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Thursday, January 05, 2012

Cielo plumbeo su di noi

Dieci, cento, mille Luca Ricolfi ci vorrebbero. Il suo articolo di oggi, su La Stampa, è uno squarcio di libertà nel velo statalista che le burocrazie della riscossione, i grandi giornali e l'informazione televisiva e radiofonica hanno alzato sugli occhi degli italiani. Diventa sempre più evidente, infatti, che le veementi campagne anti-casta e anti-evasione fiscale sono l'oppio che i media mainstream stanno vendendo da alcuni anni al popolo italiano. Gli offrono i capri espiatori contro cui sfogare le proprie paure e frustrazioni, ma lo distraggono dal bersaglio grosso, dai veri costi della politica e dalle reali ragioni della crisi del nostro modello economico e sociale: il troppo Stato. La premessa da cui parte Ricolfi è proprio la denuncia di un clima pesante, «una plumbea nuvola di cecità e di conformismo», per cui «ci sono cose che oggi non si possono dire». Ma lui le dice: abbiamo bisogno di «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo». E in questo clima deresponsabilizzante sfugge nel dibattito pubblico il dato cruciale: il problema di competitività della nostra economia è quasi esclusivamente legato all'eccesso del peso statale.
«La pressione fiscale sull'economia regolare è la più alta del mondo sviluppato (intorno al 60%), e così il livello di tassazione sulle imprese, il cosiddetto Total Tax Rate (68.6%)... Questo livello abnorme di tassazione si accompagna da sempre a norme vessatorie nei confronti di qualsiasi violazione (anche solo formale, o di entità irrisoria) delle regole fiscali, per non parlare dei comportamenti arroganti, intimidatori, o semplicemente umilianti degli emissari del fisco, che ovviamente non sono la regola ma di cui esistono purtroppo innumerevoli testimonianze, talora drammatiche e commoventi».
Per cui, prosegue Ricolfi, «oggi in Italia un sentimento di paura verso l'amministrazione pubblica è ampiamente giustificato anche quando non si sia commesso alcun errore, reato o violazione. E tutto mi fa pensare che, affamato da decenni di spesa pubblica in deficit, lo Stato stia in questi anni accentuando il suo volto rapace e intimidatorio». Visto che non può più spendere in deficit, invece di tagliare la spesa si accanisce sui contribuenti. Per non parlare della «strabica selettività della repressione dell'evasione». Il fatto è che «se volesse intervenire contro l'illegalità, lo Stato dovrebbe militarizzare circa un quarto del territorio nazionale, e distruggere un paio di milioni di posti di lavoro, che si reggono sui bassi salari». E qui veniamo alla citazione di Milton Friedman sul mercato nero e l'evasione come resistenza naturale, dal basso, contro la voracità e l'inefficienza statale. Il fatto è, conclude Ricolfi, che «lavorare e produrre in Italia sta diventando sempre più proibitivo sul piano dei costi di produzione»: salari e profitti sono troppo tassati; vincoli troppo rigidi; poca concorrenza. E allora o ci si difende come si può, anche travalicando i confini della legalità fiscale, o si chiude bottega (magari per riaprirla all'estero, chi può).
«Fatti 100 i costi unitari dei Paesi a noi più comparabili (Germania, Francia, Regno Unito, Spagna), i costi dell'Italia sono circa 120 per la benzina, 170 per il gasolio, 250 per l'energia elettrica, 300 per i tempi di pagamento della Pubblica amministrazione, 400 per il rispetto dei contratti... Se poi a tutto questo aggiungiamo la tassazione più pesante del mondo sviluppato, la rigidità del nostro mercato del lavoro regolare, l'enorme prelievo sul reddito e sulla ricchezza operato con le ultime manovre, il quadro si capovolge: la domanda non è più perché l'Italia non cresce, ma perché i produttori non hanno ancora gettato la spugna».
Il problema della produttività e della competitività del sistema sta dunque essenzialmente nel peso dello Stato. Ben vengano le liberalizzazioni. Consapevoli però che non saranno certo gli orari di apertura dei negozi, i farmaci di fascia C o qualche centinaia di taxi in più il motore della ripresa. Ben più pesanti sarebbero le liberalizzazioni del mercato del lavoro, dei trasporti, dell'energia, dei servizi pubblici locali e dei servizi educativi, in cui si annidano i veri, sistemici costi della politica, e la cancellazione degli ordini professionali e di alcuni esami di Stato inutili. Ma il punto decisivo resta il troppo Stato, le troppe tasse che gravano sui ceti produttivi.

