Anche su L'Opinione
Si può capire molto della malattia che affligge l'Italia dai rapporti decennali tra la Fiat e le nostre classi dirigenti: sono lo specchio del declino italiano. Oggi il governo, le forze politiche e sociali, i media delle elite economiche e finanziarie del paese, pendono tutti dalle labbra di Marchionne: ci dica che piani ha per l'Italia, ce lo deve. Non una richiesta, ma una pretesa, un'intimazione: il governo convochi i vertici e li obblighi a "cantare". Il tutto alludendo ad una sorta di complotto anti-italiano di Marchionne, che fin dall'inizio avrebbe avuto in mente la grande fuga delle attività produttive del gruppo torinese dal nostro paese. Ora che il progetto "Fabbrica Italia" cade sotto i colpi della crisi, si riapre lo psicodramma del "tradimento": la Fiat che così tanto deve all'Italia, ci tradisce per l'odiata Amerika.
La malattia italiana che fa fuggire la Fiat, e tanti altri, sta nella risposta al quesito posto da Penati su la Repubblica: «Perché Sergio Marchionne, che a Detroit è considerato un eroe, è così detestato in Italia?». Nell'odio per Marchionne l'establishment italiano rivela tutta la propria viscerale avversione al capitalismo di mercato. Che Romiti, emblema della Fiat sussidiata degli anni '70-'80, si scagli contro di lui solidarizzando con la Fiom, che si è opposta fino alla via giudiziaria ai tentativi di rilancio della produttività nelle fabbriche, ne è la dimostrazione lampante. Si parla tanto di crescita, ma il paese sembra rigettare le uniche politiche capaci di rilanciarla. Dunque, quando dall'estero vedono l'establishment che marcia diviso per colpire unito su Marchionne, vedono un paese che in realtà non vuole crescere. E in un paese simile non si investe.
L'ad di Fiat ha fatto ciò che un manager deve fare in una economia di mercato: creare valore per i propri azionisti. In una certa misura c'è riuscito e s'è arricchito anche personalmente. Ma per la nostra cultura, intrisa di catto-comunismo fino al midollo, il successo nell'impresa e nella finanza è una colpa imperdonabile, perché deriva per forza di cose da un intollerabile e meschino sfruttamento dei più deboli. Tollerabile, invece, se deriva dal sussidio pubblico e dalle buone relazioni con i mondi consociativi della politica e della finanza. Persino un imprenditore ben inserito come Della Valle accusa i vertici Fiat di aver assunto «le scelte più convenienti per loro e i loro obiettivi, senza minimamente curarsi degli interessi e delle necessità del paese». Eppure proprio di questo dovrebbero occuparsi imprenditori e manager, mentre «degli interessi e delle necessità del paese» dovrebbero curarsi i governi e i politici. Auguriamo a Mister Tod's, che lancia l'epiteto di «furbetti cosmopoliti», di non dover un giorno dare conto di sue eventuali "furbate cosmopolite", magari in Romania o in Cina.
La Fiat, ampiamente sussidiata da tutti i governi della I e II Repubblica, ha cominciato ad essere invisa da quando è arrivato Marchionne, che ha iniziato a snobbare la politica e i suoi riti, a rivolgersi al paese parlando di produttività e non di incentivi a fondo perduto. Il piano industriale battezzato col nome di "Fabbrica Italia" non è stato negoziato né con i governi né con le parti sociali. Poneva degli obiettivi e le condizioni per raggiungerli: non assegni in bianco, ma un contesto di relazioni industriali e forme contrattuali che rilanciassero la produttività. Tra il prendere atto dell'eccesso di capacità produttiva (in Europa, non solo in Italia), e dunque chiudere subito le fabbriche, e scommettere su un paese ancora capace di essere competitivo, Marchionne ha scelto questa seconda strada, convinto che la ripresa fosse vicina. Fin dall'inizio era ben consapevole, certo, che il disimpegno dall'Italia restava un'opzione più che probabile, di fronte a condizioni avverse, ma diverso è presumere che fosse il suo obiettivo.
I fatti dicono che da quando Fiat ha annunciato il progetto "Fabbrica Italia", nell'aprile 2010, le condizioni sono «profondamente cambiate». Sia perché il mercato dell'auto nel frattempo è crollato (-40% rispetto al 2007; -20% solo nei primi 8 mesi del 2012), sia perché a 5 anni dall'inizio della crisi l'Italia non ha ancora adottato le riforme strutturali necessarie per far recuperare competitività al nostro sistema produttivo. Se c'è una colpa di Marchionne, è non aver previsto la crisi dell'eurodebito, che avrebbe innescato una recessione ben più strutturale di quella del 2009. Il colpo di grazia, poi, è stato assestato dalle politiche di risanamento a base di tasse e demagogia. Tra tassa sul lusso per far pagare i "ricchi", aumenti dell'Iva e patrimoniale immobiliare, la prima vittima della compressione dei redditi medio-alti è stato il mercato dell'auto. Sicuri che il gettito della tassa sul lusso sia superiore al mancato gettito Iva delle auto di grossa cilindrata non acquistate? E delle tasse sulla benzina che quelle auto non acquistate non hanno mai consumato per camminare?
Se è «impossibile» fare riferimento al progetto "Fabbrica Italia" non è solo per la crisi, ma come dimostrano altri drammatici casi, anche a causa delle nostre resistenze ai cambiamenti necessari per rendere produttivo investire in Italia. I costi dell'energia sono i più alti d'Europa, ma diciamo no a nucleare e rigassificatori. Per ciascun occupato si versa in tasse e contributi il 64% del pil pro capite, ma non vogliamo ridurre la spesa in pensioni e sanità. Il nostro mercato del lavoro è il più rigido d'Europa, ma guai a toccare l'articolo 18 e a parlare di contrattazione aziendale. "Marchionne risponda, non possiamo aspettare", sono le parole attribuite al ministro Fornero? Marchionne e gli investitori stranieri hanno in mente l'esatto opposto: "L'Italia risponda, non possiamo aspettare". In Italia ci sforziamo di tenere in vita con sussidi e incentivi settori e aziende non più produttivi, non di creare le condizioni economiche e legali più favorevoli agli investimenti. Non dovremmo chiamare a rapporto Marchionne, ma i nostri politici e tecnici, le nostre classi dirigenti: che piani avete voi per l'Italia? È da quelli che dipendono gli investimenti, non il contrario. Certo che un paese come il nostro deve avere un'industria automobilistica, ma non l'avrà per grazia ricevuta: se la vuole davvero deve creare le condizioni per renderla produttiva. Che si tratti di convincere Fiat a restare, o di attirare case automobilistiche straniere, le cose da fare sono le stesse.
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Tuesday, September 18, 2012
Monday, June 25, 2012
L'Italia dei soviet fa fuggire le imprese
Anche su L'Opinione
Prima di commentare una sentenza bisognerebbe leggerla. Ma in questo caso, che i giudici abbiano applicato alla lettera le leggi, oppure si siano lasciati prendere la mano da considerazioni ideologiche, qualche riflessione si può anticipare sulle cause profonde, culturali, di certe distorsioni, in presenza delle quali un’economia semplicemente non può funzionare.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal pubblicava un articolo nel quale con toni sarcastici si dava conto di tutta la selva di oneri fiscali, contributivi e burocratici cui un imprenditore in Italia deve far fronte per "creare" lavoro. Dal che desumeva che la riforma del lavoro, la «boiata» di cui cui però si chiede una rapida approvazione, e il recente decreto sviluppo, di cui va così orgoglioso il ministro Corrado Passera, possono risolvere i problemi dell’economia italiana «solo nel senso che si potrebbe, teoricamente, svuotare il Lago di Como con un mestolo e una cannuccia».
