Il centrodestra ce l'ha messa davvero tutta per perdere queste elezioni amministrative. Anche la campagna elettorale per i ballottaggi è stata sovrastata dalla rissa, nazionale o locale che fosse, con la stampa pronta a raccogliere ed enfatizzare ogni spiffero cacofonico di Pdl e Lega, come la ridicola provocazione di spostare i ministeri, con la quale i leghisti stessi hanno svilito l'idea originale e innovativa di «capitale reticolare». Ma di spifferi, autentici autogol, ne hanno regalati a iosa i due partiti di maggioranza, offrendo l'immagine di una coalizione in rotta, forse con i numeri in Parlamento ma senza orizzonti politici. Alzare i toni, anche politicizzare lo scontro, va bene, ammesso però che si tratti di questioni concrete che interessano i cittadini, non di slogan che suonano come mera propaganda e demonizzazione dell'avversario. Possono anche essere fondati, nel merito, gli allarmi, ma è la forma eccessiva che - comprensibilmente - indispettisce ancor di più l'elettore. E' la stessa identica formula usata contro Berlusconi che da anni fa perdere la sinistra.
Della calunnia in diretta tv della Moratti al suo avversario, che ha assestato il colpo di grazia alle sue chance di farcela, si è parlato anche troppo. Molto meno delle sue scuse, di Pisapia che rifiuta il confronto, dei gravi episodi di violenza che hanno accompagnato la cavalcata - pare trionfale - dei candidati di centrosinistra a Milano e Napoli. Di cui non saranno certamente loro i diretti responsabili, ma che certo dicono molto dell'esercito che hanno saputo mobilitare. Il comitato elettorale di Lettieri a Napoli viene dato alle fiamme a poche ore dal voto. E pensare che qualche ora prima ci era stato propinato il solito lungo editoriale di Saviano su Repubblica per spiegare che la Camorra sta col centrodestra. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere se ad essere bruciato fosse stato il comitato di De Magistris. Tra aggressioni e denunce, a Milano la campagna è proseguita con il linciaggio via web a Red Ronnie e termina con Gigi D'Alessio che rinuncia a cantare in piazza per la Moratti. E non - come falsamente affermano i giornali - per le frasi fuori luogo di qualche esponente leghista, ma principalmente per le gravi minacce giunte via internet al cantante da militanti di sinistra.
L'elettorato arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango (tra Fini e Berlusconi), di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Il centrodestra ha la colpa di aver perseverato con questo copione. In democrazia gli elettori sono sovrani e hanno sempre ragione. Va compresa quindi l'insoddisfazione e l'autentico disgusto che hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori ed elettrici vicini al centrodestra o indipendenti. Che a prevalere in queste elezioni siano candidati impresentabili e reazionari non è che un'aggravante per il centrodestra, non una prova della stoltezza dei cittadini. Ma l'esito che ormai appare inevitabile sarà più che deleterio per tutti, accentuando l'arretratezza civile, economica e del sistema politico in cui versa l'Italia. Merito di Berlusconi l'aver resistito e il resistere agli assalti eversivi della magistratura politicizzata, colpa di Berlusconi non averlo fatto con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare: la politica. E aver accettato, invece, di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.
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Friday, May 27, 2011
Friday, May 20, 2011
Regola n. 1: basta parlare dell'avversario
Considerando solo i voti espressi per i due candidati che andranno al ballottaggio, il vantaggio di Pisapia sulla Moratti è di 53,6 a 46,4%. Ma secondo una delle corse clandestine cui hanno assistito Mancia e Bressan, Fan Pisapie avrebbe allungato 55'' a 45'', probabilmente per un certo effetto entusiamo da una parte e depressione dall'altra. L'impressione però è che di questo passo il centrodestra rischia l'umiliazione di un secco 60 a 40. Al momento la comunicazione continua ad essere a mio avviso sbagliata.
Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.
E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...
Per quanto possa essere fondato l'allarme sulle politiche diciamo un po' naïf ed eco-progressiste di Pisapia, riguardo per esempio i nomadi e le fantomatiche «esperienze di autocostruzione», gli immigrati, in particolare i musulmani e «la più grande moschea d'Europa», le tasse, in questa settimana il centrodestra e la Moratti dovrebbero imporsi di non nominarlo neanche Pisapia. Purtroppo invece continuano a passare (almeno è ciò che arriva al nostro osservatorio), tramite le dichiarazioni, i manifesti, e i titoli sui giornali vicini al centrodestra, esclusivamente messaggi "contro" Pisapia, il quale ovviamente in negativo, ma è al centro della comunicazione del centrodestra, mentre si avverte l'assenza di una proposta forte della Moratti. E' come se anche loro stessero facendo campagna elettorale per lui, come illustrato in questa acuta ed emblematica vignetta di Pillinini.
