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Thursday, May 11, 2017

Nessun "Bregret", non hanno cambiato idea

Ve la ricordate la narrazione tanto cara ai nostri mainstream media, e anche a Bruxelles, ripetuta allo sfinimento con la certezza di chi la sa lunga? I britannici si sarebbero molto presto pentiti della Brexit. Anche coloro che hanno votato "Leave" avrebbero voluto poter tornare indietro. Ebbene, secondo i sondaggi YouGov, per ora non è accaduto nulla di tutto questo. Non solo nessun "Bregret", chi ha votato Leave o Remain il 23 giugno 2016 è ancora convinto di aver votato correttamente. Ma una parte consistente di quanti votarono Remain oggi ritiene che il governo debba dare seguito alla volontà popolare. La Brexit quindi va attuata per il 69% dei britannici. E il 55% è d'accordo con la premier Theresa May, quando dice "no deal is better than a bad deal".
Dunque, siete proprio sicuri che stanno a Londra quelli che si illudono, quelli che vivono "in un'altra galassia"?

Se hanno scambiato la May per uno Tsipras, e gli inglesi per greci, direi che a "farsi illusioni" siano i burocrati di Bruxelles... Sono pericolosi per sé e per gli altri, cioè per noi.

Il presidente della Commissione europea Juncker avrebbe riferito di una cena "disastrosa" avuta con la premier britannica Theresa May. Dopo un'ora e mezza, avrebbe lasciato la tavola "dieci volte più scettico" sulle possibilità di arrivare ad un accordo sulla Brexit entro due anni. Ora, bisogna capire se questo prima o dopo le pinte di birra che si è scolato alla cena. E se era anche dieci volte più brillo del solito... A Juncker non dovrebbe essere consentito guidare un'auto, figuriamoci condurre dei negoziati...

Thursday, November 03, 2016

Panico: Hillary può perdere

Pubblicato su Ofcs Report

E anche se ce la fa, rischia una presidenza azzoppata da scandali e inchieste

Che l'emailgate fosse un caso tutt'altro chiuso, e che avrebbe anzi tormentato Hillary Clinton fino all'8 novembre, i lettori di OfcsReport l'hanno potuto leggere più volte su queste pagine. E' successo che tra le email sequestrate all'ex congressman democratico Anthony D. Weiner (per un caso di molestie sessuali a una quindicenne), marito di Huma Abedin, braccio destro della Clinton, l'FBI ritenga che ci siano messaggi rilevanti proprio per il caso che riguarda l'ex segretario di Stato e che impongono di indagare a fondo e con urgenza. E in una lettera al Congresso ha quindi informato i parlamentari. L'annuncio della riapertura dell'indagine sull'emailgate, questa volta a tutti gli effetti un'indagine penale federale, non poteva che scatenare le polemiche. Si sono invertiti i ruoli: non è più Trump a parlare di elezioni truccate e a gettare fango sulle istituzioni, ora è la campagna Clinton a evocare complotti, ad accusare l'FBI, e in particolare il suo direttore Comey, di voler influenzare le elezioni, dopo averlo applaudito invece quando aveva chiuso la precedente indagine senza incriminare la ex first lady.

Il livello di allarme è talmente elevato nel campo democratico che anche il presidente Obama, che in un primo momento tramite il suo portavoce si era rifiutato di sconfessare l'operato dell'FBI, alla fine è sceso in campo, definendo "gonfiato" il caso e bacchettando indirettamente l'agenzia: "Quando ci sono indagini non operiamo su insinuazioni, informazioni incomplete e fughe di notizie".

In realtà, l'FBI non avrebbe potuto scegliere momento migliore per arrecare meno danni possibili alla candidata democratica, non potendo al tempo stesso tacere la nuova indagine. La notizia infatti arriva sì in prossimità del voto, ma con un margine sufficiente di giorni per essere "digerita" dall'opinione pubblica e dar modo alla campagna Clinton di reagire. Ma soprattutto arriva dopo che 26 milioni di americani (il doppio rispetto al 2012) hanno già votato e dopo i dibattiti tv, evitando così a Hillary l'imbarazzo di doverne rispondere in diretta televisiva davanti a 80 milioni di telespettatori. Ovviamente non è una buona notizia per lei, il danno incalcolabile, ma l'FBI non avrebbe potuto agire diversamente. Cosa sarebbe accaduto, infatti, se il direttore Comey avesse taciuto, e sulla stampa fosse trapelato un "leak" sulla nuova indagine in corso? O, peggio ancora, se si fosse saputo dopo l'8 novembre, ad elezione della Clinton avvenuta? Donald Trump avrebbe potuto con buone ragioni parlare di sistema corrotto ed elezioni truccate.

Senza contare che già la decisione dell'FBI di non incriminare la Clinton al termine della prima indagine è apparsa più che discutibile. Il 56% degli americani non l'ha condivisa e per il WSJ, che non sostiene certo Trump, puzza talmente di doppio standard da gettare un'ombra inquietante sulla tenuta dell'indipendenza e dell'imparzialità delle istituzioni e delle agenzie governative. A sollevare ulteriori dubbi di conflitti di interesse e favoritismi politici, ci sono i 675 mila dollari donati da un'organizzazione del governatore della Virginia, Terry McAuliffe, amico di vecchia data di Hillary e Bill, alla campagna per il Senato della moglie del vice direttore dell'FBI Andrew McCabe, che ha avuto un ruolo centrale nelle indagini sulla Clinton.

Insomma, il tema è terribilmente serio. Si tratta della sistematica violazione delle regole sulla segretezza da parte della Clinton e del suo staff. L'ipotesi è che questa violazione fosse deliberata, che addirittura siano stati cancellati messaggi classificati top secret, che sia stata deliberatamente ostacolata la giustizia, con false testimonianze all'FBI e occultando l'esistenza di altre e-mail. E nella migliore delle ipotesi, la candidata ritenuta più "affidabile" di queste elezioni ha usato un server privato di posta elettronica esponendo informazioni top secret per la sicurezza nazionale, ma anche solo intenzioni e politiche del governo Usa, a qualsiasi tipo di hackeraggio e azione di spionaggio di governi stranieri.

Timothy Naftali sul New York Times spiega perché le email della Clinton "importano": "Nessuno vuole doversi preoccupare che qualcuno dei suoi nastri alla Casa Bianca andrà perso", con evidente riferimento al caso Watergate che travolse Nixon. Per il Wall Street Journal a questo punto Hillary Clinton diventa "la mano non sicura", "ha preso il posto di Trump come candidato ad alto rischio". Il Washington Post spiega perché il caso rischia di travolgere anche una eventuale presidenza Clinton: "Pronti per altri quattro anni di 'Clinton scandals'". La parola mai pronunciata ma che risuona nella testa di tutti è una sola: impeachment. Insomma, anche se dovesse farcela, quella di Hillary Clinton potrebbe essere una presidenza azzoppata da scandali e inchieste, debole a Washington e sotto la pressione crescente della rabbia anti-establishment che monta nel Paese, sia da destra che da sinistra.

Come se non bastasse, l'FBI ha pubblicato nuovi documenti su un'indagine, che si chiuse senza incriminazioni, che coinvolse l'allora presidente Bill Clinton per la grazia concessa al finanziere Marc Rich, la cui moglie era donatrice del Partito democratico. E un'altra brutta notizia per Hillary è il netto calo di early voting (voto anticipato) tra gli afroamericani in stati cruciali come Nord Carolina e Florida, la chiave del successo di Obama nel 2008 e nel 2012. Segno che non sarebbe riuscita a conquistare la fiducia del "popolo di Obama".

Che impatto avrà tutto questo sulla corsa alla Casa Bianca? La riapertura di una partita che fino a pochi giorni fa per i sondaggi  sembrava chiusa potrebbe rimotivare i potenziali elettori di Trump, mentre le sempre più oscure zone d'ombra nell'operato della Clinton possono rendere più difficile l'impresa a quegli elettori disposti a votarla turandosi il naso. Ma nonostante tutto, Hillary resta favorita. Anche se con margini molto ridotti rispetto a pochi giorni fa, i sondaggi continuano a darla in vantaggio nei singoli stati. Non da oggi però ci si chiede, e se lo chiedono gli stessi sondaggisti, se siano davvero riusciti a intercettare l'elettorato potenziale di Donald Trump o se qualcuno (molti?) dei suoi elettori sia sfuggito alle rilevazioni.

