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Wednesday, December 15, 2010

Sfatare il mito dei Black Bloc

L'Oscar degli articoli più vergognosi scritti in questi giorni sulla gestione dell'ordine pubblico nella giornata di ieri va a Fiorenza Sarzanini (Corriere della Sera), non nuova a imprese del genere. Così come vergognosa è la polemica sul finanziere ripreso con l'arma d'ordinanza in pugno e sui presunti "infiltrati". Ovviamente ci sono già le prime interrogazioni parlamentari, ma basterebbe guardare le immagini per capire come si sono svolti realmente i fatti. Da tutte le sequenze fotografiche, e dal video, disponibili in rete o sui giornali appare chiaramente che il finanziere protegge l'arma, uscita dalla fondina dopo essere stato scaraventato a terra e già privato di casco e altro, per impedire che gli venga sottratta anche quella.

E non manca ovviamente chi cerca di aumentare ulteriormente la tensione parlando di "infiltrati". La cosa grave è che il Pd, in uno stato confusionale e demenziale, e in piena deriva antagonista, è in prima linea con la Finocchiario (capogruppo al Senato), che si chiede chi ha pagato i presunti "infiltrati" invece di chiedersi chi pagherà i danni.

Ma torniamo alla Sarzanini, che prima di ieri si era lamentata per i Palazzi blindati e oggi, con il senno di poi, ha la faccia tosta di criticare il ministro Maroni («li avete lasciati fare»). Provate a immaginare cosa avrebbero scritto se fosse stato torto un capello a un "manifestante". Alla vigilia aveva accusato le forze dell'ordine e il ministro di contribuire ad alimentare la tensione adottando misure di sicurezza esagerate, ma nel contempo era lei stessa, che parlando di «zona rossa», richiamando quindi il G8 di Genova, le descriveva con evidente esagerazione.

Semplicemente le forze dell'ordine si sono organizzate per difendere le istituzioni democratiche da un assalto annunciato che si è puntualmente verificato. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi perché in Italia siamo così tecnologicamente arretrati da non dotarli di pallottole di gomma e taser. La triste verità con cui dobbiamo fare i conti è che in Italia neanche di fronte ai peggiori criminali, e neanche a difesa delle più importanti istituzioni democratiche, si è disposti ad accettare l'uso legittimo della forza e quindi assistiamo impotenti a giornate come quella di ieri. Con le mani legate dietro la schiena e i pochi mezzi a disposizione, forze dell'ordine e ministro hanno fatto davvero il massimo.

