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Wednesday, March 09, 2011

Opposizioni attese al varco sulla giustizia

Sembra ormai acquisito che al Quirinale debbano arrivare le bozze di leggi e decreti prima che agli stessi membri del Consiglio dei ministri. Ma da quanto sembra delinearsi, almeno leggendo i giornali di oggi (in particolare la Repubblica!), la riforma della giustizia sarebbe priva di qualsiasi legge ad personam o presunta tale. Purtroppo pare che ciò comporti l'accantonamento del ripristino dell'immunità parlamentare così come della riforma della Consulta, che d'altra parte avrebbe senso solo se si mettesse mano anche alla forma di governo. Separazione delle carriere; sdoppiamento del Csm in due organismi entrambi con funzioni meramente amministrative (niente pareri sulle leggi, atti d'indirizzo, dossier e pratiche a tutela); inappellabilità delle sentenze di assoluzione; responsabilità civile dei magistrati; obbligatorietà dell'azione penale entro i limiti di legge.

Sarebbero finalmente riforme epocali e di civiltà. Aspettiamo di leggere il testo, ma se così fosse - e speriamo ardentemente che lo sia - le opposizioni sarebbero costrette a gettare la maschera. Non potrebbero più nascondersi dietro l'alibi delle leggi ad personam, né del presunto vantaggio che otterrebbe il premier nei suoi processi, dato che l'iter della riforma sarebbe quello di lungo termine previsto dalle modifiche costituzionali. Verrebbero smascherate le posizioni puramente conservatrici e corporative. Vedremo insomma quanti, tolto quest'alibi, sapranno riconoscere e scegliere una riforma liberale della giustizia. Qui si scommette che tranne eccezioni individuali nessun partito di opposizione si renderà disponibile ad un confronto vero.

Al solo annuncio il partito dei magistrati e la loro "periferica di gioco" in Parlamento, il Pd, sono subito saliti sulle barricate. Scriveva alcuni giorni fa Il Foglio:
«Un'opposizione eterodiretta, che fa da amplificatore parlamentare di agitazioni corporative, senza la capacità o la volontà di avanzare proposte alternative, distrugge anche la credibilità riformista di chi aveva cercato, anche dall'interno del Partito democratico, di smarcarsi dalla pura contrapposizione per entrare criticamente nel merito dei problemi su cui intende intervenire l'esecutivo. Le voci sempre più concitate, le contestazioni portate in piazza a ripetizione, il tono urlato dell'opposizione sono segnali di un'altrettanto grave afasia riformistica, di una condizione subalterna che impone di inseguire tutte le agitazioni per coprire l’assenza di una solida e riconoscibile politica alternativa».
E' una spiata, non si fa, ma a leggere le e-mail scaricate e riportate oggi da il Giornale dalla mailing list dei magistrati c'è da mettersi le mani nei capelli. Sembra di leggere né più né meno la mailing list o il forum di un partito. Ovviamente nel mirino c'è Berlusconi, a prescindere da qualsiasi ipotesi di reato, ma inquieta leggere che una volta fatto fuori lui andrà affrontato il problema dei suoi elettori. Non solo vi troviamo la conferma che alcuni magistrati fanno politica, ma che nelle loro funzioni, e "in qualità di", sono pronti a intralciare l'attività del potere esecutivo e legislativo. Per molto meno si è parlato di una fantomatica P4 e qualcuno è finito pure incriminato per associazione segreta e a delinquere.

Friday, October 15, 2010

La riforma che aspettiamo

Finalmente non più le tanto e a lungo contestate leggi "ad personam" (divenute un mantra senza più alcun senso). Il governo, secondo le indiscrezioni, avrebbe ormai pronte le linee guida di una riforma complessiva della giustizia e si preparerebbe a varare, in un Consiglio dei ministri che si terrà probabilmente entro la prossima settimana, i primi provvedimenti. Ieri il ministro guardasigilli Alfano le ha illustrate oralmente al presidente della Repubblica Napolitano. Separazione più netta tra magistrati inquirenti e giudicanti, con il conseguente sdoppiamento del Csm in due organismi, nei quali i magistrati non saranno più la maggioranza dei consiglieri ma solo un terzo; divieto per il Csm di esprimere pareri su questioni politiche; riforma, con attenuazione e rimodulazione, dell'obbligatorietà dell'azione penale; rafforzamento della responsabilità penale, civile e disciplinare dei magistrati; inappellabilità delle sentenze di assoluzione, che verrebbe questa volta introdotta nella Costituzione, dopo la bocciatura della legge Pecorella nella scorsa legislatura; maggiore autonomia della polizia giudiziaria dai pubblici ministeri. Novità allo studio anche per la Corte costituzionale, che non potrà più dichiarare l'incostituzionalità di una legge a maggioranza semplice, ma con il voto dei 2/3 dei suoi componenti.

Si tratta di punti che fanno tutti - o quasi - parte del programma del centrodestra sulla giustizia praticamente dalla sua nascita, nel 1994. Quindi poche storie dai finiani, che hanno sempre ribadito di voler mantenere fede al programma, guai a chi si mette di traverso.

Friday, May 21, 2010

Una legge che (purtroppo) non servirà

Ad un'anomalia tutta italiana, quella delle intercettazioni fuori misura, e più in generale di una magistratura tecnicamente irresponsabile, si risponde all'italiana, con una legge, il ddl al cui esame sta procedendo la Commissione Giustizia del Senato, inevitabilmente anomala. Una legge che per quanto uscirà ammorbidita, il governo pagherà a caro prezzo (le accuse di censura) e che, è la mia personale previsione, non servirà a molto. Magistrati e giornalisti troveranno mille modi per aggirarla, modi su cui però non mi interessa dilungarmi.

Due sono i problemi: il numero abnorme delle intercettazioni e il loro utilizzo "a strascico"; la pubblicazione di atti e intercettazioni coperti da segreto istruttorio. Il paradosso, come sempre, è che le leggi per impedire tutto ciò già ci sono. Ma nel primo caso i magistrati le aggirano, con l'aiuto dei "colleghi" giudici; nel secondo, stranamente, nonostante la tanto difesa obbligatorietà dell'azione penale, non si è mai avuta notizia di un'indagine su una fuga di notizie.