Monday, August 01, 2016

Hillary corre per un terzo mandato di Obama

Pubblicato su Ofcs Report

Con l'incoronazione alle rispettive convention di Filadelfia e Cleveland è ufficialmente iniziata la corsa alla Casa Bianca di Hillary Clinton e Donald Trump. I due sono agli antipodi ma dalle convention è emerso almeno un aspetto che li accomuna: non sono riusciti ad unire il proprio partito. I NeverTrump hanno tentato in tutti i modi di creare scompiglio, così come i "sanderistas" che non si sono voluti piegare alla logica del compromesso. A Cleveland, a sorpresa Ted Cruz non ha "endorsato" Trump, ma è stato sommerso dai fischi, e si è parlato di convention disastrosa. Bernie Sanders al contrario ha "endorsato" Hillary, ma da alcuni settori della platea sono partiti i "boooo" e i "lock her up", le contestazioni dentro e fuori il centro congressi hanno accompagnato tutta la convention, eppure si è parlato di trionfo. La realtà è che sono state due convention inusualmente spigolose per i due nominati. Entrambi dovranno probabilmente fare i conti con una parte dell'elettorato potenziale dei loro partiti che non è disposto a seguirli. E d'altra parte i sondaggi parlano chiaro: entrambi continuano ad avere indici di fiducia ai minimi storici, inferiori al 40%. Secondo un sondaggio Bloomberg quasi la metà dei sostenitori di Sanders non sosterrà la candidata democratica: il 18% tende verso il libertario Johnson e ben il 22% addirittura verso Trump.

Le convention danno sempre una spinta nei sondaggi, se non altro per la visibilità. La notizia è che la spinta l'abbia avuta anche Trump, la cui convention era stata definita "disastrosa" dai grandi media. Per Douglas Schoen, ex consulente e sondaggista per entrambi i Clinton fino al 2000, Hillary sarebbe "sfavorita", nonostante gli osservatori abbiano giudicato la sua convention molto efficace: "Anche dopo la convention di Filadelfia, il 'momentum' della corsa per la Casa Bianca sembra indicare in direzione di Trump". "Non l'avresti mai detto ascoltando i media mainstream", che l'hanno bollato come "cupo", ma per Schoen il discorso di accettazione di Trump è stato un successo e il trend è favorevole al candidato repubblicano. Persino la Cnn ha registrato reazioni positive del pubblico al suo discorso e nei sondaggi ha preso il volo su Hillary, superandola di uno 0,9% nella media dei sondaggi di RCP. Certo, la partita resta aperta, anche Hillary ha ricevuto una spinta dalla sua convention e nella media dei sondaggi è già controsorpasso. Ma Schoen osserva che c'è stato un chiaro movimento verso Trump nell'ultimo mese. In pochi credevano che sarebbe riuscito a ottenere la nomination republicana e persino a passare in testa nei sondaggi. Ma c'è riuscito e sembra "avere dietro di sé l'umore della nazione", avverte.

In effetti, a dar retta all'"inviato collettivo" Trump doveva prima essere una bolla mediatica destinata a sgonfiarsi. Poi ci hanno raccontato che non sarebbe riuscito a conquistare la maggioranza assoluta dei delegati e avremmo assistito ad una "brokered convention"; poi che la leadership Gop stava lavorando a una candidatura alternativa; poi che i delegati si sarebbero ribellati; e infine che la convention è stata un "disastro". E tutto questo mentre ripetevano che era l'unico tra i candidati Gop contro cui Hillary avrebbe vinto facilmente. Tutte previsioni spazzate via.

Dalla Convention di Cleveland il messaggio di Trump è uscito rafforzato nonostante le sue presunte gaffe. Tra l'altro, come ha osservato il commentatore Charles Krauthammer, accusando Trump di aver invitato una potenza straniera a "violare la sicurezza nazionale" per la battuta sarcastica con la quale ha esortato la Russia a trovare le 30 mila e-mail sparite dai server personali di Hillary, la campagna della Clinton ha implicitamente ammesso che quelle e-mail non erano solo personali, ma anche di lavoro, se non classificate, contrariamente a quanto da lei affermato al Congresso e all'FBI.

La difficoltà nell'interpretare il "change", con i suoi 25 anni di politica alle spalle, e la popolarità di Barack Obama, ancora al 50%, hanno convinto Hillary a presentarsi come suo erede. Ma proporre agli americani un "terzo mandato" di Obama senza il carisma di Obama non è operazione priva di rischi. Oltre il 70% ritiene che il Paese stia andando nella direzione sbagliata, di solito un indicatore sfavorevole per il partito alla Casa Bianca, e il 55% pensa che il Paese sia ancora in recessione. Nonostante il segno più del Pil, Obama è l'unico presidente che non ha mai centrato il 3% di crescita in almeno un anno di mandato. Se non lo status quo, dalla Clinton ci si può aspettare il tentativo di implementare le stesse politiche che hanno prodotto crescita lenta, redditi stagnanti e un altissimo debito pubblico. Proprio la situazione che ha esasperato il ceto medio e le classi operaie che guardano a Trump. Se il marito Bill nel 1992, e lei stessa alle primarie del 2008, hanno corso da centristi, oggi l'agenda di Hillary è persino più progressista di quella di Obama, socialdemocratica "dalla culla alla tomba".

Uno dei punti forti di Hillary rispetto al suo avversario dovrebbe essere l'esperienza da segretario di Stato. Ma l'eredità di Obama in politica estera è quanto meno controversa e la Clinton c'è dentro fino al collo: dal ritiro dall'Iraq e le incertezze sulla Siria, che hanno lasciato il vuoto riempito dall'Isis e una crisi di rifugiati che destabilizza l'Europa (e probabilmente ha giocato un ruolo decisivo nella Brexit), fino al disastro libico, passando per l'accordo sul nucleare iraniano, le tensioni con Israele e la crisi ucraina. L'accusa rivolta a Trump di "intelligenza col nemico" semplicemente perché vuole normalizzare i rapporti con la Russia di Putin, soprattutto in funzione anti-Isis, è singolare se viene da chi otto anni fa proponeva di premere il pulsante "reset" nei rapporti con Mosca e sfotteva il repubblicano John McCain come residuato della Guerra Fredda. Sulle "connections" tra l'allora segretario di Stato Clinton e il Cremlino ai tempi del "reset" è istruttivo un articolo, apparso sul WSJ, di Peter Schweizer, autore del libro "Clinton Cash".

Con la loro riluttanza a discutere di terrorismo e Isis, la tendenza a parlare di sicurezza nazionale senza riuscire a menzionare l'islam radicale, e ad abusare invece di toni da Guerra Fredda nei confronti della Russia solo per attaccare Trump, i Dem rischiano di mostrarsi poco in sintonia con gli umori e le preoccupazioni degli americani. E Mosca ha risposto a muso duro alla Clinton, che ha apertamente accusato i servizi segreti russi per l'attacco hacker ai server del Comitato nazionale democratico. Da parte degli Stati Uniti non c'è stata alcuna protesta formale, attraverso nessun canale, quindi "non c'è nulla di concreto nelle sue accuse", è solo "retorica elettorale", ha risposto il portavoce Peskov.

"L'epoca della discordia". Così il WSJ ha definito gli anni di Obama. "Nel 2008 aveva detto di voler essere il contrario di Ronald Reagan, e lo è stato. Ha realizzato la maggior parte della sua agenda progressista ma lascia un'America angosciata dall'economia e più divisa di come l'aveva trovata". Così come in politica estera "ha realizzato l'obiettivo di ridurre gli impegni globali dell'America", ha "europeizzato" la spesa militare portandola dal 4,6% al 3% del Pil, lasciando però un mondo "mai così pericoloso dalla fine della Guerra Fredda". E la Clinton ha assecondato la ritirata globale di Obama. "Obama non lo ammetterà - conclude il WSJ - ma questa è la realtà che permette a Trump di insistere con la sua litania sul declino. Non avrebbe potuto se decine di milioni di americani non ci credessero".

Il racconto che invece piace molto ai media - Trump rappresenta la paura e Clinton la speranza - è puro spin elettorale. Ogni candidato cerca di far leva sulla paura contro l'avversario e di suscitare la speranza negli elettori facendo leva sulle proprie doti personali. Invece di smontare la linea isolazionista e protezionista di Trump nel merito, la campagna anti-Trump rischia di commettere gli stessi errori della campagna anti-Brexit: a forza di accusarlo di far leva sulla paura della gente, appariranno gli anti-Trump come coloro capaci di puntare solo sulla paura per l'avversario. Per molti elettori americani la scelta sarà questione di indole personale: un male noto o un salto nel vuoto?

Monday, July 11, 2016

L'emailgate non è chiuso, le tre bugie di Hillary

Pubblicato su Ofcs Report

La media dei sondaggi della scorsa settimana vede stabile il vantaggio di Hillary Clinton (+4,5%) a livello nazionale. Rasmussen è l’unico istituto che attribuisce a Donald Trump un lieve vantaggio (+2, in calo dal +4 della settimana precedente), mentre Reuters/Ipsos sono i più generosi con la Clinton (+11). Dal punto di vista politico, Trump è ancora alle prese con i difficili rapporti con la leadership del Partito repubblicano. E per ridurre al minimo il rischio di imprevisti alla Convention di Cleveland del 18 luglio che dovrebbe incoronarlo, prosegue il suo lavoro “diplomatico”. La settimana scorsa ha incontrato molti parlamentari del partito. E a giorni lo attende la delicatissima scelta del suo vice.

