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Monday, September 24, 2012

Prendi i soldi e... dimettiti!

Dite quello che volete, ma più passano i giorni e più abbiamo la conferma che il problema non è come i consiglieri Pdl hanno speso i fondi del loro gruppo. Quei soldi non dovevano proprio essere presi, né dal Pdl, né dagli altri gruppi, mentre invece se li sono presi all'unanimità, tutti i gruppi. Le dimissioni annunciate dei consiglieri Pd-Idv sono il massimo dell'ipocrisia e della viltà, suonano come un "prendi-i-soldi-e-scappa". Da un lato champagne e maschere da maiale, ma si può sapere come hanno speso i nostri soldi Pd, Idv, Sel e tutti gli altri? E perché non li restituiscono prima di andarsene?

Il concetto è ben espresso da Emma Bonino, in un'intervista a la Repubblica:
«Non dubito che con quei soldi il Pd non abbia fatto festini, magari avrà fatto concerti di musica classica. Tuttavia, vede, non è una questione - come dire - di eleganza. Il nodo è che i soldi quando arrivano al gruppo vengono utilizzati come fossero di proprietà privata. Sono destinati alle esigenze dei consiglieri, ma non a quelle della comunità. Poi se queste esigenze sono di farsi una biblioteca, pubblicare opuscoli o di ingaggiare escort questo dipende dai gusti che, per definizione, sono personali. Dire "non potevamo darli indietro" è penoso. Potevano. Anzi: dovevano».

Come anche qui ho cercato di spiegare, la questione è di etica pubblica, non di costume, o di "estetica" e gusti privati. Riguarda tutti, non solo il Lazio e non solo il Pdl. Soddisfa gli istinti più demagogici inveire sul peccatore e sul suo squallido spaccato, ma non porsi la domanda di come debellare, o almeno frenare, il peccato. Non è una differenza meramente concettuale. Nel primo caso si tende a individuare la soluzione nei controlli (quindi più spesa e più burocrazia), mentre i rimedi sono altri: abolire i finanziamenti pubblici ai partiti, in qualsiasi forma, e livellare gli stipendi degli eletti al pil pro capite degli elettori.

E responsabilizzare le autonomie, in modo che ogni euro che spendono hanno anche la responsabilità di andarselo a trovare e di farselo consegnare. Come scrive Luca Ricolfi, su La Stampa:
«Se il federalismo è vero federalismo, non può piacere al ceto politico. E se piace al ceto politico, è perché non è vero federalismo».

Friday, September 21, 2012

Le vere lezioni della "sprecopoli" laziale

Anche su L'Opinione

Se non riusciamo a guardare tra le pieghe dello scandalo Lazio, oltre lo squallore delle scene che ci propinano per colpire il nostro immaginario e suscitare il nostro sdegno, continuerà a sfuggirci il vero bandolo della matassa, e dovremo assistere a nuove scene di questo tipo. Se è furba, la Polverini dovrebbe dimettersi, per cercare di passare da vittima e non complice del "sistema". Una furbata che gli permetterebbe di gettare fumo negli occhi di tanti cittadini, ma non di tutti: con una sanità in dissesto e le addizionali Irpef più alte d'Italia, è una colpa imperdonabile anche solo non essersi accorta, in due anni e mezzo, di quel che accadeva.

Lo sperpero del gruppo Pdl in Regione Lazio, così sensazionale e pacchiano, vero e proprio schiaffo non solo alla miseria ma anche alla classe media che suda per portare i soldi a casa, non deve però far dimenticare che sperperi di egual misura, sebbene meno appariscenti, avvengono con poche eccezioni in tutte le regioni: stipendi stellari, governatori che guadagnano il doppio del presidente Obama, vitalizi generosi, fondi ai gruppi. E poco importa, ai fini della contabilità generale, se questi soldi vengono scialacquati in ostriche e champagne, oppure in consulenze, corsi, e in noiosi convegni su improbabili argomenti, il cui scopo è comunque saziare le proprie clientele locali: l'hotel da cui si affitta la sala, l'azienda che fornisce il catering, quella che manda le hostess, gli autorevoli oratori. La vera vergogna non è come i soldi vengono spesi, ma il fatto stesso che vengano spesi, regalati ai partiti sostanzialmente per alimentare le proprie clientele. Inorridiamo pure, ma ricordiamocene al prossimo piagnisteo dei presidenti di regione per i tagli ai trasferimenti. Se ancora non hanno abolito vitalizi e spese varie, vuol dire che grasso da tagliare ancora ce n'è. Si può obiettare che preferiscono sacrificare i servizi piuttosto che i loro privilegi, ma se qualcosa si muove anche da quel punto di vista, e se quanto meno nessuno è più disposto a chiudere un occhio, è perché abbiamo appena cominciato ad affamare la bestia. Bisogna continuare.

Nel tritacarne mediatico è finito anche De Romanis per il suo «toga-party alla vaccinara». Una festa trash, ma tutto sommato innocente (non un "festino", termine che indica ben altre e più ristrette situazioni), e fino a prova contraria pagata coi suoi soldi, non con i fondi del gruppo Pdl, come si insinua tra le righe. Ma rappresenta comunque lo specchio del sistema: si celebra un'elezione in consiglio regionale come una mega-vincita al superenalotto, eppure non dovrebbe permettere a nessuno di sentirsi "sistemato" per la vita.

Può darsi, come sostiene Serra su Repubblica, che «Fiorito siamo noi», che sia un «normotipo popolare italiano». Ogni popolo ha i rappresentanti che si merita, c'è del vero. Dunque, Fiorito «prodotto della democrazia»? Forse sì, se ci riferiamo a quel particolare e sghembo tipo di democrazia rappresentativa (la «democrazia diretta» non c'entra davvero nulla) che abbiamo in Italia. A ben vedere però Fiorito è il prodotto non della democrazia, ma delle preferenze, che non garantiscono ai cittadini alcun potere di scelta, bensì ai candidati con le clientele più numerose di essere eletti, così come i listini servono a promuovere portaborse e funzionari di partito che nessuno conosce. Fiorito è uguale a quelli che hanno espresso la preferenza per lui, cioè ai suoi "clientes", una estrema minoranza degli elettori.

Monday, June 20, 2011

Basta lucrare su Roma

Molti cittadini romani, lavorando nei ministeri (molti ci lavorano sul serio), immaginiamo siano contenti di vedere qualcuno ergersi a difesa dell'onore della "Capitale". Ebbene, devono sapere però che si tratta di pura demagogia sulla loro pelle. Si trattasse di un dibattito serio sulla suggestione della capitale "reticolare", come sembra credere Formigoni, magari si comincerebbe a parlare del trasferimento della Consob e dell'Antitrust a Milano. Invece, siamo alla pura demagogia. Questa telenovela dei ministeri è umiliante per il Nord, anche per gli elettori leghisti, cui scommetto che non può fregare di meno di avere qualche finto ministero; ma è umiliante anche per Roma, che vede Alemanno e Polverini lucrare visibilità su un'ipotesi che sanno bene essere irrealistica, approfittando del momento di caos nel Pdl e nella maggioranza. Si agitano, sgomitano, sia per farsi posto nel partito, sia per celare dietro la difesa della romanità le loro incapacità di governo della città e della Regione Lazio. E mentre si azzuffano sul nulla con i leghisti, nel frattempo in città si tollerano gli espropri comunisti.