Il ddl irrigidisce i limiti temporali, sfiorando l'irragionevolezza; inasprisce le sanzioni, ai limiti del liberticida; colpisce a valle (giornalisti ed editori) anziché a monte (le Procure), perché a monte sono più potenti. Ma certo, è pesante la disinformazione, la mistificazione di chi si straccia le vesti. Nei paragoni con l'estero, per esempio. Non so - davvero non lo so - se negli altri Paesi europei o negli Stati Uniti sia usuale la pubblicazione sui giornali di atti e intercettazioni telefoniche già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. E non so, se capita, cosa succeda ai giornalisti. Ma di questo stiamo parlando, di questo il ddl si occupa: della violazione del segreto istruttorio, quando ancora l'unica versione è quella dell'accusa, e non della pubblicazione degli atti processuali. Su questo evitiamo di fare confusione. Forse in America e altrove i giornalisti non sono comunque punibili, ma i responsabili della fuga di notizie?

Ma questo ddl non va, non può andare, al nocciolo del problema: nessuna legge può funzionare se chi è chiamato ad applicarla bara. E' la storia di questi 16 anni in cui Berlusconi ha cercato di arginare l'attivismo politico delle procure e il barbaro circuito mediatico-giudiziario: leggi ad hoc invece di una grande riforma di sistema dell'ordinamento giudiziario, perché il cancro è lì. In parte per colpa sua, perché ha comprensibilmente guardato al "primum vivere", cioè a difendersi dalle inchieste; ma in gran parte anche per colpa di tutti quei poteri che ogni qual volta si parla di certe riforme (separazione delle carriere, Csm, obbligatorità dell'azione penale, e via dicendo) si oppongono con tutta la loro forza ciascuno con i propri strumenti: magistratura, Consulta, Quirinale, opposizione, giornali, alcuni settori della stessa maggioranza.

Personalmente ritengo deprecabili la pubblicazione delle intercettazioni e i processi mediatici, ma mi sforzo di considerare la libertà di stampa un valore da tutelare in modo preminente, a costo di ingoiare qualche rospo e rimanere schifati. Il punto vero è l'irresponsabilità di cui godono in Italia i magistrati. E' lì la radice di ogni problema, dalla politicizzazione a tutto il resto, intercettazioni comprese. Se fossimo dotati di un sistema in cui chi sbaglia, paga in prima persona; se alla terza inchiesta che fallisci, vai a casa con disonore; se al terzo abuso, vai casa e ti becchi una denuncia penale e civile, allora forse non vedremmo più tanti magistrati ansiosi di dare in pasto ai media l'inchiesta del secolo, che puntualmente dopo qualche mese si sgonfia, ma che importa, tanto il risultato politico l'ha raggiunto... Loro non rischiano nulla, neanche un rimbrotto, e se gli va bene vincono una carriera politica.

Anche la carcerazione preventiva, poco se ne parla ma è un vero scandalo. La legge è chiarissima. Eppure, guardate come la applicano i magistrati. Scaglia, in carcere da tre mesi senza alcuno dei tre elementi che giustificano la carcerazione preventiva (lui stesso è tornato dall'estero, si è dimesso da tutto e le perquisizioni che dovevano fare, a questo punto, dovrebbero averle fatte). Oppure, l'architetto Zampolini, scarcerato perché ha iniziato a collaborare, è la candida ammissione della procura. La carcerazione preventiva come una tortura per estorcere la collaborazione dell'indagato, se non la confessione (vedi l'arresto di Stasi). La verità è che queste custodie cautelari si giustificano in un solo modo: i magistrati non hanno elementi e sperano che a fornirglieli siano gli indagati stessi. Di fronte a questi abusi, quando le legge è inequivocabile, c'è solo lo strumento disciplinare. Ma il Csm? E' una presa per il culo. E' un sindacato, niente di più. E non si è mai visto, giustamente, un sindacato che punisce i suoi iscritti.

E intanto c'è qualcuno che pensa che il garantismo è "di sinistra" e le manette sono "di destra", e auspica che le cose tornino al più presto al loro posto. Purtroppo, per ora (almeno finché ci sarà Berlusconi) la sinistra resta giustizialista, mentre il rischio è che la destra (ri)diventi "manettara". Basta legge il Giornale e Libero in questi giorni, le uscite "legalitarie" dei "finiani" e dello stesso Fini, quello che sperava nella "bomba" Spatuzza.

Tuesday, January 12, 2010

Un problema di cultura giuridica

Condivisibile al 100% l'editoriale di Roberto Perotti, oggi sul Sole 24 Ore, sia laddove ricorda che rispetto agli altri Paesi europei la giustizia italiana «non è sottofinanziata», sia laddove porta un attacco al cuore della cultura giuridica italiana, individuando in essa le «due cause profonde e nascoste della lentezza della giustizia»: la visione distorta dell'appellabilità delle sentenze come migliore garanzia contro la condanna di innocenti e l'impunibilità dei colpevoli; e la formazione delle prove nel processo penale - e non prima, come avviene invece nei Paesi di "common law" - coerente con la funzione idealistica di "accertamento della verità" che si attribuisce al processo qui da noi.

Tuttavia, sull'obbligatorietà dell'azione penale una considerazione in più andrebbe fatta, sulla quale invece Perotti sorvola. Se è vero infatti che abolire l'obbligatorietà dell'azione penale probabilmente non avrebbe alcun effetto di per sé sulla durata dei processi, il fatto che l'azione penale, come giustamente osserva Perotti, «è già di fatto discrezionale», pone un problema di altra natura, ma che andrebbe affrontato e risolto. Se l'azione penale già non è più obbligatoria, ma è di fatto discrezionale, vuol dire che ogni giorno nelle procure si persegue una qualche politica giudiziaria. Chi sono i soggetti di questa politica giudiziaria? I singoli magistrati? Il procuratore capo? O tutti i procuratori collegialmente? E in base a quale legittimità agiscono? Non è un problema di poco conto. Per questo occorre a mio avviso abolire l'ipocrisia dell'obbligatorietà dell'azione penale e individuare nuovi limiti e responsabilità nell'esercizio dell'azione penale.

