Pagine

Showing posts with label de magistris. Show all posts
Showing posts with label de magistris. Show all posts

Friday, June 24, 2011

Adesso basta ammuine

E un'idea: Napolitano commissario straordinario

Certo che Napoli sommersa dai rifiuti (anche se oggi in strada ce ne sarebbero "solo" circa l'1% di quelli che c'erano nel 2008) è una questione nazionale, che colpisce duramente l'immagine del nostro Paese e che quindi il governo di Roma non può ignorare. Ma un conto è affrontare l'emergenza, tutt'altro risolvere il problema strutturalmente. Il che - lo sanno anche i sassi - spetta agli enti locali: Comune, innanzitutto, poi Regione e Provincia. Mentre il presidente Napolitano richiama il governo alle sue responsabilità, si scorda delle responsabilità di Napoli e dei napolitani. Sì, perché l'intervento di Palazzo Chigi è doveroso, ma c'è un grosso, gigantesco "ma". Aiutare un sindaco che è stato eletto sulla promessa di non realizzare né discariche né termovalorizzatori vuol dire soccorrere qualcuno che deliberatamente sabota l'unica soluzione strutturale possibile. In poche parole, farsi prendere per i fondelli e ritrovarsi tra qualche mese con la stessa identica emergenza.

Il neo sindaco pensa di risolvere tutto con la raccolta differenziata - che, per carità, è ormai un obbligo civico - ma a Napoli non è questo il problema. Altri comuni hanno livelli bassissimi di differenziata, eppure non sono sommersi dai rifiuti. Il problema a Napoli è che non c'è un posto dove portare i rifiuti in attesa del trituramento. Gli Stir sono diventati depositi di rifiuti e non riescono a triturarli, quindi a smaltirli per passare ad altri, e così via, si accumulano in strada. Servono discariche, insomma. De Magistris è in carica da pochi giorni ma di fronte all'evidenza già parla di complotti («diversi ambienti vogliono che Napoli resti sotto la spazzatura») e critica il governo perché non ha ancora approvato il decreto per trasportare i rifiuti fuori dalla Campania ed accollarne lo smaltimento ad altre regioni. Ah, ecco dunque la soluzione "strutturale" cui pensa il sindaco. Spera che la misura di portare i rifiuti fuori dalla regione possa - molto all'italiana - diventare una misura da temporanea a permanente. Insomma, un altro caso di emergenzialismo all'italiana.

Invece di arrendersi alla necessità di nuove discariche, De Magistris inventa i «siti di trasferenza». Si oppone a nuove discariche a norma di legge, quindi su siti controllati e sicuri, però ammassa per 72 ore la monnezza in luoghi scelti a caso, e magari di nascosto dalla cittadinanza. Forse si è trattato solo di propaganda e alla fine il neo sindaco farà le discariche, ma se è così, è ora che getti la maschera e dica la verità ai suoi cittadini.

Il governo deve intervenire, ma questa "operazione verità" da parte di De Magistris deve pretenderla. E in attesa di scoprire le sue intenzioni, abbia il coraggio di minacciare il commissariamento del Comune di Napoli se il sindaco si rifiuta di realizzare nuove discariche e termovalorizzatori. E avrei anche un'idea. Visto che pontifica un po' su tutto, il commissario straordinario potrebbe essere il presidente della Repubblica Napolitano.

Thursday, June 23, 2011

Puro e semplice spionaggio

Non tanto l'assenza di una legge, ma soprattutto la totale mancanza di autogoverno - e governo - della magistratura è la causa prima di questo uso politico delle intercettazioni, che ha ormai oltrepassato i livelli di guardia. Si è materializzato, infatti, quello che in qualsiasi democrazia normale sarebbe percepito come uno dei peggiori incubi: governo, Parlamento, partiti vengono di fatto spiati e ne conseguono un condizionamento e una destabilizzazione costanti non di un "potere" sull'altro (quello giudiziario sul politico), che già sarebbe grave, ma di un singolo pm sulla vita delle istituzioni democratiche. Ormai i pm hanno perfezionato ed elevato a sistema l'escamotage usato per aggirare la legge che vieta di spiare deputati e senatori, alcuni dei quali sono anche ministri: basta individuare un personaggio con una rete di contatti di primo piano; ipotizzare nei suoi confronti un reato minore, abbastanza sfumato da poter essere sostenuto sulla base di prove puramente indiziarie; mettere sotto controllo tutte le sue utenze. Intercettazioni "a strascico", insomma, e il gioco è fatto. E se nella rete finisce un parlamentare, per il quale sarebbe necessaria l'autorizzazione della Camera di appartenenza, ops... basta fingere di non essersene accorti e continuare ad ascoltare. Le conversazioni magari non potranno essere utilizzate, ma quel che conta è che escano sui giornali. E nel caso limite in cui scatti una denuncia al Csm, la copertura da parte dei colleghi è scontata.

