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Monday, January 23, 2012

Un 6- alle liberalizzazioni di Monti

Anche su Notapolitica

Ad una attenta lettura, al netto delle prime impressioni – influenzate positivamente dalla sua ampiezza e dal vantaggio comunicativo di cui ha goduto essendo licenziato nella serata di venerdì, per cui la copertura mediatica è stata fin da subito sapientemente orientata dalla conferenza stampa al termine del Cdm e dalle apparizioni di Monti in tv (8 e mezzo e In Mezz'ora) – il dl liberalizzazioni ottiene a stento la sufficienza (un 6-), cui arriva grazie allo scorporo della rete gas da Eni, mentre su tutto il resto è largamente insufficiente. Corposo sì, e un punto di merito è senz'altro l'essere stati capaci di toccare nello stesso provvedimento una pluralità di categorie, ma sulla sua reale incisività, e in molti settori persino sulla sua natura liberalizzatrice, permangono forti dubbi. Il voto complessivo però vira al negativo o al positivo in funzione dei parametri di giudizio cui ci si attiene. Due, in particolare, portano ad esiti antitetici ma egualmente fondati.

Si può fondatamente argomentare, come fanno Alesina e Giavazzi sul Corriere, che «il governo Monti ha fatto in due mesi ciò che i precedenti governi non avevano fatto dall'introduzione dell'euro». E dunque, se questo è il metro di giudizio, l'operato dei precedenti governi, il dl non può che essere promosso a pieni voti. Troppo facile, obietterebbe qualcuno, fare meglio dei precedessori, le cui performance sono state così gravemente insufficienti. Se invece i metri di giudizio sono la gravità della situazione, il grado di cambiamento, di shock sistemico, di cui l'Italia ha bisogno, e il contesto politico (un governo senza il problema dei consensi e di scadenze elettorali, con il sostegno "politico" del capo dello Stato e della grande stampa, e i partiti alle corde) allora viriamo nell'area dell'insufficienza.

Il difetto principale è nell'impostazione della maggior parte degli interventi. L'intenzione è di promuovere la concorrenza, e attraverso di essa migliorare i servizi abbassandone i costi e aprire ai giovani, ma l'obiettivo viene perseguito a colpi di dirigismo molto più che di vere liberalizzazioni. Di stampo dirigista, per esempio, l'ampliamento "ope legis" delle piante organiche di farmacie e notai, nella presunzione che il numero ottimale di operatori sul mercato per favorire la concorrenza possa essere pianificato dal regolatore. Anche nella moltiplicazione delle authority e nella costituenda Autorità delle Reti, che alle competenze sull'energia e il gas somma quelle su acqua e trasporti, si tocca con mano l'attitudine alla regolazione e alla pianificazione in ogni settore dei servizi. E' forte il rischio – soprattutto nell'accentramento di competenze così eterogenee – di una ulteriore burocratizzazione, di una sorta di ministero parallelo, o peggio ombra. Nelle intenzioni del governo l'obiettivo è chiaramente quello di spoliticizzare alcune questioni spinose demandandole alle authority, ma non è affatto automatico che non resteranno prigioniere di lobbies e partiti, semplicemente più lontano dai riflettori.

Se la concorrenza viene promossa – giustamente – a principio guida sia del dl che della comunicazione del premier, è invece assente una chiara scelta politica e culturale in favore della libertà e della deregulation. Sembra prevalere una logica di contrattazioni separate con i colossi pubblici e le singole lobbies, che porta a risultati difformi da settore a settore e ad uno sforzo piuttosto di ri-regulation (che speriamo non si traduca in over-regulation). Non si rinuncia, insomma, al principio che debba essere lo Stato a programmare l'offerta, anche se da parte di privati, di un certo bene o servizio; e a programmare anche il "quantum" di concorrenza in ciascun settore.

La separazione di Snam rete gas da Eni entro i prossimi sei mesi (anche se l'intero processo durerà molto di più, quindi bisognerà vigilare sulla irreversibilità della scelta) è la portata principale, probabilmente quella che nella sua recente visita a Londra il premier Monti ha anticipato agli operatori della più importante piazza finanziaria europea. Intorno un pulviscolo di snack più o meno appetitosi, alcuni indigesti. Altri due colossi pubblici, Ferrovie e Poste, non vengono sfiorati. Positiva la stretta sugli affidamenti in house dei servizi pubblici locali (possibili fino ad un valore economico di 200 mila euro anziché di 900 mila), ma pur sempre nel solco del decreto Ronchi. Viene infatti lasciata aperta per gli enti locali la possibilità di derogare al regime di gare ad evidenza pubblica, previo parere dell'Antitrust, obbligatorio ma non vincolante. Il rischio è l'aumento del contenzioso e la riapertura di guerre ideologiche sul concetto di bene e servizio pubblico. Si promuove inoltre la fusione tra società, garantendo per cinque anni l'affidamento diretto, nella speranza che si producano economie di scala, anche qui con la presunzione che sia il regolatore e non il mercato a conoscere quale sia la dimensione aziendale ottimale.