Wednesday, October 14, 2009

Avvocato dell'accusa no, ma che almeno sia separazione vera

Separazione delle carriere sì, pm sottoposti «ad altri poteri (leggi: l'Esecutivo) se non a quello dell'ordine giudiziario», no. Quella del presidente della Camera Fini sembra però una preoccupazione infondata. Come infatti fa notare Gaetano Pecorella, «non c'è e non c'è mai stato nel programma del Pdl, e prima in quello di Forza Italia e An, una proposta di legge per mettere il pm sotto il controllo dell'Esecutivo». Ha ragione Pecorella. Purtroppo, aggiungo io, perché non avremo mai l'"avvocato dell'accusa" di cui spesso parla Berlusconi. Ci sono due modi di intendere la separazione delle carriere, infatti. I pm funzionari, "avvocati" dello Stato, che dipendono direttamente dall'Esecutivo, com'è in molti Paesi democratici, anche in ordinamenti di civil law; oppure, i pm distinti dai giudici nelle funzioni, inseriti gerarchicamente in una propria struttura, ma sempre interna all'ordine giudiziario.

Separare le carriere in ogni caso non può significare solo formazione, concorsi, professionalità diverse, e diversi avanzamenti di carriera, o più rigidi compartimenti stagno tra l'una e l'altra funzione. Nonostante nei progetti del Pdl non sia previsto il controllo dell'Esecutivo, il problema del controllo, e del governo, è un tema che bisognerà prima o poi affrontare senza ipocrisia. Fini chiede il rispetto dell'"indipendenza assoluta di tutti i magistrati". Ma lo sono oggi? O forse sono dipendenti dalle loro ideologie e dalle correnti cui appartengono? Quell'"indipendenza assoluta" non si è forse rivelata puro arbitrio? E l'obbligatorietà dell'azione penale un mito, o piuttosto una farsa, che lascia spazio ad una discrezionalità che facilmente diventa politica?

Inutile girarci intorno: indipendenza e imparzialità sono intrinsecamente in contraddizione con il ruolo di accusatore. Il processo accusatorio, al contrario di quello inquisitorio, lo riconosce. E per questo si preoccupa della terzietà del giudice e dei poteri della difesa, piuttosto che della ricerca della "verità", a cui anche la pubblica accusa in teoria dovrebbe contribuire.

La separazione delle carriere, e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, sono il necessario completamento del processo accusatorio già introdotto nella nostra Costituzione, ma richiedono un apparato organizzativo autonomo della pubblica accusa rispetto a quello dei giudici, anche se interno alla magistratura, con a capo un procuratore nazionale (nominato da chi?) e un organo di autogoverno tutto nuovo. Quindi, si tratterà inevitabilmente di sdoppiare il Csm. Insomma, tra il pm indipendente com'è oggi o sotto le dirette dipendenze dell'Esecutivo, ci sono una serie di varianti che risolvono in modo più sfumato il problema del controllo sui pm. Fini è disposto a far passare una di esse, al di là del sì formale alla separazione delle carriere, oppure è intenzionato ad affossarla come nella legislatura 2001-2006?

Tuesday, July 15, 2008

L'isolamento in carcere è finora l'unica "prova"

Dopo Mastella, la sensazione è che ci costringeranno persino a difendere Del Turco. Da ciò che è emerso sui giornali le accuse nei confronti del governatore dell'Abruzzo sembrano circostanziate. Sembrano. Eppure, nessuno può più prendere alla leggera l'impressionante record negativo accumulato dalla magistratura. E ascoltando la conferenza stampa del procuratore, la sua insistenza sulle prove del tragitto dell'imprenditore Angelini da casello a casello autostradale (?), ci è sembrato di sentire l'eco di quel pittoresco procuratore di Santa Maria Capua Vetere.

Ma la carcerazione in isolamento nel carcere di Sulmona disposta per Del Turco è una specie di triste cartina di tornasole. Il tentativo è di far cantare Del Turco, di usare illegittimamente la carcerazione preventiva in isolamento per estorcere una confessione. L'ammissione implicita è che allo stato le prove non siano sufficienti a dimostrare la colpevolezza dell'imputato e che la procura cerchi la scorciatoia della confessione in carcere. La stessa brutta storia di sempre. Per questo, innocente o colpevole, ci auguriamo che Del Turco non ceda a questo sporco gioco.

E la politica? Come ha reagito? Veltroni in modo imbarazzante, nonostante l'inchiesta coinvolga in modo non marginale il Pd. Con incredibile gaffe auspica che il governatore Del Turco riesca a dimostrare la sua estraneità, quando di tutta evidenza dovrebbe essere l'accusa a dimostrare la sua colpevolezza.

Come ha giustamente osservato Panebianco, l'arresto di Del Turco dovrebbe ricordare a Veltroni e compagni che «i problemi dei rapporti fra giustizia e politica non riguardano solo Berlusconi». Ma oggi, dal Partito democratico, «è lecito attendersi anche qualcosa d'altro».
«Forse anche per il Pd è arrivato il momento, dopo anni di silenzi, acrobazie e furbizie da parte dei partiti predecessori (Ds e Margherita), di smetterla di fare il pesce in barile sulle questioni della giustizia e dei rapporti fra magistratura e politica. È lecito chiedere al Partito democratico: come pensate di tornare a essere forza di governo se non avete una vostra posizione sulla giustizia, una posizione che non si limiti a essere, come è sempre stato fin qui, una fotocopia di quella dell’Associazione nazionale magistrati?»
Fino ad oggi la sinistra riformista «ha negato l'esistenza di un potere discrezionale eccessivo dei pubblici ministeri, ha finto di non vedere le continue invasioni di campo. Ha accreditato in sostanza l'idea che i problemi derivassero tutti, e soltanto, dalla natura corrotta del nemico del momento (Craxi, Berlusconi)». Panebianco chiede al Pd «discontinuità». Non sembra ancora aria.

