Anche su L'Opinione e Notapolitica
Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?
Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.
Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».
Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.
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Wednesday, February 27, 2013
Thursday, February 21, 2013
Chi deve aver paura di Grillo?
Anche su Notapolitica
Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.
La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».
Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.
Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?
Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.
I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.
Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.
Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.
Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.
Riempie le piazze di adepti e curiosi, fa tremare i partiti tradizionali e comincia a preoccupare il mondo che ci guarda attonito, fa impazzire i sondaggisti che stentano a quantificarne il consenso. Ma non è che il movimento di Grillo, a dispetto di tutti i pronostici e i timori, finirà per essere un fattore di stabilità nel prossimo Parlamento? Andiamo con ordine.
La forza attrattiva di Grillo, com'è stato spiegato più volte, sta nel mancato rinnovamento della classe politica italiana (se Renzi avesse vinto le primarie, è indubbio che lo scenario sarebbe totalmente cambiato), nel susseguirsi di scandali e di prove di mal governo dei partiti tradizionali. Ma anche nella furbizia del comico genovese, che dietro le sue fulminanti battute e invettive riesce a nascondere da una parte la vacuità, le contraddizioni e l'impraticabilità delle sue appena abbozzate proposte e dall'altra la totale incompetenza e ingenuità dei suoi candidati. Ciò a cui ha saputo dare vita Grillo è un enorme sfogatoio di rabbia e frustrazioni popolari – pur giustificate – incanalate con modalità tali da far credere ai militanti di partecipare "dal basso", mentre lui mantiene il totale controllo, "dall'alto", su tutte le decisioni più importanti e sulla comunicazione. Purtroppo, quando capita di ascoltare la viva voce dei candidati del M5S emergono un'ingenuità, un vuoto e una confusione sconcertanti, tali da supporre che vietando loro di andare in tv Grillo cerchi di evitare confronti imbarazzanti. Con grande fatica si cerca di tirare fuori qualcosa di concreto, finché il candidato messo alle strette, qualche mattina fa su Radio24, non ammette che «la mia idea non conta».
Viene banalmente detto che Grillo ha ragione nella denuncia delle patologie italiane – su tutte, la cattiva politica – ma sbaglia le soluzioni. A nostro avviso ha torto marcio su entrambi gli aspetti. La cattiva politica è un fatto, ma nell'analisi di Grillo – se così si può chiamare – prevale un approccio moralistico. Non si preoccupa di indagare le cause sistemiche, strutturali, della mala politica. Per esempio, la presenza eccessiva, inquinante, dello Stato nell'economia, le risorse eccessive che i nostri politici sono chiamati (da noi stessi) a gestire, i meccanismi di incentivi e disincentivi che operano nella pubblica amministrazione, e i complessi sistemi che regolano l'elezione della rappresentanza politica a tutti i livelli.
Nulla di tutto questo. E qui c'è la grande, insanabile contraddizione del movimento di Grillo – ma non solo. Da un lato si scaglia contro i politici incapaci e disonesti, dall'altro, credendo in questo modo di contrastare il malaffare, propone di estendere e rafforzare il controllo pubblico, mostrando un pregiudizio negativo nei confronti del privato in ogni ambito. L'acqua deve rimanere in mani pubbliche, la scuola e la sanità ovviamente anche, e così via senza tenere in minimo conto le ragioni dell'efficienza economica. Chi dovrebbe gestire, infatti, questo o quel bene/servizio – che non funziona ma "deve" rimanere pubblico – se non i politici? Vorrebbe farci credere che basta cambiare nomi e cognomi di chi gestisce la cosa pubblica per risolvere tutti i nostri problemi. Come insegna anche il caso Giannino, la cui campagna elettorale purtroppo non è stata immune da riflessi "grillini", affidarsi a presunti "partiti degli onesti" è la premessa per l'ennesima, inevitabile, delusione. E sono gli stessi candidati grillini ad ammetterlo candidamente. Sempre a Radio24, uno di loro avvertiva che «su 100 parlamentari ci sarà qualche mela marcia. Ci sta». E allora? Cominciamo daccapo?