Già prima dei fatti di ieri Il Foglio aveva denunciato l'atteggiamento irresponsabile del Corriere, con riferimento proprio alla Sarzanini:
«L'allarmismo sull'ordine pubblico è un genere giornalistico che un tempo era riservato ai giornali d'opposizione più politicamente scalmanati, e di cui non si sentiva particolare nostalgia. E' probabile che i settori più estremisti puntino a creare incidenti, ed è doveroso evitarlo. Ma è davvero difficile vedere nella polizia un mostruoso apparato repressivo a difesa del governo. La libertà di manifestazione non sembra davvero in pericolo, e la democrazia ancor meno. La stessa Sarzanini ammette che i divieti sono indispensabili, per poi aggiungere che "se sono indiscriminati rischiano di ottenere l'effetto opposto". Anche gli allarmismi indiscriminati, per la verità».
Oggi Giuliano Ferrara si pone le domande giuste...
«Chi ha organizzato la canaglia squadrista contro il Parlamento? Chi ha promosso i suoi slogan, oltre che i suoi pullman? Chi ha creato lo stato emotivo teppistico per un attacco a freddo alla vita democratica, mandando allo sbaraglio giovanotti attempati e carichi di libidine violenta?»
... e arriva alle conclusioni sotto gli occhi di tutti:
«Una sinistra imbevuta ormai di bolsa ma aggressiva retorica anti-istituzionale, sulla scia di un ex poliziotto dalla vita difficile che lasciò tanti anni fa per una ambigua fuga verso la politica la magistratura, dopo aver contribuito in modo ancor oggi misterioso alla destabilizzazione della Repubblica dei partiti. E una borghesia priva di senno e di potere coesivo, che ha approntato il clima attraverso i suoi giornali, con una speciale menzione per la performance allarmistica e incitatoria del Corriere della Sera, che fingeva di scongiurare un clima giottino nel momento in cui lo fomentava tra le righe. Sotto il miserabile pretesto della "compravendita" di parlamentari si è scatenata una campagna di qualunquismo becero e di odio contro le istituzioni, e l'hanno chiamata "sfiducia dal basso" o "faremo l'inferno se il governo non cade". Una performance di sordido cinismo dalla quale la sinistra e i borghesi decaduti di un establishment intollerante e ambiguo non si risolleveranno tanto presto...».
IL MITO DEI BLACK BLOC - Infine, bisognerebbe anche sfatare una volta per tutte questo mito dei Black bloc. I Black bloc non esistono, nel senso che i media li chiamano in causa come entità misteriosa per depoliticizzare gli scontri, per evitare di spiegare chiaro e tondo all'opinione pubblica la loro natura politica, per tracciare una linea di confine netta tra violenti e i manifestanti pacifici. Una linea così netta che purtroppo non esiste. Basta ipocrisie: quelli che hanno provocato gli scontri di ieri non spuntano dal nulla, sono le frange più estreme e violente di una manifestazione, ma ne fanno parte e tutti gli altri ne sono nella migliore delle ipotesi consapevoli, nella peggiore complici un po' meno coraggiosi. E' una violenza tecnicamente "fascista", ma che culturalmente e politicamente trova origine nell'estrema sinistra e occorre dirlo chiaramente, perché sono i movimenti di sinistra che devono farci i conti e isolarla.

UPDATE ORE 15:48
Il ragazzo col giaccone chiaro additato come "agente infiltrato" (perché ripreso con delle manette in mano, probabilmente sottratte agli agenti), e che evidentemente ha tratto in inganno il Riformista e la Finocchiaro, pare sia stato arrestato: «Sono minorenne, sono minorenne», si giustificava il poveretto con gli agenti (quelli veri) che l'hanno fermato.

Friday, September 24, 2010

Alle comiche finiane/2

Lasciatemi dire, la ricostruzione di Bocchino ad Annozero, con tanto di agenti italiani, libici e russi, tutti a Saint Lucia a cercare di incastrare Fini, con l'aiuto di un certo Lavitola, e di un'agenzia di stampa, Il Velino, e gli articoli di oggi della Sarzanini e del "commissario Davanzoni" (che tra l'altro indicano in Capezzone il «proprietario» del Velino, mentre ha venduto la quota - di minoranza - che aveva, la primavera scorsa, e sarebbe stato facile accertarlo); ebbene, tutta questa ricostruzione (che Bordin questa mattina ha sintetizzato magnificamente «a metà tra un romanzo di Ken Follett e un film della Pantera rosa») mi conferma, almeno personalmente, che i finiani stanno alla frutta, alla disperazione. Brancolano nel buio. Se pensano che dietro alla presunta patacca ci sia "Il Velino", Vittorugo Mangiavillani, allora sono alla frutta. Ci sarà da ridere, diceva Fini da Mentana. No, caro presidente, già stiamo ridendo.