Hillary Clinton ha ottenuto il tanto sospirato endorsement di Bernie Sanders. Ma la chiusura di un problema rischia di aprirne un altro: nel tentativo di inseguire e conquistare i supporter del suo ex sfidante, rischia infatti di spostare troppo a sinistra l’asse della sua campagna. I due staff hanno lavorato sodo per raggiungere un’intesa tra i due ex avversari e ne è uscita la piattaforma programmatica più di sinistra della storia del Partito democratico. Il socialista Sanders avrebbe ottenuto “almeno l’80%” dei suoi punti, secondo il suo staff, tra cui l’inserimento nel programma della sua proposta di paga minima oraria di 15 dollari, indicizzati all’inflazione. E in tema di sanità pubblica, ha così apprezzato la proposta di Hillary da definirla “un passo importante verso l’estensione dell’assicurazione sanitaria e dell’accesso alle cure mediche per milioni di americani”.

Su un altro fronte, se la Clinton ha certamente potuto tirare un sospiro di sollievo alla decisione dell’Fbi di non proporre la sua incriminazione per il caso “emailgate“, ossia l’utilizzo di account e-mail e server privati durante il suo mandato di segretario di Stato, tuttavia l’immagine di candidata esperta e affidabile in contrapposizione a Trump ha subito un duro colpo e le polemiche la accompagneranno fino a novembre. Non tanto perché il Dipartimento di Stato riaprirà, dopo averla sospesa in aprile per non interferire con l’Fbi, l’indagine interna sul caso (un atto dovuto che difficilmente avrà conseguenze), ma perché le bugie di Hillary sono emerse chiaramente dall’audizione del direttore dell’Fbi, James Comey, al Congresso americano. Comey ha negato che la Clinton abbia mentito all’Fbi, ma ha confermato che alcune sue dichiarazioni e spiegazioni fornite lo scorso ottobre alla Commissione parlamentare sull’attacco di Bengasi non erano vere. Ha ribadito che la Clinton “certamente avrebbe dovuto sapere di non poter inviare informazioni classificate” su un server privato di posta elettronica, con il rischio che potessero finire in mani sbagliate: “Come ho detto, questa è la definizione di negligente. Credo che lei sia stata estremamente imprudente. Ho pensato che è stata negligente. Questo è ciò che ho potuto stabilire. Quello che non possiamo stabilire è se ha agito con il necessario intento criminale”.

Su tre questioni, durante uno scambio prolungato tra Comey e il deputato repubblicano Trey Gowdy, è emerso che Hillary non ha detto il vero. Il direttore dell’Fbi ha confermato che informazioni riservate sono passate sul server privato della Clinton, nonostante lei avesse negato che fossero stati inviati o ricevuti elementi contrassegnati come classificati. Alla domanda se corrisponda al vero la testimonianza della Clinton secondo cui “nessun materiale classificato è stato spedito ad alcuno per e-mail”, Comey ha risposto: “No, c’era materiale classificato inviato via e-mail”. Così come non è vero che la Clinton, come lei stessa aveva affermato, ha usato un solo dispositivo per le sue e-mail di lavoro durante il mandato da segretario: “Ha usato più dispositivi”, ha risposto Comey. E non è vero che ha restituito tutte le e-mail legate al suo lavoro al Dipartimento di Stato. “No, abbiamo trovato e-mail legate al lavoro, migliaia che non sono state restituite”, ha risposto ancora il direttore dell’Fbi. “Che le abbiano cancellate, o che qualcosa sia successo quando è cambiato server – ha aggiunto Comey – non c’è dubbio che le e-mail di lavoro sono state rimosse elettronicamente dal sistema”. Per una bugia su un rapporto sessuale al marito Bill è andata molto peggio.

Tuesday, July 05, 2016

Hillary "graziata" dall'FBI: corsa in salita per la Casa Bianca

Pubblicato su Ofcs Report

Hillary Clinton è la prima candidata donna alla Casa Bianca, ma riuscirà anche ad essere la prima donna a varcarne la soglia da presidente? Sì, stando ai sondaggi e alle analisi che circolavano solo tre mesi fa, secondo cui Donald Trump sarebbe stato l’unico candidato, tra i molti repubblicani, contro cui la Clinton avrebbe vinto facilmente a novembre. Oggi questo scenario, evocato soprattutto dagli sfidanti di Trump alle primarie repubblicane, sembra appartenere ad un’altra era politica. Certo, dopo il quasi sorpasso di fine maggio, la media dei sondaggi dà Hillary in vantaggio di 4,5 punti percentuali (44,8% a 40,3%) e saldamente in testa nella mappa dei grandi elettori dei singoli Stati (210 contro 164, con 164 ancora in bilico), ma il margine di sicurezza di 10 punti e più degli inizi è un lontano ricordo. E il sondaggio Rasmussen di fine giugno che attribuisce a Trump un vantaggio di 4 punti a livello nazionale è un campanello d’allarme. Come lo sono il sondaggio Gravis che registra un testa-a-testa (49 pari) in uno stato chiave come la Florida e quello SurveyUSA secondo cui l’elettorato di origini cubane sarebbe in maggioranza per Trump (45 a 34).

Almeno tre elementi indicano che la strada verso la Casa Bianca, per l’ex first lady, è ancora in salita e piena di incognite. Primo, il cosiddetto “emailgate“, l’inchiesta sull’utilizzo che Hillary ha fatto di account e-mail e server privati durante il suo mandato da segretario di Stato, su cui sabato scorso è stata interrogata per tre ore e mezza dall’FBI. Proprio ieri il direttore dell’FBI, James Comey, ha annunciato alla stampa la decisione di non incriminare la Clinton, ma le polemiche sul caso sono destinate ad accompagnarla per il resto della campagna elettorale. Comey ha parlato di “estrema negligenza” da parte della Clinton e del suo staff, che “avrebbero dovuto sapere che l’uso dei server privati era improprio”. Innanzitutto, è confermato che almeno 30mila e-mail sono passate su quei server, anche durante la drammatica crisi dell’attacco terroristico al consolato Usa di Bengasi, in cui ha perso la vita l’ambasciatore in Libia. Di queste, 110 contenevano informazioni classificate (8 top secret) e la Clinton non le ha consegnate spontaneamente, le ha dovute recuperare l’FBI in questo ultimo anno, anche se “non ci sono prove che le abbia cancellate volontariamente”. Inoltre, nel pieno dell’indagine l’inopportuno incontro tra Loretta Linch, capo del Dipartimento della giustizia (il ministro della giustizia Usa) e il marito di Hillary, l’ex presidente Bill Clinton. La Lynch si è vista costretta a fare mea culpa per un incontro che “comprensibilmente”, ha ammesso lei stessa, ha alimentato dubbi e polemiche che l’hanno indotta ad assicurare che accetterà “qualsiasi conclusione a cui giungerà l’FBI”. Non si sono fatti attendere gli attacchi di Trump: “Il direttore dell’FBI dice che la corrotta Hillary ha compromesso la sicurezza nazionale, ma nessuna incriminazione. Wow”, ha tuonato su Twitter. “Il sistema è corrotto. Petraeus ha avuto problemi per molto meno”, ha aggiunto.

Secondo, la forte resistenza dei sostenitori di Sanders a ricompattarsi dietro la Clinton. Trump ha persino fatto esplicito appello agli ex elettori del senatore del Vermont, facendo leva su importanti temi comuni, come la lotta anti-sistema e l’impoverimento della classe media causato dalla deindustrializzazione e dalla globalizzazione. Potrebbe essere più facile per Donald pescare voti a sinistra di Hillary di quanto lo sia per Hillary pescare a destra di Donald. Quel “Hillary Clinton non mi rappresenta” detto da una star della sinistra hollywoodiana come Susan Sarandon non è certo un bel segnale. Insomma, la Clinton potrebbe incontrare qualche problema a mobilitare la base, soprattutto più di sinistra, del suo partito. E nonostante Trump stia facendo di tutto per alienarsi il voto femminile, Hillary non sembra ancora sfondare proprio nel voto delle donne: le più anziane sono tra le sue più entusiaste sostenitrici, ma le più giovani alle primarie erano per Sanders e convincerle non sarà una passeggiata.

Ma la vera incognita che potrebbe decidere queste presidenziali è il possibile ritorno alle urne di milioni di americani che non votano da decenni per l’assenza di una vera alternativa all’establishment rappresentato dai due partiti tradizionali. E la Clinton rappresenta la quintessenza dello status quo a Washington, mentre Trump l’anti-sistema per eccellenza.

