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Tuesday, June 11, 2013

Il governo del dire e non dire

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta ormai consolidando a Palazzo Chigi il vezzo di dare un titolo mediaticamente spendibile ai provvedimenti. Patetici tentativi di supplire all'inadeguatezza, all'insufficienza di contenuti dell'atto che si sta varando con un efficace "spin" comunicativo, enfatizzando effetti taumaturgici che non si verificheranno. Così come non è bastato al governo Monti ribattezzare i suoi decreti "salva-Italia" e "cresci-Italia" per salvare davvero, o far crescere l'Italia, non basterà al governo Letta chiamare il suo prossimo provvedimento "decreto del fare" per convincerci che sta facendo qualcosa di epocale, o che sta aiutando gli italiani a riavviare le attività produttive - quelle del "fare", appunto.

Il voto delle amministrative rafforza il governo Letta, è la lettura "politicista" prevalente, perché non punisce il Pd per essersi piegato alle "larghe intese" con il caimano, anzi sembra premiarlo (ma allora bisognerebbe concludere che per lo stesso motivo punisce severamente il Pdl), e perché bastonando il centrodestra ne raffredda i bollenti spiriti, dissuadendo Berlusconi dal mettere a rischio la tenuta dell'esecutivo. In realtà, il governo Letta può sperare di durare solo se fa, se agisce. E' come andare in bicicletta: se sta fermo, cade. Ma per fare cose davvero utili al paese non basta attribuire l'appellativo "del fare" ad un decreto.

Fino ad oggi, è stato piuttosto il governo del dire e non dire. Tranne la proroga degli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni, su nessun tema - dall'Imu all'aumento dell'Iva, e in generale sulle tasse, passando per la revisione della spesa e la questione del debito pubblico - ha proferito una parola chiara, definitiva, sulla direzione che intende intraprendere. E la sensazione è che tutto si riduca ad un pressing bipartisan (Pd-Pdl) su Bruxelles per ottenere un po' di caro, vecchio deficit spending, senza mettere davvero mano al dissestato "sistema Italia".

Ben vengano, intendiamoci, misure di liberalizzazione, di semplificazione, di defiscalizzazione delle nuove assunzioni, così come il superamento delle rigidità in ingresso sciaguratamente introdotte dalla riforma Fornero sul lavoro. Ma i dati di questi giorni obbligano la politica, il governo e i partiti che lo sostengono, a scelte ben più coraggiose, ad un vero e proprio cambio di passo e di paradigma, innanzitutto in campo fiscale.

La produzione industriale in calo del 4,6% rispetto ad aprile 2012; il Pil nel I trimestre 2013 di un ulteriore 0,6%, con una perdita già acquisita per quest'anno dell'1,6%, ben peggiore delle stime del governo; il total tax rate sulle nostre imprese al 68,3%, oltre 20 punti sopra la soglia media che grava sulle imprese europee concorrenti; una pressione fiscale effettiva del 53,4% del Pil (paghiamo 38 miliardi di tasse in più rispetto ai partner europei!).

Questi dati impietosi testimoniano che non stiamo affatto uscendo dalla crisi, che la nostra economia è nel bel mezzo di un avvitamento, e quindi che non possiamo permetterci di procedere per rinvii di tre o sei mesi, aspettando di intervenire più a fondo con la legge di stabilità del 2014. Bisognerebbe invertire al più presto questa inerzia con un vero e proprio shock, ma purtroppo i provvedimenti ipotizzati al vertice governo-maggioranza di questa mattina, o che filtrano dalle indiscrezioni di stampa, non solo non sembrano contenere cure e terapie adeguate al male italiano, ma non raggiungono nemmeno lo status di aspirine. Somigliano piuttosto a delle semplici tisane.

Non si tratta di dare 3-400 milioni, uno o due miliardi da una parte, magari togliendoli dall'altra. Serve una grande, coraggiosa, operazione di politica fiscale che alleggerisca il carico su tutti i fronti: Iva, Imu, Irap. Tagliando la spesa, dismettendo asset pubblici, e anche - a questo scopo sì, avrebbe senso - ammorbidendo i vincoli europei.

Thursday, February 21, 2013

Chi deve aver paura di Grillo?