E questo a prescindere dall'autenticità o meno della lettera del ministro della Giustizia di Saint Lucia che attribuisce al "cognato" di Fini, Giancarlo Tulliani, la titolarità delle società off-shore acquirenti dell'immobile ex An di Montecarlo. Non ho alcun elemento per affermare che sia vera o falsa, ma è bene mettersi d'accordo subito su alcuni criteri fondamentali: se si dimostrerà un falso, allora siamo di fronte a qualcosa che si può chiamare "dossieraggio"; ma se è vera (e contattato dal Fatto quotidiano, il ministro ha detto: «E' vera»), bisognerà finirla con queste accuse e cominciare a parlare di scoop giornalistico, indipendentemente dalle fonti. Tra l'altro, siccome conosco l'agenzia e il giornalista di cui si parla, e ai quali si attribuisce un ruolo abnorme e surreale in questa vicenda, questo mi dà personalmente la misura delle cazzate che tutti i giorni - senza poter esserne avvertito come stavolta - scrivono certi giornalisti di certi giornali e su cui ruota tutto il dibattito politico. Il mondo politico e giornalistico di questo Paese è letteralmente impazzito, rincoglionito, tutti che giriamo come criceti in una ruota.

In questa vicenda fin qui poco chiara ci sono tuttavia alcuni punti fermi. Primo, Fini nel 2008 ha svenduto una casa del suo partito ad una società off-shore, ad un prezzo da lui definito congruo: 300 mila euro. Ora, a prescindere da valori fiscali e catastali, il presidente della Camera dovrebbe andarlo a spiegare a chi con enormi sacrifici compra a quel prezzo un modesto appartamento a Centocelle, Quarticciolo, Tor Bella Monaca, per rimanere nella periferia romana. A questo punto, sono tutti dei deficienti, se non se lo sono andati a comprare a Montecarlo? Secondo, lo svende a una società off-shore di uno dei Paesi su tutte le black-list anti-riciclaggio dei Paesi occidentali (come ha avuto la faccia tosta di ricordare Flavia Perina), con il rischio concreto che dietro ci siano come minimo evasori fiscali, se non la mafia stessa. Terzo, altro che "killeraggio" e "regime". E' evidente che la magistratura sta dimostrando totale disinteresse nelle indagini, al contrario dello zelo dimostrato in altre vicende. Di solito, sui giornali leggiamo anticipazioni di indagini, se non stralci di verbali; qui, stranamente, i giornali sono avanti e la Procura di Roma non riesce neanche a farsi mandare banali documenti dal Principato di Monaco. E quotidiani come Corriere e Repubblica, se si fosse trattato di Berlusconi o di qualcuno a lui vicino, c'è da scommettere che non avrebbero smesso di titolare fino alle dimissioni: "Tizio svende casa alla Mafia".

UPDATE ore 13:47 - Ecco la risposta di Mangiavillani alla Sarzanini:
«Le colleghe e i colleghi che hanno avuto l'amabile sensibilità di coinvolgermi, a prescindere, nello scontro fra Italo Bocchino e i giornali che da mesi indagano sulla vicenda legata alla casa di Montecarlo, dovrebbero indicarmi tempi e luoghi nei quali si sarebbe consumata la mia "amicizia" con il signor Pio Pompa. E ciò perché come ben sa anche qualche brillante signora, gaia frequentatrice di "certi ambienti", chi trova "certi amici" trova un tesoro e un'ottima tribuna dalla quale propalare affari e notizie preconfezionate».
UPDATE ore 18:44 - St. Lucia ha confermato ufficialmente l'autenticità del documento. Domani Fini esporrà in un video la sua verità. A prescindere dal merito del caso Montecarlo e dalle dimissioni (che io continuo a ritenere doverose per l'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica di presidente della Camera), a questo punto però Fini e finiani almeno una cosa dovrebbero farla: chiedere scusa ai giornalisti, ai servizi e a Berlusconi per le accuse di "dossieraggio". Solo questo, almeno questo. E forse qualcuno dovrebbe scusarsi anche con St. Lucia, su cui è stata fatta fin troppa ironia. Non conosco questa piccola isola caraibica, ma dai minimi indicatori istituzionali ed economici non mi pare un "Bananas" qualsiasi. Certo, se poi la teoria è "Berlusconi tanto si compra tutti", allora si può sostenere davvero di tutto...

