Anche su Notapolitica e L'Opinione
Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.
Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.
Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.
I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.
Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.
Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.
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Tuesday, September 24, 2013
Friday, June 28, 2013
Governo di larghi acconti e lunghi rinvii
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.
Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.
La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.
Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?
Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.
Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.
Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.
Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.
Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!
Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.
Friday, June 14, 2013
"Non rinvenibile" è solo la volontà politica
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.
Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.
Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?
Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.
Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.
Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.
Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.
Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.
Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?
Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.
Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?
Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.
Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.
Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.
Tuesday, April 30, 2013
Letta non dura se il Pd non fa sul serio con la pacificazione
Se il Pd fa sul serio con la pacificazione, Berlusconi dev'essere figura di primo piano nel processo costituente, se no il governo Letta non dura
Anche su Notapolitica
Può farcela il governo Letta? Quali sono gli elementi di fragilità e quali, invece, i potenziali punti di forza? Non che vi fossero alternative, se non il salto nel buio di nuove elezioni. Un accordo tra Pd e Pdl resta l'unica prospettiva da cui potrebbero scaturire in breve tempo quelle 3/4 riforme in grado di restituire un minimo di credibilità alla politica, almeno arginare la crisi, e rafforzare bipolarismo e governabilità. Ma l'orchestra di violini che sta celebrando il nascituro governo è troppo simile a quella che accolse il governo Monti per non destare più di qualche sospetto.
Purtroppo, il fatto stesso che alla Camera e al Senato il premier Letta abbia esposto come programma una specie di enciclopedia, anziché un'agenda stringata, realistica, con pochi obiettivi concreti, ben delineati, ai quali inchiodare i partiti, nasconde l'assenza di un accordo politico - sui contenuti oltre che sulle poltrone da spartirsi - tra Pd e Pdl. Non c'è alcuna certezza programmatica, né sull'Imu - lo dimostrano le polemiche di questa mattina, e d'altra parte quello annunciato da Letta è solo un rinvio, poi "si vedrà" - né sulle riforme costituzionali. Qualsiasi Convenzione rischia di naufragare se Pd e Pdl non vi entrano con un'idea di massima condivisa sulla forma di governo e la conseguente legge elettorale a cui approdare. Non si può tornare alle urne prima dell'estate, e non si poteva fare uno sgarbo al presidente Napolitano, appena pregato di farsi rieleggere. Sembrano queste le uniche convergenze tra i due partiti che hanno portato alla nascita di questo governo.
Letta ha parlato con convinzione di pacificazione nazionale. Il banco di prova delle reali intenzioni del suo partito sarà però la Convenzione per le riforme. Ha minacciato di dimettersi il premier, se entro 18 mesi non vedrà profilarsi dei risultati, ma è la sopravvivenza del suo governo che sembra dipendere dalla Convenzione, non viceversa.
Se il Pd fa sul serio, Berlusconi (già tenuto fuori dai ministeri economici) dev'essere pienamente coinvolto nel processo costituente, altrimenti il governo Letta è destinato a durare molto poco. Al di là dell'Imu sulla prima casa, infatti, su cui il Cav alla fine potrebbe rivelarsi più elastico di quanto si creda (potrebbe rivendicare come un successo anche un mero alleggerimento, conservando l'abolizione totale come cavallo di battaglia elettorale), è la sua piena legittimazione come "padre costituente" della Terza Repubblica, poter rivendicare un ruolo da "De Gaulle" italiano, l'unica ricompensa politica per cui, dal suo punto di vista, potrebbe valere la pena far durare il governo Letta.
Dunque, senza il contrafforte di un autentico processo costituente, senza l'impegno sincero del Pd a concluderlo con successo, ad arrivare ad una nuova forma di governo, e senza riconoscere a Berlusconi il suo ruolo, come presidente della Convenzione oppure vicepresidente (come Alfano lo è di Letta), quello del "giovane" Letta sarà per il Cav un governo da impallinare senza troppi rimpianti. Un governo che d'altra parte ha già un punto debole nella sua composizione a medio-bassa intensità politica.
Enrico Letta è l'eterno giovane del centrosinistra. Giovanissimo ministro dell'Industria dei governi D'Alema e Amato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Prodi, di lui purtroppo non si ricordano battaglie e sfide politiche di particolare coraggio. Si è accomodato in fila, all'ombra prima di Prodi poi di Bersani. Chi lo conosce e lo segue assicura che ha buone idee, ma finora le ha tenute ben nascoste. Premier a parte, molto simile sarebbe potuta essere la compagine del governo Monti se un anno e mezzo fa i partiti avessero accettato di farsi coinvolgere blandamente.
