A parte il giornalista del Corriere che ieri l'ha rilevato, ma molto gentilmente, e il giornale della famiglia Berlusconi attraverso un indignato editoriale di oggi, nessuno s'è scomposto più di tanto. Nessuna presa di posizione autorevole da parte delle figure preposte alla tutela delle istituzioni (Fini e Napolitano sono rimasti in silenzio); nessun contrito editoriale; persino poche rimostranze nel centrodestra. Ma che siano state effettuate, trascritte e pubblicate quattro intercettazioni dell'utenza telefonica di Berlusconi non è un abuso che riguarda solo il deputato Berlusconi. Si tratta di un reato contro tutta la Camera dei deputati. E si tratta di un reato grave, un attentato alla sovranità del Parlamento. Un episodio che conferma in modo lampante le peggiori preoccupazioni di quanti vedono nel modus operandi di certi magistrati nei confronti della politica - e di Berlusconi in particolare - un rischio per la democrazia stessa e che quindi ritengono necessaria e urgente una profonda - e sì, "punitiva" - riforma della giustizia. Chi dovrebbe tutelare le prerogative della Camera e dei suoi membri, il presidente Fini, è rimasto pressoché in silenzio. E tace anche quel supremo garante delle istituzioni che però si ricorda di esserlo a giorni alterni, quel chiacchierone del presidente della Repubblica Napolitano, dal quale sarebbe quasi d'obbligo attendersi una reprimenda pubblica sull'accaduto.
La legge sulle intercettazioni - quella attuale e non quella presentata dalla maggioranza, che ha suscitato l'alzata di scudi delle opposizioni e trovato a sbarrarle la strada persino il presidente della Camera in uno dei tanti sconfinamenti dal proprio ruolo - prescrive che i telefoni di deputati e senatori non possano essere intercettati. Se intercettando una terza persona, gli inquirenti si accorgono che stanno ascoltando un parlamentare, devono subito interrompere l'ascolto; se non se ne accorgono, i nastri e le trascrizioni devono essere distrutti. Per utilizzarli, invece, devono chiedere l'autorizzazione alla Camera di riferimento. Nessuna inchiesta mi risulta sia stata aperta nei confronti dei pm milanesi, né da parte di altre procure né da parte del Csm. Dell'abuso commesso all'interno della Procura di Milano (ed è difficile sostenere che si sia trattato di un errore, perché non stiamo parlando della voce anonima di un parlamentare qualsiasi) non risponderà ovviamente nessuno.
Ci si illude - molti in buona fede anche nel centrodestra - che il protagonismo politico delle Procure sia dettato dall'"anomalia" Berlusconi. Ce l'hanno con lui. Una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. La vera anomalia, invece, è la politicizzazione dei magistrati e sopravviverà a Berlusconi, anche se in pochi sembrano rendersene conto. E' un'anomalia che non inizia con Berlusconi e non finirà con lui. Altri leader del campo moderato prima di lui, come Craxi e Andreotti, sono stati sottoposti ad una persecuzione mediatico-giudiziaria e girotondina. Attacchi che subirà anche chi verrà dopo di lui, senza però avere le risorse finanziarie e il consenso politico che può mettere in campo Berlusconi per resistere. Se uscirà sconfitto, pur con tutti i suoi mezzi, quale altro leader politico sarà in grado di resistere? Se non andranno in porto in questa legislatura (ed è molto probabile) certe riforme, dopo Berlusconi rischiamo di ritrovarci con una classe politica completamente sotto ricatto, soggiogata ad un vero e proprio contropotere, tecnicamente antidemocratico e golpista, esercitato non dalla "Giustizia" ma da un pugno di magistrati politicizzati. Che impediranno qualsiasi riforma li riguardi, renderanno impossibile governare a qualsiasi leader moderato e terranno in ostaggio la sinistra.
E' di circa una settimana fa, inoltre, la notizia di un altro clamoroso abuso. Il tribunale di Bari infatti ha dichiarato inutilizzabili 11 mila intercettazioni (11.000!) perché non motivate dalle autorità giudiziarie come prescrive la legge. Il procuratore che le dispose, Michele Emiliano, nel frattempo ha fatto carriera. In magistratura? No, in politica. Oggi è sindaco di Bari. All'epoca aveva affidato le intercettazioni a un soggetto estraneo alla polizia giudiziaria senza chiedere la necessaria autorizzazione. Ebbene, dopo dieci anni (10 anni!), dopo che i testi di quelle intercettazioni sono finiti su tutti i giornali, rovinando la reputazione degli intercettati, adesso viene fuori che sono intercettazioni illecite e che non possono essere utilizzate come elementi di prova nei processi.
Soldi dei contribuenti letteralmente buttati dalla finestra. Di nuovo, chi paga? E il danno ingiustamente inflitto agli imputati, che in assenza di prove valide saranno probabilmente assolti? E se per caso fossero colpevoli, al danno si aggiungerebbe la beffa di una giustizia negata, per colpa di quei magistrati. Ma dell'abuso commesso dalla Procura nei confronti degli imputati, del denaro pubblico sperperato e dell'eventuale giustizia negata, non risponderà nessuno. Ecco perché è necessaria, direi urgente, una legge severissima sulla responsabilità civile e penale dei magistrati. Il fatto poi che le intercettazioni illegali siano state ammesse nelle udienze preliminari dimostra quanto la magistratura giudicante (soprattutto i gip) sia praticamente indistinguibile da quella inquirente, persino in presenza di evidenti violazioni della legge da parte di quest'ultima. Ed ecco perché è necessaria e urgente la più netta separazione delle carriere.
A questo punto, di fronte a tali e tante evidenze, a tanti e tali abusi, che minacciano l'ordine democratico, chi continua a opporsi a queste riforme o è in malafede o non ha la benché minima nozione dei principi su cui si fonda una democrazia liberale.
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Wednesday, April 06, 2011
Wednesday, March 09, 2011
Opposizioni attese al varco sulla giustizia
Sembra ormai acquisito che al Quirinale debbano arrivare le bozze di leggi e decreti prima che agli stessi membri del Consiglio dei ministri. Ma da quanto sembra delinearsi, almeno leggendo i giornali di oggi (in particolare la Repubblica!), la riforma della giustizia sarebbe priva di qualsiasi legge ad personam o presunta tale. Purtroppo pare che ciò comporti l'accantonamento del ripristino dell'immunità parlamentare così come della riforma della Consulta, che d'altra parte avrebbe senso solo se si mettesse mano anche alla forma di governo. Separazione delle carriere; sdoppiamento del Csm in due organismi entrambi con funzioni meramente amministrative (niente pareri sulle leggi, atti d'indirizzo, dossier e pratiche a tutela); inappellabilità delle sentenze di assoluzione; responsabilità civile dei magistrati; obbligatorietà dell'azione penale entro i limiti di legge.
Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.
Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.
Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
«Un'opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall'interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l'esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell'opposizione sono segnali di un'altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa».E' una spiata, non si fa, ma a leggere le e-mail scaricate e riportate oggi da il Giornale dalla mailing list dei magistrati c'è da mettersi le mani nei capelli. Sembra di leggere né più né meno la mailing list o il forum di un partito. Ovviamente nel mirino c'è Berlusconi, a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato, ma inquieta leggere che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori. Non solo vi troviamo la conferma che alcuni magistrati fanno politica, ma che nelle loro funzioni, e "in qualità di", sono pronti a intralciare l'attività del potere esecutivo e legislativo. Per molto meno si è parlato di una fantomatica P4 e qualcuno è finito pure incriminato per associazione segreta e a delinquere.