Anche su Notapolitica

Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.

La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».

Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.

Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?

Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.

I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.

Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.

Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.

Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.

Thursday, February 07, 2013

Che vuol fare Giannino da grande?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?

E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.

Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.

Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.

E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.

Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?

Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?

Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?

Monday, February 04, 2013

Reazioni più "shock" della proposta favoriscono il Cav

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dalle reazioni scomposte, "shockate" e talvolta "shockanti", dei suoi avversari, si direbbe proprio che con la sua proposta-shock Berlusconi abbia di nuovo colpito nel segno. Anziché cercare di depotenziarla e sminuirla, Monti, Bersani e gran parte della stampa sono riusciti a dare l'impressione che Berlusconi stia promettendo agli italiani mari e monti. E ci sono riusciti proprio con la gravità delle loro accuse. Avrà mica promesso la luna! La tanto contestata proposta-shock è una goccia, la «classica punta dell'iceberg», la definisce Luca Ricolfi. Bollando come non fattibile e irresponsabile una proposta che richiede una copertura di 4 miliardi di euro l'anno e di altri 4 una tantum, i suoi avversari stanno da una parte ingigantendo oltre misura la portata di ciò che Berlusconi promette agli italiani e allo stesso tempo silurando la credibilità delle loro stesse proposte, dal momento che anche Monti promette riduzioni di imposte di svariate decine di miliardi e Bersani niente meno di «dare lavoro».

Attenzione anche ad accusare Berlusconi di non aver mai mantenuto le sue promesse. Perché se gli italiani ricordano bene che non è riucito ad abbassare le tasse, e più in generale a mantenere le promesse di cambiamento, ricordano anche, però, cosa hanno fatto gli altri e ricordano soprattutto che tra le poche che il Cav ha mantenuto c'è proprio la promessa di abolire la tassa sulla prima casa. Quella cosa lì – forse l'unica che ricordano – l'ha fatta per davvero, e le proposte sull'Imu richiamano alla memoria politica degli italiani una promessa mantenuta da Berlusconi.

Premesso che il problema principale della proposta-shock non è la sua fattibilità, né la sua utilità, ma resta la credibilità personale di chi la fa, e che può essere demagogica quanto si vuole ma suggerisce agli italiani un rapporto tra Stato e cittadini "da sogno", come spesso accade sono le reazioni, più che la proposta in sé, a favorire Berlusconi. I suoi avversari – soprattutto Monti – si fanno schiacciare su posizioni minacciose e cupe (anche lievemente ricattatorie le parole del professore). Né dev'essere sfuggito agli italiani che da quando è iniziata la campagna elettorale, dopo aver dato a Berlusconi dell'irresponsabile e del populista, i suoi avversari si sono messi ad inseguirlo proprio sul terreno dell'Imu e della riduzione delle tasse, avanzando proposte non così dissimili quanto a fattibilità e onerosità finanziaria.

Chiamare in causa il «voto di scambio», o addirittura un «tentativo di corruzione», non solo è fuori luogo, esagerato, ma anche intellettualmente disonesto e autolesionista. Le promesse elettorali possono essere più o meno serie ma tali sono. Altrimenti, bisognerebbe per coerenza concludere che anche promettere sussidi di disoccupazione, assunzioni dei precari nel pubblico impiego, incentivi a questo o a quel settore produttivo, o promettere di «dare lavoro», secondo il lessico paternalistico usato da Bersani, costituiscono voto di scambio o tentativi di corruzione. E impegnarsi a ridurre «gradualmente» le tasse, non è forse un tentativo di "graduale" corruzione? Insomma, così tutto può diventare voto di scambio.

Più inquietante è la concezione del rapporto tra Stato e cittadini che quest'accusa rivela. Restituire l'importo versato per l'Imu, infatti, sarebbe ben diverso dal distribuire soldi (o "diritti") a pioggia per comprare il voto degli elettori. Si tratta di restituire a ciascun contribuente la stessa somma di denaro che fino ad un anno prima gli apparteneva, che fino a prova contraria si era guadagnato onestamente, e non di gratificarlo con denari non suoi o privilegi non goduti prima. C'è una bella differenza, insomma, in termini sia logici che economici, tra il retrocedere quote di tassazione ai contribuenti e la cosiddetta redistribuzione che tanto piace a sinistra, questa sì, sarebbe più appropriato paragonarla al voto di scambio.