I media europei e americani dipingono Hillary Clinton come il candidato ragionevole e civilizzato in opposizione al folle demagogo Trump, ma rischiano di sottovalutare l’impopolarità di Hillary. Una delle tendenze che emerge con più forza dai sondaggi infatti è che sia Trump sia la Clinton fanno registrare gli indici di impopolarità più alti (circa il 60%) di qualsiasi altro candidato mai presentato dai due principali partiti. Tanto che per qualche analista ci sarebbe ancora lo spazio politico per un terzo candidato. Oltre il 30% dei loro sostenitori dichiara che la loro principale motivazione è l’avversione per l’altro candidato. La scelta, insomma, è per “il male minore”. Saranno di più gli americani motivati a votare contro Trump o contro Clinton?

Dalle colonne del Washington Post, lo scrittore Jim Ruth avverte che c’è una “nuova maggioranza silenziosa”, una fetta importante della classe media americana, a cui Trump non piace ma che è pronta a votarlo lo stesso, perché “ha una sola qualità redimente: non è Hillary Clinton. Non vuole trasformare gli Stati Uniti in una democrazia sociale sul modello europeo, basata sul politically correct”. E’ un bullo, un demagogo, ma anche l’unico in grado di “preservare l’American way of life come la conosciamo. Per noi, il pensiero di altri quattro o otto anni di agenda progressista che inquini il sogno americano è anche più pericoloso per la sopravvivenza del Paese di quanto lo sia Trump”.

L’appello di Trump alla working class bianca, poco istruita e impoverita, potrebbe far presa in stati dove la delocalizzazione ha fatto più strage di posti di lavoro e di “identità industriale“, come Pennsylvania, Ohio e Michigan, tradizionalmente democratici e decisivi per la conquista dei grandi elettori. In questi stati il margine di vantaggio che i sondaggi attribuiscono a Hillary è già risicato.

Thursday, February 28, 2013

Il boom di Grillo grazie agli elettori del Pd

Non avendo a disposizione strumenti per un'analisi dei flussi elettorali, mi sono affidato al buon senso, e all'analisi politica fondata sui dati elettorali e sul turnout di centrodestra e centrosinistra nelle precedenti elezioni (2006 e 2008). Il risultato è questo articolo, la cui tesi (gli «elettori di Grillo sono per 2/3 di sinistra») ieri pomeriggio, mentre scrivevo, veniva confermata dall'analisi dei flussi dell'Istituto Cattaneo, che oggi è nascosta a pagina 23 del Corriere, dopo che prima e dopo il voto sondaggisti, stampa e politici di sinistra hanno sostenuto che il M5S pescava voti in egual misura a sinistra e a destra.

Non è così, come ho cercato di spiegare: il Pd ha perso voti quasi solo verso Grillo, mentre il Pdl ha perso elettori soprattutto verso l'astensione e verso Monti. E probabilmente bisogna sommare gli astenuti di oggi rispetto al 2008 a quelli del 2008 rispetto al 2006, perché gli astenuti del 2008 erano della sinistra radicale che oggi sono tornati alle urne per votare Grillo. Gli elettori di Grillo sono per i 2/3 di sinistra, meno di 1/3 da centrodestra e Lega. Che poi si tratta degli elettori che nel 2008 la Lega aveva a sorpresa strappato alla sinistra in Veneto e nelle regioni rosse.

L'analisi è confermata anche dai flussi dell'Istituto Cattaneo in 9 città:
«Nella maggioranza delle città considerate il principale tributario è rappresentato dal Partito democratico... Nel complesso il M5S ha sottratto molti voti al Pd, mentre ha inciso solo marginalmente (e solo nel Sud) sull'elettorato del Pdl».
Per il Cattaneo il secondo "contributore" di voti al M5S è la Lega e il terzo è l'Idv. Sulla Lega, bisogna ricordare il boom del 2008, quando superò quota 3 milioni di voti dal milione e 750 mila del 2006, grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse". Con ogni probabilità è accaduto che gran parte di questi elettori sono tornati a sinistra, ma con Grillo. «C'è poi un flusso che viene al M5S dalle estreme, sia di sinistra che di destra».

Per quanto riguarda il Pdl, rileva l'Istituto Cattaneo, «nel Centro-nord non cede praticamente voti al M5S; nel Sud cede voti a Napoli (ma in misura nettamente inferiore al Pd), nettamente a Reggio Calabria, ma non a Catania». Quindi gli elettori del Pdl hanno scelto Grillo in misura molto marginale e localizzata, a macchie di leopardo. Dove sono finiti, dunque, i voti del 2008 del Pdl? «Anche in questo caso i dati evidenziano un duplice registro, che separa Centro-nord da Sud. Nella prima zona i flussi evidenziano Scelta civica di Monti come area prioritaria di destinazione dei transfughi del Pdl. Questo vale in tutte le 6 città del Centro-nord analizzate. Nel Sud invece è l'astensione la principale destinataria delle perdite del Pdl».

Insomma, la base elettorale naturale di Grillo sta, in ordine crescente di voti, negli astensionisti di lungo corso, nei giovani al primo voto, nella sinistra radicale (Idv compresa) e nella Lega. I fattori che hanno determinato il "boom" del M5S, che gli hanno permesso di passare da un 15-17% al 24-25, sono stati i voti del Pd e il contemporaneo forte calo dell'affluenza.

Elettori di Grillo per 2/3 di sinistra

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Se con i loro sondaggi non hanno saputo intercettare quel 5% di elettori in più che hanno votato Grillo rispetto al 19-20% quotato alla vigilia, perché dovrebbero essere in grado di intercettarlo oggi per farsi spiegare quale partito questi elettori avevano votato alle precedenti elezioni? E' lecito dubitare, quindi, delle analisi sui cosiddetti flussi che stanno circolando in queste ore. Qui proveremo un approccio diverso, cercando di desumere da dove sono arrivati i voti a Grillo incrociando i dati delle due precedenti elezioni politiche: quelle del 2008, quando a massimizzare la partecipazione al voto fu il centrodestra, e del 2006, quando invece fu il centrosinistra a fare il pieno di voti. Siccome una cosa è certa, non potremo mai sapere come hanno votato in passato i quasi 3 milioni che si sono astenuti rispetto al 2008 (oltre 4 milioni rispetto al 2006), assumiamo come ipotesi ragionevole che dopo 4 anni di governo dell'odiato Berlusconi, dagli esiti fallimentari anche per chi l'ha votato, e un anno di misure impopolari e recessive da parte del governo tecnico, il turnout, ossia la mobilitazione, sia stata quest'anno molto più favorevole al centrosinistra che al centrodestra, mentre l'esatto contrario si può ipotizzare nel 2008, dopo i due anni della travagliata Unione prodiana.

Rispetto sia al 2006 che al 2008, quando alla Camera raccolse circa 12 milioni di voti, il Pd ne ha persi circa 3,3 milioni. L'intera area che definiamo della sinistra radicale (Rifondazione, Comunisti italiani, Idv, Verdi) raccolse nel 2006 ben 4,8 milioni di voti, che si ridussero a poco più di 3 milioni nel 2008 (Idv, Sinistra arcobaleno e altre formazioni comuniste minori), probabilmente penalizzata sia dall'astensione (in totale fu di 1,41 milioni in più rispetto al 2006), sia da elettori in uscita verso il Pd, ai quali Veltroni riuscì a prospettare una rimonta su Berlusconi. Oggi le liste che rappresentano la continuità con la sinistra radicale, Sel (Sinistra arcobaleno) e Ingroia (Idv + Comunisti italiani) si sono fermate a 1,85 milioni di voti. Insomma, rispetto al 2006, elezioni della massima mobilitazione degli elettori di centrosinistra, mancano oggi circa 3,3 milioni di voti del Pd e quasi 3 milioni della sinistra radicale.

La coalizione guidata da Berlusconi ha toccato il suo picco massimo nel 2008, superando i 17 milioni di voti. Ma nel suo complesso l'area di centrodestra, compresi l'Udc (2 milioni) e La Destra (0,9 milioni), sfiorò quota 20 milioni. Alla coalizione berlusconiana, di cui oggi fa parte anche Storace, mancano quindi quasi 8 milioni di voti. Di questi, 1,6 milioni sono stati persi dalla Lega Nord, 0,66 milioni da Storace, mentre i 2 milioni di voti dell'Udc dovrebbero essere più o meno confluiti nella coalizione Monti, che però ne ha conquistati di più: in tutto 3,6 milioni.

Per quanti voti del Pd possano aver preso la via della Scelta civica montiana e dell'astensione, è politicamente ragionevole ritenere che sia stato il Pdl, per i motivi che abbiamo spiegato prima, a pagare il contributo maggiore, in termini di voti persi, all'astensione e alla forza politica del professore. Così come è ragionevole ritenere che 1,8 milioni di voti persi dall'area della sinistra radicale tra il 2006 e il 2008, e l'ulteriore milione e oltre perso dal 2008 ad oggi, siano in gran parte rientrati dalla finestra di Grillo. Si può quindi stimare il contributo dell'elettorato di centrosinistra (Pd e sinistra radicale) al Movimento 5 Stelle in 4-5 milioni di voti (45-60% del totale dei suoi consensi).