Ebbene, rispetto ai mestoli e alle cannucce del governo Monti la sentenza che condanna la Fiat ad assumere nello stabilimento di Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom rappresenta un diluvio universale. Non c'è riforma, intervista per rassicurare gli "Herr Muller", road show del nostro premier, o curriculum personali che reggano. Una sentenza simile, anche se dovesse essere riformata in appello, spazza via tutto (figuriamoci le timide riforme che sono state fatte). Dimostra al di là di ogni buona intenzione riformatrice che per le imprese l’Italia è sempre più un paese da cui fuggire. Non solo fornisce alla Fiat di Sergio Marchionne ottimi motivi per trasferire tutta la produzione all’estero, ma allontana chiunque, italiano o straniero, volesse investire nel nostro paese.
Si badi bene: non siamo di fronte ad un normale caso di discriminazione, in cui alcuni lavoratori licenziati ingiustamente per la loro affiliazione sindacale vengono reintegrati. In questo caso i giudici obbligano la Fiat ad assumere ex novo 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Dunque, non solo costringono l’azienda ad ampliare l’organico della fabbrica, a prescindere da qualsiasi valutazione di economicità, ma scelgono i nuovi assunti sulla base della loro tessera di iscrizione a un sindacato, quindi prescindendo da qualsiasi criterio di merito, competenze o mansioni.
Ma l'aspetto ancora più assurdo della vicenda è che la prova della discriminazione da parte di Fiat consiste in una simulazione statistica: un professore di Birmingham ha infatti calcolato che le possibilità che su 2.093 assunti a Pomigliano nessuno fosse iscritto alla Fiom risultano meno di una su dieci milioni. Ma com'è possibile che un semplice dato statistico sia accettato come prova decisiva? Bisogna ringraziare uno dei capolavori illiberali che ci ha regalato il governo Berlusconi, oltre al "mostro" Equitalia: l'art. 28 del decreto legislativo 150 del 2011 stabilisce, infatti, che i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro possono essere «desunti anche da dati di carattere statistico», e in questo caso «spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione».
La sentenza quindi stabilisce una rigida regola di proporzionalità: nelle assunzioni va mantenuta la percentuale di iscritti tra i vari sindacati, anche se uno di essi (come la Fiom a Pomigliano) non ha sottoscritto il contratto collettivo aziendale, altrimenti c'è discriminazione. Altro che merito, siamo al manuale Cencelli delle tessere sindacali. Ma se di discriminazione si tratta, che dire di quelle di genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche e orientamento sessuale, esplicitamente vietate dalla nostra Costituzione? Se il criterio da seguire per non discriminare è statistico, le aziende dovranno rispettare le percentuali di uomini e donne, o di musulmani, omosessuali, o di qualsisi minoranza, censiti nella società. E perché non anche delle diverse fedi calcistiche, o del colore dei capelli? E i non iscritti ad alcun sindacato? Vengono tutelati anch'essi, in modo da essere assunti in proporzione al proprio numero rispetto ai colleghi iscritti?
Evidentemente non può funzionare così. Ma purtroppo chi ha un po' d'esperienza diretta del mondo del lavoro sa che per evitare simili problemi sono gli stessi imprenditori che assumono lavoratori indicati dai rappresentanti sindacali e degli ordini professionali. Esistono veri e propri accordi di "precedenza" nelle assunzioni, che penalizzano i non iscritti, non "leccaculo", anche se magari più meritevoli.
In Italia, dunque, sindacati e magistratura non solo decidono chi le aziende possono o non possono licenziare, ma anche chi devono assumere. Si può anche essere convinti che astratti principi di uguaglianza (ammesso e non concesso che di uguaglianza si tratti) debbano sempre e comunque prevalere su qualsiasi criterio di economicità e di mercato. Basta però essere consapevoli che così l’economia semplicemente non funziona, le aziende fuggono all'estero e si cancellano posti di lavoro anziché crearli.
Ma c’è una causa profonda, culturale, per cui in Italia il legislatore e coloro che sono chiamati ad applicare le leggi aprono le porte a delle forme di vero e proprio collettivismo: c'è un gigantesco equivoco sul concetto di proprietà e una radicata e diffusa ignoranza economica. Un'impresa è di proprietà di chi ci mette i soldi. E' spiacevole rammentarlo ma è così. Si può tirare la corda quanto si vuole con i diritti sociali, finché poi si esagera e costui non ci mette più i soldi, chiude la baracca, i lavoratori sono a spasso e il paese si impoverisce. Questa realtà basilare ce la siamo dimenticata. Non riuscirà a liberare e rilanciare la nostra economica nessun governo, nessuna maggioranza politica, che non ne sia consapevole e che non sia disposta ad ingaggiare una dura battaglia ideologica, di piglio thatcheriano, su questi temi. Anche su questo il governo Monti, con il suo patetico compromesso sull’articolo 18, ha fallito.
Prima di commentare una sentenza bisognerebbe leggerla. Ma in questo caso, che i giudici abbiano applicato alla lettera le leggi, oppure si siano lasciati prendere la mano da considerazioni ideologiche, qualche riflessione si può anticipare sulle cause profonde, culturali, di certe distorsioni, in presenza delle quali un’economia semplicemente non può funzionare.
Nei giorni scorsi il Wall Street Journal pubblicava un articolo nel quale con toni sarcastici si dava conto di tutta la selva di oneri fiscali, contributivi e burocratici cui un imprenditore in Italia deve far fronte per "creare" lavoro. Dal che desumeva che la riforma del lavoro, la «boiata» di cui cui però si chiede una rapida approvazione, e il recente decreto sviluppo, di cui va così orgoglioso il ministro Corrado Passera, possono risolvere i problemi dell’economia italiana «solo nel senso che si potrebbe, teoricamente, svuotare il Lago di Como con un mestolo e una cannuccia».
Ebbene, rispetto ai mestoli e alle cannucce del governo Monti la sentenza che condanna la Fiat ad assumere nello stabilimento di Pomigliano 145 lavoratori iscritti alla Fiom rappresenta un diluvio universale. Non c'è riforma, intervista per rassicurare gli "Herr Muller", road show del nostro premier, o curriculum personali che reggano. Una sentenza simile, anche se dovesse essere riformata in appello, spazza via tutto (figuriamoci le timide riforme che sono state fatte). Dimostra al di là di ogni buona intenzione riformatrice che per le imprese l’Italia è sempre più un paese da cui fuggire. Non solo fornisce alla Fiat di Sergio Marchionne ottimi motivi per trasferire tutta la produzione all’estero, ma allontana chiunque, italiano o straniero, volesse investire nel nostro paese.
Si badi bene: non siamo di fronte ad un normale caso di discriminazione, in cui alcuni lavoratori licenziati ingiustamente per la loro affiliazione sindacale vengono reintegrati. In questo caso i giudici obbligano la Fiat ad assumere ex novo 145 lavoratori iscritti alla Fiom. Dunque, non solo costringono l’azienda ad ampliare l’organico della fabbrica, a prescindere da qualsiasi valutazione di economicità, ma scelgono i nuovi assunti sulla base della loro tessera di iscrizione a un sindacato, quindi prescindendo da qualsiasi criterio di merito, competenze o mansioni.