Oggi i principali partiti - Pd, Pdl e Scelta civica - sono coinvolti, ma non espugnano il Tesoro, che sarà ancora guidato da un tecnico. Come Monti, anche Saccomanni si presenta con un background "liberale" e un lungo catalogo di buoni consigli alla politica, dispensati per anni dalla sua postazione in Bankitalia: meno spesa, meno tasse, riforme per la produttività. «Bisogna riallocare il carico fiscale, ridurre le imposte su lavoro e imprese e trovare i fondi altrove, tramite la riduzione delle spese improduttive e dell'evasione». Queste le sue ultime dichiarazioni pochi giorni prima la nomina a ministro. Ma pesa il precedente di Monti, che al governo ha fatto esattamente l'opposto di quanto predicava nei suoi editoriali. Al Lavoro un altro tecnico, il presidente dell'Istat Giovannini, se non altro non il solito ex sindacalista o giuslavorista.
Tra i criteri per la composizione della squadra di governo ha prevalso quello, più che opportuno, del rinnovamento e del ringiovanimento. Il che mette al riparo il governo Letta dalle tensioni che possono causare figure ingombranti, e impopolari, come Monti, Amato, D'Alema e Berlusconi, ma è anche un fattore di fragilità, perché quelle coinvolte appaiono figure per lo più "sacrificabili" agli occhi dei partiti di provenienza.
Sia il Pd che Berlusconi hanno mandato avanti le rispettive componenti popolari, gli ex-democristiani, tanto da far parlare di un governo monocolore Dc. Questi ci credono, vagheggiano scenari neodemocristiani, ma rischiano di rivelarsi poco più che carne da macello. Defilata l'area ex Ds-Cgil del Pd, che presumibilmente in questa fase concentrerà le sue attenzioni sul partito, lasciando che siano le minoritarie correnti "centriste" e riformiste a mettere la faccia sul governo dell'"inciucio" con il caimano. Da comprendere la strategia di Berlusconi, che apparentemente ha "premiato", indicandoli come ministri, i protagonisti della quasi scissione del novembre scorso, quando sotto la sigla "Italia popolare" erano pronti a lasciare Silvio per Monti. Quale logica dietro questa scelta? La definitiva vittoria delle "colombe" sui "falchi"? Un nuovo assetto nel Pdl, che sancisce la centralità dei democristiani e marginalizza ex An e anima liberale di FI? Oppure più che una promozione, una rimozione dal partito?
Certo è che da quella frase su Facebook, subito dopo l'ufficializzazione della lista dei ministri («abbiamo trattato per formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero ministri in precedenti governi»), Berlusconi non appariva molto entusiasta, sembrava quasi vantare subito un credito.
Se figure come Brunetta e Gelmini, o lo stesso Berlusconi, di per sé poco digeribili per il Pd, avessero fatto parte del governo, sarebbe stato difficile escludere D'Alema, un'altra figura problematica più per il Pd che per il Pdl. La sensazione è che i veti del Pd, la sua necessità di mantenere un basso profilo politico per rendere il più indolore possibile ai suoi la pillola del "governissimo", abbiano però lasciato Berlusconi nella comoda posizione di poter recitare più parti in commedia, tutte da protagonista: sufficientemente coinvolto da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio - sulla politica economica e nella Convenzione - ma non a tal punto da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
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Può farcela il governo Letta? Quali sono gli elementi di fragilità e quali, invece, i potenziali punti di forza? Non che vi fossero alternative, se non il salto nel buio di nuove elezioni. Un accordo tra Pd e Pdl resta l'unica prospettiva da cui potrebbero scaturire in breve tempo quelle 3/4 riforme in grado di restituire un minimo di credibilità alla politica, almeno arginare la crisi, e rafforzare bipolarismo e governabilità. Ma l'orchestra di violini che sta celebrando il nascituro governo è troppo simile a quella che accolse il governo Monti per non destare più di qualche sospetto.
Purtroppo, il fatto stesso che alla Camera e al Senato il premier Letta abbia esposto come programma una specie di enciclopedia, anziché un'agenda stringata, realistica, con pochi obiettivi concreti, ben delineati, ai quali inchiodare i partiti, nasconde l'assenza di un accordo politico - sui contenuti oltre che sulle poltrone da spartirsi - tra Pd e Pdl. Non c'è alcuna certezza programmatica, né sull'Imu - lo dimostrano le polemiche di questa mattina, e d'altra parte quello annunciato da Letta è solo un rinvio, poi "si vedrà" - né sulle riforme costituzionali. Qualsiasi Convenzione rischia di naufragare se Pd e Pdl non vi entrano con un'idea di massima condivisa sulla forma di governo e la conseguente legge elettorale a cui approdare. Non si può tornare alle urne prima dell'estate, e non si poteva fare uno sgarbo al presidente Napolitano, appena pregato di farsi rieleggere. Sembrano queste le uniche convergenze tra i due partiti che hanno portato alla nascita di questo governo.
Letta ha parlato con convinzione di pacificazione nazionale. Il banco di prova delle reali intenzioni del suo partito sarà però la Convenzione per le riforme. Ha minacciato di dimettersi il premier, se entro 18 mesi non vedrà profilarsi dei risultati, ma è la sopravvivenza del suo governo che sembra dipendere dalla Convenzione, non viceversa.
