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Wednesday, October 20, 2010

Ecco perché serve la riforma. E che sia "punitiva"

Circa 10 milioni di euro, 150 persone indagate di cui solo 34 rinviate a giudizio, di cui 26 assolte. Ma quel che più conta, smontata l'ipotesi investigativa di una "spectre" di potenti, tra cui l'ex ministro della Giustizia Mastella. Sono i numeri del fiasco dell'inchiesta ("Why Not") con cui De Magistris voleva "spaccare" il mondo e invece è riuscito "solo" a minare alle fondamenta il governo Prodi e a farsi eleggere con l'Italia dei Valori (!). Grave ciò che emerge dalla sentenza del gup: in pratica, De Magistris, invece di accontentarsi di perseguire i reati facilmente addebitabili, ha puntato sempre più in alto, tentando di arrivare ai piani più alti della politica solo per ottenere la pubblicità dei media. Il risultato? Ha edificato un costosissimo (per le casse dello Stato) castello di carte che ha diffamato molti, ha destabilizzato un governo democraticamente eletto portandolo infine alla sua caduta e ha danneggiato l'inchiesta stessa.

Impietose le motivazioni del gup, che parla di «una distorta e infedele rappresentazione dall'esterno delle reali e obiettive risultanze delle fonti di prova», ma che soprattutto trasformano De Magistris da accusatore a imputato:
«Nel corso delle indagini è stato abilmente seppellito da chi aveva interesse a farlo, sotto una miriade di dichiarazioni, propalazioni, coraggiose rivelazioni volte a rappresentare la molto più avvincente, inquietante 'televisiva' realtà di associazioni segrete, logge deviate, congiure di palazzo, accordi clandestini che dapprima operavano occultamente per monopolizzare la gestione degli appalti e delle risorse e che poi, a indagine avviata, tramavano per distruggere ed annientare da un punto di vista economico e di credibilità chi aveva avuto invece il coraggio di denunciare la realtà del malaffare».
Una ipotesi investigativa che «dopo anni di lunghe e costose indagini non ha trovato alcun conforto probatorio essendo stata sconfessata già nella fase delle indagini preliminari», ed anzi «ha impedito di analizzare con la necessaria obiettività i vari e inconfutabili elementi di prova che emergevano sin da subito». Ecco perché serve una riforma della giustizia. Ed ecco perché dovrebbe essere, in un certo senso, "punitiva".

Tuesday, July 15, 2008

L'isolamento in carcere è finora l'unica "prova"

Dopo Mastella, la sensazione è che ci costringeranno persino a difendere Del Turco. Da ciò che è emerso sui giornali le accuse nei confronti del governatore dell'Abruzzo sembrano circostanziate. Sembrano. Eppure, nessuno può più prendere alla leggera l'impressionante record negativo accumulato dalla magistratura. E ascoltando la conferenza stampa del procuratore, la sua insistenza sulle prove del tragitto dell'imprenditore Angelini da casello a casello autostradale (?), ci è sembrato di sentire l'eco di quel pittoresco procuratore di Santa Maria Capua Vetere.

Ma la carcerazione in isolamento nel carcere di Sulmona disposta per Del Turco è una specie di triste cartina di tornasole. Il tentativo è di far cantare Del Turco, di usare illegittimamente la carcerazione preventiva in isolamento per estorcere una confessione. L'ammissione implicita è che allo stato le prove non siano sufficienti a dimostrare la colpevolezza dell'imputato e che la procura cerchi la scorciatoia della confessione in carcere. La stessa brutta storia di sempre. Per questo, innocente o colpevole, ci auguriamo che Del Turco non ceda a questo sporco gioco.

E la politica? Come ha reagito? Veltroni in modo imbarazzante, nonostante l'inchiesta coinvolga in modo non marginale il Pd. Con incredibile gaffe auspica che il governatore Del Turco riesca a dimostrare la sua estraneità, quando di tutta evidenza dovrebbe essere l'accusa a dimostrare la sua colpevolezza.

Come ha giustamente osservato Panebianco, l'arresto di Del Turco dovrebbe ricordare a Veltroni e compagni che «i problemi dei rapporti fra giustizia e politica non riguardano solo Berlusconi». Ma oggi, dal Partito democratico, «è lecito attendersi anche qualcosa d'altro».
«Forse anche per il Pd è arrivato il momento, dopo anni di silenzi, acrobazie e furbizie da parte dei partiti predecessori (Ds e Margherita), di smetterla di fare il pesce in barile sulle questioni della giustizia e dei rapporti fra magistratura e politica. È lecito chiedere al Partito democratico: come pensate di tornare a essere forza di governo se non avete una vostra posizione sulla giustizia, una posizione che non si limiti a essere, come è sempre stato fin qui, una fotocopia di quella dell’Associazione nazionale magistrati?»
Fino ad oggi la sinistra riformista «ha negato l'esistenza di un potere discrezionale eccessivo dei pubblici ministeri, ha finto di non vedere le continue invasioni di campo. Ha accreditato in sostanza l'idea che i problemi derivassero tutti, e soltanto, dalla natura corrotta del nemico del momento (Craxi, Berlusconi)». Panebianco chiede al Pd «discontinuità». Non sembra ancora aria.

A partire dalla separazione delle carriere e dall'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, occorre «ricondurre nell'alveo delle istituzioni democratico-rappresentative le grandi scelte di politica delle giustizia». Bisogna supporre che Berlusconi si riferisse a questo quando ha finalmente parlato di riforma complessiva e radicale della giustizia, ben oltre la sola separazione delle carriere. Se quello giudiziario non è un potere, ma un ordine, ha bisogno di un punto di caduta, di una sede di legittimazione e di controllo del suo operato.

Una voce sola, quella di Mario Giordano, è andata oltre la vicenda giudiziaria, sottolineando che «il problema è la sanità che è diventata il buco nero di questo Paese. È la sanità che sta facendo saltare per aria tutti i deficit delle regioni, e che in sei anni ha bruciato 30 miliardi di euro (7,5 miliardi solo nel Lazio, 4,5 in Campania). È la sanità che eroga servizi scadenti, che produce liste di attesa infinite, che costa sempre di più e offre sempre meno ai cittadini». Non azzarda possibili rimedi, ma a noi ne viene in mente uno: fare in modo che le strutture sanitarie si sostengano per mano dei cittadini, non dello Stato o delle regioni.

Thursday, June 26, 2008

All'osso della democrazia, l'ultimo scontro tra poteri

Dopo la column di Caldwell dell'altro giorno, forse al Financial Times si sono preoccupati di apparire troppo berlusconiani e si sono sbrigati a sfornare un editoriale al veleno contro Berlusconi: «Oh no, di nuovo», riferendosi alla sua tendenza ad occuparsi più dei suoi problemi giudiziari che delle riforme di cui l'Italia avrebbe bisogno.

Innanzitutto una noticina. Sorprende che uno dei più autorevoli quotidiani finanziari al mondo attribuisca l'aumento fino al 2,5% del rapporto deficit/Pil nel 2008 alla manovra triennale (2009-2011) appena varata dal governo.
«The Berlusconi government last week introduced a budget that will see the public deficit rising from 1.9 per cent of gross domestic product in 2007 to 2.5 per cent in 2008».
La scure di Tremonti si abbatte sui conti pubblici, titola la Repubblica, ma il FT non vede «alcun segno che questo governo is maintaining a tight grip on public spending».

Detto questo, è certamente vero che la preoccupazione di Berlusconi per i suoi processi sottrae energie, tempo e risorse che Governo e Parlamento potrebbero impiegare per risolvere i problemi economici che affliggono il nostro Paese. E' uno degli aspetti negativi di una politica incapace di liberarsi dal ricatto della magistratura. Mi rendo conto, e sono il primo ad ammettere, che è avvilente assistere «again» a uno scontro tra Berlusconi e i pm politicizzati, che ormai va avanti da 15 anni. E' forte la sensazione di disgusto di fronte al ripetersi di un brutto film già visto, ma non possiamo esimerci. Non possiamo cedere all'assuefazione, abituarci a considerare normale il potere di ricatto che l'ordine giudiziario esercita sul potere esecutivo e sul legislativo.

Quanto sia grave la situazione si intuisce dalla sfuriata del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ai consiglieri, carpita ieri dai giornalisti e riportata oggi sui quotidiani. Aveva appena finito, la mattina stessa, di pronunciare all'indirizzo dei consiglieri un forte e chiaro appello alla riservatezza, che già nel pomeriggio diveniva carta straccia, con la divulgazione della bozza di parere sulla norma sospendi-processi. Singoli membri del Csm mettevano il timbro dell'intero organismo su un parere che per il momento era solo il loro, individuale e non collegiale, umiliando il vicepresidente Mancino.

Possiamo ritenere inelegante da parte del premier cercare di sottrarsi al processo; noiosi e stucchevoli i soliti attacchi ai pm. Ma considerare quelli di Berlusconi con la giustizia «problemi suoi» e non del Paese, significa cominciare a ragionare secondo lo schema giustizialista. La domanda a cui bisogna rispondere è sempre la stessa: è Berlusconi l'anomalia che causa tutte le altre anomalie italiane, oppure lui e le sue leggi ad personam sono anomalie prodotte da un'anomalia più generale, quella magistratura che da 15 anni tiene sotto ricatto la politica intera (non più solo Berlusconi)?

Gli attacchi di Berlusconi sembrano eccessivi anche a Gianni Letta, che dice agli alleati che «Silvio sbaglia», che «ci vorrebbe meno aggressività », che «non è questo il metodo giusto», ma intanto, nel silenzio dei loro uffici, i pm continuano a tramare condanne e a divulgare intercettazioni diffamanti senza alcun rilievo penale, com'è successo anche stamattina. Con toni discutibili Berlusconi ripete un discorso che non fa una piega: la nostra è una «democrazia in libertà vigilata, tenuta sotto il tacco da giudici politicizzati, ma i cittadini hanno il diritto a esser governati da chi scelgono democraticamente: non posso accettare che un ordine dello Stato voglia cambiare chi è al governo, con accuse fallaci».

In 15 anni, con 789 pm contro, mai una condanna, ma al Paese è costato caro: governi democraticamente eletti sotto il costante ricatto di una magistratura irresponsabile e quindi limitati nelle risposte di governo che giustamente i cittadini si aspettano da loro. Napoli e Milano sono le procure pronte a colpire il premier con nuove accuse ridicole. Tra il primo e il 18 luglio i suoi avvocati dovranno partecipare a otto udienze tra Milano e Napoli e se il premier dovesse parteciparvi ciò andrebbe a discapito dell'attività di governo.

Il punto è che sia il "caso Saccà", per il quale potrebbe essere rinviato a giudizio a Napoli, sia il processo Mills (leggere, per credere, la minuziosa ricostruzione di Filippo Facci), si basano su accuse ridicole, che non porteranno mai a una condanna definitiva. Ormai, dopo questi 15 anni, tra assoluzioni e prescrizioni, sono rimaste solo quelle in mano ai magistrati. Puntano a un rinvio a giudizio o ad una condanna in primo grado. Pazienza, se non si trasformeranno mai in condanne definitive. Ma quando saremo di nuovo qui a constatarlo, il loro obiettivo politico l'avranno già raggiunto, proprio come nel caso dell'arresto della moglie di Mastella. E' stato dichiarato illegittimo, ma intanto lui si è dovuto dimettere e il governo Prodi è caduto. Se Berlusconi fosse condannato a 6 anni, un istante dopo sarebbe obbligato a dimettersi e tanti saluti non solo alle risposte ai tanti problemi del Paese, ma anche all'ultimo straccio di democrazia.

Non ho perdonato a Berlusconi di non avere compiuto la "rivoluzione liberale" che aveva promesso nel 2001-2006 e può darsi che deluderà ancora le aspettative di quanti lo hanno votato anche questa volta, ma ora è in gioco qualcosa di "pre-politico", qualcosa che deve per forza venire prima dell'azione di governo: tenersi stretto il mandato a governare che gli hanno democraticamente affidato gli italiani ma che gli potrebbe essere tolto con un colpo di mano giudiziario.