Gli italiani dovrebbero acquisire piena consapevolezza del fatto che tutto ciò che è pubblico non può venire gestito, direttamente o indirettamente, che dai politici che ci scegliamo e che più cose decidiamo di fargli gestire, più aumentano le probabilità di cattiva gestione, nel migliore dei casi, e di vere e proprie malversazioni nel peggiore.
I sondaggisti sono in grande difficoltà nel "pesare" il consenso del M5S: sia perché i mezzi (prevalentemente telefonici) con cui conducono le interviste potrebbero non essere idonei a intercettare quel tipo di elettorato; sia perché ancora non è chiaro se si tratta di elettori che dichiarano volentieri la propria preferenza, o se si "vergognano" di farlo, o se dietro il M5S si nascondano elettori di altri partiti; e infine perché non sanno valutare se Grillo raccoglie più voti a destra o a sinistra, o da entrambe in egual misura.
Gli ultimi sondaggi inducono a ritenere realistica quest'ultima ipotesi. Rispetto al nucleo iniziale del movimento grillino, fatto di ambientalismo ideologico, antimilitarismo, No Tav, giustizialismo e denuncia dello strapotere della finanza, posizioni tradizionalmente di sinistra, nell'ultimo anno Grillo ha saputo cavalcare l'ondata anti-tasse e la ribellione contro i metodi di Equitalia, la denuncia degli sprechi e la richiesa di un certo protezionismo, temi tipici della destra. Non senza qualche scivolone verso destra e sinistra estreme: l'ipotesi di uscita dall'euro, o di risolvere il problema del debito semplicemente non ripagandolo, e la proposta di un reddito di cittadinanza di 1.000 euro a tutti. Trasversale a destra e a sinistra, e collante, il "vaffa" rivolto a tutti i partiti e la battaglia contro i costi della politica.
Ma se nella protesta e nella proposta di Grillo si ravvisano elementi che possono far breccia sia nell'elettorato di centrodestra che in quello di centrosinistra (e ovviamente nell'astensionismo), questa apparente equidistanza, o equivicinanza, non trova corrispondenza nei candidati e negli eletti del movimento, anche se gli elettori – non conoscendoli – ancora non lo sanno.
Laddove ha conseguito uno dei suoi maggiori successi, primo partito in Sicilia alle elezioni regionali dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.
Proprio a questo si riferiva Bersani quando accennava alla possibilità di «fare scouting» tra i grillini eletti alla Camera e al Senato. E proprio per questo gli eletti del M5S potrebbero giocare, a sorpresa, un ruolo stabilizzante nel prossimo Parlamento. Molto difficile, infatti, che l'opposizione grillina sia disponibile a sommare i propri voti a quelli di Berlusconi e della Lega per far cadere un governo Bersani; e persino possibile, se non probabile, che come avvenuto in Sicilia, in gruppo o in ordine sparso, gli eletti grillini decidano di dialogare con il Pd e di offrire, più o meno stabilmente, il proprio sostegno esterno al governo di centrosinistra.
Wednesday, October 31, 2012
Perché Grillo ha fallito il "boom"
In Sicilia non ha "sfondato" tra astensionisti ed elettori di centrodestra
E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.
Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.
Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.
Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.
La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".
E così l'analisi dei flussi condotta dal solito Istituto Cattaneo (confronto su Palermo, tra comunali e regionali 2012) conferma, come spiegavamo in questo post, il mancato boom del Movimento di Grillo alle elezioni siciliane. Non è che non sia stato un successo: per la prima volta dimostra di avere numeri da movimento nazionale, e a doppia cifra, ma il grosso degli elettori non ha visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione e il suo candidato si è piazzato terzo staccato di oltre 7 punti dal secondo.
Ciò che emerge, infatti, è che i voti necessari per passare in pochi mesi dal 5 al 20% nel capoluogo siciliano il M5S non li ha pescati né dal bacino dell'astensione, né dai partiti di centrodestra. Hanno votato il candidato di Grillo un gran numero di elettori che alle comunali avevano votato partiti di sinistra o di centro: il 29,8% della sinistra radicale, il 26% del Pd, il 21,8% del Terzo polo (Udc, Fli, Api) e il 15,1% dell'Idv, mentre solo il 6,9% degli elettori del Pdl.