Se il Pd fa sul serio, Berlusconi (già tenuto fuori dai ministeri economici) dev'essere pienamente coinvolto nel processo costituente, altrimenti il governo Letta è destinato a durare molto poco. Al di là dell'Imu sulla prima casa, infatti, su cui il Cav alla fine potrebbe rivelarsi più elastico di quanto si creda (potrebbe rivendicare come un successo anche un mero alleggerimento, conservando l'abolizione totale come cavallo di battaglia elettorale), è la sua piena legittimazione come "padre costituente" della Terza Repubblica, poter rivendicare un ruolo da "De Gaulle" italiano, l'unica ricompensa politica per cui, dal suo punto di vista, potrebbe valere la pena far durare il governo Letta.
Dunque, senza il contrafforte di un autentico processo costituente, senza l'impegno sincero del Pd a concluderlo con successo, ad arrivare ad una nuova forma di governo, e senza riconoscere a Berlusconi il suo ruolo, come presidente della Convenzione oppure vicepresidente (come Alfano lo è di Letta), quello del "giovane" Letta sarà per il Cav un governo da impallinare senza troppi rimpianti. Un governo che d'altra parte ha già un punto debole nella sua composizione a medio-bassa intensità politica.
Enrico Letta è l'eterno giovane del centrosinistra. Giovanissimo ministro dell'Industria dei governi D'Alema e Amato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Prodi, di lui purtroppo non si ricordano battaglie e sfide politiche di particolare coraggio. Si è accomodato in fila, all'ombra prima di Prodi poi di Bersani. Chi lo conosce e lo segue assicura che ha buone idee, ma finora le ha tenute ben nascoste. Premier a parte, molto simile sarebbe potuta essere la compagine del governo Monti se un anno e mezzo fa i partiti avessero accettato di farsi coinvolgere blandamente.
Oggi i principali partiti - Pd, Pdl e Scelta civica - sono coinvolti, ma non espugnano il Tesoro, che sarà ancora guidato da un tecnico. Come Monti, anche Saccomanni si presenta con un background "liberale" e un lungo catalogo di buoni consigli alla politica, dispensati per anni dalla sua postazione in Bankitalia: meno spesa, meno tasse, riforme per la produttività. «Bisogna riallocare il carico fiscale, ridurre le imposte su lavoro e imprese e trovare i fondi altrove, tramite la riduzione delle spese improduttive e dell'evasione». Queste le sue ultime dichiarazioni pochi giorni prima la nomina a ministro. Ma pesa il precedente di Monti, che al governo ha fatto esattamente l'opposto di quanto predicava nei suoi editoriali. Al Lavoro un altro tecnico, il presidente dell'Istat Giovannini, se non altro non il solito ex sindacalista o giuslavorista.
Tra i criteri per la composizione della squadra di governo ha prevalso quello, più che opportuno, del rinnovamento e del ringiovanimento. Il che mette al riparo il governo Letta dalle tensioni che possono causare figure ingombranti, e impopolari, come Monti, Amato, D'Alema e Berlusconi, ma è anche un fattore di fragilità, perché quelle coinvolte appaiono figure per lo più "sacrificabili" agli occhi dei partiti di provenienza.
Sia il Pd che Berlusconi hanno mandato avanti le rispettive componenti popolari, gli ex-democristiani, tanto da far parlare di un governo monocolore Dc. Questi ci credono, vagheggiano scenari neodemocristiani, ma rischiano di rivelarsi poco più che carne da macello. Defilata l'area ex Ds-Cgil del Pd, che presumibilmente in questa fase concentrerà le sue attenzioni sul partito, lasciando che siano le minoritarie correnti "centriste" e riformiste a mettere la faccia sul governo dell'"inciucio" con il caimano. Da comprendere la strategia di Berlusconi, che apparentemente ha "premiato", indicandoli come ministri, i protagonisti della quasi scissione del novembre scorso, quando sotto la sigla "Italia popolare" erano pronti a lasciare Silvio per Monti. Quale logica dietro questa scelta? La definitiva vittoria delle "colombe" sui "falchi"? Un nuovo assetto nel Pdl, che sancisce la centralità dei democristiani e marginalizza ex An e anima liberale di FI? Oppure più che una promozione, una rimozione dal partito?
Certo è che da quella frase su Facebook, subito dopo l'ufficializzazione della lista dei ministri («abbiamo trattato per formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero ministri in precedenti governi»), Berlusconi non appariva molto entusiasta, sembrava quasi vantare subito un credito.
Se figure come Brunetta e Gelmini, o lo stesso Berlusconi, di per sé poco digeribili per il Pd, avessero fatto parte del governo, sarebbe stato difficile escludere D'Alema, un'altra figura problematica più per il Pd che per il Pdl. La sensazione è che i veti del Pd, la sua necessità di mantenere un basso profilo politico per rendere il più indolore possibile ai suoi la pillola del "governissimo", abbiano però lasciato Berlusconi nella comoda posizione di poter recitare più parti in commedia, tutte da protagonista: sufficientemente coinvolto da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio - sulla politica economica e nella Convenzione - ma non a tal punto da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.
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