E' una lotta contro il tempo, in cui vince chi colpisce per primo. La sentenza prima del "lodo Schifani", o il "lodo Schifani" prima della sentenza? Certo, la sospendi-processi è una norma rozza, brutta, «impensabile in altri Paesi occidentali», dove però è anche impensabile una magistratura totalmente fuori controllo, ma rivela tutto il carattere di eccezionalità e di emergenzialità in cui sono precipitati i rapporti tra politica e magistratura. E' una guerra tra poteri che in quanto condotta al di fuori delle regole costituzionali precede la democrazia stessa. Siamo arrivati all'osso della democrazia, non c'è più nulla da rosicchiare. Occorre esserne consapevoli, mettere da parte tutte le considerazioni sulle "buone maniere" istituzionali, decidere da che parte stare e assumersene la responsabilità.

Thursday, June 19, 2008

Pd e Veltroni prigionieri della vecchia stagione

Una opposizione si oppone, ma evita di trattare il governo in carica come un criminale che attenta alla costituzione e vuole instaurare un regime, per dimostrare che con esso è «impossibile instaurare un rapporto fisiologico». Perché, a lungo andare, se ciò non corrisponde alla realtà, perde la faccia davanti al Paese e perde elezioni a ripetizione. Nella demonizzazione o meno dell'avversario sta la differenza, osservava Ostellino ieri sul Corriere, tra un'opposizione e una forza di pura «agitazione».

Già in campagna elettorale, con la scelta di "salvare" il movimento di Di Pietro dalla stessa disfatta toccata in sorte alla Sinistra Arcobaleno, Veltroni aveva dimostrato di non saper andare fino in fondo nella logica, da lui stesso adottata, della «vocazione maggioritaria» del Pd.

Sul tema della giustizia, com'era prevedibile con lo spazio politico concesso a Di Pietro, il Pd e Veltroni rischiano di essere risucchiati nel passato. Si dichiara «chiuso» il dialogo con il governo in un modo così precipitoso da far pensare che Veltroni non sperasse altro, per superare i suoi problemi interni, che giungesse un pretesto per tornare alla vecchia musica dell'anti-berlusconismo, geloso di un ruolo che Di Pietro fino a questo momento stava monopolizzando.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Ma la storia, e la politica, non fanno sconti. Prima o poi gli errori del passato occorre essere disposti a pagarli, altrimenti si rimane a fare i lavapiatti. Il Pd e chiunque ne sarà alla guida non riusciranno a inaugurare alcuna «nuova stagione», se prima non avranno le idee definitivamente chiare sulla vecchia stagione. Per comprendere in pieno la vecchia stagione, e gli errori commessi, è fondamentale afferrare il cuore del problema nei rapporti di questi 15 anni tra politica e magistratura: è Berlusconi, o sono i magistrati?

Dal 1994 Berlusconi è stato processato decine di volte, per una serie disparata di reati che vanno dalla corruzione alla mafia, e mai condannato. Le sue aziende sono state rovistate fin negli angoli più remoti senza trovare nulla di illegale. Sono davvero poche le personalità dell'economia e della politica che uscirebbero indenni da una simile radiografia. Il paradosso di questi 15 anni è che volendo dimostrare quanto Berlusconi fosse disonesto, e quindi indegno di ricoprire il ruolo di primo ministro, di fronte agli italiani la magistratura è riuscita a dimostrare esattamente il contrario. E' il personaggio più sotto controllo d'Italia. Quante cosche si sarebbero potute sgominare se nei loro confronti fosse stata adoperata la stessa solerzia utilizzata nei confronti del cittadino Berlusconi?

Per inaugurare una «nuova stagione» Veltroni e il Pd devono capire ciò che la maggioranza degli italiani ha dimostrato di sapere da sempre. Che il "caso Berlusconi" è in realtà la quintessenza del "caso giustizia" in Italia. Che non è mai esistito l'imputato Berlusconi che si faceva eleggere premier per sfuggire ai processi; è esistita ed esiste, invece, una magistratura politicizzata che - prima per aiutare una parte politica contro l'altra, poi per difendere se stessa, i propri privilegi e l'enorme potere di influenza acquisito in questi anni sugli altri poteri, legislativo ed esecutivo - non esita a colpire e a ricattare i governi democraticamente eletti, impedendo loro di riformare la giustizia e persino solo di governare.

Ed è strano che neanche quanto accaduto all'ex ministro Mastella e al governo Prodi, per opera di quello strano personaggio del procuratore si Santa Maria Capua Vetere, abbia aperto gli occhi al centrosinistra. Gli emendamenti Vizzini-Berselli, il "lodo Schifani", che mette le cariche istituzionali al riparo dalle incursioni della magistratura per tutto il tempo del loro mandato, non sono norme «salva-premier», sono norme salva-politica.

In una democrazia un governo eletto ha il dovere di governare e non può essere minacciato o impedito da un pubblico ministero qualunque in cerca di protagonismo, nella migliore delle ipotesi. La sospensione per legge dei processi riguardanti determinati reati è certamente un'anomalia, determinata però - è questo il punto - da una anomalia più generale che la precede e che la rende necessaria, e che davvero non ha eguali in altri Paesi.

Per cambiare davvero «stagione» il Pd deve riconoscere che l'anomalia, l'"emergenza democratica", è nella magistratura, non in Berlusconi. Finché non si convincerà sinceramente di questo, finché non ci sarà una lettura condivisa dei turbolenti rapporti tra politica e magistratura negli ultimi 15 anni, e finché non ci sarà la volontà reale, oltre la retorica, di riportare la magistratura all'interno dei suoi confini, Veltroni potrà annunciare tutte le «nuove stagioni» che vuole, ma rimarrà prigioniero della vecchia.

Purtroppo, invece, adesso Veltroni fa retromarcia anche sulla scelta di far correre il Pd da solo e si mette in cerca di nuove alleanze, a cominciare da quella ultra-fallimentare con Rifondazione. Si torna al segretario buono per - e disposto a - tutte le linee, pur di non rischiare di farsi scalzare. Fino a ieri era il Veltroni dell'"andiamo da soli", ma da oggi è pronto a giocare con le vecchie alleanze, per anticipare e spiazzare gli avversari interni. D'Alema su tutti, che continua a coltivare l'idea di un "nuovo centrosinistra", da Casini a Bertinotti, da fondare sul proporzionalismo alla tedesca, sull'anti-bipartitismo e l'anti-presidenzialismo. Auguri.

La prima sentenza uscita da questo avvio di legislatura è che Veltroni non ha saputo perdere. Non è disposto a rischiare in proprio per far maturare le scelte in cui, almeno per un momento, ha creduto.

Thursday, May 29, 2008

Magistratura, sfiducia massima. E il Sud senza più alibi

Tertium non datur: o hanno ragione i magistrati, e allora verrà fuori che per risolvere l'emergenza rifiuti lo Stato da anni si era affidato a una banda di criminali; oppure, se l'inchiesta, come tante in passato, si sgonfierà con il tempo (basti ricordare il non lontano, né temporalmente né geograficamente, "caso Mastella"), o se solo non si rivelerà così esteso (25 arresti) il coinvolgimento negli illeciti, la magistratura avrà agito con una imprudenza irresponsabile e inaccettabile, che potrebbe causare persino dei morti.

Diciamo subito e chiaramente che i precedenti giocano tutti contro la credibilità della magistratura napoletana, una procura che andrebbe cancellata per decreto, e i membri sostituiti con magistrati di Bolzano (se non di Berlino).

"Monnezzopoli" è vecchia di quindici anni e la procura napoletana solo oggi, quando forse la politica ha deciso di compiere uno sforzo decisivo per risolvere l'emergenza, esegue i primi arresti, richiesti dai pm nientemeno che alla fine di gennaio. «Se è passato tanto tempo — commenta qualcuno — forse non era così urgente procedere e rischiare di sfasciare tutto». Insomma, il solito sospetto di una tempistica perfetta, l'attesa del momento mediaticamente più propizio per delegittimare chi in questo momento sta conducendo la battaglia decisiva sui rifiuti di Napoli.

Chi ne risponderà? «Se i rifiuti tornano, magari ad agosto, la gente ci aspetterà qui sotto con i forconi», dice al Corriere un «giovane procuratore». Ricordiamo: è la procura che torturò Enzo Tortora, della faida contro il procuratore capo Cordova. Ed è la magistratura capace del tragico errore di Gravina; delle inchieste funamboliche e inconcludenti di Garlasco e Perugia.

«Con il "decreto rifiuti" è stato fatto uno strappo violento all'ordinamento giudiziario, alla nostra autonomia»; «il caso napoletano è un pretesto per rivedere l'ordinamento giudiziario». Le dichiarazioni che Imarisio ha riportato dal palazzo di giustizia di Napoli inducono a sospettare che questa ondata di arresti improvvisi nasconda un forte movente politico. Poi c'è quella «assemblea di lunedì nella sala riunioni all'ottavo piano del Palazzo di giustizia», che «ha unito diverse correnti nelle critiche al decreto e al procuratore capo». La sensazione è quella di una casta che, invece di lavorare, fa politica per difendere se stessa.

Oggi Napoli è messa sotto tutela, è commissariata dal governo nazionale. E lo è, forse, persino troppo poco. Giuseppe D'Avanzo, su la Repubblica, ritrae un quadro perfetto di cosa non ha funzionato a Napoli in questi anni...
«E' il frutto marcio di una cattiva politica e di una pessima amministrazione che, del tutto prive di una "cultura del risultato", hanno trasformato la raccolta dei rifiuti e il ciclo industriale del loro smaltimento in un'occasione per distribuire reddito e salario a una società stressata e assegnare profitti a poteri criminali ingordi e a imprese private senza scrupoli. Con l'evidente utilità - per la politica - di amalgamare un "blocco di potere" corrotto (dal professionista al "pregiudicato") che, in cambio del saccheggio di quelle risorse pubbliche, ha assicurato consenso accettando di vivere in un progressivo, inarrestabile degrado igienico-sanitario».
... e del dilemma politico-giuridico della situazione oggi.
«L'esecutivo ha la convinzione, non campata per aria, che a Napoli e in Campania ci sia uno "stato d'eccezione" che legittima un "vuoto del diritto" e la sospensione delle norme perché le decisioni necessarie ad evitare la crisi non possono essere determinate più né dalle norme né dal diritto, ma soltanto dalla gravità dell'emergenza... Ci sono delle ragioni sufficienti per questa straordinarietà, è sciocco o irresponsabile negarlo. Le leggi e il diritto delimitano una condizione di normalità. Qui di "normale" non c'è più nulla. Se non si trovano, nei prossimi mesi, sei, sette capaci "buchi" dove stipare, quale che sia la sua pericolosità, tutta l'immondizia della regione non raccolta e quella che continua a produrre, ricorderemo a lungo l'estate del 2008 come la stagione di una catastrofe sanitaria molto poco europea».
Ma anche Ernesto Galli Della Loggia, dalle pagine del Corriere, offre un'interessante riflessione, spiegando come il Sud abbia perso una grande occasione negli anni, ormai passati, in cui la questione meridionale aveva una centralità politica. Ma politici, intellettuali, semplici cittadini del Mezzogiorno hanno commesso - e molti commettono ancora oggi - l'errore capitale di confondere la statualità con lo statalismo, pretendendo come presenza dello Stato non il controllo del territorio e il rispetto della legalità, ma l'erogazione di fondi e assistenzialismo.
«Un regime democratico è portato sempre a credere che a risolvere ogni problema basti un'iniezione di denari; e ancora di più lo credono naturalmente i politici i quali quei soldi sono incaricati poi di spendere. Ma se il Mezzogiorno dimostra qualcosa è che i soldi, nel suo caso, non sono (non erano) affatto tutto: che contano forse anche di più la correttezza e la capacità amministrativa, la cultura civica, il senso della legalità e dello Stato, lo spirito d'iniziativa. Di tutto questo si convinse alla fine degli anni '80-inizio '90 l'opinione pubblica italiana. E decise perciò di smettere di rovesciare sul Sud il fiume di soldi che vi aveva rovesciato fino allora: in qualche modo di chiederne conto, anzi».
Per decenni, conclude Galli Della Loggia, le classi dirigenti del Sud «hanno tratto proprio dalla centralità ideologico-culturale della questione meridionale l'essenza del proprio profilo e del proprio ruolo politico sulla scena nazionale», ma hanno dilapidato questa centralità. La via che andava intrapresa era quella della «richiesta, non di più soldi, ma di più Stato: non lo Stato keynesiano bensì quello del monopolio della forza da invocare, magari, contro la propria stessa società. Ma era difficile trovare qualcuno con il coraggio per una simile scommessa; e infatti non si è trovato».