Monday, May 24, 2010

Contro l'elogio del processo mediatico

Nel suo intervento di domenica scorsa sul Corriere Piero Ostellino mette bene in luce le autentiche aberrazioni che si leggono e si sentono in questi giorni contro il ddl intercettazioni, ricordando che «i processi, in uno Stato di diritto, si fanno in tribunale, non sui giornali, alcuni dei quali inclini, per ragioni editoriali o politiche, a fare strame della civiltà del diritto». Il ddl è criticabile per molti aspetti, infatti, ma sembra che più di qualcuno si sia fatto prendere la mano, arrivando addirittura a teorizzare un presunto diritto a imbastire processi mediatici, impedendo i quali, scrive Fiorenza Sarzanini, «si lede il diritto fondamentale degli indagati di difendersi anche davanti all'opinione pubblica».

Ecco fino a che punto siamo arrivati, all'impudenza di chiamare diritto un linciaggio. Capisco che la Sarzanini vede messa in pericolo una carriera da "buca delle lettere" delle Procure, ma informare il pubblico sull'andamento di un'indagine è cosa ben diversa dal pubblicare gli atti, coperti o meno da segreto, prima della conclusione delle indagini preliminari. Ancora peggio se si tratta di intercettazioni telefoniche, che per loro natura si prestano ad un gioco di taglia e cuci in grado di far apparire un farabutto anche il più puro tra di noi.

Personalmente, ritengo che contro la fuga di notizie bisognerebbe usare la mano pesante nei confronti dei magistrati e non dei giornalisti. Per esempio, sollevandoli automaticamente da un'inchiesta i cui atti coperti da segreto finiscano sui giornali. Sarebbe la punizione più temuta, ma purtroppo richiederebbe modifiche della Costituzione e si griderebbe subito all'attentato contro l'autonomia e l'indipendenza della magistratura.

Non sono comunque ammissibili i veri e propri elogi del processo mediatico che si leggono in questi giorni sul Corriere e su la Repubblica. Il punto è la pubblicazione di atti e intercettazioni già durante le indagini preliminari, a volte prim'ancora che un tale sia iscritto nel registro degli indagati. In una fase dell'azione giudiziaria, cioè, in cui l'unica versione è quella dell'accusa, di cui i giornali si fanno megafoni, anziché sottoporla a vaglio critico. Ricordiamo, infatti, che non esistono solo i Balducci, i Bertolaso, o gli Scajola, ma anche gli Stasi. Possibile che ai giornalisti non venga il sospetto di rendersi strumento di alcuni magistrati (se non complici di vere e proprie manovre politiche), anziché di informare correttamente i cittadini? Facendo trapelare aspetti suggestivi e pruriginosi quei pm montano la stampa, e di conseguenza l'opinione pubblica, contro i loro indagati, spesso per puntellare mediaticamente quadri probatori lacunosi e mettere sotto la pressione della piazza il giudice che dovrà decidere il rinvio a giudizio o meno.