Il che sarebbe confermato dalla distribuzione geografica del successo di Grillo. In particolare, il professor D'Alimonte sul Sole 24 Ore ha analizzato il passaggio di voti al M5S dalla sinistra radicale e dal Pd a Torino, ma le stesse conclusioni si potrebbero trarre osservando le performance nelle regioni "rosse". In Veneto, invece, al "boom" di Grillo, oggi primo partito in tutte le province, corrisponde il crollo della Lega, che era primo partito nel 2008. Ciò non significa che non abbia pescato anche dal Pdl e presso un elettorato di destra più sensibile al tema della moralità politica, ma bisogna ricordare che nel 2008 ci fu un vero e proprio "boom" della Lega, che passò da 1,75 milioni di voti del 2006 a 3 milioni grazie ad una notevole capacità di penetrazione - concordarono le analisi - presso l'elettorato di centrosinistra, persino nelle regioni "rosse".

Si può quindi stimare che verso il M5S siano confluiti la gran parte degli elettori persi dalla Lega (1,6 milioni), mentre in misura molto minore quelli che hanno abbandonato il Pdl (soprattutto quelli degli ex An che hanno condiviso le motivazioni della scissione di Fini ma poi non hanno votato per la piccola formazione dell'ex presidente della Camera): in tutto dal centrodestra 2-3 milioni di voti (il 20-35% dei consensi totali del M5S), un milione dei quali "rubati" alla sinistra dalla Lega nel 2008 e arrivati a Grillo oggi. Mentre la restante parte degli 8,7 milioni conquistati da Grillo (anche un 20%) potrebbero essere arrivati da giovani al primo voto e astensionisti di lungo corso.

Monday, February 25, 2013

Psicodramma Italia

Dopo un calo dell'affluenza tutto sommato contenuto per tutta la giornata di ieri (alle 19 -1,88 rispetto alle politiche del 2008), alle 22 si è registrato un vero e proprio tonfo: -7,38 punti. Facile immaginare lo psicodramma tra le forze politiche, quelle vecchie preoccupate per la sopravvivenza e quelle nuove ansiose di celebrare l'annunciato "boom". Da valutare il peso del "generale Inverno", visto che recarsi a votare tra le 19 e le 22 a fine febbraio, in una domenica tra l'altro di abbondanti nevicate, non è la stessa cosa che alla fine di aprile, con l'ora legale eccetera. Quindi sì, avrà pesato. Ma è anche quasi certo che abbia pesato il fattore politico, dal momento che fanno registrare picchi di circa -10 punti regioni dove in passato il voto è stato molto favorevole al centrodestra, come Lombardia, Campania e Sicilia. Poco meglio, per la verità, l'affluenza in alcune regioni tradizionalmente "rosse" (tra -5 e -7 punti), dove l'astensionismo politico potrebbe aver colpito, anche se in misura molto più lieve, il centrosinistra.

Oggi ci sono ben 8 ore per votare, quindi non è da escludere un certo recupero. Il calo dell'affluenza potrebbe ridursi sensibilmente, fino a -5,5 punti rispetto al 2008. Il dato definitivo dell'affluenza potrebbe aggirarsi intorno al 75%. Ciò significherebbe oltre 2,5 milioni di voti persi. Un simile calo, però, oltre a colpire certamente il centrodestra e in particolare il Pdl, e in misura più lieve il Pd, a mio avviso non aiuterebbe Monti a superare le soglie di sbarramento (del 10% alla Camera e dell'8 in ciascuna regione al Senato), e rischierebbe di deludere anche le aspettative da "tsunami" di Grillo. Molti elettori delusi e arrabbiati, infatti, avrebbero sì espresso il loro "vaffa" ai partiti, ma preferendo la modalità dell'astensione (da vedere anche la quantità di schede non valide) piuttosto che Grillo o il robotico professore della Bocconi.

Insomma, un forte calo dell'affluenza, oltre a danneggiare evidentemente Berlusconi, è probabile che faccia anche mancare il "boom" a Grillo.

Per quanto mi riguarda, non dirò per chi ho votato (anche se è forse intuibile dalle idee espresse nei miei post), perché non si è trattato di un voto convinto, quindi voglio evitare che passi come un endorsement o un'appartenenza. Dirò solo che ho votato in modo molto diversificato tra Camera, Senato e Regione Lazio, in modo da equilibrare esigenze di rappresentanza e governabilità.

Di seguito una mia personale, e un po' provocatoria previsione sulle percentuali finali dei partiti e delle coalizioni (escluse circoscrizioni estero), sulla base di una stima di affluenza al 75% con circa 34 milioni di voti validi e delle considerazioni esposte sopra:

Pd 31
Sel 3,5
Altri centrosinistra 0,9
Totale: 35,4

Pdl 20
Lega 5
Altri centrodestra 4
Totale: 29

Grillo: 17

Monti: 10 (più sotto che sopra la soglia)

Ingroia: 3,8

Fare: 2,6

Friday, February 22, 2013

Italiani in bilico tra "vaffa" e "turarsi il naso"

Anche su Notapolitica

Alcune delle voci che circolano in queste ultime ore di campagna elettorale somigliano a quelle che in un celebre film di Fantozzi circolavano tra i poveri impiegati costretti ad assistere ad un noiosissimo lungometraggio russo mentre era in corso un'epica sfida Italia-Inghilterra: "Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d'angolo...".

La realtà è che nessuno – nemmeno colui che ritenete il più acuto dei commentatori, né i sondaggi che filtrano clandestinamente, figuriamoci i vari leader politici – sa che cosa uscirà fuori dalle urne lunedì pomeriggio. Conviene dunque affidarsi al proprio intuito. Ma bando alla favola per cui ognuno pensa con la propria testa... Come avviene in ogni comunità umana, chi più chi meno tutti pensano anche con la testa degli altri. Anche gli elettori. Nel senso che tra le informazioni sulla cui base decidere come votare rientrano anche le previsioni su come voteranno gli altri e sull'esito delle elezioni. E' fisiologico, soprattutto in un momento di grande incertezza, cercare attorno a sé segnali e indicazioni che non si riescono a rintracciare al proprio interno.

In uno schema bipartitico o bipolare, regolato da una legge elettorale semplice e comprensibile, il compito dell'elettore è relativamente facile. Perché una democrazia possa funzionare, a partire dal suo momento più delicato, quello della trasformazione dei voti in seggi, dovrebbe essere il primo requisito di una legge elettorale: che un elettore possa prevedere con ragionevole certezza l'effetto che produce il suo voto sull'esito finale. Ebbene, in Italia si tratta di un esercizio enigmistico, per la quantità di variabili incontrollabili.

In presenza di un'offerta politica così diversificata rispetto alle altre recenti tornate elettorali, come quella del 2008, che fu essenzialmente bipolare, di un meccanismo elettorale contorto, dagli esiti praticamente imprevedibili, e di un sentimento generalizzato di delusione e disgusto degli italiani per i partiti e la politica, è davvero difficile pronosticare alcunché, ma proibitivo persino "scattare fotografie" del momento, come i sondaggisti amano definire il loro lavoro. Si può fare ricorso ad analogie con elezioni passate, e molti paragonano l'annunciato "boom" di Grillo a quello di Berlusconi nel 1994. Secondo alcuni il M5S si avvicinerebbe al 21% con cui esordì Forza Italia. Ma non ci si può limitare al mero dato numerico. Nonostante la carica anti-partitica del Cavaliere all'epoca della sua discesa in campo, infatti, al contrario di Grillo oggi la sua iniziativa esprimeva già una cultura, un'ambizione di governo non in chiave anti-sistema, e si rivolgeva ad una parte ben definita dell'elettorato.

Si dice che un elettore su tre sia ancora "indeciso". Ma i milioni di "indecisi" lo sono davvero, o vengono chiamati così solo perché sondaggisti, osservatori e politici non sopportano l'idea che non abbiano voluto rivelare per chi voteranno? La sensazione è che un un gran numero di elettori non abbia ancora deciso "se" andare a votare, mentre in cuor suo saprebbe eventualmente per chi votare.