Grillo quindi ha ottenuto il suo successo in Sicilia seducendo i delusi dei partiti di sinistra e del Terzo polo, ma non gli astensionisti e gli elettori di centrodestra. Il bacino dell'astensionismo e l'elevata percentuale di elettori indecisi a livello nazionale rappresentano certamente un margine di crescita per Grillo, ma anche per gli altri partiti, vecchi o nuovi. Avendo raggiunto una massa critica importante, non si può escludere che il M5S possa convincere gli astenuti e gli indecisi, ma nemmeno che i partiti tradizionali, rinnovandosi, riescano almeno in parte a recuperare i loro delusi.
Degno di nota, inoltre, che rispetto alle comunali di pochi mesi fa ben il 33,3%, esattamente uno su tre, degli elettori del Terzo polo (Udc, Fli, Api) si è astenuto piuttosto che seguire l'indicazione di Crocetta o altre. Il messaggio che Casini dovrebbe cogliere sembra evidente: quando si allea con il Pd quasi la metà dei suoi elettori non lo seguono e preferiscono astenersi o, in misura minore, votare un candidato di centrodestra. Può quindi andare incontro ad una mutazione del suo elettorato, fungendo da nuova Margherita, o ad un forte calo dei consensi.
La cattiva notizia per il Pdl è che la sinistra è molto più del 30% raccolto da Crocetta, ma la buona è che i suoi elettori delusi non sembrano ancora essersi accasati altrove - né a sinistra, né con Casini, né nel movimento di Grillo, che esercitano a quanto pare ben poca attrazione presso di essi. Sono lì in attesa, incazzati più che "moderati".
Il voto in Sicilia chiama in causa anche Monti
Anche su L'Opinione
Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.
Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.
Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?
Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?
Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.
Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.
Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.
Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?
Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?
Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.
Tuesday, October 30, 2012
Svolta gattopardiana in Sicilia
Nonostante la buona affermazione di Grillo - certo non il boom, semmai il flop considerando le aspettative della vigilia e i rumors diffusi a scrutinio in corso - si profila il più classico degli esiti gattopardiani: in Sicilia sembra cambiare tutto, ma in realtà cambia poco o niente. La vittoria del Pd, che per l'occasione "veste" una coalizione centrista - con l'Udc, forte nell'isola - quindi molto diversa da quella che propone a livello nazionale (con Vendola) è netta, così come netta è la sconfitta del Pdl, ma dato lo stato comatoso, quasi terminale del partito, nemmeno appare così catastrofica come sarebbe potuta essere, per esempio, se il suo candidato si fosse piazzato terzo dietro a quello grillino. Il che consente ad Alfano di recriminare sulle divisioni del centrodestra che hanno avvantaggiato il centrosinistra. La lista ufficiale del Pdl raccoglie il 12,9% (solo uno 0,5% in meno rispetto a quella ufficiale del Pd), erosa soprattutto dall'astensionismo, e in misura minore da Grillo e da Miccichè, ma il candidato il 25,7%, oltre 7 punti avanti quello grillino fermo al 18.
Ma per il governo dell'isola cambia davvero poco o niente: avendo conquistato la sua coalizione solo 39 seggi, lontani dalla maggioranza di 46, Crocetta per governare dovrà chiedere aiuto ai lombardiani. Ed ecco quindi che di fatto la continuità con la maggioranza uscente Pd-Udc-Lombardo è evidente, seppure questa volta con un baricentro spostato più a sinistra, ma sempre con un forte potere di ricatto di Lombardo. Per la prima volta però un partito di sinistra entra al governo della Sicilia dalla porta principale, non a seguito di ribaltoni, quindi Bersani può cantare vittoria, in questo senso il «risultato storico» c'è tutto. Da prendere con le pinze, inoltre, qualsiasi lettura che volesse attribuire un significato, una portata nazionale all'alleanza Pd-Udc.
E' una colossale bufala giornalistica, invece, parlare del M5S come primo partito in Sicilia. Semmai prima lista, perché se il M5S ha preso il 14,9% dei voti validi, superando di poco le liste ufficiali di Pd e Pdl, queste ultime, come al solito in elezioni ammninistrative, erano affiancate da liste civiche/personali dei candidati, per massimizzare il più possibile la raccolta di seggi.