A partire dalla separazione delle carriere e dall'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, occorre «ricondurre nell'alveo delle istituzioni democratico-rappresentative le grandi scelte di politica delle giustizia». Bisogna supporre che Berlusconi si riferisse a questo quando ha finalmente parlato di riforma complessiva e radicale della giustizia, ben oltre la sola separazione delle carriere. Se quello giudiziario non è un potere, ma un ordine, ha bisogno di un punto di caduta, di una sede di legittimazione e di controllo del suo operato.

Una voce sola, quella di Mario Giordano, è andata oltre la vicenda giudiziaria, sottolineando che «il problema è la sanità che è diventata il buco nero di questo Paese. È la sanità che sta facendo saltare per aria tutti i deficit delle regioni, e che in sei anni ha bruciato 30 miliardi di euro (7,5 miliardi solo nel Lazio, 4,5 in Campania). È la sanità che eroga servizi scadenti, che produce liste di attesa infinite, che costa sempre di più e offre sempre meno ai cittadini». Non azzarda possibili rimedi, ma a noi ne viene in mente uno: fare in modo che le strutture sanitarie si sostengano per mano dei cittadini, non dello Stato o delle regioni.

Friday, July 11, 2008

Il Pd e Veltroni non hanno più alibi

Alla fine, accogliendo il suggerimento che proveniva da più parti, anche interne alla maggioranza, il governo ha deciso di puntare alla via maestra per introdurre l'immunità delle quattro più alte cariche dello Stato e di modificare la sospendi-processi in modo da fugare ogni sospetto.

La sospensione non è più «automatica», ma viene attribuita ai procuratori capo la facoltà di decidere la sospensione dei processi per reati indultati con pene inferiori ai 4 anni. Quei processi, cioè, la cui eventuale sentenza di condanna non verrebbe eseguita, sempre che siano celebrati prima che intervenga la prescrizione. Sarà quindi possibile rinviare i processi per i reati commessi fino al 2 maggio 2006, appunto quelli che comunque rientrano nell'indulto, invece che solo fino al 30 giugno 2002.

Rimane fermo il principio generale di dare priorità a determinati processi, per i reati di maggiore gravità, per quelli commessi in violazione delle norme sulla sicurezza sul lavoro e, più in generale, per tutti quelli che prevedono pene superiori ai 4 anni di reclusione.

Si tratta quindi di un alleggerimento sostanziale del carico di lavoro che grava sui tribunali, nella speranza che ciò possa servire almeno nel breve termine ad accorciare i tempi della giustizia. Anche se speriamo che ciò non equivalga a un cedimento del governo e della maggioranza rispetto al proposito di abolire o superare l'obbligatorietà dell'azione penale e di riportare in sede parlamentare l'individuazione di una politica giudiziaria.

Chi non ha davvero più alibi, a questo punto, è il Pd. La sospendi-processi diventa una norma di razionalizzazione e semplificazione burocratica; il lodo Alfano modifica quello Schifani nelle parti in cui la Corte costituzionale aveva ravvisato motivo di incostituzionalità. La Corte non ha mai rilevato la necessità di agire attraverso modifica costituzionale e infatti il presidente della Repubblica è intenzionato a firmare il lodo Alfano.

Insistere con il "no" da parte del Pd - invece di rivendicare (perché no?) anche un successo politico-parlamentare nell'aver fatto modificare orientamento alla maggioranza - significherebbe che il Pd e Veltroni, non sapendo resistere alla tentazione e alla magra soddisfazione di vedere Berlusconi condannato in primo grado, continuano a fornire sponde politiche alla magistratura politicizzata e a non riconoscere l'anomalia che caratterizza i rapporti tra potere politico e ordine giudiziario in Italia. In altre parole, vorrebbe dire che davvero non vogliono o non sanno uscire dalla "vecchia stagione".

E, d'altra parte, il ritorno del Pd al "modello tedesco" contro il maggioritario a doppio turno francese, che pure era stato indicato nel programma elettorale, significa la fine della veltroniana «vocazione maggioritaria» e il ritorno della dalemiana stagione delle alleanze, con Casini e la sinistra radicale.

Sunday, July 06, 2008

Non è il Cav. a dover aiutare Veltroni

Secondo Angelo Panebianco, Berlusconi dovrebbe "aiutare" Veltroni, ma a me pare che sia Veltroni a non aiutare se stesso, avendo rinunciato ad essere il Veltroni pre-elettorale.

L'editorialista del Corriere si chiede «cosa ha ricevuto in cambio dal governo fino ad oggi», ma alla prima prova in cui doveva dimostrare di essere davvero entrato in una «nuova stagione», Veltroni ha fallito. La giustizia era un tema chiave. Non opponendosi in linea di principio all'immunità per le alte cariche dello Stato, ma pretendendo che la norma non valesse per Berlusconi, venivano tolte le basi per il dialogo, perché si negava l'evidenza di un attacco della magistratura politicizzata contro il premier per delegittimare subito, entro pochi mesi, il governo eletto democraticamente dagli italiani, con una sentenza già scritta e politica.

Per «ridare un po' di respiro a Veltroni, per restituirgli libertà di manovra contro l'estremismo», Panebianco forse non si accorge di chiedere a Berlusconi di farsi condannare. «Seguire la via maestra della revisione costituzionale» per «porre al riparo dall'azione giudiziaria le quattro più alte cariche dello Stato» significa infatti dare al giudice politicizzato di Milano il tempo per condannare in primo grado Berlusconi sulla base delle accuse ridicole del processo Mills.

Abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale («foglia di fico che nasconde l'assoluta discrezionalità dei pubblici ministeri»); separazione delle carriere; riforma del Csm. Panebianco scrive tutte cose pienamente condivisibili, ma si muove su un piano strettamente teorico. Quelle riforme torneranno ad essere pie illusioni se la magistratura politicizzata avrà il tempo per delegittimare il governo democraticamente eletto costringendo, forse, il premier alle dimissioni. Il governo non ha il tempo di presentare l'immunità come legge costituzionale, perché la condanna del premier arriverebbe prima, soprattutto non potendo contare sul voto favorevole del Pd, che vuole sì l'immunità ma anche la condanna in primo grado di Berlusconi.