E demonizzazione o meno, toni aggressivi o educati, vere o false che siano le cose che si dicono e scrivono di Pisapia, tenere l'avversario al centro della propria comunicazione è un errore madornale, tra l'altro esattamente lo stesso errore che fa la sinistra con Berlusconi. Si continuano ad elencare ai milanesi tutti i motivi, molti anche validi, per cui sarebbe disastroso affidare Milano a uno come Pisapia, che ne farebbe una «zingaropoli». Ma non si spiega invece per quali motivi, almeno un motivo forte, bisognerebbe riaffidarla alla Moratti. La quale bene o male ha amministrato la città per cinque anni e quindi dovrebbe essere in grado di parlare di sé. Se i milanesi dovessero passare anche questa settimana a sentire quanto è «matto» Pisapia, il rischio è che decideranno di "impazzire" anche loro...
Wednesday, May 18, 2011
L'eterno ritorno a sinistra?
Se ti chiudi in difesa, e cominci a non vedere più palla ma a tirare calci sugli stinchi, prima o poi il gol lo prendi ed è proprio questo ciò che ha fatto il centrodestra, Berlusconi in primis, non riuscendo ad imporre nel dibattito pubblico un'agenda di governo (cittadina e nazionale), ma subendo l'agenda della magistratura politicizzata, mentre Pisapia, politicamente radicale ma pacato nei modi, riusciva nel presentarsi sotto le insegne del "moderatismo". Certo, non bisogna sottovalutare la virulenza degli attacchi e, a dispetto di quanto si creda, la potenza mediatica dei fiancheggiatori dei pm politicizzati. Non è facile togliergli lo scettro dell'agenda pubblica, ma il Cavaliere non ci ha nemmeno provato. Anzi, ha accettato la sfida sul terreno allestito dai suoi nemici. E «molta gente si è rotta le palle» (Feltri sarà antipatico, ma ha la virtù della sintesi). Si è rotta delle chiacchiere e del clima di rissa permanente ma improduttiva, da cui non esce mai un vincitore.
E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.
Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.
Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.
E' una questione di agenda, su che cosa cioè è concentrata l'attenzione dell'opinione pubblica, lo ricordava Giuliano Ferrara nel suo primo commento post-elettorale su Raiuno. Non che il governo se ne sia stato con le mani in mano, ma non è riuscito ad imporre nessun grande tema e Berlusconi negli ultimi dodici mesi ha fatto l'imputato o si è messo a caccia di voti alla Camera. Dare l'impressione che non riesca a gestire l'attività di governo a causa dei suoi processi è proprio ciò cui mirano i suoi avversari e i siparietti in piena campagna elettorale davanti al tribunale di Milano non hanno certo aiutato, anche se le prime analisi dei sondaggisti (vedi Mannheimer ma anche Repubblica) tendono a dare molto risalto all'errore commesso dalla Moratti a quattro giorni dal voto, quando cioè gli elettori indecisi decidono per chi votare. La stanchezza ha quindi colpito gli elettori di centrodestra, che ultra-vaccinati sulla persecuzione cui Berlusconi è oggetto da quando è in politica, non sono disposti però - giustamente - a perdonargli che anche lui si metta a parlare dei suoi problemi giudiziari, a cincischiare in manovre di Palazzo, e non si occupi dei problemi del Paese.
Prima la scissione di Fini - una lotta nel fango che a lungo andare ha danneggiato tutti e due i contendenti, a prescindere da torti e ragioni; poi i mesi passati a ritrovare i numeri alla Camera, con i noiosissimi e autoreferenziali dibattiti su elezioni anticipate vs governi tecnici; quindi il Rubygate e infine gli sterili distinguo della Lega, mentre nel frattempo continuavano gli assalti mediatico-giudiziari, nonché le "punturine" una al dì di Napolitano. In tutto questo, fatti zero o pochini, comunque invisibili. Ecco perché Berlusconi deve sforzarsi di reimpadronirsi dell'agenda pubblica, facendo il capo del governo e nient'altro. Serve «una vera sferzata pro-crescita all'economia», suggerisce Panebianco oggi sul Corriere, ma che non si limiti a qualche decreto, a spargere qualche sussidio e credito d'imposta qui e là, ci vogliono obiettivi di riforma ambiziosi, per far scorgere agli italiani orizzonti nuovi e promettenti per il futuro.
