Anche su L'Opinione e su Notapolitica
E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.
Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.
Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».
Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.
Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.
Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.
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Friday, March 01, 2013
Wednesday, February 20, 2013
Il crollo di Monti, primo ad arrendersi a Grillo
Anche su Notapolitica e L'Opinione
E' la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è il primo, stamattina, ad arrendersi a Grillo, che ieri sera tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello.
Secondo le ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013.
Insomma, stamattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd. Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A quattro giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella.
La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare».
Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.
UPDATE ore 23:00
Le 12 ore di disastro comunicativo per Monti, forse fatali, si sono concluse emblematicamente in serata con un vero e proprio colpo di grazia: la plateale smentita - via Twitter - da parte del portavoce della Merkel, della supposizione di Monti secondo cui la cancelliera non gradirebbe il Pd al governo.
E' la giornata delle dimissioni di Giannino dalla guida di Fare per Fermare il Declino (ora basta accanimento, dietro di lui c'è un movimento anti-tasse che pecca solo di grillismo e snobismo), ma potrebbe passare alla storia di questa breve ma fastidiosa campagna elettorale come la giornata del tracollo di Monti, che con il passare delle ore ha inanellato una serie tale di passi falsi e dichiarazioni contraddittorie da far pensare ad un disturbo da personalità multipla. Un vero e proprio crollo comunicativo (e probabilmente anche psicologico). Monti è il primo, stamattina, ad arrendersi a Grillo, che ieri sera tuonava da Piazza Duomo, a Milano, all'indirizzo dei partiti: "Arrendetevi! Siete circondati!". La logica della resa si percepiva, in realtà, già da pochi giorni dopo la sua "salita" in campo: il premier uscente non è mai apparso convinto di correre per arrivare primo. Le continue allusioni alla possibilità, ritenuta addirittura auspicabile, di un'intesa post-voto con Bersani. I tentativi persino di dettarne le condizioni, ovviamente rispedite al mittente. Poi gli inviti alla desistenza a favore di Ambrosoli da parte dei suoi candidati in Lombardia. E si sa: chi corre per un buon piazzamento di solito non ottiene nemmeno quello.
Secondo le ultime corse clandestine, i cui esiti ci giungono da parecchi ippodromi, sarebbero ormai a rischio i tempi necessari a qualificarsi per la Manche de la Chambre e, di conseguenza, anche quelli per qualificarsi alle singole corse regionali per la Manche de le Senat, la più importante. Addirittura, i "sacchi" di Ipson de la Boccon potrebbero non essere sufficienti a Bien Comun per aggiudicarsi il Gran Prix nazionale del 2013.
Insomma, stamattina Monti tesseva le lodi, ai limiti dell'endorsement, di Bersani: «Credo che possa governare molto bene», «ha le qualità necessarie» per fare il premier, ma va «comprovato». Avete mai sentito un candidato dire di voler "testare" come premier un suo avversario? No? Già, perché le lodi di Monti suonano come una resa al fatto di dover mendicare un ministero nella futura coalizione di governo con il Pd. Tutti i suoi ragionamenti muovono in direzione della prospettiva di una «grande coalizione», più volte evocata. A quattro giorni dal voto, quindi, Monti non sembra un candidato alla premiership, ma ben che gli va ad una "ministership" nel governo Bersani. Effetto stampella.
La resa incondizionata, poi, la consegna simbolicamente nelle mani di Grillo, blandendo il comico genovese e i suoi elettori (come da qualche giorno stanno facendo tutti - da Giannino a Bersani - tranne uno: Berlusconi). Difficile governare con Grillo, ma «potrebbe essere un ministro tecnico» (dal momento che non è candidato né alla Camera né al Senato), riesce a dire. E confessa di avere «lo stesso senso di sgomento rispetto alla politica e la stessa rabbia» del comico. Eggià, chi non lo vede? E comunque è a suo giudizio «fondamentale non snobbare» gli elettori di Grillo, senza i quali «è difficile governare».
