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Tuesday, October 08, 2013

Pacificazione non fa rima con deberlusconizzazione

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ciò che abbiamo previsto più volte nei mesi scorsi come effetto del perverso rapporto tra politica e magistratura sta cominciando a delinearsi. Non è tanto il fatto in sé dell'esclusione di Berlusconi dalle istituzioni, ma è il modo in cui sta avvenendo, il come è stato abbattuto, cioè per via giudiziaria, a generare un frutto amarissimo e gravido di conseguenze nefaste per la nostra democrazia.

Nessuno, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsene più di tanto. Non si tratta solo del cittadino e leader politico Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si stava esaurendo. Il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno. Non la sua successione, né la nascita di un centrodestra "moderno" ed "europeo" (a proposito, perché, la sinistra lo è?). Alcuni si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale e le carriere politiche di tutti potranno proseguire indisturbate. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia.

Sembra questa purtroppo anche l'illusione dei "diversamente berlusconiani". E cioè che la pacificazione, sotto i cui auspici era nato questo governo di "larghe intese", possa passare anche da questo, e cioè dalla "deberlusconizzazione" del centrodestra. Con un Pdl deberlusconizzato il Pd è disponibile a governare senza problemi, a deporre l'ascia di guerra e a fare le riforme. "The show must go on".

Ma il modo in cui è stato fatto fuori Berlusconi - la persecuzione per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla completa estromissione dalle istituzioni - rappresenta un monito, e allo stesso tempo un'ipoteca, su qualsiasi leadership futura. I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso e alla loro determinazione nel voler rompere lo status quo del paese - subiranno lo stesso trattamento. Detto in altre parole: non verranno demonizzati e perseguitati fintanto che appariranno "responsabili" (leggi subalterni e "conformati").

Questa non è una pacificazione, ma una resa culturale prim'ancora che politica. Significa arrendersi al fatto che saranno i magistrati, i giornali delle élite e la sinistra (proprio in questo ordine) a sceglierseli, a legittimarli, in modo che siano avversari da battere agilmente o al massimo da poter cooptare in un governo di coalizione. I molti applausi ricevuti dagli alfaniani in questi giorni, come due anni fa dai finiani, dovrebbero suonare come altrettanti campanelli d'allarme. Il guaio di operazioni come quella di Fini ieri, e probabilmente di Alfano oggi, è che pur essendo apprezzabile il proposito di andare politicamente oltre Berlusconi, mancano la forza, il coraggio, il "quid" di mostrarsi non subalterni alla sinistra e al pensiero mainstream. E non c'è da sorprendersi se poi gli elettori di centrodestra diffidano.

Come ha spiegato anche Galli Della Loggia domenica sul Corriere, Alfano non avrà futuro come leader del centrodestra, e non riuscirà a dar vita ad una destra "moderna" ed "europea", se, come Fini, non riuscirà a divincolarsi dalle lusinghe e dall'abbraccio ideologico della sinistra, ma ovviamente nemmeno una deriva "trogloditica" e "sovversiveggiante" può garantire un futuro al centrodestra.

Senza una leadership capace di rappresentare in modo vincente ciò che per loro Berlusconi ha rappresentato in questi vent'anni, gli elettori di centrodestra non dimenticheranno il Cav e non ci sarà una vera pacificazione nel paese, bensì una rancorizzazione permanente. Quella in corso, purtroppo, è una pacificazione per "deberlusconizzazione", per "damnatio memoriae" del nemico, dunque in realtà è una "neutralizzazione" del centrodestra, mentre in questa legislatura si sarebbe potuta/dovuta avviare una pacificazione con tutto ciò che Berlusconi ha rappresentato in questi anni per il suo elettorato. Questo è un paese a cui di fatto si vuole impedire di avere un centrodestra vincente. Al massimo, si tollera un centro subalterno, che la sinistra può a seconda delle circostanze usare come stampella o come oppositore di comodo, di "regime". Ciò significa che continuerà a non esserci alcun riconoscimento, alcuna legittimazione reciproca tra milioni di italiani di sinistra e milioni di italiani che di sinistra non si sentono. E' qualcosa che viene da prima di Berlusconi e che sopravviverà a Berlusconi, un odio profondo tra due Italie che continueranno a combattersi come nemiche anziché come avversarie.

Thursday, August 01, 2013

Comunque vada, condannata la nostra democrazia

Anche su Notapolitica

Qualunque sia la sentenza della Cassazione, che la condanna a Berlusconi venga confermata o annullata, con o senza rinvio, ormai il danno inferto alla nostra democrazia è irreparabile. Né l'uno né l'altro esito ormai basterebbero a ristabilire la credibilità della giustizia, e quindi della democrazia in Italia. Bisogna cominciare a chiedersi se questo paese sia riformabile per via democratica. Le burocrazie statali e locali, le alte magistrature, i poteri corporativi, il "partito della spesa" - trasversale, potendo ormai contare probabilmente anche su una maggioranza numerica nelle urne, tanti sono elettori e imprese che sopravvivono o prosperano di spesa pubblica - e infine il "partito delle procure", hanno dimostrato in questi anni di poter respingere o neutralizzare qualsiasi tentativo - attacco frontale o approccio sobrio - di cambiare gli equilibri politici nelle istituzioni che contano, e quindi qualsiasi cambiamento che andando oltre una mera manutenzione compromettesse l'assetto di potere esistente e l'enorme mole di denaro dei contribuenti che gli serve per sopravvivere.

Attenzione: non intendo dire che solo Berlusconi avrebbe potuto cambiare questo paese. Anzi, ha avuto la sua occasione e, fra tragici errori e formidabili attenuanti, l'ha mancata. Ma la storia di questi vent'anni, il "caso Berlusconi", ciò che gli è capitato da quando è "sceso in campo", come è stato combattuto - cioè, non politicamente, ma usando la via giudiziaria per estrometterlo dalla vita politica del paese, per impedirgli di rappresentare una metà degli italiani - pongono una serissima ipoteca sul futuro, sulla cosiddetta "Terza Repubblica". No, qui non si tratta di Berlusconi, il quale anzi, comunque andrà, quasi sicuramente potrà vantare una sorta di vittoria morale, continuando ad essere considerato il leader almeno simbolico di molti milioni di italiani nonostante il fallimento politico di non essere riuscito a cambiare l'Italia.

Si tratta di chi vorrà provarci dopo di lui. A prescindere dal giudizio di ciascuno di noi su Berlusconi, infatti, e dalle verità giudiziarie che emergeranno da questo o da altri processi, c'è un fatto politico inconfutabile per chiunque sia dotato di una minima onestà intellettuale: il "fumus persecutionis". Un fatto che ormai nemmeno l'annullamento della condanna da parte della Cassazione basterebbe a confutare. A questo punto siamo giunti. Probabilmente mai in tutta la storia dell'umanità sono stati mobilitati da parte di un potere pubblico così tanti mezzi - finanziari e umani - per un periodo così prolungato di tempo contro un sol uomo. Per incastrarlo, dal momento che in  gran parte le inchieste su Berlusconi non hanno preso avvio da una notizia di reato, ma da un pregiudizio di reato, partendo cioè dal presupposto che nelle innumerevoli attività e conoscenze di quest'uomo qualcosa di illecito doveva pur averlo commesso, e quindi nella convinzione che dilatando all'inverosimile le indagini, gettando ripetutamente una rete a strascico, qualcosa sarebbe comunque rimasto impigliato.

E forse sì, può darsi che alla fine qualche peccatuccio sia venuto alla luce. Ma quanti di noi sarebbero usciti perfettamente puliti dopo uno screening di tal portata e durata? Piuttosto, c'è da stupirsi che non sia emerso qualcosa di ben più grave di un incerto reato fiscale su una somma pari all'1% di quanto Mediaset ha comunque versato e di una incertissima concussione per ottenere di non far passare una notte in carcere a una ragazza minorenne. No: 41 processi in vent'anni, con un dispiegamento impressionante di mezzi giudiziari e mediatici, danno il senso di una persecuzione politica, di un accanimento giudiziario. Il sospetto che chi osa toccare, o anche solo pensare di toccare, certi fili (e certe "casse") muore, è più che fondato. Quanto meno molti italiani, una fetta non irrilevante, se ne sono ormai convinti.

Quasi tutti i commentatori, di ogni tendenza politica, concordano nell'osservare che questa sentenza non muterà di molto l'opinione degli italiani su Berlusconi. Scusate, ma vi pare normale? Se, in caso di conferma della condanna, una parte consistente di italiani continuerà a difenderlo e a considerarlo il suo leader, e se gli italiani che lo odiano non daranno comunque credito ad una sentenza di annullamento, e continueranno a ritenerlo colpevole, vuol dire che la giustizia nel nostro paese è del tutto screditata, che gli uni e gli altri in cuor loro sanno benissimo che si tratta di una giustizia politica. In nessuna democrazia, d'altra parte, un uomo politico sarebbe potuto sopravvivere politicamente non dico a una condanna, ma persino a una sola inchiesta di quelle subite da Berlusconi. A meno che.... A meno che non fosse chiaro all'opinione pubblica che il personaggio in questione è in realtà oggetto di una persecuzione. A meno di non credere che a milioni gli italiani, e di diverse generazioni, siano o totalmente rincretiniti o delinquenti, occorre cercare un'altra spiegazione.