Osserva Luca Ricolfi, su La Stampa:
«I giornalisti parlano come se oggi vigesse un regime di libertà di informazione, in cui i cittadini - grazie all'onestà intellettuale e al coraggio dei giornalisti - sono correttamente informati, in cui un'opinione pubblica avvertita e consapevole è in grado di esercitare il controllo democratico sul comportamento di eletti e amministratori, come spesso si sente ripetere. Ma non è così, i cittadini italiani vivono in un sistema dei media inquinato dalla faziosità e dalla leggerezza, spesso poco o mal documentato, comunque lontanissimo dagli standard degli altri Paesi democratici. E a proposito di intercettazioni: non è strano che negli altri Paesi se ne pubblichino così poche, nonostante il diritto dell'opinione pubblica di sapere sia assai più tutelato che in Italia? Non sarà che la democrazia è compromessa innanzitutto dal fatto che, sia pure con le dovute eccezioni... i nostri giornalisti indagano poco e si schierano troppo?»
E come fa notare anche Giuliano Ferrara, su Il Foglio...
«Chiunque legga una decina di giornali quotidiani o di settimanali stranieri, in lingua francese, tedesca e inglese, non è mai, si dica mai, mai nella vita, incappato nelle lenzuolate delle intercettazioni di cui si parla, che sono l'oggetto della contesa, che sono il succo dei pezzi e delle paginate pubblicate in italiano dai nostri giornali, e poi sceneggiate con doppiatori, nel modo più suggestivo e drammatico possibile, nelle trasmissioni televisive più sporcificanti del mondo. Mai. E perché? Perché altrove non si intercetta? Perché altrove non si delinque o non si indaga? No, Semplicemente per questo: perché altrove, anche dove esistono mafie e criminalità organizzate, anche dove accadono fenomeni di lobbying e di corruzione politica, non si usa pubblicare lenzuolate di intercettazioni come materiale per l'intorbidimento delle acque, per la grande sputtanopoli che tutto confonde in un generico e demagogico disprezzo per la vita privata delle persone pubbliche».
Lo scetticismo di Ferrara sul «destino» del ddl è anche il nostro, perché...
«Non c'è in Italia una ovvia caratura culturale di rispetto dei diritti della persona, sbattiamo la gente in galera per farla confessare, abbiamo le prigioni piene dì piccola gente in attesa di giudizio e ne siamo fieri, abbiamo liquidato in modo truffaldino una classe dirigente che aveva fatto la Costituzione e la Repubblica, e ora ci ritroviamo con il solito andazzo corruttivo e una pletora di magistrati politicizzati con la fregola del potere. Siamo un paese impazzito».

Monday, December 14, 2009

Le radici dell'odio

L'aggressione di ieri a Berlusconi è l'ulteriore dimostrazione - ma chi se ne è già accorto non aveva bisogno di conferme e chi si ostina a non riconoscerlo non c'è speranza che lo faccia ora - che in Italia l'unica istituzione "a rischio", cui spesso le altre istituzioni e i partiti di opposizione mancano di «rispetto» (lo stesso che Fini invoca ad ogni occasione per bacchettare il premier), è quella del governo nella figura e nella persona del presidente del Consiglio. Se infatti l'aggressore è risultato uno squilibrato che ha agito presumibilmente in solitudine, tuttavia per sua stessa ammissione è stato mosso da un'ostilità politica e non si può certo ritenere una casualità il fatto che abbia deciso di agire ieri sera, al termine cioè di due settimane in cui il clima di demonizzazione - per mezzo stampa, tv e procure - nei confronti di Berlusconi ha raggiunto forse i livelli più alti di questi ultimi quindici anni.

I "cattivi maestri" che avvelenano il clima e negli anni intere generazioni, armando esaltati e squilibrati, o gruppi di facinorosi, fornendo loro coperture politiche e intellettuali, sono da sempre numerosi in Italia. L'anomalia italiana - non ci stancheremo di ripeterlo - non è Berlusconi, ma un'offensiva mediatico-giudiziaria antidemocratica, che trova in Parlamento la sponda di Di Pietro e il tacito e vile assenso del Pd-Pds, volta a delegittimare con ogni mezzo il premier dipingendolo come dittatore e mafioso. Gli artefici di questo clima li conosciamo tutti. Da la Repubblica alle procure di Milano e Palermo; da Il Fatto quotidiano ad Annozero.

Mentre Berlusconi non fa altro che denunciare questo stato di cose, constatare che tre presidenti di sinistra hanno determinato uno squilibrio a sinistra nella Consulta, nei suoi confronti si scatena una delegittimazione e una demonizzazione costante a cui lavorano da anni pezzi di un ordine - non di un potere - dello Stato, sottraendo il loro impegno alla vera lotta alla criminalità organizzata. Il meccanismo è fin troppo evidente: magistrati politicizzati forniscono elementi che si riveleranno falsi o senza alcun riscontro, ma che vengono "lavorati" dal Partito Repubblica, dai Travaglio, dai Santoro, dai Di Pietro, e dati in pasto ad ampi settori, seppur minoritari, di opinione pubblica disposti a crederci. Se in linea teorica è ammissibile, per esempio, cioè può capitare, che un pentito di mafia accusi il premier, è tuttavia inammissibile che un'accusa di questa gravità sia portata in un'aula di tribunale priva di qualsiasi riscontro. Ed è inammissibile che rimanga sospesa per giorni, settimane e mesi senza alcun riscontro, senza che il procuratore che ha deciso di concederle quella tribuna sia chiamato a risponderne.