Thursday, January 14, 2010

Le risposte un po' omertose della Polverini

Renata Polverini prosegue con le sue risposte reticenti e omertose a chi le chiede delle tessere gonfiate dell'Ugl, sindacato di cui era segretario generale fino a ieri. Ecco cosa risponde oggi a il Riformista:
«Questo Paese ha una regola che vale per tutte le organizzazioni sindacali. La mia ha presentato, come la norma impone, i suoi iscritti al ministero del Lavoro. Non mi pare che gli altri abbiano sistemi di misurazione diversi».
Quando la giornalista le fa notare che «l'obiezione è un'altra», che gli iscritti dichiarati nel settore pubblico sono verificabili e non corrispondono a quelli che risultano all'Inps e all'Aran, cerca di nuovo di spostare il punto:
«Vorrei invitare qualcuno ad andare a prendere i dati della Cisnal prima, e dell'Ugl dopo, senza limitarsi ai miei quattro anni da segretario generale».
Quindi, ci sta dicendo che baravano pure i segretari precedenti?
«Inoltre, vorrei invitare chi mi attacca a citare anche i dati che premiano l'Ugl, nei posti in cui si è votato. Vorrei ricordare che nel fondo dei metalmeccanici abbiamo raccolto il 24.6% dei voti e in quello dei chimici il 17.5%».
Ma queste sono le percentuali dei voti tra coloro che sono andati a votare. Ben diverso il numero di iscritti sul totale dei lavoratori.
«La verità è che bisogna parlare di cose che si conoscono. E, a prescindere, io ho sempre sostenuto che bisogna normare la rappresentanza».
Dunque, quell'«a prescindere» suona come un'ammissione delle irregolarità. «A prescindere» da qualsiasi considerazione, il suo alibi è aver sempre sostenuto che bisogna «normare la rappresentanza», cioè cambiare sistema per impedire trucchi.

La Polverini però tiene a farci sapere che trova di «pessimo gusto, per attaccare me, attaccare un'organizzazione che ha 60 anni. Nessuno - aggiunge - può negare che l'Ugl è cresciuta in questi anni». E ti credo... «e si è seduta a tavoli dove tradizionalmente alcuni sindacati sono andati avanti per anni con diritto di veto su altre organizzazioni. Non capisco perché tutti gli altri numeri sarebbero veri e i nostri no».

Probabilmente tutti i numeri sono falsi, ma ciò non rende veri quelli dell'Ugl. Me l'aspettavo che in qualche modo la sua linea difensiva fosse: così fan tutti. Ma vede, cara Polverini, vada a spiegarlo agli elettori del centrodestra, agli occhi dei quali non credo sia un titolo di merito vantare le stesse pratiche della Cgil. Il problema è che la Polverini ha costruito la sua immagine pubblica su quelle tessere fasulle. Grazie ad esse, e al suo sponsor Gianfranco Fini, ha potuto frequentare i salotti televisivi, facendosi così conoscere al grande pubblico e acquisendo il preziosissimo status di personaggio politico.

Ma cosa rimane dell'immagine della donna seria e competente, che viene dalla società civile, e che in qualche modo pretende di rappresentare una politica nuova e non partitocratica, se viene fuori che tutto è partito da falsi iscritti? Succede che appare finalmente per quella che è: una degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, con annesse tutte le consuetudini di malgoverno e cattiva gestione della cosa pubblica di cui nel nostro Paese i sindacati sono responsabili.

Candidando la Polverini, e ora annunciando che di abbassare le tasse non se ne parla, il Pdl sembra essersi pericolosamente scordato che il "popolo della libertà" non è quello delle tessere sindacali (fasulle) ma quello delle partite Iva. Non quello dei ceti parassitari ma dei ceti produttivi, imprese e lavoratori massacrati di tasse.