Ma l'aspetto ancora più assurdo della vicenda è che la prova della discriminazione da parte di Fiat consiste in una simulazione statistica: un professore di Birmingham ha infatti calcolato che le possibilità che su 2.093 assunti a Pomigliano nessuno fosse iscritto alla Fiom risultano meno di una su dieci milioni. Ma com'è possibile che un semplice dato statistico sia accettato come prova decisiva? Bisogna ringraziare uno dei capolavori illiberali che ci ha regalato il governo Berlusconi, oltre al "mostro" Equitalia: l'art. 28 del decreto legislativo 150 del 2011 stabilisce, infatti, che i comportamenti discriminatori sul luogo di lavoro possono essere «desunti anche da dati di carattere statistico», e in questo caso «spetta al convenuto l'onere di provare l'insussistenza della discriminazione».
La sentenza quindi stabilisce una rigida regola di proporzionalità: nelle assunzioni va mantenuta la percentuale di iscritti tra i vari sindacati, anche se uno di essi (come la Fiom a Pomigliano) non ha sottoscritto il contratto collettivo aziendale, altrimenti c'è discriminazione. Altro che merito, siamo al manuale Cencelli delle tessere sindacali. Ma se di discriminazione si tratta, che dire di quelle di genere, razza, lingua, religione, opinioni politiche e orientamento sessuale, esplicitamente vietate dalla nostra Costituzione? Se il criterio da seguire per non discriminare è statistico, le aziende dovranno rispettare le percentuali di uomini e donne, o di musulmani, omosessuali, o di qualsisi minoranza, censiti nella società. E perché non anche delle diverse fedi calcistiche, o del colore dei capelli? E i non iscritti ad alcun sindacato? Vengono tutelati anch'essi, in modo da essere assunti in proporzione al proprio numero rispetto ai colleghi iscritti?
Evidentemente non può funzionare così. Ma purtroppo chi ha un po' d'esperienza diretta del mondo del lavoro sa che per evitare simili problemi sono gli stessi imprenditori che assumono lavoratori indicati dai rappresentanti sindacali e degli ordini professionali. Esistono veri e propri accordi di "precedenza" nelle assunzioni, che penalizzano i non iscritti, non "leccaculo", anche se magari più meritevoli.
In Italia, dunque, sindacati e magistratura non solo decidono chi le aziende possono o non possono licenziare, ma anche chi devono assumere. Si può anche essere convinti che astratti principi di uguaglianza (ammesso e non concesso che di uguaglianza si tratti) debbano sempre e comunque prevalere su qualsiasi criterio di economicità e di mercato. Basta però essere consapevoli che così l’economia semplicemente non funziona, le aziende fuggono all'estero e si cancellano posti di lavoro anziché crearli.
Ma c’è una causa profonda, culturale, per cui in Italia il legislatore e coloro che sono chiamati ad applicare le leggi aprono le porte a delle forme di vero e proprio collettivismo: c'è un gigantesco equivoco sul concetto di proprietà e una radicata e diffusa ignoranza economica. Un'impresa è di proprietà di chi ci mette i soldi. E' spiacevole rammentarlo ma è così. Si può tirare la corda quanto si vuole con i diritti sociali, finché poi si esagera e costui non ci mette più i soldi, chiude la baracca, i lavoratori sono a spasso e il paese si impoverisce. Questa realtà basilare ce la siamo dimenticata. Non riuscirà a liberare e rilanciare la nostra economica nessun governo, nessuna maggioranza politica, che non ne sia consapevole e che non sia disposta ad ingaggiare una dura battaglia ideologica, di piglio thatcheriano, su questi temi. Anche su questo il governo Monti, con il suo patetico compromesso sull’articolo 18, ha fallito.
Friday, March 30, 2012
La giornata: tregua Monti-partiti, ma nulla sarà come prima
Con una furba lettera al Corriere Monti ha chiuso la lite con i partiti, ma è solo una tregua. Nulla infatti sarà come prima. Ad aprire la nuova fase, la scelta del ddl come veicolo legislativo della riforma del lavoro. Un vistoso rallentamento, un segno di debolezza, per di più accompagnato dalle prime crepe all'interno dello stesso Cdm, con alcuni ministri a giocare di sponda con il Pd. Dal suo tour asiatico Monti ha provato a tirare le redini, ripetendo né più né meno i ragionamenti sui partiti che fa dal giorno dell'investitura. Solo che nel frattempo i partiti hanno cambiato atteggiamento e li recepiscono diversamente. Anche i filo-governativi Corriere e Repubblica stavolta hanno ripreso il premier per le sue esternazioni.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Nella sua lettera di pacificazione Monti sembra usare il tono sarcastico di chi sta in realtà negando le cose che afferma. Se l'Italia ha imboccato la via delle riforme, è merito dei partiti e della maturità del Paese. Dopo le elezioni del 2013 torneranno sì i politici, ma vedrete che il loro comportamento, si dice certo, «non sarà quello di prima». Le sue parole quindi sono state fraintese, anzi intendeva l'esatto opposto di come è stato interpretato in Italia: non attacco i partiti, al contrario cerco di spiegare agli investitori esteri che il merito della nuova fase è proprio dei partiti. Peccato che all'estero, non manca di segnalare con tono finto-addolorato, resta la «percezione errata» che il merito delle riforme sia dei tecnici, e che il «nuovo corso possa essere abbandonato quando, dopo le elezioni, torneranno i politici». Sottinteso: mica vorrete accreditare questa "errata" percezione!
Nonostante la sensazione di presa per i fondelli, i partiti accolgono la tregua, ma è Casini che mette i puntini sulle "i": se il governo è riuscito a fare quello che ha fatto, «lo deve alla politica e non allo Spirito Santo. Siamo noi che lo sosteniamo». Insomma, l'aria è cambiata, la luna di miele è finita, e con essa probabilmente anche la spinta riformatrice del governo. Anche perché a suggellare la nuova fase sono arrivate le raccomandazioni del capo dello Stato, il quale predica concordia e coesione, sostiene Monti nella sua agenda di riforme, ma allo stesso tempo fa capire che d'ora in poi sarà più stringente il suo controllo sul ricorso a decreti e fiducie. Se quindi Monti avverte che all'estero c'è attesa, ci si chiede con quali tempi il Parlamento approverà la riforma, e se la sua portata riformatrice resterà integra o verrà diluita, Bersani ostenta ottimismo sull'articolo 18 «alla tedesca».
Anzi, secondo un retroscena - forse un po' troppo ottimistico - di Repubblica, sono già allo studio dei ministri Fornero e Severino le opportune correzioni per accontentare il Pd: o limitando il nuovo art. 18 ai nuovi assunti, o rafforzando la tutela giudiziale (ricorso automatico al giudice in tutti i casi). In soccorso di Monti, ma finendo probabilmente per accendere ancor di più gli animi nel Pd camussiano, arrivano Marchionne («la riforma va fatta, non c'è alternativa»), Bombassei («Confindustria deve sostenere la riforma del governo») e Montezemolo («sosteniamo con convinzione la riforma Fornero»).
Non resta che rendersi conto dall'articolato che il governo presenterà in Parlamento se la riforma arriva già morta.
Monday, February 27, 2012
I primi 100 di Monti, un successo di immagine
Anche su Notapolitica
A 100 giorni dal suo insediamento il bilancio dell'attività del governo Monti è positivo, se come metro di giudizio prendiamo l'operato dei governi precedenti. Del tutto insufficiente, invece, rispetto ai profondi cambiamenti di cui necessitano con urgenza la nostra finanza pubblica e il nostro modello economico e sociale. Promosso a pieni voti il premier nella capacità di mettere la sua autorevolezza personale al servizio del Paese, nel rappresentare cioè, agli occhi dei partner europei e non, delle istituzioni comunitarie e finanziarie, ben al di là di quanto dimostrino i fatti, l'immagine di un Paese impegnato nel risanamento e nelle riforme strutturali. E' bastato il netto scarto con la caduta verticale di credibilità e l'immobilismo dell'ultimo Berlusconi, e persino con la palese inadeguatezza nell'affrontare la crisi di leader europei del calibro di Merkel e Sarkozy, a decretare il successo di immagine di Monti, anche presso gli italiani, che stanno sopportando misure impopolari rassicurati se non altro nel vedere un governo che dà l'idea del "fare", di essere al timone del Paese. Particolarmente calzante il giudizio di Sergio Marchionne, nell'intervista di venerdì scorso al Corriere. Ricordando come a Washington abbia ricevuto «un'accoglienza straordinaria» e riscosso un «successo incredibile», l'ad di Fiat osserva che Monti «ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando». L'idea, appunto, anche se poco altro al momento.
