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Monday, September 24, 2012

Prendi i soldi e... dimettiti!

Dite quello che volete, ma più passano i giorni e più abbiamo la conferma che il problema non è come i consiglieri Pdl hanno speso i fondi del loro gruppo. Quei soldi non dovevano proprio essere presi, né dal Pdl, né dagli altri gruppi, mentre invece se li sono presi all'unanimità, tutti i gruppi. Le dimissioni annunciate dei consiglieri Pd-Idv sono il massimo dell'ipocrisia e della viltà, suonano come un "prendi-i-soldi-e-scappa". Da un lato champagne e maschere da maiale, ma si può sapere come hanno speso i nostri soldi Pd, Idv, Sel e tutti gli altri? E perché non li restituiscono prima di andarsene?

Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».

Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.

E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».

Monday, May 23, 2011

La capitale reticolare era cosa seria

Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.

Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.

Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.

Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.

Tuesday, February 15, 2011

L'unico programma della sinistra

Sempre lucido e inappuntabile Luca Ricolfi nel disperato tentativo di guarire la sinistra dalla sua ormai trentennale «sindrome da minoranza virtuosa». Una comoda e autoassolutoria «narrazione della storia nazionale» - basata sulla convinzione che «chi vota a sinistra sarebbe "la parte migliore del Paese", mentre la parte che sceglie il centrodestra sarebbe la parte peggiore», e sull'«idea di una vera e propria mutazione antropologica degli italiani, traviati fin dagli anni '80 dal consumismo e dalla tv commerciale» - rende la sinistra, sia politica che culturale, «incapace di darsi una ragione politica dei propri insuccessi», e perciò incline a nascondersi dietro «l'alibi dell'indegnità degli italiani». E' da «mezzo secolo che "alla sinistra non piacciono gli italiani"», senza chiedersi come mai agli italiani non piaccia la sinistra.

E' ora che la sinistra si racconti un'altra storia sulle ragioni delle sue sconfitte. Possibilmente questa volta «un racconto senza alibi e autoindulgenze, un po' più rispettoso degli italiani e un po' più abrasivo su sé stessa». Conclude infatti Ricolfi:
«Perché se l'Italia non è, né è mai stata, il Paese moralmente degradato tante volte descritto in questi anni. Se il consenso al leader Berlusconi non è mai stato plebiscitario. Se i suoi fan non sono mai stati tantissimi. Se oggi 2 italiani su 3 non danno la sufficienza a Berlusconi, e appena 1 su 20 lo promuove a pieni voti. Se, a dispetto di tutto ciò, i sondaggi rivelano che il giudizio dei cittadini sull'opposizione è ancora più negativo - molto più negativo - di quello sul governo. Beh, se tutto questo è vero, allora vuol dire che i problemi politici dell'Italia non stanno solo nei comportamenti del premier e nelle insufficienze del suo governo, ma anche nella difficoltà dell'opposizione di trovare, finalmente, un'idea, un programma e un volto che convincano quella metà dell'Italia che non è berlusconiana ma, per ora, non se la sente di votare a sinistra».
Eppure vediamo in questi giorni come l'unico programma della sinistra sia abbattere Berlusconi per via giudiziaria. L'unica strategia è tifare per la Procura di Milano, senza temere il rischio che corre la nostra democrazia con l'enorme potere politico che una parte minoritaria ma consistente della magistratura verrebbe ad assumere riuscendo in questo disegno. Sconfiggere il centrodestra facendo fuori il suo leader, nell'illusione che ciò basti, che l'unico ostacolo sulla via che porta al governo del Paese sia rappresentato da Berlusconi, e non piuttosto dalla sinistra stessa.

Prova ne sono le ripetute disponibilità del Pd di Bersani a qualsiasi alleanza, qualsiasi governo di responsabilità nazionale, purché senza Berlusconi. Il che toglie qualsiasi credibilità alle critiche nel merito dell'azione di governo. Il federalismo non va bene perché divide il Paese o è fatto male? Andrebbe improvvisamente bene anche questa versione, se la Lega mollasse Silvio. La politica economica di questo governo è disastrosa? Eppure sarebbero pronti a sostenere un governo guidato da Tremonti - secondo tutti il vero unico dominus della politica economica - purché si tolga di mezzo Berlusconi.

Eppure quando prima o poi si sveglieranno dall'incubo ad accoglierli troveranno una realtà ben più dura. Che forse agli italiani va bene tutto purché non la sinistra.

Friday, February 04, 2011

Ci stanno cascando di nuovo

Tutto fa gioco alla maggioranza, persino il presidente Napolitano. L'intronato del Colle mette a segno il dispettuccio di rovinare la festa già sobria sul federalismo, rispedendo al mittente il decreto non - come purtroppo crederanno in molti - per la presunta bocciatura di ieri in bicamerale, ma per un cavillo procedurale della legge delega. Così facendo il presidente si presta al gioco sporco di far credere alla gente che sia illegittimo da parte del governo approvare il federalismo anche senza il parere positivo del Parlamento, ma non si rende conto di fare il gioco della maggioranza (in vista l'ennesima "fiducia" in aula) e, in particolare, di ripagare la Lega con voti sonanti.

Non so se anche questa volta la strategia di difesa e contrattacco scelta da Berlusconi avrà successo, ma è l'unica sensata da tentare: governare, governare, governare. Ha sbagliato tutto su Fini, ma su questo Ferrara ci ha visto giusto: l'unica risposta ai "guardoni" è governare, o almeno provarci contro tutto e tutti. Contro le procure politicizzate, contro il fango dei media; contro le opposizioni pregiudiziali che hanno fallito l'ennesimo colpo del ko (non votando il parere sul federalismo qualcuno pensava di indurre Bossi a staccare la spina, ma il leader leghista ha fiutato e sembra essersi convinto della strategia di Berlusconi); e, da ultimo, nonostante il presidente Napolitano.

Il "racconto" che sta già andando in scena, per l'ennesima volta, e che rischia di caratterizzare un'eventuale campagna elettorale - lascio a voi giudicare se e quanto verosimile o frutto solo di abilità comunicativa - è quello solito di un Berlusconi che tenta di "fare" contro tutto e tutti, ma non lo fanno governare perché "è tutto in mano alla sinistra". Di chi sarà la colpa se si tornerà al voto? Le opposizioni - e non solo - ci stanno cascando di nuovo. Se è questo lo scenario verso cui andiamo, la campagna elettorale sarà sì in salita per Berlusconi - e non è detto che rivinca, perché gli italiani sono esausti e lievemente incazzati - ma avrà dalla sua il suo argomento preferito: fondato o meno che sia, la persecuzione politico-mediatico-giudiziaria nei suoi confronti. E con la Lega pronta a capitalizzare - almeno al nord - i voti in uscita dal Pdl. Insomma, l'insistenza di Berlusconi nel voler andare avanti, il rilancio sulla crescita economica e la riforma del fisco, la sorprendente pazienza di Bossi, tutto va letto in questa chiave.

Se si riesce a governare, se passano le riforme, tanto meglio. Altrimenti, siano gli oppositori di ogni dove e rango (partiti, procure, giornali) ad assumersi la responsabilità del ritorno alle urne. Questo è il film che il centrodestra sta girando, e nel quale tutti - dal Pd al Terzo polo, dalle procure fino a Napolitano - sembrano essere già entrati nella parte più congeniale al protagonista: Berlusconi.

UPDATE:
Come volevasi dimostrare. Calderoli: «Se verranno presentati dei documenti sulle comunicazioni del governo sul federalismo municipale, allora io chiederò il voto di fiducia nel Consiglio dei ministri». Se passa, nuova vittoria del governo; se non passa, il governo cade sul federalismo. C'è altro da aggiungere sul capolavoro di Napolitano?

Thursday, October 28, 2010

Porte spalancate

«Ma quale Padania! Ma quale Lega! Sono io, il presidente della Regione Siciliana, che dice a voi del Nord: basta così, la secessione la facciamo noi. La Trinacria se ne va, è prontis­sima ad arrangiarsi da sola».
(Raffaele Lombardo, oggi in un'intervista a il Giornale).
Provocazione? «No, dico sul serio». Pare che Fini sia sfortunato. Lascia il Pdl accusandolo di essersi appiattito sulla Lega, e di non tutelare l'unità d'Italia dagli attacchi e dalle battute bossiane, e senti cosa dice il suo nuovo compagno di viaggio: «L'Unità d'Italia è stata un affare o no per la Sicilia e per il Sud in generale? No... L'unificazione non è stata un affare né per i veneti né per i siciliani né per nessuno». Lombardo celebrerà l'unità solo quando sarà riscritta la sua storia. I bersaglieri? Autori di «genocidi». I Mille? Fecero un favore alla mafia.

La Sicilia se ne va per conto suo? Magari! Spalancate le porte!