La realtà è che alle elezioni regionali ha comunque poco senso porre l'enfasi sui voti di lista. Più significativi politicamente quelli ai candidati. Dovevano essere le elezioni del boom di Grillo, qualcuno vedeva già il suo candidato vincitore, invece è arrivato a malapena terzo (staccato di 7 punti dal secondo e solo di 2 dal quarto). Per ora Grillo non sfonda (il che non significa che non potrà farlo in futuro), resta uno sfogatoio, gli elettori delusi e disgustati dai partiti tradizionali preferiscono per lo più astenersi piuttosto che votare M5S. Considerando il notevole astensionismo (oltre il 52%) - e ad essere rimasti a casa per disaffezione non sono certo i grillini - il 18% di Cancelleri varrebbe all'incirca il 13% in un'elezione, come quella del 2008, con un'affluenza del 66%, e il 14,9% della lista un 10%. Non un boom, quindi, da oggi però quello di Grillo è un movimento nazionale, nel senso che ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza non solo al centro-nord, ma anche al sud, anche se per ora si tratta di elezioni amministrative. Si può dire che l'astensione ha fermato Grillo così come ha punito i partiti e le coalizioni tradizionali, ma gli elettori sono lì che aspettano un'offerta politica convincente, che finora non hanno visto nemmeno nel M5S.
Ma per il governo dell'isola cambia davvero poco o niente: avendo conquistato la sua coalizione solo 39 seggi, lontani dalla maggioranza di 46, Crocetta per governare dovrà chiedere aiuto ai lombardiani. Ed ecco quindi che di fatto la continuità con la maggioranza uscente Pd-Udc-Lombardo è evidente, seppure questa volta con un baricentro spostato più a sinistra, ma sempre con un forte potere di ricatto di Lombardo. Per la prima volta però un partito di sinistra entra al governo della Sicilia dalla porta principale, non a seguito di ribaltoni, quindi Bersani può cantare vittoria, in questo senso il «risultato storico» c'è tutto. Da prendere con le pinze, inoltre, qualsiasi lettura che volesse attribuire un significato, una portata nazionale all'alleanza Pd-Udc.
E' una colossale bufala giornalistica, invece, parlare del M5S come primo partito in Sicilia. Semmai prima lista, perché se il M5S ha preso il 14,9% dei voti validi, superando di poco le liste ufficiali di Pd e Pdl, queste ultime, come al solito in elezioni ammninistrative, erano affiancate da liste civiche/personali dei candidati, per massimizzare il più possibile la raccolta di seggi.
La realtà è che alle elezioni regionali ha comunque poco senso porre l'enfasi sui voti di lista. Più significativi politicamente quelli ai candidati. Dovevano essere le elezioni del boom di Grillo, qualcuno vedeva già il suo candidato vincitore, invece è arrivato a malapena terzo (staccato di 7 punti dal secondo e solo di 2 dal quarto). Per ora Grillo non sfonda (il che non significa che non potrà farlo in futuro), resta uno sfogatoio, gli elettori delusi e disgustati dai partiti tradizionali preferiscono per lo più astenersi piuttosto che votare M5S. Considerando il notevole astensionismo (oltre il 52%) - e ad essere rimasti a casa per disaffezione non sono certo i grillini - il 18% di Cancelleri varrebbe all'incirca il 13% in un'elezione, come quella del 2008, con un'affluenza del 66%, e il 14,9% della lista un 10%. Non un boom, quindi, da oggi però quello di Grillo è un movimento nazionale, nel senso che ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza non solo al centro-nord, ma anche al sud, anche se per ora si tratta di elezioni amministrative. Si può dire che l'astensione ha fermato Grillo così come ha punito i partiti e le coalizioni tradizionali, ma gli elettori sono lì che aspettano un'offerta politica convincente, che finora non hanno visto nemmeno nel M5S.