Per svelenire il clima, Panebianco suggerisce a Berlusconi di «allungare i tempi della riforma della giustizia», affrontando il «rischio del processo». «Nemmeno un'eventuale condanna potrebbe togliergli» il ruolo di premier (cioè, non sarebbe obbligato a dimettersi). E' qui che poggia tutto il ragionamento dell'editoriale, perché se Berlusconi dovesse dimettersi dopo una condanna, non potrebbe «rischiare il processo», né «seguire le vie maestre della revisione costituzionale». Ma Panebianco non considera che al di là delle dimissioni, se arrivasse la condanna il clima, appena rasserenato, tornerebbe ad infiammarsi, e Veltroni non avrebbe comunque la forza di accordarsi con un Berlusconi appena condannato per una «buona riforma della giustizia».

Non se ne esce, perché il vizio di questa situazione sta proprio nel mancato riconoscimento da parte del Pd della anomalia di un ordine giudiziario che tiene sotto ricatto il potere politico. «È dai tempi di mani pulite, dal 1992, che una corrente piccola della magistratura cerca di sovvertire il risultato del voto popolare», ripete Berlusconi. Appena può, il Pd non resiste alla tentazione di sfruttarla a suo favore.

E' vero che «Veltroni è l'unica diga rimasta contro l'integrale radicalizzazione giustizialista dell'opposizione», ma il coraggio deve darselo lui. E' vero che «una sua sconfitta politica non conviene né al Paese né al proprio governo». Eppure, la sconfitta si è già consumata. E' stato Veltroni stesso ad autoinfliggersela, dimostrando di non avere sue idee. Pochi giorni dopo le elezioni, nel prevedibile momento di difficoltà, ha scelto di dismettere la sua linea, pur di non affrontare i nemici interni e per restare segretario. Ha abbondanto quella «vocazione maggioritaria» sulle cui basi era nato il dialogo con il Cav. ed è tornato - rivelatrici le parole di Bettini - a coltivare l'idea/illusione dalemiana di una grande alleanza da Casini a Bertinotti passando per chissà chi, un nuovo centrosinistra che rischierebbe di somigliare in modo tragico a quello vecchio.

Quindi, non più il sistema elettorale alla francese, uninominale a doppio turno, ma quello tedesco caldeggiato da D'Alema e Marini, da Casini e Rutelli fino a Bertinotti; quindi, nessuna intesa sulla riforma elettorale per le Europee; immunità sì, ma non per il Cav. E' sull'altare delle sue convenienze interne che Veltroni ha sacrificato tutti i pilastri su cui poggiava il dialogo con Berlusconi e quindi, in definitiva, la sua intera linea politica.

Se sia opportuno stralciare la norma sospendi-processi - e forse lo è - è a Napolitano, ai rapporti con il Quirinale, che Berlusconi deve guardare, non certo a Veltroni. Si tratta senz'altro di un modo rozzo ed «abborracciato» di affrontare il superamento dell'obbligatorietà dell'azione penale, ma ha un alto valore politico a giudicare dalle contraddizioni che si aprono.

Intervistando il ministro dell Giustizia, Fiorenza Sarzanini obietta: «Un conto è che siano i procuratori a indicare le priorità tenendo conto delle emergenze locali, altro è che sia il governo a sospendere migliaia di processi». Bene, è esattamente in modo contrario che bisognerebbe ragionare. Come spiega lo stesso Panebianco, «che sia il Parlamento, su proposta del Guardasigilli, a dettare, di volta in volta, le priorità alla magistratura», come avviene in «tante democrazie».

Fa bene, inoltre, il ministro Alfano a sottolineare l'«atteggiamento dolosamente omissivo da parte di chi continua a tacere che i processi non si estinguono ma sono sospesi e in ogni caso la maggior parte sono prossimi alla prescrizione, coperti da indulto o semiabbandonati».

Tuesday, July 01, 2008

La variabile impazzita del sistema

Merita la lettura integrale questo articolo di Giuseppe Di Federico (il Riformista, 1 luglio), di cui riporto alcuni estratti.

L'obbligatorietà dell'azione penale...
vanifica il principio costituzionale dell'eguaglianza del cittadino di fronte alla legge. Poiché solo una parte dei crimini che vengono commessi possono di fatto essere perseguiti con efficacia, scelte di natura discrezionale devono comunque essere fatte nel decidere sull'iniziativa penale e sull'uso dei mezzi di indagine necessari a sostenerla. Ora tali scelte discrezionali sono di fatto lasciate alle singole procure e spesso ai singoli sostituti procuratori che le compiono con criteri tra loro diversi (molto efficacemente Giovanni Falcone definiva questo fenomeno come «una variabile impazzita del sistema»). La regolamentazione delle priorità nell'esercizio dell'azione penale e nell'uso dei mezzi di indagine è quindi l'unico modo per tutelare il principio di eguaglianza dei cittadini, per quanto umanamente possibile. E' questo quello che avviene, in varie forme, in tutti i paesi di più consolidata tradizione democratica.

sottrae al controllo democratico le scelte di politica criminale. L'impossibilità materiale di perseguire tutti i reati lascia di fatto alla discrezionalità di un corpo burocratico reclutato per concorso, e quindi senza legittimazione democratica, la definizione di quali reati perseguire prioritariamente e con efficacia. In altre parole definire di fatto gran parte delle politiche pubbliche nel settore criminale. Ciò non avviene in nessun paese a consolidata tradizione democratica. Vale a riguardo ricordare quanto lapidariamente affermato dalla commissione presidenziale francese a cui, nel 1997, il presidente Chirac aveva, tra l'altro, demandato il compito di esplorare la possibilità di adottare il principio di obbligatorietà. La commissione liquidò la questione in poche parole ricordando che nessun paese era mai riuscito né sarebbe mai potuto riuscire a perseguire tutti i reati. Che quindi un pubblico ministero pienamente indipendente chiamato ad applicare quell'inapplicabile principio avrebbe comunque dovuto compiere scelte di priorità. Cioè scelte di politica criminale. Concludeva ricordando che in un paese democratico le politiche pubbliche in tutti i settori, e quindi anche nel settore criminale, devono essere definite da organi che ne rispondano politicamente.