Sunday, February 03, 2008

Come volevasi dimostrare

Poco più di due settimane ci sono volute e la decisione di un pm e di un gip di Santa Maria Capua Vetere, che ha fatto, seppure indirettamente, da scintilla alla crisi di un governo malconcio, è stata sconfessata dal gip competente, quello di Napoli.

Nei confronti della moglie di Mastella già il Tribunale del Riesame di Napoli, lo scorso 28 gennaio, su richiesta del pm Francesco Curcio, aveva ammorbidito la misura cautelare: dagli arresti domiciliari all'obbligo di dimora. Oggi il gip del Tribunale di Napoli, Anna Laura Alfano, ha revocato anche quella misura. Sandra Lonardo in Mastella è libera.

L'inchiesta, com'è giusto che sia, proseguirà, ma sulla decisione di arrestare la signora Mastella, dopo solo due settimane, non ci sono più dubbi: fu immotivata, quindi illegittima. E il terremoto politico provocato non può che far sorgere più che fondati sospetti sul reale scopo della Procura di Santa Maria Capua Vetere: come minimo quello di tenere in pugno il ministro della Giustizia, di dare un formidabile colpo alla sua credibilità, se non di farlo dimettere.

In un paese normale saremmo autorizzati ad aspettarci dei provvedimenti nei confronti del pm che ha chiesto gli arresti e del gip che li ha disposti. Ma qui in Italia è diverso, è inutile farsi delle illusioni: non ci saranno.

Friday, January 25, 2008

L'annunciata fine dell'utopia prodiana

Non è per correttezza istituzionale che Prodi ha voluto parlamentarizzare la sua agonia fino all'ultimo, ma per spirito vendicativo, per lasciare dietro di sé le macerie politiche del diluvio. Correttezza istituzionale vuole senz'altro che una crisi politica di governo sia affrontata e discussa dalle forze politiche nelle sedi istituzionali appropriate e a alla luce del sole, al cospetto dei cittadini. Ma il presidente Napolitano stesso, in quanto garante delle istituzioni, aveva suggerito a Prodi le dimissioni perché nella correttezza istituzionale rientra anche la tutela della legislatura, con la conseguente possibilità di dotare il Paese di una nuova legge elettorale che assicurasse una maggiore governabilità. Di questa esigenza, degna anch'essa di tutela dal punto di vista istituzionale, Prodi si è totalmente fregato e ha voluto assestare il suo ennesimo sfregio, che prelude ad altri atti vendicativi che avranno come sede e oggetto il Partito democratico e Veltroni, individuato - al pari di D'Alema nel '98 - come reale responsabile della sua caduta. Ma Veltroni oggi, come D'Alema allora, hanno semplicemente agito di fronte a una manifesta incapacità di governo. Che fare, se nessuno è al timone della nave?

Non sappiamo dire, in un Paese in cui neanche le sconfitte più atroci e clamorose segnano la fine delle carriere politiche, se ieri sera abbiamo assistito alla morte politica di Prodi. Magari resusciterà, come avversario di Veltroni nel Pd, come capocorrente scissionista, o come promotore di una lista in miniatura dell'Unione, che raccolga ulivisti di ferro e cuspuglietti prodizzati, come socialisti, radicali, dipietristi, verdi, comunisti italiani, sinistra democratica, con questi ultimi tre che dovrebbero comunque preferirgli la "Cosa rossa".

Ogni crisi politica, e ogni sconfitta, ha una causa di fondo e una scatenante. Quella scatenante è senz'altro l'attacco giustizialista che ha colpito Mastella, che per quanto infastidito da referendum, Pd e quant'altro, non crediamo avrebbe mai mollato la sua prestigiosa poltrona governativa. Settori giustizialisti della maggioranza e della magistratura, gelosa dei propri privilegi corporativi, arrembante e avida di potere moralizzatore sulla politica, avevano deciso da tempo di "purificare" la maggioranza di governo individuando in Mastella e nel suo partito l'unico capro espiatorio. A costoro deve innanzitutto dire grazie Prodi.

Ma, come dicevamo, esiste anche una causa di fondo. Ed è riguardo ad essa che entrano in gioco il Pd e Veltroni, ma non nel senso complottista che si intende comunemente. L'accelerazione della nascita del Pd e della discesa in campo di Veltroni come leader si devono a una presa d'atto da parte dei riformisti del centrosinistra - Ds e Margherita - del fallimento del governo e dell'idea di centrosinistra su cui poggiava: il prodismo, la cui fine avevamo decretato con molto anticipo, guarda caso poco prima che fosse avviata la costruzione del Partito democratico, progettato per sostituirsi ad esso. Persino alla luce dei risultati elettorali dell'aprile 2006, con quegli otto punti di vantaggio persi in poche settimane (e dodici in pochi mesi), era possibile preconizzare che il prodismo potesse tramontare ancor prima del berlusconismo.

In questo senso sì, Prodi può "prendersela" con il Pd veltroniano, anche se la sua caduta, più che dei ristretti margini numerici della maggioranza in Senato, è la conseguenza del crollo, del fallimento alla prova dei fatti, di quella che avevamo definito "utopia prodiana", l'idea cioè che l'Ulivo, alleandosi con la sinistra comunista e massimalista, potesse non solo "cacciare" Berlusconi e vincere le elezioni, ma anche governare il paese. "Senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa". L'impegno dei vertici del centrosinistra negli ultimi dodici anni è stato sempre volto a smentire la seconda di queste due proposizioni. Mai si era tentato di smentire la prima, ma proprio per questo è nato il Pd. Questo «schema tattico ha dominato il bipolarismo italiano in questa lunga transizione», ammetteva mesi fa Veltroni, riferendosi alla eterogenea Unione prodiana, afflitta da paralisi decisionale.

Per dodici anni Prodi è stato l'unico possibile interprete e collante dell'eterogeneità della coalizione. Il prezzo pagato nell'arco di questo lungo periodo è stato l'incapacità della sinistra di fare i conti con se stessa, di accorgersi di quanto fosse ingombrante il suo passato, seppure oggi nella veste di uno statalismo e di un antagonismo post-ideologici, e quindi di diventare forza di governo.

Se in nessun paese europeo la sinistra democratica e liberale governa insieme a quella neocomunista ci deve pur essere un motivo. Il superamento di questa anomalia solo italiana, era ovvio, passava per il fallimento dell'"utopia prodiana".

Il Partito democratico avviava la sua missione storica, una nuova e alternativa idea di partito di centrosinistra, "di governo", a "vocazione maggioritaria", l'ha definito Veltroni, con l'imbarazzo di chi non poteva sbarazzarsi di un disastroso presente che aveva contribuito a realizzare, dovendo tuttavia obbligatoriamente preparare un futuro diverso. Le contraddizioni prima o poi non potevano che esplodere, ma non per una sleale concorrenza da parte di Veltroni nei confronti di Prodi, quanto per il fallimento manifesto di quest'ultimo.

Tuesday, January 22, 2008

Festival di ipocriti e strane manovre

Pare che Prodi non sia intenzionato a dimettersi e voglia invece chiedere un voto alla Camera. E al Senato, come pensa di ottenere la fiducia? Davvero non comprendiamo, ma ancora di più temiamo le manovre di questa notte, delle prossime ore. A quali ricatti e promesse a suon di denaro pubblico il premier pensa di ricorrere per ricomprarsi i senatori che ha già "pagato" a suon di milioni di euro per far approvare l'ultima Legge Finanziaria?

Destano preoccupazione, inoltre, le reazioni di alcuni giornali e giornalisti, che pur scrivendo peste e corna di questo governo, nell'ora della crisi che sembra decisiva sembrano temere che non sia però il momento "giusto". Chissà perché...

E ieri sera, a Porta a Porta, di fronte a Mastella, persino uno come Folli fingeva di non capire il filo - tutto politico - che lega la vicenda giudiziaria in cui è stata coinvolta la famiglia dell'ex ministro all'apertura della crisi.

I giornalisti, esattamente come aveva fatto Prodi in aula alla Camera, fingevano di non ricordare che Mastella si è dimesso non ritirandosi nel privato, ma sollevando una gravissima questione politica e istituzionale. E in queste ore si è deciso a far cadere il governo perché la maggioranza ha dimostrato di non voler neppure prendere in considerazione quella questione. Non potevano pensare di liberarsi di Mastella senza occuparsi della deriva eversiva di certa magistratura e facendo ricadere sull'Udeur l'intera vergogna per il diffuso malcostume della politica.

Non si può, soprattutto da giornalisti, derubricare a faccenda privata il caso Mastella, cadendo dalle nuvole se poi finisce per provocare una crisi di governo. Non possono permettersi di fare i finti babbei. Con l'arresto "ad orologeria" della moglie di Mastella, del tutto immotivato, si è voluto tentare di influenzare il giudizio del Csm su De Magistris; colpire il ministro artefice della riforma dell'ordinamento giudiziario, che pone un ragionevole limite di otto anni al mandato dei procuratori capo; il ministro che voleva porre un limite allo scempio delle intercettazioni, con le quali i magistrati tengono sotto ricatto la politica, a volte per favorire alcune fazioni, altre volte per protagonismo o per accrescere il potere della propria corporazione; si è voluta cavalcare l'ondata di anti-politica dando in pasto all'opinione pubblica un capro espiatorio mentre si tenevano al riparo i pezzi più pregiati della "casta".

In Italia sono intercettati ogni anno dai 70 mila ai 100 mila cittadini, per una spesa che in cinque anni ha toccato quota un miliardo e 150 milioni di euro. Gli italiani sono i più intercettati al mondo. Pensate che negli Stati Uniti di Bush, della guerra al terrorismo, del Patriot Act, non si superano ogni anno le 10 mila autorizzazioni dei magistrati ad intercettare. E da noi c'è anche qualcuno che ha il coraggio di parlare di "Grande Fratello" e di diritti civili...

Se un ministro della Giustizia dimettendosi denuncia alla maggioranza che lo sostiene un'«emergenza democratica», questa non dovrebbe per lo meno interrogarsi sulla questione? Il fatto che invece la ignori costituisce o no un problema politico?

Innanzitutto, va detto che sul piano giudiziario l'arresto della moglie di Mastella è un fatto aberrante e gravissimo, senza alcun fondamento giuridico, che ha portato alla crisi di governo perché ha fatto esplodere in modo non ricomponibile nella maggioranza le due incompatibili visioni della giustizia: quella giustizialista e giacobina di Di Pietro, dei comunisti e di frange del Pd e quella di Mastella.

Poi, certo, ma su tutt'altro piano, si può aprire la discussione sulla mala-politica italiana, di cui l'Udeur e i Mastella sono soci all'1,4%, o forse anche di più, considerando il loro peso politico effettivo, ma sempre con una quota minoritaria rispetto a partiti, reti di clientele, assetti di potere ben più solidi che operano in altre realtà del Paese.

E allora, mi spiace, ma per fare prediche contro la pratica della lottizzazione, contro l'invadenza della politica nelle nomine pubbliche, bisogna mostrare valida patente di liberisti. Laddove ci sia una Asl o un'azienda municipalizzata, la Rai o l'Eni, bisognerebbe indicare quali poteri, e in che modo, dovrebbero effettuare le nomine di quei vertici e di quei CdA. E non ci si venga a raccontare che basterebbe una legge che imponesse criteri stringenti, o il solito "passo indietro" da parte della politica. Sarebbe come gettare fumo negli occhi dei cittadini.