Va dato atto al premier di aver usato un intelligente mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico. La sua moral suasion si è concentrata soprattutto sugli operatori della City e di Wall Street (nonché sui media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali), per convincerli a tornare a comprare i nostri titoli di Stato. Le cronache riferiscono che la serietà e la sobrietà del nuovo premier hanno fatto breccia, sono molto apprezzate, ma anche che gli investitori aspettano più fatti concreti rispetto a quanto portato a casa nei primi 100 giorni di governo: articolo 18, tagli alla spesa, privatizzazioni e meno tasse.
In soli tre mesi il governo Monti può vantare una seria riforma delle pensioni, che praticamente avvia ad esaurimento quelle di anzianità; il ritorno della tassazione sulla prima casa; il divieto di doppi incarichi nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni concorrenti; la decisione di separare Snam rete gas da Eni, anche se i criteri devono ancora essere fissati e la procedura occuperà quasi tutto il 2013; l'impegno, da verificare nei prossimi mesi, ad aprire il mercato dei servizi pubblici locali; un'ambiziosa riforma della spesa militare. Giudizio controverso sulla lenzuolata di liberalizzazioni: alcune troppo timide, altre rimandate, altre ancora finte e contraddette da colpi di dirigismo.
Il cosiddetto dl "semplificazioni fiscali", varato venerdì scorso, non sembra volto a semplificare la vita ai cittadini nei loro adempimenti tributari, quanto piuttosto a semplificare allo Stato gli strumenti per tartassarli. Micro-interventi di manutenzione, alcuni dei quali mitigano qualche aspetto troppo punitivo e irragionevole persino per l'amministrazione, ma siamo ancora lontani da qualcosa che appaia come un nuovo approccio nel rapporto tra Fisco e contribuenti, nulla che possa risparmiare a imprese e partite Iva qualcuno dei 36 giorni lavorativi l'anno che ad oggi sono costrette a dedicare alla burocrazia fiscale. Anzi, lo Stato torna a chiedere loro la trasmissione una volta l'anno dell'elenco clienti e fornitori, senza tralasciare la minima prestazione. Saltato, invece, il fondo dove far confluire i proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in vista di una loro molto parziale (al massimo la metà) restituzione ai contribuenti "onesti" sotto forma di detrazioni fiscali, "una tantum" e nel 2014, cioè nella prossima legislatura, sempre a condizione di pareggio di bilancio. Un sussulto di serietà che evita la farsa di una promessa scritta sull'acqua solo per farci credere che la lotta all'evasione serva a pagare meno tasse e non a coprire sempre nuovi buchi di bilancio. Anche perché, nonostante tutti gli aumenti di imposte, il fabbisogno della pubblica amministrazione per il 2012 straborderebbe dalle previsioni di circa 20 miliardi.
Molta della propria credibilità il governo se la gioca sul mercato del lavoro: punterà su una riforma incisiva anche senza accordo con le parti sociali, togliendo il freno dell'articolo 18 e ammodernando gli ammortizzatori sociali per favorire una più rapida ristrutturazione delle imprese, o accetterà un compromesso al ribasso per non rompere con i sindacati e non mettere in difficoltà il Pd?
E' soprattutto nelle politiche di finanza pubblica però che il governo Monti delude, esprimendo un'eccessiva continuità con i governi del passato. L'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 viene conseguito a suon di tasse anziché di tagli alla spesa. Quel tipo di austerità che nell'intervista di giovedì scorso al Wall Street Journal il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito «cattiva». C'è modo e modo, ha spiegato, di consolidare i bilanci pubblici. Un «buon» consolidamento di bilancio è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri anche alzando le tasse», ed è «più facile da fare che tagliare la spesa corrente».
In Italia la pressione fiscale, al netto del sommerso, e l'intermediazione dello Stato, quindi della politica, nell'economia superano abbondantemente il 50% del Pil. Eppure, con la complicità dei mainstream media, il governo Monti è riuscito ad additare negli italiani, nella loro propensione ad evadere le tasse, e non nella spesa, il vero problema di finanza pubblica. Di tagli alla spesa nemmeno si parla più, se si escludono le sforbiciate, sacrosante ma un po' demagogiche, agli stipendi dei parlamentari e dei top manager pubblici. E sarebbe comico se la spending review in cui sono impegnati Giarda e Vieri Ceriani partorisse tagli, come si legge, per 5-10 miliardi di euro, lo 0,3-0,5% del Pil, mentre ne servirebbero almeno nell'ordine di 5-6 punti di Pil e nel Regno Unito il governo lavora ad una riduzione della spesa di 80 miliardi di sterline in 4 anni.
Se Monti può «salvare l'Europa», come sostiene il settimanale Time, la nostra è ancora l'economia «più pericolosa del mondo» e non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. A far calare in modo sensibile lo spread in questi tre mesi è stata soprattutto l'azione incisiva della Bce di Mario Draghi, che ha inondato di liquidità le banche, e in misura minore hanno aiutato i progressi compiuti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e il nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Fattori esterni, dunque, e il successo di immagine di Monti, più che riforme strutturali.
A 100 giorni dal suo insediamento il bilancio dell'attività del governo Monti è positivo, se come metro di giudizio prendiamo l'operato dei governi precedenti. Del tutto insufficiente, invece, rispetto ai profondi cambiamenti di cui necessitano con urgenza la nostra finanza pubblica e il nostro modello economico e sociale. Promosso a pieni voti il premier nella capacità di mettere la sua autorevolezza personale al servizio del Paese, nel rappresentare cioè, agli occhi dei partner europei e non, delle istituzioni comunitarie e finanziarie, ben al di là di quanto dimostrino i fatti, l'immagine di un Paese impegnato nel risanamento e nelle riforme strutturali. E' bastato il netto scarto con la caduta verticale di credibilità e l'immobilismo dell'ultimo Berlusconi, e persino con la palese inadeguatezza nell'affrontare la crisi di leader europei del calibro di Merkel e Sarkozy, a decretare il successo di immagine di Monti, anche presso gli italiani, che stanno sopportando misure impopolari rassicurati se non altro nel vedere un governo che dà l'idea del "fare", di essere al timone del Paese. Particolarmente calzante il giudizio di Sergio Marchionne, nell'intervista di venerdì scorso al Corriere. Ricordando come a Washington abbia ricevuto «un'accoglienza straordinaria» e riscosso un «successo incredibile», l'ad di Fiat osserva che Monti «ha dato al mondo l'idea di un Paese che sta svoltando». L'idea, appunto, anche se poco altro al momento.
Va dato atto al premier di aver usato un intelligente mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico. La sua moral suasion si è concentrata soprattutto sugli operatori della City e di Wall Street (nonché sui media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali), per convincerli a tornare a comprare i nostri titoli di Stato. Le cronache riferiscono che la serietà e la sobrietà del nuovo premier hanno fatto breccia, sono molto apprezzate, ma anche che gli investitori aspettano più fatti concreti rispetto a quanto portato a casa nei primi 100 giorni di governo: articolo 18, tagli alla spesa, privatizzazioni e meno tasse.