Questa assurda legge che proibisce la pubblicazione dei sondaggi a partire dai 15 giorni dal voto ci precipita in una sorta di "teatro dell'assurdo" che apre le porte a qualsiasi bluff o psicosi mediatica. D'altra parte, se foste autorevoli sondaggisti, avreste più paura di sbagliare su Grillo in eccesso, sovrastimandolo, o in difetto, cioè sottostimandolo? Funziona più o meno così: i sondaggisti temono molto più di farsi cogliere di sorpresa dal "boom" di Grillo, cioè di mancare il fenomeno, quindi pensano sia meglio sovrastimarlo. Quindi, per vie riservate, attraverso i politici e gli operatori dei media che hanno accesso ai dati, si trasmette la narrazione della "valanga", o dello "tsunami", come Grillo ha abilmente chiamato il suo tour, all'opinione pubblica. Con ciò non intendo dire che il "boom" di Grillo non ci sarà, ma che ciò a cui stiamo assistendo potrebbe essere il prodotto di una "psicosi" dei sondaggisti, o dell'innamoramento dei media, sempre a caccia di una storia sensazionale da raccontare. Si generano così titoli tipo "valanga Grillo", e tutti ne parlano, ma quale sarà l'effetto di tutto ciò sul comportamento di voto è del tutto imprevedibile. Gli italiani potrebbero credere al “boom” di Grillo e decidere di contribuirvi, oppure di mobilitarsi per contrastarlo; oppure potrebbero non crederci affatto.

Mai come in queste elezioni, forse, gli italiani sono stati in bilico tra un generale "vaffa", che può esprimersi con l'astensione o con il voto a Grillo, e il "turarsi il naso" per l'ennesima volta. E' tutta qui la difficoltà del sondare, o prevedere, le reali intenzioni di voto: quanti intervistati si "vergognano" di confessare di essere ancora disposti a "turarsi il naso", e quindi si dichiarano incerti o dicono di votare Grillo? E quanti, invece, non rispondono, o si nascondono, vergognandosi del loro "vaffa"? In ogni caso, che domenica e lunedì decidiate per il "vaffa" o per "turarvi il naso", non vergognatevene. Sono loro, quelli sulla scheda, che dovrebbero vergognarsi.

Thursday, February 21, 2013

Chi deve aver paura di Grillo?

Anche su Notapolitica

Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.

La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».

Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.

Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?

Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.

I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.

Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.

Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.

Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.

Thursday, February 07, 2013

Che vuol fare Giannino da grande?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?

E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.

Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.

Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.

E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.

Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?

Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?

Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?

Friday, May 20, 2011

Regola n. 1: basta parlare dell'avversario

Considerando solo i voti espressi per i due candidati che andranno al ballottaggio, il vantaggio di Pisapia sulla Moratti è di 53,6 a 46,4%. Ma secondo una delle corse clandestine cui hanno assistito Mancia e Bressan, Fan Pisapie avrebbe allungato 55'' a 45'', probabilmente per un certo effetto entusiamo da una parte e depressione dall'altra. L'impressione però è che di questo passo il centrodestra rischia l'umiliazione di un secco 60 a 40. Al momento la comunicazione continua ad essere a mio avviso sbagliata.

Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.

E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...

Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Tuesday, May 05, 2009

Le scomode verità che il Pd non vede

Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto pubblicato domenica scorsa non fa che confermare le tendenze emerse dalle ultime elezioni politiche (e anticipate su questo blog addirittura nel maggio 2007). Dal 1994 al 2006 - cioè da quando l'Italia è entrata nella cosiddetta "Seconda Repubblica" e le competizioni elettorali sono dominate da due grandi coalizioni (il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra ulivista) - le elezioni politiche erano state decise sostanzialmente dagli astensionisti. Di volta in volta, elettori di destra o di sinistra delusi dalla performance della propria coalizione al governo decidevano di fatto, rimanendo a casa, la vittoria dell'altra.

Ma il 12 e 13 aprile del 2008 abbiamo assistito ad un fatto del tutto nuovo, puntualmente registrato dal rapporto Itanes sui flussi elettorali, uno dei più autorevoli, pubblicato nel novembre scorso da Il Mulino: per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra. Secondo Itanes, infatti, oltre ad un 4% fisiologico di elettori delusi del vecchio centrosinistra che hanno manifestato il proprio malcontento astenendosi, «le formazioni di centrosinistra – così scrivono gli autori – accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4% dell'elettorato... mentre il Pd perde a favore dei partiti di centrodestra circa il 10% di coloro che avevano votato nel 2006 per l'Ulivo» (cioè la lista unitaria di Ds e Margherita). Ciò significa che un 3% abbondante dell'intero elettorato (circa un milione di voti) ha cambiato schieramento, passando dal Pd al PdL, o alla Lega, e determinando così la vittoria di questi ultimi.

Ma c'è di più. Come conferma anche il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore, questo spostamento da sinistra a destra ha coinvolto anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: oggi «oltre il 43% dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare PdL e quasi il 15% Lega. Solo il 22% preferisce il Pd» (-5,9% rispetto all'aprile 2008). A PdL e Lega finirebbe quindi quasi il 60% dei voti degli operai. A questi vanno aggiunte le preferenze dei disoccupati: 39,8% per il PdL, 14,8% per la Lega e solo il 19,3% per il Pd. Cifre emblematiche del progressivo «distacco tra la sinistra e i settori più deboli della popolazione italiana».

Da una parte, c'è un partito, il PdL, che si rivela «sempre più interclassista», capace di raccogliere i voti dei lavoratori autonomi (il 57,2%) e dei professionisti (il 42,9%), ma anche quelli degli operai, dei disoccupati e delle casalinghe; ricchi e poveri, laureati e non, lavoratori protetti e lavoratori precari. Dall'altra c'è il Pd, «nel cui blocco elettorale prevalgono impiegati pubblici, insegnanti, studenti e pensionati».

Questo sondaggio mostra una fotografia che avevo già scattato esattamente due anni fa e che dovrebbe allarmare i leader e i simpatizzanti del Pd. Il Pd non è solo incapace di rappresentare il mondo dell'impresa. Non è neanche più in grado di parlare a chiunque si guadagni da vivere con il sudore della fronte, ai lavoratori dipendenti, che mostrano di cominciare a capire che i costi dello statalismo e del deficit di meritocrazia deprimono lo sviluppo e danneggiano le loro stesse possibilità di migliorare il proprio status socio-economico.

La grande divisione interclassista dell'elettorato italiano tra ceti produttivi (impresa e lavoro) e ceti improduttivi (parassitari e burocratico-corporativi), cioè tra chi fa o vorrebbe fare (indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza), e i "nullafacenti" (ma non "nullatenenti"), iper-garantititi e privilegiati, c'è sempre stata. Ma la novità è che mai come oggi i primi tendono a riconoscersi nel PdL e nella Lega e i secondi nel Pd e negli altri partiti di sinistra.

I "produttori", cioè chi lavora e sta sul mercato rischiando in proprio, da imprenditore, più o meno ricco, o da dipendente, e persino da operaio, nella piccola e media impresa, e chi nel mondo del lavoro cerca di entrarci scontrandosi con le incertezze della flessibilità e le mille barriere corporative, il familismo e il clientelismo - i cosiddetti outsider - si sentono sempre più rappresentati dal PdL; mentre i "nullafacenti" (intellettuali, impiegati pubblici, insegnanti, studenti e pensionati - ovviamente generalizzando) si sentono ben tutelati dalla conservazione e dall'immobilismo socio-economico-istituzionale della sinistra.

Ma attenzione, perché se gli elettori hanno dimostrato di sapersi spostare da sinistra a destra, allora possono benissimo invertire la rotta e muoversi nella direzione opposta. Il PdL non deve deludere le aspettative di questo elettorato, ormai pragmatico e de-ideologizzato, capace di votare per qualsiasi parte politica che in un dato momento sembri più credibile come interprete delle sue istanze.

Wednesday, December 03, 2008

Sky, Berlusconi perde consensi, il Pd la faccia

Nonostante Tremonti abbia rivelato le obiezioni dell'Ue, e l'impegno preso dal Governo Prodi; e nonostante oggi una portavoce della Commissione Ue abbia confermato che la procedura di infrazione nei confronti dell'Italia sarebbe scattata se le aliquote non fossero state allineate («a questo punto il caso è chiuso»), concordo con quanto scriveva ieri Giuliano Ferrara su Il Foglio.
«Portare via per decreto due terzi degli utili a un editore televisivo che investe e dà lavoro, è qualcosa di molto simile a quanto per anni i dirigisti di ogni colore hanno cercato di infliggere, come punizione divina, alle tv del Cavaliere. E spingere oggi il fornitore di un servizio popolare di largo consumo, che riguarda tanti milioni di famiglie, a tassare gli utenti e contribuenti, è probabilmente una boiata pazzesca».
In un nuovo efficace spot contro l'aumento dell'Iva dal 10 al 20% Sky elenca altri beni "non essenziali" che usufruiscono di un'Iva agevolata al 10 o anche meno. Il problema è che quando si rivendica di aver agito per abolire un "privilegio", i privilegi poi bisognerebbe toglierli tutti, a partire dal quel misero 4% di Iva che paga la Rai sugli "abbonamenti", per proseguire con i quotidiani (non mi pare si possa dire che il Corriere della Sera non sia un'azienda avviata).