Nel pomeriggio Monti riprende a sbarellare di brutto: prima accusa Berlusconi di usare «illegalmente» i sondaggi, solo perché dice che secondo lui il "centrino" rischia di non raggiungere le soglie di sbarramento (il bello, e il brutto, di questa legge è che vieta di pubblicare sondaggi ufficiali ma non di fare supposizioni); poi rivela che la «Merkel non vuole il Pd al governo» e infine la chicca: «Se gli italiani votano ancora Berlusconi il problema non è lui, ma gli italiani». A questo punto, visti anche i tempi preoccupanti dai diversi ippodromi, Fan Idole dovrebbe mandare qualcuno dei suoi esperti di gara ad aiutare Ipson de la Boccon, che rischia di rimanere al palo.
UPDATE ore 23:00
Le 12 ore di disastro comunicativo per Monti, forse fatali, si sono concluse emblematicamente in serata con un vero e proprio colpo di grazia: la plateale smentita - via Twitter - da parte del portavoce della Merkel, della supposizione di Monti secondo cui la cancelliera non gradirebbe il Pd al governo.
Thursday, February 07, 2013
Che vuol fare Giannino da grande?
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?
E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.
Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.
Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.
E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.
Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?
Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?
Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?
Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?
E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.
Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.
Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.
E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.
Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?
Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?
Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?
Tuesday, February 05, 2013
C'è una Corte che chiede meno Stato
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Nulla di nuovo. Sono anni che le valutazioni della Corte dei conti si ripetono uguali a se stesse, in ogni occasione pubblica o nelle audizioni davanti alle commissioni parlamentari. Ma al presidente Luigi Giampaolino e ai suoi collaboratori va comunque riconosciuta la puntualità e la nitidezza dell'analisi, a prescindere dal colore politico, o tecnico, dei governi che si succedono. E quindi, esattamente come anni fa gli allarmi e i suggerimenti della Corte si scontravano con l'operato in direzione opposta dei governi Prodi-Padoa Schioppa prima, e Berlusconi-Tremonti poi, oggi si scontrano anche con le politiche attuate dal governo Monti.
Sia pure restando all'interno dei suoi confini istituzionali, quello adottato dalla Corte nel giudicare l'andamento della finanza pubblica e dell'economia nazionale, e nell'affrontare i problemi che affliggono le amministrazioni pubbliche, è un approccio di natura liberale. Soprattutto, laddove si invita il legislatore a rivedere la spesa pubblica non solo in termini di contrasto agli sprechi e ai privilegi, quindi di una sua mera razionalizzazione, ma anche al fine di ridurre il perimetro dell'intervento pubblico; laddove si ammonisce che il fenomeno della corruzione, proprio perché sistemico, non può essere affrontato solo in termini penali; e laddove come fattori di crescita si indicano la riduzione della pressione fiscale e un programma di effettive dismissioni per abbattere lo stock del debito pubblico. Insomma, il “programma elettorale” che la Corte consegna alle istituzioni e all'opinione pubblica somiglia a quelli di Berlusconi e di Giannino, a prescindere da ogni valutazione circa la loro credibilità personale. Persino sull'idea di un condono fiscale, pur avvertendo che ha un «effetto patologico» se si traduce in una sanatoria, il procuratore generale Salvatore Nottola ha però riconosciuto che «ha le sue ragioni», «motivazioni intuitive e fondate», come «deflazionare il contenzioso e realizzare introiti in tempi rapidi».
Come più volte aveva avvertito, il presidente Giampaolino ricorda che l'emergenza finanziaria, con margini temporali troppo ristretti per agire sulla spesa pubblica, ha reso necessario «un ricorso ad aumenti del prelievo tributario, forzando una pressione fiscale già fuori linea nel confronto europeo e favorendo le condizioni per ulteriori effetti recessivi». Ne deriva «il pericolo di un avvitamento, connesso alla composizione, più che alle dimensioni, delle manovre correttive del disavanzo», troppo squilibrate sul lato delle maggiori entrate piuttosto che su quello delle minori spese. Troppe tasse, pochi tagli alla spesa. Giampaolino ricorda quindi di aver insistito sulla «necessità di puntare sui fattori in grado di favorire la crescita». Innanzitutto, «la riduzione della pressione fiscale che grava sulla "economia emersa", da finanziare con i maggiori proventi ottenuti dalla lotta all'evasione fiscale e dalla stessa "spending review", e una più equa distribuzione del carico fiscale». Inoltre, «l'effettiva realizzazione di un programma mirato di dismissioni del patrimonio immobiliare e mobiliare pubblico, al fine di conseguire un consistente abbattimento dello stock di debito». Due temi su cui il premier uscente Monti ha perseverato negli errori dei suoi predecessori.