Sul fronte del centrosinistra, l'esito di queste amministrative, lo segnala Panebianco, ha sciolto almeno il nodo delle alleanze ed è qui che rischiamo un eterno ritorno. I successi dei candidati di Vendola (Pisapia e Zedda), di De Magistris e del Movimento di Grillo, nonché i numeri miserabili raccolti dai centristi, hanno archiviato ogni tentazione del Pd, da sempre attribuita ai dalemiani, di allearsi con il Terzo polo emarginando le estreme. Ora abbiamo almeno una certezza: il Pd si presenterà alle prossime elezioni politiche in una coalizione spostata molto a sinistra, egemonizzata (se non nei posti di potere e nella guida sicuramente nella base politica e nelle proposte) dalle sue componenti più estreme: Vendola, Di Pietro, Beppe Grillo. E' il frutto avvelenato di sempre dell'antiberlusconismo militante delle procure, delle loro gazzette e del cosiddetto "popolo viola", la maledizione perpetua del riformismo di sinistra. Alla fine, a forza di inchieste e scandali sono riusciti a mettere Berlusconi nell'angolo, a mandare in tilt la maggioranza di governo. Ed ecco che il "popolo" di centrodestra, che non si fa affabulare né da Berlusconi né dalla persecuzione mediatico-giudiziaria di cui è vittima, ma che non per questo è disposto a perdonargli l'immobilismo e l'inattività al governo, si stufa e manda il segnale. E' solo così - diciamo per logoramento e non per abbattimento - che l'antiberlusconismo fa "vincere" la sinistra. A questo punto i vertici del Pd si ri-convincono che si vince a sinistra e torniamo tutti al punto di partenza: all'Ulivo più Rifondazione più Di Pietro, che oggi si chiama Pd più Vendola più Di Pietro. Per di più, nella convinzione - a mio avviso sbagliata - che l'ostacolo che si frappone tra loro e la conquista di Palazzo Chigi sia solo Berlusconi. E quindi di aver gioco facile se non dovesse ricandidarsi. Ma se il centrodestra non imploderà, dilaniato dalle divisioni della successione, si accorgeranno che le loro sconfitte non sono tutta colpa del fattore B.
Tuesday, May 17, 2011
Analisi di una Caporetto
Punito il centrodestra "facinoroso". Terzo polo al palo
Stando così i dati, il centrodestra deve prepararsi a perdere Milano e seriamente preoccuparsi di mancare la conquista di Napoli. A sfiorare la vittoria al primo turno è Pisapia, non la Moratti, che ora deve colmare un distacco di oltre 6 punti percentuali. Considerando l'effetto galvanizzante del primo turno sugli elettori di centrosinistra e depressivo su quelli di centrodestra, l'impresa appare disperata. Se Milano è molto probabilmente persa, Napoli è tutt'altro che presa. Con i voti di Mastella e del Terzo polo Lettieri supererebbe il 50% e con quelli del Pd De Magistris non arriverebbe al 48%. Ma la forbice è molto ristretta e in politica le somme algebriche non trovano mai conferma nelle urne: sarà più agevole per l'ex pm attrarre i voti del Pd che per Lettieri quelli centristi e anche a Napoli si farà sentire l'effetto Pisapia.
Quando si perde in questo modo ciascuno ha le sue responsabilità (Berlusconi, certo, ma soprattutto la Moratti, il Pdl e anche la Lega) e occorre ammettere che il problema è più profondo di una comunicazione sbagliata, ma in generale ad uscire sconfitta dalle urne è stata una certa versione del centrodestra che ha prevalso in questa campagna e che non resiste alla tentazione di avvalersi delle armi spuntate della sinistra dimenticando che demonizzazioni ed estremismi sottraggono credibilità e allontanano gli elettori indipendenti. In gergo calcistico si direbbe che questa volta il centrodestra è stato espulso per "fallo di reazione".
Ma veniamo ai due errori a mio avviso capitali commessi da Berlusconi e dal Pdl: non tanto l'aver voluto "politicizzare" il voto amministrativo. C'è modo e modo, infatti, di "politicizzare" una campagna "locale". Primo, aver puntato, come palcoscenico nazionale dell'intera campagna, non su Napoli, autentico monumento al malgoverno del centrosinistra, ma su Milano, dove evidentemente il giudizio sull'operato della Moratti da parte dei cittadini è molto negativo e dove, dunque, il candidato andava "ricostruito". La Moratti raccoglie quasi due punti percentuali in meno della coalizione che la sostiene, mentre Pisapia e il candidato terzopolista quasi uno in più, il che rafforza l'impressione che i cittadini milanesi siano stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire).