Insufficienti le norme sulle professioni. C'è l'abolizione dei tariffari, c'è l'obbligo di preventivo, che dovrebbero favorire il passaggio dagli onorari a tempo ad altri schemi remunerativi, ma manca un vero e proprio abbattimento delle barriere legali e non che intralciano l'ingresso di nuovi attori nel mercato. Non c'è una liberalizzazione del regime ordinistico, con il passaggio ad un sistema di libere associazioni (con riconoscimento pubblico ma che non operino in monopolio). La durata massima del tirocinio per l'accesso alle professioni viene ridotta a 18 mesi e i primi sei potranno essere svolti all'interno delle università, ma solo a seguito di apposite convenzioni con gli ordini professionali. Si pianifica il numero di notai che dovrebbe garantire un sufficiente grado di concorrenza, ma non si riducono i casi in cui sono obbligatorie le loro prestazioni, né viene messa in discussione la loro esclusiva in funzioni che potrebbero essere svolte anche da avvocati e commercialisti. Anche delle farmacie si pretende di conoscere il numero ottimale, continuando quindi a negare il diritto al farmacista abilitato di avviare liberamente un suo esercizio. Liberalizzati turni e orari, ma la remunerazione del farmacista resta proporzionale al prezzo del farmaco, il che non sembra un incentivo a praticare sconti.

Patetici i dietrofront su farmaci di fascia C e liberalizzazione dei saldi, mentre si rinvia il nodo dei taxi. Sul numero e il rilascio delle licenze in ciascuna città decide l'Autorità delle Reti, sentiti Comuni e tassisti. Si prevede una maggiore flessibilità delle tariffe, fermi restando i limiti massimi, e l'extraterritorialità, sebbene con il consenso dei sindaci interessati, ma viene escluso il cumulo delle licenze con l'intento dichiarato di impedire attività di impresa. Di natura dirigista anche gli interventi su banche (conto corrente base e commissioni sui prelievi bancomat fissate per legge) e assicurazioni (non abolito il rapporto di esclusiva degli agenti, che però per la Rc auto hanno l'obbligo di presentare le proposte di due concorrenti). Cancellata la liberalizzazione delle attività di prospezione e ricerca di idrocarburi, nel decreto c'è un discreto sforzo per rendere più efficiente la distribuzione dei caburanti: rimossi i vincoli al self service pre-pay anche durante gli orari di apertura, ma solo per gli impianti al di fuori dei centri abitati; liberalizzata la vendita di prodotti non oil; superamento dei vincoli di esclusiva, solo per le pompe di proprietà del gestore.

Manca la madre di tutte le liberalizzazioni, quella del mercato del lavoro. Qui la scelta del governo è stata fin dall'inizio quella di stralciarla, per poterla trattare separatamente con i sindacati e associarla ad una riforma degli ammortizzatori sociali. Il rischio – avvalorato dalle voci secondo cui il tema dell'art. 18 sarebbe ormai fuori agenda e lo schema Boeri-Garibaldi, tradotto in proposta di legge da Paolo Nerozzi, senatore Pd ex Cgil, quello destinato a prevalere – è che l'esito della concertazione porti ad una restaurazione di rigidità piuttosto che ad una maggiore flessibilità.

Dal punto di vista strettamente politico, se il punto di partenza del pacchetto liberalizzazioni non è particolarmente ambizioso, possiamo immaginarci cosa accadrà nei due mesi che ancora ci separano dalla conversione in legge del dl. Due mesi di negoziazioni selvagge in Parlamento con le varie lobbies, con l'alto rischio di ulteriori compromessi al ribasso. Inquieta anche una certa tendenza all'autocompiacimento e all'esagerazione del governo dei tecnici, che credevamo peculiarità di quelli politici. In particolare, che queste misure possano far crescere il Pil dell'11% nell'arco dei prossimi anni è una grossa sparata propagandistica che non sarebbe stata perdonata a un governo politico, e il segnale che anche per i tecnici l'arte di vendere supera la qualità del prodotto venduto. Quell'11% è il risultato di studi autorevoli, che ipotizzavano però riforme di tutt'altra portata. Come ha sottolineato Alberto Mingardi, dell'Istituto Bruno Leoni, il principale pericolo adesso è che il capitolo liberalizzazioni possa ritenersi chiuso, tornare nel cassetto e restarci a lungo, mentre l'inefficacia delle misure prese rispetto alle aspettative suscitate non farà altro che alimentare la sfiducia dell’opinione pubblica nei confronti del mercato e della concorrenza.