Così come sul terzo tema: «La pur comprovata maggiore efficacia delle misure di contenimento della spesa pubblica non ha consentito, in presenza di un profilo di flessione del prodotto, la riduzione dell'incidenza delle spese totali sul Pil, che resta al di sopra dei livelli pre-crisi». La spesa pubblica, insomma, è stata efficacemente contenuta ma non ridotta. Per questo, il processo di revisione della spesa e di maggiore efficienza delle strutture amministrative è «da intendere - ribadisce Giampaolino - anche nel significato più impegnativo e complesso di ripensamento del perimetro dell'intervento pubblico e delle modalità di prestazione dei servizi pubblici in un contesto sociale e demografico profondamente mutato». Il che, tradotto, significa che la Corte suggerisce un ripensamento, con l'obiettivo di un arretramento, del ruolo dello Stato.
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Friday, January 25, 2013
La lezione politica del caso Mps
Decidetevi: "Il Pd fa il Pd e la Banca fa la Banca", come dice Bersani; oppure "noi abbiamo sostituito Mussari", come dice D'Alema? Il Pd non può negare di avere il controllo del Monte Paschi di Siena e allo stesso tempo intestarsi il merito di aver sostituito Mussari, sulle cui dismissioni tra l'altro sembra aver pesato molto di più il pressing della Banca d'Italia che non un improvviso ravvedimento del Pd senese. In realtà, tutti sanno che i vertici di Mps sono nominati dalla Fondazione Mps, i cui membri sono quasi tutti scelti dagli enti locali - Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana - da decenni amministrati dal Pd e dai suoi diretti antenati Ds e Pci.
Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.
Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.
Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.
Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?
Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.
Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.
Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
«In questi anni i regolatori e la politica hanno preferito banche meno capitalizzate, cioè con meno risorse per prestiti a imprese e famiglie, per non far diluire il controllo delle fondazioni. E' un tema politico eccome, per effetto di questa scelta l'economia italiana è ancor più asfittica. Le fondazioni devono cedere il controllo attraverso meccanismi di mercato, a maggior ragione per i denari che ci hanno perso e che le impossibilita alla loro vera funzione, il sostegno sociale e culturale ai territori».Una domanda quindi andrebbe posta ai candidati-premier, a parte Giannino che nel suo programma elettorale ha già dato risposta affermativa: "Vi impegnate a separare una volta per tutte le banche dalla politica superando il sistema delle fondazioni, per aprire il sistema bancario alla concorrenza?"
Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.
Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?
Friday, October 26, 2012
Socialismo cattolico in carrozza con Montezemolo
Il flirt tra Fermareildeclino e ItaliaFutura si conclude così: alle idee liberiste Montezemolo ha preferito la potenza organizzativa dell'associazionismo cattolico-solidarista, quello che chiamo socialismo cattolico; a Giannino ha preferito Bonanni, la Cisl, le Acli, insomma il mondo di Todi, che da mesi era alla ricerca di "mezzi" per un impegno politico diretto, che non fossero però i vecchi arnesi Pdl, Udc e Pd, né un nuovo partito cattolico.
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Friday, June 08, 2012
Il programma liberale c'è, ma le gambe "politiche"?
«Un programma per i prossimi 50 anni», è l'ambizioso sottotitolo di "Sudditi", il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni presentato mercoledì a Roma. Ma chissà che non ne nasca un programma di governo per i prossimi 5 anni, quelli della legislatura 2013-2018. Scritto a più mani e curato da Nicola Rossi, economista e presidente del think tank liberale, è una serie di saggi brevi con un unico comune denominatore: il rapporto tra Stato e cittadini.
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo del '94, che ci spera.
LEGGI TUTTO su Notapolitica
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo del '94, che ci spera.
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Friday, May 04, 2012
Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere
Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.
Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.
D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.
D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Thursday, April 12, 2012
La giornata: prosegue offensiva Pdl su lavoro e piovono consigli a Giarda
E' andata malino, ma non in modo disastroso, l'asta odierna dei nostri Btp triennali: i rendimenti sono saliti al 3,89%, rispetto al 2,76% dell'asta di marzo. Il viceministro Grilli ha spiegato che nonostante la domanda fosse buona il Tesoro non l'ha accolta tutta, perché si pretendevano tassi persino superiori, ritenuti però «non giusti». Piazza affari respira (+1,23%) e lo spread sui decennali si raffredda (361).
Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».
Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.
Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.
Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.
Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.
A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.
RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.
Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».
Nel suo bollettino mensile intanto la Bce spiega che sul debito sovrano di Italia e Spagna pesano i timori sulla crescita e l'occupazione e avverte che il «contesto radicalmente mutato» dei mercati finanziari mondiali impone ai Paesi dell'area euro di tagliare i debiti pubblici a livelli «decisamente inferiori al 60%» del Pil, il che per molti (Italia compresa, ovviamente) significherà «conseguire avanzi di bilancio primario pari o superiori al 4% del Pil».
Mi sa che Giarda e i tecnici dovranno abbandonare l'idea di preservare la «way of life» italiana della spesa pubblica. Ai «profeti» dei tagli alla spesa il sottosegretario aveva ironicamente chiesto indicazioni precise su dove tagliare, visto che lui sta facendo la spending review ma non vede nient'altro da tagliare. Ebbene, è stato più che accontentato.
Prima da Oscar Giannino, che indica sanità (20 miliardi in tre anni), massa salariale pubblica (35 miliardi in tre anni, senza buttare per strada nessuno) e trasferimenti alle imprese (25 miliardi). Totale: 80 miliardi, più di 5 punti di Pil in tre anni, e si mette a disposizione per una consulenza anche gratis. Poi da Bisin e De Nicola, che su la Repubblica suggeriscono di tagliare contributi alle imprese (14 miliardi), di vendere la Rai (3-4 miliardi) e asset pubblici (20 miliardi), e in più di risparmiare altri miliardi dall'accorpamento di scuole e tribunali, dall'attuazione dei costi standard nella sanità, dal taglio dei costi della politica e dallo sfoltimeno di organici pletorici. Il loro articolo ha il pregio di escludere, sia pure ironicamente, le riforme cosiddette liberiste, e di limitarsi a segnalare quei tagli alla spesa che «non cambiano l'impianto sociale del Paese», quindi senza rinunciare ai servizi garantiti (in qualche modo) dallo Stato tanto cari a Giarda e ai suoi compagni di governo. Infine, anche Michele Boldrin vuole togliere qualsiasi alibi a Giarda e a Monti: tagliare i costi della casta politico-burocratica (5-7 miliardi), gli stipendi pubblici riportandoli ai livelli del 1995 (0,8-0,9% del Pil); e i sussidi alle imprese (20 miliardi). Per un totale del 3% del Pil.
Insomma, grasso da tagliare ce n'è, cari Giarda e Monti, non avete scuse, men che mai quella dei pericolosi "liberisti" alle porte: quella che manca è la volontà politica.
Mentre il governo fa uno sforzo e ritira l'assurda tassa sugli sms (anche se al suo posto si profila un nuovo aumento sulla benzina) e tira fuori il numero degli esodati, per i quali ci sarebbe la benedetta «copertura finanziaria», Monti è costretto a riaprire, per l'ennesima volta, il capitolo riforma del lavoro. Ovviamente il premier è contrariato, irritato, ma se la deve far passare: è stato lui a dismettere il metodo di presentare ai partiti riforme prendere o lasciare. Oggi Alfano e la presidente uscente di Confindustria si sono incontrati per mettere a punto gli emendamenti al testo e Monti ha dovuto ricevere per un'oretta il segretario del Pdl. Ha ceduto alle richieste di Pd e Cgil sull'articolo 18? Alla fine dovrà cedere anche a quelle sulla flessibilità in entrata - tra l'altro sensate - dell'asse Pdl-Marcegaglia, che può ancora fare molto male all'immagine internazionale del governo e al cammino parlamentare della riforma e degli altri provvedimenti.
A Casini interessa poco il merito, lui è per il compromesso "a prescindere", mentre Bersani teme «manovre dilatorie». Il Pdl non cerca la crisi con Monti, ma il risultato politico. E sa che ci sono tutte le condizioni per ottenerlo, conseguendo un successo politico e parlamentare dal quale cominciare a riaccreditarsi agli occhi dei mercati e dei suoi elettori delusi.