Non bisogna mai dimenticare che una regola base delle campagne elettorali in qualsiasi democrazia è saper trasmettere un messaggio positivo, una prospettiva di speranza, non cupa, saper raccontare una storia di riscatto. Chiamatelo sogno, o futuro, ma impegni e promesse ci vogliono. E il fatto che Berlusconi non abbia mantenuto le sue, e non sia più credibile, non rende meno valida questa regola, non esenta i suoi avversari dal rispettarla.

Thursday, November 29, 2012

Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare

Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.

Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.

Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.

Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.

Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».

Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).

Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.

Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.

Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).

«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».

Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».

Tuesday, November 13, 2012

Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani

Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.

Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.

Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.

Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.

Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.

Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.

Tuesday, October 16, 2012

L'effetto annuncio per mascherare la nuova stangata

Date a Mario quel che è di Mario. Bisogna riconoscere al premier Monti di essere un politico abile, persino un filino spregiudicato, altro che un tecnico. Grazie ad una stampa mainstream più che compiacente, è riuscito ad assicurare alla legge di stabilità uno "spin" più che favorevole, cioè a presentarla sotto una luce positiva, almeno per quanto riguarda la parte fiscale. Le cortine fumogene non durano, prima o poi si diradano, ma dal punto di vista mediatico spesso è il primo impatto a definire il mood complessivo della narrazione. Il governo è stato furbo a incrociare tagli e aumenti di imposte, ma ora che la polvere alzata si sta depositando, cominciano a distinguersi i contorni di una vera e propria beffa. Depurata dai trucchetti contabili, la relazione tecnica conferma il sospetto che tra aumento dell'Iva, riduzione Irpef, taglio delle agevolazioni fiscali e nuove tasse, il saldo netto non sia zero, ma addirittura positivo per il governo e negativo per i contribuenti.

L'effetto delle misure fiscali nel 2013 sarebbe di minori entrate per 9 miliardi a fronte di circa 6 miliardi di prelievo aggiuntivo. Qualcosina si è tagliato, si direbbe. E invece no, perché per darcela a bere il governo ricorre ad un trucco contabile piuttoso maldestro, per usare un eufemismo: siccome l'incremento di 2 punti delle aliquote Iva era già previsto, considera l'aumento di un solo punto una riduzione delle tasse, quindi iscrive a bilancio un -3,3 miliardi (il secondo punto in più di Iva che manca). Ma sottraendo questi 3,3 dai 9 miliardi di presunte minori entrate e sommando i 3,3 miliardi del punto di Iva che scatterà da luglio ai 6 di prelievo aggiuntivo, ecco che il rapporto si inverte: dovremmo avere, quindi, meno tasse per 5,7 miliardi e più tasse per 9,3, con un aggravio di quasi 4 miliardi.

Ricapitolando, a fronte di una riduzione delle aliquote Irpef di circa 6 miliardi (4,15 nel 2013, 6,5 nel 2014 e 5,85 nel 2015) e di una detassazione dei salari di produttività per 1,2 miliardi nel 2013 (ma di soli 400 milioni negli anni successivi), pagheremo 3,3 miliardi in più di Iva (6,6 a regime dal 2014), a cui vanno aggiunti 1,15 miliardi dalle minori detrazioni e deduzioni fiscali, 1,1 miliardi dall'imposta di bollo sulle transazioni finanziarie (l'anticipo della Tobin Tax), 500 milioni dalla minore deducibilità delle auto aziendali, 400 milioni dalle assicurazioni (indovinate su chi scaricheranno i costi?), 150 milioni dall'aumento dell'Iva (dal 4 all'11%) sui servizi delle cooperative sociali, 175 milioni dal bollo sui certificati penali, 250 milioni dall'Irpef sulle pensioni di invalidità e di guerra, fino ad oggi esenti, e infine 50 milioni dalla stretta sui permessi della legge 104. Totale: meno tasse 5,4 miliardi e più tasse 7 miliardi. Il rapporto si aggrava negli anni successivi, perché se dal taglio delle aliquote Irpef arriveranno 2 miliardi in più, la detassazione sui salari di produttività si ridurrà da 1,2 miliardi a 400 milioni e avremo sulle spalle l'aumento del punto di Iva su 12 mesi e non solo 6, quindi altri 3,3 miliardi. Totale: meno tasse circa 6,6 miliardi e più tasse circa 10 miliardi.

