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Monday, July 17, 2017

La centralità della Polonia e la difesa dell'Occidente

Pubblicato su formiche

Nel suo discorso a Varsavia Trump ha centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la *volontà* di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà… E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l'abbiamo persa…

Del discorso di Trump a Varsavia i mainstream media hanno snobbato sia i contenuti che il paese scelto: la Polonia. Grave errore di comprensione e di analisi. Non solo, infatti, come ha ricordato lo stesso presidente Usa, la Polonia è "il cuore geografico dell'Europa e, più importante, nel popolo polacco vediamo l'anima dell'Europa", ma è anche una delle economie più vivaci dell'Unione europea, con una previsione di crescita del Pil superiore al 3% sia nel 2017 che nel 2018. Ed è tra i pochi membri Nato a soddisfare il parametro di spesa militare del 2% rispetto al Pil.

Distratti e pigri i mainstream media, di certo a Mosca e a Berlino non è passato inosservato il messaggio che l'amministrazione Trump ha voluto mandare scegliendo Varsavia per un discorso sulla difesa dell'Occidente e i suoi valori di libertà e democrazia.

Nel XVII secolo la Confederazione polacco-lituana fu un fondamentale argine all'espansione ottomana in Europa ed ebbe un ruolo decisivo nel respingere i turchi alle porte di Vienna. La Polonia moderna è stretta tra la Germania e la Russia, il popolo polacco ha subito invasioni e dominazioni da entrambe, ma ha resistito orgogliosamente agli spaventosi totalitarismi del Novecento, nazismo e comunismo. Oggi è nazionalista e saldamente occidentale, in prima linea sulla crisi ucraina, e Washington ha voluto far capire che punta proprio sulla Polonia per contenere Russia e Germania.

Due esempi concreti. Proprio a Varsavia Trump ha annunciato l'accordo per la vendita alla Polonia di otto batterie del sistema missilistico americano Patriot, una chiara risposta ai missili Iskander schierati dalla Russia a Kaliningrad. E ha inoltre affermato l'impegno americano "ad assicurare alla Polonia e ai suoi vicini l'accesso a fonti alternative di energia in modo che non siano mai più ostaggio di un singolo fornitore". Gas liquido a Varsavia e carbone a Kiev. Il messaggio a Putin è chiaro: è finita l'era Obama, durante la quale dalla Siria all'Ucraina il Cremlino ha goduto di una libertà d'azione senza precedenti sia in Medio Oriente che alle porte dell'Europa, tornando centrale su tutti i principali dossier. L'America è tornata, è determinata a difendere i suoi alleati in Europa orientale e non permetterà a Mosca altri blitz come quello che ha portato all'annessione della Crimea e alla crisi ucraina, una situazione che resterà sospesa per molto tempo ancora e che fa tremare Estonia e Lettonia. E non intende lasciare campo libero alla Russia nemmeno nel mercato energetico che interessa i suoi alleati.

Ma il messaggio è diretto anche agli altri alleati europei dell'America: falso che Trump sia la marionetta di Putin. A Varsavia il presidente americano ha chiarito che vede i russi come avversari aggressivi, non come partner o alleati: "Esortiamo la Russia a cessare le sue attività destabilizzanti in Ucraina e altrove, il suo supporto a regimi ostili - come Siria e Iran - e ad unirsi invece alla comunità di nazioni responsabili nella nostra lotta contro nemici comuni e in difesa della civiltà". Come sempre, i russi sono pronti a intascare qualsiasi "carota" gli venga offerta come incentivo iniziale, salvo poi continuare a provocare i danni maggiori possibili, finché non percepiscono di aver urtato contro un vero muro. L'amministrazione Trump sta sviluppando un nuovo approccio con il Cremlino: vuole verificare i margini per una cooperazione, per esempio in Siria, ma al tempo stesso sta tirando su quel muro. Il primo faccia a faccia Trump-Putin, la sua durata e il suo esito, non scontati, dimostrano, come scrivevamo su Formiche dopo il raid americano sulla Siria, che il confronto è duro ma che Washington e Mosca hanno ripreso a parlarsi e lo fanno a tutto campo.

Falso, inoltre, che l'amministrazione Trump voglia liquidare la Nato o che non gli importi granché. Al contrario, per rilanciarla chiede agli alleati il giusto contributo (come fa la Polonia) e una ridefinizione della missione dell'Alleanza.
"Gli americani sanno che una forte alleanza di nazioni libere, sovrane e indipendenti è la migliore difesa per le nostre libertà e per i nostri interessi. Per questo motivo la mia amministrazione ha chiesto che tutti i membri della Nato soddisfino definitivamente il proprio obbligo finanziario in modo pieno e giusto".
Lo storico Victor Davis Hanson ha definito l’"anti-Cairo" il discorso di Trump a Varsavia, cioè l'antitesi del discorso che pochi mesi dopo il suo insediamento Obama pronunciò nella capitale egiziana, un tentativo di appeasement con il mondo arabo e islamico basato su una sorta di "autodafè" dell'Occidente. Il messaggio "anti-Cairo" di Trump, invece, è che "solo un Occidente forte, organizzato - convinto del suo passato e sicuro del suo attuale successo - riuscirà a dissuadere i suoi nemici, attrarre i neutrali e mantenere gli amici. Che solo lui abbia avuto il coraggio di esprimere l'ovvio, e che sia stato criticato per questo, ci ricorda come il rimedio alla nostra malattia occidentale sia visto come il problema e non la cura", conclude VDH.

Il merito del presidente Trump è proprio quello di aver centrato la questione della nostra epoca: l'Occidente ha la volontà di sopravvivere? Non è una questione di capacità e di risorse, ma di volontà... E sembra suggerire che noi europei quella volontà di difenderlo l’abbiamo persa...

"Dobbiamo ricordare che la nostra difesa non è solo un impegno di denaro, è un impegno di volontà. Perché, come ci ricorda l'esperienza polacca, la difesa dell'Ovest si basa in ultima analisi non solo sui mezzi, ma anche sulla volontà del suo popolo di prevalere e di avere successo e ottenere ciò che si deve avere. La questione fondamentale del nostro tempo è se l'Occidente abbia la volontà di sopravvivere. Abbiamo la fiducia nei nostri valori per difenderli a qualsiasi costo? Abbiamo abbastanza rispetto per i nostri cittadini per proteggere le nostre frontiere? Abbiamo il desiderio e il coraggio di preservare la nostra civiltà di fronte a coloro che vogliono rovesciarla e distruggerla?".

Tuesday, June 06, 2017

A Notre Dame la resa dell'Europa. Enough is enough

Per la serie "no panico", "non permetteremo che cambino il nostro stile di vita"... è già cambiato tutto.

Per la serie "non cambieranno le nostre vite"... Cristiani sotto assedio a Notre Dame nell'anniversario del DDay. Mani in alto: in un'immagine la resa dell'Europa...

Khuram Butt ennesimo terrorista "già noto" ai servizi di sicurezza. Un tema semplice, persino banale, ma pressoché "censurato". Nemmeno se ne parla... Perché gli estremisti, in termine tecnico li chiamano "radicalizzati" (molti persino di ritorno da zone di guerra, i cosiddetti foreign fighters), anziché tentare di tenerli sotto controllo, non vengono cacciati o rinchiusi? Drive them out. Lock them up. Ci si arriverà prima poi... Ma meglio prima, per evitare aberrazioni.

"Enough is enough", quando è troppo è troppo... La premier britannica Theresa May parla di "estremismo islamista", "le cose devono cambiare", "troppa tolleranza". L'alternativa in Occidente è tra "enough is enough" e "gli attacchi terroristici sono parte integrante della vita in una grande città", come dice il sindaco di Londra Sadiq Khan.

E comunque, scrive Theodore Dalrymple sul Wall Street Journal, i terroristi ci vedono come la società candele-e-orsacchiotti (Candle-and-Teddy-Bear Society): "Noi uccidiamo, voi accendete candele..."
"Another source of comfort for terrorists is that after every new atrocity, the police are able to arrest multiple suspected accomplices. That suggests the police knew the attackers' identities in advance but did nothing - in other words, that most of the time terrorists can act with impunity even if known. Here, then, is further evidence of a society that will not defend itself seriously. This is not just a British problem. The April murder of a policeman on the Champs Elysées in Paris was committed by a man who had already tried to kill three policemen, who was known to have become fanaticized, and who was found with vicious weapons in his home. The authorities waited patiently until he struck."

Tuesday, March 21, 2017

Il ritorno della "questione tedesca". E non è un'invenzione di Trump

Pubblicato su formiche

Venerdì scorso si è tenuto a Washington l'atteso primo faccia a faccia tra il presidente americano Donald Trump e la cancelliera tedesca Angela Merkel, a caccia del suo quarto mandato. Ha fatto più notizia il presunto rifiuto di Trump di stringerle la mano davanti ai fotografi nello studio ovale (stretta comunque concessa sia all'arrivo della cancelliera alla Casa Bianca che al termine della conferenza stampa) che il lungo elenco di temi su cui si registrano divergenze tra i due leader. Non sono solo le biografie e lo stile, che non potrebbero essere più agli antipodi, a rendere complicati, ma pure interessanti, i loro rapporti, ma anche e soprattutto grandi questioni politiche: commercio, politica monetaria, Nato, Unione europea, Russia, gli accordi sul clima di Parigi. Questioni oggetto delle schermaglie che per settimane hanno preceduto l'incontro. I due si sono criticati prima, durante e dopo la transizione alla Casa Bianca.

Pur premettendo di nutrire un "profondo rispetto" per la cancelliera tedesca, Trump ha definito "un errore catastrofico" la decisione della Merkel di aprire le porte del suo Paese, e dell'Europa, ai rifugiati, mentre la cancelliera ha criticato l'ordine esecutivo della Casa Bianca che blocca temporaneamente gli ingressi negli Usa da alcuni Paesi musulmani e bacchettato il neo presidente sul protezionismo, rammentandogli i mutui benefici del libero scambio. Trump ha salutato positivamente la Brexit, convinto che il Regno Unito abbia fatto bene a riprendersi la sua sovranità uscendo da un'Europa ormai dominata da Berlino. E la cancelliera è preoccupata che la Casa Bianca intenda lavorare per indebolire l'Unione europea. Il governo tedesco è tra quegli alleati della Nato criticati da Trump perché non spendono abbastanza per la difesa (solo l'1,2% del Pil, contro l'obiettivo del 2%). Trump ha notato che ci sono troppe Mercedes a New York, e la Merkel replicato che a Monaco si vendono tanti iPhone. L'amministrazione Trump lamenta un surplus commerciale eccessivo a favore della Germania (65 miliardi di dollari), reso possibile a suo avviso da un euro troppo debole (che in realtà sarebbe un "marco travestito", secondo il consigliere al commercio di Trump, Peter Navarro).