RIFORME O NON RIFORME - Spaventati da un nuovo tsunami di antipolitica provocata dal terremoto in casa Lega i partiti sono corsi subito ai ripari, ma è la solita pezza: trasparenza sui bilanci, controlli, sanzioni. Ma ovviamente non tagliano il vero nodo: l'abolizione del finanziamento pubblico che si nasconde dietro i cosiddetti «rimborsi» elettorali. E inoltre si prendono tutto il tempo per far calmare le acque. Dichiarato inammissibile l'emendamento al dl fiscale (manifestamente estraneo alla materia), infatti, le misure sono affidate ad una normale pdl, a firma di ABC, che nelle intenzioni dei promotori dovrebbe seguire un iter accelerato, venendo assegnata alle commissioni affari costituzionali in sede legislativa (cioè senza passaggio in aula). Ma solo in teoria, visto che ci vuole l'unanimità per procedere in questo senso.
Pronto invece il ddl sulle riforme costituzionali, che contiene però una serie di improbabili procedure che rischiano di aumentare la confusione sistemica. Il presidente del Consiglio potrà chiedere (solo chiedere) al presidente della Repubblica la nomina e la revoca dei ministri; e chiedere (solo chiedere, per carità) lo scioglimento delle Camere, o di una Camera, quando queste gli neghino la fiducia, a meno che le Camere, entro 20 giorni, non approvino a maggioranza assoluta e in seduta comune una mozione di sfiducia costruttiva, in cui cioè si indica un nuovo premier. Verrebbe ridotto di un 20% il numero dei parlamentari - 508 deputati (da 630) e 254 senatori (da 315) - e introdotta la non meglio precisata nozione di «bicameralismo eventuale».
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Thursday, April 05, 2012
La giornata: l'addio di Bossi e la non riforma che smaschera il Bluff-Italia
La notiziona del giorno sono senz'altro le dimissioni di Bossi (al suo posto il triumvirato Maroni-Calderoli-Dal Lago), che chiudono un'era politica, anche se quella che si apre non è detto abbia le caratteristiche del nuovo che avanza. Evito di riportare particolari che troverete su siti molto più autorevoli, e mi limito a un interrogativo e ad una considerazione. Mi e vi chiedo: come mai, se i beneficiari della truffa e dell'appropriazione indebita contestate al tesoriere della Lega Belsito sono Bossi e i suoi figli, non risultano ancora indagati? Una curiosa anomalia. La riflessione - amara - è che in Italia funziona così il ricambio delle classi dirigenti: tutti hanno scheletri negli armadi; quando è ora di sbarazzarsene, basta passare le chiavi alla magistratura. Chi sarà stato in questo caso? Ovvio che i sospetti si concentrino su Maroni, ex ministro degli interni. Nel caso di Bossi, inoltre, si ha la triste impressione che dopo la malattia qualcuno (anche in famiglia) se ne sia approfittato, ma questo sarà il processo a stabilirlo. Di certo non mi unisco allo sport nazionale: Piazzale Loreto.
Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.
Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).
E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.
Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.
Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.
Oscurati dallo tsunami in casa Lega lo spread, che torna a salire a livelli angoscianti, e le polemiche sulla riforma del lavoro. Monti non ha mai detto che la crisi è finita, ma come lui stesso ha precisato ieri in conferenza stampa, che la crisi dell'Eurozona era superata. Ecco, anche questa affermazione è stata in poche ore smentita, ma dai fatti. E' la febbre spagnola stavolta a tirare su lo spread (fino a 400), portandosi dietro Italia (369) e Francia (113). Ma non è escluso che il cedimento del governo sulla riforma del lavoro abbia potuto già influire sui mercati. Rispetto ai giorni scorsi, infatti, il differenziale tra i nostri btp e i bonos spagnoli si è ridotto da 40 a 30 punti, con minimi di giornata di 26.