In soli tre mesi il governo Monti può vantare una seria riforma delle pensioni, che praticamente avvia ad esaurimento quelle di anzianità; il ritorno della tassazione sulla prima casa; il divieto di doppi incarichi nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni concorrenti; la decisione di separare Snam rete gas da Eni, anche se i criteri devono ancora essere fissati e la procedura occuperà quasi tutto il 2013; l'impegno, da verificare nei prossimi mesi, ad aprire il mercato dei servizi pubblici locali; un'ambiziosa riforma della spesa militare. Giudizio controverso sulla lenzuolata di liberalizzazioni: alcune troppo timide, altre rimandate, altre ancora finte e contraddette da colpi di dirigismo.
Il cosiddetto dl "semplificazioni fiscali", varato venerdì scorso, non sembra volto a semplificare la vita ai cittadini nei loro adempimenti tributari, quanto piuttosto a semplificare allo Stato gli strumenti per tartassarli. Micro-interventi di manutenzione, alcuni dei quali mitigano qualche aspetto troppo punitivo e irragionevole persino per l'amministrazione, ma siamo ancora lontani da qualcosa che appaia come un nuovo approccio nel rapporto tra Fisco e contribuenti, nulla che possa risparmiare a imprese e partite Iva qualcuno dei 36 giorni lavorativi l'anno che ad oggi sono costrette a dedicare alla burocrazia fiscale. Anzi, lo Stato torna a chiedere loro la trasmissione una volta l'anno dell'elenco clienti e fornitori, senza tralasciare la minima prestazione. Saltato, invece, il fondo dove far confluire i proventi della lotta all'evasione 2012-2013 in vista di una loro molto parziale (al massimo la metà) restituzione ai contribuenti "onesti" sotto forma di detrazioni fiscali, "una tantum" e nel 2014, cioè nella prossima legislatura, sempre a condizione di pareggio di bilancio. Un sussulto di serietà che evita la farsa di una promessa scritta sull'acqua solo per farci credere che la lotta all'evasione serva a pagare meno tasse e non a coprire sempre nuovi buchi di bilancio. Anche perché, nonostante tutti gli aumenti di imposte, il fabbisogno della pubblica amministrazione per il 2012 straborderebbe dalle previsioni di circa 20 miliardi.
Molta della propria credibilità il governo se la gioca sul mercato del lavoro: punterà su una riforma incisiva anche senza accordo con le parti sociali, togliendo il freno dell'articolo 18 e ammodernando gli ammortizzatori sociali per favorire una più rapida ristrutturazione delle imprese, o accetterà un compromesso al ribasso per non rompere con i sindacati e non mettere in difficoltà il Pd?
E' soprattutto nelle politiche di finanza pubblica però che il governo Monti delude, esprimendo un'eccessiva continuità con i governi del passato. L'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013 viene conseguito a suon di tasse anziché di tagli alla spesa. Quel tipo di austerità che nell'intervista di giovedì scorso al Wall Street Journal il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi ha definito «cattiva». C'è modo e modo, ha spiegato, di consolidare i bilanci pubblici. Un «buon» consolidamento di bilancio è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri anche alzando le tasse», ed è «più facile da fare che tagliare la spesa corrente».
In Italia la pressione fiscale, al netto del sommerso, e l'intermediazione dello Stato, quindi della politica, nell'economia superano abbondantemente il 50% del Pil. Eppure, con la complicità dei mainstream media, il governo Monti è riuscito ad additare negli italiani, nella loro propensione ad evadere le tasse, e non nella spesa, il vero problema di finanza pubblica. Di tagli alla spesa nemmeno si parla più, se si escludono le sforbiciate, sacrosante ma un po' demagogiche, agli stipendi dei parlamentari e dei top manager pubblici. E sarebbe comico se la spending review in cui sono impegnati Giarda e Vieri Ceriani partorisse tagli, come si legge, per 5-10 miliardi di euro, lo 0,3-0,5% del Pil, mentre ne servirebbero almeno nell'ordine di 5-6 punti di Pil e nel Regno Unito il governo lavora ad una riduzione della spesa di 80 miliardi di sterline in 4 anni.
Se Monti può «salvare l'Europa», come sostiene il settimanale Time, la nostra è ancora l'economia «più pericolosa del mondo» e non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. A far calare in modo sensibile lo spread in questi tre mesi è stata soprattutto l'azione incisiva della Bce di Mario Draghi, che ha inondato di liquidità le banche, e in misura minore hanno aiutato i progressi compiuti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e il nuovo pacchetto di aiuti concesso alla Grecia. Fattori esterni, dunque, e il successo di immagine di Monti, più che riforme strutturali.
Monday, October 03, 2011
Marchionne smaschera Confindustria
Con la lettera di oggi, in cui annuncia l'uscita della Fiat da Confindustria, Marchionne di fatto cestina il manifesto presentato venerdì scorso dalla Marcegaglia, che pur contenendo tante proposte condivisibili, rischia soltanto di fungere da cavallo di troia per la patrimoniale.
A prescindere dal giudizio che si può avere della Fiat del passato come azienda assistita, oggi bisogna guardare a Marchionne come ad un vero innovatore, che mostra di non temere il conflitto anche radicale con le forze della conservazione, mentre gli industriali italiani e la loro associazione tendono storicamente ad evitarlo accontentandosi dei dividendi della "pax corporativa". Le sue potrebbero essere le parole e le considerazioni di un qualsiasi manager di una qualsiasi multinazionale straniera che vorrebbe investire in Italia ma teme che il suo investimento non sia economicamente sostenibile. Ecco perché dovremmo dargli ascolto. Non solo per mantenere in Italia gli investimenti Fiat, ma perché quella via potrebbe portarne molti altri.
E agli occhi dell'ad di Fiat Confindustria non fa gli interessi della sua azienda nel momento in cui da una parte elabora manifesti politici (anche in molta parte condivisibili), ma dall'altra si prepara a sabotare nei fatti, con l'accordo del 21 settembre, l'accordo interconfederale del 28 giugno scorso e le norme contenute nell'articolo 8 - quelle sì tra le poche della manovra finanziaria di agosto davvero in linea con quanto richiesto dalla Bce - che prevedono «importanti strumenti di flessibilità» e sanciscono la validità delle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Norme che di conseguenza permetterebbero «a tutte le imprese italiane di affrontare la competizione internazionale in condizioni meno sfavorevoli rispetto a quelle dei concorrenti». Insomma, Confindustria predica bene ma razzola male, mostrandosi in questo non diversa dalle altre forze politiche e sociali del nostro Paese, al dunque più interessata a mantenere le proprie quote di potere corporativo, senza quindi scegliere fino in fondo le logiche della contrattazione decentrata e un quadro di certezze nei rapporti sindacali.
Tre giorni dopo il manifesto riformatore di Emma, l'uscita della Fiat di Marchionne mostra il vero volto di Confindustria.
A prescindere dal giudizio che si può avere della Fiat del passato come azienda assistita, oggi bisogna guardare a Marchionne come ad un vero innovatore, che mostra di non temere il conflitto anche radicale con le forze della conservazione, mentre gli industriali italiani e la loro associazione tendono storicamente ad evitarlo accontentandosi dei dividendi della "pax corporativa". Le sue potrebbero essere le parole e le considerazioni di un qualsiasi manager di una qualsiasi multinazionale straniera che vorrebbe investire in Italia ma teme che il suo investimento non sia economicamente sostenibile. Ecco perché dovremmo dargli ascolto. Non solo per mantenere in Italia gli investimenti Fiat, ma perché quella via potrebbe portarne molti altri.