Il guaio è che prima o poi Berlusconi passa, questa magistratura invece ce la teniamo. Gli italiani sono in qualche misura autorizzati ad essere assuefatti alla giustizia politica, al barbarismo mediatico, e alla guerra civile permanente. Sono giustificati se si preoccupano della terribile crisi che lo Stato ha interamente scaricato sulle loro spalle, ma dalla classe politica, almeno di centrodestra e liberale, è lecito aspettarsi una maggiore consapevolezza.

E invece i più "responsabili" del Pd sotto sotto si augurano l'assoluzione di Berlusconi, o almeno il rinvio, solo perché così il governo delle "larghe intese" può andare avanti e continuare ad occuparsi "responsabilmente" della crisi, e allo stesso tempo ammoniscono il Pdl: tenete separata la vicenda giudiziaria del vostro leader dalla sorte dell'esecutivo; Renzi continua a ripetere come un disco rotto che Berlusconi si augura di mandarlo in pensione alle elezioni, non in galera; e persino i berlusconiani, sia le "colombe" che i "falchi", mostrano di essere disposti a convivere, in fondo, con una magistratura che amministra in modo lento e inefficiente la giustizia, ma che mostra una celerità e una meticolosità stupefacenti quando si tratta di cacciare dalle istituzioni e dalla vita politica del paese il leader in cui si riconosce almeno un terzo degli italiani.

Le prime, le cosiddette "colombe", illudendosi di poter conservare oggi le proprie poltrone sotto l'ombrello del governo di "larghe intese" voluto da Napolitano, e un domani di poter proseguire le loro mediocri carriere all'insegna di un neo-centrismo marginale, del tutto inoffensivo, anzi funzionale allo status quo. Ma anche i secondi, i cosiddetti "falchi" del Pdl, che strepitano ostentando la certezza che la leadership di Berlusconi uscirà persino più forte in caso di condanna definitiva, mostrano di essere solo interessati ad ereditare una ridotta, una specie di Msi berlusconiano.

Nessuno, insomma, né a sinistra né a destra, sembra preoccuparsi più di tanto di ciò che significa per il paese, non solo per Berlusconi, un leader politico perseguitato per via giudiziaria dalla sua discesa in campo fino alla sua estromissione dalle istituzioni. E ripeto: non si tratta di Berlusconi, il cui ciclo politico comunque si sta esaurendo. Non è eterno, d'accordo, ma il modo in cui viene fatto fuori è la questione politica all'ordine del giorno oggi, non la sua successione. Alcuni liberali si illudono, purtroppo, che una volta superata l'anomalia Berlusconi, una volta fatto fuori, tutto tornerà normale. Anzi, spezzato questo incantesimo, questo perverso equilibrio per cui berlusconiani e antiberlusconiani si sorreggono a vicenda, si potrà persino riformare la giustizia. Nient'affatto, scordatevelo: si tratta di una magistratura che rivendica il potere, e se ne è ormai appropriata, di "selezionare" la classe politica. Che da ordine, come prevede la Costituzione, si è trasformata in un vero e proprio "contro-potere", del tutto fuori controllo, ab solutus, dunque tecnicamente antidemocratico e golpista.

Si tratta di chi verrà dopo Berlusconi: chi avrà a disposizione le risorse, economiche e di consenso popolare, e vorrà rischiarle, per resistere un solo mese agli assalti del "partito delle procure"? I futuri leader di centrodestra - in modo direttamente proporzionale al loro consenso, e alla loro determinazione nel voler cambiare il paese - subiranno lo stesso trattamento. E quelli di centrosinistra saranno tenuti per le palle dalla casta dei giudici e dall'estremismo forcaiolo. La nostra rischia di diventare rapidamente, ancor più di quanto non lo sia stata dal 1992 ad oggi, una democrazia sotto tutela da parte di poteri non espressione della volontà popolare, come in Iran, dove spetta al Consiglio dei Guardiani l'ultima parola.

Thursday, April 11, 2013

Una rivoluzione conservatrice contro uno status quo progressista

Anche su Libertiamo

Margaret Thatcher «vista da sinistra», nell'articolo di Simona Bonfante per Libertiamo, non era una conservatrice. Poiché era anti-socialista, in definitiva era una progressista. C'era da aspettarselo che prima o poi qualcuno azzardasse la provocazione intellettuale, nel solco della ormai vasta letteratura per cui il "liberismo è di sinistra".

Il ragionamento è a prima vista seducente. D'altra parte, è anti-socialista anche quella sinistra riformista che non crede nelle virtù della pianificazione economica e che è disposta a concedere che il libero mercato può essere strumento di promozione sociale e non di sfruttamento. E così si salvano capra e cavoli. Siccome la Thatcher aveva ragione (si ha l'onestà intellettuale di ammetterlo), ma la destra rimane sporca e cattiva, si dice che aveva ragione in modo "progressista". È un ottimo escamotage dialettico di chi si ritiene di sinistra, ma di una sinistra riformista e liberale, quindi anti-socialista, per riconoscere le ragioni della Thatcher senza passare per conservatore.

Dunque, più che un'analisi sulla Lady di ferro, abbiamo la solita polemica, tutta interna alla sinistra, tra socialismo di ispirazione marxista e riformismo-laburismo. Ma il fatto che, come la sinistra liberale oggi, la Thatcher fosse anti-socialista, non fa di lei una progressista. Così come il fatto che fosse nemica della "conservazione", intesa come status quo, non significa che fosse progressista, dal momento che lo status quo contro cui si è battuta era il frutto di politiche tipicamente progressiste.

Il problema di questi ragionamenti è che filano solo sulla base di equivoci linguistici e mere astrazioni, cioè solo attribuendo un significato letterale a quelle che sono categorie politiche, e solo presumendo una destra e una sinistra che non esistono nella realtà storica, che non corrispondono al loro "idealtipo". Solo in un mondo immaginario, infatti, la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce lo status quo. Può darsi sia stato vero in un'epoca pre-marxista, quando la divisione era tra Ancien Régime e liberalismo. Ma non è questa la realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, compreso l'ultimo ventennio: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra.

Se al conservatorismo si attribuisce il significato letterale di conservazione dello status quo, e per questo un'accezione negativa, mentre al progressismo il significato di un cambiamento di segno pregiudizialmente positivo, il gioco delle apparenze è fatto: anche MT può diventare progressista. Ma conservatori e progressisti sono categorie politiche che vanno ben oltre il loro significato letterale. È ovvio che in una realtà socio-economica di fatto socialistizzata, com'era il Regno Unito sul finire degli anni '70 (e com'è oggi l'Italia), essere conservatrice per la Thatcher non significava certo essere per lo status quo, per la conservazione, ma non per questo significava essere progressista. Anzi, essere conservatrice significava essere per il cambiamento di uno status quo progressista. Di fatto, fu una rivoluzionaria, ma la sua fu una rivoluzione conservatrice.

Se si vuole dire che una parte della sinistra (minoritaria, per la verità) ha tratto insegnamento dalla Thatcher, e che le politiche liberiste possono effettivamente produrre esiti "di sinistra" in termini di promozione sociale, il che è innegabile, lo si dica apertamente. Che la sinistra europea post-thatcheriana (parliamo soprattutto di Blair) abbia saputo far tesoro di quella lezione, adottando politiche semi o simil-liberiste, è certamente un fatto storico, culturale e politico di un certo rilievo. Ma temporaneo e minoritario, nient'affatto di dimensioni imponenti. Anzi, trascurabile ai fini di una ridefinizione delle categorie politiche di destra e sinistra tale da arrivare a sostenere che la Thatcher non fosse conservatrice ma progressista. E comunque non c'è niente di tutto questo nell'analisi di Simona Bonfante, che si limita a sostenere che MT in definitiva fu progressista perché anti-socialista. In questo modo il gusto, il vezzo della provocazione intellettuale rischia di mangiarsi tutto: storia, cultura, politica.

È vero, piuttosto, che la sinistra post-thatcheriana, per tornare a vincere, ha dovuto fare i conti con il thatcherismo, quindi in qualche modo spostarsi verso destra. Ma certo questo non viene facile da dire, se si parte dal pregiudizio che a destra ci sono quelli che hanno torto, che vogliono conservare lo status quo, e a sinistra quelli che hanno ragione, che sono per il cambiamento. È una brutta forma di subalternità culturale quella dei liberali italiani che, per rendere accettabili concetti come il thatcherismo e il liberismo, avvertono l'esigenza di sostenere che sono "di sinistra", solo perché per la cultura dominante a sinistra ci sono i "buoni" fautori del progresso e a destra i "cattivi" che conservano. Ed è tra i motivi per cui non abbiamo avuto, e non avremo, una Thatcher in Italia.

Friday, April 05, 2013

Renzi l'uomo giusto nel partito giusto

Anche su Formiche.net e Notapolitica

All'indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento (Qui la prima puntata: Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è, su IlFoglio.it). Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della "perdita di tempo" portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.

E' vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell'ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l'"apparatchik" ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare "l'uomo giusto nel posto sbagliato". Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo "salto" verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia "blairiana" nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l'ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché "normale".

Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all'altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino. E di solito il "salto" non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare.

Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l'uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato - nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev'essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni '90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l'uomo giusto al posto giusto.

Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt'altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi.

Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili. Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili.

Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all'idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione "renziana", solo più moderata e "labour" del Pd?

Tuesday, April 02, 2013

La madre di tutte le anomalie

Ne abbiamo scritto infinite volte su questo blog. Ce la ricorda, il giorno di Pasqua, Giuliano Ferrara su il Giornale:
«Lo scudo di Berlusconi, quel che permette al Cav di giocare la carta finale della sua sopravvivenza ogni volta che la situazione incresciosa della Repubblica dei partiti lo mette in pericolo, è questo risentimento motivato di mezza Italia contro coloro che non vogliono accettare l'esistenza di un destra italiana di popolo, magari rozza o semplificatrice, così come la storia l'ha prodotta dopo la crisi del Paese che si identificava nei partiti della Costituzione. Bersani paga il prezzo di un ripudio assurdo, che si riassume nel senso sciagurato di superiorità che il suo schieramento esprime, la chiara evidenza di una sinistra che non vuole normalizzare il suo rapporto con questa Italia, ma ne esige la condanna, la damnatio memoriae, e la vuole a ogni costo, anche con processi grotteschi e accuse infamanti e indimostrabili. Battere Berlusconi con mezzi normali, e dunque in una logica di confronto tipica delle democrazie liberali, mutuando qualcosa di importante dalla sua esperienza, condonando la parte lapalissiana di inciviltà e accanimento giudiziario che lo riguarda, e procedere oltre, in una logica di pacificazione e di riconciliazione che tagli le ali dell'estremismo ideologico: è quel che il centrosinistra non sa e non vuole fare, è quel che lo condanna a una subalternità senza speranza, interminabile, stupefacente, e che alla fine siamo tutti noi a pagare come disfunzione e paralisi della democrazia».
Ed è una anomalia che comunque finirà Berlusconi, non finirà con Berlusconi. Riguarderà qualsiasi leader vincente che il centrodestra saprà scegliersi.

Thursday, March 07, 2013

Ostaggi dello psicodramma della sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella "normalità". Dopo un'esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all'opposizione.

E' patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd.

Il primo sta nell'incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l'esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli. In un paese "normale", in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una "grande coalizione", a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E' evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all'Assemblea regionale siciliana.

Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato "normale"? Massimo D'Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall'ossessione, dalla malattia psicologica dell'inciucio», aggiungendo però che «l'impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel "complesso". E' ovvio: se passi vent'anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il "nemico" per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette. Che si trovasse al governo o all'opposizione, ogni volta che si è presentata l'occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva "golpista", un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come "inciucio" qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta.

L'unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra "deberlusconizzata". Ma Berlusconi è solo un alibi. In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l'unica destra "buona" per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché isolata e minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale.

Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo. Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia un altro. Più tempo passa, infatti, più si avvicinano le sedute per eleggere il nuovo capo dello Stato, e quindi si riducono i margini di Napolitano per escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, che per il Pd vorrebbe dire dialogare con il "giaguaro" innanzitutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Fallito il tentativo con Grillo, a Napolitano non resterebbe molto tempo per imbastire qualcosa e dovrebbe passare la palla al suo successore, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere. Il Pd intanto si assicurerebbe un altro "compagno" al Quirinale, con il 25% dei voti e isolando il Pdl, e potrebbe incolpare Grillo delle elezioni anticipate.

Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come "costole". E qui veniamo al secondo "complesso", che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all'interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un'economia di mercato. Vengono quindi attratti da un'opposizione anti-sistema, dalla quale possono comodamente esercitarsi nella protesta permanente contro "l'ingiustizia sociale" e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.

Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la "stampella" Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell'elettorato prim'ancora che nella classe dirigente del Pd, che un'eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest'appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E' ancora intimamente lacerato tra un'idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un'idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.

Le "macerie" in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent'anni di autoritarismo berlusconiano, né di "liberismo", come direbbe Vendola, ma dell'esatto contrario, cioè dell'incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent'anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull'aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.

Thursday, February 21, 2013

Chi deve aver paura di Grillo?

Anche su Notapolitica

Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.

La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».

Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.

Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?

Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.

I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.

Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.

Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.

Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.

Wednesday, January 23, 2013

La svolta sinistra di Bersani (e Monti)

Un Monti che non può permettersi di tirare la corda fino a spezzarla, rischia di venire trascinato se Bersani la tira troppo a sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Che cosa succede quando un'alleanza già squilibrata a sinistra si sposta ancora più a sinistra? Rischia di restarci schiacciata e di trascinare con sé un'operazione centrista che si finge equidistante, ma sa che il suo unico sbocco è proprio a sinistra. L'ossessione del Pd di non avere nessuno alla propria sinistra, se non un alleato (vedi Di Pietro nel 2008, Vendola oggi), sembra dura a morire e in passato è stata causa di pesanti debàcle elettorali o di mezze vittorie. La storia si sta ripetendo. Manifestando l'intenzione di rivedere, per limitarla ulteriormente (è stata già ridotta del 30%), la spesa per gli F-35, Bersani dice una cosa molto "di sinistra", di vecchia sinistra, per tentare di fronteggiare su quel fronte la concorrenza del movimento vetero-comunista di Ingroia, che potrebbe essere determinante in negativo nelle regioni in bilico per il Senato (Lombardia, Campania e Sicilia). Anche perché l'ex magistrato, insieme a Grillo, sta erodendo consensi a Vendola, al quale il Pd aveva "appaltato" il traino degli elettori più a sinistra.

Ma se Bersani può spostarsi a sinistra è perché al centro si sente coperto: da Renzi, la cui presenza in questa fase della campagna dovrebbe ricordare agli elettori che il Pd è anche il partito del giovane e moderno sindaco di Firenze, non solo quindi un covo di ex comunisti costretti a inseguire Ingroia e Ferrero; e da Monti, che non dovrebbe infierire troppo sullo spostamento a sinistra del Pd, limitandosi a polemizzare sul conservatorismo di Vendola e Camusso.

Tutto lascia intendere, infatti, che tra il segretario del Pd e il premier uscente ci sia davvero, se non un accordo di massima per un'alleanza di governo post-voto, almeno una sorta di divisione dei compiti in campagna elettorale: il primo può dedicarsi tranquillamente al suo fronte sinistro, anche perché sa che dal centro non arriveranno bordate tali sfondare lo scafo, al massimo qualche pizzicotto.

Lo sforzo di Monti è quello di presentarsi come alternativo sia alla destra che alla sinistra. Tutti i suoi discorsi sulle riforme ostacolate in Parlamento sia dal Pd che dal Pdl, da cui la necessità di «federare i riformatori», la sua teoria sul superamento delle categorie di destra e sinistra, vanno in questa direzione. Si sta sforzando di non dare l'impressione di essere già pronto ad un accordo con Bersani, insomma di scrollarsi di dosso l'immagine di "stampella" della sinistra. Ma non ci sta riuscendo, i sondaggi mostrano che la sua lista stenta a decollare a destra. Non sorprende, dal momento che un po' per simpatie personali, un po' per realismo politico - perché si rende conto che centro e sinistra sono obbligati ad accordarsi dopo il voto per il governo del paese - non può permettersi strappi né toni troppo aggressivi nei confronti del Pd. Se contro Berlusconi e il centrodestra impugna la roncola, nei confronti del centrosinistra il fioretto: schermaglie con Vendola e sulla Cgil, ma più che conciliante con Bersani. Emblematica la sua ultima intervista a Ballarò: da una parte, Berlusconi è un «manipolatore della realtà», se vince «tanto di cappello, ma sarebbe un disastro per noi italiani»; dall'altra, «il pericolo comunista nel Pd non esiste», Bersani è una «persona seria», sbaglia solo a «immaginare di poter governare con Vendola e Camusso».

L'uscita sugli F-35 è solo un primo passo, la svolta a sinistra del Pd sarà completata, e suggellata, venerdì e sabato a Roma, al Palalottomatica dell'Eur, dove si terrà la presentazione del "Piano del lavoro", il contributo programmatico della Cgil alle forze di sinistra, di cui appare sempre più azionista di maggioranza. Facile immaginare che da quella kermesse uscirà una nuova foto di gruppo dopo quella ormai superata di Vasto. Una foto Bersani-Vendola-Camusso.

L'evento della Cgil si annuncia quindi come un crocevia della campagna elettorale: da come ne usciranno Bersani, e Monti, dipendono gli sviluppi successivi. Con i suoi 40 miliardi di tasse in più all'anno per il finanziamento di un pacchetto di investimenti del tutto dirigistico e il ritorno delle nazionalizzazioni (poste e trasporto pubblico locale), il piano che la Camusso si appresta a lanciare è puro socialismo reale. Bersani non potrà far finta di nulla per mero calcolo elettorale, si dovrà pronunciare su quel programma. E a cascata anche Monti, la cui prospettiva è quella di governare con Bersani, dovrà pronunciarsi sulla relazione speciale Pd-Cgil.