L'enorme deficit commerciale degli Stati Uniti è infatti in cima all'agenda dell'amministrazione Trump, che sembra volersi concentrare in particolare sulla concorrenza sleale da parte della Cina. Tuttavia, il Wall Street Journal ha fatto notare che la più grande minaccia agli interessi commerciali americani potrebbe venire non dalla Cina, bensì dalla Germania, che sembra porre sfide più serie nel lungo termine. "La Cina - scrive il quotidiano - è oggetto della rabbia degli Stati Uniti per il commercio sleale, ma i surplus esteri della Germania sono ora molto più grandi e possono avere maggiore impatto sull'economia degli Stati Uniti e del resto del mondo". Per anni la manodopera a basso costo cinese ha messo sotto pressione i salari del settore manufatturiero americano, ma le industrie tedesche sono in competizione più diretta con quelle americane. "Nove dei maggiori dieci settori tedeschi per export, come macchinari ed elettronica, sono gli stessi della top 10 americana", ha spiegato al WSJ Caroline Freund, del Peterson Institute for International Economics. "L'euro debole - che ha perso circa un quarto del suo valore contro il dollaro negli ultimi tre anni - dà alle imprese tedesche un margine extra sui mercati internazionali".

Insomma, secondo il WSJ, la Germania starebbe abusando del sistema del commercio mondiale in misura molto maggiore di Cina e Messico. Sebbene possa essere stato vero in passato, la Cina non sta più facendo leva sulla svalutazione del renminbi per sostenere le sue esportazioni; semmai, è preoccupata che la sua moneta si svaluti troppo. La Germania invece ha tratto enormi benefici dalla crisi dell'Eurozona. La debolezza delle economie dei Paesi mediterranei infatti - Italia, Spagna, Portogallo e Grecia - ha reso necessari tassi di interesse bassi e svalutazione dell'euro. Denaro a buon mercato ed esportazioni facili che hanno dato grande spinta all'economia tedesca, il cui surplus commerciale altrimenti avrebbe dovuto fare i conti con un apprezzamento della moneta, non una svalutazione. Il costo, per la Germania, è stato politico, non economico. La sua popolarità presso gli altri stati membri, soprattutto del Sud Europa, è crollata. L'Unione europea si è indebolita, forse come mai prima nella sua breve storia, mentre la Germania è ancora più forte, tanto che il cosidetto direttorio franco-tedesco è ormai squilibrato.

Il presidente Trump è un pragmatico, un negoziatore d'affari, e la cancelliera Merkel una statista esperta e lungimirante. Non è affatto escluso che i due imparino per necessità a lavorare insieme, ma le divergenze, in campo geopolitico ed economico, sono profonde. In realtà, nonostante il loro sia stato un rapporto sinceramente cordiale, e contraddistinto da una certa sintonia personale, anche tra Obama e la Merkel non sono mancate differenze, come sulla gestione della crisi europea. Anche Obama era preoccupato della debolezza dell'euro e da una stagnazione economica nell'Eurozona che rischiava di frenare la crescita americana e mettere a rischio la sua rielezione. Obama era convinto che per superare la crisi dovessero essere adottati in Europa salvataggi e stimoli fiscali come quelli implementati dalla sua amministrazione in America e ha ripetutamente esortato la Merkel ad abbandonare l'austerità per una politica economica espansiva, e persino ad accettare una qualche forma di condivisione dei debiti pubblici.

E' così radicato il pregiudizio anti-Trump nei mainstream media che dalle cronache dell'incontro di venerdì alla Casa Bianca la Merkel emerge come nuova leader del mondo libero e portavoce degli interessi dell'Unione europea, ma a Washington si fa strada un punto di vista radicalmente diverso sulla Germania. E' maturata una nuova consapevolezza della crescente egemonia tedesca sul Vecchio Continente (sebbene il tema trasparisse già negli anni di Obama) e delle domande difficili da porsi. Esiste una nuova "questione tedesca", dal momento che nella cornice dell'Unione europea non esistono più contrappesi al potere di Berlino? La Germania rappresenta, al pari di Cina e Russia, una sfida all'ordine politico ed economico occidentale? A chiederselo è il politologo Walter Russell Mead in un'analisi pubblicata su "The American Interest".

Parte del problema, a suo avviso, è che le classi dirigenti tedesche non sono nemmeno consapevoli di quanto nazionalista sia diventata la loro politica. Il passaggio dell'Europa orientale da un'epoca di dominio russo all'integrazione in un ordine europeo dominato dalla Germania non è solo una vittoria dello stato di diritto come nella visione di Berlino, ma innanzitutto uno spostamento di potere nel quale la Russia abbandona ogni velleità di recuperare l'influenza perduta con il crollo dell'Unione sovietica, mentre la Germania espande a est la propria, consolidando la sua posizione di stato leader in Europa dagli Urali all'Atlantico. I tedeschi percepiscono la propria politica europea come un modello di europeismo responsabile e disinteressato, motivato dal loro "incrollabile impegno per un'Europa post-nazionalista", in mezzo a partner irresponsabili e ingrati. In realtà, osserva WRM, è "molto più nazionalista di quanto credano". Ritenendo il nazionalismo come qualcosa di "malvagio e distruttivo", i tedeschi pensano di esserne immuni. "Non è malvagio, né fascista", ma la Germania "è ancora una nazione" e i tedeschi perseguono i propri interessi nazionali.

Scrive quindi WRM che "non disposta a riconoscere che persegue una politica commerciale brutalmente mercantilista e che ha sacrificato la solidarietà europea per preservare l'armonia politica interna, la Germania è diventata meno un sostenitore dell'ordine occidentale e più un problema per l'Occidente". Realtà difficile da riconoscere per i tedeschi, e quindi ancor più difficile per i partner da discutere efficacemente con Berlino. Il guaio, osserva, è che "gli altri Paesi europei non hanno più il potere per indurre la Germania a ripensare la sua politica europea". Con il Regno Unito che ha imboccato la via dell'uscita dalla Ue, una Francia scossa dal terrorismo, indebolita economicamente e verso un'elezione presidenziale dall'esito incerto, Italia e Spagna retrocesse dalla crisi, non esistono più contrappesi allo strapotere tedesco. "Con la Brexit svanisce la speranza più realistica per una soluzione europea alla nuova questione tedesca" e "la prospettiva di un cambiamento viene dall'esterno dell'Europa".

Sia la Russia di Putin che la Turchia di Erdogan stanno cercando di "destabilizzare" l'Ue. Per gli Stati Uniti, ricorda WRM, è sempre stata desiderabile un'Europa in pace, libera da influenze esterne, e coinvolta in un sistema capitalistico aperto a livello mondiale. Su tali presupposti hanno lavorato con Berlino e gli altri alleati europei per espandere Nato e Ue. E queste sono state "le basi" delle relazioni tra Washington e Berlino fin dal 1990, nonché le basi del sostegno da parte dell'amministrazione Bush padre alla riunificazione tedesca "contro i desideri dei russi, dei britannici e dei francesi". Ricordiamo la contrarietà dell'allora premier britannica Margaret Thatcher ad una "Grande Germania": coniugate al "carattere nazionale" tedesco, dimensioni e posizione geografica del nuovo Stato avrebbero potuto provocare un "effetto destabilizzante" sull'Europa. La riunificazione, avvertiva la Thatcher, "non porterà a una Germania europea ma a un'Europa tedesca". Preoccupazioni condivise dall'allora presidente francese Mitterand (la riunificazione farà riemergere i tedeschi "cattivi"). Emblematica la celebre battuta dell'ex presidente del Consiglio italiano Giulio Andreotti: "Amo talmente tanto la Germania che ne preferivo due".

Alla fine, la riunificazione tedesca fu accettata sulla base della duplice garanzia dell'appartenza della nuova Germania alla Nato e del quadro politico-istituzionale dell'Ue. Ora, avverte WRM a conclusione della sua analisi, l'amministrazione Trump potrebbe essere la prima da decenni a trovarsi di fronte interrogativi difficili, impensabili fino a pochi anni fa per la politica estera americana. Cosa succede "se la Germania non è più vista come un pilastro leale dell'Occidente, a sostegno dei principi dell'ordine liberale, ma come una potenza sconsiderata e mercantilista che mina l'Europa e danneggia l'economia americana"? E "nella nuova fase di rivalità tra Germania e Russia per il controllo dell'Europa orientale - si chiede - dove stanno gli interessi dell'America?"

"Senza una relazione stretta con Berlino - osserva WRM - è difficile per gli Stati Uniti fare molto riguardo l'attacco di Putin all'ordine post-Guerra Fredda in Europa e in Medio Oriente, ma allo stesso tempo la stabilità tedesca poggia su basi insostenibili, al prezzo di una Unione europea sempre più instabile e divisa". Le rimostranze per il surplus commerciale tedesco non giungono solo dal "protezionista" Trump, ma trovano inaspettate sponde anche in diverse capitali europee, dove si ritiene che Berlino stia indebolendo la ripresa nell'Eurozona mancando di stimolare la propria domanda interna. L'attuale surplus tedesco viola le regole e "fa male a tutta l'Europa", è la denuncia reiterata dall'ex premier italiano Renzi. In generale, rileva il politologo, si rimprovera alla Germania di avere "un approccio all'euro essenzialmente predatorio", di perseguire, come la Cina, una "politica mercantilista basata sul mantenimento con ogni mezzo" di un surplus commerciale, che in Germania, come in Cina, "assicura la stabilità sociale e la salute dei settori industriali".

Ma questa politica, avverte WRM, "sebbene popolare internamente, sembra insostenibile". "Se Russia, Turchia e Stati Uniti sono uniti nell'opporsi al progetto tedesco (sebbene non per gli stessi motivi e non con gli stessi obiettivi), e se è crescente il malessere di buona parte dell'Ue per la leadership tedesca, prima o poi il sistema si scontrerà con sfide che non può superare. Lo status quo - conclude WRM - non può durare, e più a lungo Berlino ritarda un cambio di rotta, più sarà doloroso, più alto sarà il prezzo che dovrà essere pagato". Secondo il politologo, sono due i temi sui quali venendo incontro alle richieste dell'amministrazione Trump, Berlino potrebbe creare le basi per rinnovare la sua alleanza con Washington: rispettare l'impegno di spesa militare in ambito Nato e affrontare il tema del surplus commerciale. Anche se entrambi questi passi "metterebbero a rischio la pace sociale in Germania". E' possibile che proprio richieste in tal senso si sia sentita avanzare, e in toni abbastanza assertivi, la cancelliera Merkel durante il suo incontro con il presidente Trump alla Casa Bianca. Da qui il clima cordiale, ma freddo del loro primo incontro. Che per la prima volta la Merkel anziché spadroneggiare si sia vista recapitare il conto?

Wednesday, November 09, 2016

L'America di "Gran Torino" porta Trump alla Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Dopo la Brexit un'altra sberla a elites sorde, media militonti e sedicenti esperti

Nei mesi scorsi avevamo evidenziato gli elementi chiave di una possibile vittoria di Donald Trump: in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di "identità industriale" (citavamo proprio Pennsylvania, Ohio e Michigan) il suo appello alla working class bianca ha funzionato. Così come ha giocato un ruolo quella ribellione contro il politicamente corretto che aveva già caratterizzato il successo della Brexit.

Trump è riuscito a tenere insieme il blocco tradizionale delle roccaforti repubblicane del Sud e del Midwest e a costruire la sua vittoria riuscendo nel miracolo di conquistare la Florida e strappare ai democratici tutti i principali stati industriali (o quasi ex industriali): Ohio, Michigan, Wisconsin e Pennsylvania. Dunque, stati agricoli e stati industriali, della (una volta grande) manifattura. A portare Trump alla Casa Bianca è stata insomma l'America del "fare", di chi lavora (o lavorava) la terra e nelle fabbriche, la working class bianca del Paese, l'America lontana dalle metropoli glamour. L'America dei Walt Kowalski, il protagonista del fortunato film di Clint Eastwood che dopo una vita da operaio della Ford si è potuto permettere una Gran Torino del 1972, custodita gelosamente. Vedremo se un risveglio, o solo un colpo di coda della "vecchia America"...