E agli occhi dell'ad di Fiat Confindustria non fa gli interessi della sua azienda nel momento in cui da una parte elabora manifesti politici (anche in molta parte condivisibili), ma dall'altra si prepara a sabotare nei fatti, con l'accordo del 21 settembre, l'accordo interconfederale del 28 giugno scorso e le norme contenute nell'articolo 8 - quelle sì tra le poche della manovra finanziaria di agosto davvero in linea con quanto richiesto dalla Bce - che prevedono «importanti strumenti di flessibilità» e sanciscono la validità delle intese già raggiunte per Pomigliano, Mirafiori e Grugliasco. Norme che di conseguenza permetterebbero «a tutte le imprese italiane di affrontare la competizione internazionale in condizioni meno sfavorevoli rispetto a quelle dei concorrenti». Insomma, Confindustria predica bene ma razzola male, mostrandosi in questo non diversa dalle altre forze politiche e sociali del nostro Paese, al dunque più interessata a mantenere le proprie quote di potere corporativo, senza quindi scegliere fino in fondo le logiche della contrattazione decentrata e un quadro di certezze nei rapporti sindacali.
Tre giorni dopo il manifesto riformatore di Emma, l'uscita della Fiat di Marchionne mostra il vero volto di Confindustria.
Wednesday, January 12, 2011
Quando il silenzio è d'oro
Berlusconi si schiera per l'accordo di Mirafiori e subito parte l'attacco congiunto Camusso-Bersani. Ha ricordato una cosa ovvia, che solo un cieco non vedrebbe: cioè che senza quell'accordo non ci sarebbero per la Fiat i presupposti per l'investimento nella fabbrica, e quindi neanche i posti di lavoro. Mentre su altri fronti è stato - ed è - deprecabile l'immobilismo del governo, al contrario di molti giudico positivamente che la più importante riforma nelle relazioni industriali da decenni stia avendo luogo tramite un accordo tra le parti, e il coinvolgimento dei lavoratori, mentre il governo, e più in generale la politica, restano sullo sfondo, relegati al ruolo di spettatori. E' uno di quegli ambiti della vita economica di un Paese dove un passo indietro della politica - non importa se consapevole e meditato o per debolezza - non può che far del bene, facilitando le cose sia alla Fiat (e alle altre aziende) che ai sindacati.
E' ovvio infatti che il governo non può non essere a favore dell'accordo, vitale per la competitività della nostra economia, ma essersi tenuto fuori dalle trattative, aver evitato i logori riti della "concertazione", ha permesso alle parti - o alla maggior parte di esse - di assumere un atteggiamento più costruttivo, di concentrarsi sugli aspetti concreti del problema, che altrimenti avrebbe corso il rischio, come in passato, di essere risucchiato in un vortice di logiche politiche più o meno incomprensibili che avrebbero portato molto lontano dalla soluzione. In queste ore, dopo che il premier ha rotto il silenzio, abbiamo avuto un assaggio di ciò che sarebbe potuto accadere se il governo avesse giocato un ruolo da protagonista nella vicenda.
Meglio così, dunque, meglio che sia rimasto in disparte, quasi mostrando disinteresse e pur suscitando critiche per la sua assenza. Tanto non avrebbe potuto fare di meglio di quanto stanno già facendo le parti interessate, almeno le più responsabili. Anzi, un suo intervento avrebbe potuto solo incancrenire la situazione.
La riforma Gelmini e gli accordi che Fiat sta perseguendo nelle sue fabbriche come condizioni sine qua non per investire in Italia sono due ottime cartine di tornasole della cifra riformista del Pd. E come volevasi dimostrare il Pd non ha superato il test. La forte opposizione alla Gelmini e la confusione, l'imbarazzo, quando non un mal celato fastidio nei confronti di Marchionne e un appiattimento sulle posizioni della Cgil, gettano la maschera di un partito profondamente conservatore, ancorato ad un'idea vecchia del lavoro e trincerato in difesa dell'indifendibile in campo economico-sociale. Un'arretratezza rispetto alla quale resta ancora preferibile l'immobilismo tremontiano.
E' ovvio infatti che il governo non può non essere a favore dell'accordo, vitale per la competitività della nostra economia, ma essersi tenuto fuori dalle trattative, aver evitato i logori riti della "concertazione", ha permesso alle parti - o alla maggior parte di esse - di assumere un atteggiamento più costruttivo, di concentrarsi sugli aspetti concreti del problema, che altrimenti avrebbe corso il rischio, come in passato, di essere risucchiato in un vortice di logiche politiche più o meno incomprensibili che avrebbero portato molto lontano dalla soluzione. In queste ore, dopo che il premier ha rotto il silenzio, abbiamo avuto un assaggio di ciò che sarebbe potuto accadere se il governo avesse giocato un ruolo da protagonista nella vicenda.
Meglio così, dunque, meglio che sia rimasto in disparte, quasi mostrando disinteresse e pur suscitando critiche per la sua assenza. Tanto non avrebbe potuto fare di meglio di quanto stanno già facendo le parti interessate, almeno le più responsabili. Anzi, un suo intervento avrebbe potuto solo incancrenire la situazione.
La riforma Gelmini e gli accordi che Fiat sta perseguendo nelle sue fabbriche come condizioni sine qua non per investire in Italia sono due ottime cartine di tornasole della cifra riformista del Pd. E come volevasi dimostrare il Pd non ha superato il test. La forte opposizione alla Gelmini e la confusione, l'imbarazzo, quando non un mal celato fastidio nei confronti di Marchionne e un appiattimento sulle posizioni della Cgil, gettano la maschera di un partito profondamente conservatore, ancorato ad un'idea vecchia del lavoro e trincerato in difesa dell'indifendibile in campo economico-sociale. Un'arretratezza rispetto alla quale resta ancora preferibile l'immobilismo tremontiano.
Monday, October 25, 2010
A carte sempre più scoperte/4
A Fini ormai manca solo l'orecchino alla Vendola
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Le fibrillazioni di questi giorni dimostrano, per quanti ancora ne dubitassero, chi lavora alla destabilizzazione. Anzi, chi ormai non può farne a meno. Il ruolo di Fli come "terza gamba" della coalizione è stato di fatto accettato (come si vede, una grave minaccia per l'esistenza stessa del Pdl, dal momento che ora chiunque si chiede se non convenga trattare da fuori la propria "lealtà" al governo); la campagna stampa nei confronti di Fini è se non del tutto cessata, di molto attenuata, proprio come chiedevano i finiani come condizione per intavolare un dialogo; sulla giustizia si sta procedendo con un confronto e non con diktat, di fatto un "patto di consultazione". Insomma, incondizionato riconoscimento della componente finiana, ma proprio nel momento in cui i cosiddetti "pontieri" lavorano per rafforzare la tregua nella maggioranza, ecco che Fini butta benzina sul fuoco con vecchie e nuove provocazioni. Quanti chiedevano a Berlusconi di accettare il suo ruolo dialettico e di arrivare a un compromesso per il prosieguo della legislatura sono stati accontentati, ma emerge sempre con maggiore chiarezza che a Fini non interessa trovare un modus vivendi nella maggioranza, che non si accontenterà di alcun punto d'equilibrio.