Finché un'azienda resta di proprietà pubblica - statale, regionale, o comunale - (e persino se vive e prospera di finanziamenti pubblici) l'affiliazione politica conterà sempre più dei curricula e del merito. Pretendere che così non sia, parlare di meritocrazia senza affidarsi completamente al mercato, vuol dire ingannare la gente. Anzi, laddove c'è la mano statale, regionale, o degli enti locali, dev'essere trasparente la responsabilità politica e partitica delle nomine, in modo che almeno i cittadini ne siano messi al corrente e possano sanzionare politicamente chi è causa di inefficienze.

Se davvero si ritiene questa invadenza, questa penetrazione, un'aberrazione della politica - e sono tra coloro che la ritengono tale - bisognerebbe avere il coraggio di dire che lo Stato, gli enti locali, i poteri pubblici in generale, devono restare fuori dall'economia e gestire il minimo indispensabile dei servizi.

Monday, January 21, 2008

Mastella ha staccato la spina. E' finita... quasi

Sono le 18:37 quando il medico legale accerta la morte di un governo già in stato di coma vegetativo. Certo, di proclami in questi mesi ce ne sono stati parecchi, a cominciare dai diniani, tutti disattesi. Ma questa volta sembra proprio finita. La data del decesso l'ha scritta Mastella nero su bianco e non crediamo che Prodi abbia la spudoratezza di presentarsi alle Camere per un voto, che a questo punto sarebbe di sfiducia.

Prodi dica grazie al protagonismo corporativo della magistratura e a quei settori del centrosinistra che spinti da un impeto giustizialista l'hanno spalleggiato, individuando Mastella come capro espiatorio di una mala-politica generalizzata, da cui nessun partito si può chiamare fuori, e avendo deciso già da mesi di farlo fuori. "Dato in pasto lui al diffuso sentimento di anti-politica, ci salveremo noi", erano convinti. Non avendo altre alternative che riparare, prima o poi, nel centrodestra, vuoi da Berlusconi vuoi da Casini, Mastella non aveva nulla di meglio da portare in dote che la caduta di Prodi.

Certo, l'ammissione dei referendum elettorali da parte della Consulta; lo scandalo rifiuti e la sfiducia pendente sul ministro Pecoraro Scanio; una spintarella anche dal Vaticano, dopo il "caso Sapienza" (indicativo l'ultimo affondo del presidente della Cei Bagnasco). Ma per quanto sia leale ai suggerimenti di oltretevere, mai Mastella avrebbe lasciato un governo in cui occupava, seppure scomodamente, la poltrona prestigiosa di ministro della Giustizia.

La sua vicenda giudiziaria, lo spregiudicato e ingiustificato arresto della moglie Sandra, sono stati la causa scatenante di una crisi finale che prima o poi sarebbe comunque sopraggiunta. Per l'esile maggioranza numerica al Senato e per la scandalosa prova di un governo senz'altro tra i peggiori che si ricordino nella storia repubblicana.

E ora? I piccoli partiti (Udeur compreso) vorranno tornare alle urne scongiurando così il referendum, ma presumiamo che il presidente Napolitano non sia affatto intenzionato a far votare senza una nuova legge elettorale. Veltroni avrebbe bisogno di quella legge elettorale che gli permetta di far correre il Pd da solo e di un governo cuscinetto di minimo un anno che faccia sbiadire nella mente degli italiani il ricordo di Prodi (sarà comunque difficile!). Anche a Berlusconi, tolto di mezzo di Prodi, a questo punto converrebbe una nuova legge elettorale, meglio quella che uscirebbe dal referendum.

Insomma, l'accordo implicito tra Veltroni e Berlusconi dovrebbe reggere. Unica incognita, la data delle prossime elezioni politiche: si va da maggio/giugno 2008 a inizio primavera del 2009. Non oltre. Piuttosto che pasticci sulla legge elettorale e un governicchio che annacqui responsabilità politiche, individuali e collettive, meglio votare il referendum il 20 aprile e le politiche il 18 maggio, anche se al momento non sappiamo dire se i tempi tecnici permettano una soluzione simile.

Friday, January 18, 2008

Lo Stato al massimo della sua espansione

"Cercasi radiologo targato Ds". "AAA. Cercasi pediatra vicino An". "AAA. Cercasi neurochirurgo convintamente Udc". «Dovrebbero avere l'onestà di pubblicare annunci così, i partiti: sarebbero più trasparenti. Perché questo emerge dalle intercettazioni della "Mastella Dynasty": la conferma che la politica ha allungato le mani sulla sanità. Padiglione per padiglione, reparto per reparto, corsia per corsia... è in corso da anni, ma diventa sempre più combattuto e feroce, un vero e proprio assalto dei segretari, dei padroni delle tessere, dei capicorrente al mondo della sanità. Visto come un territorio dove distribuire piaceri per raccogliere consensi».

Scopre l'acqua calda Gian Antonio Stella. E davvero serviva un caso Mastella per far rimanere sbigottito Francesco Merlo. La mala-politica delle clientele e delle raccomandazioni portata alla luce in queste ore non è forse già da tempo, molto tempo, una realtà sotto gli occhi dei cittadini, che semmai i grandi giornalisti hanno avuto qualche "pudore" di troppo nel raccontare?

«Ad ogni intercettazione, ad ogni retroscena, ad ogni rivelazione non viene fuori il reato della politica, ma la mancanza di dignità della politica. E la dignità, almeno per noi, vale più del Diritto», ma la mancanza di dignità non è penalmente perseguibile.

Dunque, Merlo si pone finalmente la domanda giusta su tutta questa vicenda: «Può un giudice dar corpo giudiziario all'umore popolare - e qualunquista - contro lo strapotere della politica?» Si risponde che «da quel che sinora è venuto fuori, quest'inchiesta sembra appartenere alla famiglia delle inchieste di Potenza, a quelle indagini italiane, sempre più frequenti, che non al codice penale rimandano ma al moralismo ideologico e alla giustizia spettacolo, alla ruota del pavone. Perciò, come dicevamo, in questa vicenda giudice e imputato finiscono con il somigliarsi».

Purtroppo, ecco come conclude il suo articolo, mancando l'ultimo miglio, Francesco Merlo: «Oggi contro il familismo di Stato, contro i cugini delle mogli, contro gli oncologi di partito, sembra che il qualunquismo abbia scelto le procure. Alle fine tutti pensano di essere lo Stato. Dobbiamo rassegnarci che non ci sia lo Stato, ma un affollamento di surrogati di Stato?»

Non si tratta di «surrogati di Stato», non è che «non ci sia lo Stato», è proprio questo che abbiamo davanti lo Stato all'ennesima potenza. Ma sarebbe più corretto dire, per non confondere potenza con efficienza, lo Stato al massimo della sua espansione.

Ciò che davvero ci acceca, ci impedisce di cogliere le radici del problema, è l'idealizzazione dello Stato, come se davvero fosse un ente dotato di moralità e imparzialità proprie. A gestirlo sono pur sempre, e saranno sempre, gruppi di privati. Abolirlo, dunque? Certamente no, perché certe sue funzioni sono insostituibili. Ma cominciare ad avere consapevolezza di ciò che realmente lo Stato è: un male necessario, sopportabile a piccole dosi, purché i gruppi di privati chiamato a gestirlo siano eletti democraticamente e sostituibili; purché le risorse della collettività e gli ambiti di intervento a loro affidati siano ridotti allo strettamente necessario.

A chiarire alla perfezione il concetto è Stefano Magni:

«Dove è tutto lo scandalo per Mastella? E' vero che la sua famiglia usava la burocrazia statale come casa propria? E' vero che nominava i suoi amici e i suoi fidi a capo di enti pubblici e ospedali? Non è detto che queste cose su cui si sta indagando siano vere. Ma se lo fossero? Sarebbe ordinaria amministrazione: si chiama Stato. Lo Stato è l'insieme dei politici, ciascuno con i propri interessi privati, più o meno pericolosi per gli altri. Se affidi un'attività importante come la sanità allo Stato, non puoi aspettarti di meglio: saranno i politici a scegliere i dirigenti e anche i medici, in base a criteri che decidono loro (magari il merito, magari l'amicizia o la parentela). Se affidi la scelta delle aziende che devono fornire un servizio allo Stato e non ai consumatori, avrai per forza le tangenti sugli appalti. E vince l'azienda che paga di più il politico che deve scegliere».
Così i politici tutelano i propri interessi: «Posti di lavoro, anche importanti, in cambio di voti. Voti che gli servono per avere più potere, distribuire posti di lavoro e benefici a un maggior numero di persone che, in cambio, gli daranno ancora più voti». E il circolo si chiude.

Ed è comprensibile che la gente sia indignata, ma gli esiti possibili di questa indignazione diffusa e dello scollamento tra politica e cittadini sono due, «uno estremamente negativo, l'altro estremamente positivo». Quello negativo sarebbe «la pretesa di moralizzare la politica». Ma «chi opta per questa soluzione invoca a gran voce la dittatura militare o un maggior potere epuratore dei giudici». In entrambi i casi, meno democrazia e un regime, che gli stessi moralizzatori avranno contribuito a creare, «molto più facilmente corrompibile, proprio perché ha la facoltà di controllare gli altri, ma non si autocontrolla».

L'esito «estremamente positivo, invece, è la richiesta di liberarci dallo Stato e dalle sue pratiche. Perché lo Stato ci succhia risorse e ci restituisce inefficienza, quindi meglio fare da soli. Una tendenza di questo tipo potrebbe concretizzarsi con una forte richiesta di autonomia locale, di meno tasse e di molte meno regole, in modo da limitare i danni che i politici possono farci».

Bisogna intraprendere presto questa via, «prima che monti l'ondata di antipolitica autoritaria».

L'aveva detto: saremo esigenti

Li aveva avvisati Mastella, dimettendosi: appoggio esterno, «ma saremo esigenti». Così adesso l'Udeur mette la maggioranza con le spalle al muro: chiede una mozione in cui si approvi la relazione sulla giustizia dell'ex ministro Mastella, o sarà crisi di governo.

La relazione di Mastella, se nulla fosse accaduto in questi giorni, sarebbe stata approvata senza troppi problemi. Ma approvarla adesso, qualunque cosa ci sia scritto, significa comunque approvare la relazione di un ex ministro della Giustizia inquisito, con la moglie agli arresti, che ha duramente attaccato la magistratura. Motivo di imbarazzo per l'intera maggioranza, ma soprattutto per quei settori giustizialisti, da Di Pietro alla sinistra comunista, fino alla Sinistra democratica, che Mastella vogliono vederlo morto politicamente. Eppure, per far sopravvivere Prodi, si trovano costretti a votare l'ultimo atto politico del loro "nemico" giurato.

Così Prodi, che prendendosi l'interim aveva furbescamente derubricato il caso Mastella a vicenda privata, mentre l'ex ministro aveva voluto sollevare un duro atto di accusa, non potrà più fuggire e sembra costretto a dover scegliere tra i voti dell'Udeur e quelli di Di Pietro. In tutto questo, al Senato la prossima settimana arriverà la mozione di sfiducia nei confronti del ministro Pecoraro Scanio per lo scandalo rifiuti. E qualcuno, nell'Udeur, potrebbe chiedersi: perché Mastella è a casa e Pecoraro Scanio ancora al suo posto?

Come si salverà Prodi questa volta?