rende il pubblico ministero irresponsabile delle decisioni discrezionali che compie... A differenza di quanto avviene in altri paesi democratici essi non portano responsabilità alcuna per quelle decisioni, né sul piano della valutazione della loro professionalità, né disciplinarmente né finanziariamente. Se le loro indagini e la loro iniziativa penale risultano inconsistenti a livello del giudizio o anche prima (il che capita di frequente) la giustificazione che danno i pubblici ministeri è sempre stata pronta e risolutiva: poiché avevamo ragione di ritenere che un crimine fosse stato commesso, eravamo costretti ad agire onde non violare il principio di obbligatorietà. In buona sostanza l'obbligatorietà dell'azione penale trasforma qualsiasi decisione di natura discrezionale dei pm in materia di indagini e iniziativa penale in un "atto dovuto", cancella qualsiasi loro responsabilità per le decisioni prese, non è sanzionabile anche nei casi in cui sono state investite ingenti risorse in inutili e ingiustificate indagini...
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Wednesday, June 25, 2008

Il Csm in soccorso del processo Mills

E' finalmente arrivato il tanto atteso parere del Csm sulla norma sospendi-processi contenuta nel pacchetto sicurezza. «Incostituzionale», ovviamente, sentenzia la bozza presentata oggi alla Sesta Commissione dai relatori, Livio Pepino e Fabio Roia. Entrambi sono firmatari della stessa lettera/appello contro Berlusconi firmata anche dal giudice Gandus, nei cui confronti per questo motivo è stata avanzata richiesta di ricusazione nel processo Mills. Sono i soliti che continuano a condurre la loro lotta politica avvalendosi degli uffici giudiziari che ricoprono.

Tentano di bloccare quella norma perché eviterebbe a Berlusconi una condanna già scritta. Sanno benissimo che il processo Mills è già di fatto prescritto in appello, ma vogliono comunque colpire Berlusconi in primo grado, adesso che il giudice non è imparziale. Basterebbe e avanzerebbe come delegittimazione politica.

La norma, dicono, violerebbe l'articolo 111 della Costituzione, cioè il principio della ragionevole durata del processo. Ma già ad oggi la durata di un enorme numero di processi è irragionevole. Quell'articolo viene quotidianamente violato. Ma mentre l'eccessiva durata oggi colpisce random, la norma rappresenta un tentativo di stabilire dei criteri di priorità, cioè di scegliere pragmaticamente a quali processi dare la precedenza e garantire una ragionevole durata.

Con che coraggio, poi, si parla di «amnistia occulta», quando già oggi molti processi rischiano la prescrizione, cioè di venire non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrebbe senza alcun criterio, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. La norma vuole sospendere quei procedimenti già oggi vicini alla prescrizione (alla cui sentenza non si arriverebbe comunque), o che ricadono sotto l'indulto (per cui la sentenza non verrebbe mai eseguita), proprio per dare modo ai tribunali di evitare che facciano la stessa fine altri processi, per i reati più gravi, che invece potrebbero essere celebrati per tempo. E' una norma sospendi-alcuni-processi-per-accelerarne-altri.

Fece la stessa cosa - con una circolare, non con una legge - il procuratore di Torino Maddalena, mettendo in coda i processi che sarebbero ricaduti nell'indulto, ma il Csm non sentì il bisogno di parlare di «amnistia occulta».

Il paradosso è che gli stessi Pepino e Roia, più Fresa, decideranno anche sull'istanza di ricusazione presentata da Berlusconi nei confronti della Gandus, pur essendo tutti co-firmatari dell'appello anti-Berlusconi sottoscritto da quella stessa giudice e addotto come motivo della richiesta di ricusazione.

Friday, June 20, 2008

Onorato e timorato da tanta attenzione

Sono così onorato dal fatto che ad un Punzi qualsiasi che si firma "via web" abbia risposto su Il Foglio addirittura un senatore della Repubblica, Marco Perduca (Pd), che desidero riportare integralmente sul mio blog il testo integrale della sua lettera, inclusi i toni vagamente minatori.
Al direttore - Giusto per dovere di cronaca volevo segnalare al signor Punzi, che pur passa tutto il dì in ascolto di Radio radicale, che quanto detto in Senato dai radicali Emma Bonino, Donatella Poretti e il sottoscritto sull'emendamento dei senatori Vizzini e Berselli non può essere epitetato di forcaiolismo, giustizialismo o antiberlusconismo. Le proposte dei Radicali sulla giustizia sono altre, e Radio radicale le diffonde quotidianamente; esse puntano al cuore del problema: l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, l'unica riforma che oggi può avviare, anticipata da un'amnistia, il recupero della legalità in Italia. In attesa degli autorevoli pareri di costituzionalità su quanto adottato mercoledì scorso annoiamoci su altro, non mi pare che manchino motivi. Cordialmente,
Oltre a precisare che quanto detto da lui, e dalle senatrici Bonino e Poretti in aula sugli emendamenti Vizzini-Berselli, non rientra nella fattispecie di «forcaiolismo, giustizialismo o antiberlusconismo» (epiteti che non ho utilizzato nella mia lettera), devo però far notare che questa replica non replica alle obiezioni che ho sollevato su un paio d'argomenti specifici, a mio parere infondati, che sono stati da loro e da altri usati.

Wednesday, June 18, 2008

L'obbligatorietà alla base del "caso giustizia" in Italia

C'è da rimanere allibiti da alcune obiezioni sugli emendamenti Vizzini-Berselli sollevate da il Riformista, da alcuni senatori, tra cui ex magistrati, intervistati da Radio Radicale, e dalla vicepresidente del Senato, Emma Bonino, in aula. Si obietta che invece di accelerarli si sospendono i processi, senza tener conto del triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto». Già oggi molti processi rischiano la prescrizione, verranno non solo sospesi, ma cancellati de facto, con l'unica differenza che ciò avverrà senza criteri, secondo il capriccio del caso o la discrezionalità birichina dei magistrati. Una politica giudiziaria significa, invece, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche); e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso. E questo riguarda eccome la sicurezza, rendendo gli emendamenti omogenei alla materia del decreto.