Tuesday, January 12, 2010

No, la Polverini no. Perché una sconfitta sarebbe salutare per il Pdl

Ecco cosa sanno esprimere Fini e Casini quando Berlusconi lascia loro campo libero per ricostituire, sia pure in una regione (il Lazio) quell'"asse" che in misura fondamentale contribuì allo sperpero della legislatura trascorsa al governo tra il 2001 e il 2006: Renata Polverini. Chi legge questo blog sa quanto mi divide da una candidata come la Polverini e per questo mi auguro che l'esperimento del Pdl laziale subisca un clamoroso rovescio. Non potrebbe che far bene al Pdl vedere sconfitto contro ogni pronostico quello che qualche imprudente, o coraggioso (a seconda dei punti di vista), già definisce "modello Polverini". Forse è proponibile solo nel Lazio (e nella Roma dei ministeri) una candidatura simile, e nel Pdl ne sono consapevoli, ma sarebbe comunque salutare una sconfitta che allontanasse ogni tentazione di abbandonarsi a quel coacervo di ceti parassitari e burocratico-corporativi che la Polverini rappresenta e che dagli elettori del Nord verrebbe subito sanzionato. Non può essere lei la "sintesi" del nuovo Pdl.

Sindacatocrazia, burocrazia, pubblico impiego, assistenzialismo, sono i segni particolari nella carta d'identità della socialista e noglobal Polverini, che piace ai social forum ma anche agli immobiliaristi parenti o amici di Casini. E se qualcuno pensava che la sua Ugl fosse diversa dagli altri sindacati, solo perché vicina ad An, be' si sbagliava. Come hanno di recente riportato Europa, Libero, ma anche il Giornale, sotto la guida della Polverini l'Ugl ha dichiarato 558mila pensionati iscritti, mentre ne risultano solo 66mila. Idem per i ministeriali: di contro ai 171mila conclamati, ce ne sono soltanto 44mila. Cifre gonfiate per ottenere più posti nei comitati di vigilanza degli enti previdenziali (Inps, Inpdap e compagnia bella). E che hanno consentito alla Polverini di far diventare l'Ugl il quarto sindacato italiano e - aspetto non secondario - di acquisire quella visibilità personale che l'ha aiutata a ottenere la candidatura alla presidenza del Lazio.

Numeri che fanno della Polverini la degna rappresentante della sindacatocrazia italiana, che vive dell'inattuazione degli articoli 39 e 40 della Costituzione e di prebende statali assegnate in base a cifre di iscritti che nessuno controlla. Esattemente tutto ciò contro cui la maggioranza degli elettori di centrodestra ha sempre votato. Numeri e circostanze, tra l'altro, non smentiti dalla diretta interessata, che si è rifiutata di dare spiegazioni adducendo motivazioni risibili:

«Non voglio che il sindacato sia coinvolto nella mia campagna elettorale, anche perché dovrei dire cose che non posso rivelare, nell'interesse dei lavoratori italiani. Quindi non intendo rispondere a queste domande, perché non è giusto nei confronti dell'Ugl e dell'onestà di questo sindacato».
Nell'interesse dei cittadini che dovrebbero votarla, la Polverini dovrebbe dirci se ha imbrogliato o meno sul numero di iscritti al suo sindacato. E se sì, farsi da parte. Non osiamo immaginare, se dovesse diventare governatrice del Lazio, quali dirigenti farebbero carriera nelle asl e negli altri enti pubblici controllati dalla regione.

Sarà difficile, però, vedere il miracolo, perché dall'altra parte abbiamo un Pd ridotto ormai ad uno straccio bagnato, che per disperazione - sondaggi alla mano che annunciano una sconfitta certa - appoggerà Emma Bonino, non riuscendo a trovare tra le sue file nemmeno un volenteroso - nonostante abbia governato Roma per non so quanti mandati consecutivi e a lungo anche la regione - disposto a mettersi in gioco contro un'avversaria che appare tutt'altro che solida.

Per quanto riguarda i radicali, sono ormai stabilmente a sinistra del Pd su tutti i temi, non solo sulle libertà civili, ma anche sull'economia, per non parlare della politica estera e del nucleare. Vedremo dalla campagna elettorale se la Bonino meriterà il nostro endorsement. Per il momento, dico solo che nel Lazio al Pdl serve una sconfitta che indichi la rotta.