Non tanto i suoi, ma è lui a non potersi permettere una normalizzazione. E' costretto a rilanciare in continuazione, a trovare spunti sempre più polemici di logoramento: per mantenersi al centro del dibattito politico; per continuare a far credere alle opposizioni di poter far cadere Berlusconi (assicurando al contempo la propria disponibilità a un governo tecnico per evitare elezioni immediate, e persino ad un'alleanza elettorale di emergenza «a prescindere dalla provenienza politica»); e per controbilanciare, almeno a parole, gli atti concreti di sostegno al governo cui sono tenuti i suoi gruppi in Parlamento. Non solo, dunque, Fini torna a parlare di governo tecnico (insieme a D'Alema), proprio nel momento in cui nessuno più nella maggioranza parla di elezioni e in cui il governo sta cercando di rilanciare la propria azione (federalismo, giustizia, riforma fiscale). Ora dà l'impressione di volersi rimangiare anche l'impegno sul Lodo Alfano. Nessun impegno verrà onorato con lealtà, l'obiettivo di Fini è sì il prosieguo della legislatura, ma nel logoramento continuo del governo, passando da un veto all'altro. E se la corda si spezza, l'importante è che non si voti subito.
Solo pochi giorni fa i finiani si erano impegnati a votare il lodo nella versione votata in Commissione Affari costituzionali del Senato (e a Mirabello Fini aveva inequivocabilmente assicurato il sostegno di Fli al lodo costituzionale). Impegno che sembra ora messo in forse dalla nuova condizione posta da Fini, che nulla ha a che vedere con l'obiezione - condivisibile nel merito, anche se inopportuna nel metodo - del capo dello Stato. Proprio perché il lodo si riferisce alla carica e non alla persona che la ricopre in quel momento, dev'essere garantita la sua reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.
E a mio avviso le ultime dichiarazioni "vendoliane" di Fini sulle rendite finanziarie e su Marchionne sgombrano il campo da ogni dubbio (per chi ne avesse ancora) sulla pura strumentalità delle posizioni di merito che di volta in volta assume. Può vestire con estrema disinvoltura i panni (poco credibili) del liberista e del riformatore, come quelli post-bertinottiani dei tassatori delle "rendite" (leggi risparmi). Qualsiasi occasione e posizione è buona, l'importante è il "controcanto" a Berlusconi e al governo. Paradossale (e patetica) la replica a Marchionne: è vero che «è stato per grandissimo tempo il contribuente italiano, lo Stato, a impedire alla Fiat di affondare», ma il tentativo dell'ad oggi è proprio quello di emanciparsi da tale aiuto, di riuscire a farla sopravvivere in Italia senza sussidi statali. Ma questo è possibile solo aumentando la produttività degli stabilimenti e spronando forze politiche e parti sociali ad assumere decisioni volte ad accrescere la competitività complessiva del sistema (non solo il costo del lavoro, ma anche infrastrutture e giustizia civile all'altezza, burocrazia e tasse più leggere, che competono strettamente alla politica). Ma non capire che lo sforzo di Marchionne, anche in chiave critica nei confronti della politica, è proprio questo, vuol dire o non avere la più vaga idea di quanto sta accadendo, o fare della demagogia in malafede.
Thursday, August 26, 2010
L'amarezza di Marchionne per un'Italia che non vuole cambiare
C'è un misto di amarezza e rassegnazione nelle parole pronunciate da Marchionne al Meeting Cl di Rimini, consapevole che l'Italia è un Paese che ha «paura di cambiare», o meglio, che ha quell'atteggiamento provinciale di chi «non ha voglia» neanche di essere infastidito dal mondo che lo circonda, e «molto spesso - ha avvertito l'ad di Fiat mostrando tutto il suo rammarico - sono queste le ragioni del declino economico e sociale di un Paese». La retorica del cambiamento è trionfante, riempie la bocca di tutti, ma «l'elogio del cambiamento si ferma sulla soglia di casa, va bene finché non ci riguarda». Se nemmeno il presidente della Repubblica, che dovrebbe rappresentare il maggior livello di consapevolezza che sa esprimere un Paese, si mostra in grado di comprendere i fenomeni economici e sociali che ha sotto gli occhi, allora c'è davvero poca speranza che a prevalere non sia una cultura anti-impresa e anti-lavoro.
Comprensibilmente quindi Marchionne ha sentito il dovere di difendere, insieme alla «serietà» del progetto Fiat, anche «le ragioni» degli unici che hanno raccolto questa sfida, Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana». Il resto della politica è capace al massimo di dividersi in tifoserie contrapposte, ma rimane alla finestra. Il governo non prende posizione (dov'è Sacconi?), non realizza, né annuncia le riforme di cui il sistema avrebbe bisogno (il caso di Melfi e la sentenza dei giudici del lavoro fornivano l'ennesima occasione per giustificare un intervento sullo Statuto dei lavoratori). Il solo Tremonti, ieri, ammoniva, con evidente riferimento all'accordo di Pomigliano e alla vicenda della Fiat di Melfi, che «se vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti, ma di perdere la fabbrica ideale che va a produrre da un altra parte». Mentre il Pd getta le sue poche maschere "riformiste" e si rivela per quello che è, una delle sinistre più retrive che abbiamo in Europa.
Marchionne è stato giustamente molto severo: ci si deve rendere conto che non è conveniente per nessuno investire in Italia (è «l'unica area del mondo in cui il gruppo Fiat è in perdita»), perché da noi vige un sistema anacronistico e insostenibile che impedisce alle imprese di essere competitive, in un mondo che cambia con estrema rapidità e che richiede tempi di risposta altrettanto veloci per tentare di tenere il passo. Se Fiat lo fa, rinunciando a «vantaggi sicuri in altri Paesi», è solo perché ha le sue «radici» in Italia, ma chiede, implora, agli italiani di «riconoscere la necessità di cambiare e aggiornare il sistema in modo che garantisca alla Fiat di poter competere», perché «la cosa peggiore di un sistema industriale incapace di competere è che sono i lavoratori a pagarne le conseguenze». E chiede il minimo sindacale per un'impresa, cioè che si rispetti il basilare diritto di proprietà, cioè almeno la «garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in modo affidabile, continuo e normale».
E' ciò che non è garantito a Melfi, e probabilmente neanche in altre parti del Paese, se durante uno sciopero a cui aderiscono poche decine di operai su 1750 si tollera che tre di essi blocchino le macchine impedendo agli altri di lavorare e alla fabbrica di produrre. «La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat - ricorda Marchionne - ha compreso e apprezzato» l'impegno dell'azienda, l'accordo di Pomigliano è stato approvato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori, eppure in pochi riescono a sovvertire la volontà dei più: «Non è onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti... E' inammissibile difendere e tollerare illeciti arrivati fino al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell'azienda e non è giusto nei confronti di altri lavoratori... Dignità e diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Eppure la magistratura che fa? Riconoscendo i diritti di quei tre, di fatto li nega a tutti gli altri. Altro che «fondata sul lavoro», l'Italia è una Repubblica fondata sulla sopraffazione e il sabotaggio.
Comprensibilmente quindi Marchionne ha sentito il dovere di difendere, insieme alla «serietà» del progetto Fiat, anche «le ragioni» degli unici che hanno raccolto questa sfida, Bonanni e Angeletti, i segretari di Cisl e Uil, «che ci stanno accompagnando in questo processo di rifondazione dell'industria dell'auto italiana». Il resto della politica è capace al massimo di dividersi in tifoserie contrapposte, ma rimane alla finestra. Il governo non prende posizione (dov'è Sacconi?), non realizza, né annuncia le riforme di cui il sistema avrebbe bisogno (il caso di Melfi e la sentenza dei giudici del lavoro fornivano l'ennesima occasione per giustificare un intervento sullo Statuto dei lavoratori). Il solo Tremonti, ieri, ammoniva, con evidente riferimento all'accordo di Pomigliano e alla vicenda della Fiat di Melfi, che «se vuoi i diritti perfetti nella fabbrica ideale, rischi di conservare i diritti perfetti, ma di perdere la fabbrica ideale che va a produrre da un altra parte». Mentre il Pd getta le sue poche maschere "riformiste" e si rivela per quello che è, una delle sinistre più retrive che abbiamo in Europa.
