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Friday, October 28, 2011

La strada è quella di Ichino

Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.

Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».
E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.

Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».
E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».
Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.

Friday, January 14, 2011

Gli errori fatali di Walter

Riforma Gelmini e Mirafiori. Qui giacciono le velleità riformiste e le vocazioni maggioritarie del Pd. Senza riformismo e senza vocazione maggioritaria, infatti, il Pd non ha senso, perché non sarebbe che un triste Ulivo nella mesta condizione di tenere insieme una variopinta coalizione di partiti e partitini con nessuna o quasi cultura di governo. Un partito maggioritario, ma di fatto sotto ricatto e senza identità, esposto alle forze centrifughe esercitate da una parte dagli alleati di centro, e dall'altra alla sua sinistra, oltre che a perenne rimorchio della Cgil, dei magistrati e di Repubblica.

Se il Pd vuol essere in senso pieno maggioritario, non può pensare di appaltare la rappresentanza del centro dell'elettorato ad un polo centrista con il quale poi eventualmente allearsi, facendosi in ogni caso schiacciare e isolare a sinistra insieme ai manettari di Di Pietro e ai comunisti di Vendola. Dovrebbe puntare direttamente a conquistare l'elettorato di centro rinnovando i suoi contenuti e i suoi volti.

L'unico segretario tra quelli che si sono succeduti in questi tre anni che ha dimostrato di aver compreso tutto questo, e quindi di avere una concezione del Pd davvero innovativa rispetto ad una semplice operazione di cosmesi del Pci-Pds-Ds, e infatti predicava una «vocazione maggioritaria», è stato - bisogna dargliene atto - Veltroni. Il quale però ha commesso due errori fatali. Il primo, già prima delle elezioni del 2008, quando ha imbarcato Di Pietro annacquando lui per primo il suo progetto. Dal giorno dopo non solo l'Idv non ha aderito ai gruppi del Pd come promesso, ma come previsto ha trascinato il Pd nel vicolo cieco dell'antiberlusconismo e del giustizialismo.

Il secondo errore l'ha commesso subito dopo il voto. Quando non ha reagito alla prevedibile radicalizzazione, anzi l'ha in qualche modo assecondata, pensando di allontanare da sé il malcontento per la sconfitta. Avrebbe dovuto, invece, aprire subito un confronto costruttivo con Berlusconi sulle riforme, in modo da cristallizzare l'esito bipartitico uscito dalle urne, sulla base di un semplice e nobile compromesso: a Berlusconi permettere di governare senza gli assalti della magistratura; al Pd una legge elettorale, e regolamenti parlamentari, volti a consolidare l'assetto tendenzialmente bipartitico e il ruolo di partito unico dell'opposizione. Il tutto in una riforma costituzionale a prova di bomba referendaria: la diminuzione del numero dei parlamentari e il superamento del bicameralismo perfetto, nonché l'elezione diretta del presidente o del premier, incontrerebbero infatti nell'opinione pubblica un favore plebiscitario.

Il risultato di questi errori è che il Pd si trova non solo a mendicare alleanze al centro e a sinistra, che se anche dovessero concretizzarsi difficilmente apparirebbero credibili alternative di governo; ma si trova arroccato su posizioni fuori dalla storia su tutto: sul lavoro, sull'economia, sui servizi pubblici, sulla Costituzione. E solo l'antiberlusconismo come bussola che però punta inesorabilmente contro gli scogli.

Monday, December 13, 2010

Le colombe volano?

Berlusconi nel suo discorso rilancia quel «patto di legislatura» su cui ottenne la fiducia il 29 settembre scorso, accogliendo quella che era stata la richiesta originaria di Fini, a Mirabello, prima del passo ulteriore a Bastia Umbria, la richiesta di dimissioni. Fa appello ai «moderati», dicendosi disponibile a «rinnovare cosa c'è da rinnovare nel programma e nella compagine del governo», richiamando esplicitamente la possibilità di «ricomporre l'alleanza di tutte le forze moderate che oggi ritroviamo, oltre che nella Lega, nel Fli e nell'Udc», citate esplicitamente. Solo su un punto è irremovibile: dimissioni e crisi al buio. Disponibilità anche alla modifica della legge elettorale (di questa legge che proprio Fini e Casini - è bene ricordarlo - avevano imposto nel 2005 come condizione per ripresentarsi alle elezioni alleati con Berlusconi), ma con un solo e condivisibile «limite invalicabile: la difesa del bipolarismo». Perché il cittadino sappia chi è il leader, quali le alleanze di governo e i programmi prima di votare e non dopo aver votato.

Ieri, intanto, la tracotanza ha giocato un brutto scherzo a Fini, le cui uscite "bocchiniane" (e ancora una volta sprezzanti del suo ruolo istituzionale) a "In mezz'ora", la trasmissione di Lucia Annunziata, hanno indotto i moderati del suo gruppo a prendere le distanze.

Tempo fa aveva promesso che si sarebbe dimesso, se il "cognato" fosse risultato il vero proprietario della casa di Montecarlo. Pare essere rimasto solo lui a non essersene accorto, mentre è ancora in attesa che venga accolta la richiesta di archiviazione dell'inchiesta che lo vede ancora indagato per truffa (archiviazione ad orologeria?). Ora promette di dimettersi se alla Camera Berlusconi riconquisterà la fiducia con dieci voti di scarto. Annotiamo.

Ma quel che più conta è che Fini ha rotto gli indugi e annunciato chiaro e tondo che comunque vada a finire il voto del 14, Fli dal giorno dopo sarà all'opposizione (in compagnia di Casini, Bersani, Di Pietro e Vendola); si lascia andare ad un attacco al premier sulle vicende giudiziarie degno di Di Pietro e Bersani (resta a Palazzo Chigi solo per usufruire del legittimo impedimento) e si esprime in anticipo sulla volontà dell'aula che presiede (prevedendo la sfiducia al governo).

Se al Senato Berlusconi otterrà senza problemi la fiducia, alla Camera i numeri continuano ad essere incerti, seppure pare sia di poco in vantaggio. Se una fiducia risicata non basta certo a governare, il suo significato politico non è tuttavia trascurabile: non ci sono i numeri per altre maggioranze diverse da quella uscita dalle elezioni del 2008, come vorrebbero Fini e Casini. Quindi, o l'attuale governo riesce a rafforzarsi numericamente dopo il 14 (improbabile); o si torna alle urne (molto probabile). E anche secondo gli osservatori non certo berlusconiani le alternative paiono francamente «incredibili». Condivisibile quasi al 100% il solito Luca Ricolfi, che su La Stampa punta il dito laddove «l'opposizione rivela tutta la sua inconsistenza».

In queste ore sembra Fini nelle condizioni di dover recuperare qualche voto e dal suo studio di Montecitorio continua imperterrito nella campagna acquisti. Considerando l'astensione certa dei due deputati dell'Svp Brugger e Zeller, e quella dello stesso Fini (a meno che non osi l'ennesimo strappo istituzionale), nonché le assenze giustificate delle tre deputate in gravidanza Bongiorno, Cosenza (Fli) e Mogherini (Pd), i votanti dovrebbero essere 624. E quindi l'asticella minima per la fiducia a 313. Attualmente Berlusconi dovrebbe poter contare, oltre che su Pdl e Lega (294), su Noi Sud (12) e su altri 7 voti (Nucara, Pionati, Grassano, Calearo, Cesario, Scilipoti e Catone), arrivando proprio a 313. Incerti però sono Guzzanti e 2-3 di Fli, sulle posizioni di Moffa (stasera il summit decisivo dei finiani). I radicali, pur con tutti i distinguo e le manfrine pannelliane, credo che alla fine voteranno compatti la sfiducia. Così come faranno disciplinatamente i deputati Pd, seppure con la tremarella e levando sottovoce il coro "Sil-vio! Sil-vio! Sil-vio!".

Monday, September 06, 2010

Fini rompe "ma anche" no

Se nel suo discorso di ieri a Mirabello Fini non ha annunciato esplicitamente un nuovo partito, è solo per non contraddire la narrativa della sua "cacciata" dal Pdl (a cui contribuisce l'inutile documento approvato a fine luglio dal Pdl). Ma il nuovo partito è nei fatti, come trova conferma tutto ciò che scrivo da mesi sulle sue reali intenzioni. Un discorso ben poco "alto", da capopartito più che da terza carica dello Stato. Altro che "manifesto", è pieno di polemichette e battute caustiche, alternate a lunghe tirate demagogiche (che flirtano con insegnanti della scuola, poliziotti, magistrati, meridionali e "gggiovani", tanto per avere un'idea del tipo di elettorato cui intende rivolgersi). Diverso da quello che pronunciò in direzione lo scorso aprile solo per la carica molto più intensa e nervosa di antiberlusconismo.

Non lo può ammettere, ma Fini sa bene che non gli si contestano idee, opinioni, analisi, diverse da quelle maggioritarie nel Pdl o da quelle di Berlusconi, né i suoi "appunti" sull'operato del governo, ma il fatto che non vengano espressi nelle sedi opportune, in modo costruttivo, e che prendono piuttosto la forma di attacchi esterni, dissociazioni, sponde offerte alle opposizioni o, peggio, alla magistratura politicizzata che cerca di delegittimare per via mediatico-giudiziaria l'esecutivo e il premier. Se Fini avesse voluto influenzare davvero, in buona fede, la linea, avrebbe dovuto accettare un incarico nel Pdl o nel governo, come gli era stato prospettato all'inizio della legislatura, in questo modo essendo anche costretto a condividere la responsabilità dell'azione politica di entrambi. Invece, ha scelto per sé una carica di garanzia, "irresponsabile" rispetto all'azione di governo e persino rispetto all'iniziativa legislativa, pretendendo però di usarla non solo come tribuna da cui emettere sentenze di merito, impallinare, "picconare" quotidianamente, ma anche come cabina di regia di un'ostruzionistica attività parlamentare.

Vorrei tornare di nuovo su questo aspetto, davvero decisivo: il presidente del Consiglio dovrebbe negoziare con lui, presidente della Camera, un «nuovo patto di legislatura», come ha detto Fini ieri sera? Non si è mai visto. Mai un presidente della Camera si era permesso di rivendicare per sé un ruolo di vero e proprio indirizzo politico nell'azione di governo; mai nessuno ha costituito "suoi" gruppi parlamentari in dissenso dal suo partito; mai ha utilizzato la carica per condurre la sua personale lotta politica all'interno del partito e per la sua leadership; ed è certamente scorretto per un presidente della Camera esprimersi nel merito di un provvedimento appena uscito dal Senato, che dovrà quindi iniziare il suo iter proprio alla Camera, come ha fatto ieri sul cosiddetto "processo breve".

