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Wednesday, October 23, 2013

Manovra di affondamento

Poco ma sicuro: nel 2014 aumentano tasse (almeno +4,3 miliardi) e spesa (+2,6 miliardi)

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quella che pochi giorni fa, all'indomani della conferenza stampa del governo, avevamo definito manovra di galleggiamento, a carte scoperte in Senato rischia di rivelarsi, testo ufficiale alla mano, una manovra di affondamento. Si alza il sipario sui numeri, quelli veri, e si chiude il sipario sul balletto di cifre e sui trucchetti contabili di questi giorni. Dunque vediamoli, i numeri riportati nelle tabelle che delineano gli effetti finanziari della legge di stabilità sul bilancio dello Stato. Per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, nel 2014 la manovra vale complessivamente circa 12,1 miliardi: ben 9,45 miliardi di maggiori spese e solo 2,64 miliardi di minori entrate. Da finanziare con 11,4 miliardi, di cui solo 4,2 miliardi di minori spese e ben 7,2 miliardi di maggiori entrate.

Se si guarda all'indebitamento netto, come riporta il Sole24Ore oggi, il saldo delle entrate indica, sempre nel 2014, un aumento di tasse per 972 milioni di euro (ma al netto della Tasi, come vedremo tra breve) e il saldo delle spese un aumento della spesa pubblica di 2,6 miliardi. Anche qui le maggiori entrate quasi doppiano le minori spese (6,1 miliardi contro 3,6). Quindi, ancora una volta, esattamente come le tanto criticate manovre di Monti e Tremonti, anziché basarsi su coraggiosi tagli alla spesa, il rapporto appare fortemente sbilanciato sul lato delle entrate (anche se come vedremo non si tratta solo di tasse) nella misura di 2/3 delle coperture.

Ma qualche precisazione va fatta: bisogna considerare infatti che non tutte le maggiori entrate sono classificabili come aumenti di tasse, così come non tutte le minori entrate come veri e propri sgravi fiscali. Analizzando voce per voce, però, la sostanza non cambia. Le minori entrate definibili come sgravi fiscali sono pari a circa 4,3 miliardi, mentre quasi il doppio, 7,9 miliardi, sono definibili come vera e propria spesa pubblica. Si tratta dunque di una manovra che aumenta la spesa pubblica per un ammontare quasi doppio rispetto alle risorse liberate a favore di famiglie e imprese. Così come le coperture sono costituite da maggiori entrate per 7,2 miliardi (di cui tasse vere e proprie 2,8, esclusa però la Tasi), un importo quasi doppio rispetto ai reali risparmi di spesa di circa 3,8 miliardi.

Ma cerchiamo di capire quale sarà il saldo reale per i cittadini in termini di tasse. E' confermato l'incremento della detrazione Irpef sui redditi da lavoro dipendente (1,58 miliardi), a cui si aggiunge 1 miliardo trasferito dallo Stato ai Comuni per alleggerire la nuova Service Tax (in pratica l'ammontare della maggiorazione Tares, che verrà abolita), per un totale di 2,6 miliardi di sgravi fiscali. Non va molto meglio alle imprese: tra riduzione dei contributi Inail (1 miliardo), deduzioni Irap per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato (36 milioni), restituzione del contributo Aspi (70 milioni), deducibilità dell'Imu sugli immobili strumentali fino al 20% (475 milioni) e blocco dell'aumento Iva per le cooperative sociali (130 milioni), gli sgravi fiscali nel 2014 ammontano a circa 1,7 miliardi.

A fronte di queste riduzioni, tuttavia, si contano aumenti di tasse per almeno 2,8 miliardi: l'incremento dell'imposta di bollo sul risparmio (940 milioni), la riduzione delle agevolazioni fiscali (500 milioni), il ritorno della tassazione Irpef sugli immobili sfitti o in comodato gratuito ai figli nello stesso Comune (500 milioni), il visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette e Irap (460 milioni), la rivalutazione dei beni di impresa (300 milioni), il contributo di solidarietà dalle pensioni d'oro (21 milioni) e balzelli minori per 75 milioni circa. In questo calcolo non consideriamo i 2,6 miliardi da "svalutazione e perdite sui crediti ai fini Ires-Irap di banche, assicurazioni, altri intermediari finanziari", perché compensati dagli sgravi fiscali negli anni successivi.