Su quanti, e perché, sono disposti a crederci, si potrebbe aprire un'indagine psico-sociologica, ma in grandi linee a me pare che si tratti di drogati in cerca di dosi sempre più massicce d'odio per alleviare le loro frustrazioni esistenziali. Per molti di loro l'ossessione per Berlusconi deriva dalla frustrazione di aver visto l'ideologia a cui hanno consacrato tutta la vita crollare come un castello di carte, sostituita solo da vaghe pulsioni anticapitalistiche e moralistiche. Imbevuti di varie dottrine antidemocratiche non riescono ad afferrare e ad accettare il senso più profondo della democrazia. Sono convinti che il governo del Paese spetti di diritto ai moralmente e antropologicamente superiori, cui naturalmente ritengono di far parte. Non riescono quindi a risolvere l'inevitabile contraddizione che si apre, e sempre più si allarga, tra la loro malsana idea di democrazia e la democrazia reale, che conduce sistematicamente a esiti opposti, per loro inconcepibili prim'ancora che inaccettabili. Da qui frustrazione, ossessione e violenza.

Era prevedibile che Di Pietro sostenesse che il premier se l'è cercata. Meno prevedibile, ma non sorprendente, che alle sue parole si associasse in pratica la presidente del Pd, Rosy Bindi. Inutili le prese di distanza dei leader del Pd dall'ex pm, che solo pochi giorni fa evocava la possibilità di un'azione violenta contro Berlusconi. Il problema politico rimane, dal momento che il Pd si ripresenterà dinanzi agli elettori alleato con Di Pietro. Prima il problema era Bertinotti, che costringeva l'Ulivo in una coalizione troppo vicina all'antagonismo no global, dalla politica economica contraddittoria e, quindi, incapace di governare. Veltroni ha sì liberato il Pd da Bertinotti, ma sostituendolo con Di Pietro. Di fatto quindi il Pd continua ad essere schiavo di un alleato incompatibile con il governo del Paese, a cui per altro ha regalato le chiavi dell'opposizione.

Quanti anni passeranno ora prima che il Pd riesca a liberarsi anche di Di Pietro? Non importano i distinguo dei suoi leader. Finché rimarranno alleati di Di Pietro e succubi del Partito Repubblica, finché si consoleranno della loro irrilevanza con i guai giudiziari di Berlusconi, perché tutto sommato servono a tenerlo sotto scacco, rimarranno schiavi del dipietrismo e, ciò che è più grave, dell'antiberlusconismo della loro base e dei loro quadri intermedi.

Inconsapevolmente o meno anche Fini e Casini si sono prestati a questo tipo di operazioni. Il presidente della Camera non perdendo occasione per richiamare il presidente del Consiglio al «rispetto» delle altre istituzioni, anche quando era evidente che da quelle partivano attacchi illegittimi contro il governo; Casini recentemente ha addirittura lanciato la proposta di un fronte democratico contro Berlusconi, sottintendendo l'idea pericolosissima, e falsa, che sia un dittatore da cui liberare l'Italia. C'è da chiedersi se il vero fronte, o piuttosto argine democratico, non sia invece dalla parte di Berlusconi. Qui l'unica dittatura che rischiamo è quella di certe procure che cercano di delegittimare, e quindi far cadere, governi scelti democraticamente. Siamo costantemente sull'orlo del golpe giudiziario, come nel 1994, e ieri sera siamo andati vicini all'eliminazione fisica del presidente del Consiglio voluto dalla maggioranza degli italiani. E' ora di riconoscere dove sono i nemici della democrazia.