Reintegro solo in casi «molto estremi e improbabili», assicura il premier sull'articolo 18. Ma è sempre stato così, non era (e non è) questo il punto. Il problema è l'incertezza, l'aumento dei ricorsi, la discrezionalità dei giudici. E a pensarlo non sono solo liberisti "selvaggi" come l'Istituto Bruno Leoni («rende solo più oneroso il lavoro flessibile, senza ridurre i costi del lavoro a tempo indeterminato») e Oscar Giannino («resta tutto il giro di vite alla flessibilità in entrata, mentre il giudice con la sua piena discrezionalità domina in ogni forma di licenziamento»), ma anche Tito Boeri («con le ultime correzioni la riforma dà ancora più poteri ai giudici. Aumenterà l'incertezza») e Linkiesta («i ricorsi ricominceranno a moltiplicarsi. E tanti saluti alla certezza e celerità del diritto, di cui investitori e lavoratori davvero avrebbero bisogno»), così come Pietro Ichino, di nuovo sconfitto nel suo partito («colpisce che il Pd abbia accettato di sacrificare gli interessi di un milione e mezzo di outsiders "collaboratori" pur di recuperare un pezzetto della job property degli insiders subordinati regolari»).
E scopriamo oggi che il ddl contiene anche una nuova stangata fiscale per finanziare la riforma (oltre 20 miliardi di euro preventivati per il periodo 2014-2021): 2 euro in più di diritti d'imbarco sugli aerei; dieci punti in più di aliquota per i proprietari di casa che non aderiscono alla cedolare secca sugli affitti; stretta sulla deducibilità delle auto aziendali.
Altro che punto d'equilibrio... l'esultanza di Bersani e dei sindacati (Cgil compresa) la dice lunga su chi sia uscito vincitore. E non illudiamoci che stampa e investitori esteri non abbiano colto il sostanziale cedimento del governo Monti alle forze della conservazione sociale. Il Financial Times già parla di «appeasement» e offre la propria homepage (in mondovisione) allo sfogo di Emma Marcegaglia. Che non più presidente di Confindustria bastona Monti non solo sulla riforma del lavoro. «Very bad», è la sua bocciatura senz'appello sul FT: «Il testo è pessimo. Non è quello che abbiamo concordato», «non è la riforma di cui il Paese ha bisogno». Le nuove norme sono giudicate così negativamente da ritenere che «sarebbe meglio che non ci fossero». Se restano così, avverte, «non solo le imprese non creano nuova occupazione, ma non rinnovano i contratti precari in essere». Giudizio negativo anche sul resto dell'operato del governo tecnico: «L'inizio è stato positivo. Eravamo così vicini all'abisso...». Ma per il resto tanta delusione: per la portata effettiva delle riforme, come le liberalizzazioni, e «sul fronte dei tagli alla spesa pubblica non abbiamo visto nulla». Poteva dirle prima queste cose, quando ancora guidava Confindustria.
Una reazione che ha quanto meno indotto Alfano a battere un colpo («sosteniamo Monti ma su lavoro e fisco serve un cambio di passo») e a impegnare il Pdl ad apportare modifiche e miglioramenti al testo in Parlamento, anche se ormai gli spazi di manovra saranno ridotti al minimo.
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Thursday, January 05, 2012
Qualche domanda scomoda sull'operazione Cortina (fumogena)
Dopo Luca Ricolfi di stamattina - che si ribella al clima di caccia alle streghe che occulta il vero problema, il troppo Stato - arriva, dal suo blog, lo sfogo condivisibile di Oscar Giannino. L'operazione Cortina dell'Agenzia delle Entrate è stata un successo. Di sicuro mediatico, con meno certezza si può affermare però che lo sia stata anche nella lotta all'evasione fiscale.
Il comunicato ufficiale sui cosiddetti "risultati" dell'operazione infatti è furbetto e molto poco trasparente. E' certamente di grande impatto sapere che in presenza degli ispettori gli introiti degli esercizi commerciali raddoppiano o triplicano. Ma posto che non si può assicurare la presenza di un ispettore in ogni esercizio commerciale per 365 giorni l'anno, di per sé quei dati non provano nulla, non sono "risultati", semmai una utile base di informazioni da cui l'Agenzia delle Entrate può far partire la sua azione di contrasto. Vengono invece omessi (perché?) i veri risultati: quanti verbali per violazioni riscontrate sono stati redatti? Quanti accertamenti avviati? E ci diranno, tra qualche mese, con quali esiti? Tra l'altro, l'incrocio tra i bolidi e i redditi dichiarati dai rispettivi possessori si sarebbe potuto fare restando tranquillamente seduti nel proprio ufficio, facendo risparmiare i costi di trasferta all'amministrazione pubblica. E detto tra parentesi, un Suv medio, per esempio il Rav della Toyota, è perfettamente compatibile con un reddito di 30 mila euro se in famiglia ci sono due entrate, e non si può comunque escludere che si possa accumulare onestamente abbastanza capitale per poterselo permettere anche con quel reddito.