Secondo, alla gente, per lo meno agli elettori di centrodestra e "moderati", non frega davvero nulla dei problemi personali e giudiziari di Berlusconi. Sarebbe ora che sia a destra che a sinistra se ne facciano una ragione. Vuol sentire parlare dei suoi problemi, delle soluzioni ai problemi della propria città, non di processi, di sexygate, di giudici e quant'altro. Punisce gli avversari del Cav. quando fanno campagna sull'antiberlusconismo, così come non si fa intenerire dal vittimismo anti-pm di Berlusconi quando questi vi ricorre. Sull'uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati ormai gli elettori di centrodestra e "moderati" sono ultra-vaccinati, hanno le idee molto chiare. Non si bevono l'antiberlusconismo manettaro, ma neanche sono disposti a tollerare il ricorso da parte del centrodestra all'attacco dei pm di sinistra, percepito, e sanzionato, come mossa propagandistica. Ok, i pm lo perseguitano, ma che cosa avete fatto, e cosa avete intenzione di fare, per Milano? Quando non si punta sull'operato di un sindaco, ma sulla propaganda, è netta l'impressione che il bilancio sia ben poco lusinghiero. E paradossalmente l'aggressività dei toni usati dai "moderati", alla fine persino dalla Moratti arrivata a calunniare il suo avversario, per contrasto ha aiutato il "radicale" Pisapia nel caratterizzare all'insegna del "moderatismo" la sua immagine. La demonizzazione giustizialista dell'avversario è propaganda e come tale viene respinta, soprattutto dall'elettorato che si è dimostrato in questi anni immune da questi bassi istinti della politica. Certo che il passato (e il presente) antagonista di Pisapia poteva e doveva essere messo in evidenza, ma con altri toni e in ogni caso senza permettere che oscurasse i temi di governo della città che davvero interessano ai cittadini.
Ha inciso senz'altro anche una certa stanchezza per la litigiosità e l'immobilismo della maggioranza di governo in quest'ultimo anno (i distinguo e i bisticci non giovano né al Pdl né alla Lega), ma è prematuro parlare di bocciatura per il governo e di fine del berlusconismo. Il "tocco magico" di Berlusconi viene sopravvalutato sia dai suoi avversari che dai suoi estimatori. In realtà, sia nella buona sorte che nella cattiva non è così determinante come si crede. Ha fatto sì vincere la Polverini nel Lazio, persino in assenza della lista del Pdl, ma in un contesto in cui il governo regionale uscente era quello dello scandalo Marrazzo. Oggi non riesce a far vincere la Moratti laddove il giudizio nei suoi confronti è negativo. Insomma, i cittadini si fanno affabulare da Berlusconi, o dai suoi nemici, molto molto meno di quanto si creda. Sono molto più maturi e giudicano innanzitutto l'operato delle amministrazioni uscenti, sia a livello locale, che regionale e, quando sarà il momento, nazionale.
Il Pd può gioire perché Berlusconi per la prima volta dopo quattro elezioni ha perso, ma non dovrebbe rallegrarsi, ammesso che il progetto sia ancora quello originario di mettere in piedi un'alternativa riformista. Chi esce vincitore da queste elezioni amministrative infatti è la sinistra radicale e "manettara" che con le buone (le primarie) o le cattive (vedi Napoli) riesce a imporre i suoi candidati. Tutti lontani anni luce - culturalmente e politicamente - da quel progetto. Pisapia è un vendoliano ex Rifondazione con un passato da borghese rivoluzionario; Massimo Zedda, che costringe il centrodestra al ballottaggio a Cagliari, anch'egli vendoliano; e De Magistris un ex pm più "manettaro" di Di Pietro. Insomma, altro che centrosinistra col trattino, qui siamo alla sinistra-sinistra. Bersani può anche brindare, ma sta consegnando mani e piedi il Pd alla sinistra radicale. Elettoralmente può vincere laddove gli elettori bocciano l'operato del centrodestra, ma non credo che Vendola, Rifondazione comunista, l'Italia dei Valori e i "grillini" possano rappresentare una credibile alternativa di governo.
E' un voto che in realtà punisce sia il Pdl che il Pd, e dunque sì, punisce questo bipolarismo, ma non può certo rallegrarsene il Terzo polo, che di fatto non supera i voti della sola Udc. E' la sinistra estrema e l'antipolitica di Grillo, infatti, a raccogliere i dividendi dello sfascio del sistema cui anche i terzopolisti stanno contribuendo. Un risultato molto deludente, se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo bi- o tripolarismo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; può bastare se invece ci si accontenta - come ci sembra - della politica dei "due forni".
Stando così i dati, il centrodestra deve prepararsi a perdere Milano e seriamente preoccuparsi di mancare la conquista di Napoli. A sfiorare la vittoria al primo turno è Pisapia, non la Moratti, che ora deve colmare un distacco di oltre 6 punti percentuali. Considerando l'effetto galvanizzante del primo turno sugli elettori di centrosinistra e depressivo su quelli di centrodestra, l'impresa appare disperata. Se Milano è molto probabilmente persa, Napoli è tutt'altro che presa. Con i voti di Mastella e del Terzo polo Lettieri supererebbe il 50% e con quelli del Pd De Magistris non arriverebbe al 48%. Ma la forbice è molto ristretta e in politica le somme algebriche non trovano mai conferma nelle urne: sarà più agevole per l'ex pm attrarre i voti del Pd che per Lettieri quelli centristi e anche a Napoli si farà sentire l'effetto Pisapia.