L'aspettativa non era certo una riduzione della pressione fiscale, ma che restasse almeno invariata, cioè che il governo riuscisse a scongiurare l'aumento di 2 punti dell'Iva già previsto a partire dal luglio 2013. Anziché presentarsi dinanzi all'opinione pubblica dovendo semplicemente ammettere che "no, non ci siamo riusciti e di un punto abbiamo dovuto alzarla", una prospettiva piuttosto deprimente rispetto alle attese, il governo ha preferito mischiare le carte in tavola e attribuirsi il merito di avere almeno iniziato ad abbassare le tasse sul reddito personale.

«Un punto di svolta» che ieri, su la Repubblica, il ministro Grilli ha avuto la faccia tosta di tornare a rivendicare. Che il governo abbia voluto «lanciare un forte segnale al Paese» ci sono pochi dubbi, certamente per «cambiare le aspettative», «ridare speranza», direi puntando al consenso; è sulla corrispondenza tra il messaggio, tra le parole e i fatti che i dubbi abbondano: quando Grilli dice che «il rigore sta dando i suoi frutti, e questi frutti possiamo cominciare a restituirli ai cittadini, avviando un percorso di riduzione della pressione fiscale», dice una cosa che non c'è nella manovra. C'è sì un piccolo taglio dell'Irpef, ma più che compensato da nuovi prelievi. E' vero che ad alcuni cittadini andrà meglio, e ad altri peggio, ma nel complesso il carico fiscale non diminuisce, aumenta. Se c'è «una scossa forte al Paese», è ancora una volta nel senso di più tasse.

Dunque, Monti ha messo in atto esattamente lo stesso trucco comunicativo, l'effetto annuncio, che veniva rimproverato all'ex premier Berlusconi, con la differenza che quest'ultimo, avendo la stampa contro, veniva subito smascherato. E così i media anziché annunciare un fallimento ("Monti non riesce a scongiurare l'aumento dell'Iva"), stanno ancora barcamenandosi per capire se con la legge di stabilità il governo ha davvero diminuito le tasse, se sono rimaste invariate o se le ha aumentate di nuovo.

Nel frattempo Alesina e Giavazzi, sul Corriere, ricordano che storicamente, stando alle manovre di correzione attuate negli ultimi 30 anni nei Paesi industrializzati, la composizione opposta - tagli di spesa e minori aggravi fiscali - comporta minori effetti recessivi e riduce più rapidamente il debito. Evidenza confermata anche dal caso italiano: «Le manovre per lo più costruite su tagli di spesa (le poche che sono state fatte) hanno inciso sull'economia in misura trascurabile», mentre «quelle attuate per lo più aumentando le imposte hanno avuto un "moltiplicatore" pari a circa 1,5: cioè per ogni punto di Pil di correzione dei conti l'economia si è contratta, nel giro di un paio d'anni, di un punto e mezzo».

Per questo, superata l'emergenza, i due economisti insistono nel proporre una «fase due» di tagli alla spesa in misura sufficiente (sarebbe possibile risparmiare 80 miliardi senza tagliare la spesa sociale, certo non raschiando qualche milione qua e là, ma ripensando il perimetro dello Stato) a ridurre la pressione fiscale di 10 punti, mentre debbono constatare che «a un anno di distanza non si è neppure riusciti ad evitare un aumento dell'Iva che annullerà i benefici del timido taglio delle aliquote Irpef».

Friday, May 20, 2011

Regola n. 1: basta parlare dell'avversario

Considerando solo i voti espressi per i due candidati che andranno al ballottaggio, il vantaggio di Pisapia sulla Moratti è di 53,6 a 46,4%. Ma secondo una delle corse clandestine cui hanno assistito Mancia e Bressan, Fan Pisapie avrebbe allungato 55'' a 45'', probabilmente per un certo effetto entusiamo da una parte e depressione dall'altra. L'impressione però è che di questo passo il centrodestra rischia l'umiliazione di un secco 60 a 40. Al momento la comunicazione continua ad essere a mio avviso sbagliata.

Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.

E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...

Thursday, February 11, 2010

"Par condicio" tranne che nei talk amici

L'arroganza del Pd e dei superpagati anchormen politici Rai (da Vespa a Santoro passando per Floris), che si comportano come fossero a casa propria, non conosce limiti. Questa storia del regolamento approvato dalla Commissione di Vigilanza per la campagna elettorale che sospenderebbe a loro dire le trasmissioni di approfondimento politico è emblematica. Una premessa indispensabile: per me la par condicio è una legge stupida, demenziale. Una trasmissione, che sia talk show o una tribuna, in cui debbano essere presenti, e con lo stesso spazio, i rappresentanti di tutti i partiti, fino all'ultimo partitino dell'1%, non soddisfa affatto il diritto dei cittadini a essere informati, bensì crea solo confusione e realizza l'opposto dell'idea del "conoscere per deliberare".

Mi sembra sbagliata anche la vecchia idea di Berlusconi secondo cui il tempo a disposizione delle forze politiche debba essere suddiviso proporzionalmente alla loro percentuale elettorale (cosicché il Pdl avrebbe il 38 e il Pd il 26%). Per essere efficace l'informazione politica in tv, si dovrebbe tener conto delle specificità del mezzo televisivo e arrivare a una sintesi delle posizioni politiche più rilevanti nella società, concedendo eguale spazio e tempo - adesso sì - in duelli testa-a-testa a quei candidati e coalizioni politiche (due e in qualche caso tre) che si contendono effettivamente il governo e il controllo degli organi legislativi delle istituzioni per le quali si vota. Assurdo, poi, che siano vietati gli spot televisivi, dando vita così allo scempio dei manifesti che vediamo nelle nostre città. Al contrario, io abolirei i manifesti.

Detto questo, però, non si può non sottolineare che proprio il centrosinistra ha imposto la par condicio e dimostra davvero un'incredibile faccia tosta ora ad opporsi all'estensione di quelle stesse regole anche ai talk show politici, che finora hanno goduto di una deroga in ragione di una capziosissima distinzione tra "comunicazione" e "informazione" politica. Eventualmente la par condicio si può cambiare, ma va applicata a tutti. Ha ragione Beltrandi quando fa notare che la rivolta del Pd e degli anchormen dimostra che la grande maggioranza di questi talk è condotta da giornalisti di sinistra.

E' falso inoltre che il regolamento impone alla Rai di sospendere queste trasmissioni nei 30 giorni prima del voto. In realtà, lascia aperte ai conduttori tre opzioni: rispettare le regole della par condicio; ospitare al proprio interno uno spazio di tribuna; spostarsi nel palinsesto lasciando per un mese il "prime time" alle tribune. Nulla di così tremendo, a meno che non pretendano di avere loro stessi uno spazio autogestito in piena campagna elettorale per attaccare i loro nemici politici. Falso anche che il regolamento sia un favore a Mediaset. Per prassi infatti l'Agcom applica, nello stabilire le regole elettorali per le tv commerciali, il modello fissato dalla Vigilanza per la Rai.

Friday, December 12, 2008

Fregati e confusi

Il governo ha un problema: la comunicazione

Innumerevoli volte su questo blog ho denunciato casi di palese disinformazione, soprattutto da parte di Corriere.it e Repubblica.it. Questa volta invece ci sono cascato. Capita. Già ieri sera avevo registrato la smentita del ministro Gelmini, a quel punto alzando le mani e confessando di non capirci più nulla.