Se si accentua lo sbilanciamento a sinistra, già piuttosto marcato, del Pd e se Monti non riesce a presentarsi come inequivocabile alternativa alla sinistra, dovendo per realismo mantenere buoni rapporti con essa in previsione di un'intesa di governo, si apre per il centrodestra una vera e propria prateria di voti, da cui lo separerebbero solo la delusione, la rabbia e il disgusto del proprio elettorato per la recente fallimentare esperienza di governo, ma nessun concorrente politico.

La riforma del lavoro è un tema sul quale Monti può distinguersi dalla sinistra, ma la polemica può spingersi solo fino ad un certo punto. La flexsecurity di Ichino, infatti, implica la riapertura del conflitto sull'articolo 18, su cui a sinistra la chiusura è totale, e il superamento della riforma Fornero nella direzione esattamente opposta a quella auspicata da Pd e Cgil. Se Bersani si sposta un po' a sinistra, dunque, solo apparentemente il compito del professore diventa più facile, come scrive Stefano Folli sul Sole. Dovrebbe comunque mantenere una certa opacità nella sua proposta politica, per non far esplodere già in campagna elettorale le contraddizioni, probabilmente insanabili, con la sinistra.

Friday, January 18, 2013

L'errore tattico e strategico di Monti

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma vi pare che Monti in televisione risponda, anche in modo un po' scocciato, che è «prematuro» parlare di alleanze dopo il voto, e intanto ne parla in incontri più o meno segreti con Bersani? I cittadini non hanno diritto di sapere se si sta cercando un accordo di governo, «un'intesa di massima a collaborare», o quanto meno un patto di non belligeranza? E i giornalisti con la schiena dritta, non dovrebbero a questo punto pretendere da Monti una risposta?

Fin da subito l'operazione Monti ha assunto una chiara connotazione centrista e l'odore di accordo post-elettorale con la sinistra (sia per opportunismo, perché il Pd è da mesi vincitore annunciato delle prossime elezioni, sia per convergenze politiche) si è avvertito distintamente. Fin dalla conferenza stampa di fine anno del 23 dicembre, trasformata in un comizio contro Berlusconi, ma ancor prima, dal momento che nell'azione di governo Monti ha avuto maggior riguardo nei confronti dell'elettorato di centrosinistra, cedendo ai veti di Pd e Cgil.

Molto prima, quindi, che dalla destra partisse al suo indirizzo l'accusa di essere una «stampella» della sinistra e ben prima del suo incontro con Bersani. Che ci sia tra sinistra e centro "montiano" un patto di non belligeranza durante la campagna elettorale e un'intesa di massima per il dopo non può che rappresentare un elemento di chiarezza per gli elettori. Ma è un grave errore sia tattico che strategico di Monti, qualsiasi sia il suo obiettivo.

Così facendo, infatti, si scopre su entrambi i fronti: da una parte, avvalorando la tesi di Berlusconi del "centrino" e del "leaderino" al servizio della sinistra, sarà sempre più difficile conquistare i voti di quella parte dell'elettorato di centrodestra, la maggioranza, che rifiuta qualsiasi compromesso con la sinistra; dall'altra, l'accordo annunciato con Bersani tranquillizza gli elettori del Pd preoccupati dell'influenza di Vendola e di un eccessivo sbilanciamento a sinistra dell'alleanza dei progressisti. E' proprio per tranquillizzare questi elettori, che potrebbero essere attratti dal voto alla Lista Monti, che Bersani e D'Alema si sforzano di dare per certa la collaborazione con il professore e la sua compatibilità con Vendola.

Anzi, per il Pd sarebbe la combinazione perfetta: trovarsi nella posizione di perno tra un centro e una sinistra radicale sufficientemente grandi da rendere numericamente solida la maggioranza e da essere "palleggiati" come contrappeso l'uno dell'altra, ma non abbastanza da esercitare un potere di veto. Significherebbe, per gli ex Pci, una centralità politica senza precedenti, e a lungo agognata.

Ogni volta che Monti non risponde, o risponde ambiguamente, alla domanda sulle alleanze post-elettorali nel caso, molto probabile, che la sua coalizione non uscisse maggioritaria dalle urne, rafforza la sensazione dell'ineluttabilità di un accordo con Bersani, perdendo capacità d'attrazione sia alla sua destra che alla sua sinistra.

Da una parte, attaccando Berlusconi da una posizione centrista, da suo ex elettore deluso per la mancata "rivoluzione liberale", cerca in effetti di contendere all'ex premier il suo elettorato, ma dall'altra, finché permane l'ambiguità di fondo sul suo posizionamento dopo il voto, il suo "antiberlusconismo" rischia di venire percepito come una prova della sintonia e dell'alleanza con la sinistra.

L'errore strategico di fondo, come ripetiamo da mesi, sta nel non aver voluto dar vita ad una nuova offerta politica di centrodestra nettamente alternativa al centrosinistra. Una forza, cioè, che in uno schema bipolare ambisse a governare senza i voti di Bersani o, nel caso di sconfitta, disposta a restare all'opposizione. E' anche vero che le scelte non facili di politica economica di Monti nei suoi 13 mesi di governo hanno reso problematico il rapporto con l'elettorato di centrodestra, ma nulla è stato tentato finora per recuperarlo, a parte i goffi, tardivi e un po' irrispettosi tentativi di dissociazione dall'Imu e dal redditometro. E l'impressione è che non basti mettere in lista Albertini, Mauro, Sechi e Cazzola.

Per quasi un anno Berlusconi è stato assente dalle scene, il suo partito ridotto ai minimi termini, l'elettorato sfiduciato, smarrito, lontano, in attesa di nuove offerte alternative alla sinistra. Le quali però in tutto questo tempo non sono arrivate e ciò permette oggi a Berlusconi di credere nell'impresa, perché l'unico ostacolo che ha di fronte nella riconquista del suo elettorato è la delusione, il disgusto per la politica, la sua azzerata credibilità, ma non un'offerta politica concorrente.

Proviamo a pensare alla politica nei termini di un mercato di beni: il prodotto che mancava e per cui c'era una forte domanda sul mercato politico, era un nuovo prodotto rivolto ai consumatori di centrodestra, ormai delusi dal vecchio. Purtroppo, sia il suo operato come premier, sia la tentazione di giocare una partita personale che potesse massimizzare le sue chance di tornare subito a Palazzo Chigi, hanno portato Monti ad offrire un prodotto che non colma il vuoto nel mercato.

L'ha di recente sottolineato, su Il Foglio, anche Giovanni Orsina, per il quale «con l'ovvia eccezione del Cavaliere, oggi di fatto nessuno sta chiedendo il voto all'elettorato berlusconiano», sostanzialmente per un più o meno consapevole pregiudizio, se non disprezzo, vera e propria distanza antropologica, rispetto a quell'elettorato. E l'ha spiegato ancor meglio Franco Debenedetti:
«Monti si rivolge alla parte sbagliata del paese. C'è un compito, dare una prospettiva politica nuova a quel 40% di italiani che ha votato Berlusconi. L'errore dell'antiberlusconismo quale abbiamo finora conosciuto è stato di non distinguere tra Berlusconi e chi lo eleggeva, di disprezzare questi per demonizzare quello. L'antiberlusconismo ha contagiato Monti che non ha capito che quella era l'operazione che avrebbe stabilizzato e reso "europeo" il panorama politico italiano. Invece di questo disegno, Monti ha preferito impegnarsi in un gioco che è insieme rigido nelle apparenze e ambiguo nella sostanza, che invece di imporsi come visione di assetto politico del paese, è preoccupato di assemblare sufficienti consensi per entrare nei giochi politici che si potrebbero aprire dopo le elezioni».
Anche l'idea di Monti - un po' ingenua ma rispettabile e non del tutto infondata - di ridefinire i confini politici sull'asse riformatori/conservatori, piuttosto che su quello destra/sinistra, è stata vanificata, contraddetta, imbarcando Fini e Casini nell'operazione. Ma è un'impostazione, osserva correttamente Debenedetti, che esprime «una vocazione tecnocratica, per cui le riforme avrebbero ragione in sé di essere fatte e non ragioni che derivano da una visione complessiva della società». L'asse destra/sinistra sarà anche logoro, ormai incapace di rappresentare la complessità della realtà politica, ma ciò non toglie che in democrazia le diverse visioni della società contano ancora.

Thursday, January 10, 2013

L'era del trasformismo anticipato e fenomenologia della "società civile"

Anche su Notapolitica

Siamo entrati nell'era del trasformismo anticipato. Ai nostri giorni va affermandosi una nuova categoria di politici: coloro che ancor prima di essere candidati a qualcosa hanno già indossato (quasi) tutte le casacche. Ma che non "entrano in politica", non "fanno politica". No, costoro - ci dicono - "vengono dalla società civile". Non bisogna sorprendersi, dunque, se qualche candidatura qui e là sembra davvero stonata in questa o in quella lista. Sono saltati tutti gli schemi, ogni riguardo alla coerenza, spesso anche il senso del ridicolo.