Al contrario di quanto ripete Fini sui partiti moderni, europei, liberali, in nessun'altra parte d'Europa vediamo svolgersi in questo modo la dialettica all'interno dei partiti di governo. Possono essere di destra o di sinistra, ma la sfida alle leadership avviene prima delle elezioni, non dopo. Dopo, quando si è al governo, si governa. Non che il dissenso o gli avversari interni spariscano, o vengano annientati. Continuano a "covare" all'interno, ma il confronto avviene nel partito, non prende le forme di una critica ostentata, costante e demolitoria del partito stesso e dell'esperienza di governo. Tanto meno utilizzando una carica istituzionale. Nessuno in Europa, né Sarkozy, né la Merkel, né Cameron, ha il suo "Fini". Tutti hanno avversari nel partito, certamente, ma nessuno che si comporti come Fini.

Quando ha parlato di un «nuovo patto di legislatura», teorizzato una coalizione di governo non più a due ma a tre gambe, quando ha detto di condividere i cinque punti programmatici, ma solo i titoli, perché poi vanno riempiti andando a trattarli con lui (anzi, con i «nostri capigruppo»), Fini ha confermato la linea del logoramento. Vorrebbe ricreare le stesse condizioni politiche, ritrovare lo stesso potere di ricatto, della legislatura 2001-2006, quando la coalizione di governo aveva in An e Udc una terza e anche una quarta gamba. Vuole replicare quello schema per far arrivare Berlusconi a fine legislatura esausto politicamente, come vi arrivò nel 2006. Fini ha quindi offerto un patto di legislatura sì, ma ad una condizione inaccettabile per il premier e il Pdl: accettare di farsi logorare, tornare allo status quo ante, proprio quello che si voleva superare con il partito unico del centrodestra.

Una posizione di cui Casini e Di Pietro nei loro commenti hanno rilevato le contraddizioni: il primo rivendicando, dal suo punto di vista, la coerenza di non essersi piegato ad entrare nel "partito del predellino", come invece ha fatto Fini evidentemente, bisogna concludere, per mera scelta tattica o per un errore madornale. E come può, osserva giustamente il leader dell'Idv, un giudizio così impietoso sul berlusconismo e sul Pdl, di cui l'ex pm rivendica il copyright, convivere con il rilancio di un «patto di legislatura» proprio con il detestato Berlusconi, se non semplicemente per sfuggire al giudizio degli elettori? Fini vuole restare dov'è, essere la "terza gamba" della coalizione, ma pretende di restarci da antiberlusconiano.

Già, perché è proprio questo a contraddire ogni moralità politica: come mai quando si tratta di prendere i voti, si corre, come ha fatto Fini, sotto l'ombrello berlusconiano, per poi un minuto dopo aver preso i voti, solo quando ci si è accomodati sulla propria poltrona grazie a quei voti, scoprire la vera natura del berlusconismo, contrastarlo apertamente, sfidare la sua leadership non nelle urne ma nei Palazzi? Berlusconi fa l'annuncio del Predellino, e Fini reagisce in modo sprezzante («comiche finali») sulla base di un calcolo politico sbagliato, e cioè che il governo Prodi non sarebbe caduto e la leadership di Berlusconi non avrebbe retto per altri cinque anni all'opposizione; Prodi invece cade subito dopo, e Fini (a differenza di Casini) accetta "obtorto collo" di entrare nel Pdl, invece di lanciare - in quel momento sì - una sfida aperta alla leadership berlusconiana. Non è che Fini si sia pentito di averlo cofondato, è che nel Pdl non ha mai creduto. Lo ha sempre vissuto come una scelta tattica da cui distinguersi prima possibile per tornare a sfidare Berlusconi nell'unico modo in cui è capace e sa di avere qualche chance: logorandolo dall'interno, e dall'esterno offrendo sponde alle opposizioni, politiche e mediatico-giudiziarie.

Non ci sono dubbi: Fini vuole essere un leader di centrodestra, ma quell'accenno alla legge elettorale è una minaccia di disponibilità a un governo di transizione, in caso di crisi, per ritardare il più possibile il ritorno alle urne e affrontarle magari con un sistema di voto più favorevole. Cosa può fare Berlusconi a questo punto? L'unica via - difficile - è questa.

P.S.: Del tutto superfluo concentrarsi sul merito delle questioni poste da Fini: solo puro tatticismo, non poteva che uscirne fuori un minestrone contraddittorio di "ma anche" in puro stile Veltroni. Ma già che ci siamo: il federalismo ma anche la retorica meridionalista e nazionalista; il rigore ma anche i precari della scuola, per carità, e i poliziotti senza benzina; il Lodo Alfano ma anche no alle leggi "ad personam"; la magistratura politicizzata, ma anche «caposaldo»; il governo «ha operato bene» ma anche no; né sono mancate vuote banalità come il «patto tra capitale e lavoro», il «patto generazionale», il «quoziente familiare», la «meritocrazia», di tutto di più, purché si rimanga sul vago. Unici spunti apprezzabili la liberalizzazione dei servizi pubblici locali e l'abolizione delle Province, che fanno parte del programma del Pdl (già, che fine hanno fatto?). E a proposito, che fine ha fatto la bioetica?

Wednesday, August 11, 2010

Finiani divisi e Bersani "frontista"

E' continuata anche oggi l'improvvisa presa di coscienza dei "finiani": si sono accorti del «plurimputato Berlusconi» e del suo conflitto di interessi. Le intenzioni, le tentazioni, o meglio le illusioni dei "finiani" emergono dalla rabbiosa reazione di Bocchino alle richieste di dimissioni di Fini che giungono dal Pdl (più per l'incompatibilità del ruolo di "capofazione" con la carica di presidente della Camera che per la casa a Montecarlo). Se da una parte provoca (Berlusconi con tutti i suoi ministri inquisiti, e non Fini, si dovrebbe dimettere), dall'altra Bocchino pretende una verifica di metà legislatura, un vertice di maggioranza dei tre gruppi, mostrando come il vero intento dei "finiani" non è certo correre dagli elettori a far benedire la loro operazione, ma ricostituire quella rendita di posizione e quella forza di interdizione da "Prima Repubblica" di cui hanno goduto An e Udc nel centrodestra e che sono venute meno con il partito unico.

Ma i più esasperati tra i "finiani" fanno anche capire che non disdegnerebbero il "ribaltone": non è detto che il voto sia lo sbocco di una eventuale crisi di governo, avverte Bocchino, può darsi anche che l'istinto di autoconservazione porti le forze di minoranza a trovare l'accordo per un governo tecnico o di transizione. Briguglio al Tg3 denuncia il «golpe istituzionale» di Berlusconi contro Fini, un'emergenza tale da spingerlo a ipotizzare un «governo di garanzia» per il quale propone anche un premier (il presidente dell'Antimafia Beppe Pisanu). Ma i "finiani" non sono poi così compatti. Accanto agli scalmanati, infatti, ci sono i più dialoganti Moffa e Conte alla Camera, i membri del governo Ronchi, Viespoli e Menia, e i dieci senatori, che oggi con una nota si sono palesemente distinti dai comportamenti degli estremisti, tentando di riportare il confronto su un piano più politico.

Difficilissima, quasi proibitiva, la strada verso un governo diverso da quello Berlusconi in questa legislatura, e oggi Bossi è tornato a escludere in modo sprezzante tali ipotesi. Ma conviene un po' a tutte le forze di opposizione dare a Berlusconi l'impressione che la volontà ci sarebbe. Temendo le urne, sperano infatti che temendo manovre strane il premier non provochi la crisi e si faccia logorare dai "finiani". Anche Di Pietro, l'unico dell'opposizione a chiedere il voto prima possibile, adesso si dice disponibile a un governo tecnico, a termine, per riformare la legge elettorale e garantire il pluralismo dell'informazione. Bersani avverte che in caso di crisi «la parola passerebbe al capo dello Stato e al Parlamento» e «il 'golpista' è chi nega questo e non chi lo afferma».

Ma se le elezioni fossero inevitabili, il Pd non si farebbe cogliere impreparato, cerca di far credere il segretario: chiamerebbe tutte «le forze del centrosinistra e dell'opposizione per una strategia comune di cui siamo già pronti a proporre e a discutere le basi politiche e programmatiche». Insomma, il Pd di Bersani pensa a un variopinto cartello elettorale, il più ampio possibile, il fronte comune in nome dell'antiberlusconismo («liberiamoci di Berlusconi», è la sua la parola d'ordine). D'altronde, è l'unico modo per il Pd di conservare una certa centralità tra le opposizioni, perché se esclude il centro o la sinistra dai suoi orizzonti rischia di trovarsi schiacciato o troppo a sinistra o troppo al centro. Auguri.

Wednesday, March 31, 2010

Gli inconsolabili

Da un lato scoprono l'acqua calda: ma guarda un po', tutti i partiti in termini assoluti hanno perso voti, persino la Lega (l'unica ad aver guadagnato qualcosa, invece, in termini percentuali, avendo in parte compensato l'elevata astensione con la maggiore fedeltà del suo elettorato). Per non parlare del Pdl, che avrebbe perso addirittura 2,5 milioni di voti. Insomma, la tentazione è di dire che in fondo, se hanno perso tutti, non ha vinto nessuno. Alla vigilia ci avevano spiegato che un forte astensionismo avrebbe penalizzato le forze di governo, limitando le loro chance di conquistare altre regioni oltre a Lombardia e Veneto. Il forte astensionismo c'è stato (è cresciuto dell'8%, con il picco di oltre l'11 nel Lazio), ma la notizia vera è che non ha penalizzato le forze di governo, permettendogli anzi di strappare ben quattro regioni (le più "pesanti") alle forze di opposizione.

Dovrebbe stupire, insomma, non quanti voti ha perso il Pdl, ma quanti piuttosto non ne ha persi, e quanti ne hanno persi i partiti di opposizione, che avrebbero dovuto fare il pieno del malcontento degli italiani, persino Di Pietro, che avrebbe dovuto tenere almeno quanto la Lega. Come fa notare Velardi, «il centrosinistra avrebbe dovuto vincere queste elezioni per due motivi semplici, banali, universali»: la crisi economica, «che toglie lavoro e preoccupa tutti». Dal che si evince, invece, o che la crisi non c'è, o che il governo non sta facendo poi così male; «le classiche elezioni di medio termine. Quelle che un governo in carica perde (quasi) sempre». Nel 2005, ricorda Velardi, finì 12 a 2 (con l'Abruzzo). Oggi «Sarkozy straperde in Francia, mentre in Italia il governo in carica, gravato da scandali (veri o presunti), da ossessive campagne di stampa, da inchieste più o meno fondate, e con una politica di mediocre gestione ordinaria di un paese declinante, le elezioni le vince»; per non parlare del Lazio, dove il Pdl correva azzoppato.