Tra l'altro, nella lista delle richieste leghiste uscita da Pontida, una vera e propria agenda dei prossimi 180 giorni di governo, con scadenze precise, non c'è il trasferimento dei ministeri, che Bossi ha invece citato en passant nel suo discorso. Non si parla neanche di ritiro dalla missione libica, ma si chiede una generica «riduzione dei contingenti impegnati all'estero». Il che è possibile, e anzi auspicabile per quanto riguarda l'inutile, ipocrita e anche pericolosa missione in Libano. E' assurdo che proprio nel momento in cui le richieste leghiste si concentrano sulla riforma fiscale, sulla fine delle misure "vessatorie" di Equitalia («una cosa vergognosa che neanche la sinistra aveva fatto», ha ammonito Bossi) - e quindi per la prima volta il pressing su Tremonti è anche leghista - nel Pdl ci sia chi preferisce polemizzare e alzare la tensione sui ministeri al Nord, invece di incalzare la Lega sui tagli ai costi della politica e se non sull'abolizione, almeno su una drastica riduzione delle province.

Tuesday, March 30, 2010

Sinistra irrecuperabile, ora le riforme

Mamma mia che tonfo. E pensare che alla chiusura dei seggi domenica sera, fino alle prime proiezioni di lunedì pomeriggio, vedendo il crollo dell'affluenza, anche i più ottimisti non prevedevano per il centrodestra un risultato migliore di un 9 a 4. L'astensionismo, caso più unico che raro, ha penalizzato più o meno in egual misura le due coalizioni e non - come si pensava - maggiormente le forze di governo. Ma non solo, come da previsioni della vigilia, Lazio e Piemonte sono rimaste in bilico fino all'ultimo, il centrodestra è riuscito addirittura a strappare al centrosinistra entrambe le regioni, le due più importanti al voto domenica e lunedì.

Non si interrompe quindi la "striscia" positiva del centrodestra. Vittoria schiacciante alle Politiche; tenuta alle Europee; promossa alle nostre mid-term. All'inizio della legislatura governava in appena 4 regioni e la sinistra in 14. Ora la situazione si è ribaltata, con il centrodestra che governa in 11 regioni, abitate da 42 milioni di italiani, e il centrosinistra in 7. La vittoria di Cota in Piemonte, sia pure di misura, sancisce l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord, quelle più produttive. Ma perde anche nelle regioni più popolose del Centro-Sud (Lazio e Campania) e conserva la Puglia solo grazie a una non oculata decisione del Pdl sulla candidatura.

Un risultato impensabile dopo due mesi di campagna elettorale in cui è successo di tutto: prima è stata colpita l'immagine del "governo del fare" con l'inchiesta che ha coinvolto Bertolaso e la Protezione civile; poi il caos liste ha messo a dura prova l'immagine e la credibilità del Pdl, il partito del premier, cui alla fine è stato impedito di correre a Roma e provincia; infine, le intercettazioni di Trani e il solito caso Santoro.

Berlusconi, che inizialmente era propenso a mantenere un basso profilo, si è visto costretto a scendere in campo e ad occupare la scena per scongiurare quello che si stava configurando come un disastro (per la coalizione, per il Pdl e per le prospettive nei successivi tre anni di governo). E per l'ennesima volta si è dimostrato più forte di tutti gli attacchi e di tutte le avversità. Cosa è stata la presunta novità comunicativa di Raiperunanotte a confronto dell'ultima settimana-dieci giorni di campagna di Berlusconi?

Di fronte a candidati deboli (all'inizio della campagna, auspicavo una «sconfitta salutare» per il Pdl che candidava una ex sindacalista della ex Cisnal alla guida del Lazio), con un Pdl in crisi, diviso e demoralizzato, la sinistra non ha saputo far altro che puntare sull'unico punto di forza del centrodestra: Berlusconi. Ricompattato, il partito che non era riuscito a presentare la propria lista nella circoscrizione di Roma è riuscito in pochi giorni a dirottare quasi tutti i propri voti sulla Lista Polverini, riducendo al minimo la dispersione.

No, a questo punto è inutile aspettarsi che finalmente i leader del Pd abbiano imparato la lezione che l'antiberlusconismo non paga, perché ormai è evidente che non hanno più il controllo dell'opposizione: sono travolti dal loro stesso popolo, che accecato d'odio per Berlusconi si fa ammaliare da Di Pietro, da Santoro e Travaglio; sono scavalcati dalle Procure e da la Repubblica, che dettano temi e tempi dell'opposizione a Berlusconi, che' tanto poi i rovesci nelle urne toccano al Pd. Anche volendo, non sembrano più in grado di frenare l'antiberlusconismo e di impostare un'opposizione su basi diverse.

Fa comodo a molti ora mettere in evidenza il successo annunciato della Lega, la vittoria landslide di Zaia e il sorpasso sul Pdl in Veneto, così come la penetrazione in Emilia Romagna. Da un lato, infatti, si pensa di spaventare l'elettorato moderato e del Pdl sull'influenza crescente che Bossi eserciterà sul governo e su Berlusconi; dall'altro, dall'interno del Pdl, Fini e i finiani avranno un motivo in più per 'provocare' Berlusconi e il partito, troppo schiacciati sulle posizioni leghiste in tema di sicurezza e immigrazione.

Ma la cosa davvero sorprendente di queste elezioni è il fenomeno Berlusconi. Sia il leghista Cota che la "finiana" Polverini devono la loro elezione al premier, che da questa campagna emerge sempre più come quello che nel centrodestra ha i voti veri, su tutto il territorio nazionale, dal Piemonte alla Campania. La realtà è che senza Berlusconi la Lega non esce dal lombardo-veneto. Commentatori, giornalisti e politici benpensanti non si rendono conto che la Lega, come ha scritto di recente solo Il Foglio, è ormai un fattore stabilizzante nella coalizione. E quando si addita la forza della Lega pensando di mettere in cattiva luce il governo agli occhi degli elettori, non ci si accorge di fargli in realtà un favore, perché nessuno ormai teme più i leghisti, sempre più sinonimo di coerenza e concretezza.

La cosa buona di queste elezioni è che da qui alla fine della legislatura abbiamo tre anni senza appuntamenti elettorali intermedi. Il che non significa che il governo farà finalmente le riforme (istituzionali ed economiche), ma che però non ha più alibi per non farle e sarà giudicato su questo. Il mandato ce l'ha, pieno ed esplicito, la forza dei numeri pure. Niente scuse.

Monday, March 29, 2010

Il centrodestra batte anche l'astensionismo

A prescindere da come si concluderanno i testa-a-testa in Piemonte (dove è in vantaggio Cota) e in Lazio (dove è in vantaggio Bonino), il fatto clamoroso - su cui dopo il dato dell'affluenza di ieri sera alle 22 e fino ad oggi pomeriggio alle 15 nessuno avrebbe scommesso - è che il centrodestra ha tenuto. Il pronostico della vigilia di 7 a 4 per il centrosinistra e due regioni in bilico viene rispettato, nonostante la forte astensione - in gran parte provocata dal disgusto di tanti elettori per una campagna elettorale funestata dai colpi del partito della destabilizzazione - a detta di tutti avrebbe dovuto danneggiare nella misura di tre quarti la coalizione di governo.

Non è avvenuto. Insomma, in mattinata prevaleva lo scoramento nel centrodestra. I politologi dovranno invece interrogarsi sul fenomeno di un astensionismo così forte (l'8% nelle nove regioni i cui dati sono gestiti dal Ministero dell'Interno e addirittura oltre l'11% nel Lazio) che stranamente ha risparmiato le forze di governo e ha penalizzato direi quasi in egual misura le due coalizioni. Altro, quindi, che "sindrome francese". Qui da noi la probabile vittoria di Cota in Piemonte, che sancirebbe l'espulsione del Pd dalle regioni del Nord più produttive, quella della Bonino nel Lazio, comunque di un soffio, quindi solo grazie all'assenza determinante della lista del Pdl a Roma e provincia (un danno quantificabile in 3-4 punti percentuali), nonché la buona performance di Rocco Palese in Puglia (con il 44 per cento si è avvicinato fino a tre punti da Vendola, cui solo la Poli Bortone ha evitato una sconfitta), significherebbero una ormai inattesa - rispetto a come si erano messe le cose - affermazione del centrodestra e personale di Berlusconi, che ancora una volta ha evitato il disastro rispondendo ad attacchi concentrici.

