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Thursday, October 28, 2010

Porte spalancate

«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presidente della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontis­sima ad arrangiarsi da sola».
(Raffaele Lombardo, oggi in un'intervista a il Giornale).
Provocazione? «No, dico sul serio». Pare che Fini sia sfortunato. Lascia il Pdl accusandolo di essersi appiattito sulla Lega, e di non tutelare l'unità d'Italia dagli attacchi e dalle battute bossiane, e senti cosa dice il suo nuovo compagno di viaggio: «L'Unità d'Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? No... L'unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno». Lombardo celebrerà l'unità solo quando sarà riscritta la sua storia. I bersaglieri? Autori di «genocidi». I Mille? Fecero un favore alla mafia.

La Sicilia se ne va per conto suo? Magari! Spalancate le porte!

Wednesday, May 05, 2010

Federalisti e patrioti

In un bell'articolo di storia Sergio Soave, su Il Foglio, racconta le difficoltà con il concetto di patria e il risorgimento che ebbero per decenni le principali famiglie politiche - cattolici e comunisti - da cui oggi si ergono i più accaniti censori della Lega; ricorda il tradimento, in epoca post-unitaria, della cultura federalista dei Cattaneo, dei Cavour e dei Minghetti - che appartiene invece a pieno titolo alla storia del risorgimento ma è stata rimossa subito dopo l'unità prima dalla sinistra storica, poi dall'epoca giolittiana, e infine definitivamente sepolta con il fascismo - arrivando a concludere, in modo molto simile a quanto ho cercato di dire con il post di ieri, che oggi il nodo è «ricostruire il carattere unitario che il centralismo prima sabaudo, poi fascista, poi partitocratico ha messo a rischio» e in quest'ottica «si potrebbe dire paradossalmente che i federalisti della Lega siano i nuovi patrioti involontari, che si rifanno alle tradizioni più nobili del risorgimento che dileggiano... Non ci sarà da stupirsi se Bossi passerà alla storia come il salvatore dell'unità nazionale, che non vuole festeggiare». Solo, non sarei così sicuro che Bossi ne sia inconsapevole.

Tuesday, May 04, 2010

Unità d'Italia, Fini spiazzato dalla Lega di governo

Celebrare l'unità d'Italia con i fatti e non a parole. Si può sintetizzare così il pensiero espresso sia dal ministro Calderoli domenica scorsa, ospite di In Mezz'ora, di Lucia Annunziata, sia dal leader della Lega Bossi, in un'intervista di oggi a la Repubblica. Oppure, si può travisare, fingere di non capire, mettere in bocca ai leghisti espressioni dissacranti anche quando non lo sono. Mi dispiace per Fini, ma non vedo alcuna «sostanziale negazione dell'unità nazionale» nelle parole di Calderoli e l'intervista di Bossi ne è la conferma. E' una macchietta polemica che ormai serve solo al presidente della Camera per distinguersi a tutti i costi, per trovare le ragioni di una frattura che sente come necessaria in realtà per la sua frustrazione di "eterno secondo".

Bossi non esclude di partecipare alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, anche se, osserva, «a naso mi sembrano le solite cose inutili e un po' retoriche». Chi in tutta onestà può dirsi certo che i fatti gli daranno torto? Deve ancora rifletterci su e decidere, aggiunge Bossi, ma fa comunque capire che non mancherebbe all'appuntamento se il presidente Napolitano lo chiamasse. Qui si scommette che i leghisti ci saranno. Fini giudica «un'inezia», in tempi di crisi economica e ristrettezze di bilancio, spendere 35 milioni di euro per le celebrazioni. Che ci saranno, stia tranquillo, ma c'è sicuramente un modo più concreto rispetto alle parate, ai musei e ai gagliardetti per celebrare l'anniversario dell'unità.

La «speranza» del leader leghista, per esempio, è di «arrivarci con il federalismo fatto, che sia legge e diventi finalmente realtà». Il ragionamento di Calderoli e Bossi è semplice: oggi l'Italia può dirsi davvero unita? O forse il federalismo, proprio nella ricorrenza del prossimo anno, può rappresentare il completamento del processo unitario? Fini ci tiene a marcare la sua differenza culturale dalla Lega e risponde di no: l'Italia è «già unita» e il federalismo «non serve a unire». Da romano non mi vergogno di sentirmi più vicino all'approccio di chi invece pensa che l'Italia sia unita formalmente, dal punto di vista dei confini, e che abbia bisogno di più unità.

Quello tra il Nord che produce e il Sud assistito è uno squilibrio che, prima di ogni altra considerazione, non regge più e che rischia - questo sì - di minacciare l'unità nazionale, nella misura in cui gli italiani delle diverse parti del Paese hanno sempre meno la sensazione di condividere una stessa storia, uno stesso destino, gli stessi interessi in termini di prospettive di benessere e realizzazione. Serve quindi un nuovo patto unitario tra Stato centrale, comunità locali e singoli cittadini, in cui ci sia un rapporto tra la ricchezza che si crea in un territorio e ciò che si spende, tra i servizi che si offrono e ciò che si chiede ai cittadini. Con tutti i dovuti paracadute, ma se non si crea questo rapporto, e non entra nella percezione dei cittadini che il malgoverno si paga, allora addio non solo all'unità.

Una ritrovata, rinvigorita unità del Paese oggi passa indubbiamente anche, se non soprattutto, per il federalismo fiscale. Perché non riconoscere i passi avanti compiuti dalla Lega, che non solo non parla più di secessione, ma che vede nel federalismo - parole di Bossi - «l'unico pezzo che manca al compimento della vera storia del nostro Paese»? Perché non riconoscere alla Lega di aver offerto al Paese intero (non solo al Nord), con il federalismo, una chance per meglio concepire, dopo 150 anni, la nostra unità nazionale e un'alternativa all'assistenzialismo per cercare di risolvere la questione meridionale?

Thursday, August 20, 2009

Lettera da un italiano deluso

Sono così impastati di tabù e politically correct che quando trovano uno che si esprime con schiettezza, credono d'aver trovato un animale raro. Molte cose dette da Matteo Lazzaro hanno con sé la forza della ragionevolezza e sono ampiamente condivise da milioni persone, come la sua voglia di "Stati Uniti". Tanto è il disgusto per il presente, tuttavia, da influenzare negativamente, fin troppo, la sua lettura del passato. Ed è proprio la parte storica nel ragionamento di Lazzaro a non reggere, perché frutto, come ha scritto Galli Della Loggia, del «disastro educativo prodotto negli ultimi decenni nelle nostre scuole» da manuali e insegnanti «convinti di contribuire in questo modo alle fortune del progressismo "democratico" anziché, come invece è accaduto, a quelle di un autentico nichilismo storiografico».

Ecco, in questi giorni in cui la politica, complice il presidente Napolitano, ha trovato il modo di aprire l'ennesima sterile polemica sui festeggiamenti per l'Unità d'Italia, sarebbe invece il caso di trarre qualche lezione da questo dibattito e ripensare al modo in cui celebrare questa ricorrenza.