Thursday, January 17, 2008

La pistola carica è passata di mano

Mastella ha così deciso di confermare le sue dimissioni e di garantire un appoggio esterno al Governo Prodi. Anche qualora il caso sollevato dalla procura di Santa Maria Capua Vetere dovesse sgonfiarsi, com'è probabile, non vediamo come Mastella possa rientrare nel governo dopo il duro atto di accusa nei confronti della magistratura lanciato ieri e oggi. E' ovvio che Di Pietro e Mastella non potrebbero in ogni caso riunirsi nella stessa stanza. Dunque, il piano esposto da Prodi oggi in Parlamento, secondo cui il suo interim alla Giustizia sarebbe provvisorio, in attesa del ritorno di Mastella quando la sua vicenda sarà chiarita, è più che altro fumo negli occhi, forse l'unico modo per prendere tempo.

Ma quello annunciato da Mastella è qualcosa di più e anche di meno di un appoggio esterno. Somiglia più alle "mani libere". «Daremo l'appoggio esterno ma saremo esigenti. Non daremo l'apporto come prima, dove il compromesso era la condizione per tenere insieme la coalizione, ma ci staremo nelle condizioni date. Rispettosi della logica del programma, della discussione sulla legge elettorale, ma con i nostri valori sulla Chiesa, sui dico, sulla politica estera». E, manco a dirlo, sulla giustizia.

In via di dissolvimento il partito, l'unica carta che riteniamo rimanga in mano a Mastella e all'Udeur, è quella di far cadere il governo e portare la "testa" di Prodi in dote a Berlusconi, magari attraverso una "coabitazione" con l'Udc. Non subito, ma di certo alle prossime elezioni non vedremo l'Udeur, o ciò che ne sarà rimasto, nel centrosinistra, quale che sia.

Ormai è del tutto inutile far cadere il governo come mossa disperata per tentare di evitare il referendum, perché in nessun caso Napolitano a questo punto scioglierebbe le camere solo per evitarlo, e perché Veltroni, Berlusconi e Fini si opporrebbero.

Alla luce della decisione della Corte di ammettere tutti i quesiti, a questo punto la pistola carica sul tavolo delle trattative per la riforma elettorale dovrebbero averla Berlusconi e Veltroni, che potrebbero esercitare pressioni sulle altre forze politiche riottose: o vassallum, o referendum. Anche il vassallum in effetti è tendenzialmente maggioritario e bipartitico, ma la legge che uscirebbe dal referendum sarebbe molto più brutale.

E' ciò che ha fatto capire Berlusconi oggi rilanciando il dialogo con Veltroni: gli ha rivolto un «appello» affinché «intervenga per tornare» al vassallum. Altrimenti, «si vada verso il referendum». In ogni caso, Berlusconi non è disposto a votare la bozza Bianco, che non conviene nemmeno al Pd per l'idea che ne hanno i veltroniani, e Veltroni ha sempre affermato che senza il consenso di Berlusconi non si sarebbe potuta approvare una nuova legge. Tra l'altro, nelle ultime ore, appare mutata anche la posizione della Lega Nord, più possibilista sul referendum, mentre Fini è referendario da sempre. Tra Veltroni e Berlusconi ormai l'accordo dovrebbe essere siglato: vassallum o referendum.

A questo punto, prima o poco dopo il referendum, il Governo Prodi è destinato a cadere. E' ovvio che Berlusconi preferisca prima e Veltroni dopo, anche perché in primavera ci sono in ballo centinaia di nomine, ma la strada sembra finalmente tracciata: referendum (o legge elettorale maggioritaria) e poi elezioni.

Palle di tutti i colori

In pochi ci hanno fatto caso, ma questo Graziano Cecchini è un'artista di un certo valore. Le migliaia di palline colorate lanciate dalla scalinata di Trinità dei Monti su Piazza di Spagna, oltre ad essersi rivelate un'"installazione" di un apprezzabile impatto visivo, proprio in questi giorni assumono un valore allegorico che accomuna tutti gli italiani, nello sconforto di fronte alle ultime puntate della sceneggiata politica: "Ci hanno fatto le palle di tutti i colori e ci stanno rotolando giù dalle scale".

La mala-politica e la mala-giustizia

C'è da rimanere sconcertati dalle immagini della conferenza stampa del procuratore capo di Santa Maria Capua Vetere. Moderando i termini e ricorrendo agli eufemismi, un personaggio che non è apparso esattamente la quintessenza dell'equilibrio, della serenità e della competenza. E c'è da rimanere sbigottiti dagli atti dei verbali della procura riportati questa mattina dai giornali (qui la Repubblica).

Non so dire degli altri esponenti dell'Udeur coinvolti, ma già l'idea che Bassolino sia stato vittima di una tentata concussione "psicologica" da parte di Mastella risulta ridicola. Nella frase contestata alla moglie di Mastella a stento si ravvisa un'ipotesi di reato, figuriamoci le motivazioni per un arresto, seppure ai domiciliari.

Chiarisco subito, perché il mio post di ieri non possa prestarsi ad equivoci, che non intendo mettere mani sul fuoco sull'innocenza dei Mastella, o assolvere le tremende responsabilità politiche dell'Udeur e della "casta", ma criticare un uso della carcerazione preventiva - nello specifico l'arresto della moglie di Mastella, soprattutto quello, del tutto ingiustificato - attraverso il quale si vuole condizionare un ministro e l'esistenza stessa di un governo eletto dai cittadini.

Per quanto Mastella e l'Udeur siano partecipi e responsabili, per quanto in minima parte, di un sistema di malapolitica, non è accettabile che a liberarci dalla "casta" siano i magistrati, così come non potrebbero esserlo - e in altri paesi lo sono - i generali o i colonnelli. Sarebbe vera liberazione, se un potere non eletto, che molte volte è coinvolto nelle faide politiche a livello nazionale e locale, condizionasse un governo e un parlamento comunque eletti, per quanto inefficienti e persino "corrotti"?

E' un problema di democrazia. Possiamo salvarci se ci dotiamo di regole e meccanismi istituzionali che innanzitutto tolgano ai partiti e restituiscano ai cittadini il controllo sugli eletti e sui governi. E dovremmo anche comprendere che, al di là dei moralismi, è l'eccessiva disponibilità di risorse pubbliche gestite dalla politica, l'espansione abnorme dei compiti dello Stato e degli enti locali, il controllo totale e pervasivo, statale e regionale, sui servizi pubblici, che generano gli appetiti e alimentano il sistema della lottizzazione e delle clientele, gestite attraverso appalti, consulenze, municipalizzate e quant'altro. Un sistema che non si sconfigge per via giudiziaria, perché migliaia di persone dovrebbero finire in galera. E non è credibile che sia colpito un piccolo partito come l'Udeur e non reti di potere come quella di Bassolino, delle Coop e in altre parti d'Italia, anche amministrate dal centrodestra.

Dai rifiuti alla sanità, dalle università ad altri servizi pubblici, soprattutto nelle regioni economicamente depresse, è ovvio che dove la legge attribuisce alla politica, ai partiti, il potere di nominare i vertici delle aziende, essi finiscono per spartirsi tutti i posti, fino ai portantini, agli spazzini e ai bidelli, ricevendone in cambio voti, se non denaro, edificando sistemi di potere difficilmente scalfibili.

Realisticamente chiediamoci sa la magistratura, qualsiasi magistratura, sia in grado di scardinare questo sistema. Perché è difficile sostenere che non appartenga alla discrezionalità di un politico far dipendere il proprio appoggio a una maggioranza, a un governo, anche dalla nomina di una personalità che si ritiene "qualificata". Il sistema di regole dovrebbe, semmai, mettere in condizione i cittadini di sanzionare politicamente il governo, centrale o locale, che abbia nominato persone non qualificate.

Qual è il modo per capire se dietro una raccomandazione, dietro certe "pressioni politiche", c'è l'intento di indicare una persona di valore, o di sistemare "amici" per riceverne favori? Non c'è altro modo che responsabilizzare chi decide, chi nomina e chi assume: responsabilizzarlo politicamente, se è un politico; dal punto di vista amministrativo, se è un funzionario. Ognuno sia chiamato a pagare in prima persona, anche perdendo il posto o il conto in banca, se la struttura di cui è responsabile produce risultati scadenti.

In altri paesi si fa addirittura a meno del concorso pubblico, perché gli amministratori pagano in prima persona i danni che derivano dall'accogliere raccomandazioni poco qualificate, che in questo modo risultano ridotte ai minimi termini, tali da non condannare le strutture all'inefficienza. Una questione di regole, non (o non solo) di morale.

Lucidissimo, nel far emergere tali aspetti, l'articolo di Marco Imarisio oggi sul Corriere della Sera, che a differenza di Carlo Bonini, riportando stralci dai verbali, coglie il punto debole dell'inchiesta di Santa Maria Capua Vetere.

«Il metodo, in buona sostanza, è quello di far pesare i propri voti per ottenere vantaggi. L'ordinanza del tribunale... è un elenco di queste pratiche. È la descrizione del governo capillare del territorio operato da persone che fanno riferimento ad un piccolo partito, l'Udeur. Clemente Mastella viene palesemente considerato il dominus di ogni minima operazione compiuta in Campania. Evocato, citato, secondo i giudici ognuno dei reati contestati viene compiuto in nome e per conto suo. Ma questo legame diretto, se esiste, sta nelle intercettazioni del Guardasigilli, non allegate all'ordinanza», ma che la procura chiederà al Parlamento di poter utilizzare.

«Dall'ordinanza, risulta chiara la ragnatela di interessi targati Udeur in Campania. In alcuni casi risulta difficile la distinzione tra episodi penalmente rilevanti e basse pratiche politiche. Appartengono sicuramente alla prima categoria le falsificazioni delle graduatorie per i concorsi pubblici e le manovre sugli appalti. Altri, come l'episodio nel quale Camilleri si fa stracciare una multa per eccesso di velocità dal sindaco del Comune di Alvignano, con la complicità di un vigile, sono soprattutto indicativi di una mentalità clientelare, sintomi di malcostume politico. L'esempio illuminante è la tentata concussione ai danni di Antonio Bassolino», smentita tra l'altro dallo stesso governatore.

Il reato individuato sembra essere quello, inesistente nei codici, di "pressioni politiche". Che forze e uomini politici esercitino reciprocamente, in funzione del loro potere di ricatto in un dato momento e situazione, pressioni politiche per avere poltrone, è politica. Brutta politica, in molti casi, da cui non possiamo però difenderci con una cattiva idea, moralistica e anti-liberale, di giustizia.

Wednesday, January 16, 2008

Giustizia. Necessaria una cura "Shock & Awe"

«Hanno preso in ostaggio mia moglie», ha detto il ministro della Giustizia Clemente Mastella alla Camera, presentando le sue dimissioni dopo gli arresti domiciliari disposti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti della moglie, ma notificati in ritardo alla diretta interessata, che ne ha appreso l'esistenza attraverso la tv e la stampa, secondo il malcostume tipico di certa magistratura politicizzata.

E' un'immagine, quella della moglie in «ostaggio», che colpisce, per quanto eloquente nel rendere l'idea dell'uso ricattatorio, vendicativo, persecutorio, a scopi a volte personali altre volte politici e di casta, a cui certi magistrati e procure piegano la loro funzione. Sarebbe inquietante se dovesse risultare in qualche modo corrispondente alla realtà questa immagine, se un atteggiamento - colpire i famigliari del "nemico" - che quasi si potrebbe definire camorristico avesse ormai travalicato i confini della criminalità e appartenesse alla socialità e persino ai rappresentanti dello Stato campani.

Sconcertanti le parole pronunciate questa mattina dal procutore capo, Mariano Massei, il quale confermando che nulla era stato ancora notificato, aggiungeva però di non poter dire, «neppure per telefono», se il provvedimento esistesse o no. Di fronte a una fuga di notizie che arrechi un danno ingiusto a un cittadino, qualsiasi funzionario pubblico dovrebbe subito smentire o confermare, non difendere un segreto ormai di Pulcinella.