Friday, October 15, 2010
La riforma che aspettiamo
Finalmente non più le tanto e a lungo contestate leggi "ad personam" (divenute un mantra senza più alcun senso). Il governo, secondo le indiscrezioni, avrebbe ormai pronte le linee guida di una riforma complessiva della giustizia e si preparerebbe a varare, in un Consiglio dei ministri che si terrà probabilmente entro la prossima settimana, i primi provvedimenti. Ieri il ministro guardasigilli Alfano le ha illustrate oralmente al presidente della Repubblica Napolitano. Separazione più netta tra magistrati inquirenti e giudicanti, con il conseguente sdoppiamento del Csm in due organismi, nei quali i magistrati non saranno più la maggioranza dei consiglieri ma solo un terzo; divieto per il Csm di esprimere pareri su questioni politiche; riforma, con attenuazione e rimodulazione, dell'obbligatorietà dell'azione penale; rafforzamento della responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati; inappellabilità delle sentenze di assoluzione, che verrebbe questa volta introdotta nella Costituzione, dopo la bocciatura della legge Pecorella nella scorsa legislatura; maggiore autonomia della polizia giudiziaria dai pubblici ministeri. Novità allo studio anche per la Corte costituzionale, che non potrà più dichiarare l'incostituzionalità di una legge a maggioranza semplice, ma con il voto dei 2/3 dei suoi componenti.
Si tratta di punti che fanno tutti - o quasi - parte del programma del centrodestra sulla giustizia praticamente dalla sua nascita, nel 1994. Quindi poche storie dai finiani, che hanno sempre ribadito di voler mantenere fede al programma, guai a chi si mette di traverso.
Si tratta di punti che fanno tutti - o quasi - parte del programma del centrodestra sulla giustizia praticamente dalla sua nascita, nel 1994. Quindi poche storie dai finiani, che hanno sempre ribadito di voler mantenere fede al programma, guai a chi si mette di traverso.
Monday, October 04, 2010
Riforma, non commissioni
Non servono commissioni d'inchiesta. Il verdetto politico sulla magistratura e sull'organizzazione della giustizia italiana è già stato emesso ed è di condanna senza attenuanti. Ciò che serve, dunque, è avanzare senza indugi, senza compromessi al ribasso, e senza fare prigionieri, con "la" riforma. Separazione netta tra magistratura inquirente e magistratura giudicante, in attuazione dei principi del giusto processo; rafforzamento della responsabilità penale e civile dei magistrati; riduzione della durata dei processi. «Punitiva» o meno nei confronti della magistratura, questa è la riforma che il Pdl (finiani compresi) prometteva ai suoi elettori nel programma elettorale del 2008 (che prevedeva persino limitazione dell'uso e divieto di pubblicazione delle intercettazioni, legge prima annacquata, poi affossata, grazie a Fini e ai suoi). Fini e Bocchino possono ritenere «punitiva» una simile riforma oggi, ma dovranno spiegare agli elettori di aver cambiato idea. E allora non sarebbe del tutto campato in aria sospettare che questi neo paladini della magistratura agiscano per il mantenimento dello status quo per garantirsi certe protezioni politiche e giudiziarie.
Friday, May 21, 2010
Una legge che (purtroppo) non servirà
Ad un'anomalia tutta italiana, quella delle intercettazioni fuori misura, e più in generale di una magistratura tecnicamente irresponsabile, si risponde all'italiana, con una legge, il ddl al cui esame sta procedendo la Commissione Giustizia del Senato, inevitabilmente anomala. Una legge che per quanto uscirà ammorbidita, il governo pagherà a caro prezzo (le accuse di censura) e che, è la mia personale previsione, non servirà a molto. Magistrati e giornalisti troveranno mille modi per aggirarla, modi su cui però non mi interessa dilungarmi.
Due sono i problemi: il numero abnorme delle intercettazioni e il loro utilizzo "a strascico"; la pubblicazione di atti e intercettazioni coperti da segreto istruttorio. Il paradosso, come sempre, è che le leggi per impedire tutto ciò già ci sono. Ma nel primo caso i magistrati le aggirano, con l'aiuto dei "colleghi" giudici; nel secondo, stranamente, nonostante la tanto difesa obbligatorietà dell'azione penale, non si è mai avuta notizia di un'indagine su una fuga di notizie.
Il ddl irrigidisce i limiti temporali, sfiorando l'irragionevolezza; inasprisce le sanzioni, ai limiti del liberticida; colpisce a valle (giornalisti ed editori) anziché a monte (le Procure), perché a monte sono più potenti. Ma certo, è pesante la disinformazione, la mistificazione di chi si straccia le vesti. Nei paragoni con l'estero, per esempio. Non so - davvero non lo so - se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti sia usuale la pubblicazione sui giornali di atti e intercettazioni telefoniche già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. E non so, se capita, cosa succeda ai giornalisti. Ma di questo stiamo parlando, di questo il ddl si occupa: della violazione del segreto istruttorio, quando ancora l'unica versione è quella dell'accusa, e non della pubblicazione degli atti processuali. Su questo evitiamo di fare confusione. Forse in America e altrove i giornalisti non sono comunque punibili, ma i responsabili della fuga di notizie?
Ma questo ddl non va, non può andare, al nocciolo del problema: nessuna legge può funzionare se chi è chiamato ad applicarla bara. E' la storia di questi 16 anni in cui Berlusconi ha cercato di arginare l'attivismo politico delle procure e il barbaro circuito mediatico-giudiziario: leggi ad hoc invece di una grande riforma di sistema dell'ordinamento giudiziario, perché il cancro è lì. In parte per colpa sua, perché ha comprensibilmente guardato al "primum vivere", cioè a difendersi dalle inchieste; ma in gran parte anche per colpa di tutti quei poteri che ogni qual volta si parla di certe riforme (separazione delle carriere, Csm, obbligatorità dell'azione penale, e via dicendo) si oppongono con tutta la loro forza ciascuno con i propri strumenti: magistratura, Consulta, Quirinale, opposizione, giornali, alcuni settori della stessa maggioranza.
Personalmente ritengo deprecabili la pubblicazione delle intercettazioni e i processi mediatici, ma mi sforzo di considerare la libertà di stampa un valore da tutelare in modo preminente, a costo di ingoiare qualche rospo e rimanere schifati. Il punto vero è l'irresponsabilità di cui godono in Italia i magistrati. E' lì la radice di ogni problema, dalla politicizzazione a tutto il resto, intercettazioni comprese. Se fossimo dotati di un sistema in cui chi sbaglia, paga in prima persona; se alla terza inchiesta che fallisci, vai a casa con disonore; se al terzo abuso, vai casa e ti becchi una denuncia penale e civile, allora forse non vedremmo più tanti magistrati ansiosi di dare in pasto ai media l'inchiesta del secolo, che puntualmente dopo qualche mese si sgonfia, ma che importa, tanto il risultato politico l'ha raggiunto... Loro non rischiano nulla, neanche un rimbrotto, e se gli va bene vincono una carriera politica.