L'astensione record è senz'altro indice di una disaffezione dell'elettorato per l'intero sistema dei partiti e di un certo disgusto per questa particolare campagna elettorale. Ma questo è persino troppo ovvio, e allora c'è chi preferisce consolarsi guardando ai milioni di voti persi dal Pdl, piuttosto che alle quattro regioni strappate agli avversari. Comprensibile. Pur con tutti gli avvertimenti del caso, anche gli analisti più esperti paragonano tranquillamente elezioni diversissime tra di loro: le Regionali di domenica e lunedì con le Europee dell'anno scorso. Sia Mannheimer sul Corriere che D'Alimonte sul Sole sottolineano che rispetto a Politiche ed Europee il voto alle Regionali tende ad essere molto più frammentato a causa della presenza di molte liste locali e che in molte regioni "pesanti" le liste civiche personali dei candidati presidente riescono ad assorbire quote rilevanti di voti dai partiti maggiori delle coalizioni, Pdl e Pd. Senza considerare, poi, l'esclusione della lista del Pdl a Roma e provincia e il tentativo di dirottare i suoi voti, in gran parte riuscito, sulla Lista Polverini.

Allora, se proprio si vuole estrarre un attendibile dato di riepilogo nazionale dei due principali partiti, bisognerebbe attribuire al Pdl e al Pd per lo meno i voti delle liste personali di quei candidati direttamente riconducibili ai due partiti. Dunque, al Pdl i voti delle liste di Renata Polverini (Lazio), Sandro Biasotti (Liguria), Rocco Palese - e Raffaele Fitto - (Puglia), Giuseppe Scopelliti (Calabria) e Nicola Pagliuca (Basilicata). Al Pd quelli delle liste di Mercedes Bresso (Piemonte), Claudio Burlando (Liguria), Agazio Loiero (Calabria) e solo in parte (la metà) di Nichi Vendola (Puglia).

Dai risultati così elaborati emerge un Pdl al 31,4% (31,13 escludendo la provincia di Roma), con perdite minime dunque rispetto al 32,3% del 2009, al 33,3 del 2008 e al 31,4 del 2005 (dati ottenuti sempre escludendo la provincia di Roma). Mentre il Pd si attesta al 27,03%, guadagnando qualche decimale di punto rispetto alle ultime Europee (26,6%), ma restando molto al di sotto del 34,1% delle Politiche del 2008 e del 32,5% delle precedenti Regionali. Un'operazione simile la fa Mannheimer, mentre D'Alimonte si limita ad aggiungere al Pdl solo i voti della Lista Polverini, nonostante rispetto al Pd molti più candidati presidente avevano liste personali, alcune davvero molto votate. In termini assoluti il Pdl perde 2,1 milioni di voti rispetto alle Europee dell'anno scorso (il 23%) e il Pd poco meno di un milione di voti (circa il 12%). Bisogna poi considerare che le regioni "rosse" erano tutte chiamate al voto, mentre tra quelle "azzurre" mancava, per esempio, la Sicilia.

C'è tuttavia da considerare un ulteriore aspetto che mi pare nessuno abbia sottolineato. Stiamo confrontando le Regionali, le elezioni più maggioritarie, presidenzialiste, che abbiamo in Italia, con le Europee, quelle più proporzionaliste. Non stiamo mettendo insieme mele e pere, ma mele e meloni. Ebbene, alle Europee o alle Politiche gli elettori non possono votare solo per il candidato presidente. Mentre alle Regionali un numero sempre maggiore di elettori si limita ad esprimere la propria preferenza per uno dei candidati alla presidenza, senza mettere una croce anche su una delle liste collegate. E questi voti solo ai candidati presidente - circa il 10% del totale dei voti espressi - che siano frutto di pigrizia, indecisione o di semplificazione "presidenzialista", pur considerando il voto disgiunto e il traino del candidato, sarebbe sbagliato non considerarli in qualche misura collegati alle coalizioni di liste che li esprimono, e in particolare ai due partiti maggiori, Pdl e Pd.

Tuesday, March 30, 2010

Sinistra irrecuperabile, ora le riforme

Mamma mia che tonfo. E pensare che alla chiusura dei seggi domenica sera, fino alle prime proiezioni di lunedì pomeriggio, vedendo il crollo dell'affluenza, anche i più ottimisti non prevedevano per il centrodestra un risultato migliore di un 9 a 4. L'astensionismo, caso più unico che raro, ha penalizzato più o meno in egual misura le due coalizioni e non - come si pensava - maggiormente le forze di governo. Ma non solo, come da previsioni della vigilia, Lazio e Piemonte sono rimaste in bilico fino all'ultimo, il centrodestra è riuscito addirittura a strappare al centrosinistra entrambe le regioni, le due più importanti al voto domenica e lunedì.

Non si interrompe quindi la "striscia" positiva del centrodestra. Vittoria schiacciante alle Politiche; tenuta alle Europee; promossa alle nostre mid-term. All'inizio della legislatura governava in appena 4 regioni e la sinistra in 14. Ora la situazione si è ribaltata, con il centrodestra che governa in 11 regioni, abitate da 42 milioni di italiani, e il centrosinistra in 7. La vittoria di Cota in Piemonte, sia pure di misura, sancisce l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord, quelle più produttive. Ma perde anche nelle regioni più popolose del Centro-Sud (Lazio e Campania) e conserva la Puglia solo grazie a una non oculata decisione del Pdl sulla candidatura.

Un risultato impensabile dopo due mesi di campagna elettorale in cui è successo di tutto: prima è stata colpita l'immagine del "governo del fare" con l'inchiesta che ha coinvolto Bertolaso e la Protezione civile; poi il caos liste ha messo a dura prova l'immagine e la credibilità del Pdl, il partito del premier, cui alla fine è stato impedito di correre a Roma e provincia; infine, le intercettazioni di Trani e il solito caso Santoro.

Berlusconi, che inizialmente era propenso a mantenere un basso profilo, si è visto costretto a scendere in campo e ad occupare la scena per scongiurare quello che si stava configurando come un disastro (per la coalizione, per il Pdl e per le prospettive nei successivi tre anni di governo). E per l'ennesima volta si è dimostrato più forte di tutti gli attacchi e di tutte le avversità. Cosa è stata la presunta novità comunicativa di Raiperunanotte a confronto dell'ultima settimana-dieci giorni di campagna di Berlusconi?

Di fronte a candidati deboli (all'inizio della campagna, auspicavo una «sconfitta salutare» per il Pdl che candidava una ex sindacalista della ex Cisnal alla guida del Lazio), con un Pdl in crisi, diviso e demoralizzato, la sinistra non ha saputo far altro che puntare sull'unico punto di forza del centrodestra: Berlusconi. Ricompattato, il partito che non era riuscito a presentare la propria lista nella circoscrizione di Roma è riuscito in pochi giorni a dirottare quasi tutti i propri voti sulla Lista Polverini, riducendo al minimo la dispersione.

No, a questo punto è inutile aspettarsi che finalmente i leader del Pd abbiano imparato la lezione che l'antiberlusconismo non paga, perché ormai è evidente che non hanno più il controllo dell'opposizione: sono travolti dal loro stesso popolo, che accecato d'odio per Berlusconi si fa ammaliare da Di Pietro, da Santoro e Travaglio; sono scavalcati dalle Procure e da la Repubblica, che dettano temi e tempi dell'opposizione a Berlusconi, che' tanto poi i rovesci nelle urne toccano al Pd. Anche volendo, non sembrano più in grado di frenare l'antiberlusconismo e di impostare un'opposizione su basi diverse.

Fa comodo a molti ora mettere in evidenza il successo annunciato della Lega, la vittoria landslide di Zaia e il sorpasso sul Pdl in Veneto, così come la penetrazione in Emilia Romagna. Da un lato, infatti, si pensa di spaventare l'elettorato moderato e del Pdl sull'influenza crescente che Bossi eserciterà sul governo e su Berlusconi; dall'altro, dall'interno del Pdl, Fini e i finiani avranno un motivo in più per 'provocare' Berlusconi e il partito, troppo schiacciati sulle posizioni leghiste in tema di sicurezza e immigrazione.

Ma la cosa davvero sorprendente di queste elezioni è il fenomeno Berlusconi. Sia il leghista Cota che la "finiana" Polverini devono la loro elezione al premier, che da questa campagna emerge sempre più come quello che nel centrodestra ha i voti veri, su tutto il territorio nazionale, dal Piemonte alla Campania. La realtà è che senza Berlusconi la Lega non esce dal lombardo-veneto. Commentatori, giornalisti e politici benpensanti non si rendono conto che la Lega, come ha scritto di recente solo Il Foglio, è ormai un fattore stabilizzante nella coalizione. E quando si addita la forza della Lega pensando di mettere in cattiva luce il governo agli occhi degli elettori, non ci si accorge di fargli in realtà un favore, perché nessuno ormai teme più i leghisti, sempre più sinonimo di coerenza e concretezza.

La cosa buona di queste elezioni è che da qui alla fine della legislatura abbiamo tre anni senza appuntamenti elettorali intermedi. Il che non significa che il governo farà finalmente le riforme (istituzionali ed economiche), ma che però non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo. Il mandato ce l'ha, pieno ed esplicito, la forza dei numeri pure. Niente scuse.

Monday, March 29, 2010

Vince il partito della destabilizzazione

Un simile crollo dell'affluenza potrebbe annunciare un vero e proprio terremoto politico elettorale. Se alle 22 di ieri ha votato circa il 9 per cento in meno che nel 2005, il dato finale dell'affluenza potrebbe faticare non poco a superare il 60 per cento (raggiungendo, ottimisticamente, il 63%), contro il 73 di cinque anni fa. Il fantasma dell'astensionismo si sta dunque materializzando nelle dimensioni più temute e non è difficile intuire chi colpirà: il centrodestra. Anzi, il Pdl. Tre astenuti su quattro potrebbero essere elettori del Pdl, i cui consensi in termini percentuali (considerando anche l'assenza della lista a Roma e provincia) potrebbero fermarsi ben al di sotto del 35%.