Quando si perde in questo modo ciascuno ha le sue responsabilità (Berlusconi, certo, ma soprattutto la Moratti, il Pdl e anche la Lega) e occorre ammettere che il problema è più profondo di una comunicazione sbagliata, ma in generale ad uscire sconfitta dalle urne è stata una certa versione del centrodestra che ha prevalso in questa campagna e che non resiste alla tentazione di avvalersi delle armi spuntate della sinistra dimenticando che demonizzazioni ed estremismi sottraggono credibilità e allontanano gli elettori indipendenti. In gergo calcistico si direbbe che questa volta il centrodestra è stato espulso per "fallo di reazione".
Ma veniamo ai due errori a mio avviso capitali commessi da Berlusconi e dal Pdl: non tanto l'aver voluto "politicizzare" il voto amministrativo. C'è modo e modo, infatti, di "politicizzare" una campagna "locale". Primo, aver puntato, come palcoscenico nazionale dell'intera campagna, non su Napoli, autentico monumento al malgoverno del centrosinistra, ma su Milano, dove evidentemente il giudizio sull'operato della Moratti da parte dei cittadini è molto negativo e dove, dunque, il candidato andava "ricostruito". La Moratti raccoglie quasi due punti percentuali in meno della coalizione che la sostiene, mentre Pisapia e il candidato terzopolista quasi uno in più, il che rafforza l'impressione che i cittadini milanesi siano stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire).
Secondo, alla gente, per lo meno agli elettori di centrodestra e "moderati", non frega davvero nulla dei problemi personali e giudiziari di Berlusconi. Sarebbe ora che sia a destra che a sinistra se ne facciano una ragione. Vuol sentire parlare dei suoi problemi, delle soluzioni ai problemi della propria città, non di processi, di sexygate, di giudici e quant'altro. Punisce gli avversari del Cav. quando fanno campagna sull'antiberlusconismo, così come non si fa intenerire dal vittimismo anti-pm di Berlusconi quando questi vi ricorre. Sull'uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati ormai gli elettori di centrodestra e "moderati" sono ultra-vaccinati, hanno le idee molto chiare. Non si bevono l'antiberlusconismo manettaro, ma neanche sono disposti a tollerare il ricorso da parte del centrodestra all'attacco dei pm di sinistra, percepito, e sanzionato, come mossa propagandistica. Ok, i pm lo perseguitano, ma che cosa avete fatto, e cosa avete intenzione di fare, per Milano? Quando non si punta sull'operato di un sindaco, ma sulla propaganda, è netta l'impressione che il bilancio sia ben poco lusinghiero. E paradossalmente l'aggressività dei toni usati dai "moderati", alla fine persino dalla Moratti arrivata a calunniare il suo avversario, per contrasto ha aiutato il "radicale" Pisapia nel caratterizzare all'insegna del "moderatismo" la sua immagine. La demonizzazione giustizialista dell'avversario è propaganda e come tale viene respinta, soprattutto dall'elettorato che si è dimostrato in questi anni immune da questi bassi istinti della politica. Certo che il passato (e il presente) antagonista di Pisapia poteva e doveva essere messo in evidenza, ma con altri toni e in ogni caso senza permettere che oscurasse i temi di governo della città che davvero interessano ai cittadini.
Ha inciso senz'altro anche una certa stanchezza per la litigiosità e l'immobilismo della maggioranza di governo in quest'ultimo anno (i distinguo e i bisticci non giovano né al Pdl né alla Lega), ma è prematuro parlare di bocciatura per il governo e di fine del berlusconismo. Il "tocco magico" di Berlusconi viene sopravvalutato sia dai suoi avversari che dai suoi estimatori. In realtà, sia nella buona sorte che nella cattiva non è così determinante come si crede. Ha fatto sì vincere la Polverini nel Lazio, persino in assenza della lista del Pdl, ma in un contesto in cui il governo regionale uscente era quello dello scandalo Marrazzo. Oggi non riesce a far vincere la Moratti laddove il giudizio nei suoi confronti è negativo. Insomma, i cittadini si fanno affabulare da Berlusconi, o dai suoi nemici, molto molto meno di quanto si creda. Sono molto più maturi e giudicano innanzitutto l'operato delle amministrazioni uscenti, sia a livello locale, che regionale e, quando sarà il momento, nazionale.