La tempistica, cioè la notizia che guarda caso esce proprio la mattina in cui il ministro avrebbe dovuto presentare al Parlamento la relazione annuale sullo stato della giustizia, e la notifica a mezzo stampa, anche alla luce dei precedenti degli ultimi 15 anni, lasciano spazio a ben pochi dubbi sulla natura politica del provvedimento. Il tempo ci dirà se, come tante altre inchieste illustri e politicamente dirompenti, anche questa si volatilizzerà come una bolla di sapone. Ma chi pagherà, chi sarà chiamato a rispondere per il danno intanto arrecato ai Mastella, al Governo e ai rappresentanti eletti dai cittadini, all'immagine delle istituzioni e del Paese; e anche solo per la giornata di lavoro del legislatore sprecata? Come al solito, nessuno.

Il sospetto è che a prescindere da come prosegua l'inchiesta e dall'esito dell'eventuale processo, il risultato politico la procura lo abbia già incassato, nella certezza che l'eventuale archiviazione o sconfitta in sede giudiziaria non avrà né padri né responsabili. La magistratura è dunque riuscita a "silurare" un altro ministro della Giustizia? Vedremo se alla fine Mastella deciderà di accettare di rimanere al suo posto, come gli chiedono Prodi e i partiti dell'Unione, più che altro spaventati dall'eventualità di un partito, l'Udeur, con le mani libere, ma è evidente che Mastella è "bruciato": come ministro della Giustizia è titolare di azioni che non potrebbe più esercitare in piena libertà, che si presterebbero - in un senso o nell'altro - ad ogni tipo di sospetto. La procura il suo scopo lo ha raggiunto. Costi previsti: zero.

E' un sistema che tra squilibri, privilegi e debolezze permette a una sola procura di tenere in pugno le sorti non solo di un singolo ministro, ma di un governo e di un'intera legislatura espressione della sovranità popolare. Insomma, cerchiamo di intenderci: c'è qualcuno davvero convinto che il potere della magistratura debba estendersi in modo incontrollato a tal punto da somigliare a quello di una sorta di consiglio dei guardiani che arrivi a destituire ministri e a far cadere governi quando essi osino occuparsi dei problemi della giustizia e lambire la casta dei magistrati? Sarebbe una concezione assai confusa e bizzarra di democrazia. Nel modo in cui alcuni magistrati e procure esercitano le loro funzioni intravediamo ormai un carattere eversivo latente.

E la politica? Spiccava, questa mattina in aula, la totale solitudine del ministro, lasciato solo sui banchi del governo. Assente Prodi, assenti i vicepremier, assenti quasi tutti gli altri ministri. Assenze che contraddicono la solidarietà espressa a parole e, quindi, la genuinità della richiesta di revocare le dimissioni. Chiedendo a Mastella di restare al suo posto, Prodi e il governo stanno forse dicendo di condividerne i giudizi e l'atto di accusa nei confronti della magistratura? E' questione politica che il presidente del Consiglio dovrebbe affrontare di fronte al Parlamento e all'opinione pubblica, senza occultarsi.

Il commovente discorso di Mastella alla Camera ha suscitato un sussulto d'orgoglio nel Palazzo. Un durissimo atto d'accusa nei confronti della magistratura e dei suoi fiancheggiatori mediatici e politici, ma molto più che un nuovo episodio del lungo conflitto tra politica e magistratura. Sancisce anche il fallimento di una politica di dialogo e ci ricorda come Berlusconi abbia sciupato nella scorsa legislatura una ghiotta occasione per riformare la giustizia dalle sua fondamenta. E' la dimostrazione dei danni che hanno arrecato al sistema quei partiti che hanno incoraggiato e spalleggiato la magistratura che invadeva la sfera politica sperando di ottenere l'eliminazione per via giudiziaria dei propri avversari politici.

Oggi, nei misfatti di alcuni magistrati non ravvisiamo più l'obiettivo strettamente politico di abbattere qualcuno per favorire l'una o l'altra parte politica. Quei magistrati oggi abusano delle loro funzioni allo scopo di accrescere, in un modo o nell'altro, il loro stesso potere ai danni della politica: lanciandosi in campagne moralizzatrici che intercettano il sentimento di anti-politica diffuso nell'opinione pubblica; dando sfogo alle loro manie di protagonismo; difendendo i propri privilegi corporativi; rafforzando il proprio potere di veto su ogni ipotesi di riforma. Si comportano e agiscono come un partito, una corporazione ormai fuori controllo. Certo, si sono di molto ridotte le frange della sinistra che spalleggiano il giustizialismo a fini politici, ma è ormai troppo tardi per chiudere la stalla. La frittata è fatta.

Spesso i magistrati sembrano indipendenti non solo dalla politica ma anche dalla legge. I concetti di autonomia e indipendenza non presuppongono né determinano anche quello di irresponsabilità. Ed è la responsabilità che manca nell'agire della magistratura. La totale disponibilità nel fissare le priorità, stabilendo le urgenze dell'attività inquirente tra le innumerevoli notizie di reato, dà luogo de facto a una politica giudiziaria la cui elaborazione inevitabilmente avviene nelle procure. Una politica di cui, abbandonando ogni ipocrisia, qualcuno dovrebbe essere chiamato a rispondere.

Al punto in cui siamo giunti, ci vorrebbe un Parlamento con un'ampia maggioranza determinata ad usare nei confronti della magistratura una strategia di Shock & Awe, volta ad annichilire e sfaldare la corporazione. Un pacchetto di poche riforme mirate da approvare in tempi brevi, così da non dare la possibilità alla corporazione di organizzarsi e colpire politicamente ogni ministro, ogni governo, ogni parlamento che osi minimamente mettere mano al sistema. Separazione delle carriere; responsabilità civile dei magistrati; Csm; obbligatorietà dell'azione penale; carcerazione preventiva; meritocrazia; intercettazioni. Sono questi i nodi su cui è urgente intervenire.

Rimanga pure al suo posto, il ministro Mastella, ma basta ispettori. Rimanga, ma solo se intende portare a compimento queste fondamentali riforme, e solo qualora riavvisasse le condizioni politiche per riuscirvi.

Friday, December 14, 2007

Per le fumose stanze della Corte costituzionale

Sono due gli aspetti della bozza Bianco per la legge elettorale in grado di determinare o meno i desiderati effetti maggioritari e bipartitici: il voto singolo e la cosiddetta "correzione ispanica", cioè circoscrizioni di piccole dimensioni riguardo i seggi da assegnare. Il primo aspetto la bozza lo lascia alla discrezione dei lavori in commissione; del secondo aspetto, l'ampiezza delle circoscrizioni, a quanto mi risulta non si è ancora parlato, ma è un fattore davvero determinante.

Più il sistema diventa simile a quello tedesco, più ci sarebbe spazio per una forza centrista, per quella "cosa bianca" che sarebbe esiziale per l'alternanza; più si avvicina, invece, a quello spagnolo, più sarebbe favorito un assetto bipartitico che vedrebbe largamente maggioritari Pd e Pdl, e satelliti gli alleati.

Negli ultimi giorni ha cominciato a spirare una brutta aria. Contro l'accordo Veltroni-Berlusconi sono stati lanciati siluri mediatico-giudiziari lungo l'asse Palazzo-Chigi-procure-la Repubblica. I piccoli partiti hanno minacciato di non votare la Finanziaria e Mastella esplicitamente di far cadere Prodi, il quale, ovviamente, già si muove a tutela dei "nanetti" per motivi di autoconservazione. Oltre a Udc e Lega, anche An pare ormai convinta dell'ineluttabilità del sistema tedesco, soprattutto se la Consulta non dovesse ammettere il referendum.

Qualcuno dà già per spacciato il Vassallum. «Il CaW sotto attacco delle armate rosse e prodiane inizia a parlare tedesco», titolava oggi Il Foglio. All'interno del Pd mariniani, dalemiani, rutelliani e fassiniani sono tutti fautori del "tedesco puro", perché guardano alla possibilità di un'alleanza tra il Pd e una "cosa bianca", magari montezemoliana, l'unica che potrebbe riportarli al governo dopo il disastro prodiano, anche nel caso in cui il partito di Berlusconi ottenesse la maggioranza relativa. Lasciarsi convincere del modello tedesco sarebbe un azzardo per Berlusconi.

L'arma che finora Berlusconi e Veltroni hanno tentato di utilizzare per convincere i riottosi è quella del referendum. La legge che ne uscirebbe, infatti, produrrebbe in modo ancor più brutale gli esiti del Vassallum.

Ma oggi un retroscena di Federico Geremicca, su La Stampa, gettava pesanti ombre sulla Corte costituzionale, che sarebbe pronta ancora una volta a giocare il ruolo di conservazione da «suprema cupola della mafiosità partitocratica», per usare un'espressione di Pannella, al quale però, a quanto pare, non interessa poi tanto la sorte di questo referendum e del diritto dei cittadini a esprimersi.

Dubbi, cavilli, ma soprattutto «pressioni» per evitare il voto. La novità degli ultimi giorni, scrive Geremicca, è che «il responso rischia di essere assai meno scontato di quel che sembrava alcune settimane fa. Nei corridoi della Corte tira infatti un'arietta che, al momento, non lascia ipotizzare né un percorso tutto in discesa, né una facile unanimità».

Quel solito criterio di «immediata applicabilità della norma» così come uscirebbe dal referendum, che la Corte si è di sana pianta inventata per aumentare la propria discrezionalità nei giudizi di ammissibilità, lascia di fatto alla Corte lo spazio per una decisione politicissima: sono in gioco la sorte del Governo, della legislatura, la sopravvivenza dei piccoli partiti, l'assetto dell'intero sistema politico.

«Di scontato c'è poco o nulla», conclude Geremicca. Di certo c'è solo il «diluvio di pressioni».

Per Prodi, referendum o legge elettorale veltroniana, poco cambia: l'orizzonte è la caduta. Ma se per caso la Consulta bloccasse almeno uno dei quesiti referendari, quello che assegna il premio di maggioranza, allora al tavolo di discussione sulla legge elettorale Veltroni e Berlusconi si troverebbero con la pistola scarica. E a quel punto, se una nuova legge elettorale dovesse essere approvata, di certo i piccoli partiti riuscirebbero a strapparne una conveniente e il governo sarebbe salvo.

Il vertice di maggioranza sulla legge elettorale è guarda caso fissato al 10 gennaio, presumibilmente circa cinque giorni prima della decisione della Corte. Cosicché fino a quella data la pistola carica puntata sulla tempia sembrano averla Veltroni e Berlusconi, che non potranno usare fino in fondo il ricatto referendario. A quel vertice rischia di essere deciso il responso della Corte, o per lo meno qualcuno capirà quante e quali pressioni esercitare.

Thursday, September 27, 2007

Partite truccate

I giocatori in campo si mettono d'accordo con gli avversari per un comodo pareggio, ma i tifosi non se ne accorgono e si scatenano. Giornali e blog di centrodestra, che non ne fanno passare una liscia a Prodi e alla sinistra, non si accorgono che il loro leader liscia il pallone a porta vuota.

Accade così in ben due casi eclatanti, segnalati prontamente da Piero Ostellino sul Corriere della Sera di oggi. Il Gip di Milano, Clementina Forleo, aveva trasmesso al Parlamento la richiesta di autorizzazione all'uso delle intercettazioni telefoniche sul caso Unipol/Bnl che vedevano Massimo D'Alema come interlocutore un po' troppo "interessato" alla scalata. Eppure, già prima dell'"incompetenza a decidere" su D'Alema dichiarata dalla Giunta per le autorizzazioni, che invece ha dato il via libera per Piero Fassino, erano stati addirittura i rappresentanti del centrodestra a sollevare l'eccezione di legittimità della richiesta con una motivazione quanto meno singolare. All'epoca, D'Alema era parlamentare europeo, è al Parlamento europeo che andrebbe trasmessa la richiesta.

Così come sul caso poco chiaro del trasferimento in altra sede del pm di Catanzaro, Luigi De Magistris, deciso dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella, su indicazione dei suoi ispettori. Pare che le indagini si avvicinassero troppo a Romano Prodi e ad altri esponenti del governo. Ma il centrodestra neanche si pone l'interrogativo.
«Se non si vuole che eventuali, e a volte persino auspicabili, accordi fra maggioranza e opposizione non siano interpretati come inciuci, sarebbe meglio, allora, che fossero sempre bene argomentati e, soprattutto, trasparenti. Nello stesso interesse delle parti in commedia. Se no, che razza di democrazia dell'alternanza è mai questa?»