Un astensionismo simile potrebbe danneggiare fortemente anche il Pd, mentre a giovarsene - sia pure in termini meramente percentuali e non numerici - sarebbero i principali partiti alleati delle formazioni maggiori (Lega e Di Pietro). La mia impressione è che neanche l'Udc troverà motivi per rallegrarsi. Per quanto riguarda i governi regionali, a questo punto è da escludere un'affermazione del centrodestra in Lazio e Piemonte (e a maggior ragione, di sorprese in Liguria e Puglia neanche a parlarne), mentre rimarrebbe probabile in Campania e Calabria. Risultato finale: 9 a 4 per il centrosinistra.

Riguardo le cause, altro che "sindrome francese". E' ovvio che un astensionismo di tali proporzioni è più di un campanello d'allarme per il governo e le forze di maggioranza che lo sostengono, verso cui l'elettorato mostra disaffezione e disillusione. Ma non è un caso che proprio nel Lazio - dove è assente la lista del Pdl e più forti sono state le polemiche sul caos liste - si registra il picco di astensionismo (il 12% in meno). La sensazione è che a far esplodere la voglia di astensione - da un aumento fisiologico del +2-3% ad un vero e proprio boom del 9% - sia stato più che altro il disgusto per una campagna elettorale che definire anomala sarebbe un eufemismo.

Il caos liste, quindi la battaglia a colpi di ricorsi, carte bollate, decreti e piazze piene, la solita giostra di intercettazioni e le solite inchieste ad orologeria, che tra qualche settimana si riveleranno infondate, le pretestuose polemiche sui talk show Rai, hanno occupato i tre quarti della campagna elettorale, avvelenato il clima e quindi dissolto ogni interesse, già scarso, degli elettori per la competizione elettorale e per candidati già deboli di per sé.

Il governo e le forze che lo sostengono, che evidentemente non hanno corrisposto alle aspettative di cambiamento del proprio elettorato, ci hanno senz'altro messo del loro, hanno offerto il fianco con la loro sciatteria e il loro immobilismo, ma ad ottenere oggi i primi risultati, dopo un anno di tentativi e sforzi andati a vuoto, è il partito della destabilizzazione. Una destabilizzazione perseguita da vari "agenti" - pezzi 'deviati' della magistratura, gruppi economico-editoriali, il partito dei giustizialisti (Santoro-Travaglio-Di Pietro) - ciascuno con il proprio obiettivo (dal semplice abbattimento di Berlusconi alla destrutturazione del bipolarismo, dalla conservazione di un primato morale, e quindi di un potere di condizionamento, sulla politica alla tutela di privilegi corporativi), ma uniti dalla medesima strategia: la delegittimazione dell'intero sistema politico. E complice la soggezione di un Pd in crisi di identità, queste forze hanno sequestrato l'opposizione costituzionale.

Intendiamoci, i politici ce la mettono tutta per delegittimarsi da sé, principalmente non riuscendo a fare il loro lavoro e a far funzionare le istituzioni. Ma è in corso un pericoloso e spregiudicato gioco al massacro, che approfittando della debolezza della politica, avvalendosi di ordini dello Stato fuori controllo e poteri esterni non democratici, e dando sfogo a pulsioni populiste, mette a rischio la democrazia stessa nel nostro Paese. Prima di oggi Berlusconi, con il grande consenso di cui godeva, era l'unico argine. Ma domani? Sarà ancora più difficile per il governo reagire nel solo modo in cui dovrebbe - e avrebbe dovuto-potuto reagire anche prima: riforme, riforme, riforme. Da domani la maggioranza sarà più irrequieta al suo interno, Fini più scalpitante, e il Pd, rinfrancato dal primo stop degli avversari, meno incline a ragionare.

UPDATE: e il partito Montezemolo...
L'astensione record fa comprensibilmente tornare alla memoria l'articolo a doppia firma Andrea Romano-Carlo Calenda, della Fondazione Italia Futura, in cui si invitavano esplicitamente gli elettori a disertare le urne. Non per qualunquismo ma per un «messaggio forte, persino ultimativo, che si manifesterebbe attraverso la decisione consapevole e legittima di non esercitare un diritto di scelta la cui efficacia è stata svilita», mentre votare oggi, «per riprendere il giorno dopo la quotidiana lamentazione sul sistema politico nel suo complesso», rappresenta forse «un qualunquismo ancora peggiore».

In democrazia, ribadisce oggi Andrea Romano al Corriere della Sera, «l'astensione può essere lo strumento con cui l'elettore respinge un'offerta politica deludente». E' certamente ciò che sta accadendo e certamente, come ho scritto, è stata una campagna elettorale «tra le peggiori degli ultimi anni. Rissosa, rivolta all'indietro e non al futuro, mai centrata sui problemi reali, lontanissima dalle aspettative dei giovani». Ma questo «segnale» rappresentato dalla crescita dell'astensione avrà davvero l'effetto di dare «un impulso utile ad un auspicabile rinnovamento del copione»? O piuttosto ad un ulteriore imbarbarimento? Luca Cordero di Montezemolo e il Corriere della Sera rappresenterebbero questo preteso «rinnovamento»? Sembrano già pronti a intestarsi il partito dell'astensione, ma in democrazia dovrebbero contarsi i voti, non i "non voti".

Tuesday, March 23, 2010

Il male oscuro del Ventesimo secolo

Dice Antonio Di Pietro: «Chi non ha nulla da nascondere non deve temere le intercettazioni». Un'affermazione che dovrebbe far rabbrividire ogni sincero liberale e democratico e che sicuramente ha fatto rabbrividire Piero Ostellino: «Non è sorprendente che lo pensi un ex poliziotto; è anomalo che ci creda un ex magistrato; è inquietante che lo dica un parlamentare della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista». Sul Corriere di oggi avverte che il «male oscuro di cui soffre la nostra democrazia è una "malattia dell'anima" degli italiani» ed è «la stessa sindrome della quale sono morte le democrazie, in Italia, in Spagna, in Germania, nel Ventesimo secolo».
«Si violano le libertà individuali, per il Bene comune; e si finisce con uccidere la democrazia. I cittadini della Germania comunista - come ha raccontato il film Le vite degli altri - erano preoccupati, e indignati, dell'intrusione delle intercettazioni telefoniche nella loro vita privata da parte della polizia politica (la Stasi). In Italia, gran parte degli intellettuali, dei media, della classe politica, dei cittadini comuni è entusiasta dell'idea di sapere che cosa pensano, e dicono al telefono, "gli altri". Ma la divulgazione delle intercettazioni, anche in presenza di fumus criminis, è persino una violazione della sfera privata, nonché dei suoi diritti, anche dell'inquisito, per non parlare di chi ne è esente. Da noi, si ritengono "utili" le intercettazioni e "giusta" la loro divulgazione in nome di una non meglio precisata Etica pubblica. I tedeschi orientali sognavano l'eliminazione delle intercettazioni, e l'hanno salutata come una liberazione alla caduta del Muro che aveva separato il mondo dell'oppressione da quello della libertà. Molti italiani ne auspicano l'aumento e plaudono alla loro divulgazione come una garanzia democratica. Nella loro testa non è ancora caduto il Muro che dovrebbe separare l'idea di libertà, e di moralità, individuali da quella di "Stato-papà-padrone" che veglia sui propri figli, ne punisce, e ne corregge, i difetti con le intercettazioni e la loro divulgazione».

Monday, March 15, 2010

Giustizialismo è il nostro maccartismo

Premesso che la campagna del senatore McCarthy, da cui l'odiato maccartismo, meriterebbe ben altri approfondimenti per farla uscire dal torpore del luogo comune in cui è stata fatta cadere, veniamo all'emozione che Eugenio Scalfari confida gli abbia suscitato rivedere su Sky il «bellissimo» film di George Clooney "Good Night and Good Luck", che narra come un giornalista della Cbs, Edward R. Murrow, si sia opposto con la sua trasmissione ai metodi da "caccia alle streghe" di McCarthy, provocandone il declino politico.

E' ovvio che Scalfari ha subito collegato quel momento di alta televisione e quella grande impresa giornalistica alla sospensione dei talk show Rai, ai cui conduttori qui da noi viene impedito di fare i "Murrow" italiani. Nel coraggio del giornalista della Cbs deve aver quindi rivisto quello con cui Santoro si batte contro Berlusconi e dev'essersi commosso per la parole conclusive del protagonista del film: «La televisione è uno strumento che può e deve contribuire a rendere le persone più consapevoli, più responsabili e più libere. Se mancano questi presupposti e questi obiettivi la televisione è soltanto una scatola piena di fili elettrici e di valvole». Aggiungendo di suo che è invece «una scatola, ma a volte molto pericolosa, se qualcuno se ne impadronisce e la controlla a proprio uso e consumo».

Opportunamente Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, fa notare al fondatore di Repubblica che «in quel discorso così fiero risuonano altre parole, che sarebbe illecito ignorare». Dice a un certo punto Murrow: «Dobbiamo sempre ricordare che un'accusa non è una prova e che la colpevolezza dipende da prove concrete e dall'esito di un regolare processo. Non cammineremo nel timore l'uno dell'altro. Non sprofonderemo in un'epoca di irragionevolezza se ci affideremo alla nostra storia e alla nostra dottrina». «Da noi - osserva amaramente Battista - la ricerca meticolosa delle prove è considerata un'attività superflua, se non il sabotaggio di un'inchiesta» e - il caso Trani, con l'uso ancora una volta criminale e poliziesco delle intercettazioni, lo dimostra - «perché aspettare una sentenza definitiva se il tribunale mediatico del popolo ha già emesso il suo verdetto persino nelle fasi iniziali di un'inchiesta?».

Se qualche similitudine si può azzardare, è quella - anche fisica - tra McCarthy e Antonio Di Pietro, tra il maccartismo e il giustizialismo, che si avvale di tre braccia: braccio giudiziario, mediatico e politico. Se quello giocato dalla stampa e dalla tv in America fu il ruolo di guardiani democratici rispetto agli eccessi del maccartismo, qui da noi il ruolo di certa stampa è tutt'altro che "garantista", è quello di avanguardia giustizialista. E il giustizialismo italiano oggi è concentrato tutto nella lotta contro Berlusconi. Una vera e propria caccia alla "strega Berlusconi" che va avanti da sedici anni, e ora alle "streghe" che lo circondano. Come dimostrano le ultime inchieste e offensive mediatico-giudiziarie, falliti gli attacchi diretti al premier, si cerca di delegittimare chi gli è vicino, gli artefici del suo consenso, chi collabora - e persino chi parla al telefono - con lui. Da Bertolaso a Letta, da Minzolini a Innocenzi, ecco le vittime dei «nuovi maccartisti» all'italiana che sono nelle procure, nelle "gazzette delle procure" e in Parlamento.