I partiti sono a caccia di esponenti della cosiddetta "società civile" da usare come altrettante foglie di fico sui fronti  in cui ritengono di essere scoperti, come specchietti per le allodole verso questo o quel pezzo di elettorato; d'altra parte, molti di essi sono ben consapevoli di quale sarà il loro ruolo, ma qualsiasi tram è buono pur di entrare in Parlamento. Nessuno si pone limiti. Nessuno che si preoccupi della compatibilità delle proprie idee con la storia, i personaggi e i programmi della lista in cui verrà eletto. Quindi capita di trovare nello stesso partito il più estremista dei sindacalisti e l'ex duro di Confindustria; il cattolico bigotto e lievemente omofobo e l'attivista gay. Nulla può più stupire in un simile caos. Si inizia firmando il manifesto di Giannino e si finisce candidati con il Pd; ci si batte al fianco di Renzi per le unioni gay e si finisce alla corte di Casini e Buttiglione; da capolista per Monti nell'arco di un paio di giorni si diventa capolista Pd; si inizia da intellettuali della Right Nation e si finisce abbracciando il liberal-keynesiano Monti.

Se è vero che in una certa misura lo schema destra/sinistra non è più sufficiente a descrivere e a spiegare la realtà politica, è anche vero che fino ad oggi nessuna iniziativa centrista, nemmeno quella di Monti, è riuscita a introdurre elementi di chiarezza e a definire nuove linee di demarcazione dotate di maggiore senso ideale e politico. Detto in parole semplici: non sono riuscite a separare i riformatori da una parte e i conservatori dall'altra, hanno solo dato vita ad ammucchiate alla ricerca di rendite di posizione.

C'è sempre il trasformismo tradizionale, quello di chi in Parlamento è pronto a spostarsi da un partito all'altro per determinare nuove maggioranze e nuovi equilibri, spesso ricavandone vantaggi personali; ma oggi il trasformismo inizia ancor prima di entrare in Parlamento, anzi come espediente per entrarvi, o comunque come mezzo di auto-promozione: la spasmodica ricerca di uno sponsor politico per fare carriera.

Tutto in nome della rappresentanza di questa benedetta "società civile". Lungi dal sostenere minimamente il professionismo in politica. Ma cos'è, esattamente, questa entità che sembra in grado di trasformare in oro anche la... ehm... di trasformare in oro chiunque e qualunque lista? La società civile siamo tutti noi e i rappresentanti della società civile non sono altro che i politici che eleggiamo come tali: i parlamentari. Essendo però così impopolare, al giorno d'oggi, ammettere di voler fare politica, quelli desiderosi di entrarvi si sono auto-proclamati rappresentanti della società civile avanzando la tesi che per rinnovarsi la politica avrebbe dovuto aprire le porte, appunto, alla società civile. Cioè, a loro.

Questo fenomeno - la corsa a candidare il magistrato, il professore, il giornalista, lo sportivo, il sindacalista, l'industriale (e da parte di queste figure a farsi candidare) - ha raggiunto in questi giorni effetti parossistici. Tutto legittimo, per carità. Quello che si chiede è un minimo di pudore: dite che vi candidate in rappresentanza di voi stessi, al massimo delle corporazioni e delle organizzazioni di cui fate parte, ma non della "società civile". Se non altro, a questo punto, la cosiddetta "società civile" non avrà più alibi, non potrà più prendersela con la politica, essendo diventata essa stessa "la politica".

Thursday, December 06, 2012

Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è: a sinistra

La sudditanza culturale dell'"intellettualità liberista"

Al direttore – Da liberista mi ritrovo più nella critica di Mucchetti all'"intellettualità liberista" che guarda a sinistra che nella replica del liberista Stagnaro. Non c'è dubbio, Renzi è un innovatore, ma il suo approccio è "blairiano", non liberista. Da liberisti tifiamo tutti per lui, perché una sinistra moderna, "blairiana", che abbraccia mercato e merito, non può che far bene a se stessa e al paese. E guardando al deserto che offre l'attuale centrodestra, dal punto di vista di un elettore liberale-liberista avrebbe potuto senz'altro rappresentare il male minore, se avesse vinto le primarie. Ma da qui a pensare di costruire un'offerta politica liberista suggerendo al sindaco di Firenze di uscire dal Pd per guidarla (Giannino), o appellandosi ai suoi elettori delusi (Zingales), ce ne passa.

L'affermazione "il liberismo è di sinistra" ha senso solo come provocazione intellettuale, in un mondo ideale in cui la sinistra si batte per offrire maggiori opportunità agli outsider meritevoli, per uno Stato leggero che concentra le sue risorse sui veri bisognosi, e la destra favorisce insider e status quo. Ma se calata nella realtà politica dei paesi occidentali nell'ultimo secolo, ma anche nell'ultimo ventennio, è un ossimoro: la destra non sarà stata quasi mai un modello di liberismo, ma quasi sempre molto meno statalista della sinistra. Chi ambisce a costruire un'offerta politica liberista non può ignorare cos'è stata e cos'è la sinistra in Italia (e non solo), cosa pensano i suoi leader e quali sono gli interessi dei blocchi sociali che tradizionalmente rappresenta.
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Wednesday, September 26, 2012

L'Huffa Post, noia assicurata

Quant'è politicamente corretto da 1 a 100 l'Huffington Post sbarcato ieri in Italia? Direi senz'altro oltre la soglia di sopportabilità di chiunque sia dotato di un minimo di spirito critico e curiosità intellettuale. A scorrere la lista dei blogger in homepage non manca proprio nulla dell'armamentario "de sinistra", dall'antagonismo notav al radical chic, in un tripudio di attenzione al "sociale" e al "morale" (direi al moralistico): giornalisti dell'Espresso e di Repubblica, politici e tecnici (come il sottosegretario Catricalà), ma anche antipolitici (la grillina Montevecchi), sindacalisti (il segretario Fiom Landini), ex ministri noglobal (Tremonti), i notav (il fondatore del centro sociale "marxista-leninista" Askatasuna), i gay (la deputata Pd Concia), e ancora le voci dei disabili, degli attivisti per i diritti umani e antimafia, del disagio giovanile dell'agroalimentare rigorosamente "bio". Manca solo Saviano, ma non disperiamo. Un di tutto e di più che promette di annoiarci a morte. Talmente politicamente corretto che la piattaforma pretende anche di essere pluralista, ospitando, a rappresentare il centrodestra (sic!), Giulio Tremonti e Daniela Santanchè.

Il direttore, Lucia Annunziata, è quanto di più old media si possa trovare in circolazione, ma anche una pioniera, sebbene con scarso successo, dell'online (nessuno ricorda il flop de "Il Nuovo.it", primo quotidiano on line italiano?). E nulla forse poteva essere più old media che lanciare l'HuffPost italiano con un'intervista a Berlusconi e il manifesto di Tremonti. Mentre Arianna Huffington mostra tutta la sua originalità esordendo con un paio di luoghi comuni sull'Italia (cinema e Colosseo) e con l'elogio del "riposino pomeridiano", esattamente il contrario di ciò che gli italiani avrebbero bisogno di sentirsi dire.

Per ulteriori approfondimenti, rimando ai post di Simone Bressan («più mainstream di così c'è solo una trasmissione di RaiTre») e, sul letargo editoriale della destra, di Dario Mazzocchi, su The Right Nation.

Per nulla innovativo, nemmeno per un paese arretrato nei new media come l'Italia. Non per i contenuti, né per la veste grafica, né dal punto di vista editoriale (in cosa si differenza da Repubblica, l'Espresso, o una trasmissione di RaiTre?). E' un'operazione che giganteggia per risorse investite solo al cospetto del vuoto editoriale che troviamo nell'area liberale e di centrodestra, dove non solo non c'è l'acuto di una scommessa, ma non sanno nemmeno scegliersi uno stagista.

Tuesday, April 24, 2012

Moderato a chi?!

Un appello al mondo politico e giornalistico: bandire il termine "moderati" dal dibattito politico. Uno degli orrori lessicali che la decadenza della politica italiana ha prodotto negli ultimi anni è proprio la parola "moderati", con la quale ormai si indica la composita area del centro-centrodestra. Non c'è esponente politico o partito di quell'area - su tutti Udc e Pdl - che non proclami come obiettivo quello di «riunire i moderati». E non perdono occasione per ribadirlo ossessivamente. Anzi, è aperta una vera e propria lotta senza esclusione di colpi tra i partiti e i leader che ambiscono ad intestarsi la titolarità e la guida dell'operazione. Probabilmente mai nella storia della dottrina politica una definizione fu così vuota di significato.
(...)
In un'epoca in cui è sempre più difficile affidarsi alle categorie destra-sinistra per interpretare la nostra realtà politica, lo è a maggior ragione definire una via di mezzo tra di esse. Più che destra-sinistra la dicotomia "più Stato-meno Stato" sembra più idonea a identificare la visione distintiva delle diverse proposte che si muovono nel panorama politico. E nella gestione di due fondamentali variabili di finanza pubblica e politica economica, in Italia, storicamente, coloro che si definiscono "moderati" si sono rivelati degli estremisti: estremisti della spesa pubblica e della tassazione.