Senza considerare le vittorie "landslide" in Veneto, Lombardia, Campania e Calabria. Insomma, nel 2005, dopo quattro anni di governo Berlusconi, gli elettori erano a tal punto delusi e contrariati da decretare un 11 a 2 per la sinistra. Oggi, dopo due anni di governo Berlusconi, gli elettori mostrano una disaffezione bipartisan alla politica, ma assegnano alla coalizione di governo anche la terza grande regione del Nord e la più popolosa del Sud, la Campania, mentre il centrodestra è di fatto maggioranza anche nel Lazio e in Puglia. In particolare la tenuta del Pdl, la cui immagine e credibilità è stata messa a dura prova in questa campagna elettorale, dimostra che pur non essendo certo un partito perfetto, e pagando qualche sciatteria di troppo, non è però un partito di plastica, tanto da essere riuscito nel Lazio a spostare gran parte dei suoi voti su una lista civica in soli dieci giorni.

Il Pdl e la Lega escono da queste elezioni forti della propria identità e con un prezioso avvertimento (non deludere le aspettative di cambiamento del proprio elettorato); il Pd e il centrosinistra rimangono senza identità, se non quella del dipietrismo e dell'antiberlusconismo, comunque portentosi fattori di mobilitazione degli elettori del centrodestra.

Thursday, March 25, 2010

Un boomerang le intimazioni vaticane

Se il voto del 28 e 29 marzo si caratterizza, come si sta sforzando di caratterizzarlo Berlusconi, non solo come voto per scegliere i governi regionali ma anche per dare «nuova forza e supporto al mio governo per operare nella direzione delle riforme» (il premier, ormai non sappiamo con quale credibilità, è tornato a parlare di «rivoluzione liberale», dal presidenzialismo alla riforma della giustizia e del fisco), allora c'è qualche possibilità che i candidati di centrodestra riescano a strappare la vittoria al foto-finish in Piemonte e Lazio. Ma se si caratterizza come voto "religioso" contro i candidati "laicisti" le possibilità a mio avviso diminuiscono.

Il tentativo di mobilitazione in cui si sta spendendo in quest'ultima settimana Berlusconi contro il pericolo dell'astensionismo, toccando i tasti giusti (voto utile, scelta di campo, promessa di riforme, carattere nazionale del voto), può riuscire, ma rischia di essere indebolito, e non rafforzato dalla mobilitazione del voto cattolico tentata dal cardinale Bagnasco con l'intervento a gamba tesa dell'altro giorno. Se la Polverini appare voler resistere alla tentazione, giornali e politici di centrodestra sembrano voler ricorrere nuovamente, come all'inizio della campagna, all'arma religiosa, non avvedendosi che il bacino elettorale cui possono rivolgersi i candidati di centrodestra è ben più ampio di quello delimitato da quegli elettori disposti a rispondere presente fin dentro le urne ad un richiamo integralista alla dottrina etica e sociale della Chiesa. Sono ben pochi, e a mio avviso comunque meno di quanti sarebbero allontanati da quella vera e propria intimazione.

L'intervista del Mons. Fisichella a il Giornale rischia di peggiorare le cose: non solo si chiede ormai esplicitamente ai cattolici di non votare la Bonino nel Lazio e la Bresso in Piemonte («il richiamo alla libertà di coscienza è sacrosanto, ma... il cattolico non può con il proprio voto favorire leggi o programmi che non sono conformi ai principi non negoziabili»), ma si intima anche a quei politici di non chiederlo neanche, il voto ai cattolici («i candidati i quali hanno impegnato tutta la loro attività politica nel perseguire programmi che contrastano apertamente con alcuni fondamentali valori a noi cari, sarebbe opportuno che per coerenza essi stessi chiedessero ai cattolici di non essere votati»).

Un intervento, quello di Bagnasco, che Il Secolo XIX definisce «uno scivolone di prim'ordine» per lo stesso segretario della Cei («aver affidato a un pugno di voti le sorti della Chiesa italiana, è apparso, nei sacri palazzi, come un passo a dir poco improvvido. Anche perché il colpo assestato da Bagnasco è arrivato troppo tardi, a pochi giorni dal voto»). E perché potrebbe mobilitare l'elettorato di sinistra a sostegno della Bonino più di quanto sia in grado di mobilitare contro di lei quello moderato e gli indecisi.

Tuesday, March 23, 2010

L'effetto "B" sulla campagna nel Lazio

Mi pare che ormai in dieci delle 13 regioni in cui si vota i rapporti di forza tra i candidati si siano abbastanza consolidati: al centrosinistra dovrebbero andarne sei (Emilia, Toscana, Marche, Umbria, Puglia e Basilicata) e al centrodestra quattro (Lombardia, Veneto, Campania, Calabria). Ciò significa che a decretare la vittoria dell'uno o dell'altro schieramento sarà il responso delle urne nelle tre regioni rimanenti. Oltre che in Liguria (dov'è leggermente in vantaggio il centrosinistra), soprattutto nelle due più pesanti e in bilico, Lazio e Piemonte. Considerando che il centrodestra, pur perdendo in tutte e tre queste regioni, passerebbe comunque da due a quattro regioni governate, ma che il centrosinistra parte da una base di consensi fortemente ridotta rispetto alle ultime regionali nel 2005 (e che pochi mesi fa la prospettiva del sorpasso - 7 a 6 o addirittura 8 a 5 - sembrava alla portata del centrodestra), bisognerebbe parlare di pareggio nel caso in cui il Lazio andasse agli uni e il Piemonte agli altri, o viceversa, mentre se in entrambe le regioni si affermasse una sola coalizione, allora avremmo una vittoria piena.

Di elementi anomali in questa campagna elettorale ce ne sono stati tali e tanti che prevedere l'impatto che avranno sulle intenzioni di voto dei cittadini in una regione come il Lazio, dov'è testa-a-testa tra Polverini e Bonino, è impossibile. Ieri si è aggiunta anche la variabile vaticana, con l'intervento a gamba tesa del segretario della Cei Bagnasco, che ha voluto richiamare i cattolici disorientati a «inquadrare» il proprio voto, in qualsiasi competizione elettorale, anche locale e regionale, nell'ottica di quei «valori non negoziabili» che sono in gioco su temi quali l'aborto e la famiglia. Tradotto: non votate per la Bonino o per la Bresso.

Un richiamo così esplicito e a così pochi giorni dal voto significa che le gerarchie ecclesiastiche ritengono realistica - e temibile - la vittoria di Emma Bonino nel Lazio e ciò che più temono non è certo la sorte dei «valori non negoziabili», su cui i governatori possono ben poco, ma quella di ben altri "valori", le «strutture sanitarie di ispirazione cristiana», che però non hanno altrettanto presa sugli elettori.

La reazione delle due candidate è stata composta e saggia dal punto di vista di entrambe. Né la Polverini ha strumentalizzato le parole di Bagnasco (al contrario di quanto stanno tentando di fare le forze politiche che la sostengono, Pdl e Udc), né la Bonino è caduta nella trappola di una reazione anticlericale come in passato. Non ha certo bisogno di ispessire il suo profilo "laicista", correndo il pericolo di alienarsi davvero qualche voto cattolico, mentre la Polverini è consapevole che il bacino elettorale del centrodestra, quello a cui può rivolgersi, è ben più ampio di quello delimitato dalle posizioni del Vaticano.