Sunday, August 12, 2007

Il partito della responsabilità e del merito

L'argomento principe di tutte le ipotesi di rifare la Dc - sogno che da sempre inseguono l'Udc di Casini, l'Udeur di Mastella e altre schegge del mondo cattolico, è il «postulato secondo cui più si è moderati e più si è riformisti, meno si è moderati e più si è ostili alle riforme». Peccato che sia un'affermazione falsa, spiega oggi Luca Ricolfi su La Stampa.

L'immobilismo della politica italiana, che non riesce a dare al paese le risposte che servono in termini di riforme, è senz'altro dovuto ai diversi fattori di blocco rappresentati all'interno di ciascuna delle due coalizioni da partiti estremisti che esercitano un forte potere di ricatto. Tuttavia, la soluzione non va cercata in un partito moderato di centro che faccia da ago della bilancia, cioè restringendo nelle mani di un solo partito tutto il potere di ricatto.

«Se per riforme non intendiamo, semplicemente, senso delle istituzioni e rispetto dell'avversario, ma il coraggio di fare scelte difficili, talora impopolari, in materia di spesa pubblica, mercato del lavoro, grandi opere, federalismo fiscale, liberalizzazioni, pari opportunità, legalità, meritocrazia - insomma tutto quel che serve per rendere il nostro Paese più moderno e più giusto - non possiamo non vedere che questa attitudine politica nulla ha a che fare con l'essere di destra o di sinistra, ma nemmeno con l'essere centristi o estremisti, moderati o radicali. Il nemico numero uno delle riforme scongelatrici del sistema non è il radicalismo in quanto tale ma - semmai - il "partito della spesa" che teme il mercato, detesta il merito e crede che il compito centrale dell'azione politica non sia di far funzionare le istituzioni, eliminare gli sprechi, lasciare l'ossigeno ai produttori di ricchezza ma, tutto al contrario, sia quello di far affluire "risorse" ai propri protetti».

Infatti, non è che l'Udc o l'Udeur si siano particolarmente distinti per coraggio riformatore, su Alitalia, o quando gli statali pretendono più soldi e i forestali della Calabria il posto fisso, o quando le proprie clientele reclamano "risorse". Adesso pare che dopo averle ostacolate per un quinquennio di governo, l'Udc sia favorevole alle liberalizzazioni. Eppure, Ricolfi cita un'inchiesta di Franco Bechis secondo la quale a due terzi della legislatura scorsa, le proposte di legge dell'Udc, se approvate, «sarebbero costate alle casse pubbliche la bellezza di 58 miliardi di euro». Eppure, il federalismo fiscale e le liberalizzazioni (la cosiddetta agenda Giavazzi), osserva, «sono difese innanzitutto da partiti tutt'altro che moderati, come la Lega e i Radicali».

Purtroppo «l'attitudine a sperperare denaro pubblico e la connessa disattenzione per i ceti produttivi» accomuna post-comunisti, ex fascisti e neo-democristiani. «Se di qualcosa di nuovo ha bisogno l'Italia, non è di una nuova Dc, ma nemmeno di operazioni (per ora) puramente cosmetiche come il nascente Partito democratico (Ds più Margherita) o la probabile "risposta" del nascituro Partito della libertà (Forza Italia più An). Il primo guaio dell'Italia non è il potere di veto dei partiti estremisti, ma è la mancanza di chiarezza e di coraggio dei grandi partiti che hanno la responsabilità di guidare il Paese», ma che «non hanno voluto prendersi i propri rischi».

Il guaio è che in Italia siamo convinti che l'identità di un partito sia determinata dal suo nome, dalla tradizione politico-culturale cui si richiama (spesso abusivamente), da concetti astratti come autorità, libertà, giustizia o solidarietà, e più ne ha di altisonanti più ne metta.

Quindi, definire un partito di "centro", "moderato", e richiamarsi ai valori "cattolici", sembra sufficiente per poter attrarre i voti al centro dell'elettorato. Ma quando si dice che le elezioni ormai, nelle democrazie post-ideologiche, si vincono "al centro", non s'intende un luogo, un posizionamento fisico tra due coalizioni, tra due ali estreme, o tra tutti i partiti, per cui le forze politiche fanno a spallatte, fanno esercizi di equilibrismo per farsi vedere posizionati più al centro degli altri, nel senso di "in mezzo".

L'identità di un partito si definisce per le cose che propone di fare al governo del paese. Questo i promotori del Partito democratico, e chi li critica in nome di un non meglio precisato socialismo, come Macaluso e gli autoconvocati di Bertinoro, sembrano ancora non averlo capito, o gli fa comodo fingere per coprire il loro vuoto culturale e progettuale.

Le elezioni si vincono "al centro", ma possono vincerle anche partiti posizionati a destra o a sinistra lungo lo spettro delle forze rappresentate in Parlamento. A patto che si dimostrino capaci di riconoscere il valore sociale della responsabilità individuale e della ricerca del successo personale come migliori strumenti del successo collettivo della nazione, e di decidere e governare rispondendo alle esigenze dei ceti medi e produttivi, di quel centro pragmatico dell'elettorato per il quale non importa definire se una politica sia "di destra" o "di sinistra", basta che funzioni, che generi benessere e dinamismo. Blair, da sinistra, è stato in grado di farlo senza appoggiarsi a partiti di centro, e poco importa sapere se sia socialista o meno. Di certo non è stato moderato.

Il nostro problema, conclude Ricolfi, è che «sia a destra che a sinistra il partito della spesa è più forte del partito del mercato, sia a destra che a sinistra il merito e la responsabilità individuale non contano, sia a destra che a sinistra l'imperativo categorico non è fare le riforme ma impedire agli altri di governare, o di tornare al governo. Come molti italiani, neanch'io credo che il nostro Paese abbia bisogno di un ennesimo partito. Ma se c'è un partito che manca, nel firmamento della politica italiana, non è il partito dei moderati ma, semmai, il partito della responsabilità e del merito. Un partito che non c'è, che probabilmente non ci sarà mai, ma che - se ci fosse - sarebbe radicale. Molto radicale».

Tuesday, June 12, 2007

Perché i cittadini hanno il diritto di conoscere

D'Alema e FassinoGiuliano Amato conferma di non aver abbandonato la condotta che gli consentì, da delfino di Craxi, di passare indenne dalla Prima alla Seconda Repubblica: qualsiasi cosa accada, mettersi sotto l'ombra della Quercia. Così prende le parti di avvocato d'ufficio sulle intercettazioni Ds/Consorte: «È evidente che tutto questo mi lascia perplesso, e uso una parola tenue. In passato ne ho usate di forti per esprimermi su questa follia tutta italiana... Qualunque cosa venga detta al telefono, se tocca incidentalmente un processo, esce. Quale che sia la sua rilevanza. È chiaro che il sistema non funziona».

E sono curioso di sapere se da queste parti si sono accorti che il loro amato Berlusconi ha già solidarizzato con D'Alema.

Accade, certo, che venga violato il segreto d'ufficio, ma non è questo il caso. Il giudice Forleo ha stabilito che quelle intercettazioni avessero rilevanza processuale, seppure non per i politici coinvolti (i quali, come si sa, non sono indagati), e quindi dovessero essere trascritte. Ieri ha deciso che le trascrizioni depositate non fossero più sottoposte a segreto processuale.

Non si capisce perché, invece, su quali basi normative, il Tribunale di Milano abbia vietato la riproduzione dei documenti, costringendo gli avvocati a prenderne solo visione, eventualmente segnandosi degli appunti, in poche ore. Mettere gli atti giudiziari non più segreti integralmente a disposizione delle parti e della stampa, quanto meno diminuirebbe il rischio che del materiale venga fatto un uso parziale e distorto.

E infatti, «abbiamo fatto anche più di quello che dovevamo», si difendono i presidenti della Corte d'Appello e del Tribunale di Milano, che ricordano come in modo del tutto legittimo sia stato permesso alle parti processuali di «prendere visione delle trascrizioni depositate, con le sole limitazioni ricavabili dalle norme», e fanno notare come già con la richiesta del Pm al Gip fosse «caduta ogni limitazione di conoscibilità del contenuto di tali intercettazioni per le parti processuali, tant'è che queste ultime erano già state messe in condizioni dalla Procura di ascoltare il supporto fonico di tali intercettazioni».

Eppure, Milano «sta diventando un circolo mediatico illegale», denuncia con bella faccia tosta il senatore Ds Guido Calvi, avvocato. Eppure, Calvi se ne stava zitto, quindici anni fa, quando la Procura di Milano faceva ben altro. In quegli anni, se fossero venuti in possesso di intercettazioni telefoniche nelle quali un indagato, conversando del merito cui si riferiva l'ipotesi di reato, fosse stato invitato da un suo "referente politico" a non parlare, a diffidare delle comunicazioni via telefono, e ad incontrarsi di persona (come nel caso della telefonata tra D'Alema e Consorte), i pm avrebbero fatto subito scattare la richiesta d'arresto, per evitare l'ulteriore inquinamento delle prove e recidere i legami tra l'indagato e il mondo politico, e fatto recapitare un avviso di garanzia a quel politico. Questo accadeva allora, quando Calvi e suoi amici Ds non solo tacevano, ma cavalcavano l'onda giustizialista e spalleggiavano la Procura di Milano. E se accadesse oggi, sì che ci sarebbe da protestare.

Oggi, invece, senza che alcun politico sia oggetto di persecuzioni giudiziarie, e nemmeno sotto inchiesta, la "casta" s'indigna semplicemente perché vengono divulgati stralci di conversazioni da cui il pubblico può venire a conoscenza di alcuni conflitti di interessi e comprenderne l'entità, eventualmente sanzionandola nelle urne.

Il ministro della Giustizia Mastella è prontamente tornato a chiedere l'immediata approvazione al Senato della sua legge-bavaglio contro la pubblicazione delle intercettazioni (si badi: parliamo di quelle non più sottoposte a segreto processuale), già varata dalla Camera, guarda caso quasi all'unanimità (ecco come hanno votato i deputati).

L'art. 68 della Costituzione, spesso chiamato in causa, garantisce i deputati da provvedimenti dell'autorità giudiziaria nei loro confronti, ma non dalla divulgazione di notizie che li riguardino, né tutela la loro privacy.

Il fatto che i politici intercettati non abbiano commesso un reato non rende il contenuto di quelle telefonate meno rilevante. E dal momento che le intercettazioni sono state autorizzate da un magistrato - non carpite in modo illegittimo da un media scandalistico o da avversari politici - e ritenute processualmente rilevanti (sebbene a carico di altri) da un giudice, il fatto che esse vedano coinvolti politici di primo piano, addirittura ministri, le rende notiziabili. Se poi l'intera inchiesta dovesse rivelarsi infondata, allora i malcapitati politici potrebbero accusare i magistrati di aver abusato del loro potere, sollevando un polverone giudiziario al solo scopo di poterli intercettare.

Ma come si fa, oggi, a negare il carattere di notizia e la rilevanza di conversazioni, legalmente intercettate, tra politici di primo piano e banchieri indagati, circa operazioni che riguardano l'assetto bancario italiano e i rapporti tra banche e partiti? La magistratura sta indagando su alcune scalate bancarie presunte illegali all'Antonveneta e alla Bnl e sui protagonisti di quelle operazioni. Come non ritenere di estremo interesse pubblico il fatto che, pur non infrangendo alcuna legge, i vertici dei Ds e di altri partiti "tifavano" e si adoperavano per favorire quelle scalate? I cittadini devono sapere, anche perché il Parlamento dovrà presto decidere se autorizzare o meno l'utilizzo di quelle intercettazioni nei processi. Come non rendersi conto che in questo caso il diritto del pubblico a essere informato e la funzione di controllo democratico attraverso la conoscenza prevalgono senz'altro sul diritto del politico alla privacy e alla riservatezza della sua attività?