Thursday, January 13, 2011

Rigore sì, ma nessun alibi

In un editoriale di qualche giorno fa Piero Ostellino ricordava al ministro Tremonti che «il controllo della spesa pubblica non è un fine in sé, ma il mezzo per liberare la crescita economica», e che «senza rigore non c'è sviluppo, ma senza sviluppo si piomba nella collettivizzazione della povertà». E al ministro suggeriva una lettura quanto mai appropriata, il Program for Economic Recovery del 1981 di Ronald Reagan: riduzione della spesa, della tassazione sul lavoro e sul capitale, e deregulation. Un miraggio qui da noi, soprattutto da quando con la crisi gli statalisti hanno potuto sfogare le loro frustrazioni contro il libero mercato e le politiche liberiste.

Nella sua risposta, comunque positiva, Tremonti ha abilmente dribblato il tema della riduzione della spesa e della tassazione, per concentrarsi sulla deregulation, che in un Paese come il nostro non sarebbe sufficiente ma sarebbe già tanto.

Il ministro parla di «bulimia giuridica», una «follia regolatoria ormai divenuta tanto soffocante da creare un nuovo Medioevo», che però a suo avviso non si può sciogliere per «abrogazione», «delegificazione», o «semplificazione», come è stato tentato in passato, ma «si taglia con un colpo di spada». Cioè, «con una norma che dia efficacia costituzionale e definitività al principio di responsabilità, all'autocertificazione, al controllo ex post, estendendoli con la sua forza obbligatoria a tutti i livelli dell'ordinamento, superando così i problemi del complicato riparto delle competenze legislative».

Ben venga una simile riforma, ma non serva come alibi per ritardare le tante che si possono - e si devono - fare nel frattempo. Tremonti non dimentichi una cosa: il suo immobilismo rigorista, pur prezioso e probabilmente sufficiente a farsi preferire agli arroccamenti antistorici del Pd e della sinistra, non basta però a rilanciare il nostro Paese e a "passare alla storia".

Oggi, sul Secolo, Fini interviene nella discussione tra Ostellino e Tremonti vestendo i panni del liberale e dicendo anche cose giuste. Peccato che il suo sia ormai un pulpito poco credibile. Quando si presentò, non molti anni fa, l'irripetibile occasione di realizzare la più importante riforma fiscale di sempre, fu proprio Fini infatti (insieme a Casini) a dare una spallata a Tremonti e a far sbagliare al governo di allora un calcio di rigore decisivo. Insomma, non mi pare che possa essere Fini ad alzare il ditino. Per giunta proprio adesso che, con l'intervista a la Repubblica di ieri, comincia la sua grama vita di doppione di Casini, costretto ormai a seguirne le mosse centriste come un'ombra. La sua critica alla politica economica del governo sembra impietosa: il Paese è fermo, sfiduciato, la ripresa non si vede. Ma ci va piano con Tremonti - nonostante il ministro venga additato un po' da tutte le parti come il vero freno alle riforme - non sia mai che possa decidere di smarcarsi da Berlusconi e quindi tornare utile.

Friday, June 04, 2010

Voglia di deregulation

Colpo di reni di Berlusconi e Tremonti, che dopo tanto rigore sulla stabilità dei conti e sui tagli alla spesa, riportano l'attenzione sulla crescita, con un annuncio tutto da verificare (di promesse non mantenute e annunci a vuoto è lastricata la via dei governi Berlusconi), ma comunque positivo. Si poteva cogliere già dalla nota di ieri di Palazzo Chigi che qualcosa del genere bolliva in pentola. Laddove, smentendo le voci su presunti contrasti tra il premier e il ministro dell'Economia, faceva riferimento ad «un grande progetto di liberalizzazione delle attività economiche», «per rendere il nostro Paese competitivo sulla crescita». Oggi il ministro Tremonti ha chiarito i contorni del progetto: una misura straordinaria «per la libertà di impresa», che porti ad una «sospensione per 2-3 anni» delle autorizzazioni richieste alle piccole medie imprese, alla ricerca e alle attività artigiane. Una sorta di deregulation, dunque, che riguardi l'economia reale e non la finanza. Una misura che non comporterebbe i soliti incentivi fiscali, quindi spesa ulteriore. Una di quelle riforme a costo zero a lungo invocate.

