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Friday, June 14, 2013

"Non rinvenibile" è solo la volontà politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.

Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.

Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?

Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.

Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».
Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?

Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.

Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».
Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».
Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.

Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.

Wednesday, November 14, 2012

Sulla patrimoniale Monti strizza l'occhio alla coppia Pd-Sel?

Dopo la smentita ufficiale di martedì, anche ieri autorevoli esponenti dell'esecutivo – i sottosegretari Catricalà e Polillo, i ministri Giarda e Fornero – sono tornati a negare che in questo momento il governo stia pensando ad una nuova imposta patrimoniale o ad accrescere quelle esistenti. Imposte sul patrimonio, tra l'altro, il governo le ha già introdotte: sugli immobili, sui beni di lusso e sui conti deposito e titoli. E' assodato, dunque, che al "Financial Times Italy Summit" il presidente del Consiglio non abbia voluto annunciare alcuna nuova patrimoniale. Come interpretare, allora, le sue parole? Giocando un po' tra passato (quello che avrebbe voluto fare ma non ha potuto) e futuro  («siamo all'inizio del lavoro») dell'azione di governo, Monti ha spiegato che non ha introdotto una patrimoniale «generalizzata», e non ha intenzione di introdurla ora, non perché sia contrario in linea di principio, ma semplicemente perché non ha gli strumenti tecnici per "scovare" le ricchezze evitando una fuga dei capitali dall'Italia che metterebbe al tappeto la nostra economia. Lascia tuttavia intendere che se li avesse...

La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.

Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.

Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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Friday, November 09, 2012

Fondo Giavazzi? Più che una goccia, una lacrima

Renato Brunetta è tornato a confermarlo anche ieri: nella legge di stabilità, all'esame della Camera, ci sarà spazio per un "fondo Giavazzi" – la cui formula lo stesso ex ministro ammette essere «un po' vaga» – in cui far confluire le risorse provenienti dal riordino del sistema dei sussidi pubblici alle imprese (una spesa totale di 33 miliardi annui) per finanziare un credito d'imposta per ricerca e innovazione e la riduzione dell'Irap, secondo lo schema suggerito dal professore bocconiano.

Passi il fatto che il rapporto Giavazzi non contemplava l'ennesimo credito d'imposta (semmai si limitava a "salvare" dai tagli suggeriti le agevolazioni fiscali sulle spese per ricerca e sviluppo), della proposta originaria sembra essere rimasto solo il nome del suo autore, il quale a questo punto dovrebbe dire la sua. Il rapporto che il governo stesso gli ha commissionato, infatti, si è perso per quasi sei mesi nelle stanze dei ministeri per riemergere, infine, completamente svuotato. I 10 miliardi di risparmi ipotizzati, passati al vaglio dei "tecnici" dei ministeri, sono diventati prima 3, poi 500 milioni, secondo quanto riporta Alessandro Barbera su La Stampa: un ventesimo (l'1,5% della spesa totale).
(...)
Un po' poco perché si possa ritenere credibile lo sforzo compiuto e perché si possa parlare di una vera “spending review”, che per definizione di chi l'ha inventata dovrebbe portare a rigiustificare da zero euro ogni singolo programma di spesa. E qui si tratta di mille minuscoli rivoli, alcuni tra l'altro con denominazioni talmente oscure e incomprensibili da legittimare il sospetto che chi li gestisce, nei ministeri, abbia interesse a non condividere lealmente le informazioni e a lasciare tutto com'è.

I “poteri forti” che si oppongono, evidentemente con successo, ad ogni taglio ai cosiddetti «contributi alle imprese» si possono distinguere in tre diverse categorie. Ci sono i grandi gruppi pubblici, che grazie ai trasferimenti statali si garantiscono una posizione di monopolio, o comunque di forza, nei loro rispettivi mercati. Le aziende municipalizzate, quindi gli enti locali, e le Regioni, che attraverso l'elargizione dei fondi, in forme più o meno velate, più o meno spudorate, controllano il consenso sul territorio. E infine, a livello centrale e apicale della pubblica amministrazione, i vertici dei ministeri, dove il gioco si fa più sottile e inafferrabile. E' enorme, infatti, nei decenni, accelerata dal rapido susseguirsi dei governi, la stratificazione di fondi e crediti d'imposta di cui i politici non possono avere memoria ma certo la conservano gli apparati burocratici, che li conoscono e, di fatto, li gestiscono. Il rischio è che questa miriade di minuscoli fondi, dalla denominazione incomprensibile e dagli scopi ancor più ambigui, vengano utilizzati con estrema discrezionalità, e spesso come strumenti di autopromozione presso i politici e dei ministri di turno, dagli alti e inamovibili burocrati dei ministeri. Gli stessi guarda caso chiamati a verificare la fattibilità di un rapporto che propone di tagliarli. E che con un'opacità più che sospetta, una padronanza della materia un po' “sacerdotale”, ci spiegano che servono, anche se non a cosa, e che si possono tagliare solo 500 milioni.