Thursday, September 09, 2010

Fini liberale? Wishful thinking

Per chi sa guardare oltre i tatticismi, oltre le dissimulazioni, dal discorso di Fini a Mirabello avrà percepito non solo l'astio antiberlusconiano che ormai spinge il presidente della Camera, ma anche la vera natura di Fli dal punto di vista dei contenuti politici. Somiglia molto alla vecchia An per quanto riguarda le concezioni economiche (i riflessi, direi) e gli interessi cui intende rivolgersi, conserva lo stesso retropensiero anti-federalista, mentre riguardo la Costituzione e l'assetto istituzionale ha abbandonato l'approccio riformatore che ha sempre contraddistinto il centrodestra - e in particolare Fini (da sempre presidenzialista) - per assumere una posizione conservatrice molto simile a quella espressa da Violante nel Pd: prima parte della Carta «intangibile», mentre per il sistema di governo non si va più in là di un semplice rafforzamento contestuale (in concreto ancora da definire) sia dell'esecutivo che del Parlamento. Questo spostamento, secondo Panebianco, è «ciò che più ha accreditato Fini presso la sinistra e, più in generale, presso tutti coloro che nella Costituzione così come è vedono un argine contro il "cesarismo" in generale, e quello berlusconiano in particolare». Sull'immigrazione Fini ha sfumato molto, da quando accusava il governo di violare i diritti umani, mentre di bioetica non c'è più traccia nei suoi discorsi.

Il discorso a Mirabello, da molti definito un "manifesto", non ha convinto, alcuni osservatori. Tra questi, appunto Angelo Panebianco, che alcuni giorni fa sul Corriere della Sera, oltre ad appuntare «qualche tatticismo» e le «molte cose» apparse fra loro «piuttosto eterogenee», perché rivolte a spezzoni diversi di elettorato, in particolare segnalava l'ambiguità del presidente della Camera sulle riforme istituzionali e della giustizia e sul federalismo fiscale, chiedendo di chiarire se avesse abbandonato le storiche istanze riformatrici del centrodestra (presidenzialismo o premierato, e separazione delle carriere e del Csm) e osservando come nel suo discorso avesse «annacquato» il federalismo fiscale evocando un «federalismo solidale».

Oggi Fini risponde a Panebianco, il quale ringrazia, ma non si dice convinto: «I miei dubbi permangono». Dopo aver proclamato «l'intangibilità» dei principi sanciti nella prima parte della Costituzione, riguardo la necessaria riforma della seconda Fini osserva che «la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo e la necessità di conferire maggiore incisività e stabilità all'esecutivo non devono necessariamente comportare il ridimensionamento o, peggio ancora, l'abbandono del modello di democrazia parlamentare»; e spiega, dunque, che occorre «aumentare contestualmente la capacità deliberativa e di controllo del Parlamento e quella decisionale del Governo e di farlo in un quadro di rispettiva ed armoniosa crescita dei ruoli, per garantire una più efficiente funzionalità del sistema che non può esaurirsi, come sempre più spesso si sostiene, nel momento elettorale». Da sempre personalmente a favore del presidenzialismo, Fini ora sembra optare per il parlamentarismo. Volendo restare in questo ambito, il politologo osserva che però «rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nell'ambito delle democrazie parlamentari (il caso dei presidenzialismi è ovviamente diverso). Le democrazie parlamentari oscillano, in genere, fra sistemi con parlamenti forti (la 'centralità') e governi deboli e sistemi con governi forti e parlamenti deboli o subordinati. È difficile trovare una terza via».

Riguardo il secondo appunto, sul federalismo fiscale, Fini conferma il suo approccio di fondo di un «federalismo solidale», sottolineando la necessità di «meccanismi di perequazione, in grado, se gestiti a livello centrale e in modo imparziale, di ridurre il divario esistente, e non più tollerabile, tra le aree del Paese maggiormente sviluppate e quelle affette da ritardi storici». Chiarimento che non supera la diffidenza di Panebianco, che nella sua replica ribadisce: «Se si segue la strada degli interventi perequativi (per il Mezzogiorno), occorre anche indicare come impedire che tali interventi servano più a conservare gli antichi vizi che a stimolare le nuove virtù».

Anche a Il Foglio, giornale che in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di una linea della ricomposizione e della coesistenza, non è piaciuto il discorso pronunciato dal presidente della Camera a Mirabello, «troppo lungo, una lingua di legno ricca di frasi fatte». Certo, un discorso «tecnicamente a posto, politicamente anche abile, con il solito passaggio del cerino agli interlocutori», ma «poco per dare un senso e una visione». «Fini - si osserva in uno degli editoriali a pagina tre - era diventato interessante quando aveva reagito individualisticamente e con le idee all'isolamento politico... Un dissenso controllato, un'altra versione normalizzante della destra italiana: erano cose che valeva la pena di sperimentare nel dorato mondo del berlusconismo plebiscitario. Un discorso da leader di una piccola formazione che cerca spazio nella maggioranza o altrove segna un ritorno al passato».

Oltre a Panebianco e al Foglio, arriva un giudizio ancora più severo, quello del sociologo Luca Ricolfi, non certo tenero con il governo Berlusconi. Intervistato da il Giornale, sottolinea la natura illiberale e assistenzialista del movimento finiano. I «temi discriminanti» per un partito che si proclama liberale («quelli dell'economia, meno tasse e meno spesa pubblica improduttiva») non sono del tutto assenti, osserva riferendosi alle posizioni di Baldassarri, ma «hanno un peso minore, sono come sommersi dall'impostazione antifederalista». Fli, spiega Ricolfi, è forse più liberale del Pdl sul dissenso interno, i diritti civili e la concezione delle istituzioni e dello stato di diritto, ma «se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente, perché la visione di Berlusconi - per quanto lontana dal liberalismo - è comunque più liberale di quella di Fini». Dunque, Fli è «l'ennesimo partito della spesa pubblica» e «non potrebbe essere diversamente per un partito che prende i voti soprattutto dal Lazio in giù».

In merito all'idea di Fini di un «federalismo solidale», Ricolfi sottolinea che «l'unica questione è di trovare il modo di far funzionare il federalismo, non certo di annacquarlo ulteriormente» e conclude che i leghisti che vedono nel movimento di Fini un partito «sudista-assistenzialista» «non hanno qualche ragione, hanno tutte le ragioni». Se intorno al presidente della Camera si stanno coagulando molte aspettative, è perché «molte persone di destra istruite sognano un partito conservatore classico, europeo, possibilmente liberale e di massa. E appena qualcuno glielo promette - osserva Ricolfi - ci credono con fanciullesca fiducia», ma si tratta di un «wishful thinking», sono «pie illusioni». Pesante il paragone usato per definire la natura delle mosse dell'ex leader di An: «Fini, come D'Alema, è un tattico, molto abile a gestire il breve periodo ma poco incline a pensare nel registro della lunga durata». Il sociologo stima un eventuale partito di Fini non oltre il 5 per cento e tra un futuro da nuovo leader del centrodestra italiano o da leader di «un partitino in una coalizione "marmellata" con Rutelli, Casini e gli altri», vede più probabile la seconda ipotesi.

Friday, July 02, 2010

Riforme nemmeno per sbaglio

«A volte - osserva Il Foglio in uno degli editoriali a pagina 3 - anche nei refusi si possono nascondere riforme salutari per la finanza pubblica». Ieri ci eravamo illusi anche noi, prima che il ministro Sacconi si precipitasse a smentire. Una riforma? Macché, neanche per sbaglio. Solo un «refuso». In tempi di crisi non si tocca nulla, ha ripetuto più volte il ministro. Il «refuso» era un emendamento del relatore alla manovra, che in pratica prevedeva la tanto attesa, e da più parti invocata, riforma delle pensioni, agganciando a partire dal 2016 anche i lavoratori con 40 anni di contributi all'allungamento dell'età di pensionamento legato all'aumento dell'aspettativa di vita. Finalmente una vera riforma, a giudicare dalle immediate reazioni dei sindacati.

Purtroppo, non si può che condividere l'amara conclusione del Foglio: «Un peccato che le innovazioni liberali siano considerate refusi da cancellare». Poi però non ci si lamenti se qualcuno vede nella Lega l'unico «motore» (piuttosto, un "motorino") del governo. Si può dire tutto il male possibile della Lega e dei leghisti, infatti, si può condividere o meno il federalismo fiscale (qui si pensa che sia utile), ma l'impressione è che se questo governo non è del tutto immobile grazie ai tanti Sacconi, in gran parte si deve a loro. Sul federalismo fiscale, pur lentamente - considerando che si tratta di un lavoro obiettivamente enorme e complesso - si va avanti. E se per il resto il governo si accontenta di vivacchiare, di galleggiare facendosi trasportare dai venti deboli e incerti di una "ripresina", non si può dare tutta la colpa ai soliti "poteri forti" o ad una antiquata architettura istituzionale. Che certo frenano, ma di per sé non giustificano un immobilismo da cui non ci si schioda nemmeno per sbaglio, nemmeno per «refuso».