Thursday, July 19, 2012
Con la Grecia in casa ci sentiremo tutti un po' più "tedeschi"
Cosa direbbero gli italiani se il governo Monti proponesse una tassa speciale per evitare il default della Sicilia? Con le debite differenze e in scala ridotta, potremmo ritrovarci presto in casa una piccola Grecia. Allora, forse, chi ha troppo facilmente accusato i tedeschi di miopia ed egoismo per aver condizionato gli aiuti ad Atene a tagli recessivi e scrupolosi controlli, comprenderà meglio la loro "ossessione" per il rigore, cosa significa dover garantire il debito contratto da altri o addirittura doverlo rimborsare a fondo perduto.
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
(...)
Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.
Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.
Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
(...)
E' stato il numero due della Confindustria siciliana, Ivan Lo Bello, in un'intervista al Corriere, a lanciare l’allarme: la Sicilia è «sull’orlo del fallimento». Stipendi e pensioni regionali sarebbero i primi a saltare, ma anche i servizi ai cittadini. Il debito accertato dalla Corte dei Conti è di 5,3 miliardi di euro, ma è «destinato a salire ulteriormente». Si sospetta infatti che false poste in bilancio e crediti inesigibili possano "coprire" una voragine ben superiore. La Regione, rivela la Cgia di Mestre, ha costi per la politica e per l'acquisto di beni e di servizi, in termini pro capite, 2,5 volte superiori alla media di tutte le altre regioni d'Italia, e quelli relativi agli stipendi del personale addirittura del triplo. Molte le inchieste giornalistiche che negli ultimi anni hanno documentato sprechi e privilegi.
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Non è tutta responsabilità dell'attuale governatore, Raffaele Lombardo... Si tratta di un malgoverno che dura da decenni e del fallimento dello Stato unitario nel tentare di risolvere la cosiddetta "questione meridionale". Il Sud Italia proprio non ce la fa ad attestarsi a livelli di produttività, legalità ed efficienza amministrativa paragonabili a quelli del centro e del nord del paese. Colpa di un'autonomia intesa solo come libertà di spesa, a fronte di trasferimenti comunque assicurati da Roma, e di politiche keynesiane-assistenzialiste incapaci di creare sviluppo.
Un modello bocciato dalla storia, che però rischia di rappresentare un'anticipazione del prossimo futuro dell'Eurozona. Se da una parte cìè il rischio effettivo che la perdita di sovranità a favore dell'Ue corrisponda ad uno smembramento di fatto dell'Italia e ad una subordinazione alla potenza egemone, la Germania, dall'altra sembra più concreto il rischio di "italianizzazione" dell'Eurozona – un Nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso – se costringeremo la Germania e i paesi del nord Europa ad adottare nei confronti dell'Europa mediterranea le stesse politiche sbagliate che per oltre un secolo il nostro Stato unitario ha "somministrato" al Sud Italia.
Non sorprende che autorevoli voci della stampa internazionale ritengano arrivata l'ora di riconoscere il fiasco dello Stato unitario italiano. Secondo Tony Barber (Financial Times), l'ideale sarebbe un'Europa più piccola e compatta, corrispondente più o meno al Sacro Romano Impero, con il Nord Italia (fino a Roma) insieme a Francia, Germania e ai Paesi del Benelux. Mentre sul Wall Street Journal si osserva che «l'Italia non ha mai funzionato come Stato centralizzato» e si suggerisce il ritorno al modello delle Città-Stato rinascimentali. Sta a noi smentirli con i fatti.
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Thursday, July 05, 2012
Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?
Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Thursday, October 28, 2010
Porte spalancate
«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presidente della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontissima ad arrangiarsi da sola».Provocazione? «No, dico sul serio». Pare che Fini sia sfortunato. Lascia il Pdl accusandolo di essersi appiattito sulla Lega, e di non tutelare l'unità d'Italia dagli attacchi e dalle battute bossiane, e senti cosa dice il suo nuovo compagno di viaggio: «L'Unità d'Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? No... L'unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno». Lombardo celebrerà l'unità solo quando sarà riscritta la sua storia. I bersaglieri? Autori di «genocidi». I Mille? Fecero un favore alla mafia.
(Raffaele Lombardo, oggi in un'intervista a il Giornale).