Anche la carcerazione preventiva, poco se ne parla ma è un vero scandalo. La legge è chiarissima. Eppure, guardate come la applicano i magistrati. Scaglia, in carcere da tre mesi senza alcuno dei tre elementi che giustificano la carcerazione preventiva (lui stesso è tornato dall'estero, si è dimesso da tutto e le perquisizioni che dovevano fare, a questo punto, dovrebbero averle fatte). Oppure, l'architetto Zampolini, scarcerato perché ha iniziato a collaborare, è la candida ammissione della procura. La carcerazione preventiva come una tortura per estorcere la collaborazione dell'indagato, se non la confessione (vedi l'arresto di Stasi). La verità è che queste custodie cautelari si giustificano in un solo modo: i magistrati non hanno elementi e sperano che a fornirglieli siano gli indagati stessi. Di fronte a questi abusi, quando le legge è inequivocabile, c'è solo lo strumento disciplinare. Ma il Csm? E' una presa per il culo. E' un sindacato, niente di più. E non si è mai visto, giustamente, un sindacato che punisce i suoi iscritti.
E intanto c'è qualcuno che pensa che il garantismo è "di sinistra" e le manette sono "di destra", e auspica che le cose tornino al più presto al loro posto. Purtroppo, per ora (almeno finché ci sarà Berlusconi) la sinistra resta giustizialista, mentre il rischio è che la destra (ri)diventi "manettara". Basta legge il Giornale e Libero in questi giorni, le uscite "legalitarie" dei "finiani" e dello stesso Fini, quello che sperava nella "bomba" Spatuzza.
Due sono i problemi: il numero abnorme delle intercettazioni e il loro utilizzo "a strascico"; la pubblicazione di atti e intercettazioni coperti da segreto istruttorio. Il paradosso, come sempre, è che le leggi per impedire tutto ciò già ci sono. Ma nel primo caso i magistrati le aggirano, con l'aiuto dei "colleghi" giudici; nel secondo, stranamente, nonostante la tanto difesa obbligatorietà dell'azione penale, non si è mai avuta notizia di un'indagine su una fuga di notizie.
Il ddl irrigidisce i limiti temporali, sfiorando l'irragionevolezza; inasprisce le sanzioni, ai limiti del liberticida; colpisce a valle (giornalisti ed editori) anziché a monte (le Procure), perché a monte sono più potenti. Ma certo, è pesante la disinformazione, la mistificazione di chi si straccia le vesti. Nei paragoni con l'estero, per esempio. Non so - davvero non lo so - se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti sia usuale la pubblicazione sui giornali di atti e intercettazioni telefoniche già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. E non so, se capita, cosa succeda ai giornalisti. Ma di questo stiamo parlando, di questo il ddl si occupa: della violazione del segreto istruttorio, quando ancora l'unica versione è quella dell'accusa, e non della pubblicazione degli atti processuali. Su questo evitiamo di fare confusione. Forse in America e altrove i giornalisti non sono comunque punibili, ma i responsabili della fuga di notizie?
Ma questo ddl non va, non può andare, al nocciolo del problema: nessuna legge può funzionare se chi è chiamato ad applicarla bara. E' la storia di questi 16 anni in cui Berlusconi ha cercato di arginare l'attivismo politico delle procure e il barbaro circuito mediatico-giudiziario: leggi ad hoc invece di una grande riforma di sistema dell'ordinamento giudiziario, perché il cancro è lì. In parte per colpa sua, perché ha comprensibilmente guardato al "primum vivere", cioè a difendersi dalle inchieste; ma in gran parte anche per colpa di tutti quei poteri che ogni qual volta si parla di certe riforme (separazione delle carriere, Csm, obbligatorità dell'azione penale, e via dicendo) si oppongono con tutta la loro forza ciascuno con i propri strumenti: magistratura, Consulta, Quirinale, opposizione, giornali, alcuni settori della stessa maggioranza.
Personalmente ritengo deprecabili la pubblicazione delle intercettazioni e i processi mediatici, ma mi sforzo di considerare la libertà di stampa un valore da tutelare in modo preminente, a costo di ingoiare qualche rospo e rimanere schifati. Il punto vero è l'irresponsabilità di cui godono in Italia i magistrati. E' lì la radice di ogni problema, dalla politicizzazione a tutto il resto, intercettazioni comprese. Se fossimo dotati di un sistema in cui chi sbaglia, paga in prima persona; se alla terza inchiesta che fallisci, vai a casa con disonore; se al terzo abuso, vai casa e ti becchi una denuncia penale e civile, allora forse non vedremmo più tanti magistrati ansiosi di dare in pasto ai media l'inchiesta del secolo, che puntualmente dopo qualche mese si sgonfia, ma che importa, tanto il risultato politico l'ha raggiunto... Loro non rischiano nulla, neanche un rimbrotto, e se gli va bene vincono una carriera politica.
Anche la carcerazione preventiva, poco se ne parla ma è un vero scandalo. La legge è chiarissima. Eppure, guardate come la applicano i magistrati. Scaglia, in carcere da tre mesi senza alcuno dei tre elementi che giustificano la carcerazione preventiva (lui stesso è tornato dall'estero, si è dimesso da tutto e le perquisizioni che dovevano fare, a questo punto, dovrebbero averle fatte). Oppure, l'architetto Zampolini, scarcerato perché ha iniziato a collaborare, è la candida ammissione della procura. La carcerazione preventiva come una tortura per estorcere la collaborazione dell'indagato, se non la confessione (vedi l'arresto di Stasi). La verità è che queste custodie cautelari si giustificano in un solo modo: i magistrati non hanno elementi e sperano che a fornirglieli siano gli indagati stessi. Di fronte a questi abusi, quando le legge è inequivocabile, c'è solo lo strumento disciplinare. Ma il Csm? E' una presa per il culo. E' un sindacato, niente di più. E non si è mai visto, giustamente, un sindacato che punisce i suoi iscritti.
E intanto c'è qualcuno che pensa che il garantismo è "di sinistra" e le manette sono "di destra", e auspica che le cose tornino al più presto al loro posto. Purtroppo, per ora (almeno finché ci sarà Berlusconi) la sinistra resta giustizialista, mentre il rischio è che la destra (ri)diventi "manettara". Basta legge il Giornale e Libero in questi giorni, le uscite "legalitarie" dei "finiani" e dello stesso Fini, quello che sperava nella "bomba" Spatuzza.
Friday, December 18, 2009
Stasi assolto, ma che disastro questi pm!
Adesso che il processo Stasi si è concluso con un'assoluzione, si dirà che non poteva andare altrimenti. In effetti sarebbe così, se non fosse che siamo in Italia, dove è vero che «senza prova certa al di là di ogni ragionevole dubbio» nessuno può essere condannato, ma è anche vero che molte volte, troppe, questo principio rimane sulla carta e accade esattamente il contrario. A causa per lo più della sudditanza dei giudici nei confronti della pubblica accusa. La sola separazione delle funzioni, e non anche delle carriere, tra giudicante e requirente non è sufficiente a garantire la terzietà del giudice.L'aspetto paradossale nel processo Stasi, per esempio rispetto alla sentenza di condanna di Amanda Knox e Raffaele Sollecito, è che un giudice monocratico, di giovane età, si sia dimostrato più indipendente e meno influenzabile di una giuria. Forse ciò si deve anche al fatto che nel caso Garlasco la pm è stata praticamente abbandonata dal suo procuratore capo (ma se nutriva dei dubbi sulle indagini, non avrebbe fatto meglio a toglierle il caso, per esempio dopo la scarcerazione di Alberto decisa dal gip?), mentre a Perugia il procuratore capo Mignini ha fatto sentire tutto il suo peso. Il gup Vitelli, scrive Feltri su il Giornale, «restituisce a tutti noi un po' di fiducia nella magistratura. Ci sono toghe che sanno fare il loro mestiere. Sarebbe meglio valorizzarle». E le sue parole valgono ancor di più perché notoriamente il direttore non nutre una particolare stima nei confronti della magistratura.