Thursday, June 17, 2010

Manovra accerchiata

No, non mi fido. Non mi fido dei cambiamenti che da più parti si vorrebbero apportare alla manovra, per lo più in nome della crescita. A saldi invariati, il governo si dice aperto a contributi e modifiche migliorative. Quindi, ben vengano altri tagli, ma qui e là si riaffacciano brutti modi di ri-spendere subito le poche risorse raccolte. La manovra va difesa così com'è, purtroppo in Italia non c'è spazio per i distinguo, perché nel dibattito su come migliorarla si nascondono in troppi che vogliono solo annacquarla per favorire le loro clientele. Se si apre un pertugio, non si sa mai chi ci si può infilare.

I 'finiani', per esempio, abboccano in toto alla versione keynesiana di Bankitalia secondo cui ogni cent tagliato di spesa pubblica frena la crescita, già fioca, e quindi giù con le proposte per sostenerla, rischiando però di ricadere nel vizio dei pacchetti di stimolo (per giunta con pochissime risorse). In breve, la ricetta prevederebbe non meglio identificati investimenti "tecnologici" qui e là e il ritorno del credito d'imposta per le imprese, a sostituire, scrivono, la «marea di miliardi di euro che ogni anno lo Stato dà alle imprese sotto forma di contributi a fondo perduto». Ma Lakeside Capital si è già incaricato di segnalare le controdindicazioni di questa politica. E il dubbio è che i maggiori tagli proposti (ripeto: ben vengano) servano a dispensare gli amati statali dai "sacrifici" previsti dalla manovra, come si poteva facilmente scorgere in un post di due giorni fa dell'on. Bocchino.

Diffido anche delle reali intenzioni delle regioni e delle buone ragioni di bravi governatori come Formigoni. E' vero che tagli uguali per tutte le regioni, in proporzione ai trasferimenti ricevuti, non è il migliore dei modi di procedere, perché non si distingue tra virtuosi e viziosi, premiando i primi e colpendo i secondi. Ma, primo, anche nelle regioni più virtuose la spesa è tale che esistono ampi margini per tagliare (pensioni di invalidità, eccessi di personale, sussidi vari, enti e imprese inutili); secondo, proviamo solo ad immaginare cosa accadrebbe se il governo, d'un tratto, dicesse, alla Lombardia che è stata brava togliamo 5, e alla Calabria che è stata pessima togliamo 15, e in mezzo tutte le altre. E' vero che sarebbe questa una logica coerente con il federalismo fiscale, ma per ora il meccanismo ancora non c'è e un criterio simile per questa manovra sarebbe visto come ancora più arbitrario.

Resta inoltre un pesante interrogativo. Se Tremonti e Berlusconi hanno dall'inizio assicurato disponibilità a discutere sul come tagliare, fermo restando il quanto, non dovrebbero esserci problemi. Perché, se il problema è davvero non punire le regioni virtuose, la Conferenza delle Regioni non propone al governo un meccanismo per cui i tagli colpiscano meno chi ha ben governato? Dunque, o mentono Tremonti e Berlusconi (non sono disponibili a discutere, neanche sul come), oppure le regioni ci marciano: in realtà, vogliono solo subire minori tagli complessivamente, e non distribuirli in modo più intelligente e meritocratico.

Thursday, May 13, 2010

Chi tira la carretta e chi si fa tirare

Cinque regioni tirano la carretta in questo Paese, tutte le altre arrancano, si fanno tirare. E' quanto emerge dall'ennesima analisi della Cgia di Mestre. Solo cinque regioni infatti presentano "residui fiscali" attivi, cioè danno molto di più alle amministrazioni pubbliche - con imposte, tasse e contributi - di quanto ricevono sotto forma di trasferimenti e di servizi pubblici. Solo Lombardia, Veneto e Piemonte contribuiscono per oltre 50 miliardi di euro. La Lombardia risulta da sola in credito di 42,574 miliardi, il Veneto di 6,882 miliardi e il Piemonte di 1,219 miliardi. Contribuiscono in larga misura anche Emilia Romagna (+5,587 miliardi) e Lazio (+8,720 miliardi), grazie soprattutto a Roma.

A guadagnarci non sono solo le regioni del Sud, ma anche quelle a Statuto speciale del Nord. Se la Toscana presenta un deficit del residuo fiscale di 776 milioni e la Liguria di 3,304 miliardi, non sono da meno realtà a Statuto speciale come Trentino Alto Adige (-2,177 miliardi), Friuli Venezia Giulia (-2,104 miliardi) e Valle d'Aosta (-617 milioni). Il divario sale drasticamente in alcune Regioni del Sud, capitanate dalla Sicilia - dove il residuo fiscale è pari a -21,713 miliardi - seguita da Campania (-17,290 miliardi) e Puglia (-13,668 miliardi). La Lombardia da sola "mantiene" Sicilia e Campania.

Ma il dato più sorprendente è che negli ultimi anni, dal 2002 al 2007, nonostante le lagnanze meridionaliste, il flusso da Nord a Sud è addirittura aumentato. In Lombardia, ad esempio, l'attivo è aumentato del 47 per cento, in Piemonte del 33 per cento e in Veneto del 32 per cento. I cittadini di queste tre regioni probabilmente se ne sono accorti, mentre a Roma e nel Centrosud del Paese l'opinione prevalente è che non si faccia abbastanza per il Sud, che qualche "cattivone" abbia chiuso i rubinetti. Sarebbe ora, ma non è così. Per il Sud non si fa certamente abbastanza in termini di politiche, ma si va molto oltre la decenza in finanziamenti.

Proprio stamattina il governo ha giustamente negato l'utilizzo dei fondi per le aree sottoutilizzate (Fas) a Lazio, Campania, Molise e Calabria. Quei fondi devono servire per programmi di sviluppo regionale, e non per coprire il deficit del settore sanitario. Dunque, niente Fas senza piani di rientro adeguati e prima del raggiungimento degli obiettivi previsti. Naturalmente i governatori piangono, e qualcuno (il molisano Iorio e il campano Caldoro) sostiene che il governo gli avrebbe chiesto di alzare le tasse, mentre Scopelliti ha evocato il «rischio» di nuovi tributi. Non ci provate, la scelta di ripianare il deficit sanitario con più tasse è solo vostra. Al governo interessa che ci siano i piani di rientro e che siano rispettati. Se con tagli agli sprechi e alla spesa, o con nuove tasse, è una scelta politica che spetta ai governatori.

Wednesday, May 05, 2010

Riparte l'offensiva e in molti ci sperano

Dimissioni inevitabili quelle di Scajola. Pur non essendo formalmente indagato, infatti (ma ciò potrebbe derivare da una scelta tattica della procura, perché indagarlo da ministro avrebbe significato dover trasferire tutti gli atti al Tribunale dei ministri; oppure in qualche modo obbligata, perché i pm sanno già che dovranno trasferire l'intera inchiesta ad altra procura), dal punto di vista politico, se non penale, la sua posizione non è recuperabile. Ormai il ministro stesso ammette la possibilità che la casa in cui abita sia stata in gran parte pagata da altri, sia pure a sua insaputa (!). Dunque, delle due l'una: o si è fatto corrompere; o, nel migliore dei casi, è vittima di una colossale ingenuità, tale da renderlo incompatibile con il ruolo di ministro. Insomma, se non è in grado di valutare un immobile nel centro di Roma, e quindi chiedersi il perché di quell'"affarone", possiamo lasciare nelle sue mani - per dirne una - il ritorno dell'Italia al nucleare? Da qui le dimissioni, chieste in modo ineccepibile anche da il Giornale e da Libero.

Tuttavia, non possiamo fare a meno di notare gli aspetti inquietanti (i soliti) di questa vicenda. Ancora una volta, l'uso politico di indiscrezioni uscite non si sa come da atti coperti da segreto istruttorio. Su questo nessuno indaga. Eppure, sapere da chi e come i giornali le abbiano avute sarebbe essenziale per capire chi ha voluto demolire politicamente il ministro prim'ancora di una sua iscrizione sul registro degli indagati, e prim'ancora che potesse essere interrogato come «persona informata dei fatti». Il legittimo sospetto è che i magistrati, ben sapendo di non essere "competenti" del caso e che tra breve avrebbero dovuto consegnare gli atti ad altra procura, abbiano voluto comunque assestare un colpo al governo passando alla stampa ritagli ben confezionati delle carte in loro possesso.