Una proposta che il ministro dell'Economia intende presentare domani al vertice G20 di Busan, in Corea del Sud, e lunedì prossimo all'Ecofin. «Non si tratta di liberalizzazioni o di privatizzazioni - ha spiegato Tremonti - perché non si cambia il sistema dall'interno, ma di una rivoluzione liberale che renda possibile tutto ciò che non è proibito». Il ministro pensa quindi «ad una radicale e totale autocertificazione per le pmi, l'artigianato e la ricerca, con i controlli e la verifica dei requisiti fatta ex post», ma «limitata all'economia reale e non alla finanza, e con l'urbanistica che abbia un regime a parte». Finalmente qualcosa di liberale.

L'Europa, ha osservato il ministro, deve eliminare «l'eccesso di regole» che si sono stratificate negli ultimi 30 anni, pena «una dolce morte». «Non ha alternative», perché ormai l'eccessiva regolamentazione dell'economia reale «è un lusso che non si può permettere», data la concorrenza dei Paesi in via di sviluppo. «Inutile mettere benzina in un'auto che è bloccata da un macigno», sarebbero «soldi buttati». Per questo, secondo Tremonti, da un lato la stabilità dei conti pubblici «è tutto quello che si deve fare», ma la crescita è possibile solo «liberandosi dalla zavorra» delle regole. «O lo fai - ha concluso - oppure l'Europa si autosoffoca e non c'è sviluppo e può fare solo il guardiano di un cimitero o, al massimo, il tenutario elegante di un antico Relais».

Non si capisce perché si dovrebbe passare attraverso l'incognita di una modifica dell'art. 41 della Costituzione, e ci attendiamo dai 'finiani' e dalla sinistra i soliti richiami alla «legalità» da garantire. Vedremo se almeno su questo il governo saprà non farsi frenare.

Friday, August 21, 2009

Non è ancora troppo tardi

Oggi, sul Corriere della Sera, Piero Ostellino ricorre di nuovo a una classificazione che ci è cara, tra ceti produttivi e ceti improduttivi, burocratico-parassitari. Da una parte i "produttori", chi lavora e sta sul mercato rischiando in proprio, senza paracadute, chi da piccolo e medio imprenditore chi da lavoratore o da operaio, e chi nel mondo del lavoro cerca di entrarci scontrandosi con le incertezze della flessibilità e le mille barriere corporative, il familismo, il clientelismo - i cosiddetti "outsider"; dall'altra parte la grande industria assistita, pubblica e privata, le banche, i professionisti protetti dagli ordini, i dipendenti pubblici, gli amministratori degli Enti locali, insomma «le oligarchie che costituiscono la classe dirigente».
«Gli italiani della prima categoria sono anche la base sociale e il serbatoio elettorale del centrodestra. Ad essi Berlusconi aveva promesso la "rivoluzione liberale". Niente assistenzialismo, ma una radicale semplificazione legislativa che disboscasse la selva di leggi, regolamenti, licenze, divieti, che ne ostacolano la libertà d'azione; una forte riduzione fiscale, che lasciasse loro più risorse da destinare, oltre ai consumi, non solo alle proprie attività imprenditoriali, ma anche alla produzione di beni collettivi, nella sanità, nella scuola, nei servizi, che ora, in prevalenza, lo Stato fornisce con grandi sprechi. Sarebbe bastato questo per far lievitare il Paese».
Ma, come sappiamo, Berlusconi non ha ancora mantenuto la sua promessa più importante. Ieri, perché «frenato dai suoi alleati (Udc e An) e per carenza culturale sua propria», e perché «ha continuato a strizzare l'occhio anche agli italiani della seconda categoria che, contrari a ogni cambiamento, votano in prevalenza a sinistra». «Forse - conclude Ostellino - è tardi per rimediare, ma a Palazzo Chigi e dintorni farebbero ugualmente bene a rifletterci e, passata la nottata, a provvedere».

Tuesday, November 25, 2008

Deficit sì, ma con giudizio

Al contrario di quanto si appresta a fare il governo italiano, e probabilmente farà anche la maggior parte dei governi della Vecchia Europa, il presidente neo-eletto Obama annuncia una politica anti-crisi fondata su due pilastri: investimenti in infrastrutture, come strade, ponti, reti, scuole, energia pulita; riduzione delle tasse per tutta la classe media americana (attenzione: la classe media per Obama non inizia dai 35 mila euro in giù, come per i politici italiani di destra e di sinistra, ma dai 250 mila dollari in giù).