Un'altra grave anomalia italiana è il processo mediatico. Sono pochi i giornalisti e i commentatori televisivi che si documentano e riescono a farsi un'idea equilibrata sulle prove in possesso dell'accusa. Una di questi pochi, occorre dirlo, è Cristiana Lodi, di Libero, che ha fatto un lavoro egregio. Gli altri - potrei fare i nomi, ma tutti conosciamo i volti più noti dei salotti televisivi, tra psicologi e sostitute procuratoresse - si fanno imbeccare dall'accusa, si lasciano suggestionare da particolari fatti trapelare ad arte e in modo da scatenare le ipotesi più pruriginose e "piccanti".
Pochi sanno, per esempio, che le famigerate foto pedo-pornografiche erano state cancellate dal pc di Alberto mesi prima il delitto, mentre ore e ore di trasmissioni televisive hanno fatto credere che la loro scoperta da parte di Chiara potesse aver indotto Alberto ad ucciderla. E' stata fatta una campagna martellante sull'archivio di immagini pornografiche sul pc di Alberto, ma non è stata portata la minima prova che Chiara le avesse viste e in ogni caso difficilmente avrebbe avuto una reazione così scandalizzata da costituire un movente per ucciderla, visto che tutte le conversazioni (e non solo) agli atti - per chat, mail ed sms - tra i due ragazzi sembrano molto disinibite sull'argomento sesso. Eppure, queste trasmissioni televisive hanno avvalorato insistentemente una ricostruzione (Chiara che scopre Alberto "maniaco" e lui che la uccide) fondate solo su deboli supposizioni. Questa è un'altra costante della pubblica accusa in Italia: l'ossessione per il sesso, che deriva da una cultura sessuofobica. Il sesso visto come qualcosa in ultima analisi di "sporco", il posto migliore - se non l'unico - dove andare a cercare un movente.
Anche elementi che comunemente rendono stimabile una persona, nei processi mediatici vengono rivolti a sfavore dell'imputato. Così lo studio diventa prova di freddezza, una relazione amorosa a detta di tutti seria e stabile deve per forza esserlo solo apparentemente e nascondere, invece, qualcosa di torbido e inconfessabile. Non è stato certo il miglior modo di onorare la memoria di Chiara, anche se non c'è più, infangare quello che probabilmente è stato l'amore della sua vita.
La migliore e più efficace strategia dell'accusa in Italia è la character assassination, anche se per fortuna a volte ha le gambe corte. Che fa il paio con un modo di raccogliere e interpretare le prove che ha sconvolto le più comuni e consolidate nozioni. Eravamo infatti abituati a credere che si è nei pasticci quando si trovano tracce di sangue sotto le suole delle scarpe o sugli indumenti, non quando invece mancano. La mancanza di tracce di sangue sulle scarpe di Alberto poteva in effetti insospettire, essendo stato lui a scoprire il cadavere, ma ci si è ostinatamente rifiutati di prendere in considerazione spiegazioni più logiche e verosimili, che alla fine sono emerse: le suole avevano un certo grado di idrorepellenza, le macchie di sangue erano probabilmente secche quando Alberto le ha calpestate, e comunque ha continuato a camminare con quelle scarpe per ore, anche sull'erba bagnata. Stesso discorso per l'irrilevante impronta sul portasapone, che prova solo il fatto che Aberto frequentava il bagno di casa della sua ragazza.
Ma laddove la ricostruzione dell'accusa è definitivamente crollata è sulla perizia informatica e sull'orario della morte. E' gravissimo che l'alibi di Alberto sia stato "cancellato" dagli investigatori per imperizia - nel migliore dei casi, per non pensare alla malafede. E non si può sostenere per tutto il processo una determinata ora del decesso della vittima e all'ultimo momento, solo perché si scopre che l'imputato per quell'ora ha un'alibi solido, spostarla. Non si fa. E' scorretto. E' disonesto. Dovrebbe essere oltraggio alla Corte.
Fondamentalmente, il problema è che in Italia non si parte dagli indizi per individuare il colpevole. Si presume di aver individuato il colpevole e poi si va a caccia delle prove. Si piegano tutte le evidenze e le perizie in funzione di un teorema accusatorio elaborato troppo presto, e di cui ci si innamora quasi per orgoglio. Per non parlare della solita, imbarazzante e pasticciata gestione della scena del crimine. Adesso, ci risparmino per lo meno lo spettacolo indecoroso di un ricorso in appello e si vadano piuttosto a nascondere dalla vergogna. Definitivo, speriamo, sull'intera vicenda il commento di Carlo Federico Grosso, su La Stampa:
«A questo punto, occorrerà che qualcuno dotato di autorità assuma qualche provvedimento. Non è infatti ammissibile che vi siano consulenti tecnici che si spendano sull'efficacia probatoria di determinate impronte di Dna, e che vengano clamorosamente smentiti da altri periti. Non è ammissibile che si discetti per mesi sulle mancate impronte ritrovate sulle scarpe dell'imputato, e che poi emerga che, forse, la spiegazione poteva essere reperita nella particolare composizione chimica delle suole. Non è, soprattutto, ammissibile che si continui a rifiutare, per mesi, che l'imputato possa essersi trattenuto al computer l'intera mattinata in cui si è consumato l'omicidio, per scoprire poi che egli aveva, effettivamente, lavorato dalle 9.36 alle 12.20 e che le tracce di questi passaggi erano state improvvidamente cancellate. Ne va, diciamolo chiaramente, della stessa credibilità degli uffici pubblici investigativi e peritali ai quali i magistrati della accusa si sono affidati nel corso delle indagini. Ne va, è doveroso soggiungere, della stessa credibilità degli uffici giudiziari interessati».Chi dovrebbe intervenire?
Monday, November 02, 2009
No, D'Alema no
Situazione "lose-lose" per Berlusconi
«Si tratta di valutare quale sia l'interesse nazionale prevalente: se per un incarico di così alto prestigio fosse indicato un italiano, Berlusconi ha già detto, e io confermo, che noi sosterremmo questa candidatura». La candidatura è quella di D'Alema ad Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue (l'ex Mr. Pesc, per intenderci) e le parole sono quelle del ministro degli Esteri Frattini. Le ipotesi sono due. Nella prima, il governo sta solo facendo buon viso a cattivo gioco. Visto che ormai D'Alema è stato inserito nella lista dei candidati compilata dai leader socialisti, vuole mostrare un profilo istituzionale e bipartisan, ma in cuor suo spera che le chance di Massimo di farcela rimangano talmente basse da non trovarsi nell'imbarazzo di dover decidere se sostenerlo sul serio o meno. Nella seconda, Berlusconi sarebbe talmente ingenuo da credere che sponsorizzare davvero la candidatura di D'Alema (rinunciando a Tajani commissario - e pazienza - ma anche a Tremonti presidente dell'Eurogruppo o, in alternativa, a Draghi presidente della Bce) contribuirebbe a creare tra maggioranza e Pd un clima collaborativo sulle riforme istituzionali e della giustizia.