Bisignani è un pretesto, l'obiettivo vero è spiare, sputtanare, destabilizzare il governo. Se persino un Di Pietro ammette che stando alle carte «non sarà certo facile arrivare ad individuare dei reati, dei capi d'imputazione», per i quali anzi non vede i «presupposti», come può essere tollerabile che conversazioni penalmente irrilevanti, che per di più coinvolgono ministri e parlamentari, finiscano agli atti, e poi sui giornali, invece di essere immediatamente distrutte? Nella riservatezza di un colloquio privato abbondano battute, sfoghi, recriminazioni, giudizi tagliati con la roncola, invidie, che in politica (così come in qualsiasi "comunità", da una classe scolastica al posto di lavoro) sono all'ordine del giorno. Immaginate cosa succederebbe nel vostro ambiente se pettegolezzi e chiacchiere in libertà venissero improvvisamente estrapolate e rese pubbliche: anche il gruppo più affiatato apparirebbe in piena guerra civile.

Che autorevoli esponenti del Pdl non condividessero affatto la linea di scontro frontale di Berlusconi con Gianfranco Fini era noto, così come si possono immaginare i commenti in libertà degli stessi esponenti del Pdl sulla condotta privata del premier nei mesi del caso Ruby. Come al solito nulla di penalmente rilevante, ma l'effetto è quello di avvelenare il clima all'interno di un governo, e del partito di maggioranza. E questo è un potere pericoloso in mano ad un pm. Che un governo e un partito siano destabilizzati da ipotesi di casi di malversazione ci può stare, ma sulla base di chiacchiere politiche e millanterie da bar no, è un prezzo che il Paese non può pagare per soddisfare la sete di visibilità e magari l'ambizione politica di qualche magistrato.

Questi pm devono essere fermati. E se non lo fa il Csm, ci deve pensare la politica. Oggi tocca al governo Berlusconi e al Pdl, ma un domani potrebbe toccare ad un partito e a un governo di qualsiasi colore. Perché? Perché ormai più che "politica" - abbattere giudiziariamente l'avversario o bloccare ogni progetto di riforma della giustizia - la molla sembra una sfrenata ambizione personale. La fulminea carriera politica di molti ex pm, d'altra parte, rappresenta un potente incentivo a piegare a proprio personale vantaggio l'esercizio dell'azione penale. De Magistris e Woodcock sono dei fulgidi esempi. E il Csm, che mai è intervenuto per porre un argine alla disinvoltura con cui alcuni pm sono passati alla politica (di recente è entrato nella squadra di De Magistris a Napoli un procuratore che fino al giorno prima aveva indagato sugli avversari politici del nuovo sindaco), ne porta per intero la responsabilità.

Ecco perché più che una nuova legge sulle intercettazioni - che comunque serve, soprattutto per ridurne la mole e vietarne la pubblicazione - occorre una riforma complessiva della giustizia: che separi nettamente le carriere tra magistrati inquirenti e giudicanti; che ponga i magistrati di fronte alle loro responsabilità in sede sia civile che penale; che consenta al Csm di tornare ad asssolvere la funzione per cui è stato concepito e istituito: non una sorta di "Consiglio dei guardiani" sul legislatore in materia di giustizia, né un sindacato delle toghe, ma un organo di autogoverno e una sede disciplinare.