A questi 2,8 miliardi di tasse in più, però, bisogna sommare il gettito della nuova Tasi (considerando che nel 2013 non pagheremo le due rate di Imu sulla prima casa), che nelle tabelle ufficiali contenute nel testo depositato al Senato si conferma a tutti gli effetti una Imu mascherata: per l'abolizione dell'Imu, infatti, viene messa a bilancio una perdita di gettito per i Comuni di 3,764 miliardi. Esattamente lo stesso gettito (3,764 miliardi) arriverà dalla Tasi (ad aliquota standard dell'1 per mille, quindi ancora suscettibile di maggiorazioni da parte dei Comuni). Ma con la Tasi aumenterà anche la tassazione sulle abitazioni diverse da quelle principali, per un gettito che stimiamo intorno ai 2 miliardi. Confedilizia, per esempio, ha stimato che tra abitazioni principali e secondarie l'aggravio della Tasi rispetto alla vecchia Imu si collocherà tra i 2,1 miliardi (ad aliquota standard dell'1 per mille) e i 7,5 miliardi (ad aliquota massima del 2,5 per mille).

Dipenderà dai Comuni, ma sommando tutti gli effetti finanziari di queste misure, possiamo già dire oggi che nel 2014, rispetto al 2013, gli italiani pagheranno più tasse (almeno 4,3 miliardi in più), e non meno tasse, e probabilmente qualcosina in più anche rispetto al 2012. Anche perché non va dimenticato l'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22% scattato il primo ottobre: 3 miliardi in più rispetto al 2013 e 4 rispetto al 2012. Insomma, il premier Letta ha fatto bene a ricordare che «14 euro in più in busta paga non c'è scritto da nessuna parte nella manovra». In effetti, è improbabile che ci accorgeremo di un solo euro in più.

Come se non bastasse, sugli anni 2015-2016 incombe il rischio concreto di una doppia stangata: sulla prima casa, perché l'aliquota massima Tasi del 2,5 per mille vale solo per il 2014, mentre dal 2015 l'1 per mille standard potrà sommarsi all'aliquota massima della vecchia Imu (6 per mille), fino ad arrivare al 7 per mille. E sull'Irpef, dal momento che la legge di stabilità contiene una nuova pericolossissima "clausola di salvaguardia" (lo stesso diabolico meccanismo per cui dal primo ottobre è scattato l'ulteriore aumento Iva). Ebbene, se entro il 15 gennaio 2015 la spending review non darà i risultati sperati (e visti i precedenti, non c'è da essere troppo ottimisti), scatteranno tagli alle agevolazioni fiscali di 3 e 7 miliardi.

La massima irresponsabilità al governo: con queste tagliole automatiche si spostano in avanti nel tempo misure politicamente costose come l'aumento di una tassa, in modo che chiunque governi nel momento in cui scattano possa scaricare sui predecessori ogni responsabilità (esattamente come accaduto con l'aumento dell'Iva), al tempo stesso demotivando i governi dal realizzare quelle azioni virtuose, come i tagli alla spesa pubblica, che dovrebbero scongiurare la misura di salvaguardia. In pratica, con l'inganno delle "clausole di salvaguardia" i tagli alla spesa diventano un mero auspicio, mentre gli aumenti di tasse sono la decisione vera, ma rinviata nel tempo per non assumersene la responsabilità politica. Perché non invertire la logica? Se la spending review non produce i risultati sperati, siano tagli alla spesa a scattare in modo lineare, e non aumenti di aliquote e tagli alle agevolazioni fiscali.

Dunque, altro che modifiche purché "a saldi invariati", il problema di questa legge di stabilità sono proprio i saldi. E le "clausole di salvaguardia". Con questa manovra i ministri del Pdl che si proclamano "sentinelle anti-tasse" non hanno alternative: o si dimettono dal governo o si dimettono da sentinelle. Legittimo sostenere il governo Letta-Alfano a qualsiasi prezzo, qualsiasi cosa faccia (o non faccia), in nome della "stabilità". Ma è incontrovertibile che questa legge di stabilità non riduce le tasse, le aumenta. Basta esserne consapevoli e metterci la faccia.

Thursday, October 17, 2013

Manovra di galleggiamento

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.

Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.

Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.

Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.

Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).

Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).

Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.

Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.

A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.

L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.

Wednesday, July 03, 2013

L'euroassistenzialismo non ci salverà

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.

Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.

Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.

La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.

Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.

Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.

Friday, June 28, 2013

Governo di larghi acconti e lunghi rinvii

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.

Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.

La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.

Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?

Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.

Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.

Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.

Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.

Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!

Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.

Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Thursday, May 09, 2013

Imu, la stangata continua (e raddoppia)

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».

Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.

Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.

Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.

Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.

Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.

Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Thursday, September 06, 2012

Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse

Anche su L'Opinione

L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale

L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.

Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).

All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.

Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Wednesday, June 20, 2012

Sviluppo o gioco delle tre carte?

Misure reali, incisive, da subito operative, oppure solo annunci, bluff, rinvii e personalismi? Dopo uno studio più approfondito, il pacchetto sviluppo varato dal governo venerdì scorso sembra appartenere più alla categoria degli annunci e delle promesse che non dei fatti. E quel che è peggio è che ciò che luccica – incentivi e dismissioni – non è oro. All'indomani della conferenza stampa di presentazione del provvedimento i grandi giornali hanno accolto l'ultimo sforzo dell'esecutivo Monti con una generosità che non avrebbero riservato ai governi precedenti, titolando in prima pagina, enfaticamente, sui presunti 80 miliardi che starebbero per inondare l'economia reale, nonostante fosse già evidente ad una lettura superficiale del decreto quanto in realtà si trattasse di risorse più virtuali che reali. Innanzitutto, per rendere pienamente operativi i 61 articoli che compongono il pacchetto bisognerà aspettare ben 45 provvedimenti tra decreti e atti ministeriali, molti senza scadenza o con termini che vanno dai 60 giorni a fine 2013. Ed è nei dettagli che si nasconde il diavolo. In particolare, però, la delusione è sugli incentivi e sulle dismissioni, dove il governo mostra di fare il gioco delle tre carte.
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Tuesday, June 05, 2012

Per lo sviluppo minestre riscaldate

Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".

Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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Tuesday, April 17, 2012

Delega fiscale, l'ennesimo bluff

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.

Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Friday, April 13, 2012

Lavoro, fisco, debito. Pdl redivivo?

Certo non bastano tre buone iniziative concrete per far dimenticare un'esperienza di governo a dir poco fallimentare. Ma da qualcosa bisogna pur ricominciare. Ed è apprezzabile che il Pdl stia tentando di riconquistare i suoi elettori delusi ripartendo dall'economia. Tre tavoli tematici - lavoro, fisco, debito - da cui sono scaturite altrettante proposte, alcune già pronte per diventare emendamenti ai testi di legge presentati dal governo. Ed è incoraggiante la filosofia cui sono ispirate: «Ora deve dimagrire lo Stato, i cittadini hanno già dato». Segno che Alfano è consapevole del terreno su cui il partito ha maggiormente perso il suo appeal e si gioca tutto o quasi il suo futuro. Recuperare la credibilità perduta non sarà facile, per molto tempo aleggerà la critica di fondo "perché non l'avete fatto quando eravate al governo", ma non ci sono alternative: riconoscere i propri errori e risalire la china, magari allontanando dalla cabina di regia coloro che nel precedente governo hanno tirato il freno a mano sulle riforme economiche.
(...)
Non solo temi-bandiera, non richieste provocatorie per alimentare lo scontro politico, ma proposte fattibili - ne parlano autorevoli economisti sui giornali e online - il cui scopo è cominciare a ricostruire quel profilo, quella visione di politica economica che aveva portato il Pdl ad essere il partito di maggioranza relativa nel 2008 e nel 2009, ma che è stata clamorosamente tradita, quasi del tutto cancellata e sostituita con il suo opposto, dai suoi esponenti di governo.
Laddove invece il Pdl appare ancora confuso è sulla riforma della legge elettorale. In attesa di conoscere i particolari della bozza, sembra intenzionato ad avallare un sostanziale ritorno al proporzionale, che aggraverebbe l'instabilità dei governi e metterebbe a rischio la sua stessa ragion d'essere.
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Thursday, April 12, 2012

La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda

E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).

Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».

Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.

Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.

Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.

Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.

A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.

RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.

Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
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Thursday, April 05, 2012

La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia

La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.

Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.

Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).

E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.

Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.

Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.

Wednesday, April 04, 2012

La giornata: reintegrato il reintegro, riforma Bluff-Italia

Al termine della solita chilometrica conferenza stampa più simile ad una lezione universitaria, il governo ha annunciato la capitolazione alle pressioni del Pd e della Cgil (evidentemente non contrastate da Pdl e Terzo polo): l'opzione del reintegro resta in tutti i casi di licenziamento individuale senza giusta causa, anche nei casi di motivo economico. Sarà il giudice a decidere. L'unica novità rispetto al passato è che viene introdotta l'opzione dell'indennizzo (da 12 a 24 mesi), tranne che nei casi di discriminazione. Inoltre - e vista l'irrisolutezza della norma finisce per essere un bene - il nuovo articolo 18 non sarà esteso alle imprese sotto i 15 dipendenti, quindi resterà il dualismo tra una normativa semplice (al di sotto dei 15) e una complicata e di incerta applicazione (al di sopra), tale da disincentivare, come sempre è stato, il superamento della fatidica soglia.