Friday, September 25, 2009

Il Pdl, la modernità, la persona. Nuove sfide strategiche

Tutti ad aspettare un programma da Fini. E invece il programma che raccoglie «le sfide della stagione politica che si apre» arriva da Brunetta e Capezzone:
Da una parte, c'è l'Italia - ultramaggioritaria - che rischia tutti i giorni; che è legata al merito, alla competitività, alla trasparenza; che sta sul mercato; che è esposta al vento della concorrenza; che mette in gioco se stessa, la propria famiglia, i propri beni. E' l'Italia che lavora e produce; è l'Italia dei lavoratori dipendenti che rischiano il posto; è l'Italia delle piccole e piccolissime imprese dell'industria, del commercio, dell'artigianato, dei servizi; è l'Italia dei professionisti; è l'Italia dei disoccupati e dei sottoccupati non tutelati; è l'Italia di quanti, oggi anziani, hanno già dato il loro contributo alla propria famiglia e al Paese. Dall'altra parte, c'è l'Italia - più piccola e minoritaria - che non vive con queste regole: è l'Italia della rendita, delle corporazioni, dei furbi, dei fannulloni, dei garantiti. Naturalmente, non si può e non si deve fare di ogni erba un fascio, ma questo aggregato è composto dall'Italia dei cattivi dipendenti pubblici, della cattiva politica, della cattiva magistratura, delle cattive banche e della cattiva finanza, della cattiva editoria, dei cattivi sindacati (arricchiti economicamente ma impoveriti politicamente e civilmente dalla trattenuta automatica praticata su lavoratori e pensionati spesso ignari); in altre parole, siamo dinanzi all'Italia che vive in modo parassitario e improduttivo sulle spalle della prima Italia.
Questa la diagnosi dalla quale prende avvio il ragionamento di Brunetta e Capezzone, che passando per un giudizio positivo e ottimistico dell'attuale esperienza di governo, indicano sette campi d'azione, le «nuove sfide strategiche», l'embrione di un programma. Ok, il giudizio sull'azione di governo è forse fin troppo benevolo, ma è comprensibile che sia così per chi non mira al logoramento della leadership attuale e della "casa" di cui ha scelto di far parte, per chi non si candida a raccoglierne i cocci ed è consapevole che dal fallimento del governo e dalla rissa continua non potranno nascere i successi del domani.

Ma nel contempo, nonostante quando si è al potere è sempre più difficile farlo, Brunetta e Capezzone provano ad arricchire il dibattito interno al Pdl con un approccio e delle proposte che ad un esame più attento vanno oltre e si differenziano non poco dall'attuale corso governativo, pur riconoscendone lealmente i meriti. Non a caso Brunetta e Capezzone fanno più volte riferimento alle «sfide strategiche» per la «fase politica che si apre», hanno in mente «i prossimi lustri della politica italiana». Forse sul tema tasse potevano osare di più, facendone un punto autonomo, ma Fini con la sua «geniale» intuizione della «lotta al mercatismo» non pensi che "dopo Berlusconi il nulla".

Monday, September 14, 2009

Campi, la toppa peggiore del buco

Lanciato il sasso, a riparare le vetrate infrante da Fini è il direttore di Fare futuro, Alessandro Campi, con questo editoriale sul web magazine della fondazione, dal titolo "Fare politica, oltre il presentismo", in cui assicura che Fini «non abbandonerà mai Berlusconi» e che «il Popolo della libertà è e rimane il suo partito», e in cui si dedica ad un'analisi della strategia politica del presidente della Camera. Fini sarebbe consapevole di non avere alcuna convenienza «ad apparire come colui che colpisce alle spalle il suo antico alleato», l'elettorato «non apprezzerebbe quello che a tutti gli effetti sarebbe un tradimento».

Fini vorrebbe il Pdl «diverso da come è attualmente». Non si può dar torto a Fini quando avverte il problema del passaggio da una situazione in cui la gente vota solo e soltanto Berlusconi, ad una nella quale impari a votare il Pdl. Un partito capace di «dare continuità storica al berlusconismo, farlo diventare una famiglia politica stabile» è - o dovrebbe essere - nell'interesse di tutti. A questo punto però sorgono due questioni. Una riguarda la forma-partito. C'è da chiedersi, cioè, se il «partito vero» come lo intendono Fini e Campi sia davvero la soluzione più idonea nella politica di oggi; l'altra, riguarda il modo scelto da Fini per dare, come dice Campi, un futuro al berlusconismo, su cui ho già espresso i miei dubbi qui e qui.