Si protesta per il fatto che il decreto non corrisponde più al testo firmato dal presidente Napolitano. Ma qualsiasi studente di giurisprudenza al primo anno sa che in sede di conversione i decreti diventano legge e il Parlamento ha il potere di emendarli come vuole, mentre il testo già in vigore è quello stesso firmato dal presidente e rimarrà tale, non emendato, fino alla promulgazione della legge di conversione. Toccherà comunque di nuovo a Napolitano promulgare la legge (ed effettuare il controllo di costituzionalità che gli spetta).

Ciò che si propone di fare il legislatore con gli emendamenti Vizzini-Berselli l'hanno fatto a suo tempo Zagrebelsky e Maddalena. Lo stesso procuratore Maddalena racconta a il Giornale della sua discussa circolare con cui due anni fa i procedimenti «azzoppati» dall'indulto venivano messi in coda, dando la precedenza agli altri: «Il vecchio codice, seguito sul punto anche dal nuovo, dava criteri di priorità e assegnava una corsia preferenziale ai processi con detenuti» e su reati di particolare gravità. Dunque, stabilire delle priorità non sarebbe neanche in contrasto con l'obbligatorietà dell'azione penale.

Cosa dovrebbe fare un magistrato, o qualsiasi funzionario pubblico, nel momento in cui si accorgesse che una norma costituzionale è fisicamente, oggettivamente impossibile da rispettare. In attesa che cambi, opta per l'opportuno: «Ho preso atto dell'impossibilità di celebrare tutti i processi».

Il punto è proprio questo. L'obbligatorietà è un assoluto impossibile da rispettare. E' come se la costituzione imponesse l'ubiquità. Attualmente da questo non senso giuridico si esce in due modi. Ci sono magistrati come Maddalena, che responsabilmente danno a se stessi, o alle loro strutture, criteri di opportunità; ci sono magistrati che ci marciano, che approfittano della loro autonomia per trarne profitto per loro stessi o la categoria, senza esserne chiamati a rispondere in prima persona. Per costoro è più comodo pescare dal mazzo l'inchiesta sui paparazzi e le veline, che ti dà notorietà e magari ti fa trovare una bella moglie, piuttosto che rischiare le lupare; è più comodo aspettare che di intercettazione in intercettazione esca fuori il nome di un politico; è più appagante attribuirsi un ruolo politico, difendere il potere della propria corporazione dagli attacchi di un governo che ne minaccia i privilegi.

Tuesday, June 17, 2008

Finalmente, per la prima volta, una politica giudiziaria

Per riformare la giustizia serve un Blitzkrieg

Ezio Mauro, che stupido non è, si è accorto subito che «sotto attacco» c'è l'obbligatorietà dell'azione penale. I due emendamenti Vizzini-Berselli, cosiddetti «salva-premier», prevedono da una parte l'indicazione dei procedimenti penali d'urgenza per quei reati cui deve essere riconosciuta la priorità rispetto agli altri e, dall'altra, la sospensione per un anno degli altri processi penali (e del trascorrere dei rispettivi tempi di prescrizione) per i fatti commessi fino al 30 giugno 2002. Vengano giudicati presto i colpevoli dei reati che generano più allarme sociale e insicurezza. Poi verranno tutti gli altri, compreso il reato contestato al premier dalla "solita" Procura di Milano.
«Per la prima volta nella storia repubblicana, il governo e la sua maggioranza entrano nel campo dell'azione penale per stravolgerne le regole e stabilire una gerarchia tra i reati da perseguire. Uno stravolgimento formale delle norme sulla fissazione dei ruoli d'udienza, che tuttavia si traduce in un'alterazione sostanziale del principio di obbligatorietà dell'azione penale. Principio istituito a garanzia dell'effettiva imparzialità dei magistrati e dell'uguaglianza dei cittadini».
Quel principio che secondo Ezio Mauro garantisce l'«imparzialità dei magistrati», ritenuto già da Calamandrei un errore dei costituenti, a mio avviso è la garanzia della loro assoluta arbitrarietà, che anche in assenza di malafede produce mala-giustizia. Quindi, al contrario del direttore di Repubblica, saluto con favore il fatto che finalmente, per la prima volta, abbiamo in questo Paese una politica giudiziaria. Spero che questo emendamento sia solo l'inizio e che venga seguito da una vera e propria riforma (anche costituzionale, nel caso sia necessaria), che stabilisca chiaramente, una volta per tutte, a chi spetta, a ciascun livello, elaborare una politica giudiziaria, stabilire cioè delle priorità nel perseguimento dei reati, e rispondere davanti ai cittadini delle proprie scelte.

I due emendamenti (che, tra l'altro, riprendono il senso di un protocollo proposto dal procuratore generale di Torino, che in passato aveva ricevuto anche il plauso del Csm) danno una risposta pragmatica al triste e pericoloso fenomeno dell'«indulto di fatto», delle centinaia di migliaia di processi che ogni anno vanno in prescrizione a causa dell'ingolfamento dei tribunali. Avere una politica giudiziaria significa, per esempio, stabilire che hanno priorità quei processi in cui gli imputati sono già in galera (e quindi innocenti: presunti tali secondo la Costituzione, riconosciuti tali nella maggior parte dei casi secondo le statistiche), e quei processi con i capi d'imputazione più gravi, in modo che la prescrizione (e la scarcerazione) riguardi semmai un ladro di polli piuttosto che un mafioso.

Inoltre, sono norme propedeutiche alla riformulazione del "lodo Schifani", che prevede la sospensione dei processi, ma anche del trascorrere dei tempi di prescrizione, contro le alte cariche istituzionali durante il loro mandato. Una norma che esiste in molti Paesi civili e democratici.