Friday, March 12, 2010

Rappresaglia contro Minzolini

Su il Velino

Nel mezzo di una campagna elettorale dagli animi già esasperati per il caos liste si apre una nuova offensiva mediatico-giudiziaria, lungo l'asse procure-organi di stampa e settori politici giustizialisti, volta a colpire il premier Berlusconi e a intimidire il direttore del Tg1 Augusto Minzolini. Lo strumento, ancora le intercettazioni telefoniche. Dopo il capo della Protezione civile Guido Bertolaso, questa volta a farne le spese sono Minzolini e un commissario dell'Agcom, Giancarlo Innocenzi, oltre a Berlusconi, naturalmente. Un caso che riaccende le polemiche sull'uso delle intercettazioni. Da una semplice indagine della Procura di Trani sui tassi d'usura di alcune carte di credito "revolving", di telefonata in telefonata si arriva ad ascoltare conversazioni che nulla hanno a che fare con l'inchiesta di partenza, ma che vedono protagoniste personalità ben più importanti e persino il presidente del Consiglio. Emerge un uso delle intercettazioni non come strumento per rafforzare gli elementi di prova a carico di indagati o sospettati, ma come vera e propria rete "a strascico" da cui "pescare" possibili ipotesi di reato.

Dalla procura le intercettazioni finiscono sui tavoli della redazione del giornale di Marco Travaglio, Il Fatto Quotidiano, che ci informa del loro contenuto e ci dice che sulla base di queste intercettazioni sarebbero indagati...
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Dal caso Italia al caso mezza Italia

Liste forse escluse, l'immagine del Pdl ai minimi, candidati deboli, Berlusconi non può che personalizzare su di sé la campagna elettorale per provare a vincere (o a questo punto a non pedere) le regionali, aiutato dallo schieramento avversario che, persa un'occasione buona per dimostrare fair play e sensibilità democratica, sembra non riuscire ad esprimere altro che dipietrismo contro Berlusconi. La manifestazione di domani rischia di dare una mano al premier, ancor di più dopo il nuovo caso intercettazioni che coinvolge Berlusconi, il direttore del Tg1 Minzolini (che guarda caso si era schierato con decisione contro questo uso delle intercettazioni, tanto che è stato subito punito), e il commissario dell'Agcom Innocenzi, reo evidentemente di essersi permesso di sollevare dubbi sulla correttezza di Annozero.

Il "caso" è tutto qui, ma scoppia al momento giusto, per Travaglio e Di Pietro, finendo per estremizzare ancora di più la manifestazione di domani a Piazza del Popolo, complicando così la posizione del Pd.

Se a Bersani è bastato solleticare l'ego di Pannella («ah, se avessi saputo venti o trent'anni fa che avrei avuto una mezz'ora di Pannella tutta per me...») per tenere buoni i radicali con la loro proposta di sanatoria e rinvio del voto (non sostenuta dall'unica "radicale" in questo momento in grado di esercitare un minimo di influenza sul centrosinistra, essendo candidata alla presidenza del Lazio, e cioè Emma Bonino), Di Pietro è irrefrenabile e a prescindere da attacchi o no al presidente Napolitano domani in piazza, è intenzionato ad approfittare delle circostanze per rastrellare consensi tra gli elettori più arrabbiati e frustrati della sinistra. E pazienza se ciò produca un vantaggio per Berlusconi...

Bersani si è presentato all'assemblea dei radicali riducendo a 180 gradi la loro battaglia a 360 gradi per la legalità. Se per i radicali l'illegalità è sistematica, riguarda tutte le liste e tutte le regioni, per il segretario del Pd il «pasticcio» liste è «tutto loro», del centrodestra, «la palla della confusione e del pasticcio è tutta di là, lasciamogliela di là. Non indeboliamoci da soli». In una parola: approfittiamone - e di corsa! Non per ristabilire la legalità, ma per vincere, una volta tanto: «Andiamo davanti agli elettori, andiamoci tranquilli e, soprattutto, andiamoci per vincere. Abbiamo mobilitato il nostro popolo, lasciamo perdere i cavilli e i ricorsi».

Due posizioni apparentemente inconciliabili, si dirà, ma c'è un però. Emma Bonino con il loro appoggio rischia di farcela ad essere eletta governatrice del Lazio. Quindi, evitare rotture. Bersani si permette addirittura di liquidare come «cavilli» la battaglia di legalità dei radicali, un azzardo che una volta avrebbe suscitato le ire di Pannella, mentre l'altro giorno solo sorrisi e abbracci per il segretario del Pd che candida Emma e ha la pazienza di ascoltare un'ora di discorso dell'anziano leader radicale.

Ufficialmente i radicali restano sulla linea del rinvio delle elezioni in tutte le regioni e con uno scatto d'orgoglio si sono rifiutati di esserci sabato, ad una manifestazione che ha tutt'altro obiettivo che la legalità, ma se un piede è fuori, allo stesso tempo cercano di tenerne uno dentro Piazza del Popolo. Ci sarà la Bonino, infatti (la cui presenza è «doverosa per serietà», essendo sostenuta da tutta la coalizione di centrosinistra presente sabato). Pannella fa bene a sottolineare «Emma una di noi», perché altrimenti non ci si crederebbe. Quella che interessa ai loro alleati, e che purtroppo hanno servito con le loro ultime denunce e i loro ricorsi, è una legalità a metà, per escludere solo le liste del centrodestra. Così il "caso Italia" diventa il "caso mezza Italia".

Wednesday, March 10, 2010

Giallo sulle due versioni e Pd nella trappola Di Pietro

La versione ricostruita dal Tar del Lazio nell'ordinanza in cui respinge la richiesta di sospensiva avanzata dal Pdl contro la sua esclusione, di cui riporto questo passaggio (fonte: Ansa)...
«... al momento della scadenza delle ore 12, e della conseguente delimitazione dell'area di attesa, erano presenti per consegnare la documentazione prescritta solo quattro delegati di lista, tra i quali non figurava alcun delegato di parte ricorrente, e che solo dopo più di mezz'ora un delegato di parte ricorrente cercava di accedere alla predetta area, al fine di poter consegnare la lista e solo dopo le ore 12:30 veniva individuato all'interno dell'area di attesa un plico incustodito...»
... e la versione del Pdl, secondo la ricostruzione minuto per minuto degli eventi resa da Berlusconi in persona nella conferenza stampa di stamattina. Sull'inapplicabilità, secondo il Tar, del decreto interpretativo del governo mi sono già soffermato (mi pare quanto meno dubbia). Non sapremo probabilmente mai cosa è davvero successo negli uffici del tribunale di Roma intorno alle 12 di quel maledetto sabato, mentre è certo che non poteva essere impedito ai delegati del Pdl di presentare la loro lista anche con quaranta minuti di ritardo, pur verbalizzando l'avvenuta consegna oltre i termini della documentazione. Ciò ha impedito al Pdl di fare ricorso contro l'eventuale esclusione per presentazione oltre i termini. In quel caso, avrebbero dovuto giustificare il loro ritardo, mentre adesso devono dimostrare lo scatolone che avevano con sé conteneva tutta la documentazione necessaria. Il che rende la questione molto complicata.

Un passaggio interessante della ricostruzione di Berlusconi è il seguente (fonte: il Velino):
«Ore 14,15: convinto dell'arbitrarietà dell'intimazione Abrignani insisteste vigorosamente, ma viene chiamato dal Prefetto di Roma che lo invita a desistere da ogni azione di forza tesa ad ottenere comunque l'ingresso in cancelleria. Il prefetto asserisce di aver avuto dal presidente dell'ufficio centrale circoscrizionale dottor Durante precisa assicurazione che tutto sarebbe stato sanato a seguito di un ricorso, che consigliava di presentare tempestivamente allo stesso ufficio».
Alla luce dell'ordinanza del Tar, e delle ultime sentenze del Consiglio di Stato (in cui si parla in effetti di presenza nell'edificio e non nella fila, né di strisce), qualcosa mi dice che c'è ancora possibilità che il Consiglio di Stato riammetta la lista del Pdl per la provincia di Roma... Nel frattempo, Berlusconi ha fatto benissimo - era ora - a mettere in secondo piano i ricorsi e a tornare alla politica, alla campagna elettorale, confermando per il 20 marzo una manifestazione nazionale «non di protesta ma di proposta». Non dovrebbe quindi riguardare il diritto di voto, se non marginalmente, ma un patto dei 13 candidati governatori con i cittadini.

E' una «trappola» invece, come osserva Angelo Panebianco sul Corriere della Sera, quella in cui si è infilato il Pd con la manifestazione di sabato. Il Pd avrebbe potuto approfittare dell'autogol del Pdl e dire «accertato che i nostri avversari sono dei pasticcioni, noi che abbiamo a cuore la sorte della democrazia e che non possiamo accettare che una competizione democratica venga svuotata di significato per assenza del nostro principale antagonista, sosterremo le scelte che farà il presidente della Repubblica per sanare questa anomala situazione». Invece, essendo un partito che si fa dettare l'agenda politica dai «giornali di riferimento» e da Antonio Di Pietro, sabato assisteremo al «pasticcio politico» del Pd, «summa e specchio di tutte le sue debolezze».

Il rischio che dalla manifestazione di sabato si levi una contestazione anche nei confronti del capo dello Stato, per la firma al decreto interpretativo del governo sul caos liste, e persino nei confronti del Pd, non è affatto scongiurato. Anzi, a sentire Antonio Di Pietro («parlerò eccome, ci mancherebbe» e «ribadirò che l'arbitro ha sbagliato»), c'è da aspettarselo. La reazione del Pd «ha già consentito al centrodestra, responsabile del pasticcio, di fare la vittima e di ergersi a difensore del presidente della Repubblica». E sabato concederà a Di Pietro una vetrina da «leader morale dell'opposizione».