L'opzione che potranno esercitare le famiglie non è sul maestro unico o trino, ma sul tempo-scuola (24, 27, 30, o 40 ore settimanali), come è sempre stato ed è scritto nella legge. Era ovvio che «unico» dovesse intendersi in senso "didattico", perché "fisicamente" i bambini con un tempo-scuola superiore alle 24 ore (22 con il maestro unico + inglese e religione) vedranno un secondo maestro nelle ore eccedenti l'orario di lavoro del maestro unico, che per contratto lavora per 22 ore settimanali (mi sembrano molto poche, ma questo è un altro discorso). Per questo il ministro ha spesso usato il termine «prevalente» al posto di unico e a questo si sono attaccati i disinformatori per confonderci le idee. I siti internet - come Corriere.it e Repubblica.it - hanno ingannato i lettori facendo intendere che «maestro unico su richiesta delle famiglie» fosse un'espressione ripresa dal «verbale» dell'incontro a Palazzo Chigi tra governo e sindacati.

Ci sono cascato - e Destralab ci riporta tutti alla realtà - ma a quanto pare non sono stato il solo a cadere, visto che il trambusto di ieri pomeriggio ha disorientato anche un autorevole quotidiano di centrodestra come il Giornale. Non è questione di aver letto o meno la legge. So bene che l'opzione tra più tempi-scuola c'è sempre stata, a giungermi nuova era l'opzione tra uno o tre maestri.

Ma attenzione: potrà sembrare un paradosso, visto che nel campo Berlusconi è un numero uno, ma questo episodio conferma anche che il governo ha un serio problema di comunicazione. Certo, l'opposizione è allo sbando, ma riesce a battere qualche colpo, come si è visto in questo "caso", grazie al caos comunicativo che a volte sembra regnare a Palazzo Chigi. Innanzitutto, nel cosiddetto «verbale» dell'incontro con i sindacati sarebbe stato meglio ribadire a chiare lettere la scelta del «maestro unico», sottolineando il termine unico. L'ambiguità del testo ha prestato il fianco alle interpretazioni politicamente interessate. Quanto più si sa con chi si ha a che fare, tanto più si dovrebbe fare attenzione anche ai minimi particolari, senza dare nulla per scontato.

A giudicare dalla serie di dichiarazioni uscite ieri sera, avvalorare la tesi della "marcia indietro" del governo era una strategia concordata tra sindacato e opposizione. La loro macchina propagandistica ha funzionato a meraviglia, sostenuta dall'imponente schieramento di media "amici". Altrettanto non si può dire del centrodestra, dove la Gelmini si è difesa da sola e non c'è stata alcuna azione coordinata, e tempestiva, per far passare un messaggio univoco sull'esito dell'incontro con i sindacati.

Nonostante la situazione sia ben lontana dal "tutti contro tutti" del governo Prodi, in molte occasioni si avverte la mancanza di una regia e di una strategia comunicativa. Oltre al "solista" Berlusconi, quando c'è (e neanche lui è infallibile), la comunicazione dell'azione di governo è affidata a Bonaiuti, quando è sveglio, ma il più delle volte abbandonata al caso.

Thursday, October 30, 2008

Un presidente perfetto

Il mondo sarà un posto più buono con Obama. A parte gli scherzi, se avete una mezz'ora non perdetevi il suo lungo spot elettorale andato in onda ieri in prime time su tutte le principali reti televisive americane. E' praticamente perfetto. Non voglio soffermarmi su come abbia potuto permettersi di comprare spazi così costosi, ne parlo perché l'ho trovato stilisticamente e politicamente perfetto.

La logica conclusione di una campagna condotta con pochissime smagliature. Anzi, è il riassunto in mezz'ora di tutta la campagna e aiuta a capire perché con ogni probabilità sarà lui il prossimo presidente degli Stati Uniti. Tutto è curato nei minimi particolari. La sua immagine, la voce, le scene di "american way of life". Mi sembra che non indulga in stucchevoli sentimentalismi, che si rivolga alla classe media affrontando i temi che le stanno più a cuore, puntuale e preciso sulle proposte, con toni rassicuranti ma al tempo stesso stimolanti.

Fate caso alla colonna sonora. Bisogna sforzarsi per farci caso, perché è molto discreta. Non so se anche a voi suscita le stesse sensazioni, ma trovo che comunichi il senso di una grande opportunità a portata di mano, qualcosa che sta per accadere, un evento a cui non mancare. Dal punto di vista psicologico la voglia di non mancare ad un appuntamento che con grande maestria Obama e il suo staff sono riusciti ad ammantare di un che di storico potrebbe essere un fattore d'attrazione decisivo. E in fondo, tutto sommato, il messaggio dello spot è proprio questo: chiede a chi guarda di voler essere artefice e partecipe di un cambiamento presentato come storico.