Inoltre, pare che per il momento Obama non sia intenzionato a revocare i tagli fiscali voluti da Bush per i più ricchi, ma li lascerebbe arrivare alla scadenza prevista dalla legge, cioè fine del 2010. Insomma, la ricetta con cui l'amministrazione Obama vuole far uscire gli Stati Uniti dalla crisi è più spesa pubblica e meno tasse per tutti. Dunque, più deficit, ma con giudizio, visto che «la maggiore spesa dovrà essere destinata alle aree dove potrà avere l'impatto maggiore» (energia rinnovabile e infrastrutture, biotecnologie e banda larga), come ha di recente scritto Lawrence Summers, prossimo capo del National Economic Council, sul Financial Times. Grandi progetti e ampi tagli fiscali, non briciole.

E d'altra parte, l'orientamento centrista e moderato, si direbbe market-friendly, di Obama è confermato dalla squadra di politica economica che sta assemblando. Tutti uomini esperti e pragmatici, già al governo con Clinton. Il Wall Street Journal accoglie come una «buona notizia» l'arrivo di Larry Summers alla guida del team economico di Obama. Lo chiama il «nuovo deregolatore» alla Casa Bianca. E' di quei democratici cui piace «mungere la mucca», ma anche farla crescere.

Crede che le aliquote fiscali più alte possano crescere anche di molto prima di deprimere l'economia e provocare una riduzione delle entrate, e come Keynes che la spesa pubblica favorisca la crescita. Tuttavia, ammette il quotidiano, sulla regolazione finanziaria in particolare Summers ha svolto un «ruolo costruttivo», favorendo l'approvazione della deregulation Gramm-Leach-Bliley del 1999, e ha compreso cosa è andato storto in Fannie Mae e Freddie Mac.

Anche il Washington Post riconosce che il team economico che Obama sta mettendo su è market-oriented. Un team «molto esperto» di massimi consiglieri economici, «i cui membri chiave credono fermamente che una limitata spesa pubblica, insieme al libero mercato, possa creare una prosperità duratura».

Le prime scelte di Obama preoccupano invece i liberal del Partito democratico e non sembrano essere piaciute al New York Times, che parte subito lanciando accuse contro Summers e il prossimo ministro del Tesoro Geithner. Dovranno dimostrare non il loro induscusso talento, ma «quanto e cosa sono riusciti ad imparare dai loro stessi errori», si legge in un editoriale in cui si ricorda come il prossimo ministro del Tesoro e il prossimo consigliere economico della Casa Bianca abbiano, in modi e tempi diversi, avuto delle responsabilità nella crisi finanziaria.

Da presidente della Fed di New York Geithner «ha contribuito alla risposta contraddittoria, e a volte incomprensibile, dell'amministrazione Bush all'attuale crisi finanziaria, compreso il salvataggio multimiliardario di Citigroup». Il peccato originale che si rimprovera a Summers è ancora più grave, perché da segretario al Tesoro per un anno e mezzo durante la seconda presidenza Clinton, «sostenne la legge che deregolò il mercato dei derivati, gli strumenti finanziari ora diventati titoli tossici», nella «falsa convinzione che il mercato si sarebbe regolato da sé». «Non chiediamo loro un mea culpa [?], ma se non riconosceranno gli errori del passato c'è poca speranza che possano assicurare la valutazione lucida e la capacità di guida necessarie a tirare fuori il paese da questo disperato disastro», conclude il NYT.

Thursday, October 09, 2008

Una proposta: fuori i conti

«In Europa, dove ci vantiamo di avere una governance migliore di quella americana, le banche non sono al riparo dalla crisi», fa notare Francesco Giavazzi, oggi sul Corriere, in un editoriale che smonta il mito delle "regole". «La favoletta è ormai morta e sepolta», incalza Alberto Mingardi, su il Riformista. Quella «favoletta» secondo cui le regole europee sarebbero state «un efficace paracadute contro una crisi causata da un (preteso) eccesso di deregulation negli Stati Uniti»; la «favoletta» della «diversità europea (il conservatorismo europeo) contro il greed di Wall Street».

Ma «lo spirito d'emergenza trascinerà con sé tutto» e «nulla garantisce che decisioni prese per esorcizzare la paura producano gli effetti desiderati», avverte Mingardi, perché «la frenesia dei governi rallenta il "processo di scoperta" dei prezzi. Gli acquirenti privati si allontanano e hanno la tentazione di entrare in gioco soltanto con una (remunerativa) benedizione statale». I fondi di garanzia come calamita di "speculatori".