Wednesday, June 22, 2011

Doppia monnezza

Oltre al dramma, c'è la metafora. Monnezza nelle vie di Napoli. Monnezza che dalla procura di Napoli finisce sui giornali: 19.000 pagine di intercettazioni ambientali e telefoniche. Un'operazione di puro e semplice spionaggio. Avvalendosi però dei poteri pubblici e del denaro dei contribuenti. Intrattenere una vasta rete di relazioni con persone che contano sembra diventato di per sé un reato. E dev'essere l'unica cosa certa che emerge dalle indagini di Woodcock e Curcio su Bisignani, se almeno da tre giorni nei titoloni dei quotidiani non si fa riferimento ad alcun reato, ma solo, appunto, a fumose "P4", "reti", "mediazioni", "ragnatele", "governi-ombra". Persino un impressionante "Bisignani conosceva tutti", sparato così, in prima pagina, come se fosse la confessione di un assassino.

Il giochino ormai è talmente scoperto che solo chi è in malafede può fingere di non vederlo: si prende un personaggio con una rete di contatti di primo piano nella politica; si ipotizza nei suoi confronti un reato minore, abbastanza sfumato da poter essere sostenuto sulla base di prove puramente indiziarie; si mettono sotto controllo le sue utenze telefoniche, i pc, gli uffici, i suoi spostamenti. Prima o poi, gettando in questo modo, a strascico, la rete delle intercettazioni, è inevitabile che qualche pesce grosso rimanga impigliato. E se pure non fa nulla di male, se non è indagato, non importa. Basta che compaia il suo nome perché i giornali imbastiscano il romanzo. E come si supera il vincolo del segreto istruttorio per far finire le intercettazioni sui giornali? Presto detto: o si passano direttamente le carte ai giornalisti amici, oppure, "legalmente", basta allegare nell'ordinanza di custodia cautelare o nella richiesta al Parlamento tutte le intercettazioni che si vogliono, quelle più sfiziose, anche se palesemente non hanno nulla a che fare con i reati ipotizzati, ma che solleticano la fame di scandali dei media e del pubblico. E il gioco è fatto, via con la giostra. Male che vada al magistrato, popolarità e carriera politica assicurate. Consumati gli effetti politici e mediatici, dopo qualche mese, nessuno farà più caso agli inevitabili proscioglimenti.

A meno che non si contesti un episodio di corruzione - reato che però il gip non ha incluso tra quelli che a suo avviso giustificano le richieste di arresto -, fare e ricevere favori, tessere relazioni, scambiarsi confidenze, informazioni e pareri, raccomandare, offrire consigli, persino esercitare un'influenza politica, può essere di per sé un reato? Certo, ci sono le ipotesi di favoreggiamento e di violazione del segreto di indagine. Bisignani e Papa avrebbero riferito al sottosegretario Letta notizie riservate riguardanti inchieste che avrebbero visto in qualche modo coinvolti lui e altri membri dell'Esecutivo. Ora, a parte il fatto che stiamo parlando del segreto di Pulcinella, dato che tali inchieste finivano corredate di tutti i dettagli sulle pagine di tutti i giornali, e l'impressione è che Letta e Berlusconi, se informati, fossero gli ultimi o quasi a sapere, è per queste due ipotesi di reato che il gip ha autorizzato l'arresto del primo e la richiesta nei confronti del secondo. E' comprensibile che si scriva anche degli altri indagati, e delle altre più gravi ipotesi di reato, che per ora non hanno convinto il gip. Ma tutto il resto, le altre chiacchiere e le mezze frasi, non si comprende a che titolo - se non per sputtanare - finiscano sui giornali. Osserva giustamente Fabrizio Rondolino, oggi su il Giornale:
«La seconda generazione giustizialista si differenzia dalla prima per un dettaglio essenziale: le prove, ancorché indiziarie o contraddittorie, non contano un fico secco; conta lo scenario, il contesto, il "teorema", che tanto più eccita la fantasia dei lettori quanto maggiore è il coinvolgimento di personaggi più o meno famosi (non importa che siano indagati: basta che il loro nome interessi ai giornali). De Magistris e Woodcock hanno costruito così la propria immagine di giustizieri inflessibili: da "Why Not" alle "Toghe lucane", da Vallettopoli al "Savoiagate", non c'è inchiesta di questi coraggiosi magistrati che non si caratterizzi per l'enormità dell'intrigo denunciato, per lo sfarfallio mediatico dei suoi protagonisti, e per la mancanza assoluta di prove. Il passaggio alla politica nella sua forma degradata di populismo plebeo è naturalmente coessenziale a questo modo di intendere la giustizia: che non è la fatica e lo scrupolo dell'indagine, né l'imparzialità del giudizio, ma lo strumento irresponsabile per la costruzione della propria immagine di guerriero senza macchia e senza paura. In questo contesto distorto, gli insuccessi dimostrano che i nemici sono ancora forti, non che l'inchiesta non vale nulla. E del resto l'obiettivo non è mai giungere alla condanna, perché le prove non vengono neppure raccolte, ma distruggere la reputazione e la vita privata di coloro che, ricoperti di fango, suscitano gli applausi dei futuri elettori».