Sarebbe un'ingenuità sciagurata. D'Alema lo conosciamo. Se dovesse farcela, si scorderebbe presto dell'aiuto di Berlusconi e, complici la sua arroganza e la stampa "amica", la storia diventerebbe quella del grande statista riconosciuto a livello europeo: era il candidato perfetto... chi altri, se non lui, avrebbe potuto essere designato per quella carica? Se viceversa, come probabile, non dovesse farcela, ciò proverebbe lo scarso peso dell'Italia in Europa.
Ma un eventuale successo contribuirebbe almeno a svelenire il clima interno sulla figura di Berlusconi, favorendo un dialogo costruttivo tra maggioranza e Pd su riforme e giustizia? Nient'affatto, perché il Pd nemmeno con Bersani (e D'Alema) al comando riuscirebbe tornare titolare della guida dell'opposizione reale, che rimarrebbe appaltata a la Repubblica, ai magistrati e a Di Pietro, che continuerebbero imperterriti a intorbidire il clima, per di più accusando D'Alema e il Pd di inciucio. Bersani passerebbe i prossimi anni a convincere la Repubblica che non c'è stato nessun inciucio e addio a ogni possibilità di dialogo.
Tra l'altro, nel merito delle riforme la sinistra è come l'Iran sul nucleare: non ha nessuna intenzione di collaborare davvero, al massimo - se il clima lo consentirà, cosa improbabile - fingerà di essere disponibile a discuterne nelle commissioni, ma in chiave solo ostruzionistica. Il motivo è semplice. Per la sinistra è Berlusconi l'anomalia italiana; per il centrodestra è la magistratura politicizzata - a causa di un assetto squilibrato dei rapporti tra politica e giustizia e della scarsa terzietà e indipendenza del giudice dall'accusa - la vera anomalia. Finché la sinistra non smetterà di credere che sia Berlusconi la principale anomalia, e di voler avvantaggiarsi politicamente (cosa che tra l'altro non gli è quasi mai riuscita dal '94 in poi) dei suoi guai giudiziari, non ci sarà accordo possibile sulla giustizia.
Né c'è alcuna possibilità inoltre che si arrivi a riforme istituzionali approvate dal Parlamento con un quorum tale da evitare il referendum confermativo. Presidenzialismo o premierato rimangono tabù a sinistra e, tra l'altro, rispetto al Pd veltroniano Bersani e D'Alema si oppongono a un sistema tendenzialmente bipartitico, preferendo quello tedesco. Non vedo compromessi possibili. Se questo Paese avrà mai le riforme che aspetta, e di cui si parla da decenni, sarà con voto a maggioranza, confermato per referendum dagli italiani.
Infine - ma per chi legge questo blog è scontato e non ho bisogno di dilungarmi - D'Alema a rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue sarebbe una iattura, a cominciare dai rapporti con Israele e il mondo arabo, e dall'approccio nei confronti del terrorismo islamico.
«Si tratta di valutare quale sia l'interesse nazionale prevalente: se per un incarico di così alto prestigio fosse indicato un italiano, Berlusconi ha già detto, e io confermo, che noi sosterremmo questa candidatura». La candidatura è quella di D'Alema ad Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell'Ue (l'ex Mr. Pesc, per intenderci) e le parole sono quelle del ministro degli Esteri Frattini. Le ipotesi sono due. Nella prima, il governo sta solo facendo buon viso a cattivo gioco. Visto che ormai D'Alema è stato inserito nella lista dei candidati compilata dai leader socialisti, vuole mostrare un profilo istituzionale e bipartisan, ma in cuor suo spera che le chance di Massimo di farcela rimangano talmente basse da non trovarsi nell'imbarazzo di dover decidere se sostenerlo sul serio o meno. Nella seconda, Berlusconi sarebbe talmente ingenuo da credere che sponsorizzare davvero la candidatura di D'Alema (rinunciando a Tajani commissario - e pazienza - ma anche a Tremonti presidente dell'Eurogruppo o, in alternativa, a Draghi presidente della Bce) contribuirebbe a creare tra maggioranza e Pd un clima collaborativo sulle riforme istituzionali e della giustizia.
Sarebbe un'ingenuità sciagurata. D'Alema lo conosciamo. Se dovesse farcela, si scorderebbe presto dell'aiuto di Berlusconi e, complici la sua arroganza e la stampa "amica", la storia diventerebbe quella del grande statista riconosciuto a livello europeo: era il candidato perfetto... chi altri, se non lui, avrebbe potuto essere designato per quella carica? Se viceversa, come probabile, non dovesse farcela, ciò proverebbe lo scarso peso dell'Italia in Europa.
Ma un eventuale successo contribuirebbe almeno a svelenire il clima interno sulla figura di Berlusconi, favorendo un dialogo costruttivo tra maggioranza e Pd su riforme e giustizia? Nient'affatto, perché il Pd nemmeno con Bersani (e D'Alema) al comando riuscirebbe tornare titolare della guida dell'opposizione reale, che rimarrebbe appaltata a la Repubblica, ai magistrati e a Di Pietro, che continuerebbero imperterriti a intorbidire il clima, per di più accusando D'Alema e il Pd di inciucio. Bersani passerebbe i prossimi anni a convincere la Repubblica che non c'è stato nessun inciucio e addio a ogni possibilità di dialogo.
Tra l'altro, nel merito delle riforme la sinistra è come l'Iran sul nucleare: non ha nessuna intenzione di collaborare davvero, al massimo - se il clima lo consentirà, cosa improbabile - fingerà di essere disponibile a discuterne nelle commissioni, ma in chiave solo ostruzionistica. Il motivo è semplice. Per la sinistra è Berlusconi l'anomalia italiana; per il centrodestra è la magistratura politicizzata - a causa di un assetto squilibrato dei rapporti tra politica e giustizia e della scarsa terzietà e indipendenza del giudice dall'accusa - la vera anomalia. Finché la sinistra non smetterà di credere che sia Berlusconi la principale anomalia, e di voler avvantaggiarsi politicamente (cosa che tra l'altro non gli è quasi mai riuscita dal '94 in poi) dei suoi guai giudiziari, non ci sarà accordo possibile sulla giustizia.
Né c'è alcuna possibilità inoltre che si arrivi a riforme istituzionali approvate dal Parlamento con un quorum tale da evitare il referendum confermativo. Presidenzialismo o premierato rimangono tabù a sinistra e, tra l'altro, rispetto al Pd veltroniano Bersani e D'Alema si oppongono a un sistema tendenzialmente bipartitico, preferendo quello tedesco. Non vedo compromessi possibili. Se questo Paese avrà mai le riforme che aspetta, e di cui si parla da decenni, sarà con voto a maggioranza, confermato per referendum dagli italiani.