Più che un'operazione Cortina, dunque, quella dell'Agenzia delle Entrate appare un'operazione cortina fumogena, che si inserisce bene sia nella strategia delle burocrazie della riscossione di procedere a colpi di sicuro effetto mediatico contro ricchi e vip dello sport, dello spettacolo e della moda - vicende che spesso lontano dai riflettori si concludono con patteggiamenti patetici (per lo Stato) - sia nelle campagne di stampa volte a gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica, cui si offrono «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo» mentre il vero colpevole - lo Stato - si allontana indisturbato con il malloppo.
Il problema, parlo almeno per me, non è difendere i grandi evasori, evidentemente delinquenti che vanno puniti severamente, ma è comprendere e correggere strutturalmente il fenomeno. Ciò che rende l'evasione fiscale in Italia enorme non sono i grandi evasori, ma l'evasione e il nero diffusi, di massa, alimentati sia da una pressione fiscale che pone le attività economiche fuori mercato, sia dall'estrema complessità del sistema, che rende quasi impossibile essere perfettamente in regola. Molto laicamente occorre riconoscere che se non si prosciuga questo tipo di evasione, lo Stato non avrà né la forza né la volontà di perseguire i veri grandi evasori e debellare sostanzialmente il fenomeno. Infatti, è enormemente più vessatorio con i piccoli, che oppongono minore resistenza e hanno meno mezzi per difendersi. Il danno comunicativo di queste operazioni è che offrono sì uno sfogo all'opinione pubblica, ma non favoriscono la consapevolezza che il problema principale del nostro Paese è la bassa produttività cui ci condanna il troppo Stato.
Il comunicato ufficiale sui cosiddetti "risultati" dell'operazione infatti è furbetto e molto poco trasparente. E' certamente di grande impatto sapere che in presenza degli ispettori gli introiti degli esercizi commerciali raddoppiano o triplicano. Ma posto che non si può assicurare la presenza di un ispettore in ogni esercizio commerciale per 365 giorni l'anno, di per sé quei dati non provano nulla, non sono "risultati", semmai una utile base di informazioni da cui l'Agenzia delle Entrate può far partire la sua azione di contrasto. Vengono invece omessi (perché?) i veri risultati: quanti verbali per violazioni riscontrate sono stati redatti? Quanti accertamenti avviati? E ci diranno, tra qualche mese, con quali esiti? Tra l'altro, l'incrocio tra i bolidi e i redditi dichiarati dai rispettivi possessori si sarebbe potuto fare restando tranquillamente seduti nel proprio ufficio, facendo risparmiare i costi di trasferta all'amministrazione pubblica. E detto tra parentesi, un Suv medio, per esempio il Rav della Toyota, è perfettamente compatibile con un reddito di 30 mila euro se in famiglia ci sono due entrate, e non si può comunque escludere che si possa accumulare onestamente abbastanza capitale per poterselo permettere anche con quel reddito.
Più che un'operazione Cortina, dunque, quella dell'Agenzia delle Entrate appare un'operazione cortina fumogena, che si inserisce bene sia nella strategia delle burocrazie della riscossione di procedere a colpi di sicuro effetto mediatico contro ricchi e vip dello sport, dello spettacolo e della moda - vicende che spesso lontano dai riflettori si concludono con patteggiamenti patetici (per lo Stato) - sia nelle campagne di stampa volte a gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica, cui si offrono «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo» mentre il vero colpevole - lo Stato - si allontana indisturbato con il malloppo.
Il problema, parlo almeno per me, non è difendere i grandi evasori, evidentemente delinquenti che vanno puniti severamente, ma è comprendere e correggere strutturalmente il fenomeno. Ciò che rende l'evasione fiscale in Italia enorme non sono i grandi evasori, ma l'evasione e il nero diffusi, di massa, alimentati sia da una pressione fiscale che pone le attività economiche fuori mercato, sia dall'estrema complessità del sistema, che rende quasi impossibile essere perfettamente in regola. Molto laicamente occorre riconoscere che se non si prosciuga questo tipo di evasione, lo Stato non avrà né la forza né la volontà di perseguire i veri grandi evasori e debellare sostanzialmente il fenomeno. Infatti, è enormemente più vessatorio con i piccoli, che oppongono minore resistenza e hanno meno mezzi per difendersi. Il danno comunicativo di queste operazioni è che offrono sì uno sfogo all'opinione pubblica, ma non favoriscono la consapevolezza che il problema principale del nostro Paese è la bassa produttività cui ci condanna il troppo Stato.