Quella delle grandi fabbriche sarà anche un'America destinata a non tornare, spazzata via per sempre dalla globalizzazione e dall'innovazione tecnologica, e in questo senso Trump avrebbe illuso gli elettori promettendo di riportare negli Usa posti di lavoro "delocalizzati" in Messico o in Cina. Tuttavia, si è fatto per lo meno portavoce, al contrario dei suoi avversari e dei media, dello smarrimento di molti elettori che nel corso di pochi anni hanno visto gli stati in cui vivono perdere la propria identità socio-economica.

I mainstream media e gli espertoni hanno sottovalutato questo malcontento ritenendo indiscutibili i successi dell'amministrazione Obama in campo economico. Eppure, nella sconfitta di Hillary non c'è solo la sua impopolarità, ci sono anche questi falsi successi che un sistema mediatico troppo compiacente ha preferito non vedere come tali. Nonostante il segno più del Pil, e un tasso di disoccupazione meno della metà del nostro, la realtà è che la crescita americana è rimasta anemica, non in grado di produrre una ripresa percepita come tale e posti di lavoro di qualità. Obama è l'unico presidente americano che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. E nella Clinton gli elettori hanno intravisto le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che si sono rivolte a Trump.

Ma non si tratta solo di una questione di perdita di posti di lavoro né di numeri. Molti di questi elettori non hanno nemmeno perso il lavoro, né subito un drastico impoverimento, ma vivono un profondo senso di insicurezza per il futuro loro e dei propri figli. Aree enormi e persino interi stati (proprio quelli industriali conquistati da Trump) hanno già perso o stanno perdendo la propria identità manufatturiera. Qualcosa di più profondo che un semplice tasso di disoccupazione. La fabbrica volatilizzata altrove lascia un vuoto di identità. Ed è un tema anche sul piano geostrategico quello della perdita dell'identità manufatturiera, non solo negli Stati Uniti: il saper fare, non solo progettare, beni che si sono poi affermati a livello globale come oggetti del desiderio, quasi di culto, ha contribuito all'affermarsi del ruolo egemone dell'Occidente. Cosa succede se abdichiamo alla nostra vocazione manufatturiera?

Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth aveva ipotizzato l'esistenza di una "nuova maggioranza silenziosa", una fetta importante della classe media americana a cui Trump non piace ma pronta a votarlo lo stesso, perché "ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct". E' un bullo, un demagogo, ma anche l'unico in grado di "preservare l'American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump". E la via americana al benessere non prevede il doversi mettere in fila per ricevere dallo Stato qualche benefit di una sempre più misera redistribuzione della ricchezza, che è invece la via europea, ma la liberazione degli "animal spirits" affinché tutti abbiano almeno una chance per costruirsi il proprio benessere.

L'altro elemento chiave è stata la ribellione al politicamente corretto. Trump ha vinto da solo contro tutti, come il pistolero del West che da solo sgomina una dozzina di banditi. La democrazia americana ha dato un segnale di straordinaria vitalità laddove milioni di elettori, quelli definiti "deplorables" (miserabili) dalla Clinton, hanno resistito alla pressione della condanna morale ("Trump e le cose che dice sono riprovevoli, quindi se lo appoggi non sei una persona decente, devi vergognarti") esercitata da uno schieramento di forze imponente: le macchine da guerra del Partito democratico, dei Clinton e di Obama; la stampa americana e internazionale; Wall Street; gli opinion leader, il mondo accademico e lo star system; persino parte dell'establishment repubblicano. Quella americana è quindi una democrazia in salute, immune persino al rischio di quel "conformismo democratico" paventato da Alexis de Tocqueville.

Gli elettori non hanno dato peso alle sue gaffe, alcune vere altre preconfezionate dai suoi avversari. Anzi, proprio Trump che prende a pugni il politicamente corretto, e per questo viene sanzionato moralmente, demonizzato dai suoi avversari e dai media, ha rappresentato un riscatto per quanti non ne possono più di sentirsi istruiti su come "non sta bene" pensare, parlare o comportarsi. Il vendicatore di un elettorato bianco "nativo" (contrariamente alle aspettative anche femminile) per anni indicato come privilegiato e responsabile delle peggiori discriminazioni, passate e presenti, espulso dal discorso pubblico e da un'agenda politica ormai rivolta quasi esclusivamente all'integrazione di ogni genere di minoranza.

C'è una vera e propria ribellione nei confronti delle norme del politicamente corretto alla base del risentimento contro l'establishment che anima i sostenitori di Trump, ha scritto l'editorialista del New York Times Thomas B. Edsall. "L'avanzata del politicamente corretto è un grave rischio" per la civiltà occidentale, avverte lo storico Niall Ferguson, secondo cui l'"anti politicamente corretto" è il vero trait d'union tra l'insofferenza dei bianchi americani e la Brexit: "E' la reazione di una fetta importante della società - ha spiegato in una recente intervista al Foglio - che ha la sensazione che qualcuno abbia scelto di rivoltarle il mondo contro. D'altronde in cosa consiste all'ingrosso il progetto progressista se non nel fatto di rendere le nostre società un po' meno favorevoli all'uomo bianco medio che tanto se ne era avvantaggiato finora? Non ci possiamo sorprendere se oggi assistiamo al tentativo multiforme di combattere tale progetto".

A uscire con le ossa rotte dal voto di martedì non è solo Hillary Clinton. E' stato un voto contro il sistema mediatico, che agli occhi degli americani ha ormai raggiunto un grado di credibilità prossimo allo zero. La faziosità senza precedenti con cui giornali e tv hanno sostenuto la Clinton e demonizzato Trump non ha influenzato le scelte degli elettori. I media, anche italiani, hanno rinunciato a capire, abbandonandosi ad un tifo sfrenato per la Clinton. Non dimenticheremo i dibattiti tv vinti da Hillary 3-0... Bias, wishful thinking e state of denial, mesi a cercare di incastrarlo con questa o quella gaffe (vera o pretestuosa), mentre Trump faceva arrivare efficacemente i suoi messaggi all'elettorato.

Monday, August 01, 2016

Hillary corre per un terzo mandato di Obama

Pubblicato su Ofcs Report

Con l'incoronazione alle rispettive convention di Filadelfia e Cleveland è ufficialmente iniziata la corsa alla Casa Bianca di Hillary Clinton e Donald Trump. I due sono agli antipodi ma dalle convention è emerso almeno un aspetto che li accomuna: non sono riusciti ad unire il proprio partito. I NeverTrump hanno tentato in tutti i modi di creare scompiglio, così come i "sanderistas" che non si sono voluti piegare alla logica del compromesso. A Cleveland, a sorpresa Ted Cruz non ha "endorsato" Trump, ma è stato sommerso dai fischi, e si è parlato di convention disastrosa. Bernie Sanders al contrario ha "endorsato" Hillary, ma da alcuni settori della platea sono partiti i "boooo" e i "lock her up", le contestazioni dentro e fuori il centro congressi hanno accompagnato tutta la convention, eppure si è parlato di trionfo. La realtà è che sono state due convention inusualmente spigolose per i due nominati. Entrambi dovranno probabilmente fare i conti con una parte dell'elettorato potenziale dei loro partiti che non è disposto a seguirli. E d'altra parte i sondaggi parlano chiaro: entrambi continuano ad avere indici di fiducia ai minimi storici, inferiori al 40%. Secondo un sondaggio Bloomberg quasi la metà dei sostenitori di Sanders non sosterrà la candidata democratica: il 18% tende verso il libertario Johnson e ben il 22% addirittura verso Trump.

Le convention danno sempre una spinta nei sondaggi, se non altro per la visibilità. La notizia è che la spinta l'abbia avuta anche Trump, la cui convention era stata definita "disastrosa" dai grandi media. Per Douglas Schoen, ex consulente e sondaggista per entrambi i Clinton fino al 2000, Hillary sarebbe "sfavorita", nonostante gli osservatori abbiano giudicato la sua convention molto efficace: "Anche dopo la convention di Filadelfia, il 'momentum' della corsa per la Casa Bianca sembra indicare in direzione di Trump". "Non l'avresti mai detto ascoltando i media mainstream", che l'hanno bollato come "cupo", ma per Schoen il discorso di accettazione di Trump è stato un successo e il trend è favorevole al candidato repubblicano. Persino la Cnn ha registrato reazioni positive del pubblico al suo discorso e nei sondaggi ha preso il volo su Hillary, superandola di uno 0,9% nella media dei sondaggi di RCP. Certo, la partita resta aperta, anche Hillary ha ricevuto una spinta dalla sua convention e nella media dei sondaggi è già controsorpasso. Ma Schoen osserva che c'è stato un chiaro movimento verso Trump nell'ultimo mese. In pochi credevano che sarebbe riuscito a ottenere la nomination republicana e persino a passare in testa nei sondaggi. Ma c'è riuscito e sembra "avere dietro di sé l'umore della nazione", avverte.

In effetti, a dar retta all'"inviato collettivo" Trump doveva prima essere una bolla mediatica destinata a sgonfiarsi. Poi ci hanno raccontato che non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei delegati e avremmo assistito ad una "brokered convention"; poi che la leadership Gop stava lavorando a una candidatura alternativa; poi che i delegati si sarebbero ribellati; e infine che la convention è stata un "disastro". E tutto questo mentre ripetevano che era l'unico tra i candidati Gop contro cui Hillary avrebbe vinto facilmente. Tutte previsioni spazzate via.

Dalla Convention di Cleveland il messaggio di Trump è uscito rafforzato nonostante le sue presunte gaffe. Tra l'altro, come ha osservato il commentatore Charles Krauthammer, accusando Trump di aver invitato una potenza straniera a "violare la sicurezza nazionale" per la battuta sarcastica con la quale ha esortato la Russia a trovare le 30 mila e-mail sparite dai server personali di Hillary, la campagna della Clinton ha implicitamente ammesso che quelle e-mail non erano solo personali, ma anche di lavoro, se non classificate, contrariamente a quanto da lei affermato al Congresso e all'FBI.

La difficoltà nell'interpretare il "change", con i suoi 25 anni di politica alle spalle, e la popolarità di Barack Obama, ancora al 50%, hanno convinto Hillary a presentarsi come suo erede. Ma proporre agli americani un "terzo mandato" di Obama senza il carisma di Obama non è operazione priva di rischi. Oltre il 70% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Se non lo status quo, dalla Clinton ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più progressista di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".

Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario dovrebbe essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama in politica estera è quanto meno controversa e la Clinton c'è dentro fino al collo: dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa (e probabilmente ha giocato un ruolo decisivo nella Brexit), fino al disastro libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e la crisi ucraina. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, è singolare se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano John McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".