Sunday, March 07, 2010

Napolitano ci ha messo la faccia, gli altri l'hanno persa

Tutti dovrebbero fare i conti con questa realtà. Nella spiegazione che ha fornito della sua firma al decreto "interpretativo" sul caos liste, il presidente della Repubblica non solo chiarisce che il testo presentatogli «non ha presentato a mio avviso evidenti vizi di incostituzionalità», ma mostra di condividerne il merito, o quanto meno di aver condiviso con il governo l'esigenza di un intervento legislativo, laddove spiega che si trattava di «garantire che si andasse dovunque alle elezioni regionali con la piena partecipazione dei diversi schieramenti politici» e sottolinea che «non era sostenibile che potessero non parteciparvi nella più grande regione italiana il candidato presidente e la lista del maggior partito politico di governo». Non era sostenibile. Diversamente dalle opposizioni Napolitano ha ritenuto opportuno un intervento, ha riconosciuto che in gioco c'era «il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi». Dunque, se non il merito, almeno l'opportunità del decreto l'ha condivisa.

Per il capo dello Stato inoltre la soluzione avallata tutela entrambi gli interessi o beni coinvolti («il rispetto delle norme e delle procedure previste dalla legge e il diritto dei cittadini di scegliere col voto tra programmi e schieramenti alternativi»), e «non si può negare che si tratti di beni egualmente preziosi», sottolinea. Ha chiarito inoltre che qualsiasi soluzione avrebbe «pur sempre dovuto tradursi in soluzione normativa», e che dati i tempi ristretti «quel provvedimento non poteva che essere un decreto legge». Rispetto alle ipotesi riapertura dei termini, o rinvio, prospettategli giovedì sera da Berlusconi, quelle sì a forte rischio incostituzionalità, Napolitano ha insistito per un intervento che non cambiasse le regole in corsa. E l'ha ottenuto.

Nel messaggio si è poi voluto togliere due sassolini, uno dalla scarpa sinistra e una da quella destra. Laddove scrive che «certo sarebbe stato opportuno» un accordo bipartisan, ma fa notare quanto ciò sia difficile «ancor più in clima elettorale», non si può non vedere una frecciatina al Pd, che ad un confronto con il governo e con il Colle su una questione delicatissima, di fair play e correttezza del voto, ha preferito la propaganda, non resistendo alla tentazione di provare a "vincere facile". Laddove scrive che «un effettivo senso di responsabilità dovrebbe consigliare a tutti i soggetti politici e istituzionali di non rivolgersi al Capo dello Stato con aspettative e pretese improprie, e a chi governa di rispettarne costantemente le funzioni e i poteri» ce l'ha con Di Pietro e ovviamente con Berlusconi, per il «teso incontro» di giovedì sera. Ma il fatto che nonostante il duro scontro di giovedì, ai limiti della rottura, con Berlusconi, Napolitano abbia comunque firmato un decreto che aiuta a risolvere il problema liste, ciò la dice lunga da un lato sull'onestà intellettuale e la correttezza del presidente, dall'altro sulla necessità e urgenza dell'intervento. Evidentemente Napolitano ha ritenuto davvero in pericolo il diritto di voto di milioni di cittadini e non gli è importato nulla né dell'arroganza di Berlusconi né della contrarietà della sinistra.

Il Pd non può quindi trincerarsi, per distinguersi dalla reazione di Di Pietro contro Napolitano, dietro il fatto che firmando il presidente si limita a un primo controllo di costituzionalità e non è politicamente responsabile nel merito del decreto. Ciò è senz'altro vero, ma indubbiamente Napolitano ci ha messo la faccia, e con la sua spiegazione lo rivendica con un coraggio e una trasparenza di cui gli va dato merito. Davvero si è dimostrato presidente di tutti. O il decreto è incostituzionale, un "golpe", e allora di una gravità inaudita che coinvolge anche Napolitano, come sostiene Di Pietro, oppure non lo è. In ogni caso emerge tutta la contraddittorietà della posizione del Pd, che da una parte fa ricorso alla piazza e alza le barricate, pronuncia parole e mette in atto iniziative da allarme democratico, come si farebbe per contrastare l'instaurazione di un regime; dall'altra pretende di lasciar fuori da tutto questo Napolitano.

Ancor più insostenibile, se possibile, la posizione dei radicali. Da una parte pretendono di denunciare l'illegalità generalizzata, sistematica e strutturale, di queste elezioni, fino a chiederne il totale annullamento, dall'altra scendono in piazza e si candidano con chi è convinto che il caos liste è tutta colpa dell'incapacità del Pdl a raccogliere le firme. Insomma, di questo "regime" partitocratico sono corresponsabili e coautori centrodestra e centrosinistra, come hanno sempre sostenuto loro, oppure il problema è il "dittatore" Berlusconi, come sostiene Di Pietro? La candidatura della Bonino soffre di questa contraddizione. Da candidata ha il dovere di contrapporsi a Berlusconi e al centrodestra, di gioire ed avvantaggiarsi dell'esclusione delle liste avversarie, ma come radicale non può che denunciare un'illegalità che riguarda tutti. Ha mai chiesto a Bersani se fosse d'accordo con l'annullamento delle elezioni per poter sanare le illegalità e cambiare le regole? Bersani avrebbe chiamato il premier per proporgli questa soluzione? Un rinvio, nella versione proposta da Berlusconi a Napolitano, o l'annullamento versione radicale, sarebbero stati ancor più contrastati dalla sinistra, e forse a questo punto quelli sì incostituzionali. Non prendiamoci in giro. I radicali hanno piegato la loro battaglia di legalità agli interessi di una parte; al di là delle intenzioni l'hanno resa uno strumento di lotta politica a danno di uno solo dei due schieramenti, e in tutto questo la loro lettura della realtà italiana va a farsi friggere.

E veniamo al centrodestra. Che pagherà un prezzo politico pesante per il disgusto suscitato, anche nei suoi elettori, prima dalla sciatteria e dall'inefficienza dimostrata dal Pdl, poi dalla sensazione che per rimediare ai suoi errori sia stato determinante un "aiutino" calato dall'alto e in corsa. Anche se l'"aiutino" non è stato necessario per la riammissione del "listino" Formigoni. Il Tar della Lombardia infatti ha deciso a prescindere dal decreto, gettando un'ombra sinistra sull'operato della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano, che una volta ammessa la lista non doveva più pronunciarsi su di essa, non aveva più alcun potere di intervento, e quindi non doveva neanche accogliere le pretese accampate contro le liste ammesse nel ricorso dei radicali, titolati a ricorrere solo contro la loro esclusione. Tecnicamente non si tratta neanche di una riammissione. Per il Tar Formigoni è sempre stato in corsa, dato che l'autorità che l'ha escluso non poteva farlo. Perché allora il governo ha voluto fare il decreto interpretativo prima della pronuncia del Tar lombardo? Salvare il Pdl a Roma, la cui riammissione è molto più difficile, era questo il vero scopo. Una volta riammesso Formigoni e la coalizione in Lombardia, infatti, la Lega non avrebbe più sostenuto la necessità di un intervento, e riguardando l'esclusione di una sola lista - sia pure maggioritaria - e non un intero schieramento e un candidato presidente, non sarebbe apparsa tale neanche a Napolitano.

Il prezzo per salvare il Pdl romano, sempre che il decreto basti, sarà alto. Di quanto potrà essere attenuato dipenderà dalla decisione del Tar laziale lunedì e dalla capacità di Berlusconi di spiegare ai cittadini cosa è successo. Accanto alla dabbenaggine dei dirigenti del Pdl locale, infatti, è anche vero che c'è stato un abuso di potere. Doveva essere consentita infatti la presentazione della lista anche fuori dai termini. La mancata presentazione ha impedito al Pdl di esercitare un diritto: quello di far valere nelle sedi competenti i motivi del suo ritardo. Mentre più emergono particolari sul caso Formigoni (fin dall'inizio avevo scritto che mi "puzzava"), più viene fuori non solo l'illegittimità dell'esclusione, come sancito dal Tar, ma anche la parzialità ai suoi danni della condotta della commissione elettorale della Corte d'Appello di Milano. Altro che inefficienza, nel caso Formigoni!

Thursday, December 17, 2009

Il nodo resta Di Pietro, il Corriere chiede al Pd di rompere

Mentre il Pdl offre a Pd e Udc un «patto democratico» che «segni chiaramente i confini della normale dialettica politica», apra una stagione di «legittimazione reciproca», conducendo all'«abbandono di ogni scorciatoia giudiziaria», e di riforme costituzionali, e il Pd risponde positivamente, seppur ribadendo i «confini» del «no alle leggi ad personam e sì a un confronto in Parlamento sulle riforme», di tutta evidenza il nodo resta l'alleanza con Di Pietro. L'ex pm continua a ripetere, ieri a L'Unità, che «in Italia c'è il fascismo». Si appunta la medaglia di «resistenza», anche se dalle sue parole si potrebbe intendere che «resistenza» sia anche quella di Tartaglia, l'aggressore di Berlusconi in Piazza Duomo. A suo avviso infatti «si scambia la vittima per l'aggressore», ma «quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza».

Se la Repubblica non dà segnali di tregua, dal Corriere della Sera, tramite l'editoriale di Angelo Panebianco in prima pagina, giunge all'indirizzo del Pd - credo per la prima volta in modo esplicito - la richiesta di rompere l'alleanza con Di Pietro. L'editorialista del Corriere non si nasconde che per il Pd rompere con Di Pietro richiede una forte leadership ma soprattutto una «complessa operazione politica»:
«Un'operazione che implica sia la resa dei conti con il "dipietrismo interno" al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica. Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra».
Secondo Panebianco, Bersani «ambirebbe a portare il Pd fuori dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano» e a dare al partito «un chiaro profilo riformista», ma si preoccupa anche di «non perdere consensi».
«Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd un'operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa».
Non potrebbe essere spiegato meglio. Ma è qui, conclude Panebianco, che «entra in gioco la questione della leadership». O per lo meno dovrebbe.
«Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra».
Sono queste le parole che Panebianco vorrebbe sentir pronunciare da Bersani, ma confesso di nutrire ben poche speranze in proposito. Ha ragione Gianni De Michelis, quando al Corriere dice che «l'unico modo per salvare questo Paese è isolare Di Pietro», suggerendo che se «l'hanno fatto in Francia con Le Pen, che aveva molti più voti, devono farlo anche con lui che non è un soggetto compatibile con lo stato di diritto». Intanto, stiamo per entrare nella campagna per le regionali, quindi dubito che il rasserenamento reggerà dopo la fine delle festività natalizie. Il vero banco di prova sarà dopo le elezioni regionali. A quel punto, se dovesse trovarsi di fronte all'ennesima debàcle, il Pd potrebbe trovare la forza per dialogare sulle riforme e/o per rompere con Di Pietro, ma non c'è da illudersi troppo.