Ma da questo punto di vista il Pd è messo ancora peggio. Avendo una posizione strumentalmente antiberlusconiana, non potrebbero certo proporre di togliere i privilegi alla Rai o ai giornali "amici", né di abbassare l'Iva al 10% per tutte le imprese del settore, favorendo così anche le aziende dell'odiato premier. Ma come anticipavo ieri, quale l'aria tiri all'interno del Pd risulta chiaro da questa intervista a Romano Prodi che sì, bel bello se ne esce che ricordava qualcosa:
«Le sollecitazioni dell'Unione europea perché fosse risolta l'asimmetria delle aliquote Iva per le televisioni in Italia ci furono. Una posizione assolutamente condivisibile, tanto che ci impegnammo a provvedere. Ma poi non entrammo mai nel merito».
Altri prodiani, come la Bonino e Visco, dovevano esserne al corrente. Peccato che nessuno abbia pensato di avvisare l'"amico" Walter. Diciamoci la verità, tirando fuori la richiesta dell'Ue e l'impegno di Prodi Berlusconi e Tremonti hanno messo nel sacco un'opposizione allo sbando e giornali che non sanno fare informazione, ma sono solo capaci di fare da megafono alle risse politiche. Ma l'asso nella manica di Tremonti non ha impedito al Cavaliere una brusca caduta nei sondaggi.

Come racconta Sergio Rizzo, quando si trattò di fissare l'Iva per le pay tv, una posizione ragionevole la ebbe Rifondazione comunista. Nel lontano 1995, votando insieme al centrodestra per limitare al 10% l'aliquota che allora i progressisti del Pds/Ds/Pd avrebbero voluto portare al 19%, per fortuna i comunisti favorirono le condizioni per uscire dal duopolio Rai-Mediaset, o per lo meno per attenuarlo.

Tuesday, November 04, 2008

Solo in America è possibile un Obama

E' stata una campagna presidenziale entusiasmante e, come già sembra evidente dalle immagini delle file ai seggi, tra le più partecipate. Gli americani hanno già bocciato alle primarie le scelte dei vertici dei partiti e con le elezioni di oggi dimostrano la vitalità della democrazia americana, che rimane con tutti i suoi difetti un modello insuperato.

Qui com'è noto si preferisce McCain, ma se Obama dovesse vincere, da quel momento sarà il "mio" presidente. Non so quanti possano dire la stessa cosa nei confronti di McCain. Sottoscrivo le parole di Enzo Reale: «Dovesse vincere Obama, non lui ma il fatto stesso della sua elezione renderebbe la città sulla collina ancora più splendente». Sì, perché sarebbe non solo il primo presidente di colore, ma anche il primo presidente figlio di un immigrato africano. Per la sua biografia, al di là delle sue proposte politiche, la vittoria di Obama dimostrerebbe che nell'America di Bush il "sogno americano" è ancora vivo e in ottima salute, se un autentico outsider, per di più di una minoranza, può arrivare alla Casa Bianca o sfiorarla. Ma non bisogna dimenticare che su questo aspetto anche i Repubblicani, e proprio Bush, hanno dato lezioni, collocando in uffici di assoluto rilievo autorevoli personalità di colore, come Colin Powell e Condoleezza Rice.

Mi auguro di dover restare sveglio tutta la notte per assistere alla rimonta di McCain, ma la mia previsione, nonostante i sondaggi abbiano a mio avviso sovrastimato il vantaggio di Obama, è Obama 311 - McCain 227 (al massimo, Ohio e Virginia lo porterebbero a 260). Ciò significa che intorno alle 2 potremo andarcene tutti a letto.

Wednesday, October 29, 2008

McCain in rimonta?

Più che affidarsi ai sondaggi, sono fondamentali fattori politici, e il contesto in cui si svolge la campagna, a suggerire Obama come prossimo presidente degli Stati Uniti (e l'apparizione di Bill Clinton con Obama in Florida è uno di questi segnali più eloquenti dei sondaggi). E ciò a prescindere dal fatto che alcuni istituti negli ultimi giorni stiano registrando un lieve recupero di McCain su base nazionale.

Per l'ultimo sondaggio Gallup (26-28 ott.), il distacco si sarebbe ridotto a soli 2 punti percentuali (Obama 49%, McCain 47%). Il progressivo assottigliamento del margine veniva misurato soprattutto da Reuters/Zogby nei giorni scorsi. Ieri il vantaggio di Obama era sceso fino a +4, oggi è a +5. Terzo istituto, Rasmussen, il cui sondaggio di oggi registra tra i due candidati un distacco di soli 3 punti (Obama 50%, McCain 47%). Significativo perché, si legge nel rapporto, «è la prima volta che McCain riduce la distanza al 3% in più d'un mese e la prima volta dal 24 settembre che i suoi consensi superano il 46%».

La media dei sondaggi calcolata quotidianamente da RealClearPolitics torna dopo molto tempo a segnare un +6% per Obama.

Illusione o lenta rimonta di McCain? In ogni caso, Obama farebbe bene a non darsi per vincitore e a temere sorprese. Se non altro, servirà a mantenere alta la tensione tra i suoi supporters.

Monday, October 20, 2008

Obama Powell

E' un fatto che dopo l'endorsement dell'ex segretario di stato Colin Powell a favore di Obama il piccolo recupero di McCain nei sondaggi (risalito nel weekend a -3%), credo dovuto all'onda lunga della sua buona prova televisiva nell'ultimo dibattito, sia stato completamente annullato.

Dopo tre giorni consecutivi in cui il vantaggio di Obama si era sensibilmente assottigliato, oggi un sondaggio Reuters-Zogby registra di nuovo 5,4 punti di vantaggio di Obama su McCain (49,8 contro 44,4). Effetto Powell? Così tendono a interpretarlo i media, ma non è scontato.

Certamente l'appoggio di Powell segna un punto pesante a favore di Obama, un altro prezioso mattoncino nella meticolosa opera di costruzione di un'immagine che lo faccia apparire pronto per l'incarico di presidente, nonostante la sua scarsa esperienza e la sua giovane età. Apparire "presidenziale" è stato giustamente il leitmotiv della sua campagna ed è ancora uno dei pochi elementi su cui può perdere la Casa Bianca. Che Obama offra «occhi freschi e nuove idee» lo vedono tutti, ma Powell, durante un'intervista nel programma di punta della Nbc, "Meet the Press", ha lodato di Obama esattamente le caratteristiche che gli elettori ancora dubitano che abbia: la «prontezza» e la «competenza».

Detto da un ex segretario di stato, per di più repubblicano, non mancherà di avere un certo peso. Ovviamente la gente non voterà Obama solo perché l'ha detto Powell, ma con l'approssimarsi del 4 novembre è probabile che endorsement come questo contribuiscano ad attenuare, a sbiadire i dubbi sulla preparazione di Obama.

Certo, Powell ha anche tessuto l'elogio delle tasse, con ciò ammettendo implicitamente che sì, Obama le alzerà. E in questo forse non ha fatto un grande favore ad Obama. Curioso come i media liberal si siano improvvisamente scordati che fino a ieri per loro Powell era l'uomo delle "menzogne" sulle armi di distruzione di massa irachene.

Altri due eventi potrebbero aver contribuito ad ampliare il vantaggio di Obama sull'avversario nei sondaggi. L'oceanica manifestazione a Sant Louis può aver dato l'impressione che sia caduta nelle mani di Obama persino una roccaforte repubblicana come il Missouri.

Ma in definitiva, a deprimere la sua percentuale di consensi nei sondaggi può aver contribuito lo stesso McCain, quando l'altra sera a Fox News ha fatto capire che in caso di sconfitta se ne tornerebbe allegramente a "fare il nonno". Pensa alla sconfitta? «Certamente. Ma non mi crogiolo in questo pensiero. E comunque ho avuto una vita meravigliosa. Posso tornare a vivere in Arizona, a rappresentare il mio paese in Senato, con una famiglia meravigliosa, e una vita piena di benedizioni». Non certo un'iniezione di entusiasmo.

Tuesday, September 30, 2008

Il senso di responsabilità del Congresso

Il Wall Street Journal, che appoggia il piano Paulson pur avendo ospitato nella sua pagina degli editoriali opinioni critiche, mette sotto accusa la classe politica americana dopo la bocciatura del piano da parte della Camera.
«L'America è sopravvissuta a una classe politica inetta nel passato, e sopravviverà di nuovo dopo questa settimana... L'elite di Washington si è meritata tutto il disprezzo che gli americani nutrono per essa».
La responsabilità principale è del partito di maggioranza, cioè dei Democratici, e della presidente Nancy Pelosi, che con il discorso fazioso invece che bipartisan avrebbe convinto molti deputati della minoranza rapubblicana a votare contro il piano di salvataggio. E c'è chi dice che la Pelosi abbia intenzionalmente affossato il disegno di legge sapendo che la bocciatura avrebbe danneggiato McCain. «Considerando la sua carriera capiamo perché sarebbe credibile una cosa simile». Ma ciò non giustifica il "no" da parte di 133 deputati repubblicani.