Con la loro riluttanza a discutere di terrorismo e Isis, la tendenza a parlare di sicurezza nazionale senza riuscire a menzionare l'islam radicale, e ad abusare invece di toni da Guerra Fredda nei confronti della Russia solo per attaccare Trump, i Dem rischiano di mostrarsi poco in sintonia con gli umori e le preoccupazioni degli americani. E Mosca ha risposto a muso duro alla Clinton, che ha apertamente accusato i servizi segreti russi per l'attacco hacker ai server del Comitato nazionale democratico. Da parte degli Stati Uniti non c'è stata alcuna protesta formale, attraverso nessun canale, quindi "non c'è nulla di concreto nelle sue accuse", è solo "retorica elettorale", ha risposto il portavoce Peskov.

"L'epoca della discordia". Così il WSJ ha definito gli anni di Obama. "Nel 2008 aveva detto di voler essere il contrario di Ronald Reagan, e lo è stato. Ha realizzato la maggior parte della sua agenda progressista ma lascia un'America angosciata dall'economia e più divisa di come l'aveva trovata". Così come in politica estera "ha realizzato l'obiettivo di ridurre gli impegni globali dell'America", ha "europeizzato" la spesa militare portandola dal 4,6% al 3% del Pil, lasciando però un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda". E la Clinton ha assecondato la ritirata globale di Obama. "Obama non lo ammetterà - conclude il WSJ - ma questa è la realtà che permette a Trump di insistere con la sua litania sul declino. Non avrebbe potuto se decine di milioni di americani non ci credessero".

Il racconto che invece piace molto ai media - Trump rappresenta la paura e Clinton la speranza - è puro spin elettorale. Ogni candidato cerca di far leva sulla paura contro l'avversario e di suscitare la speranza negli elettori facendo leva sulle proprie doti personali. Invece di smontare la linea isolazionista e protezionista di Trump nel merito, la campagna anti-Trump rischia di commettere gli stessi errori della campagna anti-Brexit: a forza di accusarlo di far leva sulla paura della gente, appariranno gli anti-Trump come coloro capaci di puntare solo sulla paura per l'avversario. Per molti elettori americani la scelta sarà questione di indole personale: un male noto o un salto nel vuoto?

Monday, July 25, 2016

Il Califfato di Erdogan con l'aiuto dell'Europa

Pubblicato su The Fielder

Il capo dell'Isis al-Baghdadi starà provando un pizzico di invidia per il presidente turco Erdogan, che sta riuscendo, lui sì, a metter su un vero Califfato, dentro la Nato e con un piede nell'Ue. Una battuta, ma non troppo... Considerando la rapidità con cui Erdogan, appena scampato al golpe, ha dato il via all'epurazione di massa cui assistiamo da giorni, è probabile che avesse pronte da tempo le liste di nomi da epurare e che i golpisti abbiano agito mossi dalla fretta e dalla disperazione, giocando il tutto per tutto nel tentativo di anticipare una purga comunque imminente.

A giochi fatti, e a denti stretti, il presidente Obama e i leader europei hanno espresso il loro sostegno al governo "democraticamente eletto", nonostante la deriva autoritaria e islamista nella Turchia di Erdogan fosse ormai chiara da anni. Si sono trincerati dietro un mero formalismo (dal momento che la democrazia non si esaurisce certo nel voto popolare), ma è stata la loro stessa incauta realpolitik a costringerli a tenersi buono (per l'accordo sui migranti e la guerra all'Isis) un partner imbarazzante e inaffidabile. La Turchia è altro, e guarda altrove, rispetto al Paese che nel dicembre 1999 il Consiglio europeo accettò come candidato all'adesione. La Turchia laica, kemalista, quasi democratica è morta e sepolta in poco più di dieci anni e proprio sotto lo sguardo benevolo dell'Europa.

Molti non se ne sono ancora accorti, o fingono di non accorgersene. La tesi continua a essere che in fondo è colpa nostra. Perché non abbiamo aperto le porte alla Turchia quando avremmo dovuto, li abbiamo "respinti", abbiamo fatto "i difficili" sui numerosi capitoli dei negoziati. Sarebbe quindi venuto meno un importante incentivo per proseguire sulla strada della democrazia e dello stato di diritto e ora rischiamo che la Turchia, delusa, rivolga altrove la propria attenzione geopolitica, alla Russia o all'Iran.

Dobbiamo smetterla con questa visione eurocentrica per cui "gli altri", Putin e adesso Erdogan, agiscono solo in reazione alla frustrazione delle loro presunte aspettative su di noi, e non secondo loro ambizioni geopolitiche. Giuste o sbagliate, agiscono indipendentemente da cosa fa e dice l'Europa.

E' questo purtroppo uno dei frutti avvelenati dell'ideologia europeista. La convinzione che l'Unione europea fosse un progetto inevitabilmente destinato a magnifiche sorti e progressive ha alimentato, a cavallo degli anni 2000, un vero e proprio delirio di onnipotenza. C'è stato, in effetti, un momento in cui il progetto europeo emanava un "soft power" tale da attrarre e indurre miglioramenti nei Paesi candidati all'adesione o all'associazione. Ma quel periodo, in cui l'Ue sembrava potesse trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse, è ampiamente alle nostre spalle. Se rientrava nella "mission" europea l'adesione dei Paesi dell'Europa orientale appena liberatisi dal giogo sovietico, per una vera riunificazione del continente, fu un clamoroso abbaglio pensare che si potesse includere anche la Turchia, sulla base dei suoi stretti legami con l'Occidente e la natura laica delle sue istituzioni.

L'ancoraggio di Ankara all'Occidente, attraverso la sua appartenenza alla Nato, si deve principalmente alle circostanze della Guerra Fredda e alla modernizzazione kemalista. Ma crollata l'Unione sovietica, venuti meno i vincoli della Guerra Fredda, era logico aspettarsi che rivolgesse altrove la sua attenzione geopolitica, non appena avesse avuto forza e consapevolezza. E in nemmeno due decenni anche la laicizzazione forzata di Ataturk si è sciolta come neve al sole, rivelandosi effimera e superficiale rispetto alla più profonda identità religiosa e culturale islamica del Paese, che ha attraversato il kemalismo come un fiume carsico per poi riemergere prepotentemente.

Dopo il crollo sovietico, come ha spiegato il prof. Alessandro Grossato, orientalista della Facoltà teologica del Triveneto, in un saggio apparso nel 2010 sulla "Rivista di Politica", l'Islam ha ripreso a manifestarsi e a diffondersi dai Balcani alla Turchia, dal Caucaso all'Asia centrale, fino alla comunità uigura nello Xinjang cinese, grazie all'opera di confraternite sufi come la Naqshbandiyya. Molto attiva in Turchia dai tempi di Ataturk, questa confraternita, praticando l'arte della dissimulazione, in arabo taqîya, ovvero tenere nascosta la propria identità islamica, ha giocato un ruolo centrale nella sopravvivenza dell'islam turco, ponendo le basi per la sua rinascita anche politica quando le circostanze lo hanno permesso. Attraverso movimenti culturali e fondazioni caritatevoli, la Naqshbandiyya ha coltivato la futura base elettorale di quelle che saranno, di lì a qualche decennio, le prime formazioni politiche dichiaratamente islamiche, nonché la classe dirigente, riuscendo persino a infiltrare, grazie alla perfetta applicazione dell'arte della dissimulazione, alcuni dei propri affiliati ai vertici dello Stato (come il due volte primo ministro ed ex presidente Turgut Özal).

Nel 1995, Necmettin Erbakan, conduce per la prima volta alla vittoria, in regolari elezioni, un partito dichiaratamente islamico, il "Partito del Benessere". Ma dimenticando le regole della taqîya Erbakan manifesta fin da subito le sue intenzioni di liquidare il kemalismo, spingendo le forze armate al golpe "morbido" del 1997. Ma ormai il processo si era messo in moto. Nel novembre del 2002, complici le cattive condizioni di salute dell'anziano primo ministro Ecevit e la grave crisi politica e sociale del Paese, i militari non possono impedire al partito di Erdogan, l'Akp, solo apparentemente più moderato del precedente di Erbakan, di partecipare alle elezioni. Le vittorie del 2002 e del 2007 sono tali da rendere impraticabile un golpe "morbido".

E qui veniamo al rapporto strumentale di Erdogan con l'Unione europea (e con la democrazia) e al secondo, drammatico sbaglio delle élite europee. Erdogan (e prima di lui Turgut Özal, che nel 1987 inoltrò la domanda formale di adesione alla Ue) ha capito che il processo di integrazione nell'Ue poteva rappresentare un mezzo per scardinare il sistema kemalista e favorire la rinascita dell'islam turco, sia sul piano religioso che su quello politico. Proprio le riforme fortemente richieste dall'Ue quale condizione preliminare per avviare il processo di adesione - libertà d'espressione, apertura democratica, fine dell'ingerenza delle forze armate nella politica - erano la migliore garanzia per i partiti e i movimenti culturali islamici contro la spada di Damocle che le forze armate e la magistratura avrebbero potuto ancora calare sulle loro teste per salvare il sistema kemalista. Sempre in un'ottica eurocentrica, agli occhi degli europei era il ruolo dei militari, non l'islam politico, ad essere incompatibile con una Turchia democratica. Che svista!

Diversa la sorte del governo islamista di Morsi in Egitto, anch'esso democraticamente eletto ma fatto fuori dal golpe del generale Al-Sisi. L'errore di Morsi è stato quello di gettare subito la maschera, procedere a un'islamizzazione a tappe forzate, tra l'altro dimostrando una totale imperizia economica. Erdogan è stato molto più abile: si è presentato come moderato (salutavamo il suo Akp come il corrispettivo islamico della democrazia cristiana, ricordate?), ha dissimulato, ha garantito anni di crescita economica sostenuta e senza precedenti. E quando il golpe è arrivato, era ormai troppo tardi perché potesse riuscire. Ci ha messo un decennio, ma ora può permettersi di abbandonare almeno in parte la pratica della dissimulazione e raccoglierne i frutti.

Erdogan si è servito della democrazia (e dell'Europa) come un tram: "Quando arrivi alla tua fermata, scendi", ebbe a dire lui stesso durante il suo mandato da sindaco di Istanbul dal 1994 al 1997. Una volta sdoganato l'islam politico, rafforzato il suo potere, liquidato il kemalismo, ora che il processo di islamizzazione delle istituzioni è compiuto non ne ha più bisogno. E anche dall'Ue ha ottenuto tutto ciò che gli serviva. Non c'è motivo per cui ora debba temere la minaccia di un "no" a un'adesione che non ha mai voluto e che rischierebbe anzi di inquinare l'identità islamica della nuova Turchia e di legargli le mani rispetto alle nuove ambizioni geopolitiche.

Sciagurato anche il recente accordo sui migranti che l'Ue, Berlino in testa, ha negoziato con Ankara, di fatto appaltando a Erdogan la sicurezza dei confini dell'Europa. Nelle sue mani il rubinetto del flusso di profughi che dalla Siria tentano di raggiungere l'Europa attraverso l'Egeo e la rotta balcanica può trasformarsi in una potente arma di ricatto.

Ma dove vuole arrivare Erdogan? All'interno, dunque, la rinascita islamica. Sul piano internazionale, un radicale riposizionamento geopolitico. Grazie all'indulgenza americana ed europea, finora l'appartenenza alla Nato e il negoziato per l'ingresso nell'Ue non hanno impedito a Erdogan di proiettare sempre più l'influenza della Turchia in tutt'altre direzioni, ma è chiaro che il nuovo ruolo di Ankara nel mondo passa per la progressiva emancipazione dall'Occidente. Il primo segnale già nel 2003, quando Erdogan rifiutò il passaggio attraverso il territorio turco della Quarta divisione di fanteria americana verso il fronte settentrionale iracheno.