Vi è nota la mia avversione per l'intervento statale. Ma se statalismo dev'essere, che sia serio. Ieri sera il governo italiano ha annunciato un fondo di 20 miliardi di euro che il Tesoro potrà utilizzare per ricapitalizzare quelle banche a rischio di fallimento che non riuscissero a trovare sul mercato i capitali necessari. Ma lo Stato entrerebbe nella proprietà di queste banche sottoscrivendo «azioni privilegiate prive di diritto di voto». Ciò significa che proprietà, e probabilmente management, di quelle banche rimarrebbero invariati. I denari dei contribuenti non verrebbero "regalati" ma investiti - ed è già qualcosa - ma si derogherebbe pericolosamente a una delle regole fondamentali per il buon funzionamento del mercato: chi sbaglia, paga. Se vuole giocare, lo Stato giochi sul serio.

Riguardo il taglio dei tassi da parte della Fed e della Bce, osserva Mingardi, «se l'indebitamento di aziende e privati negli ultimi anni ha raggiunto livelli insostenibili a causa del tasso d'interesse troppo basso, qui stiamo dando metadone all'economia mondiale. Non cercando di disintossicarla».

Intanto, Alberto Bisin, Lakeside Capital e Phastidio.net propongono tutti la stessa soluzione: obbligare le banche ad aprire i libri contabili, in modo che si sappia chi ha commesso errori e di quale gravità, e l'erogazione di crediti possa riprendere tra chi non li ha commessi, o ne ha commessi meno. Perché di una soluzione apparentemente così semplice neanche si sente parlare? Phastidio.net individua un primo ostacolo:
«Da questa operazione-trasparenza i regolatori uscirebbero con le ossa rotte, e si avrebbe la definitiva conferma della loro cattura da parte dei regolati».
«Vi è una forte reticenza a rendere pubbliche tali informazioni e ad agire in base ad esse», osserva anche Michele Boldrin, su noiseFromAmeriKa:
«La ragione mi sembra chiara, anche se triste: rendere le informazioni pubbliche forzerebbe ad agire su di esse, portando al fallimento di alcune banche (non tutte, alcune). Le potenziali vittime non gradiscono, sperano di salvarsi ed il regolatore (parzialmente o totalmente catturato da un'industria che protegge se stessa) si adatta cercando di salvare tutte le banche. Pessima idea: solo alcune banche possono essere salvate, qualsiasi ipotesi sia vera. Tentare di salvare tutte le banche potrebbe portare alla distruzione del sistema nel suo complesso. Questo mi sembra il rischio, serio, che stiamo correndo. È necessario accettare che vi siano dei morti per evitare la strage...»
Con una efficace metafora Boldrin spiega come la crisi di fiducia tra gli istituti di credito, che potrebbe portare a una stretta creditizia anche per le imprese, e quindi causare una recessione, richieda un'operazione trasparenza:
«Il cavallo non intende bere perché teme che l'acqua sia avvelenata. L'unica soluzione, quindi, è convincere il cavallo, provandoglielo, che l'acqua avvelenata non è. Semplice no? Occorre far esaminare l'acqua e, mano a mano che arrivano i risultati, farli vedere ed intendere al cavallo, facendogli capire sia quale parte del ruscello non è avvelenata sia quale lo sia e come si intenda bonificarla».
Ciò che sta accadendo, conclude Boldrin, è che «un fatto reale relativamente piccolo (-500 miliardi in equities) ed una serie di segnali credibili e pessimisti da parte delle autorità politiche e monetarie, hanno convinto tutti di gettare al vento le aspettative ottimistiche e di assumere quelle super pessimistiche, portando l'economia su un nuovo sentiero di equilibrio, un sentiero da depressione».

Wednesday, October 08, 2008

A McCain serve una ricetta anti-crisi

Se, come da pronostici, McCain perderà, non sarà stato per i dibattiti televisivi, nei quali per ora a mio avviso si è ben comportato, facendo il possibile. Certo, vi diranno che anche ieri notte ha vinto Obama, ma a questo punto tutti hanno negli occhi le sue percentuali di vantaggio nei sondaggi (soprattutto quelli negli stati in bilico) e si lasciano volentieri condizionare. Anche se fosse andato meglio McCain, chi si azzarderebbe a sussurrarlo quando la partita sembra ormai chiusa a favore di Obama? Se vogliamo dire che McCain ha perso perché non ha vinto, questo sì, si può dire.

Ma ieri notte l'unico errore che si può davvero imputare a McCain è non aver tirato in ballo Clinton quando Obama ha indicato nella deregulation la causa della crisi finanziaria: fu Clinton, d'accordo con i repubblicani, tra cui McCain, a volere la deregulation. McCain avrebbe dovuto ricordarlo non per dare le colpe a Clinton, ma per difendere quella decisione e mostrare al pubblico quanto Obama sia più a sinistra di Clinton. Un'occasione sprecata.