Infine - ma per chi legge questo blog è scontato e non ho bisogno di dilungarmi - D'Alema a rappresentare la politica estera e di sicurezza dell'Ue sarebbe una iattura, a cominciare dai rapporti con Israele e il mondo arabo, e dall'approccio nei confronti del terrorismo islamico.
Wednesday, October 14, 2009
Avvocato dell'accusa no, ma che almeno sia separazione vera
Separazione delle carriere sì, pm sottoposti «ad altri poteri (leggi: l'Esecutivo) se non a quello dell'ordine giudiziario», no. Quella del presidente della Camera Fini sembra però una preoccupazione infondata. Come infatti fa notare Gaetano Pecorella, «non c'è e non c'è mai stato nel programma del Pdl, e prima in quello di Forza Italia e An, una proposta di legge per mettere il pm sotto il controllo dell'Esecutivo». Ha ragione Pecorella. Purtroppo, aggiungo io, perché non avremo mai l'"avvocato dell'accusa" di cui spesso parla Berlusconi. Ci sono due modi di intendere la separazione delle carriere, infatti. I pm funzionari, "avvocati" dello Stato, che dipendono direttamente dall'Esecutivo, com'è in molti Paesi democratici, anche in ordinamenti di civil law; oppure, i pm distinti dai giudici nelle funzioni, inseriti gerarchicamente in una propria struttura, ma sempre interna all'ordine giudiziario.
Separare le carriere in ogni caso non può significare solo formazione, concorsi, professionalità diverse, e diversi avanzamenti di carriera, o più rigidi compartimenti stagno tra l'una e l'altra funzione. Nonostante nei progetti del Pdl non sia previsto il controllo dell'Esecutivo, il problema del controllo, e del governo, è un tema che bisognerà prima o poi affrontare senza ipocrisia. Fini chiede il rispetto dell'"indipendenza assoluta di tutti i magistrati". Ma lo sono oggi? O forse sono dipendenti dalle loro ideologie e dalle correnti cui appartengono? Quell'"indipendenza assoluta" non si è forse rivelata puro arbitrio? E l'obbligatorietà dell'azione penale un mito, o piuttosto una farsa, che lascia spazio ad una discrezionalità che facilmente diventa politica?
Inutile girarci intorno: indipendenza e imparzialità sono intrinsecamente in contraddizione con il ruolo di accusatore. Il processo accusatorio, al contrario di quello inquisitorio, lo riconosce. E per questo si preoccupa della terzietà del giudice e dei poteri della difesa, piuttosto che della ricerca della "verità", a cui anche la pubblica accusa in teoria dovrebbe contribuire.
La separazione delle carriere, e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sono il necessario completamento del processo accusatorio già introdotto nella nostra Costituzione, ma richiedono un apparato organizzativo autonomo della pubblica accusa rispetto a quello dei giudici, anche se interno alla magistratura, con a capo un procuratore nazionale (nominato da chi?) e un organo di autogoverno tutto nuovo. Quindi, si tratterà inevitabilmente di sdoppiare il Csm. Insomma, tra il pm indipendente com'è oggi o sotto le dirette dipendenze dell'Esecutivo, ci sono una serie di varianti che risolvono in modo più sfumato il problema del controllo sui pm. Fini è disposto a far passare una di esse, al di là del sì formale alla separazione delle carriere, oppure è intenzionato ad affossarla come nella legislatura 2001-2006?
Separare le carriere in ogni caso non può significare solo formazione, concorsi, professionalità diverse, e diversi avanzamenti di carriera, o più rigidi compartimenti stagno tra l'una e l'altra funzione. Nonostante nei progetti del Pdl non sia previsto il controllo dell'Esecutivo, il problema del controllo, e del governo, è un tema che bisognerà prima o poi affrontare senza ipocrisia. Fini chiede il rispetto dell'"indipendenza assoluta di tutti i magistrati". Ma lo sono oggi? O forse sono dipendenti dalle loro ideologie e dalle correnti cui appartengono? Quell'"indipendenza assoluta" non si è forse rivelata puro arbitrio? E l'obbligatorietà dell'azione penale un mito, o piuttosto una farsa, che lascia spazio ad una discrezionalità che facilmente diventa politica?
Inutile girarci intorno: indipendenza e imparzialità sono intrinsecamente in contraddizione con il ruolo di accusatore. Il processo accusatorio, al contrario di quello inquisitorio, lo riconosce. E per questo si preoccupa della terzietà del giudice e dei poteri della difesa, piuttosto che della ricerca della "verità", a cui anche la pubblica accusa in teoria dovrebbe contribuire.
La separazione delle carriere, e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sono il necessario completamento del processo accusatorio già introdotto nella nostra Costituzione, ma richiedono un apparato organizzativo autonomo della pubblica accusa rispetto a quello dei giudici, anche se interno alla magistratura, con a capo un procuratore nazionale (nominato da chi?) e un organo di autogoverno tutto nuovo. Quindi, si tratterà inevitabilmente di sdoppiare il Csm. Insomma, tra il pm indipendente com'è oggi o sotto le dirette dipendenze dell'Esecutivo, ci sono una serie di varianti che risolvono in modo più sfumato il problema del controllo sui pm. Fini è disposto a far passare una di esse, al di là del sì formale alla separazione delle carriere, oppure è intenzionato ad affossarla come nella legislatura 2001-2006?
Wednesday, January 16, 2008
Giustizia. Necessaria una cura "Shock & Awe"
«Hanno preso in ostaggio mia moglie», ha detto il ministro della Giustizia Clemente Mastella alla Camera, presentando le sue dimissioni dopo gli arresti domiciliari disposti dalla procura di Santa Maria Capua Vetere nei confronti della moglie, ma notificati in ritardo alla diretta interessata, che ne ha appreso l'esistenza attraverso la tv e la stampa, secondo il malcostume tipico di certa magistratura politicizzata.E' un'immagine, quella della moglie in «ostaggio», che colpisce, per quanto eloquente nel rendere l'idea dell'uso ricattatorio, vendicativo, persecutorio, a scopi a volte personali altre volte politici e di casta, a cui certi magistrati e procure piegano la loro funzione. Sarebbe inquietante se dovesse risultare in qualche modo corrispondente alla realtà questa immagine, se un atteggiamento - colpire i famigliari del "nemico" - che quasi si potrebbe definire camorristico avesse ormai travalicato i confini della criminalità e appartenesse alla socialità e persino ai rappresentanti dello Stato campani.
Sconcertanti le parole pronunciate questa mattina dal procutore capo, Mariano Massei, il quale confermando che nulla era stato ancora notificato, aggiungeva però di non poter dire, «neppure per telefono», se il provvedimento esistesse o no. Di fronte a una fuga di notizie che arrechi un danno ingiusto a un cittadino, qualsiasi funzionario pubblico dovrebbe subito smentire o confermare, non difendere un segreto ormai di Pulcinella.
La tempistica, cioè la notizia che guarda caso esce proprio la mattina in cui il ministro avrebbe dovuto presentare al Parlamento la relazione annuale sullo stato della giustizia, e la notifica a mezzo stampa, anche alla luce dei precedenti degli ultimi 15 anni, lasciano spazio a ben pochi dubbi sulla natura politica del provvedimento. Il tempo ci dirà se, come tante altre inchieste illustri e politicamente dirompenti, anche questa si volatilizzerà come una bolla di sapone. Ma chi pagherà, chi sarà chiamato a rispondere per il danno intanto arrecato ai Mastella, al Governo e ai rappresentanti eletti dai cittadini, all'immagine delle istituzioni e del Paese; e anche solo per la giornata di lavoro del legislatore sprecata? Come al solito, nessuno.