L'importanza strategica della Turchia deriva dalla sua particolare collocazione geografica, crocevia tra Europa e Medio Oriente, Caucaso e Asia centrale, ma anche dalle sue identità culturali (quella islamica e quella turcofona) e dall'eredità ottomana. Tutti elementi che fino ad ora Erdogan è riuscito a combinare con un equilibrismo quasi perfetto.

Innanzitutto, l'appartenenza islamica, quindi i vicini Paesi arabi, in particolare Siria, Iraq e palestinesi, ma anche i lontani Qatar e Arabia Saudita, e persino l'Iran sciita. Il punto è che tutte le sue abili e spesso contraddittorie manovre si spiegano con l'intenzione di sfruttare qualsiasi opportunità - e la cosiddetta "primavera araba" ne ha offerte molte - per far emergere la Turchia come Paese guida e modello per il mondo sunnita al posto dei declinanti Egitto e Arabia Saudita.

La gestione della crisi siriana è emblematica delle sue doti di equilibrismo, del saper tirare al massimo la corda senza spezzarla. Fin tanto che la priorità dell'Occidente sembrava essere quella di sbarazzarsi del regime di Assad, ha permesso agli aerei russi di raggiungere la base siriana di Tartous, senza che la Nato potesse far nulla. Fino all'estate scorsa ha negato l'utilizzo della base Nato di Incirlik per bombardare l'Isis. Poi l'abbattimento del jet russo e le accuse di Mosca sul suo flirt con l'Isis in funzione anti-Assad e anti-curda. Ha ostacolato il processo politico di Ginevra, cercando di escludere i curdi e di includere gruppi islamisti. Infine, proprio nei mesi precedenti il tentato golpe, e quando Usa e Russia hanno finalmente iniziato a collaborare in funzione anti-Isis, rischiando di finire isolato si è riallineato. Un prezzo l'ha pagato: l'Isis ha punito la sua ambiguità con l'attentato all'aeroporto Ataturk di Istanbul.

Il protagonismo turco nella crisi siriana ha l'obiettivo di mostrarsi al mondo sunnita come potenza regionale in grado di contenere, e se possibile respingere l'influenza iraniana, in ascesa in tutta l'area dall'Iraq alla Siria e al Libano, e di giocare alla pari con Usa e Russia (nonché ovviamente di debellare la minaccia curda). Né va dimenticato il tentativo di giocare un ruolo sul futuro della martoriata Libia. E già da anni, l'appoggio senza precedenti di Ankara alla causa palestinese, e soprattutto a quella di Gaza (e, quindi, di Hamas), con le conseguenti tensioni con Israele, aveva garantito di per sé una forte legittimazione da parte di tutte le masse arabe.

Ma Erdogan ha saputo allo stesso tempo instaurare rapporti di buon vicinato, e di relativa collaborazione, anche con Teheran. Il presidente iraniano Rouhani ha salutato la sconfitta del golpe molto più calorosamente di Obama e dei leader europei. E oltre ai rapporti economici, nonostante si trovino su fronti contrapposti nella crisi siriana, i due Paesi collaborano su singole questioni come quella curda e sul nucleare. Ricordiamo le operazioni militari congiunte turco-iraniane contro la guerriglia curda lungo il confine tra i due Paesi. E il sostegno di Ankara a una soluzione diplomatica sul nucleare iraniano, riconoscendo a Teheran il diritto a dotarsi del nucleare civile. Chissà, un giorno potrebbe servire che Teheran ricambi il favore...

Ora Stati Uniti ed Europa non devono commettere l'ennesimo errore, non devono farsi prendere dall'ansia di corteggiare Erdogan, rafforzandolo, per paura di spingerlo nelle braccia russe o iraniane. Erdogan non vuole affatto finirci. Gioca alternativamente la carta Nato e la prospettiva europea nei confronti della Russia, e la carta Putin per dimostrare a Stati Uniti e Ue che ha un'alternativa rispetto all'alleanza occidentale. L'importante è mettersi in mezzo, sempre, giocando da imprevedibile guastatore o indispensabile alleato. Ma in realtà non vuole legarsi a nessuno. Prende ciò che può da entrambi i forni per rafforzarsi internamente e per scalare posizioni sul piano internazionale. Non vede la sua Turchia come membro dell'Ue, ma neppure dell'Unione eurasiatica (l'unione economica tra Russia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Armenia). Entrambe le membership sarebbero incompatibili con il ruolo di potenza egemone che intende esercitare in Medio Oriente e nel nuovo spazio eurasiatico, perché dovrebbe rispondere delle sue azioni in un caso a Bruxelles, nell'altro a Mosca.

Il riavvicinamento alla Russia non significa quindi che Erdogan voglia sposarsi a Putin, né d'altra parte Putin intende accoglierlo a braccia aperte. Primo, perché il livello di fiducia è ancora troppo basso: Putin non si fida. Non scordiamoci che Mosca ha accusato esplicitamente Ankara di fornire appoggio all'Isis, ha denunciato l'estrema permeabilità del confine turco per i terroristi, nonché gli strani commerci di petrolio che dalla Siria attraversavano tutta la Turchia fino al Mediterraneo. Per la Russia sarebbe già positivo e utile se la Turchia si emancipasse dall'Occidente, restando un elemento separato. Ma questo non significa che il Cremlino si fiderà di Ankara. Anche perché sulla questione siriana nel frattempo si è ammorbidita la posizione americana ed è partito un vero dialogo tra Washington e Mosca. Inoltre, le ambizioni di Erdogan vanno oltre il Medio Oriente, si estendono a tutta la vasta area turcofona dell'Asia centrale. Il che confligge con la sfera di influenza russa. Proprio nell'area eurasiatica i due sono destinati a confliggere molto più che incontrarsi (il che non esclude progetti comuni se e quando convengano a entrambi).

Insomma, dal mondo sunnita del Medio Oriente (dalla Libia al Golfo persico) a quello turcofono fino al Mar Caspio e al rapporto dialogico con l'Europa (non da Paese candidato all'adesione ma da pari a pari), l'area verso la quale la Turchia di Erdogan sta tentando di proiettare la sua influenza ricorda sempre più quella compresa e integrata nel Califfato ottomano.

Già nell'estate del 2011, su Newsweek lo storico Niall Ferguson segnalava tra le ambizioni di Erdogan quella di far "rivivere l'Impero ottomano", intravedendo "buone ragioni" per sospettare che sognasse di "trasformare la Turchia in modi che Solimano il Magnifico avrebbe apprezzato", cioè in un "nuovo impero musulmano in Medio Oriente". E ricordava come nel 1998 Erdogan fu imprigionato per aver recitato i versi di un poeta panturco di inizio secolo: "Le moschee sono le nostre caserme, le cupole i nostri elmetti, i minareti le nostre baionette e i fedeli i nostri soldati". Emblematiche anche le sue parole dopo la vittoria alle elezioni del 2011: "Sarajevo ha vinto oggi quanto Istanbul; Beirut quanto Izmir; Damasco quanto Ankara; Ramallah, Nablus, Jenin, la Cisgiordania, Gerusalemme hanno vinto quanto Diyarbakir". "La sua ambizione, sembra chiaro - scriveva Ferguson - è tornare all'era pre-Ataturk, quando la Turchia era non solo musulmana militante, ma anche una superpotenza regionale".

Dunque, si pone eccome il tema dell'espulsione, o quanto meno della sospensione della Turchia dalla Nato e degli accordi con l'Unione europea: è in gioco la condivisione dei sistemi di difesa della Nato con un governo islamista il cui sistema di alleanze è quanto meno troppo variabile e spregiudicato. E l'Europa? Si può permettere una potenza islamista alle proprie porte? La Turchia di Erdogan, e in generale l'islam politico, è incompatibile con i valori e gli interessi occidentali? Urgono risposte coraggiose.

Tuesday, March 22, 2016

Tre scomode verità che ci ostiniamo a non riconoscere

Prima o poi doveva accadere. Come nessuno dei precedenti attacchi, quelli di oggi all'aeroporto e alle stazioni centrali della metropolitana di Bruxelles (video subito dopo l'esplosione), cuore delle istituzioni europee, sono emblematici del fallimento e della totale inadeguatezza, sproporzione per difetto, delle nostre politiche di sicurezza, di intelligence, e di contrasto anche culturale del terrorismo islamico.

Tre sono le scomode verità che ci ostiniamo a non voler riconoscere ma che attacco dopo attacco appaiono sempre più evidenti.

La prima ha a che fare con quella che semplificando possiamo chiamare la "questione Guantanamo", ovvero la questione dello status giuridico dei terroristi islamici. Si tratta senz'altro di combattenti che compiono atti di guerra e crimini contro l'umanità, all'estero come nel cuore delle nostre città. Ma non appartengono all'esercito regolare di uno Stato che ci ha dichiarato guerra. Quindi non abbiamo una controparte con la quale organizzare uno scambio di prigionieri, né avremo mai una data ufficiale di fine del conflitto dopo la quale poterli liberare senza pericolo. I nostri nemici rapiscono e tagliano gole. Noi europei quando ne arrestiamo uno non siamo nemmeno in grado di farci dare informazioni sufficienti a sventare un attentato imminente. Se c'è una peculiarità degli attacchi di Bruxelles rispetto ai precedenti, infatti, è che sono avvenuti nonostante uno dei terroristi del gruppo, Salah Abdeslam, già organizzatore ed esecutore degli attacchi di Parigi solo quattro mesi prima, fosse già agli arresti, da venerdì scorso. Molto difficile credere che Salah non fosse a conoscenza dei piani di questa mattina. E infatti ci è stato detto che stava "collaborando" e che lunedì l'intelligence belga aveva allertato le autorità di Bruxelles su un attacco terroristico imminente, senza però saperne indicare con precisione il luogo, la data e le modalità (fonte: BFM TV). Quindi, c'è la possibilità più che concreta che le autorità belghe non siano riuscite a farsi dire da Salah tutto quello che avrebbero dovuto farsi dire... E può succedere, quando si pretende di combattere il terrorismo islamico come criminalità comune.

La sensazione, il sospetto più che fondato, è che possiamo trovarci di fronte ad un caso di scuola paventato da molti in questi anni: al terrorista non viene torto un capello, per carità, ma quello si prende gioco di tutti e non si riesce a impedire l'attentato. E magari ora si starà facendo grasse risate... Mi sembra di vederle le scene degli interrogatori di garanzia con il magistrato di turno e dei colloqui con l'avvocato d'ufficio, magari anche l'interrogatorio con l'intelligence in cui finge di collaborare omettendo l'essenziale. Ore e giorni preziosi persi... Possibile, accettabile, avere tra le mani per 72 ore uno dei terroristi, sapere con certezza che è uno di loro, e non riuscire a sventare l'attacco imminente?

