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Friday, June 14, 2013

"Non rinvenibile" è solo la volontà politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.

Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.

Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?

Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.

Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».
Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?

Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.

Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».
Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».
Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.

Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.

Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Thursday, November 22, 2012

La guerra di Befera sempre più psicologica e ideologica

Anche su L'Opinione

Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.

Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".

Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.

Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.

Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.

La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.

In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.

Monday, November 05, 2012

Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti

Anche su L'Opinione

Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.

Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.

Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?

Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.

Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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