Difficile valutare l'effetto di questo intervento. Apparentemente, e nelle intenzioni della Cei, dovrebbe avvantaggiare la Polverini, ma non mi stupirei se avesse l'effetto opposto, anche considerando la crisi di credibilità morale della Chiesa in questo periodo di scandali sulla pedofilia. Come ho già avuto modo di scrivere, non credo che il problema della Bonino sia mai stato il cosiddetto "voto cattolico". Piuttosto, è in generale la mobilitazione di tutto l'elettorato Pd e a sinistra del Pd. E per i cattolici che solitamente votano centrosinistra, esattamente come per gli altri, è l'esame di antiberlusconismo quello che conta per capire se possono fidarsi di un candidato e mobilitarsi per esso. La Bonino questo esame mi pare averlo superato brillantemente. Il resto, viene dopo. Piuttosto, la forte personalizzazione della campagna ancora una volta su Berlusconi rischia di dividere gli elettori nei soliti blocchi, impedendo alla Bonino di attrarre voti da destra e alla Polverini di attrarne da sinistra, come i loro profili autorizzavano a ritenere possibile.

Wednesday, March 03, 2010

Aspettate a cantare vittoria

Sono in attesa di altre illustri esclusioni dalla competizione elettorale, ma sembra che tardino ad arrivare. Come mai? Come mai, se l'illegalità è così sistematica e generalizzata come denunciano i radicali, per ora sono stati esclusi solo i "listini" di Formigoni in Lombardia e Polverini nel Lazio? Dove sono gli altri "casi Formigoni"? Che fine hanno fatto i «controlli in tutta Italia»? In Emilia e in Toscana... in Campania e in Basilicata, tutto regolare?

Radicali e centrosinistra dovrebbero aspettare prima di cantare vittoria. Innanzitutto, i problemi di Roma e Milano sono molto diversi tra di loro. Come ho già scritto, a Roma sono stati determinanti il dilettantismo e la stupidità dei dirigenti locali del Pdl, mentre i radicali e la farraginosità della legge hanno giocato solo il ruolo delle comparse nella vicenda. E' ovvio infatti che per quanto le regole per la presentazione e l'ammissione delle liste di candidati possano essere semplici e chiare, le migliori possibili, un termine di scadenza ci sarà sempre, e se uno è tanto idiota da non rispettarlo, non ci sono complotti politici o assurdità burocratiche che lo giustifichino. Per questa ragione la situazione della lista del Pdl nella provincia di Roma è più complessa, direi quasi irrecuperabile. Ha a che fare invece con la legge, e con quanto i radicali hanno sempre, da anni, denunciato (la sua inapplicabilità e, dunque, l'illegalità della raccolta delle firme), la situazione in Lombardia. Ma lì le irregolarità appaiono "tecniche" e quindi - ma lo sapremo con certezza solo nelle prossime ore - più superabili.

In particolare i radicali, se si aspettano di uscire da questa vicenda come i vincitori, quelli che avevano ragione loro e lo avevano sempre detto, rischiano di rimanere delusi. Posto che quanto accaduto a Roma non ha nulla a che fare con la loro storica battaglia di legalità sulla raccolta delle firme, come mai a seguito delle loro denunce è stato "pizzicato" solo Formigoni in Lombardia? Delle tre l'una: o perché non è vero, come dicono, che hanno presentato denunce nelle altre regioni; o perché Formigoni è stato l'unico caso in cui ci sono state irregolarità, mentre altrove tutti sono riusciti a presentare regolarmente le proprie liste; o perché la Corte d'Appello di Milano ha avuto uno strano occhio di riguardo nei confronti del governatore lombardo, che altre Corti d'Appello, per esempio in Toscana o in Emilia Romagna, non hanno avuto.

In tutte e tre le ipotesi emerge che non siamo affatto in presenza di una illegalità tanto generalizzata e sistematica da gridare a elezioni non democratiche e alla mancanza di stato di diritto, come da anni denunciano i radicali. Al massimo un caso, seppure clamoroso perché riguarda uno schieramento che mobilita in Lombardia circa il 60% del consenso, ma pur sempre un solo caso. Se fosse vera la terza ipotesi, inoltre, la loro battaglia di legalità si trasformerebbe nello strumento dell'arbitrarietà dei tribunali, nel migliore dei casi, se non della solita persecuzione giudiziaria ad opera dei magistrati milanesi.

Se poi dovessero essere accolti i ricorsi del centrodestra in Lombardia, i radicali dovrebbero ammettere di avere da sempre sbagliato con la loro interpretazione letterale della legge, di aver rinunciato per formalità giudicate irrilevanti a presentare le loro liste in svariate tornate elettorali e di aver speso inutilmente i loro soldi in tutti questi anni. Non solo. Se adesso il Pdl è indubbiamente in difficoltà e tramortito, nel caso in cui i "listini" di Formigoni e Polverini vengano riammessi, potrà efficacemente gridare al "sabotaggio", accusando gli avversari politici di aver giocato "sporco", di aver tentato di "vincere facile", di escluderlo dalla competizione sulla base di presunte irregolarità che si sarebbero poi dimostrate meri cavilli procedurali.

Il danno d'immagine recato al Pdl dai suoi stessi delegati per la mancata presentazione della lista nella provincia di Roma rimane, ma a quel punto, dimostrata la pretestuosità della denuncia contro il "listino" di Formigoni, i pronunciamenti di riammissione diventerebbero un 'boomerang' per i radicali e il centrosinistra, che certo non uscirebbero da questa vicenda come campioni di democrazia e legalità agli occhi dei cittadini.

Tuesday, March 02, 2010

Dopo il danno, nessun pudore

Quante volte nelle nostre città capita di imbattersi in manifesti palesemente ingannevoli o deliranti, di ogni parte politica? Soprattutto in campagna elettorale, dove la bieca propaganda prevale su tutto, è fisiologico. Eppure, a tutto c'è un limite. La Polverini e il Pdl romano sembrano averlo superato. «Non vogliono farti votare», recitano i manifesti con cui hanno tappezzato la città per protestare contro l'esclusione della lista del Pdl nella provincia di Roma. Puro terrorismo ingannevole. Di tutta evidenza infatti il problema non è che qualcuno il 28 e 29 marzo non potrà votare, ma che qualcuno - guarda caso gli autori dei manifesti - non potrà candidarsi. Pensano davvero che i cittadini romani siano così stupidi e non abbiano capito come stanno le cose?

Il danno d'immagine provocato "dar pasticciaccio" al partito, anche a livello nazionale, non è trascurabile: in tutta Italia la mancata presentazione della lista romana trasmette l'idea di un partito di «polli», come li ha chiamati oggi Belpietro su Libero, e di incompetenti. E' ragionevole pensare che gli elettori meno schierati, più incerti, a questo punto ci pensino almeno due volte prima di affidare il governo delle loro regioni a un partito che ha dato prova di tale imperizia e disorganizzazione. La campagna in corso, come se fosse stato conculcato chissà quale diritto e ci fosse chissà quale complotto dietro, rischia di coprire il tutto e tutti ancora di più di ridicolo. Purtroppo la reazione scomposta della Polverini in primis all'intera vicenda è una conferma della sua mediocrità, della sua indole da sindacalista evidentemente abituata a considerare una inutile formalità dichiarare il numero reale degli iscritti al proprio sindacato.

La devono smettere. Qualcuno dall'alto dovrebbe farglielo capire, perché ormai la gente ha capito che la mancata presentazione della lista del Pdl è dovuta principalmente a un loro banalissimo errore (non c'erano alla scadenza dei termini, e questo conta, come sanno tutti i cittadini che lo provano sulla loro pelle, sia che abbiano a che fare con la pubblica amministrazione, o con banche, assicurazioni, eccetera, sia che debbano pagare bollette), e così facendo rischiano soltanto di provocare ancora più danni. Facciano i loro ricorsi, se credono, ma con la coda tra le gambe, quasi nascondendosi almeno per un minimo senso del pudore. E, semmai, valutino sin d'ora la possibilità di recuperare il simbolo del Pdl sulla scheda sostituendolo a quello del listino Polverini, come suggerivo ieri.