Certo, si tratta di un nuovo atto della guerra tra la politica e la magistratura politicizzata. La politica cerca di sottrarsi a quello stillicidio di inchieste (e arresti) che guarda caso le piovono addosso ogni qual volta cerca di occuparsi della riforma della giustizia. Un modo per evitare ciò che è accaduto a Mastella e che, il centrosinistra non dovrebbe dimenticarlo, ha causato la caduta del governo Prodi; e per rispondere all'offensiva della Procura di Napoli contro la squadra del sottosegretario Bertolaso nella vicenda rifiuti, mandando un messaggio chiaro ai pm: il governo non è disposto ad arretrare né a farsi intimidire. Non può permetterselo nei confronti dei cittadini.

L'hanno subito ribattezzata norma «salva-premier», ma si dovrebbe chiamare salva-politica, perché in questi anni chiunque abbia osato toccare i fili - gli interessi della casta dei magistrati - ci è rimasto secco. Quella in atto tra politica e magistratura è una guerra in cui il fattore tempo è determinante. Bisogna "sparare" per primi. Tuttavia, ci auguriamo che i tre "colpi" di Vizzini e Berselli e del "lodo Schifani" siano solo i primi, servano a prender tempo e che il governo provveda quanto prima a mettere in cantiere una profonda riforma della giustizia, con l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale, la separazione delle carriere, l'inappellabilità delle sentenze di assoluzione e la riforma del Csm.

Berlusconi è consapevole che questa mossa potrebbe pregiudicare il dialogo con Veltroni, ma ha accettato di correre questo rischio, non potendo sacrificare, tra i due, il decisionismo e l'azione di governo, che potrebbero trovarsi presto e pesantemente sotto il ricatto della magistratura. Se alla fine ci rimette il dialogo con Veltroni, è perché quest'ultimo non è in grado di sostenerlo. Cioè, non è in grado di ammettere fino in fondo con i suoi (compagni di partito ed elettori) gli errori commessi in passato dal centrosinistra sulla giustizia e sull'antiberlusconismo.

Molti a sinistra non aspettavano di meglio che tornare alla sola musica che sanno suonare: l'antiberlusconismo. I giornali, da Liberazione a il manifesto, da L'Unità a la Repubblica, tornano a lanciare l'"allarme democratico", a gridare al «regime», agli «attentati alla Costituzione», ergendosi a guardiani supremi di una supposta "normalità democratica". Rischia di esserne risucchiato anche il Pd. Veltroni dimostra di non avere le doti della leadership, non sa scendere in campo aperto e affrontare alla luce del sole oppositori interni e i vecchi richiami della foresta. Anzi, cede e torna all'antico, come uno che sperava ardentemente che giungesse un pretesto per tornarvi. Non ha il carattere per lasciare ai Di Pietro certi, ormai esigui, spazi politici e provare a recitare altri copioni.

Così, se prima delle elezioni doveva essere l'Italia dei Valori a confluire nel Partito democratico, in queste ore sembra che il Partito democratico stia confluendo nel movimento di Di Pietro.

Eppure, come ha correttamente osservato Panebianco, questa via «ha fatto male alla sinistra in passato. È stata una strada politicamente fallimentare. Se verrà imboccata di nuovo (e ce ne sono i segnali) farà ancora male alla sinistra». «E' strano, o perlomeno prematuro, che si accusi un sistema politico cronicamente malato d'indecisionismo di essere un regime». Anche questo governo «appare già oggi indeciso a tutto», perché «a differenza di quanto accade in altre democrazie, in Italia ottenere grandi consensi elettorali e disporre di una grande maggioranza non garantisce la capacità decisionale del governo». A causa, spiega Panebianco, dei «debolissimi poteri di cui gode il premier e di un numero di poteri di veto, diffusi a tutti i livelli del sistema istituzionale, più elevato di quello di altre democrazie». La malattia dell'Italia è l'«indecisionismo». E' il vuoto, non il pieno, di decisioni che rischia di aprire crepe nell'ordine democratico.

Gli elettori si sono espressi chiaramente e più volte: tra Berlusconi e la magistratura che lo perseguita si fidano più del primo. Berlusconi ha vinto le elezioni nonostante i processi e le aggressioni mediatico-giudiziarie. E quando le ha perse non è stato per quelle.

Dalle urne è uscita forte e chiara una domanda di cambiamento. Un governo che tentennasse, che si rivelasse indeciso; un'opposizione o altri poteri, come i sindacati e la magistratura, che si opponessero al cambiamento, pagherebbero tutti un altissimo prezzo in termini di consenso e credibilità. «È una domanda con cui bisogna fare i conti», ha fatto notare Antonio Martino, intervistato dal Corriere della Sera: «Gli elettori hanno votato per il centrodestra perché erano scatenati contro l'esistente. E dal governo si attendono non la gestione, ma il cambiamento».

Per questo l'ex ministro suggerisce a Berlusconi di «andare fino in fondo, portare avanti le battaglie di civiltà».
«Controlli i suoi ministri. Non si faccia mettere i piedi in faccia da nessuno. Dimostri di essere un leader, non solo parlando alle folle. Perché come catturatore di consensi non ha eguali, ma come premier deve stare attento a non fare la fine di Luigi Facta... Non vorrei che il decisionismo di Berlusconi si inceppasse, e che il premier non se ne rendesse conto».
Anche Martino, da liberale, difende i provvedimenti più controversi. Quello sulle intercettazioni, «sacrosanto», e anche gli emendamenti sui processi, perché riconosce che «l'obbligatorietà dell'azione penale è ormai una farsa. È diventata l'arbitrarietà dell'azione penale. Perciò, che l'Esecutivo [e in questo caso si tratterebbe del Parlamento, n.d.r.] detti una linea d'indirizzo non mi pare sbagliato». Propagandistica e dannosa, invece, la decisione di impiegare i militari nei pattugliamenti e nella vigilanza in città. Anch'io credo che l'effetto più dannoso sia di «dare l'impressione che 400 mila uomini delle forze dell'ordine abbiano bisogno di un pugno di soldati», mentre in realtà sono solo male impiegati e la vera riforma sarebbe utilizzarli meglio.