Il Pd può gioire perché Berlusconi per la prima volta dopo quattro elezioni ha perso, ma non dovrebbe rallegrarsi, ammesso che il progetto sia ancora quello originario di mettere in piedi un'alternativa riformista. Chi esce vincitore da queste elezioni amministrative infatti è la sinistra radicale e "manettara" che con le buone (le primarie) o le cattive (vedi Napoli) riesce a imporre i suoi candidati. Tutti lontani anni luce - culturalmente e politicamente - da quel progetto. Pisapia è un vendoliano ex Rifondazione con un passato da borghese rivoluzionario; Massimo Zedda, che costringe il centrodestra al ballottaggio a Cagliari, anch'egli vendoliano; e De Magistris un ex pm più "manettaro" di Di Pietro. Insomma, altro che centrosinistra col trattino, qui siamo alla sinistra-sinistra. Bersani può anche brindare, ma sta consegnando mani e piedi il Pd alla sinistra radicale. Elettoralmente può vincere laddove gli elettori bocciano l'operato del centrodestra, ma non credo che Vendola, Rifondazione comunista, l'Italia dei Valori e i "grillini" possano rappresentare una credibile alternativa di governo.
E' un voto che in realtà punisce sia il Pdl che il Pd, e dunque sì, punisce questo bipolarismo, ma non può certo rallegrarsene il Terzo polo, che di fatto non supera i voti della sola Udc. E' la sinistra estrema e l'antipolitica di Grillo, infatti, a raccogliere i dividendi dello sfascio del sistema cui anche i terzopolisti stanno contribuendo. Un risultato molto deludente, se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo bi- o tripolarismo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; può bastare se invece ci si accontenta - come ci sembra - della politica dei "due forni".
Monday, May 16, 2011
Prime parziali considerazioni
Dati veri pochini nel momento in cui scrivo, quindi conclusioni vere e proprie non se ne possono trarre. Qualche considerazione su ciò che sembra certo. I peggiori incubi di Pdl e Pd sembrano materializzarsi. A Milano l'unico dato certo sembra il ballottaggio. Era l'esito da tutti dato come più probabile. Ma se i dati veri confermeranno ciò che emerge dalle proiezioni, se cioè Pisapia si troverà addirittura in vantaggio sulla Moratti, allora il centrodestra dovrà prendere atto di due cose: 1) che il candidato è bollito (è due punti sotto la somma dei voti per le liste che la sostengono, Pisapia è sopra di 1), i cittadini milanesi sono stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire); 2) che questa volta Berlusconi con tutto il suo armamentario di propaganda non è bastato. Un segno di maturità degli elettori, che chiamati alle urne per la loro città hanno preferito guardare ai candidati e non a Roma? Oppure un giudizio negativo sull'operato del governo e il tramonto del berlusconismo? Ci sarà tempo per valutare.
In ogni caso se la Moratti dovesse davvero ritrovarsi dietro a Pisapia, la rimonta sarebbe quasi impossibile. Se invece, come spesso accade, gli istituti demoscopici hanno fallito sopravvalutando i voti del centrosinistra, allora la sua riconferma è solo rimandata di due settimane e il giudizio sia sul sindaco, sia su Berlusconi, dovrà inevitabilmente essere più sfumato.
A Torino Chiamparino lasciava un'eredità in larga parte positiva che un big del partito come Fassino è stato chiamato a raccogliere. Non poteva andare diversamente. Verso il ballottaggio, invece, anche Bologna e Napoli, roccaforti del centrosinistra. E qui veniamo alle note dolenti per il Pd. A Napoli è psicodramma, con il candidato Democrat che superato da De Magistris sembrerebbe escluso dal ballottaggio, mentre nella "rossa" Bologna Merola è costretto al ballottaggio da un candidato leghista che prende il 30% (con i candidati espressione della Lega il centrodestra può fare bella figura ma non sembra in grado di strappare - almeno per il momento - feudi rossi), ma sopratutto dal 10% circa del candidato "5 stelle". Ma a ben vedere il movimento di Grillo si conferma non particolarmente trascinante: nelle città "rosse" intercetta un elettorato di estrema sinistra che c'è sempre stato e che semplicemente va sommato al centrosinistra; altrove, come a Milano, raccoglie poco (ma quasi come il Terzo polo!), pescando soprattutto nell'astensionismo.
Già, e il Terzo polo, che già canta vittoria vedendosi ago della bilancia? Risultato molto deludente se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo polo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; appena sufficiente se invece ci si accontenta della politica dei "due forni". Mi sembra appropriata la definizione di Cicchitto: «Il Terzo polo non esiste, esiste l'Udc». «Il Terzo Polo a Torino forse non riuscirà ad arrivare neanche terzo», ironizza Chiamparino. Ovunque le percentuali vanno di pochissimo (meno dell'1%) oltre i voti di Casini. Con scelte sputtananti ai ballottaggi, la realtà è che qualsiasi sia l'indicazione dei terzopolisti gli elettori faranno di testa propria.