Molti deputati repubblicani votando "no" hanno certamente inteso rappresentare gli umori del proprio elettorato, sapendo che tra pochi giorni molti di loro saranno chiamati a giocarsi la rielezione nei loro collegi e 700 miliardi di dollari non sono bruscolini per i contribuenti americani. Un comportamento generalmente biasimato, ancor più in queste ore drammatiche da quanti fanno appello al "senso di responsabilità" del Congresso, dall'amministrazione Bush alla Commissione europea passando per lo stesso WSJ.

Ma nel temere per la propria rielezione e agire di conseguenza quei deputati sono davvero venuti meno alle loro responsabilità? A quale responsabilità sono venuti meno? Certamente alla responsabilità nei confronti di un astratto interesse nazionale, che in questo caso coinciderebbe con il salvataggio pubblico del sistema finanziario, e per giunta attraverso lo specifico piano presentato da Paulson. Ma non sono venuti meno alla responsabilità nei confronti degli elettori che rappresentano. Giudicate voi quale delle due responsabilità sia più cogente e coerente con la loro funzione.

Ma potrebbero aver avuto un certo seguito anche i 44 economisti che avevano inviato al Congresso una lettera aperta contro il piano di acquisto degli asset "tossici" delle banche da parte del Tesoro Usa, perché costituirebbe una «minaccia significativa per i contribuenti senza affrontare i problemi fondamentali» del sistema finanziario. «Molti dei problemi del mercato oggi - spiegano gli economisti in questa lettera - sono il risultato di passate politiche governative (soprattutto nel settore immobiliare) esacerbate da una dissoluta politica monetaria». Questa lettera fa parte delle iniziative di FreedomWorks, l'organizzazione del congressman Dick Armey che ha lanciato un appello al Congresso perché bocciasse il piano Paulson. Qui 10 ragioni per dire "no" e le motivazioni di Dick Armey.

Ma sul banco degli imputati allestito dal WSJ figura anche Paulson per la sua arroganza: «Non puoi chiedere al Congresso 700 miliardi senza modestia e una migliore spiegazione di come saranno usati». A questo punto, sostiene il WSJ, una recessione sembra inevitabile, «ma il punto è impedire un collasso del sistema finanziario».

Di sicuro la crisi finanziaria ha ridefinito la corsa presidenziale. Lo scrive, su The Politico, Mark Penn, ex consigliere dei Clinton (sia di Bill che di Hillary).
«La campagna non verte più sul cambiamento, sull'esperienza, sull'Iraq, sui tagli fiscali o il servizio sanitario universale. Gli elettori sempre più voteranno sull'economia invece che sulla sicurezza nazionale o sui valori sociali».
Ciò non favorisce John McCain, che pure sembra l'uomo con l'adeguata esperienza nel mezzo di una crisi.
«Innanzitutto perché la sua performance è parsa incerta piuttosto che ferma; poi, perché il genere di persone che diventiamo in una crisi economica è diverso dal genere di persone che siamo in un momento critico per la sicurezza nazionale. Durante una crisi economica gli elettori cercano le sfumature e la collaborazione reciproca, il compromesso piuttosto che gli assoluti morali».
E le soluzioni di McCain, come il taglio della spesa pubblica, sono popolari ma non sembrano un piano complessivo per correggere l'economia. Nonostante come trattare con l'Iran o con la Russia siano questioni molto serie, nessuno adesso sembra interessato a questi temi. «Senza ulteriori cambiamenti di gioco, queste elezioni saranno un referendum sulla leadership economica», conclude Penn.

Che la crisi non favorisca McCain semberebbero confermarlo anche i sondaggi, come osserva Jay Cost:
«Prima dell'inizio della convention democratica, Obama conduceva con una media di 45,5% a 43,9%. A giugno con una media di 47,1% a 42,4%. Quindi, da giugno alla vigilia delle convention McCain ha ridotto il vantaggio di Obama da 4,5 punti a 1,6. Dopo la convention repubblicana era addirittura passato in vantaggio, ma i recenti eventi hanno spazzato via questo vantaggio e adesso la corsa è tornata quasi ai livelli di giugno».
Dunque, non il primo duello tv, dove McCain si è ben comportato, ma la crisi finanziaria e politica lo danneggia nei sondaggi. A meno che il "maverick" non s'inventi qualcosa...

Thursday, April 17, 2008

Il «complesso dei migliori» aiuta la sinistra, ma solo nei sondaggi

Su questo blog si è parlato molto di sondaggi ed exit poll, del loro fallimento anche in queste elezioni. La maggior parte dei sondaggi pre-elettorali registravano fino a due settimane prima del voto un forte avvicinamento tra i principali contendenti, fino ad un 4,5% di differenza. Per chi non ha seguito le maratone elettorali in tv dopo le 15.00 di lunedì, ecco un breve riassunto. I primi exit poll Consortium danno Berlusconi e Veltroni distaccati di soli 2 punti percentuali. Praticamente un testa a testa. Poco prima delle 16 la prima proiezione della Consortium di Piepoli (per Rai e Sky Tg24) assegna un distacco di 4 punti. Verso le 16.30-17 la svolta. Esce la prima proiezione Ipsos (per Mediaset). E' una doccia gelata per i sogni di rimonta del Pd: il distacco è di ben 9 punti. Nel pomeriggio si susseguono le proiezioni di Consortium che si avvicinano sempre più alla stima - poi rivelatasi corretta - di Ipsos. Il paradosso è che Emilio Fede ha dato i numeri giusti e la Rai (servizio pubblico) quelli tendenziosi.

Ma perché sondaggi ed exit poll sovrastimano sempre il centrosinistra e sottostimano il centrodestra? Nel 2006 alla chiusura dei seggi proclamavano la vittoria netta di Prodi e fu pareggio. Quest'anno hanno diffuso l'idea quasi di un testa a testa e si è rivelato un trionfo per Berlusconi. La risposta che più mi convince, e che qui ho avanzato più volte, è la stessa di Luca Ricolfi, su La Stampa di oggi.

I sondaggi sono ingannati dalla "rispettabilità sociale" della risposta. Gli elettori che scelgono un'opzione elettorale non politically correct tendono a nascondersi, perché «quando una persona viene intervistata le sue risposte non sono influenzate solo da quel che l'intervistato pensa, ma anche da quel che l'ambiente intorno a lui gli suggerisce di pensare... La società, il gruppo di riferimento, i media definiscono continuamente ciò che è bene, ciò che è appropriato, ciò che è corretto, ciò che è "in". Simmetricamente definiscono ciò che è male, ciò che è inappropriato, ciò che è scorretto, ciò che è "out". Se in una società le istituzioni richiamano continuamente determinati valori (ad esempio la solidarietà) e stigmatizzano sistematicamente determinati atteggiamenti (ad esempio l'ostilità verso gli immigrati), una parte degli intervistati preferisce non rivelare le proprie preferenze se esse sembrano confliggere con ciò che è considerato socialmente desiderabile».

A livello politico la sinistra continua a considerare «moralmente inferiore chi vota per forze politiche cui essa - la parte sana del Paese - non riconosce piena legittimità democratica», una sorta di «partiti maledetti».
«Per molti cittadini progressisti o illuminati se voti Forza Italia come minimo sei un affarista, un mafioso, o un abbindolato. Se voti Lega sei una persona rozza, egoista e intollerante. Se voti i post-fascisti non hai diritto di sedere al desco dei veri democratici. Se sei di sinistra e ti capita di comprare il Giornale ti guardano come se avessi acquistato un rotocalco pornografico (è successo a me)».
Una disapprovazione che non è «quasi mai esplicita», ma, spiega Ricolfi, che «genera un clima che definirei di intimidazione dolce. Tutti possono dire e fare quel che vogliono, ma sanno anche che - in molti contesti - saranno giudicati severamente se confesseranno di aver votato determinati partiti. C'è una parte del Paese che si sente nella posizione di giudicare gli altri, e c'è una parte del Paese che - proprio per questo - si sente permanentemente sotto esame». In questo meccanismo è caduto Veltroni quando ha sfidato Berlusconi a sottoscrivere quattro principi di «lealtà repubblicana», dando l'idea di sentirsi autorizzato a fornire «patenti di legittimità democratica all'avversario politico».

Molti elettori di destra se ne fregano, ma una parte non trascurabile di essi preferisce nascondersi: sul lavoro, nelle cene, al bar, ma anche nei sondaggi. Se uno pensa di votare un partito un «partito maledetto» - di cui i «sinceri democratici» dicono tutto il male possibile - può essere tentato di non scoprirsi, magari dichiarandosi indeciso, o astensionista.

Si tratta di un fenomeno, quindi, che deriva da quel «complesso dei migliori» che già Ricolfi, tra molti altri, aveva individuato come «una delle grandi malattie della cultura di sinistra».