Scendendo su un terreno appena un po' più concreto, Campi si produce in un elenco di soggetti con i quali a suo avviso il Pdl sbaglia a polemizzare:
«Si sospetta degli industriali perché dialogano con la Cigl. Si polemizza con la Chiesa. Si inveisce contro il culturame come ai tempi di Scelba. Si considerano i giornali un covo di sovversivi. Si mortifica il pubblico impiego con le campagne contro i fannulloni. Si inveisce contro il sistema bancario. Si vede nella magistratura una minaccia all'ordine costituito. Si impreca contro i 'poteri forti'. Si trascurano le forze dell'ordine per fare posto alle ronde. Si trattano gli immigrati come ospiti indesiderati. Si tolgono risorse alla scuola nella convinzione che tanto i professori votino tutti a sinistra».
Un elenco indicativo: industriali, sindacati, Chiesa, intelligentsia, giornali, pubblico impiego, banche, magistratura, scuola. Qui proprio non ci siamo. Si tratta di istituzioni/soggetti sociali iperprotetti, in alcuni casi vere e proprie caste, che rendono inefficiente la nostra economia (e il nostro welfare) e la nostra pubblica amministrazione, non di rado esercitando un indebito potere di ricatto sulla politica. Per lo più, la grande industria e i sindacati, il pubblico impiego, il "culturame", sono per la conservazione economico-sociale in modo da perpetuare i propri privilegi a scapito dei ceti produttivi del Paese.

Su questo Campi ha torto marcio e se «dare continuità storica al berlusconismo» significa allearsi con questi "poteri", allora meglio il «diluvio». Proprio perché ha scelto di allearsi ad essi, ciò che ha ottenuto il centrosinistra nelle sue varie formule è esattamente «isolamento politico ed elettorale». Sarebbe il tradimento del berlusconismo, che pur non avendo mantenuto le sue promesse, è stato ed è una spinta al cambiamento.

Friday, August 21, 2009

Non è ancora troppo tardi

Oggi, sul Corriere della Sera, Piero Ostellino ricorre di nuovo a una classificazione che ci è cara, tra ceti produttivi e ceti improduttivi, burocratico-parassitari. Da una parte i "produttori", chi lavora e sta sul mercato rischiando in proprio, senza paracadute, chi da piccolo e medio imprenditore chi da lavoratore o da operaio, e chi nel mondo del lavoro cerca di entrarci scontrandosi con le incertezze della flessibilità e le mille barriere corporative, il familismo, il clientelismo - i cosiddetti "outsider"; dall'altra parte la grande industria assistita, pubblica e privata, le banche, i professionisti protetti dagli ordini, i dipendenti pubblici, gli amministratori degli Enti locali, insomma «le oligarchie che costituiscono la classe dirigente».
«Gli italiani della prima categoria sono anche la base sociale e il serbatoio elettorale del centrodestra. Ad essi Berlusconi aveva promesso la "rivoluzione liberale". Niente assistenzialismo, ma una radicale semplificazione legislativa che disboscasse la selva di leggi, regolamenti, licenze, divieti, che ne ostacolano la libertà d'azione; una forte riduzione fiscale, che lasciasse loro più risorse da destinare, oltre ai consumi, non solo alle proprie attività imprenditoriali, ma anche alla produzione di beni collettivi, nella sanità, nella scuola, nei servizi, che ora, in prevalenza, lo Stato fornisce con grandi sprechi. Sarebbe bastato questo per far lievitare il Paese».
Ma, come sappiamo, Berlusconi non ha ancora mantenuto la sua promessa più importante. Ieri, perché «frenato dai suoi alleati (Udc e An) e per carenza culturale sua propria», e perché «ha continuato a strizzare l'occhio anche agli italiani della seconda categoria che, contrari a ogni cambiamento, votano in prevalenza a sinistra». «Forse - conclude Ostellino - è tardi per rimediare, ma a Palazzo Chigi e dintorni farebbero ugualmente bene a rifletterci e, passata la nottata, a provvedere».

Tuesday, May 05, 2009

Le scomode verità che il Pd non vede

Il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore sulle intenzioni di voto pubblicato domenica scorsa non fa che confermare le tendenze emerse dalle ultime elezioni politiche (e anticipate su questo blog addirittura nel maggio 2007). Dal 1994 al 2006 - cioè da quando l'Italia è entrata nella cosiddetta "Seconda Repubblica" e le competizioni elettorali sono dominate da due grandi coalizioni (il centrodestra berlusconiano e il centrosinistra ulivista) - le elezioni politiche erano state decise sostanzialmente dagli astensionisti. Di volta in volta, elettori di destra o di sinistra delusi dalla performance della propria coalizione al governo decidevano di fatto, rimanendo a casa, la vittoria dell'altra.