E se D'Alema promuove Bersani confermando disponibilità (sulle riforme) e paletti, pur mettendo sullo stesso piano quelli che chiama gli «opposti populismi», quello di Berlusconi e quello di Di Pietro, «speculari» e che «si alimentano a vicenda», Casini sgomita e sente che la possibile ripresa del dialogo tra Pd e Pdl potrebbe marginalizzare l'Udc: «Questo - spiega a la Repubblica - è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Noi vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana». Ma torna anche a rilanciare l'idea di «un fronte legalista» Pd-Udc se il Pdl tentasse di «strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento». L'ipotesi "frontista" di Casini non è poi così lontana da Di Pietro che definisce «fascista» questo governo, eppure sembra conservare la patente di "moderato".

Monday, December 14, 2009

Le radici dell'odio

L'aggressione di ieri a Berlusconi è l'ulteriore dimostrazione - ma chi se ne è già accorto non aveva bisogno di conferme e chi si ostina a non riconoscerlo non c'è speranza che lo faccia ora - che in Italia l'unica istituzione "a rischio", cui spesso le altre istituzioni e i partiti di opposizione mancano di «rispetto» (lo stesso che Fini invoca ad ogni occasione per bacchettare il premier), è quella del governo nella figura e nella persona del presidente del Consiglio. Se infatti l'aggressore è risultato uno squilibrato che ha agito presumibilmente in solitudine, tuttavia per sua stessa ammissione è stato mosso da un'ostilità politica e non si può certo ritenere una casualità il fatto che abbia deciso di agire ieri sera, al termine cioè di due settimane in cui il clima di demonizzazione - per mezzo stampa, tv e procure - nei confronti di Berlusconi ha raggiunto forse i livelli più alti di questi ultimi quindici anni.

I "cattivi maestri" che avvelenano il clima e negli anni intere generazioni, armando esaltati e squilibrati, o gruppi di facinorosi, fornendo loro coperture politiche e intellettuali, sono da sempre numerosi in Italia. L'anomalia italiana - non ci stancheremo di ripeterlo - non è Berlusconi, ma un'offensiva mediatico-giudiziaria antidemocratica, che trova in Parlamento la sponda di Di Pietro e il tacito e vile assenso del Pd-Pds, volta a delegittimare con ogni mezzo il premier dipingendolo come dittatore e mafioso. Gli artefici di questo clima li conosciamo tutti. Da la Repubblica alle procure di Milano e Palermo; da Il Fatto quotidiano ad Annozero.

Mentre Berlusconi non fa altro che denunciare questo stato di cose, constatare che tre presidenti di sinistra hanno determinato uno squilibrio a sinistra nella Consulta, nei suoi confronti si scatena una delegittimazione e una demonizzazione costante a cui lavorano da anni pezzi di un ordine - non di un potere - dello Stato, sottraendo il loro impegno alla vera lotta alla criminalità organizzata. Il meccanismo è fin troppo evidente: magistrati politicizzati forniscono elementi che si riveleranno falsi o senza alcun riscontro, ma che vengono "lavorati" dal Partito Repubblica, dai Travaglio, dai Santoro, dai Di Pietro, e dati in pasto ad ampi settori, seppur minoritari, di opinione pubblica disposti a crederci. Se in linea teorica è ammissibile, per esempio, cioè può capitare, che un pentito di mafia accusi il premier, è tuttavia inammissibile che un'accusa di questa gravità sia portata in un'aula di tribunale priva di qualsiasi riscontro. Ed è inammissibile che rimanga sospesa per giorni, settimane e mesi senza alcun riscontro, senza che il procuratore che ha deciso di concederle quella tribuna sia chiamato a risponderne.

Su quanti, e perché, sono disposti a crederci, si potrebbe aprire un'indagine psico-sociologica, ma in grandi linee a me pare che si tratti di drogati in cerca di dosi sempre più massicce d'odio per alleviare le loro frustrazioni esistenziali. Per molti di loro l'ossessione per Berlusconi deriva dalla frustrazione di aver visto l'ideologia a cui hanno consacrato tutta la vita crollare come un castello di carte, sostituita solo da vaghe pulsioni anticapitalistiche e moralistiche. Imbevuti di varie dottrine antidemocratiche non riescono ad afferrare e ad accettare il senso più profondo della democrazia. Sono convinti che il governo del Paese spetti di diritto ai moralmente e antropologicamente superiori, cui naturalmente ritengono di far parte. Non riescono quindi a risolvere l'inevitabile contraddizione che si apre, e sempre più si allarga, tra la loro malsana idea di democrazia e la democrazia reale, che conduce sistematicamente a esiti opposti, per loro inconcepibili prim'ancora che inaccettabili. Da qui frustrazione, ossessione e violenza.

Era prevedibile che Di Pietro sostenesse che il premier se l'è cercata. Meno prevedibile, ma non sorprendente, che alle sue parole si associasse in pratica la presidente del Pd, Rosy Bindi. Inutili le prese di distanza dei leader del Pd dall'ex pm, che solo pochi giorni fa evocava la possibilità di un'azione violenta contro Berlusconi. Il problema politico rimane, dal momento che il Pd si ripresenterà dinanzi agli elettori alleato con Di Pietro. Prima il problema era Bertinotti, che costringeva l'Ulivo in una coalizione troppo vicina all'antagonismo no global, dalla politica economica contraddittoria e, quindi, incapace di governare. Veltroni ha sì liberato il Pd da Bertinotti, ma sostituendolo con Di Pietro. Di fatto quindi il Pd continua ad essere schiavo di un alleato incompatibile con il governo del Paese, a cui per altro ha regalato le chiavi dell'opposizione.

Quanti anni passeranno ora prima che il Pd riesca a liberarsi anche di Di Pietro? Non importano i distinguo dei suoi leader. Finché rimarranno alleati di Di Pietro e succubi del Partito Repubblica, finché si consoleranno della loro irrilevanza con i guai giudiziari di Berlusconi, perché tutto sommato servono a tenerlo sotto scacco, rimarranno schiavi del dipietrismo e, ciò che è più grave, dell'antiberlusconismo della loro base e dei loro quadri intermedi.

Inconsapevolmente o meno anche Fini e Casini si sono prestati a questo tipo di operazioni. Il presidente della Camera non perdendo occasione per richiamare il presidente del Consiglio al «rispetto» delle altre istituzioni, anche quando era evidente che da quelle partivano attacchi illegittimi contro il governo; Casini recentemente ha addirittura lanciato la proposta di un fronte democratico contro Berlusconi, sottintendendo l'idea pericolosissima, e falsa, che sia un dittatore da cui liberare l'Italia. C'è da chiedersi se il vero fronte, o piuttosto argine democratico, non sia invece dalla parte di Berlusconi. Qui l'unica dittatura che rischiamo è quella di certe procure che cercano di delegittimare, e quindi far cadere, governi scelti democraticamente. Siamo costantemente sull'orlo del golpe giudiziario, come nel 1994, e ieri sera siamo andati vicini all'eliminazione fisica del presidente del Consiglio voluto dalla maggioranza degli italiani. E' ora di riconoscere dove sono i nemici della democrazia.

Riguardo la falla nel sistema di sicurezza che dovrebbe proteggere il premier mi sembra dica tutto Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera. E d'altra parte, già dalle immagini di ieri in televisione mi era sembrato incredibile che subito dopo l'aggressione l'auto con dentro il premier ferito non sfrecciasse via a sirene spiegate ma rimanesse lì in mezzo alla folla, anzi bloccata dalla folla, con chiunque che poteva tranquillamente sbirciare all'interno. Rivedendo le immagini dell'aggressione si vede distintamente Tartaglia mimare due o tre volte il lancio della statuetta per prendere la mira e darsi lo slancio, ma nessuna delle guardie del corpo lo ha notato, perché tutte erano rivolte verso il premier e non verso la folla, come il buon senso richiederebbe in tali circostanze. Per non parlare del precedente del tiro del treppiedi nel 2004 e del gruppo di violenti contestatori cui ieri era stato permesso di avvicinarsi al premier. Se qualche giornale volesse fare della dietrologia si dovrebbe chiedere come mai ieri sera Berlusconi appariva solo e indifeso in piazza Duomo, e se si sia trattato di semplice dilettantismo o di qualcos'altro di più preoccupante. Se invece di una statuina l'aggressore avesse avuto una pistola, lo avrebbe quasi certamente ucciso. Avrebbe retto la nostra fragile democrazia?

Wednesday, August 19, 2009

Il Pd non riuscirà a liberarsi di Di Pietro

Ho fatto bene, ieri, a non dar peso alla presa di distanza di Bersani da Di Pietro, così netta che sembrava rivelare una voglia di rottura nell'aspirante segretario del Pd. Voglia che forse sente crescere dentro di sé, come molti nel Pd, ma che non si può permettere politicamente. Ebbene, spinto da alcuni colleghi di partito e dall'avversario Franceschini, lesto ad approfittarne («L'avversario del Pd si chiama Berlusconi. Non Di Pietro»), oggi Bersani si è rimangiato tutto: «Mi pare di aver detto delle cose chiare: sono lontano da ogni ipotesi di esclusività del ruolo del Pd. Voglio lavorare per la costruzione di un'alternativa, aprendo il dialogo con tutte le forze dell'opposizione».

Rispetto a Franceschini, certamente Bersani, da uomo di D'Alema, prova una certa insofferenza per l'ex pm e coltiva l'idea di un Pd perno centrale di una coalizione con l'Udc e la Sinistra radicale, all'interno di un sistema elettorale "tedesco". Ma non troverà il coraggio di proporre al suo partito la rottura con Di Pietro, di cui molti elettori del Pd condividono l'estremismo antiberlusconiano. Per i candidati leader il tema è scomodo e non amano pronunciarsi univocamente, ma ormai s'è capito: l'alleanza con Di Pietro s'ha da fare. Chi più chi meno turandosi il naso.

Thursday, July 02, 2009

Il nuovo che sa già di vecchio

Già alcune settimane fa vedevo la Serracchiani «in via di assorbimento». Dopo l'intervista a la Repubblica in cui ha annunciato di schierarsi con Franceschini, definito addirittura «simpatico», mi pare che la neo europarlamentare abbia perso ogni aspetto di novità. Probabilmente senza neanche rendersene conto è già rientrata nei vecchi schemi e nelle vecchie logiche, che le fanno dire che «un terzo candidato servirebbe oggi soltanto a frammentare».