Siamo, insomma, in un territorio completamente sconosciuto, per cui è necessario elaborare ex novo, dal nulla, uno status giuridico e degli standard di trattamento. Ma una cosa è certa: il terrorismo non si può combattere con le armi della giustizia ordinaria, con i tempi sia pure accelerati di tribunali, interrogatori di garanzia, colloqui con avvocati, richieste di estradizione. Gli Stati Uniti hanno faticosamente trovato un punto d'equilibrio, un compromesso, per quanto precario e coperto da un velo di ipocrisia. Noi europei non ci siamo ancora nemmeno posti il problema, lo scansiamo sdegnosamente.

La seconda verità scomoda è che i terroristi islamici godono di un ampio supporto da parte delle comunità musulmane europee. Supporto che va dall'omertà e dalla copertura alla vera e propria complicità attiva. Nonostante dopo gli attacchi di Parigi fossero braccati dai servizi di sicurezza di mezza Europa, non solo Salah Abdeslam e Najim Laachraoui sono riusciti a fuggire, a nascondersi per quattro mesi a Molenbeek, in un quartiere islamico alle porte di Bruxelles. Sono riusciti persino a pianificare altri attacchi e non possiamo escludere che persino l'arresto di Salah fosse parte del piano... Tutto questo è impossibile, inimmaginabile, senza la complicità sia passiva che attiva di centinaia, forse migliaia di appartenenti alle comunità musulmane francesi e belghe. Bisogna fare i conti con vere e proprie roccaforti di jihadismo all'interno delle nostre capitali, enclave rispetto alle quali parlare di islamizzazione dell'Europa non può essere liquidato come esagerazione populistica. Non ho la soluzione in tasca, ma è certo che aprire gli occhi, esserne consapevoli, smetterla di farsi intimidire dal politicamente corretto e dal timore di passare per razzisti, è solo il primo passo.

Terza scomoda verità: l'immigrazione c'entra eccome, anche se non nel senso banale che i terroristi si infiltrano tra gli immigrati e i rifugiati. Non si può escludere che avvenga, ma non è questo il punto. Nei confronti del fenomeno degli "homegrown terrorists", che si muovono con passaporti europei, parlano perfettamente francese o inglese, spesso sembrano "integrati" da generazioni, sono protetti dalle loro famiglie e nei loro quartieri, noi siamo più disarmati e loro logisticamente avvantaggiati. Paesi europei dove vivono milioni di musulmani naturalizzati in forza di una consolidata storia coloniale non possono farci niente, devono combattere il fenomeno per quello che già è. Ma in altri Paesi il fenomeno si può ancora arginare e temi quali l'immigrazione e la cittadinanza diventano il fronte, la prima linea. Bisogna affrontare questi temi con la consapevolezza che ad oggi l'islam, essendo non solo religione ma soprattutto politica, e ideologia totalitaria, è incompatibile con i valori fondamentali alla base della convivenza nei nostri Paesi. Ne deriva che milioni di immigrati sono culturalmente inintegrabili, ammesso che lo siano economicamente e socialmente... Più immigrati di cultura islamica entrano oggi nei nostri Paesi e vengono magari anche naturalizzati, più jihadisti ci saranno domani, forse non tra di loro ma di sicuro tra i loro figli: e saranno centinaia, forse migliaia. E' un fatto demografico e statistico ed è solo una questione di tempo, così come un fatto sarebbe l'arretramento del livello medio di cultura civile nella popolazione, passi indietro di decenni, per esempio, sulla libertà d'espressione e sul ruolo della donna.

Purtroppo temo che anche questa volta tutto finirà in nastrini di commemorazione, avatar di solidarietà su Facebook e retorica a buon mercato... e in più stringenti misure di sicurezza... Certo, possiamo schierare l'esercito nelle strade, spostare i metal detector all'entrata di aeroporti e stazioni, ma ci sarà sempre da qualche parte una fila in mezzo alla quale i terroristi potranno farsi esplodere. Di fronte a noi abbiamo un bivio: o accettare di assistere periodicamente, e con sempre maggiore frequenza, a giornate come questa, consolandoci di contare decine e non centinaia di morti; oppure riconoscere queste tre verità e agire di conseguenza, invece di scappare via in lacrime come la Mogherini.

Friday, April 03, 2015

La Monaco di Obama: si piega alla volontà di potenza iraniana e getta benzina sul fuoco in Medio Oriente

Un giudizio obiettivo sull'accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran è quello del Washington Post (certo non di simpatie repubblicane), che ci mette un paragrafo per smontare tutto l'entusiamo che si respira dalle nostre parti. Un paragrafo che bada al sodo, al significato politico e strategico dell'accordo, senza perdersi in tecnicismi poco comprensibili.
The "key parameters" for an agreement on Iran's nuclear program released Thursday fall well short of the goals originally set by the Obama administration. None of Iran's nuclear facilities - including the Fordow center buried under a mountain - will be closed. Not one of the country's 19,000 centrifuges will be dismantled. Tehran's existing stockpile of enriched uranium will be "reduced" but not necessarily shipped out of the country. In effect, Iran's nuclear infrastructure will remain intact, though some of it will be mothballed for 10 years. When the accord lapses, the Islamic republic will instantly become a threshold nuclear state.
La realtà è che il risultato dell'accordo, se sarà confermato entro il 30 giugno, è aver guadagnato tempo. Quanto? Quanto vorrà l'Iran, presumibilmente il tempo necessario per riassestare la sua economia vicina al collasso a causa delle sanzioni (e non solo). I 2-3 mesi che secondo le stime, ad oggi, separano l'Iran dalla sua prima bomba atomica (il break-out time), con questo accordo dovrebbero diventare 12, a partire dalla cessazione naturale (10 anni più 5) o unilaterale dell'accordo. Dunque, questo accordo consente all'Iran di mantenere capacità tali da riuscire a produrre armi nucleari in 12 mesi da quando deciderà di volerlo fare. Per essere ancora più chiari: se l'Iran dovesse decidere di non rispettare l'intesa, da quel momento ci metterebbe almeno un anno, anziché gli attuali 2-3 mesi (ma si tratta sempre di stime). Se consapevoli di questo, si può anche ritenere l'aver guadagnato questi 10 mesi di tempo un successo... ma a che prezzo?

Come sintetizza il WashPost, il programma nucleare iraniano non viene smantellato, ma semplicemente "congelato" e, in un certo senso, riconosciuto. Diversamente dall'obiettivo che si era prefissato lo stesso presidente Obama, l'Iran non sospenderà il processo di arricchimento dell'uranio. Continuerà ad arricchirlo, sia pure in misura ridotta e non fino al punto necessario per usi militari, e si terrà le quantità già arricchite oltre la soglia per usi civili. Per l'Iran si tratta di un grande successo perché si vede riconosciuto da parte della comunità internazionale, dell'Occidente con in testa gli Stati Uniti, il diritto ad arricchire l'uranio e, quindi, implicitamente a diventare una potenza nucleare.

E questa dovrebbe essere la parte dell'accordo più spiacevole per gli iraniani... Quella buona per loro è che si vedranno gradualmente revocare le sanzioni. Si vedono iraniani festeggiare nelle strade di Teheran, ma si tratta evidentemente di sostenitori del regime, che si rafforza, non certo degli oppositori.

L'accordo è stato subito definito "storico", e naturalmente è subito ripartita in grancassa sui giornali italiani ed europei la santificazione di Obama. Soprattutto sui nostri media (e social media) il conformismo pro-Obama non ha limiti. In Iran è «molto presente il pluralismo e un bilanciamento dei poteri», arriva a scrivere Alberto Negri sul Sole24Ore. Tutto ciò che tocca Obama diventa oro... Che sia un accordo storico è fuor di dubbio, per molte ragioni e almeno per il fatto che si tratta del primo dalla rottura delle relazioni diplomatiche tra Usa e Iran. Ma attenzione al significato di "storico", perché indubbiamente anche l'accordo di Monaco del 1938 che spianò la strada ai piani di Hitler passò alla storia... anche se tristemente.

Il paragone ci sta tutto: se l'accordo di Monaco riconobbe come legittima, in termini territoriali, la volontà di potenza della Germania nazista, così l'accordo di Losanna, permettendo all'Iran di mantenere quasi intatti i progressi del suo programma nucleare e, anzi, di continuare ad arricchire uranio, riconosce la sua volontà di potenza regionale in Medio Oriente. Con tutto ciò che può derivarne in termini di ulteriore instabilità nella regione: corsa all'atomica di Arabia Saudita ed Egitto (alleati nonostante tutto leali che dopo questa legnata sui denti si sentiranno più insicuri), nervosismo di Israele e ulteriori attività terroristiche iraniane... L'Iran potrà tenersi la sua pistola carica e "in cambio" le sanzioni verranno gradualmente revocate. Di storico c'è anche che è il primo accordo in cui una delle parti ottiene sia la botte piena che la moglie ubriaca...

Thursday, January 22, 2015

Ecco cosa non vi è andato giù di American Sniper

Il modo in cui divide American Sniper è il segno del suo successo. Ancora una volta mission accomplished, Clint. Non sarà un film perfetto, un capolavoro dal punto di vista cinematografico, estetico, ma è un film riuscito. Non lascia indifferenti. Le reazioni prevalenti al film si dividono infatti tra quelle di chi lo liquida come una rozza propaganda militarista, e quelle di chi invece ha vissuto quelle due ore al cinema con estremo coinvolgimento, riconoscendo il dramma umano ma anche i valori in gioco. E, soprattutto, rispettando Chris Kyle e ciò che la sua storia rappresenta.

Un esempio perfetto per capire cosa intendo è il commento di Francesco Costa pubblicato proprio ieri sul Post. Sarebbe troppo rozzo per un raffinato intellettuale come Costa cadere nella trappola di accusare il film di «propaganda militarista». Quindi fa passare i motivi della sua contrarietà per pseudo-critiche cinematografiche: «Prendere la storia di Chris Kyle e raccontarla così è un torto alle storie in generale». Perché? Perché a suo avviso il film manca di complessità e sfumature.

Quella di Kyle è senza dubbio «la storia di un uomo con qualità militari formidabili e un carisma fuori dal comune», ma i tre anni passati in guerra a fare «cose dell'altro mondo» non l'hanno affatto distrutto. L'hanno messo a dura prova, l'hanno segnato, l'hanno messo in crisi e cambiato. Ma no, non distrutto, nemmeno nel senso che l'hanno portato ad essere ucciso.

Su una cosa Costa ha ragione: Kyle «non è un eroe-senza-macchia ma un essere umano». Ed è proprio questo che si vede nel film, anche grazie alla sorprendente interpretazione di Bradley Cooper. Ha drammaticamente torto, invece, quando sostiene che la sua è una di «quelle storie in cui non si capisce fino in fondo chi sono i buoni e chi sono i cattivi». E' esattamente il contrario: il film è riuscito proprio perché rispetta una storia in cui in fondo, nonostante tutto, si capisce in modo cristallino chi sono i buoni e chi i cattivi. Ed è questo che forse vi dà fastidio. E' pateticamente falso che il film manchi di complessità e sfumature: ci sono i traumi, i dubbi, anche la pura fifa di non poter rivedere la propria famiglia (altro che supereroe...). E c'è la drammaticità delle scelte, i «dilemmi morali». Solo che poi una scelta c'è, è quella giusta e Kyle non la rinnega. Nemmeno una volta tornato a casa con tutti i problemi del reduce. Che alla fine una scelta ci sia, e non venga rimessa in discussione, che si distinguano i buoni dai cattivi, non significa fare un torto alla complessità del reale.