In ogni caso, la sensazione è che non finirà qui. Il ddl sulle intercettazioni, ma a mio avviso soprattutto le altre riforme della giustizia (separazione delle carriere e Csm), inducono i settori più politicizzati della magistratura a reagire per spirito di sopravvivenza. Dopo la breve pausa post-elettorale, riprenderà l'offensiva mediatico-giudiziaria contro il governo, alla ricerca della breccia, di un punto debole, per assestare la spallata definitiva. E quello di Scajola è un precedente pericolosissimo, perché un ministro è costretto a lasciare senza neanche aver ricevuto un avviso di garanzia, messo con le spalle al muro solo da una campagna di stampa basata su elementi parziali e confusi usciti da una procura, senza neanche che questa si sia "impegnata" in accuse circostanziate.

Scenari inquietanti si profilano, l'unico Paese in cui le "veline" vengono dalle procure, in cui il dibattito politico è scandito più da pizzini e papelli che dalle riforme. Purtroppo, al giustizialismo del centrosinistra se ne aggiunge uno di nuovo conio, o meglio, un amarcord: la migliore, si fa per dire, tradizione "manettara" della destra ripresa ultimamente dai 'finiani'. Basta sentirlo parlare, e uno come Granata si direbbe un perfetto dipietrista. Fini stesso, che scopre tardivamente il conflitto di interessi e con il suo solito tempismo interviene per ribadire che «non c'è alcuna congiura, alcun accanimento dei giudici contro il governo», che parla di sensazione di «impunità» e fa demagogia sull'evasione fiscale, si aggrappa agli slogan classici (e finora perdenti) dell'antiberlusconismo.

Ma lo avevamo scritto in tempi non sospetti: su tutto Fini può distinguersi da Berlusconi e dalla maggioranza del Pdl, ma uno dei confini politici del centrodestra italiano, che qui si spera sopravviva (il confine) a Berlusconi, che possa anzi ampliarsi e non restringersi, è una certa analisi sull'anomalia giustizia nel nostro Paese. E invece, emerge con sempre maggiore evidenza che anche Fini ormai spera nell'azione delle procure per sbarazzarsi di Berlusconi. Ci sperano. Di più: ci basano le loro strategie politiche sia Casini, che vuole creare entro l'anno un nuovo partito per la «riconciliazione»; sia Fini, che pochi mesi fa si era illuso della "bomba" Spatuzza e che ha da poco annunciato la nascita dei circoli di Generazione Italia. Da un lato, gli ammiccamenti alla magistratura («baluardo della legalità») in chiave anti-Berlusconi (il poveretto non sa che se gli riuscisse di succedergli, lo terrebbero per le palle); dall'altro, l'allarmismo sul federalismo e gli ammiccamenti al Sud in chiave anti-Tremonti e anti-Lega. Non si tratta di complottismo, o cospirazionismo. Non penso che ci sia un "grande architetto", ci sono forze politiche e sociali minoritarie i cui interessi convergono, che spesso agiscono al di fuori del loro ruolo costituzionale, e che mirano a sovvertire - purtroppo non nel momento deputato, quello delle elezioni - l'esito del voto.

Federalisti e patrioti

In un bell'articolo di storia Sergio Soave, su Il Foglio, racconta le difficoltà con il concetto di patria e il risorgimento che ebbero per decenni le principali famiglie politiche - cattolici e comunisti - da cui oggi si ergono i più accaniti censori della Lega; ricorda il tradimento, in epoca post-unitaria, della cultura federalista dei Cattaneo, dei Cavour e dei Minghetti - che appartiene invece a pieno titolo alla storia del risorgimento ma è stata rimossa subito dopo l'unità prima dalla sinistra storica, poi dall'epoca giolittiana, e infine definitivamente sepolta con il fascismo - arrivando a concludere, in modo molto simile a quanto ho cercato di dire con il post di ieri, che oggi il nodo è «ricostruire il carattere unitario che il centralismo prima sabaudo, poi fascista, poi partitocratico ha messo a rischio» e in quest'ottica «si potrebbe dire paradossalmente che i federalisti della Lega siano i nuovi patrioti involontari, che si rifanno alle tradizioni più nobili del risorgimento che dileggiano... Non ci sarà da stupirsi se Bossi passerà alla storia come il salvatore dell'unità nazionale, che non vuole festeggiare». Solo, non sarei così sicuro che Bossi ne sia inconsapevole.

Tuesday, May 04, 2010

Unità d'Italia, Fini spiazzato dalla Lega di governo

Celebrare l'unità d'Italia con i fatti e non a parole. Si può sintetizzare così il pensiero espresso sia dal ministro Calderoli domenica scorsa, ospite di In Mezz'ora, di Lucia Annunziata, sia dal leader della Lega Bossi, in un'intervista di oggi a la Repubblica. Oppure, si può travisare, fingere di non capire, mettere in bocca ai leghisti espressioni dissacranti anche quando non lo sono. Mi dispiace per Fini, ma non vedo alcuna «sostanziale negazione dell'unità nazionale» nelle parole di Calderoli e l'intervista di Bossi ne è la conferma. E' una macchietta polemica che ormai serve solo al presidente della Camera per distinguersi a tutti i costi, per trovare le ragioni di una frattura che sente come necessaria in realtà per la sua frustrazione di "eterno secondo".

Bossi non esclude di partecipare alle celebrazioni per il 150esimo anniversario dell'unità d'Italia, anche se, osserva, «a naso mi sembrano le solite cose inutili e un po' retoriche». Chi in tutta onestà può dirsi certo che i fatti gli daranno torto? Deve ancora rifletterci su e decidere, aggiunge Bossi, ma fa comunque capire che non mancherebbe all'appuntamento se il presidente Napolitano lo chiamasse. Qui si scommette che i leghisti ci saranno. Fini giudica «un'inezia», in tempi di crisi economica e ristrettezze di bilancio, spendere 35 milioni di euro per le celebrazioni. Che ci saranno, stia tranquillo, ma c'è sicuramente un modo più concreto rispetto alle parate, ai musei e ai gagliardetti per celebrare l'anniversario dell'unità.

La «speranza» del leader leghista, per esempio, è di «arrivarci con il federalismo fatto, che sia legge e diventi finalmente realtà». Il ragionamento di Calderoli e Bossi è semplice: oggi l'Italia può dirsi davvero unita? O forse il federalismo, proprio nella ricorrenza del prossimo anno, può rappresentare il completamento del processo unitario? Fini ci tiene a marcare la sua differenza culturale dalla Lega e risponde di no: l'Italia è «già unita» e il federalismo «non serve a unire». Da romano non mi vergogno di sentirmi più vicino all'approccio di chi invece pensa che l'Italia sia unita formalmente, dal punto di vista dei confini, e che abbia bisogno di più unità.

Quello tra il Nord che produce e il Sud assistito è uno squilibrio che, prima di ogni altra considerazione, non regge più e che rischia - questo sì - di minacciare l'unità nazionale, nella misura in cui gli italiani delle diverse parti del Paese hanno sempre meno la sensazione di condividere una stessa storia, uno stesso destino, gli stessi interessi in termini di prospettive di benessere e realizzazione. Serve quindi un nuovo patto unitario tra Stato centrale, comunità locali e singoli cittadini, in cui ci sia un rapporto tra la ricchezza che si crea in un territorio e ciò che si spende, tra i servizi che si offrono e ciò che si chiede ai cittadini. Con tutti i dovuti paracadute, ma se non si crea questo rapporto, e non entra nella percezione dei cittadini che il malgoverno si paga, allora addio non solo all'unità.

Una ritrovata, rinvigorita unità del Paese oggi passa indubbiamente anche, se non soprattutto, per il federalismo fiscale. Perché non riconoscere i passi avanti compiuti dalla Lega, che non solo non parla più di secessione, ma che vede nel federalismo - parole di Bossi - «l'unico pezzo che manca al compimento della vera storia del nostro Paese»? Perché non riconoscere alla Lega di aver offerto al Paese intero (non solo al Nord), con il federalismo, una chance per meglio concepire, dopo 150 anni, la nostra unità nazionale e un'alternativa all'assistenzialismo per cercare di risolvere la questione meridionale?

Thursday, April 29, 2010

Se questa non è una corrente (la sceneggiata di Bocchino)

Ieri sera a Porta a Porta Fini non ha certo contribuito a stemperare le tensioni. Da una parte continua con il suo ripiegamento tattico e la sua dissimulazione, sostiene di volere solo «dibattito», rispetto e diritto di cittadinanza per le sue opinioni (che nessuno gli nega), si mostra rassicurante («il logoramento non lo vuole nessuno») e ragionevole. Ma così non si capisce perché solo pochi giorni fa minacciava di costituire gruppi autonomi, quindi una scissione. E non si capisce nemmeno se su due cose concrete che ha posto si è scoperto d'accordo - come lui stesso ha riferito - con due importanti ministri (con Brunetta sui tagli alla spesa non lineari ma selettivi e con Sacconi sulla riforma della previdenza), segno che spazi per discutere di contenuti, se è questo che interessa, ce ne sono eccome. Dall'altra, non rinuncia a nessuno degli spunti polemici di questi mesi, anche i più pretestuosi e demagogici, nei confronti di Berlusconi e nel merito dell'azione di governo.