Non si capisce come una come lei, o per come si è fin qui descritta, possa trovare Bersani un «uomo d'apparato, linguaggio compreso», e Franceschini no. Dei grandi temi chiamata a indicare dall'intervistatore ne cita quattro e due sono - udite udite la novità - «la questione morale, il conflitto d'interessi». Ora si è capito come vuole che il Pd batta la concorrenza di Di Pietro: non chiudendo ogni rapporto e cambiando strada, ma superandolo sul suo terreno, cosa che se non altro per i toni "riscaldati" dell'ex pm, il Pd non riuscirebbe mai a fare.

Almeno la Serracchiani le differenze tra Bersani e Franceschini le ha trovate, il problema è che non se ne vedono più tra lei e Franceschini.

Monday, June 08, 2009

Il PdL torna sulla terra; Pd, crollo annunciato

E' incredibile il modo in cui i principali quotidiani hanno aperto le loro prime pagine questa mattina. L'impressione che si ricava dai titoli è che Pd e PdL siano accomunati nelle urne più o meno dallo stesso calo di voti («frenata», il termine usato da molti per entrambi i partiti). Ma c'è una grossa differenza tra un calo del 2,1%, però da un sontuoso 37,4%, e perdere il 7%, da un già deludente 33,1%. Esattamente la differenza che passa tra ciò che a mio parere si può definire un ritorno con i piedi per terra per il PdL, che si era illuso di potersi avvicinare alla soglia del 40% in una tornata elettorale che, tutti sapevano, si sarebbe caratterizzata per un forte astensionismo, e un crollo annunciato per il Pd - e che fosse annunciato non lo rende per questo solo una «frenata», un «calo», o un «giù».

Come al solito, ciò accade perché il confronto viene fatto più con le aspettative che con i voti reali delle precedenti elezioni (Politiche 2008; Europee 2004). Il risultato del PdL viene valutato rispetto alla più ottimistica previsione della vigilia (il 40-41% secondo la maggior parte degli istituti di sondaggi); mentre quello del Pd rispetto alla previsione più pessimistica (22-23%). Così si ricava una percezione totalmente distorta dell'esito delle elezioni.

La mia impressione è che per quanto riguarda il calo del PdL (rispetto alle Politiche 2008, non alle Europee 2004) abbia pesato soprattutto l'astensione (in particolare al Meridione e nelle Isole). In uscita, forse, anche una piccola quota di voto femminile per la vicenda Noemi. Ciò su cui vi invito a soffermarvi è l'impressionante forbice tra l'affluenza nelle circoscrizioni del Nord e del Centro e l'affluenza nella circoscrizione insulare. Che le regioni meridionali e insulari votano meno di quelle centrali e settentrionali è la norma in tutte le elezioni, ma questa volta la forbice si allargata in modo davvero notevole.

Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e Marche sono andate tutte abbondantemente sopra il 70%; lo scarto con la Sicilia (49%) è di oltre 20 punti; con la Sardegna (41%) addirittura di 30. Alle politiche del 2008, le stesse regioni del Nord e del Centro fecero registrare un'affluenza intorno all'84%, ma allora lo scarto con la Sicilia (75%) fu solo di una decina di punti, mentre con la Sardegna (72%) di 12 punti. La differenza nell'affluenza si è raddoppiata nel caso della Sicilia e quasi triplicata in Sardegna rispetto alle Politiche del 2008. Quindi, a livello nazionale ha pesato molto meno il voto meridionale e insulare, dove il PdL andava ben oltre il 40%. Possono aver influito negativamente il dissidio tra il PdL e l'Mpa di Lombardo e lo spostamento del G8 dalla Sardegna a L'Aquila. Questo da solo potrebbe spiegare a livello di peso percentuale lo spostamento di 2 punti dal PdL alla Lega.

Detto questo, rimane il fatto che aumenta più del doppio il distacco tra PdL e Pd (dal 4,3% al 9,2%); che insieme PdL e Lega prendono comunque il 45,5% (solo -0,2% rispetto alle politiche), mentre insieme Pd e Di Pietro il 34,1% (-3,4%); che in tutte le circoscrizioni e in quasi tutte le regioni (18 su 20) il PdL è primo partito; che il Pd è caduto in due "regioni rosse": in Umbria e nelle Marche è stato sorpassato dal PdL; che alla luce di questi dati e della maggiore affluenza, dalle amministrative potrebbero uscire sorprese amarissime per il Pd.

Un'ultima considerazione sull'assetto tendenzialmente bipartitico del sistema, che secondo me non esce indebolito da questi risultati. Bisogna infatti considerare fisiologico che entrambi i partiti maggiori risentissero del tipo di elezione: non essendo in gioco il governo del Paese, ma il lontano Parlamento europeo, gli elettori non si sono sentiti vincolati dal cosiddetto "voto utile". E' normale, quindi, che vi siano stati più voti in libera uscita verso Lega, Udc, Di Pietro, Pannella-Bonino, comunisti e verdi. E' accaduto in quasi tutti i paesi europei. Non canterei vittoria se fossi in Casini, insomma. Altrimenti bisognerebbe sostenere che in Gran Bretagna non c'è più il bipartitismo.

Ulteriori commenti e analisi, comunque, a una più attenta valutazione dei voti reali.

Wednesday, February 18, 2009

Fine corsa per una classe dirigente dissociata dalla realtà

Il brusco epilogo della corsa veltroniana (e forse anche del Pd) era scritto in quel magnifico, indispensabile libro di Andrea Romano, "Compagni di scuola", sulla classe dirigente dell'ex Pci. E' un testo fondamentale per capire il male profondo della sinistra italiana negli ultimi 20 anni.

Veltroni ha certamente commesso molti errori. Il più madornale l'aver imbarcato il giustizialismo dipietresco dopo aver annunciato che il Pd sarebbe andato "da solo". Un errore che ha sviluppato tutte le sue conseguenze negative proprio nel momento in cui il Pd avrebbe avuto più bisogno di agire libero da condizionamenti, cioè all'indomani delle elezioni.

Il fallimento di Veltroni non sta infatti nella sconfitta elettorale dello scorso aprile (ampiamente prevedibile e comunque a lui non imputabile), ma in quello che è venuto dopo. E' dall'opposizione, infatti, che i grandi leader combattono la battaglia per il rinnovamento del loro partito. Così ha fatto Blair, per citare solo l'esempio più vicino a noi e più eclatante. Ebbene, è qui che Veltroni ha fallito, gettando la maschera indossata in campagna elettorale, dimostrando di essere "riformista", e di aver usato la retorica del "nuovo", solo per necessità tattica, e non per convinzione profonda.

Una convizione e una determinazione - che sarebbero state necessarie per aprire all'interno del partito uno scontro di idee e di leadership aperto e trasparente - che d'altra parte da Veltroni non ci si poteva aspettare, proprio alla luce della sua biografia politica, perché anch'egli fa parte di quella classe dirigente, descritta nel libro di Romano, nata e cresciuta nel mito di Enrico Berlinguer. Un mito che continua a trasmettere come validi una quantità di principi bocciati e falsificati dalla storia, ritardando così qualsiasi cambiamento della sinistra.

Viste le brutte, Veltroni ha ripiegato nell'antiberlusconismo e nella presunta superiorità morale della sinistra, rifugio sicuro per tutte le stagioni ma coacervo di istinti e riflessi che non fanno una cultura di governo.

Su tutti i temi le posizioni del Pd di questi mesi, in cui Veltroni avrebbe dovuto inaugurare una stagione di rinnovamento interno, hanno ricalcato quelle dell'Ulivo all'opposizione tra il 2001 e il 2006. Solo che ormai la gente, anche il cosiddetto "popolo della sinistra", non ci crede più. Tanto che secondo autorevoli istituti di ricerca, alle scorse elezioni politiche per la prima volta si sarebbe verificato un consistente travaso di voti dal Pd direttamente al PdL, cioè dall'Ulivo a Berlusconi. Il problema è che in ogni dibattito che si apre, dai leader all'ultimo dei funzionari del partito tutti o quasi si schierano per la difesa dello status quo, al fianco di istituzioni del tutto screditate. E quanto più lo fanno con il massimo dell'enfasi e della retorica, tanto più agli occhi dei cittadini anche di sinistra appaiono dissociati dalla realtà.

Se si parla di riforma della scuola e dell'università, il Pd si appiattisce sulle posizioni conservatrici dei docenti e dei rettori, o dei sindacati degli insegnanti, in nome di principi altisonanti disattesi nella pratica. Ma tutti sanno che scuola e università non funzionano; se si parla di riforma della contrattazione collettiva, di lavoro o di pensioni, di pubblica amministrazione, il Pd appare imbarazzato e immobilizzato dalle posizioni anacronistiche della Cgil; se si parla di riforma della giustizia, si appiattisce sulle posizioni della magistratura, un'altra istituzione che i cittadini certo non amano.

Anche sul caso Englaro, anziché assumere una posizione nel merito, il Pd ha preferito nascondere le sue divisioni interne e il suo imbarazzo dietro una pretestuosa (e discutibile) difesa della Costituzione, impersonata addirittura da quella vecchia cariatide di Scalfaro. I cittadini non sono stupidi e si rendono conto che la carta ha bisogno di essere riformata, mentre il Pd appare come il cocciuto difensore della sua immodificabilità.

Grida vendetta sentir dire da Veltroni, che ha testardamente voluto l'alleanza con Di Pietro, senza scioglierla neanche quando ormai erano chiari i danni che arrecava al Pd, che la sinistra non deve più essere «salottiera, giustizialista e conservatrice».

Ma c'è un passaggio del suo discorso di commiato che rivela tutta l'inadeguatezza e i limiti persino culturali dell'ex segretario. Quando ha spiegato che Berlusconi «ha avuto i mezzi e la possibilità anche di stravolgere i valori della società stessa, costruendo un sistema di disvalori contro i quali bisogna combattere con coraggio», dimostra non solo di non aver compreso i motivi delle sconfitte elettorali, ma anche di avere una struttura mentale ancora fortemente ideologizzata che gli impedisce di rendersi conto di come funzioni davvero una società. Non è la politica a imporre, o a dover tentare di imporre alla società valori elaborati a tavolino, in una sorta di ingegneria sociale. Sono i valori che emergono dalla e nella società e in democrazia la politica li rappresenta.

E' ora di finirla con questa balla ideologica di Berlusconi che avrebbe "creato" un sistema di (dis)valori. Casomai li rapppresenta. E' questa supponenza e idealizzazione della politica che non permette al Pd di capire a fondo il concetto di rappresentanza e, di conseguenza, di risultare credibile come rappresentante.