Per quanto mi riguarda, né manette, né campagne moralizzatrici. Non pretendo che D'Alema e Fassino vengano indagati, né ritengo il loro comportamento "immorale". Anzi, sono persino orientato a concordare con Oscar Giannino, quando osserva che «per il pluralismo finanziario del Paese... il piano industriale banco-assicurativo Unipol-Bnl sarebbe stato di grande utilità». E, soprattutto, come i lettori di questo blog possono testimoniare, non mi sfuggono né «l'oliata e silenziosa macchina da guerra del potere prodiano, che da Telecom ad Alitalia non consente a nessuno di toccar palla senza che nessuno scriva una riga né intercetti», né altri conflitti di interessi.

Non pretendo nulla dai Ds, se non che la loro pretesa superiorità morale sia seppellita per sempre e sia acclarato che i conflitti di interessi esistono, riguardano potenzialmente tutti e l'unico modo per controllarli è che siano noti.

La questione è politica: sono convinto che poter gettare l'occhio sulle stanze del potere attraverso il buco della serratura che a volte la stampa dischiude, anche se spesso in modo non del tutto disinteressato, è la sola arma in possesso dei cittadini per valutare, soppesare in che modo e quanto i politici siano influenzati dai loro conflitti di interessi. Sono questi squarci sul funzionamento dell'oligarchia che si aprono periodicamente, e non leggi illiberali che prevedono ipocrite incompatibilità, gli unici strumenti di controllo. Che i conflitti di interessi di ciascuno siano trasparenti. Saranno gli elettori a sanzionare o meno i comportamenti dei politici se giudicheranno il loro operato troppo condizionato o condizionabile.

Non per il comportamento in sé di D'Alema e compagnia bella, per il loro conflitto di interessi, ma per aver negato con forza e insistentemente, all'epoca di quelle telefonate, di essersi interessati dell'Opa di Unipol alla Bnl, quindi per aver mentito di fronte all'opinione pubblica, in altri paesi non sospettabili di giustizialismo sarebbero state chieste a gran voce le loro dimissioni.

*****

Altri testi:
«Siete padroni della banca».
Fassino-Consorte, 18 luglio 2005, ore 13:26.
- Consorte: Ciao Piero, sono Gianni.
- Fassino: Allora? Siamo padroni della Banca?
- C.: E' chiusa, sì.
- F.: Siete padroni della banca, io non c'entro niente (ride).
- C.: Si, sì, è fatta.
- F.: E' fatta.
- C.: Abbiamo finito proprio cinque minuti fa, è stata una roba durissima però, insomma...
- F.: E alla fine cosa viene fuori? Fammi un po' il quadro, alla fine.
- C.: Alla fine viene fuori che noi abbiamo... eh... diciamo quattro banche... dunque, quattro cooperative...
- F.: Sì...
- C.: Che sono...
- F.: Che prendono?
- C.: Quattro cooperative il 4%...
- F.: L'una...
- C.: No, l'1% l'una...
- F.: L'1% per quattro, perfetto.
- C.: Per quattro... poi abbiamo...
- F.: Diciamo Adriatica, Liguria...
- C.: Piemonte...
- F.: Piemonte...
- C.: E Modena.
- F.: E Modena, perfetto. E poi?
- C.: E Modena... Poi ci sono, diciamo quattro banche italiane...
- F.: Sì.
- C.: Che l'un per l'altra hanno il 12%.
- F.: Come totale?
- C.: Come totale.
- F.: E quindi...
- C.: Quindi le banche più... più la...
- F.: Sì?
- C.: Le cooperative...
- F.: 1.2% e poi?
- C.: Poi abbiamo tre banche internazionali, che sono Nomura, Credit Suisse e Deutsche Bank...
- F.: Uhm...
- C.: Che hanno l'un per l'altra circa il 14 e 1/2%...
- F.: 14 e 1/2%...
- C.: Sì, poi abbiamo Hopa che ha il 4 e 99...
- F.: Sì
- C.: Poi abbiamo 2 imprenditori privati: Marcellino Gavio e Pascop, che hanno l'1 e 1/2...
- F.: Insieme?
- C.: Insieme. E poi ad oggi c'è Unipol che ha il 15...
- F.: Chi? Unipol?
- C.: Unipol. Quindi la prima cosa è che queste quote acquisite sono... sono state acquisite da... non da noi, ma dagli alleati...
- F.: Uhm
- C.: Dagli immobiliaristi che sono totalmente fuori...
- F.: Tu adesso...
- C.: Io?
- F.: Che operazione fai dopo questa?
- C.: Ho lanciato l'OPA!
- F.: Hai già lanciato l'OPA obbligatoria?
- C.: Esatto, questa mattina...
- F.: Sì
- C.: Allo stesso prezzo...
- F.: Sì...
- C.: Al quale sono state fatte le cessioni delle quote delle azioni degli immobiliaristi...
- F.: Due e sette?
- C.: Esatto. Per eliminare ogni tipo di speculazione che non... non sono trattate tutte allo stesso modo...
- F.: E certo, bene!
- C.: La legge ci avrebbe permesso di lanciare a 2 e 52...
- F.: E la BBVA cosa offre?
- C.: 2 e 52, ma in azioni. Noi offriamo soltanto cash!
- F.: Cazzo!
- C.: No? Quindi è una cosa totalmente diversa. E in realtà noi abbiamo già in mano il 51 però. Per cui, tutti questi soldi...
- F.: Perché tu.., perché la cess... perché, va beh, noi abbiamo 15 più 4 delle COOP, fa il 19 a noi...
- C.: Sì, sì...
- F.: Certo, certo...
- C.: Quelle aziende...
- F.: Uhm...
- C.: Ci hanno rilasciato a noi un diritto...
- F.: Sì
- C.: Ad acquisire le loro azioni...
- F.: Sì.
- C.: A nostra semplice richiesta, se dall'OPA non dovessero arrivare azioni
- F.: Ho capito.
- C.: Quindi noi, come Unipol, prendiamo comunque il 51...
- F.: Ho capito...
- C.: Se invece dall'OPA ci arrivano le azioni, loro quelle se le tengono...
- F.: E cioè se tu arrivi al 51 in altro modo loro si tengono quelle.
- C.: Esatto. Quindi è un'operazione che nessuno aveva né immaginato né pensato.
- F.: Bene, bene, bene.
- C.: E abbiamo smontato l'alleanza con gli immobiliaristi perché non c'è. Non siamo noi che abbiamo comprato gli immobiliaristi. Abbiamo smontato i parvenu che dicevano operazioni nazionalistiche, perché abbiamo tre banche internazionali!
- F.: Certo!
- C.: Poi abbiamo alleati delle aziende, quindi soci stabili e noi abbiamo il 51...
- F.: Eh...
- C.: Poi... abbiamo smontato il discorso...
- F.: Possibili ricorsi in sede giudiziaria o...?
- C.: Ad oggi ne vediamo neanche uno, ma se li fanno...
- F.: Cioè il fatto che contestualmente si abbiano tutte queste cessioni, loro cosa lo con...
- C.: Eh. E abbiamo proprio costruito così, questo è il concreto...
- F.: Uhm...
- C.: Di cui... che le azioni le azioni le avevano già in mano, no?
- F.: Uhm...
- C.: Per cui lanci l'OPA, ma guarda caso allo stesso prezzo cui è stato trattato queste azioni, quindi non hai penalizzato proprio nessuno. E la nostra offerta è decisamente migliore di quella degli spagnoli.
- F.: Bene, bene.
- C.: Invece quello che avverrà è che io li denuncio. Tutti. Uno per uno.
- F.: Prima di denunciare, aspetta. Prima portiamo a casa tutto.
- C.: E qui. .. l'operazione è finita, eh!
- F.: Perché loro sono... adesso si scontreranno ancora di più. Ieri hai visto il "Corriere", no? No, tu non l'hai visto, ieri hai lavorato tutto il giorno. Ieri il "Sole" ha fatto un'intera pagina contro di me, eh...
- C:. Eh, ma adesso...
- F.: Intera pagina!
- C.: Ma perché, là, Piero, questi imbecilli guardano a questa operazione in chiave esclusivamente politica...
- F.: Ma sì, ma son dei deficienti...
- C.: Esclusivamente politica. Questi dicono "cazzo! Adesso i Ds oltre ad avere il mondo cooperativo, oltre ad avere Unipol, oltre ad avere il Monte dei Paschi - che non è così - hanno anche Bnl"...
- F.: E va bene...
- C.: Questo è il ragionamento demenziale che fanno, è questo qui...
- F.: E sì, va bene. Intanto noi lavoriamo. Bene!
- C.: Però noi intanto andiamo avanti. Noi andiamo avanti.
- F.: Bene... demenziale (ride)...
- C.: No, direi proprio di no. Ma noi sosterremo che è demenziale (ride)...
- F.: Ma voi avete fatto un'operazione di mercato, quello che ho sempre detto io...
- C.: Industriale. Un'operazione industriale e di mercato.
- F.: Industriale e di mercato... esatto, esatto!
- C.: La verità. Oh, e poi è indiscutibile...
- F.: bene, molto bene.
- C.: Quindi... niente, Piero, andiamo avanti, ma...
- F.: Congratulazioni!
- C.: Fino a che abbiamo. .. siamo raggiunti... Ti ringrazio!
- F.: E, bravo, bravo...
- C.: Anche per l'aiuto che ci hai dato. Siamo arrivati ad un punto importante secondo me...
- F.: Bene, bene, bene...
- C.: Va bene?
- F.: Ottimo, vediamo.
- C.: Ciao Piero. Grazie, ci sentiamo presto.
- F.: Adesso dovete occuparvi bene... no, un consiglio.
- C.: Sì.
- F.: Occupatevi bene di cosa comunicate in positivo, il piano industriale...
- C.: Sì. Ma adesso chiamo Barabino.
- F.: Perché il problema adesso è di costruire che noi abbiamo... che voi avete un piano industriale...
- C.: No, ma l'abbiamo veramente!
- F.: E, lo so... non ne parla mai...
- C.: faremo, faremo adesso... faremo anche una conferenza stampa...
- F.: Perché sembra... fino adesso loro stanno accarezzando l'idea che... che era soltanto un problema di accaparrarsi la banca, poi, però non... non sanno cosa fare. .. non è così, capito? Eh?
- C.: Guarda, noi invece sosterremo questa tesi...
- F.: Eh...
- C.: Che loro la banca la stavano svendendo...
- F.: Esatto!
- C.: E che...
- F.: No, e anche quello... che l'hanno gestita coi piedi...
- C.: Quello, quello...
- F.: Bnl è stata gestita coi piedi...
- C.: Sì, però quello non lo voglio dire oggi...
- F.: Eh?
- C.: Questo lo dirò fra 4 o 5 mesi, quando avrò visto dentro...
- F.: Eh...
- C.: Io adesso dico che era un'operazione...
- F.: Uhm...
- C.: Che stava svendendo, visto i valori proposti da BBVA...
- F.: Uhm...
- C.: La banca agli spagnoli, svuotandola di contenuti...
- F.: Uhm...
- C.: E che, come tutte le banche, avrebbero portato via tutte le attività qualificate a Madrid...
- F.: Eh...
- C.: E avrebbero ridotto Bnl ad una rete. Noi, invece, la banca rimarrà a Roma, gli porteremo milioni di clienti...
- F.: Uhm
- C.: Forse un milione e due, contemporaneamente rilanceremo tutte le attività, gli porteremo Unipol Banca e faremo una delle prime 4 o 5 banche italiane. E' tutto dimostrato. Adesso vedremo.
- F.: Bene.
- C.: E dopo ci...
- F.: Bene, auguri...
- C.: Adesso si poteva parlare. Grazie, Grazie!
- F.: bene, bene. Vediamoci presto.
- C.: Ciao, sì presto...
- F.: va bene.
- C.: Richiamo per fissare la settimana. Ciao.
- F.: Ciao.
- C.: Ciao.