Thursday, April 05, 2007

Luigi Castaldi è uscito dal gruppo

V Congresso di Radicali italiani. Il tavolo della presidenzaDopo qualche falsa partenza e qualche ripensamento, sembra essersi chiusa l'esperienza di Luigi Castaldi nella Direzione nazionale di Radicali italiani. Di un certo rilievo le motivazioni, le sue ragioni. Riassumendo si potrebbe dire che Malvino lascia imputando ai radicali scarsa laicità. Scarsa laicità dei radicali, o sarebbe meglio dire nei radicali?

Lo fa concludendo la sua mail alla segretaria, Rita Bernardini, in modo a mio avviso superlativo: «Resto liberale: per tutti voi sarà un po' di meno che radicale, per me – dopo la risposta data da Pannella a Litta Modignani – è un po' di più».

La risposta di Pannella a Litta, durante l'ultimo Comitato, è dunque la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Nel suo intervento Litta Modignani aveva ripreso felicemente alcune espressioni del precedente intervento di Sergio D'Elia, contestandone la laicità. Per esempio, obiettava, «la "compassione come teoria dell'organizzazione" è elemento estraneo alla cultura laica: nessuna organizzazione laica fonda la sua teoria politica su sentimenti, tipo la compassione...».

Intervenendo il giorno successivo, Pannella faceva notare a Litta - con un banale trucco retorico - che dire "questo non è laico" suona come una scomunica e, quindi, non è a sua volta laico. Ma si potrebbe continuare così all'infinito, obiettando a Pannella stesso che non è laico neanche affermare che non sia laico dire "questo non è laico". Seguendo questa logica, sarebbe "liberale" dire a Ruini "non sei liberale"? Non suonerebbe come una scomunica? Alla fine si deve arrivare a un punto in cui è il merito, evidente alla ragione, il metro di un giudizio di cui ci si assume la piena responsabilità. Altrimenti il laico e il liberale non potrebbero esprimere giudizi su nulla.

Detto questo, ciò che ci importa è che Pannella, contraddicendo Litta, chiariva che la «con-passione», il «vissuto» comune, è «l'animus che ha contraddistinto gli ultimi quarant'anni radicali (...) noi stiamo proprio superando quel limite attribuito all'individualismo, contro il quale ci siamo sempre ribellati, ma la mia storia è anche quella della grossa sintonia col personalismo».

Castaldi conclude, dunque, che i radicali sono una «setta cristiana. Anticlericale, certo, ma cristiana... fatta di annuncio, incarnazione, sacrificio, resurrezione, gloria dell'avvento, apocalisse finale». Il partito (o per lo meno il suo vertice) come un corpo mistico e antropologico, che si fonda sulla "comunione" tra i suoi aderenti e di questi con il leader. Una concezione in totale antitesi da quella, proclamata dallo stesso Pannella, delle "doppie tessere", dei "tratti di strada assieme", dell'"unione laica delle forze", e dell'iscrizione annuale (o persino della condivisione di un solo obiettivo) come unica condizione per potersi dire "radicali".

La religiosità, il credere in altro, dei radicali non è un estetismo. Né si tratta del crociano "non possiamo non dirci cristiani". Non è un problema di linea politica non abbastanza laicista. Né il difetto di laicità sta nella convinzione di poter allargare lo «scisma sommerso» all'interno della Chiesa, o nel giudizio positivo che si dà del Concilio Vaticano II, o ancora nel dialogo con esponenti della "base" cattolica e del protestantesimo.

Non sta neanche nel ritenere possibile un liberalismo "cristiano", o un cattolicesimo liberale. In questo dissento parzialmente da Luigi: sono ossimori, forse, nel momento in cui si vorrebbero accostare e fare in qualche modo combaciare le due teorie, o dottrine, quella cattolica e quella liberale. Eppure, se si esce dal territorio astratto della teoria, non credo che dirsi di religione cristiana e, allo stesso tempo, politici liberali sia un ossimoro. Possono essere caratteri specifici che presenti nella stessa persona danno luogo a contraddizioni e imperfezioni rispetto ai due modelli idealtipici, del perfetto "liberale" e del perfetto "cristiano", ma indubbiamente convivono, corrispondono all'esperienza concreta di molti, oggi e in passato.