Tornando al centrodestra, anche a causa dello scivolone della Moratti che ha calunniato il suo avversario a tre giorni dal voto, e di Berlusconi che non solo ha voluto "politicizzare" le amministrative, ma ha voluto fare di Milano il vero e proprio palcoscenico quasi unico della campagna, adesso il tono delle prossime due settimane, che condizioneranno in modo decisivo i ballottaggi, sarà inevitabilmente segnato dalla sconfitta del centrodestra a Milano, con il rischio di un effetto domino negativo.
In ogni caso se la Moratti dovesse davvero ritrovarsi dietro a Pisapia, la rimonta sarebbe quasi impossibile. Se invece, come spesso accade, gli istituti demoscopici hanno fallito sopravvalutando i voti del centrosinistra, allora la sua riconferma è solo rimandata di due settimane e il giudizio sia sul sindaco, sia su Berlusconi, dovrà inevitabilmente essere più sfumato.
A Torino Chiamparino lasciava un'eredità in larga parte positiva che un big del partito come Fassino è stato chiamato a raccogliere. Non poteva andare diversamente. Verso il ballottaggio, invece, anche Bologna e Napoli, roccaforti del centrosinistra. E qui veniamo alle note dolenti per il Pd. A Napoli è psicodramma, con il candidato Democrat che superato da De Magistris sembrerebbe escluso dal ballottaggio, mentre nella "rossa" Bologna Merola è costretto al ballottaggio da un candidato leghista che prende il 30% (con i candidati espressione della Lega il centrodestra può fare bella figura ma non sembra in grado di strappare - almeno per il momento - feudi rossi), ma sopratutto dal 10% circa del candidato "5 stelle". Ma a ben vedere il movimento di Grillo si conferma non particolarmente trascinante: nelle città "rosse" intercetta un elettorato di estrema sinistra che c'è sempre stato e che semplicemente va sommato al centrosinistra; altrove, come a Milano, raccoglie poco (ma quasi come il Terzo polo!), pescando soprattutto nell'astensionismo.
Già, e il Terzo polo, che già canta vittoria vedendosi ago della bilancia? Risultato molto deludente se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo polo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; appena sufficiente se invece ci si accontenta della politica dei "due forni". Mi sembra appropriata la definizione di Cicchitto: «Il Terzo polo non esiste, esiste l'Udc». «Il Terzo Polo a Torino forse non riuscirà ad arrivare neanche terzo», ironizza Chiamparino. Ovunque le percentuali vanno di pochissimo (meno dell'1%) oltre i voti di Casini. Con scelte sputtananti ai ballottaggi, la realtà è che qualsiasi sia l'indicazione dei terzopolisti gli elettori faranno di testa propria.
Tornando al centrodestra, anche a causa dello scivolone della Moratti che ha calunniato il suo avversario a tre giorni dal voto, e di Berlusconi che non solo ha voluto "politicizzare" le amministrative, ma ha voluto fare di Milano il vero e proprio palcoscenico quasi unico della campagna, adesso il tono delle prossime due settimane, che condizioneranno in modo decisivo i ballottaggi, sarà inevitabilmente segnato dalla sconfitta del centrodestra a Milano, con il rischio di un effetto domino negativo.
Tuesday, April 06, 2010
Calciopoli atto secondo, quello che tutti sanno
L'aspetto più sconcertante di quanto sta emergendo dal processo Moggi è come al solito l'uso criminale che è stato fatto delle intercettazioni telefoniche. Come è possibile, infatti, che non siano state trascritte le intercettazioni dello stesso tenore di quelle imputate a Moggi ma che riguardano i rapporti, nello stesso identico periodo, tra il designatore degli arbitri Bergamo e i dirigenti di Inter, tra cui il presidente Moratti in persona, e Milan? Come ebbi modo di osservare quando scoppiò Calciopoli, la giustizia sportiva deve per forza seguire criteri diversi, più severi e meno garantisti, rispetto a quella penale, se vuole preservare la regolarità di una competizione. Non è quindi necessario che si provi che una partita, e un campionato, siano stati "truccati" (anche se certo non ci si può illudere che milioni di sportivi siano degli babbei, tutti vediamo le "stranezze" che accadono sui campi di calcio), ma basta che si configuri un comportamento sleale per portare alla squalifica di una squadra. Ed è questo ciò che è accaduto alla Juventus, riconosciuta colpevole per un comportamento non singolo, ma definito «illecito strutturale», una vera e propria organizzazione volta a influenzare i risultati potenzialmente di tutte le partite. Colpa ammessa e pena patteggiata.