Il sospetto è che a prescindere da come prosegua l'inchiesta e dall'esito dell'eventuale processo, il risultato politico la procura lo abbia già incassato, nella certezza che l'eventuale archiviazione o sconfitta in sede giudiziaria non avrà né padri né responsabili. La magistratura è dunque riuscita a "silurare" un altro ministro della Giustizia? Vedremo se alla fine Mastella deciderà di accettare di rimanere al suo posto, come gli chiedono Prodi e i partiti dell'Unione, più che altro spaventati dall'eventualità di un partito, l'Udeur, con le mani libere, ma è evidente che Mastella è "bruciato": come ministro della Giustizia è titolare di azioni che non potrebbe più esercitare in piena libertà, che si presterebbero - in un senso o nell'altro - ad ogni tipo di sospetto. La procura il suo scopo lo ha raggiunto. Costi previsti: zero.
E' un sistema che tra squilibri, privilegi e debolezze permette a una sola procura di tenere in pugno le sorti non solo di un singolo ministro, ma di un governo e di un'intera legislatura espressione della sovranità popolare. Insomma, cerchiamo di intenderci: c'è qualcuno davvero convinto che il potere della magistratura debba estendersi in modo incontrollato a tal punto da somigliare a quello di una sorta di consiglio dei guardiani che arrivi a destituire ministri e a far cadere governi quando essi osino occuparsi dei problemi della giustizia e lambire la casta dei magistrati? Sarebbe una concezione assai confusa e bizzarra di democrazia. Nel modo in cui alcuni magistrati e procure esercitano le loro funzioni intravediamo ormai un carattere eversivo latente.
E la politica? Spiccava, questa mattina in aula, la totale solitudine del ministro, lasciato solo sui banchi del governo. Assente Prodi, assenti i vicepremier, assenti quasi tutti gli altri ministri. Assenze che contraddicono la solidarietà espressa a parole e, quindi, la genuinità della richiesta di revocare le dimissioni. Chiedendo a Mastella di restare al suo posto, Prodi e il governo stanno forse dicendo di condividerne i giudizi e l'atto di accusa nei confronti della magistratura? E' questione politica che il presidente del Consiglio dovrebbe affrontare di fronte al Parlamento e all'opinione pubblica, senza occultarsi.
Il commovente discorso di Mastella alla Camera ha suscitato un sussulto d'orgoglio nel Palazzo. Un durissimo atto d'accusa nei confronti della magistratura e dei suoi fiancheggiatori mediatici e politici, ma molto più che un nuovo episodio del lungo conflitto tra politica e magistratura. Sancisce anche il fallimento di una politica di dialogo e ci ricorda come Berlusconi abbia sciupato nella scorsa legislatura una ghiotta occasione per riformare la giustizia dalle sua fondamenta. E' la dimostrazione dei danni che hanno arrecato al sistema quei partiti che hanno incoraggiato e spalleggiato la magistratura che invadeva la sfera politica sperando di ottenere l'eliminazione per via giudiziaria dei propri avversari politici.
Oggi, nei misfatti di alcuni magistrati non ravvisiamo più l'obiettivo strettamente politico di abbattere qualcuno per favorire l'una o l'altra parte politica. Quei magistrati oggi abusano delle loro funzioni allo scopo di accrescere, in un modo o nell'altro, il loro stesso potere ai danni della politica: lanciandosi in campagne moralizzatrici che intercettano il sentimento di anti-politica diffuso nell'opinione pubblica; dando sfogo alle loro manie di protagonismo; difendendo i propri privilegi corporativi; rafforzando il proprio potere di veto su ogni ipotesi di riforma. Si comportano e agiscono come un partito, una corporazione ormai fuori controllo. Certo, si sono di molto ridotte le frange della sinistra che spalleggiano il giustizialismo a fini politici, ma è ormai troppo tardi per chiudere la stalla. La frittata è fatta.
Spesso i magistrati sembrano indipendenti non solo dalla politica ma anche dalla legge. I concetti di autonomia e indipendenza non presuppongono né determinano anche quello di irresponsabilità. Ed è la responsabilità che manca nell'agire della magistratura. La totale disponibilità nel fissare le priorità, stabilendo le urgenze dell'attività inquirente tra le innumerevoli notizie di reato, dà luogo de facto a una politica giudiziaria la cui elaborazione inevitabilmente avviene nelle procure. Una politica di cui, abbandonando ogni ipocrisia, qualcuno dovrebbe essere chiamato a rispondere.
Al punto in cui siamo giunti, ci vorrebbe un Parlamento con un'ampia maggioranza determinata ad usare nei confronti della magistratura una strategia di Shock & Awe, volta ad annichilire e sfaldare la corporazione. Un pacchetto di poche riforme mirate da approvare in tempi brevi, così da non dare la possibilità alla corporazione di organizzarsi e colpire politicamente ogni ministro, ogni governo, ogni parlamento che osi minimamente mettere mano al sistema. Separazione delle carriere; responsabilità civile dei magistrati; Csm; obbligatorietà dell'azione penale; carcerazione preventiva; meritocrazia; intercettazioni. Sono questi i nodi su cui è urgente intervenire.
Rimanga pure al suo posto, il ministro Mastella, ma basta ispettori. Rimanga, ma solo se intende portare a compimento queste fondamentali riforme, e solo qualora riavvisasse le condizioni politiche per riuscirvi.
Sunday, August 12, 2007
The Untouchables
Anche la responsabilità civile dei magistrati, che i cittadini italiani votarono in massa nel 1987 (referendum "Tortora") non si sa che fine abbia fatto. Nonostante tutti i milioni e milioni di processi che si sono svolti da allora a oggi quante volte è scattata quella norma? Non se ne hanno notizie. I magistrati di fatto non hanno un datore di lavoro che controlli il loro operato e sanzioni gli errori.
Premesso questo, i fatti di oggi. Un ragazzo di trent'anni, indagato per l'omicidio della sua ex, girava a piede libero e ha potuto uccidere un'altra ragazza. Non siamo in grado di affermare se il pm, scarcerandolo, abbia commesso un errore. Può benissimo darsi che effettivamente non ci fossero le prove sufficienti per trattenerlo in custodia cautelare. Ma ci chiediamo: chi avrebbe dovuto cercarle quelle prove - che evidentemente dovevano pur esserci - invece di andarsene in vacanza? O per lo meno disporne il pedinamento? Ci pare difficile comunque che il pm possa declinare ogni responsabilità. Così come i carabinieri, cui erano stati presentati esposti e denunce sulle violenze subite dalla seconda ragazza prima di venire uccisa.
Escluso il dolo, e ammesso che sia da escludere anche la negligenza per far scattare la responsabilità civile, rimarrebbe comunque il fatto, tragico: lo sbaglio. Che è giusto che pesi nel condizionare carriere e stipendi, così come avviene per ciascun professionista, imprenditore e lavoratore.
Le indagini disposte dal ministro Mastella sono il minimo disturbo, ma c'è da scomettere che si concluderanno con un nulla di fatto e passato il clamore nessuno se ne ricorderà più.