La Sicilia se ne va per conto suo? Magari! Spalancate le porte!
Monday, June 08, 2009
Il PdL torna sulla terra; Pd, crollo annunciato
E' incredibile il modo in cui i principali quotidiani hanno aperto le loro prime pagine questa mattina. L'impressione che si ricava dai titoli è che Pd e PdL siano accomunati nelle urne più o meno dallo stesso calo di voti («frenata», il termine usato da molti per entrambi i partiti). Ma c'è una grossa differenza tra un calo del 2,1%, però da un sontuoso 37,4%, e perdere il 7%, da un già deludente 33,1%. Esattamente la differenza che passa tra ciò che a mio parere si può definire un ritorno con i piedi per terra per il PdL, che si era illuso di potersi avvicinare alla soglia del 40% in una tornata elettorale che, tutti sapevano, si sarebbe caratterizzata per un forte astensionismo, e un crollo annunciato per il Pd - e che fosse annunciato non lo rende per questo solo una «frenata», un «calo», o un «giù».
Come al solito, ciò accade perché il confronto viene fatto più con le aspettative che con i voti reali delle precedenti elezioni (Politiche 2008; Europee 2004). Il risultato del PdL viene valutato rispetto alla più ottimistica previsione della vigilia (il 40-41% secondo la maggior parte degli istituti di sondaggi); mentre quello del Pd rispetto alla previsione più pessimistica (22-23%). Così si ricava una percezione totalmente distorta dell'esito delle elezioni.
La mia impressione è che per quanto riguarda il calo del PdL (rispetto alle Politiche 2008, non alle Europee 2004) abbia pesato soprattutto l'astensione (in particolare al Meridione e nelle Isole). In uscita, forse, anche una piccola quota di voto femminile per la vicenda Noemi. Ciò su cui vi invito a soffermarvi è l'impressionante forbice tra l'affluenza nelle circoscrizioni del Nord e del Centro e l'affluenza nella circoscrizione insulare. Che le regioni meridionali e insulari votano meno di quelle centrali e settentrionali è la norma in tutte le elezioni, ma questa volta la forbice si allargata in modo davvero notevole.
Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e Marche sono andate tutte abbondantemente sopra il 70%; lo scarto con la Sicilia (49%) è di oltre 20 punti; con la Sardegna (41%) addirittura di 30. Alle politiche del 2008, le stesse regioni del Nord e del Centro fecero registrare un'affluenza intorno all'84%, ma allora lo scarto con la Sicilia (75%) fu solo di una decina di punti, mentre con la Sardegna (72%) di 12 punti. La differenza nell'affluenza si è raddoppiata nel caso della Sicilia e quasi triplicata in Sardegna rispetto alle Politiche del 2008. Quindi, a livello nazionale ha pesato molto meno il voto meridionale e insulare, dove il PdL andava ben oltre il 40%. Possono aver influito negativamente il dissidio tra il PdL e l'Mpa di Lombardo e lo spostamento del G8 dalla Sardegna a L'Aquila. Questo da solo potrebbe spiegare a livello di peso percentuale lo spostamento di 2 punti dal PdL alla Lega.
Detto questo, rimane il fatto che aumenta più del doppio il distacco tra PdL e Pd (dal 4,3% al 9,2%); che insieme PdL e Lega prendono comunque il 45,5% (solo -0,2% rispetto alle politiche), mentre insieme Pd e Di Pietro il 34,1% (-3,4%); che in tutte le circoscrizioni e in quasi tutte le regioni (18 su 20) il PdL è primo partito; che il Pd è caduto in due "regioni rosse": in Umbria e nelle Marche è stato sorpassato dal PdL; che alla luce di questi dati e della maggiore affluenza, dalle amministrative potrebbero uscire sorprese amarissime per il Pd.