Non solo il filtro giudiziale non viene abolito, ma la discrezionalità del giudice - e quindi l'indeterminatezza dell'esito della controversia - se possibile risulta persino accresciuta. Per salvare la faccia, infatti, il governo fa ricorso ad un vero e proprio sofisma: nei licenziamenti individuali senza giusta causa per motivo economico il giudice potrà reintegrare se valuta la «manifesta insussistenza» del motivo. Che vuol dire? Se la giusta causa è solamente insussistente, allora si applica l'indennizzo; se è manifestamente insussistente, allora il giudice può optare per il reintegro. Ma la «manifesta insussistenza» non equivale ad una discriminazione (nel qual caso il giudice sarebbe tenuto al reintegro), bensì copre «un'area grigia», ha precisato il ministro Fornero, così ammettendo implicitamente la completa discrezionalità del giudice. In questo la differenza con la bozza del 23 marzo è sottilissima ma sostanziale. Nella prima si prevedeva che per chiedere il reintegro il lavoratore avrebbe dovuto dimostrare che dietro le inesistenti ragioni economiche addotte dal datore di lavoro si nascondeva un motivo disciplinare o una discriminazione; nella nuova formulazione è sufficiente che il giudice ritenga «manifesta» l'insussistenza della ragione economica, presumendo un altro motivo che non è nemmeno tenuto a specificare. E' come un'inversione dell'onere della prova, quindi è netta la vittoria di Bersani.

Se per la Fornero il nuovo articolo 18 toglie definitivamente alle imprese l'alibi per non investire, secondo Monti questo sistema sarà comunque «più prevedibile» del precedente. Eppure, di fatto la condanna al reintegro sarà sempre possibile: non dipenderà solo dalla percezione personale del giudice - se l'insussistenza della giusta causa la vede manifesta o meno - ma persino dall'umore con il quale si sarà svegliato quella mattina.

In attesa di capire quali concessioni ha ottenuto il Pdl sulla flessibilità in entrata tali da indurlo a cedere sull'articolo 18, e se le associazioni di categoria delle imprese intendono reagire ad una riforma che rischia di alzare costi e rigidità anziché abbassarli, registriamo che dopo il Financial Times anche il Wall Street Journal sembra voltare le spalle a Monti, paragonato solo pochi giorni prima niente meno che alla Thatcher. I due quotidiani finanziari, dopo la sbornia montiana, tornano ad avere uno sguardo più obiettivo sull'Italia.

E se la luna di miele di Monti con l'opinione pubblica interna, osserva il primo, è finita per via delle stangate fiscali, esacerbate dall'aumento dei prezzi dei carburanti e della bolletta energetica, e dal pasticcio dell'Imu – da cui scopriamo oggi che sono incredibilmente esentate le fondazioni bancarie, ennesimo schiaffo ai contribuenti – l'annacquamento della riforma del lavoro rischia di decretare la fine anche della luna di miele con l'opinione internazionale. Fino ad ora Monti ha goduto di un'apertura di credito basata soprattutto sul curriculum personale e la sobrietà, che nulla possono però di fronte ai dati nudi e crudi dell'economia italiana e degli effetti concreti, misurabili, delle sue politiche. L'unica riforma di un certo rilievo resta quella delle pensioni, per il resto solo tasse che hanno depresso l'economia, aggravando una recessione che rischia di compromettere gli impegni di risanamento. E ora questo flop sull'articolo 18, che rischia di smascherare il Bluff-Italia.

Secondo il Financial Times, tuttavia, dalla sua visita in Asia il premier avrebbe dedotto che gli investitori temono più l'instabilità politica che riforme non proprio incisive, e questo avrebbe convinto Monti a cedere al compromesso sull'articolo 18, piuttosto che rischiare di spaccare il Pd e perdere la sua maggioranza. Ma così facendo Monti finisce esattamente laddove solo pochi giorni fa si era detto indisponibile ad arrivare, e cioè ad anteporre il «tirare a campare», e in ultima analisi il disegno tutto politico di una "Grande Coalizione" anche dopo le elezioni del 2013, all'agenda riformatrice che il suo governo è stato incaricato di attuare. L'esito del vertice di ieri sera con il trio ABC sulla riforma del lavoro è solo un primo assaggio di cosa intendono concretamente i partiti italiani con "Grande Coalizione": non un'eccezione per condividere i costi di scelte impopolari ma responsabili, ma una palude in cui annacquare tutto senza farsi del male a vicenda.