Di nuovo sugli attacchi del Giornale («non si sa perché soltanto oggi la solidarietà» del premier - mentre non è stata la prima volta); sulla giustizia (riforme «indispensabili», ma «non bisogna denigrare la magistratura che è baluardo della legalità», né «si può dare l'idea di allargare le sacche di illegalità» - come un Bersani o un Di Pietro qualsiasi); persino su Saviano (è meglio che il presidente del Consiglio non parli); sul federalismo («non è possibile discutere di federalismo senza sapere quanto costa» - il che è ovvio, ampiamente condiviso ed è per questo che i lavori sono in corso); sul reato di immigrazione clandestina (provocherebbe «aberrazioni» contrarie alla dignità umana - mentre siamo molto più morbidi di altri Paesi europei governati dalla sinistra o dal Ppe); infine, sul ruolo di presidente della Camera, che ricopre, puntualizza Fini, «non perché ho vinto un concorso né per un cadeau del presidente del Consiglio». «Continuerò a dire queste cose piaccia o non piaccia, all'interno del mio partito e ovunque ci sia occasione», avverte. E a Vespa, che gli chiede se è possibile una «serena collaborazione» con Berlusconi, risponde che è possibile piuttosto un «sereno confronto».

Ma il passaggio a mio modo di vedere scandaloso e preoccupante di ieri sera, non degno di Fini, è sulle dimissioni-farsa di Bocchino, una sceneggiata patetica che questa mattina si è conclusa nel solo modo possibile. Con una soluzione che avrebbe dovuto calmare gli animi, mentre la reazione scomposta di Bocchino rischia di incendiare ancora di più il clima. Se accettano le sue dimissioni o lo sfiduciano, diceva ieri anche Fini, allora è «epurazione». Ma allora ci si chiede: perché Bocchino ha presentato dimissioni che nessuno gli ha chiesto. Purtroppo la realtà è che le sue dimissioni, condizionate a quelle di Cicchitto, miravano ad un azzeramento dei vertici del gruppo del Pdl alla Camera, in vista di una ridistribuzione dei ruoli (il rinnovo dei presidenti delle commissioni parlamentari è previsto per metà maggio, l'ha ricordato lo stesso Fini) che tenesse conto del peso della componente 'finiana'. Rivotare capogruppo e vice «per consentire alla minoranza - come ha messo nero su bianco lo stesso Bocchino - di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso».

In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'. Fini ieri sera ha ribadito di non volere una corrente, ricordando di aver definito lui stesso le correnti «metastasi» e spiegando che «il correntismo è una posizione pregiudiziale», mentre lui vuole solo «animare il dibattito» interno. Ma che cosa è stata, se non il manifestarsi del correntismo deteriore, in pieno stile Prima Repubblica, questa vicenda delle dimissioni di Bocchino? Il fatto che l'operazione non sia riuscita non ne cambia certo la natura.

Poi qualcuno dovrebbe ricordare a Fini che sulle riforme Berlusconi non ha affatto cambiato idea: innumerevoli volte ha dichiarato (così come i leghisti) che sarebbe auspicabile arrivare a «riforme condivise», con il «coinvolgimento» delle opposizioni, mentre c'è stata almeno un'occasione in cui Fini ha fatto notare - giustamente - che non ci devono neanche essere diritti di veto, e che una maggioranza è comunque legittimata ad andare avanti da sola. Si lamenta che il Pdl non ha ancora una sua bozza sulle riforme istituzionali, mentre Calderoli ha già presentato la sua al capo dello Stato, ma se quella bozza ci fosse stata c'è da scommettere che avrebbe lamentato l'assenza di un sufficiente dibattito.

La carica polemica dei suoi interventi, ora anche televisivi, e l'ampiezza dei temi su cui si pronuncia nel merito, persino su provvedimenti all'esame delle Camere, non fanno che offrire argomenti alla tesi di uno sconfinamento del suo ruolo istituzionale: il presidente di una Camera che interviene nel merito di leggi in via di approvazione, che fa le pulci all'azione di governo e "controcanto" rispetto al presidente del Consiglio, sembra rivendicare un ruolo, che non può avere, nella determinazione dell'indirizzo politico del governo. Lo ripetiamo: non è l'esprimere opinioni politiche, o continuare ad essere un leader politico, in contrasto con le sue funzioni, ma l'essere capocorrente, in qualche modo oppositore, come sempre più si sta configurando - sia pure interno al suo partito - del presidente del Consiglio. Un doppio ruolo sempre meno sostenibile.

Wednesday, April 28, 2010

Flop di Floris (e di Luca Sofri)

C'era grande attesa per la partecipazione (preregistrata) di Fini ieri sera a Ballarò ma si può dire che abbia deluso le aspettative di molti. Evidentemente Floris non era stato molto attento alle ultime mosse del presidente della Camera, perché i suoi insistenti tentativi di metterlo frontalmente contro Berlusconi sono tutti andati a vuoto. A mio avviso per ragioni puramente tattiche, Fini è in una fase di ripiegamento, per ora si accontenta che passi il messaggio "un dissenso nel Pdl c'è ed è ammesso", anche rischiando - come ieri sera - di non far capire al pubblico i veri motivi che solo pochi giorni fa lo avevano portato vicino alla rottura e di avallare uno spettacolo squallido come le finte dimissioni di Bocchino.

Una mossa da correntismo in pieno stile Prima Repubblica: le dimissioni infatti sono "condizionate" a quelle del capogruppo Cicchitto, in pratica sono una richiesta di dimissioni di Cicchitto, in modo da portare il gruppo del Pdl a rivotare per il presidente e il suo vice, «per consentire alla minoranza di esercitare il suo ruolo, di verificare le sue forze e conseguentemente di rivendicare gli spazi corrispondenti al suo peso». In breve, una "conta" per poter reclamare "posti" in una quota 'finiana'.

Ma torniamo al Ballarò di ieri sera per annotare qualcosa a futura memoria.
Fini si è mostrato rassicurante e ragionevole, in fondo chiedendo solo che si discuta delle questioni che ritiene importanti e che in effetti lo sono. Niente, agli occhi dei telespettatori, che giustifichi le minacce di scissione dei giorni scorsi. Anche ieri sera sono rimaste nel cassetto le sue idee "avanzate" su bioetica, immigrazione e cittadinanza. Ha sollevato la questione dei costi del federalismo fiscale, l'esigenza di discutere dei decreti attuativi guardando alla coesione sociale e all'unità del Paese, e che le riforme della giustizia vadano nell'interesse della legalità. Quando Floris ha cercato di condurlo su qualche cosa di concreto, cose molto care al Cav. (come interessi di Mediaset e giustizia), sui cui magari potrebbe decidere di distinguersi in Parlamento, non c'è stato verso. Sul conflitto di interessi, ha detto che è stato risolto da una legge fatta dal centrodestra. E in studio la 'finiana' Flavia Perina, direttrice del Secolo d'Italia, ha argomentato più efficacemente di Bondi a favore del ddl intercettazioni: una questione di stato di diritto, ancor prima che di privacy.

E' sul federalismo che la Perina ha invece mostrato un'inquietante riserva mentale, un pregiudizio centralista. Perché mai un ente locale - regione, provincia o comune - non dovrebbe essere in grado di conservare e valorizzare un bene demaniale, culturale o artistico, sul suo territorio? Perché i provveditori nominati dal governo di Roma dovrebbero essere più saggi e responsabili delle autorità locali? E' ovvio che i grandi patrimoni museali e artistici rimarranno allo Stato centrale, ma in Italia opere d'arte sono disseminate su tutto il territorio e sono spesso trascurate. Chi avrebbe maggior interesse di un comune, una provincia o una regione a valorizzare quel sito archeologico o quel palazzo storico semi-sconosciuto? E i cittadini saprebbero con chi prendersela per la cattiva gestione di quel bene.

Non so se le riserve, a mio modo di vedere sostanziali, espresse ieri sera dalla Perina appartengano anche a Fini e ai 'finiani', ma certo se sono contro il federalismo non dovrebbero girarci intorno, dovrebbero dirlo chiaramente, anche se arrivano fuori tempo massimo.

Ultime osservazioni. Ieri sera Floris ha dato un po' di visibilità a Luca Sofri, a pochi giorni dall'avvio del suo "Il Post". Un paio di stronzate e antipaticissimo: gli altri sono demagogici e superficiali, ma al dunque anche lui non è andato oltre qualche battutina stupida. Ad un certo punto ha provato a sostenere che Bossi figlio era stato "raccomandato" dal padre non so dove. Sarà anche vero, ma proprio lui, Luca Sofri, che non ci venga a dire che non deve alla celebrità e alle relazioni politico-intellettuali del padre le attenzioni di cui è circondato. E nei suoi confronti - diciamolo - Cota è stato un signore: gli ha fatto capire dove si sarebbe andato a infilare se avesse insistito. Senza affondare. Lui ha capito e se ne è stato zitto per un po'. Superfluo.