La sgradevole sensazione che ci assale di fronte all'abuso del termine "moderati", al moltiplicarsi delle alchimie politiche per dar vita a sempre nuovi contenitori per riunirli sotto un unico tetto politico, e agli spazi mediatici che queste operazioni occupano, è che si tratti di dissimulare uno spaventoso vuoto di contenuti ideali e programmatici. Un termine dietro il quale si nasconde abilmente un ceto politico malato di indecisione, immobilismo e opportunismo.

La centralità nello schieramento politico non ha così lo scopo di "moderare" le diverse istanze, ma di mantenere per sé una rendita di posizione, e di potere, derivante dall'arte del compromesso "a prescindere". Tale strumentalità nell'uso del termine "moderati" è accentuata da un'anomalia prettamente italiana. Nei sistemi politici occidentali, proporzionali o maggioritari, esistono i "moderati", i centristi. Ma si tratta di aree e singole personalità che convivono all'interno delle grandi forze politiche del Paese, una di centrodestra e una di centrosinistra; che ne moderano le proposte; che svolgono la funzione di spingerle a sfidarsi per la conquista del centro dell'elettorato, cioè degli elettori meno schierati e meno ideologici. L'ossessione dei nostri moderati, invece, è costituire un presidio partitico in cui il centro dell'elettorato possa stabilmente riconoscersi, per godere di una specie di delega in bianco e restare sempre al governo.
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Monday, April 23, 2012

In Francia torna il nazionalsocialismo e in Italia si brinda

Reazioni che vanno dal patetico allo schizofrenico quelle della politica e della stampa italiana all'esito del primo turno delle elezioni presidenziali francesi. La Francia si sposta a sinistra perché Hollande ha vinto il primo turno ed è favorito al secondo, dicono alcuni. No, ribattono altri, va a destra perché la somma dei voti raccolti da Sarkozy e dal Fronte nazionale superano quelli dei socialisti e delle sinistre estreme. La verità è che il voto ha ancora una volta dimostrato che non ha alcunissimo senso dibattere sullo spostamento verso destra o verso sinistra dell'elettorato, in un sistema in cui estrema destra ed estrema sinistra si saldano, fondandosi entrambe di fatto sul «nazionalismo economico e sociale». In Francia è tornato il nazional-socialismo (per ora con il trattino). Nelle sue due varianti - nazionalista e comunista - ha preso quasi il 30% dei voti (più di Sarkozy e più di Hollande): i voti da sommare non sono quelli delle "destre" da una parte e delle "sinistre" dall'altra secondo le antiche definizioni, ma il 17,9% di Le Pen e l'11,11 dei comunisti. Ed è un calcolo ottimistico, visto che profondamente socialista e regressivo è anche il 28,63% che ha votato Hollande.

Tanto ingenuo sarebbe sommare i voti del Fronte nazionale a quelli di Sarkozy, che la Le Pen ha già fatto sapere che non sosterrà nessuno dei due candidati al ballottaggio: «Non dirò ai miei elettori come devono votare. I francesi sono grandi abbastanza per scegliere da soli, in coscienza». E secondo un primissimo sondaggio, solo il 9% di chi ha votato Le Pen al primo turno voterà Sarkozy al secondo, il 20% voterà Hollande e gli altri se ne resteranno a casa.

Intervistato su la Repubblica, Bersani si intesta pateticamente la parziale vittoria di Hollande. Canta vittoria («il vento è cambiato, siamo pronti a intercettarlo, Monti ne tenga conto») e avverte che «se arriva all'Eliseo» la piattaforma dei progressisti europei deve diventare anche la piattaforma di Monti. La sensazione è che quanti nel Pd pensano di cavalcare l'onda della probabile vittoria di Hollande per tornare a Palazzo Chigi già ad ottobre, con l'attuale legge elettorale, senza farsi impantanare nei disegni neocentristi e grancoalizionisti di Casini, escono rafforzati dal voto francese. Anche se Bersani nega: «Ho dato la mia parola. La fedeltà al governo Monti fino alla fine della legislatura è fuori discussione». Ma ci sono tanti modi per provocare elezioni anticipate senza assumersene la responsabilità.

E il Pdl, e la stampa di centrodestra? Qui entriamo nel padiglione degli schizofrenici. Dunque, da una parte il Pd non deve esultare troppo perché Hollande non ha ancora vinto, la partita è ancora aperta, ma soprattutto perché la Francia non va affatto a sinistra: la somma dei voti "di sinistra" è nettamente inferiore alla somma dei voti ottenuti da Sarkò e da Le Pen. Dall'altra, però, tutti osservano con ostentata soddisfazione che il voto francese (quello per gli avversari di Sarkozy: Hollande, Le Pen e Mélanchon) è una sonora bocciatura delle politiche rigoriste dell'asse Sarkozy-Merkel. Il 64% degli elettori, fa notare un parlamentare Pdl, ha votato contro la Merkel e le politiche Ue, mentre la Francia gollista di Sarkozy (27.18%) e centrista di Bayrou (9.13%) è ferma al 36%. Insomma, polemizzano con il Pd perché Sarkozy può ancora farcela, ma allo stesso tempo godono per l'affermazione degli avversari di Sarkozy (nazionalsocialisti, socialisti e comunisti, evviva!).

Ma il giochino questo è di "destra"-questo di "sinistra" non funziona più da tempo. I difensori a oltranza del modello statalista francese stravincono comunque, quale sia la loro variante: socialista (28%), gollista (27%), nazionalsocialista (18%), comunista (11%). E avevano vinto ancor prima del voto, da quando Sarkozy ha fallito nella sua "rupture", abbandonando l'idea di rappresentare un nuovo modello di destra continentale. Con una felice espressione di Enzo Reale, potremmo dire che di tutte le sue nefandezze, quella di perdere contro Hollande sarebbe l'ultima imperdonabile beffa.

Friday, April 06, 2012

Riforma sacrificata sull'altare della Grande Coalizione

Meglio non compromettere le premesse di una Grande Coalizione con una rottura sull'articolo 18. Il compromesso al ribasso sulla riforma del lavoro può essere considerato a tutti gli effetti una prova tecnica di GC. Ma se è così, bisogna anche ammettere che l'esito è very bad. Prelude a riforme sempre più sbiadite, inutili, persino dannose. L'idea di una GC in cui diverse forze politiche mettano mano ai nostri problemi strutturali nell'emergenza non è campata in aria. Sarebbe senz'altro possibile se fosse limitata alle forze moderate e riformiste. Bisogna tuttavia fare i conti con quella che è da sempre la grande anomalia del sistema politico italiano. Se si pretende di mettere insieme una coalizione che va dai moderati ad un Pd a trazione Cgil, il rischio è che partorisca topolini rachitici come questa riforma. L'articolo 18, invece, poteva (anzi doveva) offrire l'occasione per costringere il Pd a decidere una volta per tutte tra linea riformista o camussiana. Male che fosse andata – il Pd che fa cadere il governo e tenta la "rivoluzione d'ottobre" – il sistema politico si sarebbe potuto scomporre/ricomporre attorno all'asse delle riforme, tra un "partito Monti" (anche senza Monti) e un "partito Grecia". La gioiosa macchina da guerra di Vasto si sarebbe infranta sul muro di un nuovo, ampio fronte moderato. Uno scenario in cui anche i mercati avrebbero potuto intravedere finalmente una certa chiarezza nella politica italiana.
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Thursday, March 29, 2012

Il paradosso della politica italiana, ostaggio di due sinistre

I siluri che Mario Monti continua a lanciare sui partiti dal suo "roadshow" asiatico dimostrano che il premier non si sente affatto al sicuro. Dopo aver avvertito che non è disponibile a «tirare a campare», che può lasciare anche prima del 2013 se partiti e sindacati non sono «pronti» per le riforme, fa notare che nonostate il calo degli ultimi giorni «questo governo sta godendo di un alto consenso, i partiti no». Si dice «fiducioso» che la riforma del lavoro passerà, che la gente ne percepisce la necessità (convinzione espressa anche da Napolitano), e fissa la scadenza a «prima dell'estate». Ma la fiducia nel Parlamento che la Camusso esprime nelle sue dichiarazioni quotidiane è per lo meno sospetta. E preoccupa anche Bersani che paventi «cazzotti a politici e tecnici» ed evochi «problemi di costituzionalità». Insomma, Monti avverte che si sta allentando la sua presa sui partiti e cerca di recuperarla, aiutato dal capo dello Stato, ma potrebbe essere già troppo tardi. In parte, è la naturale conseguenza del calo dello spread – ed espressioni come «la crisi dell'area euro è quasi finita» non giovano certo al professore nel mantenere il giusto livello di allarme – ma anche dell'approssimarsi delle amministrative e della scelta del ddl, invece del decreto, come veicolo legislativo della riforma.