Friday, May 27, 2011

Macerie per tutti

Il centrodestra ce l'ha messa davvero tutta per perdere queste elezioni amministrative. Anche la campagna elettorale per i ballottaggi è stata sovrastata dalla rissa, nazionale o locale che fosse, con la stampa pronta a raccogliere ed enfatizzare ogni spiffero cacofonico di Pdl e Lega, come la ridicola provocazione di spostare i ministeri, con la quale i leghisti stessi hanno svilito l'idea originale e innovativa di «capitale reticolare». Ma di spifferi, autentici autogol, ne hanno regalati a iosa i due partiti di maggioranza, offrendo l'immagine di una coalizione in rotta, forse con i numeri in Parlamento ma senza orizzonti politici. Alzare i toni, anche politicizzare lo scontro, va bene, ammesso però che si tratti di questioni concrete che interessano i cittadini, non di slogan che suonano come mera propaganda e demonizzazione dell'avversario. Possono anche essere fondati, nel merito, gli allarmi, ma è la forma eccessiva che - comprensibilmente - indispettisce ancor di più l'elettore. E' la stessa identica formula usata contro Berlusconi che da anni fa perdere la sinistra.

Della calunnia in diretta tv della Moratti al suo avversario, che ha assestato il colpo di grazia alle sue chance di farcela, si è parlato anche troppo. Molto meno delle sue scuse, di Pisapia che rifiuta il confronto, dei gravi episodi di violenza che hanno accompagnato la cavalcata - pare trionfale - dei candidati di centrosinistra a Milano e Napoli. Di cui non saranno certamente loro i diretti responsabili, ma che certo dicono molto dell'esercito che hanno saputo mobilitare. Il comitato elettorale di Lettieri a Napoli viene dato alle fiamme a poche ore dal voto. E pensare che qualche ora prima ci era stato propinato il solito lungo editoriale di Saviano su Repubblica per spiegare che la Camorra sta col centrodestra. Chissà cosa avrebbe potuto scrivere se ad essere bruciato fosse stato il comitato di De Magistris. Tra aggressioni e denunce, a Milano la campagna è proseguita con il linciaggio via web a Red Ronnie e termina con Gigi D'Alessio che rinuncia a cantare in piazza per la Moratti. E non - come falsamente affermano i giornali - per le frasi fuori luogo di qualche esponente leghista, ma principalmente per le gravi minacce giunte via internet al cantante da militanti di sinistra.

L'elettorato arrivava a questo appuntamento elettorale sfiancato da mesi di lotta nel fango (tra Fini e Berlusconi), di assalti mediatico-giudiziari, di inconcludenza politica e mercato delle vacche in Parlamento. Il centrodestra ha la colpa di aver perseverato con questo copione. In democrazia gli elettori sono sovrani e hanno sempre ragione. Va compresa quindi l'insoddisfazione e l'autentico disgusto che hanno tenuto lontano dalle urne molti elettori ed elettrici vicini al centrodestra o indipendenti. Che a prevalere in queste elezioni siano candidati impresentabili e reazionari non è che un'aggravante per il centrodestra, non una prova della stoltezza dei cittadini. Ma l'esito che ormai appare inevitabile sarà più che deleterio per tutti, accentuando l'arretratezza civile, economica e del sistema politico in cui versa l'Italia. Merito di Berlusconi l'aver resistito e il resistere agli assalti eversivi della magistratura politicizzata, colpa di Berlusconi non averlo fatto con l'unico mezzo che i cittadini sarebbero stati disposti a tollerare: la politica. E aver accettato, invece, di combattere nel fango e nel caos della rissa permanente.