Grandioso invece Edward Luttwak. Sulle intercettazioni telefoniche ha ricordato che in America, se vengono pubblicati atti coperti da segreto, si indaga sul colpevole della fuga di notizie e c'è la prigione (anche per i procuratori, mentre da noi non gli si può neanche togliere il caso); sull'oppressione fiscale che c'è in Italia ha incalzato sugli stipendi di giudici e politici, enormemente superiori a quelli Usa. Di Pietro e Sofri hanno rosicato non poco.

Friday, April 23, 2010

Partito vero, ma non per merito di Fini

Che bravi Tremonti e Brunetta (e Alfano)

Certo, si preferirà - ed è comprensibile - concentrarsi sullo scontro Berlusconi-Fini, "macchiettizzare" il Pdl ironizzando sugli interventi degli "yesman", ma se la direzione di ieri ha segnato per il Pdl l'inizio di una nuova fase, di crescita, una sorta di battesimo del fuoco - il «primo lavacro democratico», l'ha definito Ferrara - di un partito che si scrolla di dosso l'etichetta di partito "di plastica", «palcoscenico» per i monologhi del Cav., nel quale invece si dibatte, si discute apertamente e in pubblico al suo interno, forse non si deve a Berlusconi, ma sicuramente non a Fini. Fini, lo abbiamo detto più volte, ha trasformato legittimi e insindacabili (avrà le sue ragioni) motivi di distinzione dal presidente del partito e dalle opinioni prevalenti nel Pdl in pretesti per una incomprensibile rottura, o per la comprensibilissima costituzione di una corrente, il cui obiettivo, come nei partiti della Prima Repubblica, non è il dibattito e il confronto interno, né il semplice caratterizzarsi della sua leadership, ma il logoramento del presidente del Consiglio espressione delle correnti avversarie. Cioè esattamente il motivo per cui nella Prima Repubblica i governi duravano non anni, ma mesi, se non settimane.

Molti degli intervenuti ieri si sono posti sinceramente il problema di come il Pdl possa competere più efficacemente con la Lega al Nord. Ma ben diversamente da Fini, che si è limitato su questo a riciclare dalla sinistra i logori pregiudizi che vedono nei leghisti dei pericolosi razzisti. Per esempio, il ministro Brunetta, che ha criticato la deriva «conservatrice» della Lega: se «il potere locale la sta facendo diventare conservatrice», «noi dobbiamo accentuare la nostra forza modernizzatrice».

Fini ha mostrato di vedere nel federalismo fiscale una minaccia alla coesione nazionale e sociale più che un'opportunità di responsabilizzazione delle classi dirigenti del meridione. Una riserva mentale che ormai anche il Pd ha il pudore di dissimulare. Il problema dei decreti attuativi è semmai cercare di limitare i costi, non di limitare l'impatto di responsabilizzazione. Persino sulla riforma della giustizia Fini e i suoi ormai disconoscono la grande questione democratica posta dalla magistratura politicizzata e riducono l'anomalia certamente rappresentata da alcuni provvedimenti ad hoc alla mera ricerca di «sacche di impunità». In questo modo rischiano di fondare un antiberlusconismo "di destra" in realtà non troppo dissimile da quello perdente della sinistra.

Nel suo intervento di ieri il ministro Tremonti - dopo lo strappo di Fini corteggiato da De Benedetti in quanto, in vista del futuro, sempre più cruciale "trait d'union" tra il berlusconismo e la Lega - ha messo in campo concetti "pesanti", come quello del Pdl come unico partito in questo momento realmente «nazionale». Dato di fatto che da solo smonta l'allarme lanciato da Fini sulla «trazione leghista» e che evidenzia come il ministro dell'Economia sia uno dei pochi ad avere le idee chiare sul destino manifesto del partito fondato da Berlusconi e co-fondato da Fini.

Ha riconosciuto come la tenuta dei conti pubblici non è solo merito suo, ma non sarebbe stata possibile senza la "copertura" politica ed elettorale di Berlusconi e ha offerto una lucida analisi del voto: i ceti produttivi che non votano più la sinistra, sempre più ridotta all'Appennino tosco-emiliano (e pugliese); la Lega che non ruba i voti al Pdl, ma li strappa alla sinistra tra i ceti popolari e operai; il Pdl che emerge come unica forza «nazionale». E per questo può permettersi di concedere alla Lega due governatori, un ministro dell'Interno, e proprio perché è un partito nazionale al Nord non può rivolgersi in modo esclusivo come fanno i leghisti. E' l'unico che ieri ha individuato due semplici compiti a cui lo Stato dovrebbe limitarsi per fare del bene al Sud: l'ordine pubblico e le grandi opere. Per il resto, il federalismo fiscale potrà fare solo che bene perché il Sud non ha bisogno di più spesa pubblica, ma di spendere meglio.

E' passato per lo più inosservato, ma c'è chi ha avuto il coraggio, nell'infuocata direzione di ieri, di muovere delle critiche costruttive e puntuali anche a Tremonti, il più "blindato" dei ministri. Per competere con la Lega, ha detto Brunetta, bisogna accelerare nell'azione riformatrice del governo. A cominciare dalle cosiddette riforme «a costo zero», che non costano, ci fanno risparmiare e contribuiscono in maniera determinante a rilanciare l'economia. Sono «quelle più difficili da fare», perché vanno contro «privilegi, sprechi, corporativismi, clientelismi, egoismi». Ma rivolgendosi al ministro Tremonti, Brunetta ha avvertito che la crisi e il deficit non possono essere «alibi» per non fare le «riforme modernizzatrici». Anzi, si devono fare proprio quando la congiuntura economica è negativa. E dai tagli «lineari» della spesa bisogna passare a tagli mirati premiando le realtà più meritevoli e punendo le altre.

Cos'è questo se non un confronto sulla linea di politica economica del partito e del governo, ma costruttivo, che fa emergere aree politico-culturali diverse, ma non correnti? E il ministro Alfano, che ha messo in guardia il presidente Berlusconi dal compiere l'errore di escludere riforme a maggioranza? Se un'ampia condivisione va ricercata, tuttavia la sinistra ha tutto l'interesse a presentarsi nel 2013 accusando il governo di non aver fatto nulla: «Fra tre anni i cittadini ci chiederanno non se abbiamo dialogato, ma se abbiamo portato a casa le riforme promesse».

Wednesday, April 07, 2010

Il "momentum" di Berlusconi: ora o mai più

Quando si parla di riforme bisogna sempre mettere in preventivo una perdita di tempo, nel senso che dati i precedenti non scommetterei un euro che dopo infinite discussioni e polemiche vengano finalmente realizzate. Premesso questo, al di là delle dispute sulla "regia" e della corsa a sedersi al posto migliore del tavolo, quello più "al sole", mi pare che la maggioranza si vada compattando e che si stia delineando una congiunzione astrale quanto mai propizia. Stando alle parole - e ripeto: senza troppo illuderci - piuttosto che il suo solito istrionico protagonismo, della Lega andrebbe a mio avviso registrata e sottolineata l'adesione convinta, nient'affatto scontata, sia ad una forma di presidenzialismo (da associare al federalismo) che ad una riforma della giustizia in senso liberale, con la separazione delle carriere e l'abolizione dell'obbligatorietà dell'azione penale.

Capisco che possa infastidire il Pdl, ma facendo propria una proposta storica della destra (il presidenzalismo) e riconoscendo come necessarie quelle riforme dell'ordinamento giudiziario che stanno da sempre a cuore a Berlusconi, la Lega sta creando i presupposti per una compattezza del centrodestra sulle riforme mai vista prima. Sono consapevole di poter essere smentito dai fatti in poche settimane, se non in pochi giorni, appena per qualche oscuro motivo il volubile vento della politica dovesse cambiare direzione, ma per ora l'ennesima stagione delle riforme sembra partire all'insegna di una straordinaria congiunzione astrale.

Alla "quiete elettorale" dei prossimi tre anni di legislatura si somma, dopo che il presidente della Repubblica Napolitano ha firmato oggi la legge sul legittimo impedimento, un periodo di diciotto mesi di "quiete processuale" per il presidente del Consiglio e i suoi ministri. Il centrodestra dovrà approfittare di questo periodo non solo per "costituzionalizzare" il Lodo Alfano (la sospensione dei processi a carico delle più alte cariche dello Stato per tutta la durata del loro mandato) nel modo indicato dalla Consulta nella sentenza con cui ha bocciato la prima versione dello "scudo". Questo periodo di relativa serenità dovrà servire - non abbassando la guardia sui colpi di coda della crisi economica - a portare a termine il programma di governo e ad avviare e concludere il processo di riforma delle istituzioni, della giustizia e del fisco.