Ma il 12 e 13 aprile del 2008 abbiamo assistito ad un fatto del tutto nuovo, puntualmente registrato dal rapporto Itanes sui flussi elettorali, uno dei più autorevoli, pubblicato nel novembre scorso da Il Mulino: per la prima volta dal 1994 si è verificato un significativo spostamento di consensi da sinistra a destra. Secondo Itanes, infatti, oltre ad un 4% fisiologico di elettori delusi del vecchio centrosinistra che hanno manifestato il proprio malcontento astenendosi, «le formazioni di centrosinistra – così scrivono gli autori – accusano un saldo negativo tra i flussi di mobilitazione e smobilitazione pari a circa il 4% dell'elettorato... mentre il Pd perde a favore dei partiti di centrodestra circa il 10% di coloro che avevano votato nel 2006 per l'Ulivo» (cioè la lista unitaria di Ds e Margherita). Ciò significa che un 3% abbondante dell'intero elettorato (circa un milione di voti) ha cambiato schieramento, passando dal Pd al PdL, o alla Lega, e determinando così la vittoria di questi ultimi.

Ma c'è di più. Come conferma anche il sondaggio Ipsos/Sole 24 Ore, questo spostamento da sinistra a destra ha coinvolto anche i ceti che tradizionalmente hanno sempre sostenuto i partiti di sinistra: oggi «oltre il 43% dei lavoratori di basso profilo (gli operai-esecutivi) dichiara di voler votare PdL e quasi il 15% Lega. Solo il 22% preferisce il Pd» (-5,9% rispetto all'aprile 2008). A PdL e Lega finirebbe quindi quasi il 60% dei voti degli operai. A questi vanno aggiunte le preferenze dei disoccupati: 39,8% per il PdL, 14,8% per la Lega e solo il 19,3% per il Pd. Cifre emblematiche del progressivo «distacco tra la sinistra e i settori più deboli della popolazione italiana».

Da una parte, c'è un partito, il PdL, che si rivela «sempre più interclassista», capace di raccogliere i voti dei lavoratori autonomi (il 57,2%) e dei professionisti (il 42,9%), ma anche quelli degli operai, dei disoccupati e delle casalinghe; ricchi e poveri, laureati e non, lavoratori protetti e lavoratori precari. Dall'altra c'è il Pd, «nel cui blocco elettorale prevalgono impiegati pubblici, insegnanti, studenti e pensionati».

Questo sondaggio mostra una fotografia che avevo già scattato esattamente due anni fa e che dovrebbe allarmare i leader e i simpatizzanti del Pd. Il Pd non è solo incapace di rappresentare il mondo dell'impresa. Non è neanche più in grado di parlare a chiunque si guadagni da vivere con il sudore della fronte, ai lavoratori dipendenti, che mostrano di cominciare a capire che i costi dello statalismo e del deficit di meritocrazia deprimono lo sviluppo e danneggiano le loro stesse possibilità di migliorare il proprio status socio-economico.

La grande divisione interclassista dell'elettorato italiano tra ceti produttivi (impresa e lavoro) e ceti improduttivi (parassitari e burocratico-corporativi), cioè tra chi fa o vorrebbe fare (indipendentemente dal reddito e dalla ricchezza), e i "nullafacenti" (ma non "nullatenenti"), iper-garantititi e privilegiati, c'è sempre stata. Ma la novità è che mai come oggi i primi tendono a riconoscersi nel PdL e nella Lega e i secondi nel Pd e negli altri partiti di sinistra.

I "produttori", cioè chi lavora e sta sul mercato rischiando in proprio, da imprenditore, più o meno ricco, o da dipendente, e persino da operaio, nella piccola e media impresa, e chi nel mondo del lavoro cerca di entrarci scontrandosi con le incertezze della flessibilità e le mille barriere corporative, il familismo e il clientelismo - i cosiddetti outsider - si sentono sempre più rappresentati dal PdL; mentre i "nullafacenti" (intellettuali, impiegati pubblici, insegnanti, studenti e pensionati - ovviamente generalizzando) si sentono ben tutelati dalla conservazione e dall'immobilismo socio-economico-istituzionale della sinistra.

Ma attenzione, perché se gli elettori hanno dimostrato di sapersi spostare da sinistra a destra, allora possono benissimo invertire la rotta e muoversi nella direzione opposta. Il PdL non deve deludere le aspettative di questo elettorato, ormai pragmatico e de-ideologizzato, capace di votare per qualsiasi parte politica che in un dato momento sembri più credibile come interprete delle sue istanze.