Per il resto, McCain è apparso sciolto e a suo agio, anche se il format del "town hall" non lo ha aiutato quanto probabilmente egli stesso si aspettava. In parte, perché Obama è stato bravo, confindenziale; in parte, perché il dibattito è risultato nel complesso noioso, le domande erano troppo "aperte", lasciando ai candidati (soprattutto Obama) la possibilità di divagare propinando più o meno sempre lo stesso minestrone preconfezionato.

McCain era nella posizione più scomoda: azzoppato dai fallimenti della presidenza in carica, avrebbe bisogno di discostarsene senza però sconfessare la sua parte politica. Doveva attaccare e l'ha fatto, si è spinto fino al limite, senza oltrepassarlo, dell'aggressività ammissibile nei confronti del suo avversario. Attaccandolo di più, e sul personale, sarebbe apparso ripetitivo e avrebbe messo troppo a nudo la sua già evidente debolezza, dando l'impressione di essere disperato. Quello che è riuscito a fare, in un dibattito molto simile (anche se il format era diverso) al precedente rispetto ai temi trattati (moral issues assenti, faccio notare tra parentesi), è far emergere bene le differenze tra i due: su health care, public spending, tasse e politica estera, sono vistose.

Questa volta sia Obama sia McCain sono stati meno vaghi sulla crisi economica. McCain ha addirittura tirato fuori una proposta a sorpresa, l'ipotesi di una rinegoziazione dei mutui, ma soprattutto non si sono risparmiati colpi sulle cause: la deregulation, secondo Obama; Fannie Mae e Freddie Mac, il Congresso e i controllori pubblici, secondo McCain. Su questo posso dire che McCain si è mosso nella direzione che auspicavo, ma ancora troppo poco.

Manca un mese e bisogna vedere se in quest'arco di tempo McCain riuscirà a sollecitare gli istinti più profondi degli americani, se riuscirà a convincerli a temere il tassa-e-spendi del troppo liberal e inesperto Obama più della crisi. Difficile, ma per farlo deve parlare con più competenza di economia. A Obama basta l'inerzia, lui deve tirare fuori, e saper spiegare bene, una ricetta anti-crisi.

Tuesday, October 07, 2008

Troppe leggi, come i rifiuti. Lezione dell'IBL ai legislatori

Questa mattina i valorosi dell'Istituto Bruno Leoni sono stati ascoltati dalla Commissione parlamentare per la semplificazione legislativa, il cui contraltare a livello governativo è il ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli. Gli studiosi del Bruno Leoni (il direttore Alberto Mingardi, Silvio Boccalatte, responsabile questioni giuridiche dell'Istituto, l'avvocato Serena Sileoni, e Piercamillo Falasca, responsabile fisco e finanza pubblica) hanno ovviamente sottolineato la necessità di una semplificazione normativa agendo sia sullo «stock», cioè sulle leggi esistenti, sia sul «flusso», adottando cioè misure che semplifichino le leggi in fieri.

Uno degli studiosi, in particolare, ha proposto un paragone significativo, e malizioso, tra produzione di leggi e produzione di rifiuti: come i treni che partivano verso la Germania durante l'emergenza rifiuti, lo strumento "taglia-leggi" avanzato dal ministro Calderoli può essere una misura emergenziale, che andrebbe comunque accompagnata da uno strumento per lo «smaltimento strutturale» delle leggi e da una produzione delle leggi più saggia e misurata: deregulation, insomma, senza lasciarsi fuorviare dalle letture prevalenti sulla crisi finanziaria Usa. Questa sera, a partire dalle 22 circa, l'audizione sarà ascoltabile su Radio Radicale, all'interno dello Speciale Commissioni.