L'accordo di massima uscito dal vertice ABC sulle riforme istituzionali e la nuova legge elettorale dovrebbe scongiurare l'ipotesi di elezioni anticipate a ottobre, verso cui secondo qualche retroscenista spingerebbe il Pd, quindi allungare la vita del governo Monti e addirittura gettare le basi per una Grande Coalizione "montiana" nel 2013. Ma allo stesso tempo proprio quell'accordo conferma il ritorno dei partiti, con tutti i rischi che ne derivano per le riforme. Monti potrebbe aver esaurito la sua spinta riformatrice. D'altronde, appariva chiaro già a novembre come la stagione delle riforme, quella in cui le forze politiche e sociali sarebbero state disposte a ingoiare qualsiasi cosa, sotto la minaccia default, non sarebbe andata oltre l'inverno, marzo al massimo.

Il bottino è ancora piuttosto magro: completamento della riforma delle pensioni; liberalizzazioni all'acqua di rose o da attuare; riforma del lavoro in alto mare. Il rischio è che a conti fatti il merito maggiore di Monti sia il tour "Investi-Italia" nelle tre principali piazze azionarie del pianeta (la City, Wall Street e il Nikkei) per convincere i grandi investitori a tornare ad investire sull'Italia, forte della credibilità internazionale senza pari di cui il premier gode agli occhi della stampa della business community, della Casa Bianca e di istituzioni come Ue e Ocse.

Se l'irrigidimento del Pd sull'articolo 18 è solo campagna elettorale, o il grimaldello per indurre Monti a lasciare e tentare una "rivoluzione d'ottobre", lo scopriremo solo dopo il voto amministrativo. Di certo a fine luglio sul reintegro qualcuno dovrà cedere. Ma lo scontro sulla riforma del lavoro è sintomatico del paradosso della politica italiana. La riforma è di stampo socialdemocratico: costosa e punitiva sulla flessibilità in entrata, cede alla retorica della "lotta alla precarietà", mentre cerca una soluzione appena più realistica di quella attuale sui licenziamenti e gli ammortizzatori. A lamentarsene dovrebbe essere il Pdl, la cui politica economica però è di marchio cristiano-socialista. Invece è attaccata da sinistra. Nessun partito nello spettro politico italiano fa propria una posizione liberale. Il che implicherebbe sostenere apertamente, pubblicamente, senza sudditanza culturale, che il lavoro non è un diritto, ma una merce, sotto forma di prestazione d'opera; che, come per tutte le merci, prezzi e condizioni sono regolati dalla domanda e dall'offerta. E, quindi, denunciare una Costituzione collettivista che affermando il contrario condanna questo Paese ad una vera e propria tara ideologica e giuridica, che impedisce ai governi di mettere a punto (e ai cittadini di accettare) un assetto compatibile con i più elementari e nient'affatto "selvaggi" principi di una normale economia di mercato.

Dunque, l'offerta politica italiana consiste da una parte in una socialdemocrazia riformista, responsabile, che nelle sue diverse declinazioni (governo Monti-Fornero, Pdl, Terzo polo e una parte minoritaria del Pd) tenta di apportare correttivi al sistema ma senza intaccare il perimetro e il peso dello Stato, anzi con lo scopo di perpetuarlo, e dall'altra in una sorta di "partito Grecia", che spinge per la "vera" svolta a sinistra, un biglietto di sola andata verso la Grecia.

Friday, April 15, 2011

A scuola di statalismo. In che senso il nostro sistema scolastico è “comunista”

Anche su rightnation.it e taccuinopolitico.it

Al di là dell’ultima polemica sui libri di testo – girano per le classi libri di storia indegni, lo sappiamo tutti, inutile prendersi in giro, l’hanno sottolineato anche intellettuali come Paolo Mieli ed Ernesto Galli Della Loggia – il problema va ben oltre qualche manuale un po’ troppo partigiano. Subito si sono levati gli scudi in nome della «libertà d’insegnamento», principio che viene spesso citato a sproposito e che così formulato non trova in realtà alcuna ragione per meritare una tutela particolare. Innanzitutto, già il riferimento all’«insegnamento», e non all’«educazione», indica che l’accento viene posto su chi insegna, che dovrebbe essere “libero”, e non sugli alunni e i loro genitori, cui evidentemente non si riconosce una eguale libertà educativa. Ma in concreto, con quell’espressione si intende davvero la libertà del singolo insegnante di insegnare ciò che vuole e come vuole? Se è così, già oggi quella libertà è negata principalmente dallo Stato, che impone programmi e metodi e che monopolizza il 95 per cento del sistema dell’istruzione. Ma a ben vedere proprio per questo è una libertà che non ha alcun senso rivendicare. La libertà di cui si dovrebbe parlare non è quella del singolo insegnante, ma da un lato quella di ciascuno di poter istituire una scuola riconosciuta come tale dalla comunità, rispettando alcuni semplici e ragionevoli criteri, quindi la libertà dei diversi progetti educativi di poter competere tra di loro nella formazione dei giovani; dall’altro, la libertà di ciascuno di scegliere per i propri figli il progetto educativo, quindi la scuola, che ritiene migliore.

Oggi in Italia questa libertà non c’è. Non solo per il monopolio pressoché totale della scuola pubblica, quindi di un solo progetto educativo – o meglio, di diversi progetti educativi che però promanano da un unico attore sociale. Un attore che – è bene ricordarlo per sottrarsi ai retaggi e ai riflessi dell’hegelismo imperante nella nostra cultura politica – non è un ente astratto, obiettivo ed imparziale, dotato di moralità propria, ma si incarna in un preciso gruppo di persone, con braccia, gambe, occhi e a volte persino testa. Ma addirittura oggi non è possibile scegliere tra le diverse scuole pubbliche, se non ricorrendo a sotterfugi e conoscenze. Le iscrizioni seguono di norma un criterio territoriale (il domicilio), all’oscuro dei risultati e quindi della qualità della scuola cui si sta iscrivendo il proprio figlio, della sezione e degli insegnanti che gli capiteranno in sorte. Per prima cosa, dunque, la “libertà di insegnamento” dovrebbe sottomettersi al giudizio dei risultati; poi, la libertà di offrire il proprio progetto educativo dovrebbe conciliarsi con il diritto dei genitori a scegliere quello che credono migliore per i propri figli. Di questa libertà negata nessuno sembra preoccuparsi.

Se di frequente la questione dei libri di testo viene sollevata, è proprio perché il mito della “libertà di insegnamento” non si realizza nella scuola pubblica. Gli insegnanti sono culturalmente, prima che politicamente, omologati e i libri adottati sono quasi sempre gli stessi. E ciò permette ad una vera e propria lobby dell’editoria scolastica di imporre la propria visione in pressoché tutte le classi. A causa dell’altissimo tasso di uniformità culturale, il docente che volesse distinguersi, esercitando dunque la propria mitica “libertà di insegnamento”, andrebbe incontro alle stigmate della “devianza”, sarebbe individuato come “eccentrico”, susciterebbe perplessità, sia da parte dei colleghi che dei genitori dei ragazzi, sulla propria competenza e persino sul proprio equilibrio personale, rischierebbe fino alla marginalizzazione sul posto di lavoro.

Si dirà che l’accesso alla carriera scolastica è aperto a tutti, a prescindere dal proprio orientamento politico-culturale, ma se il risultato che si determina nella scuola pubblica – e quindi nella scuola tout court – è comunque di un orientamento culturale nettamente predominante rispetto agli altri, ciò non può non condizionare i progetti educativi verso l’omologazione e quindi non può non essere riconosciuto come un problema. Un problema che dovrebbe essere percepito come grave proprio da chi straparla di libertà. Perché limita, direi nega, la libertà di educazione. Non si tratta di una banale questione politica destra-sinistra, ma di indirizzo culturale. Di destra o di sinistra, la cultura predominante nella scuola è quella statalista. E non potrebbe essere altrimenti – in questo bisogna riconoscere una coerenza e persino una efficienza nel nostro sistema scolastico – considerando l’attore sociale da cui promanano tutti i progetti educativi e a cui spetta la selezione del corpo insegnanti: lo Stato.

La scuola in Italia è “comunista” non nel senso che gli insegnanti sono “comunisti”, politicamente di sinistra. Sarebbe il meno. Lo è innanzitutto in quanto sistema collettivista, statalizzato quindi statalista, quasi “sovietico” nell’inseguire il mito dell’eguaglianza, al ribasso rispetto alla qualità e al pluralismo culturale. Uniforme nella cultura ma non nella qualità, questa scuola produce da decenni un progressivo appiattimento degli standard educativi verso il basso e, pur in una certa dicotomia destra-sinistra, un conformismo statalista. Nonostante la sfiducia nelle istituzioni e lo scarso senso civico degli italiani, continua a crescere cittadini nel mito dello Stato, disillusi proprio perché allo Stato attribuiscono una presunta moralità superiore che non gli appartiene e compiti che è strutturalmente incapace di assolvere.