Riguardo la falla nel sistema di sicurezza che dovrebbe proteggere il premier mi sembra dica tutto Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera. E d'altra parte, già dalle immagini di ieri in televisione mi era sembrato incredibile che subito dopo l'aggressione l'auto con dentro il premier ferito non sfrecciasse via a sirene spiegate ma rimanesse lì in mezzo alla folla, anzi bloccata dalla folla, con chiunque che poteva tranquillamente sbirciare all'interno. Rivedendo le immagini dell'aggressione si vede distintamente Tartaglia mimare due o tre volte il lancio della statuetta per prendere la mira e darsi lo slancio, ma nessuna delle guardie del corpo lo ha notato, perché tutte erano rivolte verso il premier e non verso la folla, come il buon senso richiederebbe in tali circostanze. Per non parlare del precedente del tiro del treppiedi nel 2004 e del gruppo di violenti contestatori cui ieri era stato permesso di avvicinarsi al premier. Se qualche giornale volesse fare della dietrologia si dovrebbe chiedere come mai ieri sera Berlusconi appariva solo e indifeso in piazza Duomo, e se si sia trattato di semplice dilettantismo o di qualcos'altro di più preoccupante. Se invece di una statuina l'aggressore avesse avuto una pistola, lo avrebbe quasi certamente ucciso. Avrebbe retto la nostra fragile democrazia?

Tuesday, October 21, 2008

Il filmato della vergogna



Sì, direte voi, si sono mobilitati gli "amici di Amanda". E' vero, ma anche il filmato mandato in onda dalla Nbc, fino a prova contraria, è vero ed è una bomba sul processo in corso. Proprio ieri si parlava dei troppi sopralluoghi che potrebbero aver inquinato le prove sulla scena del crimine. Qualcuno dovrebbe essere chiamato a dare delle spiegazioni.

E' triste constatare che agli occhi degli americani il nostro sistema giudiziario ha la stessa credibilità che ci sentiremmo di concedere noi al sistema giudiziario turco o a quello egiziano se un nostro concittadino fosse sotto processo in quegli stati. Facciamo sempre queste figure da Terzo Mondo.

Una cosa è certa: su quel filmato occorre fare estrema chiarezza e il Ministero della Giustizia dovrebbe subito aprire un'indagine per accertare (e sanzionare) eventuali responsabilità. In via cautelativa il caso Knox dovrebbe essere subito tolto ai pm che se ne stanno occupando.

UPDATE: l'articolo di Fiorenza Sarzanini, sul Corriere della Sera di oggi, è profondamente biased; appare ansiosa di prendere le difese degli inquirenti da cui prende le informazioni per i suoi articoli. La scelta di tirare in ballo i casi Cermis e Calipari - che non c'entrano nulla perché riguardavano responsabilità del governo Usa e non di una semplice cittadina - e il tono usato nei confronti di quella che viene definita una «lobby» che «assolda» rivela un pregiudizio negativo. Viene vissuto con insofferenza il fatto che le famiglie degli accusati si «muovano» per difendere i propri cari. Cosa che è nel loro pieno diritto, mentre nell'articolo lo si fa apparire alla stregua di un favoreggiamento e come una sorta di oscuro complotto "amerikano" contro l'Italia.

Gli esperti della difesa dei tre imputati «non hanno mai avuto nulla da eccepire», scrive la Sarzanini, anche se a me risulta che tutti gli avvocati contestino i rapporti della scientifica. La questione è semplice: è corretto infrangere i vetri di uno degli ingressi alla villetta? E' corretto prelevare tracce di sangue sul pavimento strofinando con una specie di fazzoletto, con il rischio di cancellare un'impronta? E' corretto prelevare tracce a capo e bocca scoperti? Non ho una risposta, ma qualcuno dovrebbe averla.