Tuesday, May 17, 2011

Analisi di una Caporetto

Punito il centrodestra "facinoroso". Terzo polo al palo

Stando così i dati, il centrodestra deve prepararsi a perdere Milano e seriamente preoccuparsi di mancare la conquista di Napoli. A sfiorare la vittoria al primo turno è Pisapia, non la Moratti, che ora deve colmare un distacco di oltre 6 punti percentuali. Considerando l'effetto galvanizzante del primo turno sugli elettori di centrosinistra e depressivo su quelli di centrodestra, l'impresa appare disperata. Se Milano è molto probabilmente persa, Napoli è tutt'altro che presa. Con i voti di Mastella e del Terzo polo Lettieri supererebbe il 50% e con quelli del Pd De Magistris non arriverebbe al 48%. Ma la forbice è molto ristretta e in politica le somme algebriche non trovano mai conferma nelle urne: sarà più agevole per l'ex pm attrarre i voti del Pd che per Lettieri quelli centristi e anche a Napoli si farà sentire l'effetto Pisapia.

Quando si perde in questo modo ciascuno ha le sue responsabilità (Berlusconi, certo, ma soprattutto la Moratti, il Pdl e anche la Lega) e occorre ammettere che il problema è più profondo di una comunicazione sbagliata, ma in generale ad uscire sconfitta dalle urne è stata una certa versione del centrodestra che ha prevalso in questa campagna e che non resiste alla tentazione di avvalersi delle armi spuntate della sinistra dimenticando che demonizzazioni ed estremismi sottraggono credibilità e allontanano gli elettori indipendenti. In gergo calcistico si direbbe che questa volta il centrodestra è stato espulso per "fallo di reazione".

Ma veniamo ai due errori a mio avviso capitali commessi da Berlusconi e dal Pdl: non tanto l'aver voluto "politicizzare" il voto amministrativo. C'è modo e modo, infatti, di "politicizzare" una campagna "locale". Primo, aver puntato, come palcoscenico nazionale dell'intera campagna, non su Napoli, autentico monumento al malgoverno del centrosinistra, ma su Milano, dove evidentemente il giudizio sull'operato della Moratti da parte dei cittadini è molto negativo e dove, dunque, il candidato andava "ricostruito". La Moratti raccoglie quasi due punti percentuali in meno della coalizione che la sostiene, mentre Pisapia e il candidato terzopolista quasi uno in più, il che rafforza l'impressione che i cittadini milanesi siano stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire).

Secondo, alla gente, per lo meno agli elettori di centrodestra e "moderati", non frega davvero nulla dei problemi personali e giudiziari di Berlusconi. Sarebbe ora che sia a destra che a sinistra se ne facciano una ragione. Vuol sentire parlare dei suoi problemi, delle soluzioni ai problemi della propria città, non di processi, di sexygate, di giudici e quant'altro. Punisce gli avversari del Cav. quando fanno campagna sull'antiberlusconismo, così come non si fa intenerire dal vittimismo anti-pm di Berlusconi quando questi vi ricorre. Sull'uso politico della giustizia da parte di alcuni magistrati ormai gli elettori di centrodestra e "moderati" sono ultra-vaccinati, hanno le idee molto chiare. Non si bevono l'antiberlusconismo manettaro, ma neanche sono disposti a tollerare il ricorso da parte del centrodestra all'attacco dei pm di sinistra, percepito, e sanzionato, come mossa propagandistica. Ok, i pm lo perseguitano, ma che cosa avete fatto, e cosa avete intenzione di fare, per Milano? Quando non si punta sull'operato di un sindaco, ma sulla propaganda, è netta l'impressione che il bilancio sia ben poco lusinghiero. E paradossalmente l'aggressività dei toni usati dai "moderati", alla fine persino dalla Moratti arrivata a calunniare il suo avversario, per contrasto ha aiutato il "radicale" Pisapia nel caratterizzare all'insegna del "moderatismo" la sua immagine. La demonizzazione giustizialista dell'avversario è propaganda e come tale viene respinta, soprattutto dall'elettorato che si è dimostrato in questi anni immune da questi bassi istinti della politica. Certo che il passato (e il presente) antagonista di Pisapia poteva e doveva essere messo in evidenza, ma con altri toni e in ogni caso senza permettere che oscurasse i temi di governo della città che davvero interessano ai cittadini.