Ovvio che il rientro è stato tremendamente difficile per Kyle e che le situazioni estreme in cui si è trovato l'hanno segnato. Nel film si vede e si capisce. Allora è una questione di quantità di pellicola: troppo ridotta la parte del film dedicata al rientro, ai problemi psicologici? Ma probabilmente Clint Eastwood ha voluto evitare che il racconto del ritorno a casa facesse cadere il film nel solito topos cinematografico, che piace tanto alla sinistra, del reduce che esce di testa, ce l'ha col suo Paese e diventa pacifista... Guardo in faccia la guerra > mamma mia che brutta > mai più guerre, sembra per alcuni l'unico schema accettabile. Volevate vedere sullo schermo ogni particolare delle sofferenze del rientro per potervi auto convincere che qualsiasi guerra non ne vale la pena? Se la vostra riflessione è stata "povero ragazzo, si è rovinato la vita a forza di maneggiare armi", è ovvio che avreste voluto vedere un altro film, un'altra storia.

Ma avevamo bisogno dell'ennesimo film sui drammi del reduce? Era questa l'essenza, la specificità della storia di Chris Kyle? Ovvio che la vita di Kyle è stata "anche" questo, ma in questo identica ai problemi di rientro che si trova ad affrontare qualunque reduce. Forse la sua eccezionalità sta invece in quello che è riuscito a fare laggiù, nelle sue «qualità militari formidabili» e nel «carisma fuori dal comune», nel sacrificio e nella sua idea di "missione" (proteggere), poi proseguita a casa. Forse a dare fastidio è che alla fine manca una condanna morale, anche implicita, della guerra in Iraq al pari di quella del Vietnam, e quindi che il film non sia un nuovo "Nato il 4 luglio".

Rispetto per tutti i reduci, qualsiasi siano le loro storie, le loro convinzioni al rientro. Ma quella di Chris Kyle è, appunto, un'altra storia, «un'altra America». Almeno questa lasciatecela, e voi tenetevi Obama...

Friday, January 09, 2015

Processo all’islam e al multiculturalismo

Dopo fiumi, inondazioni di inchiostro e di retorica a buon a mercato, resterà stavolta una vera consapevolezza della minaccia islamica? Ricordate la brutale uccisione del regista Theo Van Gogh? Era il 2004, 10 (dieci!) anni fa. E l'ondata di violenza scatenata, nel 2005, dalle vignette su Maometto pubblicate dal quotidiano danese Jyllands-Posten? E quanti attentati e sgozzamenti da allora? Il rischio è che riempirsi la bocca, e riempire piazze - reali e virtuali - di "je suis", "siamo tutti" e slogan simili, serva solo a sollevare la propria coscienza, e agli ipocriti per mascherarsi, ma vera consapevolezza zero. E la strage di Boko Haram in Nigeria? "Siamo tutti nigeriani", naturalmente... Arriveremo al punto in cui non ci basterà uno slogan al giorno.

Ma passate poche ore dal massacro di Charlie Hebdo, e mentre a Parigi l'incubo continua, già è partita la corsa ai distinguo, sono partiti gli appelli alla tolleranza e al dialogo con l'islam "moderato" (quasi un ossimoro, o una figura mitologica), i richiami alla "liberté" che vince sull'odio e alle risate che "seppelliranno" i terroristi (sigh). E' già ripartita la giostra del politicamente corretto e del buonismo, e si vedono persino forme di autocensura. Né mancano complottismi vari (ma qui entriamo nel campo della psichiatria). Libertà, democrazia, diritto rischiano di diventare parole vuote se ad esse non corrispondono fatti, politiche, misure concrete per difenderle, per contrastare un'ideologia ben precisa e le sue braccia armate...
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Monday, September 08, 2014

I post della ragione

Se non vi sembra affatto "normale" l'impotenza, anzi l'ignavia con cui l'Occidente, da anni in totale assenza di guida americana, assiste alle teste mozzate, allo sfascio di un Medio Oriente e di un'Europa ormai teatri di conquista da parte degli jihadisti - territoriale del primo, culturale della seconda - e alle guerre espansionistiche russe alle porte dell'Europa... Se vi scandalizza la sensazione di "ordinaria amministrazione" con cui fingono di occuparsene da una parte i governi, nel susseguirsi di vertici inutili, riunioni fumose, comunicati copia-incolla, e dall'altra i mainstream media, con la loro fredda contabilità delle vittime tra un servizio sul gelato di Renzi e un altro sulla sinistra in camicia bianca... Se volete capire come siamo arrivati a questo punto, e soprattutto perché... E se vi sembra di essere rimasti i soli a porvi certe domande e ad esigere risposte e strategie vere, non equilibrismi e toppe mediatiche per passare la giornata, allora spulciate le oltre 700 pagine in cui Enzo Reale, ormai un anno fa, ha raccolto i post scritti per il suo blog (1972) nell'ultimo decennio.

L'ho acquistato su Amazon poche settimane dopo la sua uscita, poi l'ho lasciato lì, nella memoria del mio tablet (come faccio con molti libri), in attesa di un periodo di relativa calma per dedicargli il tempo che merita. Errore. L'ho sfogliato sull'onda dei terribili eventi degli ultimi mesi. Ma sarebbe più esatto dire che l'ho "riletto", perché dei suoi post sono stato un avido lettore fin dall'inizio, da quel lontano 2002 in cui il futuro dell'informazione sembrava ormai appartenere ai blog. Poi quella potenziale rivoluzione nel modo di "informare" sarebbe stata assorbita - almeno in Italia - dall'informazione tradizionale, con risultati spesso deludenti. Ma questa è un'altra storia...

In quei post ho ritrovato anche un pezzo della mia storia personale, sia da lettore che da osservatore, e senz'altro tutte le "nostre" ragioni. Sì, perché le mie e quelle di Enzo al 99% coincidevano/coincidono alla perfezione, oserei dire quasi telepaticamente, vista la distanza geografica. E' un libro che può essere aperto a caso e offrire commenti, analisi, punti e spunti di vista della realtà che sembrano scritti per essere letti oggi ma che non leggerete su nessun altro giornale o sito, almeno non con la stessa nitidezza e risoluzione. Che guarda dritto negli occhi, senza indulgenze, ipocrisie o compromessi, la crisi d'identità, il sonno della ragione, la coscienza sporca dell'Occidente. Resterete sorpresi dalla "banalità" della ragione, così la chiamerei, ossia da "verità" talmente evidenti da risultare scomode e, forse per questo, con troppa leggerezza ignorate.

Il mio consiglio è: acquistatelo, tenetelo lì, pronto all'uso. Leggetene qualche pagina ogni volta che avete la sensazione che l'Occidente si sia dimesso da se stesso. Vi sentirete meno soli. Se i «posti della ragione», quella "ufficiale", «erano tutti occupati» dal politicamente corretto, i post della ragione potete trovarli qui.
«Il problema che abbiamo oggi, in occidente, è che abbiamo perso la capacità di dare i nomi alle cose, di esprimere giudizi, di assegnare le colpe. Per paura, per viltà, per comodità. Ci siamo dimenticati che nonostante tutto siamo i buoni, e che esistono i cattivi. Non vediamo i nazionalismi di ritorno, ci crediamo immuni alle schermaglie che precedono i conflitti, non partecipiamo più a nessuna battaglia ideale».
PS. Ne è valsa e ne vale la pena Enzo, altroché!

Friday, October 04, 2013

Basta giornate della vergogna

Anche su L'Opinione

Mi scusi presidente Napolitano. Mi scusi signor Papa Francesco. Scusatemi signori ministri e signori direttori dei giornali più responsabili e pensosi d'Italia. Ma "vergogna" a chi? Quando si esclama "Vergogna!" è sottinteso che qualcuno debba vergognarsi, quindi sarebbe corretto precisare chi si dovrebbe vergognare. Invece non è chiaro a chi fosse rivolta la vostra indignazione, anche se una vaga idea purtroppo me la sono fatta. Ma io non mi vergogno, né come italiano né come europeo. Provo pietà, certo, per gli innocenti morti in mare a Lampedusa, ma nessun senso di colpa o responsabilità, né personale né collettivo.

E credo che noi in Italia abbiamo i media, i giornalisti, i politici, i presidenti, i papi più ipocriti di tutto il mondo, che in queste drammatiche situazioni non sanno fare altro che sfoggiare una retorica pelosa e vigliacche strumentalizzazioni, incapaci di guardare in faccia e chiamare i problemi con il loro nome.

Andrebbero bandite tutte le strumentalizzazioni, quelle di chi polemizza con gli avversari politici, ma anche di chi ne approfitta per partire all'attacco della legge Bossi-Fini, che davvero non c'entra nulla con quanto è capitato. E comunque, quanti oggi puntano l'indice contro quella legge sono gli stessi che non qualche anno fa, ma nei giorni scorsi non si sono recati a firmare il referendum per abolirla, impedendo che raggiungesse il numero di firme necessarie, dunque dovrebbero solo tacere.

Non è l'Italia, e nemmeno l'Europa a doversi vergognare, ma sono i nuovi mercanti di schiavi e i governi dell'Africa e del Medio Oriente che quando va bene condannano i loro popoli alla miseria, tra corruzione e malgoverno, quando va male calpestano i loro diritti, li violentano, li derubano e li massacrano in guerre fratricide. Su di loro ricade la vera responsabilità di questa e di altre tragedie, e del dramma dell'immigrazione in generale. E ormai da decenni non c'è più nemmeno l'alibi del colonialismo ad alleggerire le loro colpe. Quando il Papa si reca in visita nelle zone più povere della terra, oltre che abbracciare i bisognosi si ricordi di gridare "vergogna" all'indirizzo dei loro governanti.

Pur con tutte le contraddizioni e le difficoltà finanziarie al nostro interno accogliamo tutti a braccia aperte, tolleriamo culture e religioni diverse. Anche violente, e anche se non riceviamo lo stesso trattamento. Il diritto d'asilo è riconosciuto e praticato sia in Italia che in Europa. Soccorriamo ogni anno decine di migliaia di profughi, e altrettanti li aiutiamo da lontano con aiuti umanitari. Integriamo milioni di immigrati, permettendo loro di lavorare, e offrendo servizi molto costosi: sanità, istruzione, sussidi. Abbiamo le nostre regole. Migliorabili? Certo, ma umane e in linea con quelle degli altri paesi europei, reato di clandestinità compreso, e per durezza lontane anni luce da paesi civilissimi e da sempre apertissimi all'immigrazione come gli Stati Uniti. In Europa si potrebbe collaborare di più per gestire il fenomeno dell'immigrazione? E' vero, i paesi del centro e del nord Europa ci lasciano un po' troppo soli, ma nemmeno loro è la colpa della tragedia che piangiamo oggi al largo delle nostre coste.

Ne abbiamo abbastanza di queste giornate dell'ipocrisia e della vergogna. E' un'Italia, un'Europa, e un Occidente in generale in cui si cerca la pagliuzza nei nostri occhi e non si nota la trave negli occhi altrui. Ci vergogniamo di quello che siamo, di quello che facciamo, siamo sopraffatti dal senso di colpa per le fortune che ci siamo procurati con l'ingegno, la fatica e la civiltà. Questa è la causa più grande dei nostri mali di questi tempi, del nostro immobilismo. Questo è il malessere dell'anima che rischia di trascinare la civiltà occidentale sulla via del declino.