Thursday, October 02, 2008

Anche Clinton difende la deregulation

E la rivincita della Bce monetarista

Già, perché forse pochi sanno che c'è una deregulation firmata non da Reagan e dagli avidi liberisti repubblicani, ma da Bill Clinton, che la rivendica persino contro il mainstream dei media, dei Democratici di oggi e del candidato alla presidenza Obama, che stanno vendendo la balla della deregulation bancaria del '99 come colpevole della crisi. L'intervista è su Newsweek e Clinton si difende:
«Prima di tutto non fu una completa deregulation. Abbiamo ancora regole stringenti, garanzie sui depositi bancari e requisiti sul capitale delle banche... Pensai che potesse portarci investimenti più stabili e una minore pressione su Wall Street per produrre profitti trimestrali che fossero sempre maggiori di quelli del trimestre precedente. Ci ho pensato molto ma non credo che aver firmato quella legge abbia niente a che vedere con la crisi attuale. Una delle cose che ha contribuito a stabilizzare la situazione è stato l'acquisto di Merrill Lynch da parte di Bank of America, che è stato più facile di quanto lo sarebbe stato se non avessi firmato quella legge».
Sotto accusa anche uno degli estensori della legge, il repubblicano Phil Gramm, oggi consigliere di McCain, ma Clinton lo difende:
«Non posso incolpare i repubblicani. Non è stata una cosa su cui mi hanno forzato la mano, credevo davvero che... ci avrebbe dato una fonte più stabile di investimenti a lungo termine».
La Gramm-Leach-Bliley Act, ricorda il WSJ, passò al Senato con 90 voti contro 8 e i voti favorevoli di Democratici quali Chuck Schumer, John Kerry, Chris Dodd, John Edwards, Dick Durbin, Tom Daschle e Joe Biden (oggi candidato vice di Obama). Altri tempi, tutt'altro genere di Democratici. E il WSJ fa notare che le meno controllate istituzioni finanziarie - gli hedge funds - costituiscono nel panico di oggi i «minori rischi sistemici». Forse perché nessun gigante para-statale ne ha fatto ampio ricorso per riempire i suoi portafogli...

Come abbiamo già sottolineato, le amministrazioni Clinton e Bush, così come il Congresso, sia a guida repubblicana che a guida democratica, hanno gravi responsabilità, per aver incoraggiato, o non aver impedito, la concessione facile dei mutui e per non aver agito in tempo e in modo efficace per evitare la crisi finanziaria, ma la deregulation del mercato bancario è una delle poche politiche azzeccate il cui merito va riconosciuto sia a Clinton che ai repubblicani.

Ma tra i responsabili della crisi ci sono tutti i poteri pubblici, di regolazione o di intervento. Oltre alla politica in senso stretto, quindi, c'è la politica della Federal Reserve dal 2001 ad oggi. Se non il gold standard, come tornano a proporre i libertari sull'onda della crisi, ci vorrebbe almeno una sana politica monetarista e friedmaniana da parte della Fed. E' quanto osserva Benedetto Della Vedova, su Il Foglio di ieri, difendendo la Bce dalle critiche che - lo ammetto - a volte anch'io ho lanciato.

La Fed, con Greenspan e Bernanke, ha mantenuto eccessivamente basso il costo del denaro contribuento alla "credit mania". Ciò ha "drogato" il mercato di "soldi facili", aiutando la crescita economica e quindi l'occupazione, finché non è sopraggiunta la crisi da overdose. La Bce, al contrario, ha mantenuto il costo del denaro alto, suscitando l'ira dei governi che così non sono stati aiutati a far crescere il Pil. Ammetto che anch'io mi sono spesso lasciato convincere dalla prospettiva allettante per l'economia di un minore costo del denaro.

Come correttamente ricorda Della Vedova, «il rigore monetarista di Francoforte (priorità a inflazione e base monetaria) ha rappresentato per anni il capro espiatorio della scarsa crescita europea, della disoccupazione e della diffusione di sentimenti anti-europei nell'opinione pubblica del continente. "Guardate alla Fed!", si diceva. L'indipendenza della Bce è stata messa in discussione: ultimo, nell'ordine, l'attuale presidente di turno dell'Ue Sarkozy a guidare il malcontento...».

In realtà, fa notare, «i problemi europei (e, moltiplicati per due, quelli italiani) si chiamavano e continuano a chiamarsi scarsa produttività, bassa mobilità, alta tassazione, sistemi di welfare iniqui e onerosi. Contestando le colpe dell'Europa dei banchieri, si distoglieva l'attenzione dall'eccesso di dirigismo e dai freni corporativi delle economie europee, che richiedevano e richiederanno, come cura, massicce iniezioni di libertà economica. Anziché affrontare i costi politici di riforme in grado di offrire alle imprese un ambiente più favorevole, si è tentata la scorciatoia di un taumaturgico intervento "politico" sulle autorità monetarie di Francoforte. Oggi il clima è radicalmente mutato: le scelte di Trichet, all'improvviso, da ottuse sono apparse responsabili. Molti di coloro che per dieci anni hanno fatto pressioni affinché la Bce cambiasse drasticamente orientamento, oggi salutano la prudente solidità del modello europeo di politica monetaria contrapposto a quello più politicamente interventista della Fed».

Insomma, la Bce in questi dieci anni è stata il «maggior interprete di quell'ortodossia monetarista e friedmaniana che del liberismo – anzi, direi di una sana economia di mercato – è una componente essenziale».