A ben vedere non è neanche l'intensa religiosità di Marco Pannella il problema, quanto piuttosto il fatto che si teorizzi una «con-passione», un «vissuto» comune, un quid antropologico, come costitutivi del "sistema solare" radicale (non galassia, ché, come ha fatto notare Castaldi, ha più soli). E intorno a un Sole unico che «si è "sempre ribellato all'individualismo" e si è sempre trovato "in grossa sintonia col personalismo", non giro», dice bene Castaldi, richiamando, appunto, quella «dicotomia essenziale – direi fenomenologica, dunque politica, ma anche psicologica ed antropologica – tra individuo e persona».

Un conto sono le passioni di cui è animato un partito, attraverso i suoi aderenti, tutt'altro conto è se il sentirsi in "comunione" diviene la sua "costituzione" materiale, al di sopra degli statuti, delle iscrizioni, degli obiettivi. Allora sì, si pone un problema di laicità che non è della linea politica espressa, ma prima di tutto della sua vita interna.

Considerazioni che non si allontanano molto da quanto ha scritto di recente, ahimé ignorato, Biagio de Giovanni, individuando come limiti dei radicali «l'oligarchismo carismatico» e l'effetto respingente di un «senso di superiorità antropologica». E' «come se i radicali si sentissero sale della terra, mai terra». Dunque, quella politica che «si confonde con la vita», che è «la forza del radicalismo italiano», è anche la sua «debolezza»: si basa sulla carica dirompente, ma momentanea, di quelle «occasioni estreme» che proclamano il superamento di forme vecchie e stanche, ma è incapace della «proposta generale».

L'analisi sostanzialmente corretta che i radicali fanno del regime partitocratico e dell'assenza di democrazia e stato di diritto in Italia rischia di divenire un facile alibi di fronte ai propri errori e inadeguatezze. La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto la costante minaccia della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, sviluppa all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.

Negli anni della segreteria di Daniele Capezzone, osserva Castaldi - addirittura del Capezzone del "De Merode" - la natura mistica del corpo radicale si era attenuata, o comunque era meno visibile ad uno sguardo esterno. Non per chissà quali posizioni politiche iper-laiciste e anticlericali di Capezzone, ma perché quel corpo mistico e antropologico aveva dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo segretario. Quel corpo continuava a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".

L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici.

L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70. Senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali, il suo comunicare sintetico, per spot e citazioni televisive, più adatto all'epoca degli sms e dei kilobite, ha per lo meno affiancato un certo astrattismo, un certo intellettualismo radicale. Capezzone sembra oggi in grado di "laicizzare" a colpi di humour e di cultura pop la comunicazione radicale, caratterizzata nel corso degli anni da un linguaggio sempre più da chierici, a causa dei processi poco fa menzionati.

La banalizzazione del messaggio è sempre in agguato e forse le strade da battere sono altre. In un paese spaccato dal punto di vista della "dieta mediatica" dei suoi cittadini - con un terzo di essi più informato, ma spesso anche più inquadrato, che legge i quotidiani, naviga in Internet, guarda le tv satellitari, "insegue" le fonti anche fuori dal nostro paese, e i due terzi, purtroppo i più giovani e i più vecchi, dalla "dieta mediatica" povera, prigionieri della tv generalista, sempre più impermeabili ai messaggi politici - la sfida comunicativa su cui i radicali (chi se non loro?) dovrebbero riflettere, è come raggiungere queste nuove "periferie", questo "terzo mondo" dell'informazione, dove ci si imbatte in un coacervo di istanze liberali e riflessi illiberali.

Come dare forma e contenuti politici a quei mugugni e a quei fenomeni, come l'intimismo, il nuovo edonismo "menefreghista", persino l'evasione fiscale, che possono sembrare irrazionali a uno sguardo superficiale, ma che sono altrettante domande di più libertà rivolte dal vissuto, sofferente, di ciascuno in una società dalle strutture socio-economiche e politiche illiberali?