Dal voto di marzo il centrodestra è uscito vincitore e il mandato di Berlusconi rafforzato, mentre il Pd non è ancora riuscito ad imprimere quella «inversione di tendenza» in cui aveva sperato. Tutto ciò rende questa seconda parte di legislatura un momento particolarmente favorevole per avviare una "fase costituente", sperando in una maggiore disponibilità al confronto da parte del principale partito di opposizione. Al di là delle dispute sulla "regia", quindi, come dicevo, sull'agenda delle riforme la maggioranza sembra potersi compattare.

Ciascun leader e ciascuna componente del centrodestra può trovare le motivazioni per remare nella stessa direzione, e cioè verso il buon approdo del processo riformatore. Ciascuno ha in gioco obiettivi strategici, caratterizzanti, il cui raggiungimento potrà rivendicare come un successo di fronte al proprio elettorato al termine della legislatura: Berlusconi la riforma della giustizia e del fisco; la Lega il federalismo e il Senato federale; il presidenzialismo è senz’altro un obiettivo dello stesso Berlusconi e del Pdl, ma in particolare la proposta "storica" in cui possono riconoscersi, e che possono rivendicare come un successo, Fini e gli ex An.

Si apre, dunque, una fase che offre alla maggioranza, ma soprattutto a Berlusconi, un'occasione storica, da non dilapidare, per ammodernare il Paese. E quanto più si profilano condizioni favorevoli, tanto maggiore è la loro responsabilità per il buon esito del processo riformatore. Un motivo in più per esercitare il proprio potere nel modo migliore, guardando alle riforme con prospettiva lungimirante, escludendo miopi personalismi. «Ora o mai più», visto che «con la conquista della conferenza Stato-Regioni governiamo la maggioranza degli italiani e non siamo mai stati così forti», sembra consapevole anche il premier. «Abbiamo il dovere di fare le riforme. E' il mandato degli elettori a darci questa responsabilità». Il che non significa che ora certamente le farà, ma che almeno non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo.

Monday, August 17, 2009

Una via liberale per il Sud

Così Angelo Panebianco oggi sul Corriere della Sera:
«La via liberale... è quella che dice: solo i meridionali, e nessun altro, possono risolvere i loro problemi. Lo Stato, quindi, offre al Sud, come ha suggerito da tempo l'Istituto Bruno Leoni, solo l'opportunità di trasformarsi in una grande no tax area interrompendo contestualmente i flussi di trasferimento di risorse. Lo Stato resterebbe al Sud solo con gli apparati della forza (per contrastare la criminalità) e i servizi pubblici essenziali. A quel punto, probabilmente, si scatenerebbe un conflitto feroce fra le forze modernizzatrici del Sud (che ci sono) e quel "clientelismo senza risorse", fino ad oggi dominante, di cui ha parlato recentemente il presidente della Confindustria siciliana Ivan Lo Bello. Essendo cambiate le condizioni del gioco, le forze modernizzatrici avrebbero, per la prima volta, la possibilità di prevalere».
Ma Panebianco coglie il punto anche quando esamina l'altra via, quella «paternalista», diremmo statalista. Se si sceglie quest'ultima, «bisogna seguirla fino in fondo, coerentemente».
«In questo caso, è il centro che deve decidere tutto e a tutto sovrintendere. Anche con soluzioni istituzionali drastiche: fine di ogni autonomia regionale (Sanità in testa) e locale, azzeramento delle classi dirigenti colpevoli di sprechi, eccetera. Il problema è impedire che gli interventi modernizzatori del centro vengano distorti e le risorse centrali "catturate" da classi dirigenti locali interessate a sfamare clientele. Come accadde alla vecchia Cassa del Mezzogiorno e come accadrà di nuovo se si mescoleranno ancora centralismo e autonomia, paternalismo e liberalismo».

Monday, June 16, 2008

Il no degli irlandesi a questa Europa moloch burocratico

da Ideazione.com

Un solo Stato membro, per di più di piccole dimensioni, non può bloccare un processo politico che riguarda i 27 Stati dell'Unione Europea. E' il commento di gran lunga più abusato sulla vittoria dei "no" nel referendum sul Trattato di Lisbona che si è svolto in Irlanda lo scorso 12 giugno. Ma anche il più ingannevole. Anche i grandi quotidiani hanno titolato, più o meno: "L'Irlanda decide per tutti". «Non si può immaginare che la decisione di metà degli elettori di un Paese che rappresenta meno dell'1 per cento della popolazione dell'Ue possa arrestare il processo di riforma». Parole del presidente della Repubblica, Napolitano, ampiamente condivise dal ministro degli Esteri Frattini e dai due principali partiti, Pdl e Pd.

Tuttavia, una dichiarazione di una tale arroganza e superficialità da parte del capo dello Stato ci costringe a formulare un'obiezione. Si sarebbe potuta accusare l'Irlanda di bloccare tutti gli altri Stati membri, solo nel caso in cui a tutti i cittadini dell'Ue fosse stata offerta la possibilità di esprimersi e se, tra di essi, solo gli irlandesi avessero espresso un parere negativo. Non sappiamo, infatti, quale sarebbe potuto essere l'esito di un referendum negli altri 26, ma è lecito presumere che il Trattato di Lisbona sarebbe uscito sconfitto in più d'uno, se non nella maggioranza, dei Paesi europei. L'unica cosa che non si può fare è dare per scontato che nel voto popolare i "sì" avrebbero vinto ovunque.

Questo Trattato ha una storia. Concepito per rafforzare l'azione delle istituzioni europee, nasce come ripiego della ben più ambiziosa, a partire dal nome, Costituzione europea, affondata nel giugno del 2005 dai "no" referendari francesi e olandesi. Quello dei francesi fu certamente un "no" anti-global e anti-liberale ad un'Europa che liberale non era, ma che veniva accusata di non essere abbastanza statalista e protezionista. Un "no" sia gollista, che "lepenista" e di estrema sinistra. In Olanda, invece, l'affermazione dei "no" appariva immune dai pregiudizi francesi, e dovuta per lo più alla percezione che le tradizionali politiche orientate al libero mercato fossero minacciate dalla burocrazia di Bruxelles. «La maggioranza del no è proteiforme, contraddittoria. Coagula angosce differenti, amalgama le insoddisfazioni e senza alcun imbarazzo intercetta i pregiudizi dell'estrema destra come dell'ultrasinistra». Il giudizio che esprimeva allora André Glucksmann è valido anche oggi per il "no" degli irlandesi.

Hanno certamente pesato le spinte nazionaliste e le paure della globalizzazione, ma sarebbe riduttivo esaurire con esse l'analisi del voto. Ci sarebbe da chiedersi, infatti, come mai quasi in tutti i Paesi europei i partiti che rappresentano questi stati d'animo escono minoritari dalle elezioni politiche. Così come appare riduttivo parlare di un semplice "problema di comunicazione". Compatto il sistema politico e sociale irlandese (quasi tutti i partiti e i maggiori sindacati) si sono attivamente schierati per il "sì". Ma autonomamente, quasi istintivamente, gli irlandesi hanno deciso il contrario. Ci dev'essere dell'altro, se ormai, ogni qual volta i popoli europei hanno modo di esprimersi sui trattati partoriti a Bruxelles, li bocciano sonoramente. C'è in quei "no" – francesi, olandesi, irlandesi e altri – una componente decisiva di europeisti delusi da questa Europa, da questo Trattato, da questi leader.

«Dublino dà lezioni di democrazia all'Europa», è il titolo di un acuto commento uscito sul Wall Street Journal sabato 14 giugno: «Gli irlandesi hanno battuto un colpo per la democrazia in Europa questa settimana, bloccando un gioco di potere delle elite politiche del continente», prendendo il Trattato di Lisbona per ciò che realmente è: un tentativo di riesumare sotto mentite spoglie la costituzione bocciata da francesi e olandesi esattamente tre anni fa. Una costituzione che, secondo le pretese dei suoi estensori, avrebbe dovuto garantire all'Europa una presenza nel mondo simile, per peso e dimensioni, a quella degli Stati Uniti. Ciò sarebbe dovuto avvenire con un presidente del Consiglio non eletto e senza una politica estera e di difesa comune. Solo considerando questi aspetti, appare chiaro come siano stati saggi alcuni popoli europei a rispedire il progetto ai mittenti. «La costituzione europea ha 448 articoli. 441 in più di quella degli Stati Uniti. Solo per questo andrebbe bocciata», commentava George F. Will, sul Washington Post.