Monday, March 01, 2010

Dilettanti allo sbaraglio (e una possibile riduzione del danno)

La mancata presentazione della lista del Pdl nella provincia di Roma, e la quasi certezza di non trovarla sulla scheda il 28 e 29 marzo, ha dell'incredibile. E' evidentemente frutto del dilettantismo delle classi dirigenti locali del Pdl, e di per sé questo rappresenta un grande danno d'immagine sia per il partito sia per la Polverini. Sono in grado di governare una regione se non sono in grado di governare se stessi né di presentare una lista? Nessuna dietrologia, la rivalità tra ex FI ed ex An e i contrasti tra Berlusconi e Fini possono aver pesato solo nei termini di una disorganizzazione generale e di una cattiva selezione del personale politico (a cominciare dalla Polverini, che in queste ore con le sue risibili accuse e sconclusionati appelli sta rivelando tutta la sua mediocrità), ma dubito che qualche vendetta sia potuta arrivare al punto di causare un danno così devastante. Ma quanto accaduto è anche il sintomo - e lo dico da romano - di una certa cialtroneria "romanesca" (e daje, famo, annamo), per cui scadenze e formalità sono essenzialmente roba da malati.

Ormai i contorni "der pasticciaccio" sembrano chiari. Anche il delegato del Pdl ammette di essere uscito dagli uffici e di avervi fatto ritorno fuori tempo massimo. Mi chiedo: ma se proprio avessero dovuto apportare modifiche dell'ultimo minuto alla lista, non poteva mandare qualcun altro a prendere le carte necessarie? Accusare gli altri della propria stupidità oltre che vergognoso è ridicolo e patetico. Chi è causa del suo male, pianga se stesso. Fuori luogo anche gli appelli a Napolitano. Per tentare di rimediare in extremis Berlusconi e Fini dovrebbero prima di tutto azzerare i vertici romani. Poi, da parte di tutti, tanta, tanta umiltà, scuse agli elettori, e agli altri partiti per la reazione scomposta. Nel senso che sarebbe interesse del Pdl non incendiare il clima, bensì rasserenarlo per creare le condizioni necessarie alla ricerca di una soluzione bipartisan, ampiamente condivisa, sperando che ci possa essere una qualche - anche se al momento oscura - scappatoia giuridica.

L'unico lato oscuro della faccenda - questo sì strano e a quanto mi risulta senza precedenti nei casi di presentazione di liste - è perché non sia stato consentito l'accesso agli uffici per la presentazione della lista, sia pure in ritardo. Verbalizzando correttamente l'orario di presentazione della lista, che eventualmente non sarebbe stata ammessa per mancato rispetto dei termini. Il semplice cittadino che giunga in ritardo nel presentare una domanda o un documento all'amministrazione incorre nelle conseguenze stabilite dalla legge per il suo ritardo, ma non mi risulta che gli venga impedito l'accesso agli uffici per presentarla. In questo caso, infatti, siamo di fronte a una mancata presentazione, non ad una presentazione in ritardo (come in effetti era a detta di tutti i testimoni). Dal punto di vista giuridico non mi pare un particolare indifferente. Posso sbagliarmi, magari è solo un cavillo, ma ora la difficoltà è individuare un soggetto titolato a presentare ricorso, giacché non c'è il delegato di una lista presentata in ritardo che fa ricorso contro la mancata ammissione, ma dei perfetti estranei, dal momento che non c'è alcuna lista. E' questo eventualmente il danno causato da chi ha fisicamente impedito al delegato del Pdl di accedere agli uffici e presentare la lista, anche se in ritardo.

Detto questo, mi pare di scorgere una sola "riduzione del danno" praticabile a questo punto. Candidature, e voti di preferenza ad esse connesse, non sono recuperabili, ma forse la presenza sulla scheda del simbolo del Pdl - solo di quello - sì. Credo infatti - ma anche qui posso sbagliarmi - che la presentazione grafica dei simboli può avvenire anche in un secondo momento rispetto alla presentazione ufficiale della lista. Se così fosse, il simbolo della lista civica per Polverini potrebbe essere sostituito con quello del Pdl. Almeno gli elettori non si troverebbero del tutto smarriti.

Wednesday, February 24, 2010

L'errore madornale di Bonino è un dazio a Pannella

Con l'intervista di oggi a la Repubblica Pannella ha gelato il Pd: «Assolutamente no», gli elettori del Lazio «non possono avere la certezza di poter votare Emma. Quello che faremo non lo sappiamo noi e non lo può sapere nessun altro». La Bonino, dunque, potrebbe ancora decidere di ritirarsi dalla partita a causa delle illegalità nelle procedure elettorali denunciate dai radicali. Bersani, che porta la responsabilità di aver convinto il suo partito a sostenere la candidatura della leader radicale, ovviamente non può far altro che negare che ci sia un "caso Bonino", sostenere i radicali in una battaglia per la legalità «che merita ascolto», e garantire l'impegno degli amministratori locali del Pd per l'autenticazione delle firme a sostegno delle loro liste. Ma a questo punto esige una conferma della candidatura e la Bonino, pur non rinunciando al suo sciopero (per potersi guardare allo specchio e dire di aver «fatto di tutto per i diritti dei cittadini»), sembra volerlo rassicurare, dicendosi «persona leale» («se prendo un impegno lo porto a termine»). Parole che sembrano smentire l'ipotesi ritiro evocata (o forse minacciata) da Pannella.

Sabato, alla scadenza della presentazione delle liste, sarà tutto finito. Ma bisognerà vedere con quali strascichi nei rapporti con il Pd e quantificare i danni sulla campagna elettorale. Nel Pd infatti c'è chi ritiene che la battaglia legalitaria come tratto più riconoscibile della campagna possa risultare efficace nel momento in cui s'impongono fragorosamente all'attenzione dell'opinione pubblica nazionale inchieste su corruzione e riciclaggio. Ho sempre creduto invece che insistere sul profilo radicale della Bonino, già piuttosto marcato, avrebbe considerevolmente ridotto la sua capacità di mobilitazione dell'elettorato di centrosinistra e di attrazione di quello di centrodestra, in un modo che potrebbe risultare determinante, visto il testa a testa che risulta dagli ultimi sondaggi.

C'è da dire che la Bonino non è mai stata realmente in vantaggio. Se nelle prime settimane risultava dai sondaggi sopra alla sua avversaria di qualche punto era perché la Polverini era ancora poco nota. Ma quando gli elettori hanno cominciato a capire che era lei la candidata del centrodestra, l'illusione è finita e i margini tra le due candidate si sono avvicinati a quelli che dividono le due coalizioni. La mia personale previsione è che la Polverini vincerà di 4-5 punti (a meno di clamorosi autogol).

Ho fin dall'inizio sostenuto che la principale difficoltà della Bonino in questa campagna sarebbe stata quella di ottenere il totale e convinto appoggio da parte di tutto il Pd e dei partiti di sinistra, riuscire a mobilitare tutte le forze interne, e che per questo non avrebbe avuto alcun bisogno di insistere sul suo "brand" d'origine, già sufficientemente noto, perché se lo avesse fatto sarebbe emersa quella "diversità radicale" che rischia anzi di alimentare i malumori nei confronti della sua candidatura e alienarle sia i voti moderati che quelli di sinistra. «Non credo che commetterà questo errore», scrivevo alcune settimane fa. Mai avrei pensato che potesse caderci, eppure eccoci qua, sia pure per far piacere a Pannella, mosso evidentemente dall'invidia ma in difficoltà anche per una linea che traballa sempre di più.