Sunday, March 18, 2007
Ora si dimetta chi ha attaccato la libertà di stampa
«Gli scandali sono il sale delle democrazie», scrive oggi in prima pagina sul Corriere Sergio Romano, che tra Sircana, vallette, le foto, la stampa, chiama in causa invece i «crociati» della moralizzazione pubblica, quella figura così di moda del «procuratore battagliero, aggressivo e ansioso di pubblico consenso», le cui inchieste sputtanano tutti a 360° ma difficilmente producono condanne.
E, infine, conclude evocando la necessità della separazione delle carriere, dicendo di «non comprendere perché i giudici vogliano continuare a convivere, all'interno di una stessa carriera, con colleghi che hanno progressivamente assunto una diversa fisionomia professionale e hanno, di conseguenza, un diverso stile di lavoro».
Le foto che ritraggono Sircana intrattenersi con alcuni transessuali sui marciapiedi di Roma ci sono e questo dovrebbe spostare definitivamente i riflettori da chi ha dato la notizia a chi da Palazzo Chigi ha cercato di insabbiare, di proteggersi manovrando anche il braccio di Authority supposte indipendenti per tappare la bocca alla stampa. Altro che falso scoop del Giornale; altro che rispetto della privacy; altro che le notti brave di Sircana, di cui non frega a nessuno.
In un paese serio ogni tentativo di impedire la pubblicazione di notizie per coprire la scappatella di un membro del Governo si sarebbe trasformato in un boomerang che avrebbe fatto saltare diverse teste. Non solo quella di un Garante che l'unica cosa che cerca di garantire è la privacy della classe politica contro la libertà di stampa. Di fronte alla contro-ritrattazione, si tratta di chiedersi chi ha indotto la mendace ritrattazione. Di interesse pubblico non sono le abitudini sessuali di Sircana, ma il tentativo di ricatto di uno dei principali collaboratori del premier, addirittura quello cui è affidato il compito di comunicare ufficalmente le posizioni del Governo.
L'interesse pubblico alla libera informazione è sempre prevalente rispetto alla privacy dei personaggi noti, soprattutto se politici. La censura preventiva è incompatibile con la libertà d'espressione e la libera circolazione della conoscenza. Eventuali diffamazioni devono essere riconosciute e sanzionate in sede giudiziaria, secondo il principio "si pubblica con libertà, si risponde con responsabilità".
E, infine, conclude evocando la necessità della separazione delle carriere, dicendo di «non comprendere perché i giudici vogliano continuare a convivere, all'interno di una stessa carriera, con colleghi che hanno progressivamente assunto una diversa fisionomia professionale e hanno, di conseguenza, un diverso stile di lavoro».
Le foto che ritraggono Sircana intrattenersi con alcuni transessuali sui marciapiedi di Roma ci sono e questo dovrebbe spostare definitivamente i riflettori da chi ha dato la notizia a chi da Palazzo Chigi ha cercato di insabbiare, di proteggersi manovrando anche il braccio di Authority supposte indipendenti per tappare la bocca alla stampa. Altro che falso scoop del Giornale; altro che rispetto della privacy; altro che le notti brave di Sircana, di cui non frega a nessuno.
In un paese serio ogni tentativo di impedire la pubblicazione di notizie per coprire la scappatella di un membro del Governo si sarebbe trasformato in un boomerang che avrebbe fatto saltare diverse teste. Non solo quella di un Garante che l'unica cosa che cerca di garantire è la privacy della classe politica contro la libertà di stampa. Di fronte alla contro-ritrattazione, si tratta di chiedersi chi ha indotto la mendace ritrattazione. Di interesse pubblico non sono le abitudini sessuali di Sircana, ma il tentativo di ricatto di uno dei principali collaboratori del premier, addirittura quello cui è affidato il compito di comunicare ufficalmente le posizioni del Governo.
L'interesse pubblico alla libera informazione è sempre prevalente rispetto alla privacy dei personaggi noti, soprattutto se politici. La censura preventiva è incompatibile con la libertà d'espressione e la libera circolazione della conoscenza. Eventuali diffamazioni devono essere riconosciute e sanzionate in sede giudiziaria, secondo il principio "si pubblica con libertà, si risponde con responsabilità".
Wednesday, March 07, 2007
Segni di vita
Oggi in Consiglio dei Ministri Emma Bonino, rappresentando la posizione non solo radicale, ma di tutta la Rosa nel Pugno, quindi anche dello Sdi, ha votato contro il disegno di legge sull'ordinamento giudiziario presentato dal ministro della Giustizia Mastella. E' l'«impianto politico complessivo del provvedimento» a non convincere. Non solo è assente la separazione delle carriere, che d'altra parte non era prevista nel programma dell'Unione, la Bonino spiega di non aver visto neanche una separazione «rigorosa» delle funzioni. «Il problema della giustizia, dello stato di diritto, della certezza dei tempi, è un punto qualificante della nostra storia politica radicale. E non mi pare che il disegno di legge varato oggi risolva questi problemi in modo accettabile» (ascolta l'intervista).
Fonte: RadioRadicale.it
Era poi così difficile dare segni di vita? Il paziente reagisce alla terapia Capezzone? Ancora presto per dirlo.
Giornata prolifica, evidentemente, in casa radicale, stavolta sul versante europeo.
Marco Pannella e Marco Cappato auspicano che al Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles venga raggiunto un accordo sulla separazione proprietaria tra produzione e reti di distribuzione di energia, che «porterebbe maggiori frutti in termini di concorrenza a vantaggio dei consumatori europei». Ineccepibile.
Non poteva mancare, però, un occhio all'ambiente e al global warming. Gli europarlamentari radicali infatti sollecitano anche un accordo che preveda la riduzione almeno del 20% entro il 2020, o del 30% in caso di accordo internazionale, delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 1990 e l'impegno a soddisfare, sempre entro il 2020, il 20% del consumo energetico con le fonti rinnovabili (Merkel®). Tranne, però nucleare e biocarburanti.
Fonte: RadioRadicale.it
Era poi così difficile dare segni di vita? Il paziente reagisce alla terapia Capezzone? Ancora presto per dirlo.
Giornata prolifica, evidentemente, in casa radicale, stavolta sul versante europeo.
Marco Pannella e Marco Cappato auspicano che al Consiglio europeo che si apre domani a Bruxelles venga raggiunto un accordo sulla separazione proprietaria tra produzione e reti di distribuzione di energia, che «porterebbe maggiori frutti in termini di concorrenza a vantaggio dei consumatori europei». Ineccepibile.
Non poteva mancare, però, un occhio all'ambiente e al global warming. Gli europarlamentari radicali infatti sollecitano anche un accordo che preveda la riduzione almeno del 20% entro il 2020, o del 30% in caso di accordo internazionale, delle emissioni di anidride carbonica rispetto al 1990 e l'impegno a soddisfare, sempre entro il 2020, il 20% del consumo energetico con le fonti rinnovabili (Merkel®). Tranne, però nucleare e biocarburanti.
«Questi ultimi possono essere solo una soluzione di nicchia e non possono essere considerati come fonte energetica di massa, dati gli effetti negativi della coltivazione intensiva su grandi superfici ed il fatto che questo tipo di coltura mette in competizione la produzione di energia con la produzione di cibo».
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