Wednesday, August 28, 2013

Qualche missile per coprire i suoi fallimenti

Siria: regime change sì, l'ennesimo spot di Obama no, grazie

Parafrasando Friedman sulle tasse, chi segue questo blog sa che «sono favorevole a buttare giù una dittatura in qualsiasi circostanza e con qualsiasi scusa, per qualsiasi ragione, ogni volta che è possibile». Ma di questo si tratta nel caso dell'intervento militare che sta valutando Obama in Siria? E' lecito dubitarne. E' talmente tardivo che è davvero difficile ravvisarne logica e obiettivi politici. La durata (pochi giorni) e le modalità (lancio di missili) fanno pensare ad un atto dimostrativo piuttosto che ad un intervento mirato a (e in grado di) provocare un cambio di regime. E Washington sembra comunque intenzionata a restare defilata nell'eventuale post-caduta del regime, come già in Egitto e Libia.

Per due anni, praticamente disinteressandocene e non schierandoci, chi illudendosi di poter convincere con le buone Mosca e Teheran ad abbandonare le proprie postazioni a Damasco, chi confidando nei sauditi, abbiamo permesso che la ribellione contro il regime di Assad in Siria si trasformasse in una guerra tra estremisti sunniti (al Qaeda) e fondamentalisti sciiti (Iran, Hezbollah). La scomoda verità è che al Qaeda è stata più svelta dell'Occidente nell'approfittare della crisi del regime siriano per tentare di assestare un colpo mortale alle aspirazioni egemoniche iraniane e russe sulla regione, al fine ovviamente di sostituirvi le proprie. E abbiamo lasciato che fosse l'Arabia Saudita ad aiutare i ribelli, con il risultato, come altrove in passato, che Assad, sostenuto da Teheran, sembra poter resistere, e che i sauditi hanno lasciato troppo spazio ai jihadisti.

Nelle fasi iniziali un aiuto occidentale diretto o indiretto avrebbe potuto garantire la leadership della ribellione alla parte migliore dell'opposizione ad Assad, quella laica, di civili ed ex militari, limitando quindi le infiltrazioni jihadiste e controllando da vicino come si sviluppava in concreto, sul terreno, l'ingerenza saudita. Ma ora che il conflitto si è trasformato in una guerra settaria tra terroristi sciiti e sunniti, è davvero arduo intervenire contro gli uni senza aiutare gli altri. Nella migliore, ma nient'affatto scontata, delle ipotesi, l'intervento favorirebbe l'Arabia Saudita, con la quale condividiamo, è vero, l'interesse a contenere gli ayatollah, ma che come sempre non è altrettanto netta e limpida nel contrastare l'integralismo e il terrorismo di matrice sunnita. Insomma, un altro fallimento del "leading from behind".

Obama ha dormito per due anni - mentre nel frattempo si concedeva la passerella contro il folcloristico Gheddafi - non s'è avvantaggiato in alcun modo della crisi siriana nei confronti di Russia e Iran (anzi!). Ora però è stata oltrepassata la "linea rossa": l'uso di armi chimiche. Quale ipocrisia! Prima di tutto, un massacro indiscriminato di civili è tale a prescindere dalle armi usate, se i macete o armi chimiche, e in quest'anno e mezzo se ne sono visti in abbondanza. Inoltre, prove dell'uso di armi chimiche sono emerse già mesi e mesi fa. Non sarà forse che ora sono aumentate le pressioni saudite, dato che senza intervento esterno Assad potrebbe addirittura prevalere?

Non c'è nulla di più vile però che nascondersi dietro l'assenza di un mandato Onu per dire no all'intervento militare in Siria. Significa infatti farsi dettare la politica estera e di sicurezza da Russia e Cina. Emma Bonino così facendo non fa certo onore alla sua storia politica, ma almeno rispetto ai suoi critici di sinistra non aderisce al doppio standard: se Bush non poteva deporre Saddam senza autorizzazione Onu Obama può attaccare Assad? Perché? Il primo violava il diritto internazionale e Obama no? Perché? Purtroppo sì, l'Occidente si sta riavvitando di nuovo sui soliti aspetti marginali, come l'uso di armi chimiche o il mandato dell'Onu, mentre la questione centrale dovrebbe essere: come agire per ottenere cosa?

Se si tratta di un attacco dimostrativo, utile solo a Obama per salvare la faccia di fronte ai massacri di civili, e come contentino all'Arabia Saudita, allora le perplessità sono più che legittime. Se l'obiettivo invece è il regime change, bisogna puntare almeno ad uccidere Assad, come suggerisce Bret Stephens, o a farlo cadere, ma bisogna anche avere un piano per un impegno deciso e duraturo volto a favorire un nuovo ordine in Medio Oriente, non per defilarsi e delegare tutto ai sauditi non appena caduta l'ultima bomba. Non mi pare quest'ultimo però il nostro caso.

Il fallimento di Obama è non avere una visione di politica estera, ma agire opportunisticamente, subendo gli eventi anziché cercando di influenzarli. Non ha un piano, né visione o principi, ma solo potenziali problemi di immagine su cui mettere una frettolosa toppa. La sensazione è che questo attacco gli serva per rispondere a chi lo accusa di essere rimasto indifferente ai massacri, per far vedere di averci provato... ma lui non affronta le sfide, fa "spin doctoring". E uno dei problemi del Medio Oriente oggi è che gli Stati Uniti non toccano palla in Medio Oriente.

Molti di sinistra in queste ore stanno rievocando l'interventismo democratico di Clinton e Blair per giustificare l'intervento contro il sanguinario Assad (definito solo pochi mesi fa un «riformatore» - non va dimenticato - dal precedente segretario di Stato di Obama), ma è un riferimento a sproposito: in quello che Obama sta per fare in Siria non c'è un'unghia di quello che fecero Clinton e Blair nei Balcani. Giuste o sbagliate che fossero, e a prescindere dagli errori commessi nella loro concreta applicazione, altri presidenti americani, da Clinton al tanto vituperato Bush, avevano una dottrina, una strategia, un'idea abbastanza definita sul nuovo ordine da favorire, nei Balcani così come in Medio Oriente. Obama mostra invece di non averne.

Thursday, September 20, 2012

La nostra linea rossa

Dopo il "film" (c'è ancora chi lo chiama così, ma il sospetto che si tratti di una montatura aumenta), riecco le vignette. Il settimanale francese Charlie Hebdo è certamente alla ricerca di pubblicità a buon mercato, ma la sensazione è che siamo arrivati ad un punto, nei rapporti con i settori più estremisti del mondo musulmano, in cui la battaglia per la libertà d'espressione va combattuta fino in fondo. Il presidente egiziano Morsi (Fratelli musulmani) la scorsa settimana ha aspettato di essere fuori dal territorio del suo paese per condannare le violenze contro le ambasciate americane, il che ha irritato parecchio anche bambi Obama, ed è ripartito dall'Europa con un miliardo di aiuti ma impartendoci una lezione: Maometto è «la nostra linea rossa», facendoci intendere che oltrepassata quella, dobbiamo aspettarci qualsiasi reazione, da una querela allo sgozzamento.

Ecco, credo sia giunto il momento di tracciare la nostra linea rossa. Se nei paesi musulmani non sono pensabili libertà d'espressione e libertà di culto, che continuino ad esserlo almeno nei nostri paesi civilizzati. E tracciare una linea rossa è ciò che tenta di fare Charlie Hebdo con due vignette che ritraggono Maometto pubblicate nelle sue pagine interne e in quarta di copertina. Stavolta niente di offensivo, scabroso o sconcio. Pura satira sottile. Ma sappiamo che per i musulmani integralisti il solo ritrarre il profeta è blasfemia. E la blasfemia nei loro paesi è punita da qualche anno di carcere fino alla morte. Come la mettiamo?

Subito la comunità islamica francese ha protestato e sono arrivare le minacce. Il governo francese per precauzione, temendo reazioni violente, ha disposto per il venerdì di "preghiera" la chiusura di ambasciate e scuole in una ventina di paesi a maggioranza musulmana. «Siamo in un paese in cui è garantita la libertà d'espressione, anche la libertà di caricatura», ha ricordato il premier Jean-Marc Ayrault. Per le offese... be' per quelle ci sono sempre i tribunali: «Ognuno deve esercitare questa libertà nel rispetto, ma se davvero qualcuno si sente offeso e pensa che ci sia stata una violazione di legge, siamo in uno stato di diritto e può rivolgersi ai tribunali». Perfetto.

Peccato che l'Occidente continui a mostrare pericolosi segnali di cedimento nella difesa dei suoi principi fondanti (dell'amministrazione americana abbiamo parlato qualche giorno fa) e dal mondo arabo continuino ad arrivare messaggi per nulla concilianti: «Queste cose devono finire», ha intimato il segretario della Lega araba. Subito ha trovato un ministro degli esteri pronto ad assecondarlo. Quello francese, Fabius, si è detto pronto a sostenere all'Onu la proposta di far diventare la blasfemia un crimine a livello internazionale. A quel punto ci saremmo consegnati mani e piedi ai nostri nemici, ai nemici della libertà, e che la disponibilità di Fabius sia stata solo un gesto di cortesia senza seguito non consola più di tanto.

Anche il ministro degli esteri italiano Terzi ci ha messo del suo, definendo le vignette «irresponsabili sensazionalismi». Nessuno si deve permettere non solo di offendere, ma nemmeno di «scherzare» sui sentimenti religiosi. Sì, proprio così, nemmeno «scherzare» si può. Terzi non dovrebbe permettersi di rilasciare dichiarazioni su alcunché prima di aver riportato i nostri marò a casa, ma di questo parliamo un'altra volta. Persino l'Osservatore romano bolla le vignette come «benzina sul fuoco» e il portavoce della Casa Bianca contesta l'opportunità della loro pubblicazione, ora che «possono infiammare la protesta».

E' questo il grande alibi dietro cui si nascondono politici e diplomatici: non offrire pretesti. Sono giustamente preoccupati di difendere la popolazione e il personale all'estero da possibili attacchi, quindi giustificano le loro dichiarazioni concilianti e di condanna delle "provocazioni" con la prudenza e il senso di responsabilità. Non si accorgono che così facendo però accettiamo un ricatto potenzialmente illimitato. Dovremo cedere su qualsiasi cosa i musulmani più integralisti si mostrino suscettibili, altrimenti dovremo subire le loro violenze? Questa non è diplomazia, questo è svendere i nostri principi. E la libertà d'espressione non è qualcosa di negoziabile in cambio di "sicurezza". Ci imbavagliamo per non essere aggrediti. Per qualcun altro, invece, mostrare di comprendere la suscettibilità altrui, per quanto assurda, fa molto persone perbene, fa molto tolleranti, saggi, ma il risultato finale è lo stesso e si chiama codardia.

Pubblicare vignette satiriche senza doverci sentire minacciati è una libertà a cui non possiamo rinunciare, per cui i nostri eroi hanno sacrificato la vita, è qualcosa che identifica la nostra civiltà e che vale la pena difendere con la spada se necessario. E' la nostra linea rossa, cordardi!