Rivelatore un passaggio della sua intervista di oggi a la Repubblica: «Sia chiaro: la Bonino è la Bonino, non è mica una di loro. E' solo un'alleata che testimonia, con la sua candidatura, una virata positiva del Partito democratico». La Bonino è la candidata di tutto il centrosinistra, voluta dal Pd, e quale miglior modo, per rimarcare la sua identità radicale, se non farle mettere in gioco la sua campagna pur di prendere parte all'ennesima battaglia nonviolenta e legalitaria dei suoi compagni e di aiutare il suo partitino nella dura lotta delle liste minori in cerca di visibilità? La denuncia del "regime" e della non-democrazia italiana - almeno nei termini assunti negli ultimi anni, che portano Pannella a minacciare addirittura di restituire il passaporto e di andare in esilio all'estero - stenta a sembrare credibile al cospetto della carriera della Bonino: commissaria europea con Berlusconi, ministro del governo Prodi, ora vicepresidente del Senato e candidata del centrosinistra alla presidenza del Lazio. E' questa stonatura a preoccupare Pannella e lo sciopero della sete è un dazio che Emma (e il Pd) deve pagare per attenuarla.

Friday, January 29, 2010

La "rossa" Polverini e i casini del centrodestra

Gli elementi che a mio avviso rendono atipico il duello Polverini-Bonino nel Lazio trovano oggi alcune conferme. Così come cresce, nella stampa di centrodestra, la sensazione di mancare il colpo del Ko, come scrivevo un paio di giorni fa, su un Pd che sembra allo sbando, e che potrebbe persino essere troppo tardi per rimediare agli errori commessi per troppa sicurezza di sé. Libero parla di «vittoria mutilata».

Oggi è il manifesto a raccontare le disfunzioni della macchina organizzativa del Pd nel Lazio, che stenta a mettersi in moto, frenata dagli strascichi polemici e da misere invidie tra i vari capi-corrente, generati dal travaglio che ha portato all'appoggio del partito alla Bonino, che non sembra ancora aver superato le ultime resistenze interne. Ma al quotidiano comunista non sfugge il tipo di campagna che si appresta a fare la Polverini:
«L'immancabile giacca rossa la indossa anche sul nuovo manifesto elettorale. E ora arriva anche il simbolo, sfondo rosso, pure lì, e un baffo tricolore sotto la scritta Renata Polverini presidente. Praticamente lo stesso logo della Sinistra democratica di Claudio Fava, con il bianco rosso e verde al posto dell'arcobaleno. E così, ammiccando a sinistra, la leader dell'Ugl dalla sede del suo comitato lancia la seconda parte della campagna elettorale».
E della simpatia, o quanto meno non antipatia, che la Polverini riscuote a sinistra si è accorto anche il navigato Ugo Sposetti, che ieri faceva notare: «Avete visto la Polverini a Ballarò? Stranamente anche Floris e Epifani facevano il tifo per lei...». «Qualcuno a sinistra vuol dare il Lazio a Fini, Casini e famiglia? C'è chi nel Pd è convinto che sia così», osserva Laura Cesaretti su il Giornale. Ma più che qualche improbabile complotto dalemiano, la verità è che la Polverini, per la sua storia, esercita una naturale, spontanea attrazione a sinistra e nel pubblico impiego.

Sempre più osservatori si stanno accorgendo che per il centrodestra le prospettive di un landslide si allontanano. Libero parla di «aspettative ridimensionate», di «vittoria mutilata», e avverte che «sta cambiando la definizione stessa di vittoria». Il 7 a 6 per il centrosinistra non è impossibile. E se la Puglia regge, se Piemonte e Liguria, dove l'alleanza con l'Udc tiene, restano al Pd, e se le regioni date per certe (Toscana, Emilia, Umbria, Marche e Basilicata) si confermano, può arrivare addirittura ad 8 contro 5. Senza contare che per ora la Bonino è avanti nel Lazio. L'«involontario aiuto» del Pd, scrive Libero, «potrebbe non bastare a compensare gli sbagli e le incertezze del centrodestra, nonché il ruolo giocato dall'Udc» (come in Puglia, Piemonte e Liguria). Tuttavia, «il resto dei casini il centrodestra se li sta creando da solo»:
«Delle tredici regioni in cui si voterà, solo in quattro oggi il centrodestra ha la ragionevole certezza di vincere: Lombardia, Veneto, Campania e Calabria. Anche il Pd può sentirsi la vittoria in tasca in quattro regioni: Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Basilicata. Alle quali, se non si troverà una candidatura che unisca PdL e Udc, andrà aggiunta la Puglia. In Piemonte, Liguria e Marche la bilancia pende in favore del centrosinistra. Infine nel Lazio, nonostante il disastro lasciato da Piero Marrazzo, quella vittoria che sembrava facile appare ora un obiettivo alla portata, ma duro da raggiungere. Il titolo con cui ieri Repubblica avvertiva che Berlusconi rischia "di perdere 7 a 6", potrebbe rivelarsi persino troppo ottimistico per il premier».

Wednesday, January 27, 2010

Se il Pdl rischia di mancare il colpo del Ko

Dopo lo schiaffo di Vendola ai vertici e il caso Delbono a Bologna il Pd persevera in una fase di confusione e sbandamento, ma siamo sicuri che il centrodestra si sia attrezzato per approfittarne, mettendo al sicuro un trionfo a portata di mano alle prossime elezioni regionali? Lo dico senza avere sondaggi tra le mani, e consapevole che la campagna è solo agli inizi e che non è ancora apprezzabile l'effetto di quella televisiva, ma la scelta di alcuni candidati e un atteggiamento nei confronti degli avversari fin troppo rilassato e supponente mi fanno pensare di no. Ha ragione Pierluigi Battista: «La troppa sicurezza e la sottovalutazione dell'avversario possono dare alla testa e suggerire le mosse più sbagliate». E' ciò che sta accadendo al Pdl, che sembra si stia comportando come la grande squadra che incontrando l'ultima in classifica si rilassa, la prende sotto gamba, e finisce per pareggiare o addirittura perdere.

Berlusconi ha lasciato troppo campo libero alla Lega, al co-fondatore, e infine a veri o presunti maggiorenti regionali (come Fitto, che con un blitz ha imposto Palese in Puglia). Si vota in 13 regioni. Lombardia, Veneto, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche, Toscana, Umbria, Lazio, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Partiamo da una situazione di 2 regioni governate dal centrodestra e 11 governate dal centrosinistra. L'interrogativo è: il centrodestra riuscirà a conquistarne la maggioranza, almeno 7 contro 6? Difficile, ma oltre al dato meramente numerico, conta il peso specifico delle regioni che si strappano all'avversario. Ecco, la mia impressione è che tolte Lombardia e Veneto (sicure al centrodestra) e le quattro appenniniche (sicure al centrosinistra), le quattro regioni più importanti, che determineranno l'esito politico nazionale del voto, sono Piemonte, Lazio, Campania e Puglia.

Considerando l'evidente malgoverno delle giunte di centrosinistra in tre di esse (Lazio, Campania e Puglia) e che al Nord il Pd ha ormai zero credibilità mentre soffia un forte vento leghista, l'obiettivo di vincerle tutte e quattro, letteralmente schiantando il Pd (e costringendolo forse, finalmente, a cambiare davvero), per il centrodestra sembrava a portata di mano. Eppure, la mia impressione è che si sia complicato la partita da solo. In Campania qualche apparizione di Berlusconi dovrebbe sopperire agevolmente alla scelta di un candidato debole come Caldoro. In Piemonte le prospettive sono abbastanza buone, anche se va tenuto presente che è l'unica di queste quattro regioni in cui il centrosinistra, con la Bresso, non ha malgovernato, e la governatrice uscente gode di una buona immagine.