Un'ultima considerazione sull'assetto tendenzialmente bipartitico del sistema, che secondo me non esce indebolito da questi risultati. Bisogna infatti considerare fisiologico che entrambi i partiti maggiori risentissero del tipo di elezione: non essendo in gioco il governo del Paese, ma il lontano Parlamento europeo, gli elettori non si sono sentiti vincolati dal cosiddetto "voto utile". E' normale, quindi, che vi siano stati più voti in libera uscita verso Lega, Udc, Di Pietro, Pannella-Bonino, comunisti e verdi. E' accaduto in quasi tutti i paesi europei. Non canterei vittoria se fossi in Casini, insomma. Altrimenti bisognerebbe sostenere che in Gran Bretagna non c'è più il bipartitismo.
Ulteriori commenti e analisi, comunque, a una più attenta valutazione dei voti reali.
Come al solito, ciò accade perché il confronto viene fatto più con le aspettative che con i voti reali delle precedenti elezioni (Politiche 2008; Europee 2004). Il risultato del PdL viene valutato rispetto alla più ottimistica previsione della vigilia (il 40-41% secondo la maggior parte degli istituti di sondaggi); mentre quello del Pd rispetto alla previsione più pessimistica (22-23%). Così si ricava una percezione totalmente distorta dell'esito delle elezioni.
La mia impressione è che per quanto riguarda il calo del PdL (rispetto alle Politiche 2008, non alle Europee 2004) abbia pesato soprattutto l'astensione (in particolare al Meridione e nelle Isole). In uscita, forse, anche una piccola quota di voto femminile per la vicenda Noemi. Ciò su cui vi invito a soffermarvi è l'impressionante forbice tra l'affluenza nelle circoscrizioni del Nord e del Centro e l'affluenza nella circoscrizione insulare. Che le regioni meridionali e insulari votano meno di quelle centrali e settentrionali è la norma in tutte le elezioni, ma questa volta la forbice si allargata in modo davvero notevole.
Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia, Toscana, Umbria e Marche sono andate tutte abbondantemente sopra il 70%; lo scarto con la Sicilia (49%) è di oltre 20 punti; con la Sardegna (41%) addirittura di 30. Alle politiche del 2008, le stesse regioni del Nord e del Centro fecero registrare un'affluenza intorno all'84%, ma allora lo scarto con la Sicilia (75%) fu solo di una decina di punti, mentre con la Sardegna (72%) di 12 punti. La differenza nell'affluenza si è raddoppiata nel caso della Sicilia e quasi triplicata in Sardegna rispetto alle Politiche del 2008. Quindi, a livello nazionale ha pesato molto meno il voto meridionale e insulare, dove il PdL andava ben oltre il 40%. Possono aver influito negativamente il dissidio tra il PdL e l'Mpa di Lombardo e lo spostamento del G8 dalla Sardegna a L'Aquila. Questo da solo potrebbe spiegare a livello di peso percentuale lo spostamento di 2 punti dal PdL alla Lega.
Detto questo, rimane il fatto che aumenta più del doppio il distacco tra PdL e Pd (dal 4,3% al 9,2%); che insieme PdL e Lega prendono comunque il 45,5% (solo -0,2% rispetto alle politiche), mentre insieme Pd e Di Pietro il 34,1% (-3,4%); che in tutte le circoscrizioni e in quasi tutte le regioni (18 su 20) il PdL è primo partito; che il Pd è caduto in due "regioni rosse": in Umbria e nelle Marche è stato sorpassato dal PdL; che alla luce di questi dati e della maggiore affluenza, dalle amministrative potrebbero uscire sorprese amarissime per il Pd.
Un'ultima considerazione sull'assetto tendenzialmente bipartitico del sistema, che secondo me non esce indebolito da questi risultati. Bisogna infatti considerare fisiologico che entrambi i partiti maggiori risentissero del tipo di elezione: non essendo in gioco il governo del Paese, ma il lontano Parlamento europeo, gli elettori non si sono sentiti vincolati dal cosiddetto "voto utile". E' normale, quindi, che vi siano stati più voti in libera uscita verso Lega, Udc, Di Pietro, Pannella-Bonino, comunisti e verdi. E' accaduto in quasi tutti i paesi europei. Non canterei vittoria se fossi in Casini, insomma. Altrimenti bisognerebbe sostenere che in Gran Bretagna non c'è più il bipartitismo.
Ulteriori commenti e analisi, comunque, a una più attenta valutazione dei voti reali.
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