Ha inciso senz'altro anche una certa stanchezza per la litigiosità e l'immobilismo della maggioranza di governo in quest'ultimo anno (i distinguo e i bisticci non giovano né al Pdl né alla Lega), ma è prematuro parlare di bocciatura per il governo e di fine del berlusconismo. Il "tocco magico" di Berlusconi viene sopravvalutato sia dai suoi avversari che dai suoi estimatori. In realtà, sia nella buona sorte che nella cattiva non è così determinante come si crede. Ha fatto sì vincere la Polverini nel Lazio, persino in assenza della lista del Pdl, ma in un contesto in cui il governo regionale uscente era quello dello scandalo Marrazzo. Oggi non riesce a far vincere la Moratti laddove il giudizio nei suoi confronti è negativo. Insomma, i cittadini si fanno affabulare da Berlusconi, o dai suoi nemici, molto molto meno di quanto si creda. Sono molto più maturi e giudicano innanzitutto l'operato delle amministrazioni uscenti, sia a livello locale, che regionale e, quando sarà il momento, nazionale.

Il Pd può gioire perché Berlusconi per la prima volta dopo quattro elezioni ha perso, ma non dovrebbe rallegrarsi, ammesso che il progetto sia ancora quello originario di mettere in piedi un'alternativa riformista. Chi esce vincitore da queste elezioni amministrative infatti è la sinistra radicale e "manettara" che con le buone (le primarie) o le cattive (vedi Napoli) riesce a imporre i suoi candidati. Tutti lontani anni luce - culturalmente e politicamente - da quel progetto. Pisapia è un vendoliano ex Rifondazione con un passato da borghese rivoluzionario; Massimo Zedda, che costringe il centrodestra al ballottaggio a Cagliari, anch'egli vendoliano; e De Magistris un ex pm più "manettaro" di Di Pietro. Insomma, altro che centrosinistra col trattino, qui siamo alla sinistra-sinistra. Bersani può anche brindare, ma sta consegnando mani e piedi il Pd alla sinistra radicale. Elettoralmente può vincere laddove gli elettori bocciano l'operato del centrodestra, ma non credo che Vendola, Rifondazione comunista, l'Italia dei Valori e i "grillini" possano rappresentare una credibile alternativa di governo.

E' un voto che in realtà punisce sia il Pdl che il Pd, e dunque sì, punisce questo bipolarismo, ma non può certo rallegrarsene il Terzo polo, che di fatto non supera i voti della sola Udc. E' la sinistra estrema e l'antipolitica di Grillo, infatti, a raccogliere i dividendi dello sfascio del sistema cui anche i terzopolisti stanno contribuendo. Un risultato molto deludente, se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo bi- o tripolarismo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; può bastare se invece ci si accontenta - come ci sembra - della politica dei "due forni".

Monday, May 16, 2011

Prime parziali considerazioni

Dati veri pochini nel momento in cui scrivo, quindi conclusioni vere e proprie non se ne possono trarre. Qualche considerazione su ciò che sembra certo. I peggiori incubi di Pdl e Pd sembrano materializzarsi. A Milano l'unico dato certo sembra il ballottaggio. Era l'esito da tutti dato come più probabile. Ma se i dati veri confermeranno ciò che emerge dalle proiezioni, se cioè Pisapia si troverà addirittura in vantaggio sulla Moratti, allora il centrodestra dovrà prendere atto di due cose: 1) che il candidato è bollito (è due punti sotto la somma dei voti per le liste che la sostengono, Pisapia è sopra di 1), i cittadini milanesi sono stufi del sindaco uscente almeno quanto i romani lo erano del duo Veltroni-Rutelli nel 2008 (e sappiamo tutti come andò a finire); 2) che questa volta Berlusconi con tutto il suo armamentario di propaganda non è bastato. Un segno di maturità degli elettori, che chiamati alle urne per la loro città hanno preferito guardare ai candidati e non a Roma? Oppure un giudizio negativo sull'operato del governo e il tramonto del berlusconismo? Ci sarà tempo per valutare.

In ogni caso se la Moratti dovesse davvero ritrovarsi dietro a Pisapia, la rimonta sarebbe quasi impossibile. Se invece, come spesso accade, gli istituti demoscopici hanno fallito sopravvalutando i voti del centrosinistra, allora la sua riconferma è solo rimandata di due settimane e il giudizio sia sul sindaco, sia su Berlusconi, dovrà inevitabilmente essere più sfumato.