Possibile che il professor Giavazzi e il suo team siano stati così imprecisi nella stima dei fondi da tagliare? Sarà questa la dotazione del fondo dei "volenterosi" Brunetta e Baretta? E dei 6,7 miliardi liberati dalla rinuncia alla riduzione dell'Irpef (1 miliardo nel 2013, 3,2 nel 2014 e altri 2,5 nel 2015), cosa rimane per il taglio dell'Irap se nei primi due anni se ne spendono 2 per lavoro e famiglia, come previsto dall'accordo tra i relatori, e se restano da finanziare la salvaguardia di altri "esodati", minori tagli ai Comuni, alla scuola e al comparto sicurezza, e altre misure «per il sociale»? Resta una goccia, o piuttosto una lacrima. Nominare "Giavazzi" un fondo così finanziato e concepito sarebbe solo un modo per confondere le acque. Far credere che si è agito laddove non si è mosso un dito è il miglior modo per difendere lo status quo.
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Tuesday, September 18, 2012

Non Marchionne, l'Italia deve decidere cosa vuole fare

Anche su L'Opinione

Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.

La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.

L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.

La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.

I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?

Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.

Friday, June 29, 2012

Diritto al lavoro o al posto di lavoro? Il problema è costituzionale

Anche su L'Opinione

Nell'intervista al Wall Street Journal che ha innescato l'ennesima polemica il ministro Fornero parlava di job, non di work. Il posto di lavoro (in inglese job, appunto) non è un diritto, ma qualcosa che si conquista. Queste le sue parole, diventate semplicemente «il lavoro (work) non è un diritto» nell'ingenua sintesi del giornalista del quotidiano Usa. Tutto chiarito, dunque? Nient'affatto. Noi italiani ci appassioniamo spesso alle sottigliezze lessicali, andiamo a caccia dell'incidente linguistico a cui inchiodare il nostro avversario politico, ma che si riferisse a job o a work, il concetto espresso dal ministro si scontra con l'ideologia, e la realtà, dominante nel nostro paese che vede nel lavoro, anche nel posto di lavoro, un diritto. Prevalente, per esempio, rispetto ai diritti di proprietà. Chi ne è convinto non farà distinzioni e dal suo punto di vista la polemica è tutt'altro che pretestuosa: d'altronde, in quale altra forma il lavoro (work), che dovrebbe essere tutelato come un diritto, si manifesta concretamente se non nel posto di lavoro (job)? Ovvio che la distinzione lavoro-posto di lavoro possa apparire un sofisma.

La distinzione assolve il ministro dall'accusa di aver contraddetto la Costituzione, almeno nella sua lettera. Non si può certo pensare che il diritto al lavoro riconosciuto dalla Costituzione vada inteso nel senso che lo Stato, o le imprese, debbano garantire un posto di lavoro a tutti. Su questo si è espressa in diverse sentenze (nel 1965 e nel 2006) la Corte costituzionale, chiarendo che «i principi generali di tutela della persona e del lavoro... non si traducono nel diritto al conseguimento ed al mantenimento di un determinato posto di lavoro».

E' però indubbio che il senso attribuito nei decenni al diritto al lavoro dal legislatore e dalla giurisprudenza è stato proprio quello di un diritto al posto di lavoro. La norma che prevede l'intervento del giudice per reintegrare nel posto di lavoro il lavoratore ingiustamente licenziato, o la particolare forma di sussidio ideata, la cassa integrazione, che cristallizza il posto di lavoro in attesa che il lavoratore possa rientrarvi, ne sono le prove inoppugnabili. Insomma, nella legislazione ordinaria, e nell'interpretazione delle norme da parte dei giudici del lavoro, si è avvalorata l'esistenza di un diritto costituzionale al posto di lavoro.

Se ciò è avvenuto, non devono essere così inequivocabili gli articoli della Costituzione in cui si parla di lavoro. In effetti, già l'articolo 1 attribuisce al lavoro una centralità nella nostra Repubblica non riconosciuta nemmeno alla libertà individuale («L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro»). Può apparire ovvio che il «diritto al lavoro» di cui si parla nel primo comma dell'art. 4 s'intenda concretamente come un impegno ad adottare politiche idonee a fornire ai cittadini gli strumenti (ad es. istruzione e formazione) per trovare un posto di lavoro e a creare un contesto economico favorevole alla piena occupazione. Ma alle «condizioni che rendano effettivo questo diritto» fa riferimento la seconda proposizione del comma, mentre la prima sancisce ambiguamente un vero e proprio «diritto al lavoro». E per l'art. 35 «la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni».

In ogni caso, non potrebbe mai esserci condivisione su quali debbano essere le politiche «che rendano effettivo questo diritto». Per alcuni, totale flessibilità in entrata e in uscita, liberalizzazione dei mercati di beni e servizi, sgravio degli oneri fiscali e contributivi a carico dell'impresa, sussidi di disoccupazione non troppo generosi e non assistenziali. Per altri, esattamente il contrario: illicenziabilità, intervento pubblico, elevata contribuzione, reddito minimo garantito. Ad oggi prevalgono queste seconde politiche, e dunque il diritto effettivamente tutelato è al “posto di lavoro”. Insomma, un problema costituzionale esiste eccome.

Altro che «rivoluzione culturale», come qualcuno l'ha inappropriatamente definita, il ministro Fornero come spesso le capita si è lasciata impressionare dalle reazioni e non ha voluto ingaggiare una battaglia culturale sul tema, che non può certo esaurirsi come un banale equivoco lessicale. Qualsiasi significato si attribuisca al diritto costituzionale al lavoro, la sua attuazione concreta oggi si scontra con quei principi basilari che fanno funzionare l'economia e favoriscono, quindi, l'occupazione. Anche se il ministro predica bene sul WSJ, la sua riforma non cambia il paradigma italiano.