E se volessi che mio figlio non si abbeveri alle culture stataliste dominanti nella scuola? Mi si riconosce questa libertà? Anche qui l’ipocrita risponde: “Va bene le scuole private, ma fatevele da soli”. Ok, ma ridammi indietro le tasse che pago, almeno la quota corrispondente ai costi che lo Stato non dovrebbe più sostenere per i miei figli se li iscrivessi ad una scuola non statale. Ad oggi invece lo Stato garantisce sì l’istruzione, ma solo a chi sceglie il suo progetto formativo – bella libertà! – e le poche scuole private che ci sono, sono accessibili solo alle famiglie più ricche. E a ben vedere sia le pubbliche che le private non abitano un contesto di reale competizione necessario a migliorare la qualità delle une e delle altre. La soluzione più ragionevole ed efficiente sarebbe la via “blairiana” di mettere scuole pubbliche e private sullo stesso piano, anzi, eliminare proprio la distinzione, con scuole pubbliche in competizione tra loro ma che si reggono su fondi (e gestione) sia pubblici che privati.

Tuesday, February 15, 2011

L'unico programma della sinistra

Sempre lucido e inappuntabile Luca Ricolfi nel disperato tentativo di guarire la sinistra dalla sua ormai trentennale «sindrome da minoranza virtuosa». Una comoda e autoassolutoria «narrazione della storia nazionale» - basata sulla convinzione che «chi vota a sinistra sarebbe "la parte migliore del Paese", mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore», e sull'«idea di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani, traviati fin dagli anni '80 dal consumismo e dalla tv commerciale» - rende la sinistra, sia politica che culturale, «incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi», e perciò incline a nascondersi dietro «l'alibi dell'indegnità degli italiani». E' da «mezzo secolo che "alla sinistra non piacciono gli italiani"», senza chiedersi come mai agli italiani non piaccia la sinistra.

E' ora che la sinistra si racconti un'altra storia sulle ragioni delle sue sconfitte. Possibilmente questa volta «un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po' più rispettoso degli italiani e un po' più abrasivo su sé stessa». Conclude infatti Ricolfi:
«Perché se l'Italia non è, né è mai stata, il Paese moralmente degradato tante volte descritto in questi anni. Se il consenso al leader Berlusconi non è mai stato plebiscitario. Se i suoi fan non sono mai stati tantissimi. Se oggi 2 italiani su 3 non danno la sufficienza a Berlusconi, e appena 1 su 20 lo promuove a pieni voti. Se, a dispetto di tutto ciò, i sondaggi rivelano che il giudizio dei cittadini sull'opposizione è ancora più negativo - molto più negativo - di quello sul governo. Beh, se tutto questo è vero, allora vuol dire che i problemi politici dell'Italia non stanno solo nei comportamenti del premier e nelle insufficienze del suo governo, ma anche nella difficoltà dell'opposizione di trovare, finalmente, un'idea, un programma e un volto che convincano quella metà dell'Italia che non è berlusconiana ma, per ora, non se la sente di votare a sinistra».
Eppure vediamo in questi giorni come l'unico programma della sinistra sia abbattere Berlusconi per via giudiziaria. L'unica strategia è tifare per la Procura di Milano, senza temere il rischio che corre la nostra democrazia con l'enorme potere politico che una parte minoritaria ma consistente della magistratura verrebbe ad assumere riuscendo in questo disegno. Sconfiggere il centrodestra facendo fuori il suo leader, nell'illusione che ciò basti, che l'unico ostacolo sulla via che porta al governo del Paese sia rappresentato da Berlusconi, e non piuttosto dalla sinistra stessa.

Prova ne sono le ripetute disponibilità del Pd di Bersani a qualsiasi alleanza, qualsiasi governo di responsabilità nazionale, purché senza Berlusconi. Il che toglie qualsiasi credibilità alle critiche nel merito dell'azione di governo. Il federalismo non va bene perché divide il Paese o è fatto male? Andrebbe improvvisamente bene anche questa versione, se la Lega mollasse Silvio. La politica economica di questo governo è disastrosa? Eppure sarebbero pronti a sostenere un governo guidato da Tremonti - secondo tutti il vero unico dominus della politica economica - purché si tolga di mezzo Berlusconi.

Eppure quando prima o poi si sveglieranno dall'incubo ad accoglierli troveranno una realtà ben più dura. Che forse agli italiani va bene tutto purché non la sinistra.

Wednesday, January 26, 2011

Armi spuntate e boomerang della sinistra

Scandali e guai giudiziari che colpiscono il premier sono ormai armi politicamente spuntate, se non «a doppio taglio», per la sinistra. Ne è convinto Luca Ricolfi, che questa mattina, su La Stampa, nota come pur cavalcando l'onda del caso Ruby, il Pd non stia guadagnando consensi. «Accecati dal disprezzo per Berlusconi - scrive Ricolfi - i dirigenti della sinistra non sembrano rendersi conto che la loro scelta di cavalcare gli scandali sessuali per disarcionare il capo del governo è un'arma a doppio taglio». Il «prestigio» del premier è sì «in calo», tuttavia gli ultimi sondaggi dimostrano che «il consenso al Pd non solo non è aumentato, ma sembra in ulteriore flessione» e che «l'elettorato di centrodestra non si sta rifugiando nei partiti alleati, esenti dagli scandali (Lega Nord e Futuro e libertà), ma semmai sta rientrando nel Pdl, quasi a serrare le file». Ricolfi spiega in questo modo il «capolavoro» degli strateghi del Pd: «Quando il dispiegamento di mezzi ("l'ingente mole di strumenti di indagine", come l'ha definita il cardinal Bagnasco) supera una certa soglia, e l'uso politico della morale diventa troppo spregiudicato, nel pubblico scattano reazioni diverse da quelle ordinarie».

L'analisi di Ricolfi è piuttosto impietosa sia con l'attuale segretario del Pd, sia con il suo principale avversario interno, teorico della «vocazione maggioritaria»: «Né Veltroni né Bersani si mostrano capaci di resistere alla madre di tutte le tentazioni per un uomo politico: usare i guai extra-politici dell'avversario per "infilzarlo" politicamente». Ma così facendo, sottolinea, avvalorano la convinzione diffusa che «il maggior partito della sinistra non è in grado di battere politicamente Berlusconi, e perciò ci prova con le armi di sempre: magistratura e scandali. Senza avvedersi che, su questo, - osserva Ricolfi - l'elettorato è molto più avanti, molto più laico e maturo, del ceto politico». Non che sia «indifferente agli scandali, ma semplicemente evita di politicizzarli oltre un certo limite». Ma anche sul piano dei contenuti politici, per Ricolfi «il Pd di Bersani e quello di Veltroni si somigliano come due gocce d'acqua, e si somigliano per la semplice ragione che sono entrambi vecchi» e «stanchi», «appesantiti da un linguaggio che non se ne vuole andare, un linguaggio ormai logoro, fatto di formule generiche e messaggi in codice, così in codice che i due contendenti possono persino sembrare d'accordo su tutto». Anche «gli argomenti di cui si discute con più passione, come le primarie o la moralità del premier, hanno un inconfondibile sapore di strumentalità e di muffa».

Pierluigi Battista, sul Corriere della Sera, se la prende invece con quegli intellettuali organici alla sinistra che da quindici anni perpetuano «stancamente il rito dell'invettiva contro alcuni milioni di elettori considerati l'Italia peggiore, ripugnante, corrotta, sciocca, incolta, "barbara"», perché votano Berlusconi. E segnala l'ultima invettiva in ordine di tempo, quella di Andrea Camilleri, su MicroMega, «non contro Berlusconi, come sarebbe normale per chi lo avversa, ma contro chi lo vota», ribattezzato come «l'homo berlusconensis». «Disprezzare chi ha contratto il vizio morale di votare contro la tua parte - spiega Battista - ha un duplice, tonificante effetto. Gratifica l'Ego di chi si sente superiore e si considera titolare del diritto di far parte honoris causa dell'Italia dei "migliori"» e «consente di autoconsolarsi, attribuendo le ragioni della sconfitta non già ai propri errori, ma alla tara genetica degli italiani».

L'altra faccia della medaglia di questa «forma di superbia antropologica», tuttavia, è che una parte dell'elettorato, pur di non consegnarsi nella mani della casta dei "migliori", preferisce affidarsi a chi, almeno, non ne fa oggetto di disprezzo e di disgusto antropologico». Un «tic mentale» che Battista riconosce non appartenere ai leader politici della sinistra, i quali piuttosto si trovano costretti a «rincorrere» questo «disprezzo» per l'Italia che vota il «nemico», perché «molto spesso sono gli intellettuali a dettare il "tono" generale del discorso» pubblico. Un fenomeno, conclude Battista, che «oltre a essere una malattia culturale, rischia di diventare anche un permanente e invalidante handicap politico».
«Invece di conquistare il consenso e strapparlo all'avversario, perpetua una divisione insanabile con la parte maggioritaria, ma corrotta, dell'elettorato. E perciò consegna per sempre quella fetta del popolo tanto disprezzato all'egemonia berlusconiana tanto deplorata. Un boomerang micidiale, che prolungherà i suoi effetti anche alla fine di questa lunga stagione politica di bipolarismo primitivo e di guerra civile strisciante. Quando le due Italie, oggi divise da un muro di disprezzo e di ostilità, dovranno ricominciare a parlarsi».