazzatissimo Cio, Pechino ha compiuto un gesto di buona volontà, accettando di ammorbidire la morsa della censura su internet in occasione delle Olimpiadi. Privilegio comunque ristretto alla stampa accreditata. Il presidente Hu Jintao ha invitato i giornalisti stranieri a «rispettare le leggi cinesi» e a «realizzare reportage obiettivi»: «Popoli diversi hanno percezioni differenti su diverse questioni», ma «politicizzare» i Giochi «non sarà d'aiuto».

Già, «politicizzare». I politici occidentali ripetono che non bisogna «politicizzare» i Giochi, riferendosi a un'eventuale politicizzazione di segno critico nei confronti del governo cinese. Ma mai mostrano di preoccuparsi della politicizzazione di segno opposto, cioè di contribuire con la loro sola presenza alla gigantesca operazione che Pechino ha preparato sull'evento sportivo, una macchina propagandistica messa in moto per trasformarlo in una trionfalistica celebrazione politica del regime.

Ad aver ben presente la mentalità con la quale la dirigenza cinese si è accostata alla grande opportunità delle Olimpiadi è Bao Tong, 75 anni, dissidente democratico e nonviolento. Da ex membro del Comitato centrale comunista, segretario personale ed amico dell'ex segretario Zhao Ziyang, nell'89 contrario all'intervento dell'esercito in Piazza Tienanmen, in un articolo tradotto dal sito Asianews spiega che la leadership cinese ha bisogno dei Giochi per legittimarsi agli occhi del mondo, mostrare i suoi successi e la stabilità raggiunta dopo il massacro di Tienanmen.

«Lo splendore che si vuole dimostrare è quello della stabilità che ha schiacciato tutto, da cui sono emerse la grandezza e l'armonia attuali. Tutti devono capire che questo è il risultato del massacro. Senza massacro, non ci sarebbe stato l'innalzamento del Paese, non ci sarebbe stata l'armonia attuale. Ospitare le Olimpiadi è la legittimazione che il sistema di leadership con caratteristiche cinesi è il migliore, testimoniato anche dalla pratica». "Stranieri: glorificateci! Patrioti: siate orgogliosi!", è la politicizzazione operata da Pechino. «Se penso a questo, il sangue mi bolle nelle vene», confida Bao Tong.

Quali sono queste «caratteristiche cinesi»? Esse hanno a che fare con «il problema della faccia» e con «il problema della verità (dietro la faccia)». Atleti, amanti dello sport e turisti non andranno in Cina per creare incidenti ma per partecipare alle competizioni, godere dello spettacolo e dei luoghi. Non si porranno questi problemi, dice Bao Tong.

«Da lungo tempo conoscere la verità in Cina è un problema difficile e imbarazzante», perché «i giornalisti cinesi devono ubbidire in modo assoluto, passo dopo passo, alla guida del Dipartimento centrale di propaganda del partito comunista cinese: cosa possono pubblicare, cosa non, seguendo sempre il tono stabilito». Anche i media stranieri devono sottostare a delle regole: dove è permesso andare, quale avvenimento coprire, chi intervistare. Dal gennaio 2007, come segno d'apertura con l'avvicinarsi delle Olimpiadi, ai media stranieri è stato concesso il «diritto di libera intervista». Un «privilegio» piuttosto, perché ai giornalisti cinesi non è concesso.

La traduzione della parola "armonia" dalla lingua del regime cinese è "ciò che è conforme ai voleri del Partito comunista". Quella concessa dal regime alla stampa è uno strano tipo di "libertà", è «limitata solo a ciò che è armonioso. Dove non c'è armonia, non si dà libertà. Allo stesso modo, la libertà di parola è data solo ai cittadini armoniosi, non a quelli non armoniosi. Per questo, conoscere la verità in Cina non è cosa facile, nemmeno per chi vive qui da lungo tempo. Figuriamoci per chi viene soltanto per uno sguardo rapido e poco profondo», osserva Bao Tong.

«E' importante conoscere queste verità. Nell'oceano di incidenti nello sfruttamento delle miniere e delle risorse, nel trattamento dei migranti, nelle demolizioni forzate, si sono verificate migliaia e migliaia di rivolte di massa. Nel 2004, ve ne sono stati oltre 80 mila, quasi un incidente ogni 5 minuti. Dal 2005, per salvaguardare l'armonia, i dati non sono stati pubblicati».

«Di sicuro questo sistema non porta né sicurezza, né pace duratura», scrive Bao Tong. «Se non cambia questo sistema basato sui due principi - violazione dei diritti della popolazione e utilizzo disinvolto della forza di polizia - non ci sarà mai pace... Dalla provincia al distretto, i segretari del Partito e i loro compagni sono nominati dall'alto e guidano tutto - spiega Bao Tong - Il loro potere è senza confini». «I pericoli alla pace provengono da questo sistema, dall'interno del sistema di potere e non dall'esterno, dalla popolazione».

Secondo la Basic Law, la "mini-costituzione" stilata congiuntamente da Cina e Gran Bretagna, Pechino dovrebbe occuparsi solo della difesa e della diplomazia e per il resto lasciare tutta l'amministrazione di Hong Kong alla gente di Hong Kong. Ma il governo di Pechino - spiega l'ex membro del Comitato centrale - non permette elezioni dirette e universali ad Hong Kong perché teme che esse possano influenzare il continente, provocando «un'infezione reciproca di democrazia».

«Il sistema comunista guida tutto e la democrazia e la legge non possono farci niente; questo sistema trasforma l'essere umano al potere in un dio, mentre l'essere umano comune non diventerà mai cittadino a pieno titolo», conclude Bao Tong, che ricorda un aneddoto legato a Mao. Era il 1945 quando Huang Yanpei, uno dei ministri, chiese al suo leader: «Come evitare la corruzione, dopo che il Partito avrà preso il potere?» Mao non gli rispose affatto qualcosa come "Abbiamo la Commissione di controllo disciplinare". Mao gli risposse: «Abbiamo la democrazia».

«Ma il problema è: abbiamo la democrazia? Quando l'abbiamo avuta? Voi, signori che sbandierate l'effige di Mao, potete dire apertamente quando? Quando uno dà importanza più alla faccia che alla verità che sta dietro la faccia; più importanza allo slogan "servire il popolo" che al popolo stesso, al massimo saprà solo che sopra di lui esiste il Partito, esiste la Commissione di controllo disciplinare. Ma non ci sarà mai posto per il minimo concetto di "popolo" e "legge"». Ecco perché quando Zhao Ziyang, nel 1989, voleva risolvere il problema Tienanmen «sul binario della democrazia e della legge» è stato subito accusato di voler provocare uno «scisma nel Partito» e di «appoggiare la rivolta». E' questa, conclude Bao Tong, la «verità con caratteristiche cinesi».