Marchionne è stato giustamente molto severo: ci si deve rendere conto che non è conveniente per nessuno investire in Italia (è «l'unica area del mondo in cui il gruppo Fiat è in perdita»), perché da noi vige un sistema anacronistico e insostenibile che impedisce alle imprese di essere competitive, in un mondo che cambia con estrema rapidità e che richiede tempi di risposta altrettanto veloci per tentare di tenere il passo. Se Fiat lo fa, rinunciando a «vantaggi sicuri in altri Paesi», è solo perché ha le sue «radici» in Italia, ma chiede, implora, agli italiani di «riconoscere la necessità di cambiare e aggiornare il sistema in modo che garantisca alla Fiat di poter competere», perché «la cosa peggiore di un sistema industriale incapace di competere è che sono i lavoratori a pagarne le conseguenze». E chiede il minimo sindacale per un'impresa, cioè che si rispetti il basilare diritto di proprietà, cioè almeno la «garanzia di poter gestire i nostri stabilimenti in modo affidabile, continuo e normale».
E' ciò che non è garantito a Melfi, e probabilmente neanche in altre parti del Paese, se durante uno sciopero a cui aderiscono poche decine di operai su 1750 si tollera che tre di essi blocchino le macchine impedendo agli altri di lavorare e alla fabbrica di produrre. «La maggior parte delle persone che lavorano in Fiat - ricorda Marchionne - ha compreso e apprezzato» l'impegno dell'azienda, l'accordo di Pomigliano è stato approvato dalla maggioranza dei sindacati e dei lavoratori, eppure in pochi riescono a sovvertire la volontà dei più: «Non è onesto usare i diritti di pochi per piegare i diritti di molti... E' inammissibile difendere e tollerare illeciti arrivati fino al sabotaggio. Non è giusto nei confronti dell'azienda e non è giusto nei confronti di altri lavoratori... Dignità e diritti non possono essere patrimonio esclusivo di tre persone. Sono valori che vanno difesi e riconosciuti a tutti». Eppure la magistratura che fa? Riconoscendo i diritti di quei tre, di fatto li nega a tutti gli altri. Altro che «fondata sul lavoro», l'Italia è una Repubblica fondata sulla sopraffazione e il sabotaggio.
Wednesday, August 25, 2010
Cadono la maschere "riformiste"
Sulla vicenda Fiat-Fiom la politica continua a restare alla finestra. Al massimo sa andare in curva, si divide tra chi tifa per la Fiom e chi per la Fiat, ma quanto a interventi legislativi volti a riformare la contrattazione e lo statuto dei lavoratori per modernizzare i rapporti di lavoro dando ossigeno alla nostra economia, nulla si muove e nessuno si esprime. Il superamento di vecchie logiche e di vecchi contratti è lasciato alle buone intenzioni e agli sforzi, inevitabilmente insufficienti, delle singole parti. Che per lo più stanno agendo in modo responsabile (come Confindustria, Cisl, Uil e Fiat), ma non manca chi, come Cgil e Fiom, prosegue nelle sue battaglie ideologiche sulla pelle dei lavoratori, quelli veri, potendo avvalersi di una sintonia politica con la quasi totalità dei magistrati del lavoro.
Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.
E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.
Il presidente Napolitano ha perso un'altra buona occasione per tacere. Offrendo un'improvvida sponda agli operai della Fiat di Melfi licenziati e reintegrati (in teoria, dovrebbe essere rispettata la sentenza del giudice, dal momento che la Fiat, consentendo loro l'attività sindacale in azienda, ha rimosso il comportamento giudicato antisindacale), mostra di non aver capito nulla di cosa ci sia in gioco: sulla base dell'accordo di Pomigliano l'azienda e i sindacati stanno trattando per il ritorno in Italia di produzioni delocalizzate. Ma se si tollera che durante uno sciopero a cui aderiscono in poche decine su 1.750, tre operai blocchino la produzione non permettendo agli altri di lavorare, se cioè si tollera che lavoratori e sindacati del tutto minoritari possano sabotare accordi e produzione, allora Fiat potrebbe decidere di andarsene a produrre all'estero. E se persino Fiat non rimane in Italia, perché dovrebbero rimanervi, o arrivarvi, imprese straniere? Il messaggio che questa vicenda sta mandando al mondo intero è: non investite in Italia. E ci rimettiamo tutti, signor presidente, dando l'impressione di un Paese in cui prevale una cultura anti-impresa.
E quando la battaglia si fa dura, quando si arriva al dunque delle questioni, non c'è più spazio per "terzismi" e riformismi da salotti televisivi. E così Ichino e Treu gettano la maschera di "riformisti", criticando Fiat. La Chiesa parla addirittura di «errore etico» e «diritti della persona negati», mentre tutta l'ipocrisia e l'imbarazzo del Pd nell'appello di Bersani all'azienda, e non alla Fiom, la prima a ricorrere alle carte bollate. Il ministro Matteoli è stato il primo del governo a pronunciarsi, e malamente come spesso gli capita, mentre la Gelmini e Capezzone sono stati finora gli unici a schierarsi senza se e senza ma con Marchionne. E a mostrare una certa insofferenza per l'intervento di Napolitano è il segretario della Uil Angeletti, che fa notare - e questo la dovrebbe dire lunga - che non c'è alcuno sciopero in corso a Melfi. Insomma, la Fiom e i tre reintegrati sono del tutto isolati anche tra i lavoratori e i sindacati.
Tuesday, August 24, 2010
Le spallate di Marchionne rischiano di non bastare
La politica è assente, persa nei teatrini di Palazzo
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
«O si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l'illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l'auto italiana nella competizione mondiale».Non è un puntiglio, è al contrario una partita «globale», di interesse nazionale, spiega anche il Sole 24 Ore:
«E' possibile per una multinazionale che vuol produrre "anche" nel nostro Paese farlo secondo le regole mondiali che reggono l'"automotive", o deve rassegnarsi a farlo "all"italiana"? Se i casi individuali o di gruppi minuscoli, arroccati nel diritto del lavoro italiano, così unico perfino nel già peculiare panorama europeo, rendono sconveniente investire da noi, per quanti blog fioriscano, per quanti cortei rispolverino slogan antichi e per quante grandi firme incanutite invochino l'ebbrezza di una lontana giovinezza, non creeremo neppure un posto di lavoro in più. Alla fine Barozzino, Lamorte e Pignatelli troveranno una loro garanzia, ma i tanti disoccupati di cui non conosciamo il nome e i tanti precari che non hanno la foto con polo Sata e i tanti operai che sperano di continuare a lavorare, saranno a rischio... il segnale di sconfitta passerà sui Blackberry degli investitori ovunque e l'Italia perderà ulteriore ranking nelle loro scelte. Perché investire nelle fabbriche di un paese dove bastano un blog, una sentenza e tanta falsa coscienza a fermare la produzione? Se il mondo non crederà al nostro mercato, malgrado gli sforzi di tutti nelle aziende italiane... ci svuoteremo inesorabilmente: e chi, allora, tutelerà il diritto al lavoro, che la Costituzione sancisce, ma che solo investimenti veri creano?».«In Italia - fa notare Giannino - nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l'occupazione, i 14 dollari l'ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l'anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano».
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
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