A Torino Chiamparino lasciava un'eredità in larga parte positiva che un big del partito come Fassino è stato chiamato a raccogliere. Non poteva andare diversamente. Verso il ballottaggio, invece, anche Bologna e Napoli, roccaforti del centrosinistra. E qui veniamo alle note dolenti per il Pd. A Napoli è psicodramma, con il candidato Democrat che superato da De Magistris sembrerebbe escluso dal ballottaggio, mentre nella "rossa" Bologna Merola è costretto al ballottaggio da un candidato leghista che prende il 30% (con i candidati espressione della Lega il centrodestra può fare bella figura ma non sembra in grado di strappare - almeno per il momento - feudi rossi), ma sopratutto dal 10% circa del candidato "5 stelle". Ma a ben vedere il movimento di Grillo si conferma non particolarmente trascinante: nelle città "rosse" intercetta un elettorato di estrema sinistra che c'è sempre stato e che semplicemente va sommato al centrosinistra; altrove, come a Milano, raccoglie poco (ma quasi come il Terzo polo!), pescando soprattutto nell'astensionismo.

Già, e il Terzo polo, che già canta vittoria vedendosi ago della bilancia? Risultato molto deludente se misurato con il progetto ambizioso di dar vita ad un nuovo polo, o addirittura ad un nuovo centrodestra; appena sufficiente se invece ci si accontenta della politica dei "due forni". Mi sembra appropriata la definizione di Cicchitto: «Il Terzo polo non esiste, esiste l'Udc». «Il Terzo Polo a Torino forse non riuscirà ad arrivare neanche terzo», ironizza Chiamparino. Ovunque le percentuali vanno di pochissimo (meno dell'1%) oltre i voti di Casini. Con scelte sputtananti ai ballottaggi, la realtà è che qualsiasi sia l'indicazione dei terzopolisti gli elettori faranno di testa propria.

Tornando al centrodestra, anche a causa dello scivolone della Moratti che ha calunniato il suo avversario a tre giorni dal voto, e di Berlusconi che non solo ha voluto "politicizzare" le amministrative, ma ha voluto fare di Milano il vero e proprio palcoscenico quasi unico della campagna, adesso il tono delle prossime due settimane, che condizioneranno in modo decisivo i ballottaggi, sarà inevitabilmente segnato dalla sconfitta del centrodestra a Milano, con il rischio di un effetto domino negativo.

Wednesday, October 20, 2010

Ecco perché serve la riforma. E che sia "punitiva"

Circa 10 milioni di euro, 150 persone indagate di cui solo 34 rinviate a giudizio, di cui 26 assolte. Ma quel che più conta, smontata l'ipotesi investigativa di una "spectre" di potenti, tra cui l'ex ministro della Giustizia Mastella. Sono i numeri del fiasco dell'inchiesta ("Why Not") con cui De Magistris voleva "spaccare" il mondo e invece è riuscito "solo" a minare alle fondamenta il governo Prodi e a farsi eleggere con l'Italia dei Valori (!). Grave ciò che emerge dalla sentenza del gup: in pratica, De Magistris, invece di accontentarsi di perseguire i reati facilmente addebitabili, ha puntato sempre più in alto, tentando di arrivare ai piani più alti della politica solo per ottenere la pubblicità dei media. Il risultato? Ha edificato un costosissimo (per le casse dello Stato) castello di carte che ha diffamato molti, ha destabilizzato un governo democraticamente eletto portandolo infine alla sua caduta e ha danneggiato l'inchiesta stessa.

Impietose le motivazioni del gup, che parla di «una distorta e infedele rappresentazione dall'esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», ma che soprattutto trasformano De Magistris da accusatore a imputato:
«Nel corso delle indagini è stato abilmente seppellito da chi aveva interesse a farlo, sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante 'televisiva' realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».
Una ipotesi investigativa che «dopo anni di lunghe e costose indagini non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stata sconfessata già nella fase delle indagini preliminari», ed anzi «ha impedito di analizzare con la necessaria obiettività i vari e inconfutabili elementi di prova che emergevano sin da subito». Ecco perché serve una riforma della giustizia. Ed ecco perché dovrebbe essere, in un certo senso, "punitiva".