L'Europa è stata sorda alla sconfitta del progetto costituzionale nei precedenti referendum. I burocrati e i professionisti dell'europeismo politicamente corretto si sono limitati ad aggirare l'ostacolo dei referendum nazionali, anziché impegnarsi a comprendere lo scetticismo dei cittadini europei e convincerli a superarlo. La "Costituzione" si è chiamata "Trattato"; sono stati introdotti cambiamenti solo "cosmetici"; e si è chiesto ai governi nazionali di non sottoporre il Trattato a referendum popolare. Ventisei Paesi stavano quindi procedendo alla ratifica per via parlamentare, quando dall'Irlanda, la cui Costituzione impone di sottoporre a referendum anche i trattati, come forma di garanzia del mantenimento della neutralità del Paese, puntuale è giunta la nuova bocciatura. «I burocrati di Bruxelles non sanno reagire ai cambiamenti», ha osservato Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca.

Certo è che, come quello dei francesi e degli olandesi, il voto di dissenso degli irlandesi non ha riguardato l'articolato in sé, che ovviamente neanche conoscono (così farraginoso e difficile da leggere). Per gli elettori non si tratta di strappare un migliore accordo a Bruxelles, qualche concessione in più che solo gli addetti ai lavori potrebbero scorgere tra le mille pieghe di un trattato. E' una bocciatura dell'Europa com'è oggi, di cui il Trattato di Lisbona è la suprema espressione: una burocrazia, sulla quale i cittadini europei avvertono di non avere il minimo controllo, che produce nuova burocrazia appesantendo quelle nazionali.

E' falsa un'altra accusa che in queste ore viene lanciata all'indirizzo dell'Irlanda, cioè che sia uscita dal sottosviluppo grazie ai soldi dell'Ue. Certo, i fondi comunitari hanno fatto molto, ma molto di più hanno potuto le politiche economiche liberali adottate negli anni scorsi dai governi irlandesi che si sono succeduti con il consenso dei propri cittadini. Proprio gli irlandesi hanno mostrato all'Europa come risolvere alcuni problemi economici che gravano sull'intero continente. Hanno usato la stabilità e le prestazioni dell'euro, la leva fiscale, per attrarre capitale, raggiungendo un livello di benessere inedito per il loro Paese. Con il loro "no" hanno detto chiaro e tondo all'Ue che non sono disposti a farsi legare le mani dai burocrati di Bruxelles.

«Andare avanti» fu anche la parola d'ordine di tre anni fa, nel tentativo dell'establishment europeo di annacquare, di far finta di niente, di neutralizzare il dibattito che sarebbe potuto scaturire su quale modello di Europa, di imporre una sorta di pensiero unico sull'Ue, che pare possa e debba essere solo inter-governativa. Anche oggi sembra che si preferisca nascondere la testa sotto la sabbia. La realtà è che siamo giunti ad un punto che richiede o un ulteriore grande slancio verso un'unione politica, democratica, federalista, che però dovrebbe essere guidato da leader adeguati e lungimiranti, oppure di accontentarci di quanto già abbiamo. Il modello inter-governativo si è rivelato forse il più pragmatico, ma bisognerebbe ammettere che oggi è anche quello più limitante. Non si può estendere a dismisura senza veder comparire slabbrature dal punto di vista del controllo democratico.

La lezione da trarre dal "no" degli irlandesi è che i politici europei devono esporre i loro grandi progetti alla luce del sole, non di nascosto, soprattutto se essi diluiscono la sovranità nazionale. Scelte più difficili attendono l'Europa, ma non erano nelle urne di Dublino. Secondo il WSJ, «l'Ue non ha bisogno di un nuovo trattato per giocare un importante ruolo nel mondo, ma di volontà politica, sulla guerra al terrorismo così come sul libero commercio». Invece, è l'Europa dei piccoli grandi sussidi che preservano lo status quo; l'Europa dei vincoli burocratici cui strappare tutele e privilegi nazionali. Non è l'Europa dei grandi progetti in politica estera, o sull'energia. La ex costituzione, il nuovo Trattato e le stesse istituzioni europee, smarriscono i diritti fondamentali nell'ipertrofia burocratica dei "nuovi diritti" e in una selva intricata di tecnicismi per bilanciare i diversi pesi dei governi nazionali. Istintivamente i cittadini europei – abbiamo motivo di ritenere non solo gli irlandesi – vedono nell'Europa di oggi, e nel Trattato di Lisbona, un "moloch", un nuovo assolutismo, soft, burocratico e imperscrutabile.

Friday, June 06, 2008

Si può essere anche altro-europeisti

Rispondendo a una domanda del direttore di Radio Radicale, Massimo Bordin, il ministro degli Esteri Frattini ha con sincerità ammesso che l'idea spinelliana, federalista di Europa, cara ai radicali, «oggettivamente non ha trovato risposta nel trattato di Lisbona», che invece «rimarca il ruolo degli stati». E' ad oggi «un'idea che gli stati membri dell'Europa non hanno condiviso». Un dato di fatto che mi pare evidente da molto tempo. Ciò che non riesco a capire è come mai, se a prevalere nettamente è la visione intergovernativa, convinti spinelliani e federalisti come Pannella e Bonino non perdano occasione per sposare l'europeismo di maniera dei Napolitano, dei Monti e dei Padoa-Schioppa, per prendere per oro colato qualsiasi cosa provenga da Bruxellles, e non si mettano invece all'opposizione dei tecno-burocrati e dei professionisti dell'europeismo politicamente corretto, insieme ai pochi che rimproverano all'Europa un deficit di democrazia. Chi l'ha detto che gli euroscettici debbano passare tutti per anti-europeisti. Si può essere anche altro-europeisti. L'impressione è che il loro europeismo spinelliano e federalista lo usino nella polemica politica nei confronti di Sarkozy o della Lega Nord, ma abbiano invece rinunciato a combattere contro i veri nemici della visione federalista, che sono quasi tutti a Bruxelles e fanno parte dell'establishment culturale, economico e burocratico.

Tuesday, June 03, 2008

I petrolieri la faranno pagare a noi la «supertassa»

Nel suo editoriale di oggi, sul Corriere, Giavazzi promuove i primi passi del sottosegretario per il Commercio estero Adolfo Urso, che «crede nell'apertura dei mercati» e chiede solo «reciprocità» ai paesi emergenti, e la determinazione con la quale il ministro Brunetta ha avviato il dibattito sulla riforma in senso meritocratico della pubblica amministrazione. Ma il primo vero test per la politica economica del governo sarà a fine giugno, quando insieme a un decreto per anticipare la Finanziaria 2009 verrà adottato «un piano triennale per la stabilizzazione della finanza pubblica e lo sviluppo economico». Dal governo ci aspettiamo ulteriori passi avanti nella liberalizzazione delle professioni e dei servizi pubblici locali.

Giavazzi rimanda a quel momento il giudizio su Tremonti, ma indica alcuni motivi di dissenso dalle prime mosse del ministro dell'Economia. In effetti, è discutibile l'idea di una Banca del Sud, già sperimentata per ben due volte in passato con esiti fallimentari. Non si capisce quali vantaggi abbiano portato ma si sa benissimo quanto siano costate ai contribuenti. La scelta di Intesa-Sanpaolo come consulente del governo per l'ennesimo tentativo di privatizzare Alitalia è davvero bizzarra, nasconde probabilmente il fallimento del tentativo di Ermolli (e il primo della terza era berlusconiana): non c'è nessuna cordata italiana e all'orizzonte non si vedono partner industriali esteri. Ma sul capitolo Alitalia avremo modo di tornare in seguito.

Giavazzi contesta anche la decisione di ridurre le tasse partendo dall'eliminazione dell'Ici, ma qui dissentiamo. Sarà anche stata una tassa «federalista», ma rigiriamo l'argomentazione: proprio con l'Ici dovrebbe partire la fiscalità federalista? Mai tassa fu più iniqua dell'Ici sulla prima casa. Si troveranno altri modi, magari spostando quote dell'Irpef sulle addizionali, per dar vita al federalismo fiscale e alla concorrenza fiscale tra regioni.

Per il momento, ci dobbiamo accontentare di un Tremonti versione Robin Hood, che demagogicamente si inventa una nuova tassa, addirittura una «supertassa» (ma non avevano promesso di non aggiungere tasse?) sui petrolieri. «L'idea è di ragionare sui profitti e non di applicazione dell'Iva alla pompa»: tassazione «straordinaria» su profitti «straordinari». Così Tremonti s'illude di colpire la speculazione, ma chi credete che ci rimetterà? A chi faranno pagare la nuova tassa i petrolieri? A noi. Non sarà una tassa alla pompa ma a loro basterà aumentare i profitti alzando i prezzi per ammortizzare il nuovo prelievo. Tremonti mette le mani nelle tasche degli italiani passando per quelle dei petrolieri, usandoli come esattori.