Tuesday, April 03, 2012

Un caso di ordinario depistaggio di Stato

Gli imprenditori dichiarano redditi inferiori ai dipendenti, quindi pagano meno tasse. Boom! Non c'è grande giornale o tg che nello scorso fine settimana non abbia aperto con questo titolo, suscitando, c'è da scommetterci, un moto di indignazione e rabbia in molti cittadini, ai quali sarà suonato come beffarda conferma di ciò che da sempre credono di vedere con i loro occhi: i furbetti, è proprio vero, si annidano tra gli imprenditori, il loro stile di vita non è certo compatibile con il misero reddito medio dichiarato.

Invece è pura propaganda, vera e propria disinformatja di Stato, cui i media, per ignoranza economica e statistica, non sanno opporre uno straccio di spirito critico. Come ogni anno è il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia la fonte di tali mistificanti elaborazioni statistiche. Nel comunicato di venerdì scorso, che accompagnava i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani relativi al 2010, si legge che «mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 18.170», quello dichiarato dai lavoratori dipendenti è «pari a 19.810». Uno scoop servito su un piatto d'argento che ai media non par vero di rilanciare, ma in realtà la più classica statistica da "polli di Trilussa".

Va prima di tutto precisato chi sono i "lavoratori dipendenti" e chi gli "imprenditori". Nella prima tipologia di reddito il fisco include anche professori universitari e magistrati, manager e dirigenti, pubblici e privati, che alzano di molto il dato reddituale medio, mentre sotto la voce "imprenditori" figurano soprattutto artigiani e commercianti medio-piccoli. I nomi del vasto mondo dell'impresa famigliare italiana – da Berlusconi a Benetton, da Ferrero a Marcegaglia – non compaiono personalmente come imprenditori, anche se di fatto possiedono le loro imprese. Non perché siano evasori. Dichiarano i loro guadagni, ma sotto forma di dividendi e compensi da cda. Inoltre, bisogna considerare il cosiddetto "splitting famigliare", per cui l'imprenditore può suddividere il reddito tra i componenti della propria famiglia, e che oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo; che stiamo parlando del reddito dichiarato dall'imprenditore come persona fisica, dopo aver già pagato le tasse sugli utili della sua impresa; e infine che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud.

Considerando tutti questi fattori, dunque, un reddito medio nazionale di 18 mila euro l'anno «non è così scandaloso», osserva il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ma resta un «falso statistico». Una ditta individuale artigiana, ad esempio, dichiara mediamente 22 mila euro, contro i 15 mila dell'operaio che impiega. Persino per il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, si tratta di medie «completamente sbagliate» e senza alcun valore statistico, che non si dovrebbero usare «per contrapporre guelfi e ghibellini».

Continuare a puntare sul conflitto dipendenti-imprenditori, alimentare l'invidia sociale nei confronti dei più ricchi (o dei meno poveri), rientra in una grande campagna di depistaggio ad opera della politica, in connubio con i vertici della burocrazia statale, volta a distrarre l'opinione pubblica dalla vera causa della situazione di crisi in cui si trova l'Italia: ci vogliono far credere che la colpa dei servizi scadenti e del debito elevato, quindi dell'aumento della tassazione, sia degli evasori. Ma lo Stato riceve dai contribuenti onesti già più di quanto gli altri Stati occidentali ricevano dai propri cittadini. Quindi l'evasione è un'ingiustizia nei confronti di chi paga, ma non è la causa dell'elevato debito pubblico e della tassazione elevata, che sono colpa della spesa pubblica e della sua gestione clientelare da parte della politica.

Semmai, le nostre dichiarazioni dei redditi non fanno che accrescere i dubbi sull'attendibilità delle stime dell'evasione fiscale elaborate dall'Istat. E se non fosse poi tanto smisurata la ricchezza sottratta illegalmente dagli italiani al fisco, quanto l'ordinamento fiscale stesso a offrire vie legali all'evasione nell'interpretazione dell'imponibile?

Thursday, March 22, 2012

La riforma c'è, l'accordo no. E ora si balla

Anche su Notapolitica

Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.

Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.

Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.

In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.

L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.

Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.