Nel Lazio, invece, dopo il duro colpo del caso Marrazzo, ha suscitato ilarità nel Pdl l'appoggio del Pd all'anticlericale Bonino, apparso come una specie di resa. Tuttavia, le "outsider" Polverini e Bonino, come ho già cercato di spiegare, daranno vita a un duello atipico. La Bonino metterà da parte le asperità laiciste e si concentrerà nel rafforzare l'immagine di donna di governo e istituzionale, un po' "secchiona", che già ha. Entrambe le candidate hanno difficoltà nel mobilitare i voti delle loro coalizioni. Può quindi succedere di tutto. Sia che la Bonino non superi il 30-35%, sia che riesca a vincere di poco. Molto dipenderà davvero da come imposteranno la campagna elettorale.

Berlusconi è dovuto intervenire in prima persona questa mattina per rimediare ai pasticci del partito e di Fitto in Puglia, dove il centrodestra con Palese si taglierebbe letteralmente le ali. Vendola è un populista e un demagogo della peggior specie e la vittoria alle primarie gli ha ridato ossigeno, nonostante gli scandali nella sanità. Meglio la Poli Bortone, dunque, non per l'alleanza con l'Udc in sé, ma perché contro Vendola ci vuole una personalità di maggiore spessore e seguito. Il Pdl se l'è lasciata sfuggire e ora appoggiandola dovrà pagare un prezzo a Casini, bravo a cogliere al volo l'occasione, un po' come hanno fatto i radicali con la Bonino.

Se il centrodestra conquistasse anche Piemonte e Lazio si potrebbe parlare di trionfo, perché a questo punto il Pd sarebbe espulso dal Nord e bocciato in due regioni pesantissime del centrosud, come Lazio e Campania. Ma se il centrosinistra oltre alla Puglia ne conservasse una tra Piemonte e Lazio - il che allo stato non è così impossibile - si potrebbe parlare di colpo del ko mancato e tutto sommato persino di un pareggio.

Monday, January 25, 2010

Nessuna scorciatoia, caro Pd

Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.

L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.

Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.

Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».

E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».

Friday, January 22, 2010

Polverini vs Bonino, duello atipico

Non c'è troppo da sorprendersi della campagna di Libero contro la Bonino, come neanche dell'inversione a U del Riformista, con al volante uno spericolato Caldarola che dopo aver definito la candidatura della radicale una «opportunità» e una lieta «novità», oggi invece la attacca duramente prendendo spunto dalla campagna di Libero. E' ovvio che qui i valori che contano non sono quelli etici, ma sono i valori degli Angelucci, editori di entrambi i giornali, ma non ci scandalizziamo. La politica è anche rappresentanza di interessi. Lo sa bene Ruini, sceso in campo per assicurarsi che Pdl e Udc non mettano a repentaglio per beghe tra partiti i preziosi interessi della Chiesa nel Lazio. Piuttosto, come fa notare Filippo Facci, non mi pare un grande scoop. Altro che scheletro nell'armadio (e le tessere false della Polverini?) Tutti sanno che la Bonino si è battuta per la legalizzazione dell'aborto e una foto di oltre trent'anni fa (35!), per quanto cruda, può far rabbrividire ancor di più chi - ma sono pochi - considera l'aborto un omicidio e la Bonino un'«assassina», ma non basta a macchiare la sua immagine di paladina dei diritti civili e di donna di governo seria e competente.

Ma soprattutto, non saprei quanto convenga al centrodestra buttarla sull'aborto, sui diritti civili, sulla contrapposizione della Bonino e dei radicali all'ingerenza del Vaticano. La situazione è complessa, infatti, visto che i profili di entrambe la candidate presentano differenze vistose rispetto all'elettorato di base delle coalizioni che le sostengono. Per molti versi, infatti, la Polverini ha tutte le carte in regola per attrarre molti voti di sinistra. Lei ex sindacalista, nella Roma dei ministeri, amica delle coop ed essendo la sanità pubblica il principale dossier sul tavolo di qualsiasi presidente di regione, in particolare nel Lazio, dove il buco si è approfondito sia con Storace che con Marrazzo. L'elettore di sinistra, magari sindacalizzato, magari dipendente pubblico, o magari radical-chic, non teme la Polverini, nonostante sia del centrodestra, anche perché la associa molto più a Fini che a Berlusconi.

Specularmente, l'incognita della Bonino è molto più la mobilitazione dei voti del Pd e dei partiti di sinistra che non dei cattolici. Incendiare la campagna su temi quali l'aborto, la laicità, la Chiesa, rischia di facilitare questo compito alla Bonino. La maggior parte dei voti cattolici, come dimostra anche un'esemplare inchiesta su Il Foglio di oggi, si spostano molto più su concetti come solidarietà e lavoro che sull'aborto. Il voto dei cattolici, della grandissima parte di essi, non si polarizza sui temi etici (men che meno l'aborto, questione chiusa con la legge 194), ma come il resto dell'elettorato su quelli economico-sociali. Non bisogna farsi ingannare dai politici, "cattolici" e non, cui interessa accreditarsi agli occhi delle gerarchie ecclesiastiche. Al contrario, l'elettore di sinistra o di estrema sinistra sfiduciato, che per i motivi citati prima non teme la Polverini tanto da precipitarsi a votare la "liberale" Bonino, e che forse dalla caduta di Prodi non va neanche più a votare, potrebbe trovare nuove motivazioni per tornare alle urne da un acceso scontro sulla laicità da cui sulla figura della Polverini si stagliasse il profilo del Vaticano.

Con questo non voglio dire che alla Bonino convenga buttarla sui diritti civili e la laicità. Lei non ha bisogno di parlarne, perché è il suo "brand" d'origine. Se lo facesse, invece, verrebbe fuori quella "diversità radicale" che le alienerebbe sia i voti moderati che quelli di sinistra. Ma non credo che commetterà questo errore. Per raccogliere tutti i voti del Pd dovrà innanzitutto lavorare molto sotto traccia, sulla "pancia" di un partito deluso e confuso. Il no al nucleare può essere un buon tema su cui mettere in difficoltà la sua avversaria e mobilitare energie da sinistra. Ma per vincere dovrà anche presentarsi come una manager ben informata, pragmatica e competente, darsi un tono istituzionale e "bipartisan", evitare faziosità antiberlusconiane alla Franceschini o alla Bersani, per convincere indecisi e liberali del Pdl. E sperare che la Polverini - per il momento ancora meno nota di lei e non inquadrata partiticamente - riveli qualche fragilità e commetta l'errore di spostarsi troppo a destra.

Insomma, ci vuole un miracolo, proprio perché a meno di regali inaspettati, il popolo della sinistra, già sfiduciato, non ha motivi per temere la Polverini. E perché i settori più liberali del centrodestra, che come me mugugnano per la Polverini e l'alleanza con l'Udc, nel Lazio sono una minoranza non significativa e hanno smesso di credere alla favola della Bonino e dei radicali come "liberali".

Emma Bonino è una zelig. La sua metamorfosi ha seguito di pari passo - e, anzi, trainato - quella dei radicali, gli ultimi giapponesi di Romano Prodi. Da una vittoria della Bonino non ci sarebbe dunque da aspettarsi alcuna "rivoluzione liberale". Sarebbe ingenuo pensare che la Bonino sia la stessa del '99, quando alle Europee prese l'8,5%. Alla Polverini fa gioco, per cercare di alienarle i voti più di sinistra, ricordare le sue battaglie antisindacali, contro l'art. 18, il "liberismo", ma la Bonino e i radicali non sono più quelli di allora. Sono bastati due anni al governo con Prodi per trasformarli e ormai sono più a sinistra del Pd.

L'amica delle coop bianche

«Da parte mia c'è una forte attenzione al mondo delle cooperative, che possono dare un contributo importante per quello che sarà il nuovo modello di sanità del Lazio».
Che siano rosse o bianche, sempre coop sono e fanno parte del modello Polverini per gestire la sanità nel Lazio. Oggi a Roma la Polverini ha incontrato i vertici di Confcooperative Lazio, sezione regionale della confederazione che riunisce le coop bianche (56 miliardi di fatturato e 465 mila dipendenti a livello nazionale). Legacoop, che riunisce le coop rosse, ha un peso simile (fatturato 50 miliardi e 414 mila dipendenti) ma una maggiore ramificazione territoriale e più stretti legami con i partiti di sinistra.