Ma Moggi si è sempre difeso sostenendo che non era solo la Juve a fare parte e ad avvantaggiarsi del cosiddetto "sistema Moggi". Quanto sta emergendo dalle intercettazioni riportate alla luce dai suoi legali sembra dargli ragione. Il "sistema" coinvolgeva almeno - e dico almeno - anche Inter e Milan. Che si tratti anche per loro di un «illecito strutturale» e di una organizzazione non si può dire per ora, ma certo si tratta pur sempre di violazioni dell'articolo 1 (dovere di lealtà) della giustizia sportiva. Il massimo della confidenza accettabile nei rapporti tra un designatore e i dirigenti di una società è che questi si raccomandino per ricevere arbitraggi capaci, com'è comprensibile chiamare per protestare dopo una partita arbitrata male. Questo sì, è umano, ma scegliersi gli arbitri per la partita successiva e frasi del tipo «è una sfida che vedrai la vinciamo insieme», «vediamo di fare dieci risultati utili di fila, eh!» (Bergamo all'Inter), «però gli fai un bel discorsetto, se no gli tagliamo la testa noi» (Meani del Milan a Bergamo), presidenti che vanno a trovare gli arbitri prima della partita, ecco tutto questo crea quel clima di sudditanza psicologica, se non peggio, di cui si è sempre parlato e la cui esistenza da tempo ormai nessuno nega più. Una sudditanza tale da falsare i campionati? Secondo me indubbiamente sì.
Ed è legittimo ritenere che se queste intercettazioni «fossero state trasmesse all'Ufficio Indagini della Federcalcio nel 2006», più lieve sarebbe stata la sanzione nei confronti della Juve e dei suoi dirigenti e l'Inter non solo non avrebbe vinto lo scudetto a tavolino, ma quasi certamente non avrebbe vinto neanche quelli successivi. Insomma, si sarebbe scritta un'altra storia. Che fare ora? Nessuno intellettualmente onesto dovrebbe avere dubbi: revocare tutti gli scudetti almeno dal 2005 al 2007, quando cioè, oltre a quello a tavolino, l'Inter ha vinto con Juve e Milan fuori dai giochi, e non assegnargli ad alcuno. Speriamo di non dover vedere Moggi passare alla storia del calcio come un Craxi.
Ma Moggi si è sempre difeso sostenendo che non era solo la Juve a fare parte e ad avvantaggiarsi del cosiddetto "sistema Moggi". Quanto sta emergendo dalle intercettazioni riportate alla luce dai suoi legali sembra dargli ragione. Il "sistema" coinvolgeva almeno - e dico almeno - anche Inter e Milan. Che si tratti anche per loro di un «illecito strutturale» e di una organizzazione non si può dire per ora, ma certo si tratta pur sempre di violazioni dell'articolo 1 (dovere di lealtà) della giustizia sportiva. Il massimo della confidenza accettabile nei rapporti tra un designatore e i dirigenti di una società è che questi si raccomandino per ricevere arbitraggi capaci, com'è comprensibile chiamare per protestare dopo una partita arbitrata male. Questo sì, è umano, ma scegliersi gli arbitri per la partita successiva e frasi del tipo «è una sfida che vedrai la vinciamo insieme», «vediamo di fare dieci risultati utili di fila, eh!» (Bergamo all'Inter), «però gli fai un bel discorsetto, se no gli tagliamo la testa noi» (Meani del Milan a Bergamo), presidenti che vanno a trovare gli arbitri prima della partita, ecco tutto questo crea quel clima di sudditanza psicologica, se non peggio, di cui si è sempre parlato e la cui esistenza da tempo ormai nessuno nega più. Una sudditanza tale da falsare i campionati? Secondo me indubbiamente sì.
Ed è legittimo ritenere che se queste intercettazioni «fossero state trasmesse all'Ufficio Indagini della Federcalcio nel 2006», più lieve sarebbe stata la sanzione nei confronti della Juve e dei suoi dirigenti e l'Inter non solo non avrebbe vinto lo scudetto a tavolino, ma quasi certamente non avrebbe vinto neanche quelli successivi. Insomma, si sarebbe scritta un'altra storia. Che fare ora? Nessuno intellettualmente onesto dovrebbe avere dubbi: revocare tutti gli scudetti almeno dal 2005 al 2007, quando cioè, oltre a quello a tavolino, l'Inter ha vinto con Juve e Milan fuori dai giochi, e non assegnargli ad alcuno. Speriamo di non dover vedere Moggi passare alla storia del calcio come un Craxi.
Tuesday, July 21, 2009
Moratti si nasce
Dallo "sfortunato" collocamento in Borsa della Saras alle «sontuose campagne acquisti» per l'Inter; dagli incidenti nella raffineria di Sarroch in Sardegna ai "buoni benzina" ai partiti. Tutto da leggere questo pregevole pezzo di Gianluigi Da Rold per Il Velino sul «fascino discreto» dei Moratti.
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