Thursday, January 14, 2010

Le risposte un po' omertose della Polverini

Renata Polverini prosegue con le sue risposte reticenti e omertose a chi le chiede delle tessere gonfiate dell'Ugl, sindacato di cui era segretario generale fino a ieri. Ecco cosa risponde oggi a il Riformista:
«Questo Paese ha una regola che vale per tutte le organizzazioni sindacali. La mia ha presentato, come la norma impone, i suoi iscritti al ministero del Lavoro. Non mi pare che gli altri abbiano sistemi di misurazione diversi».
Quando la giornalista le fa notare che «l'obiezione è un'altra», che gli iscritti dichiarati nel settore pubblico sono verificabili e non corrispondono a quelli che risultano all'Inps e all'Aran, cerca di nuovo di spostare il punto:
«Vorrei invitare qualcuno ad andare a prendere i dati della Cisnal prima, e dell'Ugl dopo, senza limitarsi ai miei quattro anni da segretario generale».
Quindi, ci sta dicendo che baravano pure i segretari precedenti?
«Inoltre, vorrei invitare chi mi attacca a citare anche i dati che premiano l'Ugl, nei posti in cui si è votato. Vorrei ricordare che nel fondo dei metalmeccanici abbiamo raccolto il 24.6% dei voti e in quello dei chimici il 17.5%».
Ma queste sono le percentuali dei voti tra coloro che sono andati a votare. Ben diverso il numero di iscritti sul totale dei lavoratori.
«La verità è che bisogna parlare di cose che si conoscono. E, a prescindere, io ho sempre sostenuto che bisogna normare la rappresentanza».
Dunque, quell'«a prescindere» suona come un'ammissione delle irregolarità. «A prescindere» da qualsiasi considerazione, il suo alibi è aver sempre sostenuto che bisogna «normare la rappresentanza», cioè cambiare sistema per impedire trucchi.

La Polverini però tiene a farci sapere che trova di «pessimo gusto, per attaccare me, attaccare un'organizzazione che ha 60 anni. Nessuno - aggiunge - può negare che l'Ugl è cresciuta in questi anni». E ti credo... «e si è seduta a tavoli dove tradizionalmente alcuni sindacati sono andati avanti per anni con diritto di veto su altre organizzazioni. Non capisco perché tutti gli altri numeri sarebbero veri e i nostri no».

Probabilmente tutti i numeri sono falsi, ma ciò non rende veri quelli dell'Ugl. Me l'aspettavo che in qualche modo la sua linea difensiva fosse: così fan tutti. Ma vede, cara Polverini, vada a spiegarlo agli elettori del centrodestra, agli occhi dei quali non credo sia un titolo di merito vantare le stesse pratiche della Cgil. Il problema è che la Polverini ha costruito la sua immagine pubblica su quelle tessere fasulle. Grazie ad esse, e al suo sponsor Gianfranco Fini, ha potuto frequentare i salotti televisivi, facendosi così conoscere al grande pubblico e acquisendo il preziosissimo status di personaggio politico.

Ma cosa rimane dell'immagine della donna seria e competente, che viene dalla società civile, e che in qualche modo pretende di rappresentare una politica nuova e non partitocratica, se viene fuori che tutto è partito da falsi iscritti? Succede che appare finalmente per quella che è: una degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, con annesse tutte le consuetudini di malgoverno e cattiva gestione della cosa pubblica di cui nel nostro Paese i sindacati sono responsabili.

Candidando la Polverini, e ora annunciando che di abbassare le tasse non se ne parla, il Pdl sembra essersi pericolosamente scordato che il "popolo della libertà" non è quello delle tessere sindacali (fasulle) ma quello delle partite Iva. Non quello dei ceti parassitari ma dei ceti produttivi, imprese e lavoratori massacrati di tasse.

Tuesday, January 12, 2010

No, la Polverini no. Perché una sconfitta sarebbe salutare per il Pdl

Ecco cosa sanno esprimere Fini e Casini quando Berlusconi lascia loro campo libero per ricostituire, sia pure in una regione (il Lazio) quell'"asse" che in misura fondamentale contribuì allo sperpero della legislatura trascorsa al governo tra il 2001 e il 2006: Renata Polverini. Chi legge questo blog sa quanto mi divide da una candidata come la Polverini e per questo mi auguro che l'esperimento del Pdl laziale subisca un clamoroso rovescio. Non potrebbe che far bene al Pdl vedere sconfitto contro ogni pronostico quello che qualche imprudente, o coraggioso (a seconda dei punti di vista), già definisce "modello Polverini". Forse è proponibile solo nel Lazio (e nella Roma dei ministeri) una candidatura simile, e nel Pdl ne sono consapevoli, ma sarebbe comunque salutare una sconfitta che allontanasse ogni tentazione di abbandonarsi a quel coacervo di ceti parassitari e burocratico-corporativi che la Polverini rappresenta e che dagli elettori del Nord verrebbe subito sanzionato. Non può essere lei la "sintesi" del nuovo Pdl.

Sindacatocrazia, burocrazia, pubblico impiego, assistenzialismo, sono i segni particolari nella carta d'identità della socialista e noglobal Polverini, che piace ai social forum ma anche agli immobiliaristi parenti o amici di Casini. E se qualcuno pensava che la sua Ugl fosse diversa dagli altri sindacati, solo perché vicina ad An, be' si sbagliava. Come hanno di recente riportato Europa, Libero, ma anche il Giornale, sotto la guida della Polverini l'Ugl ha dichiarato 558mila pensionati iscritti, mentre ne risultano solo 66mila. Idem per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila. Cifre gonfiate per ottenere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali (Inps, Inpdap e compagnia bella). E che hanno consentito alla Polverini di far diventare l'Ugl il quarto sindacato italiano e - aspetto non secondario - di acquisire quella visibilità personale che l'ha aiutata a ottenere la candidatura alla presidenza del Lazio.

Numeri che fanno della Polverini la degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, che vive dell'inattuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione e di prebende statali assegnate in base a cifre di iscritti che nessuno controlla. Esattemente tutto ciò contro cui la maggioranza degli elettori di centrodestra ha sempre votato. Numeri e circostanze, tra l'altro, non smentiti dalla diretta interessata, che si è rifiutata di dare spiegazioni adducendo motivazioni risibili:

«Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato».
Nell'interesse dei cittadini che dovrebbero votarla, la Polverini dovrebbe dirci se ha imbrogliato o meno sul numero di iscritti al suo sindacato. E se sì, farsi da parte. Non osiamo immaginare, se dovesse diventare governatrice del Lazio, quali dirigenti farebbero carriera nelle asl e negli altri enti pubblici controllati dalla regione.

Sarà difficile, però, vedere il miracolo, perché dall'altra parte abbiamo un Pd ridotto ormai ad uno straccio bagnato, che per disperazione - sondaggi alla mano che annunciano una sconfitta certa - appoggerà Emma Bonino, non riuscendo a trovare tra le sue file nemmeno un volenteroso - nonostante abbia governato Roma per non so quanti mandati consecutivi e a lungo anche la regione - disposto a mettersi in gioco contro un'avversaria che appare tutt'altro che solida.

Per quanto riguarda i radicali, sono ormai stabilmente a sinistra del Pd su tutti i temi, non solo sulle libertà civili, ma anche sull'economia, per non parlare della politica estera e del nucleare. Vedremo dalla campagna elettorale se la Bonino meriterà il nostro endorsement. Per il momento, dico solo che nel Lazio al Pdl serve una sconfitta che indichi la rotta.