Wednesday, November 02, 2011
Doppio scherzetto Grecia-Ue
Forse per una volta negli ultimi mesi è il caso, almeno per un giorno, di prendersela non con i ritardi, le incertezze e gli errori del nostro governo, ma con una decisione sciagurata, ai limiti del criminale, del governo greco, che ha dato davvero l'impressione di voler scaricare sui propri cittadini il peso di un no all'Europa e che ci condanna a settimane di incertezza che i mercati non sembrano in grado di tollerare. Ma anche con una decisione europea sui requisiti di capitale delle banche che rischia di determinare un credit crunch letale per la nostra economia (e non solo) e che potrebbe aver avuto sui mercati, sui titoli bancari, un effetto ancora peggiore dell'annuncio del referendum greco. Almeno per la terribile giornata di ieri sembra valida l'affermazione di Sergio Cesaratto, rilanciata ieri da Il Foglio: «Possiamo ben dire che è questa Europa che sta facendo esplodere il debito italiano e non viceversa». Sappiamo bene tutti, e su questo blog l'abbiamo ripetuto per anni, che noi italiani ci siamo inguaiati da soli e abbiamo cicaleggiato persino negli anni della crisi; che nella crisi globale del 2008 ce n'era, e ce n'è, una specificamente italiana che non abbiamo affrontato. Diciamo che siamo stati noi a minare le fondamenta di casa nostra, ma sono la Grecia e l'inadeguatezza della leadership Ue che stanno attivando il detonatore. Ieri si è visto in modo tangibile.Non ultimo, come denuncia Giannino in questo post, nella «sottovalutazione degli effetti sistemici sul canale credito-crescita ancora una volta sottintesi nelle decisioni sui requisiti di capitale delle banche europee». Decisioni a causa delle quali «le banche italiane saranno le più penalizzate di tutte, pur avendo meno eurocarta a rischio di quelle franco-tedesche». Dovranno tagliare gli impieghi verso imprese e famiglie e persino «disintermediare il debito pubblico italiano che detengono» (autolesionismo puro!). E così, a prescindere dalle riforme che è comunque urgente approvare, rischiano di mandarci al tappeto e di distruggere l'euro e loro stessi. Perché non è strangolando il debitore che si recuperano i crediti.
Ma il latte è versato, gli effetti positivi della lettera di intenti all'Ue sono svaniti, e occorre accelerare. Difficile orientarsi nell'"ibis redibis non morieris in bello" del politichese italiano, ma la nota di Napolitano, da molti letta come un ultimatum al governo, a me è suonata piuttosto come un ultimo assist a Berlusconi. Il quale deve solo spingere il pallone in porta e allora tra le parole del capo dello Stato risuonerà alto e forte il richiamo a quella «disponibilità a prendersi le responsabilità necessarie» che i «gruppi di opposizione» hanno manifestato al Colle nei colloqui di ieri. Altrimenti, ecco l'ultimatum, Napolitano ritiene «suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi» in altro modo della «nuova prospettiva di larga condivisione».
Per questo Berlusconi ha una sola strada percorribile: deve riuscire ad andare in Parlamento con un decreto che trascriva in legge la lettera della Bce. E su quello, nelle aule parlamentari, alla luce del sole, andare avanti o cadere, piuttosto che aspettare di farsi disarcionare da manovre di palazzo o di poteri più o meno forti. La crisi drammatica in cui siamo, il pressing dell'Europa, dei mercati e delle altre istituzioni internazionali, rappresentano anche un'opportunità formidabile per realizzare, e far capire al Paese, le riforme strutturali che tutti sappiamo essere necessarie e ora anche «improrogabili».
Thursday, September 08, 2011
Un Paese in-credibile
Stamattina nella trasmissione di Giannino su Radio24 ci si chiedeva se una "soluzione spagnola", cioè dimissioni del governo ed elezioni anticipate a novembre, non fosse aupicabile anche per l'Italia. In Spagna le dimissioni di Zapatero e il voto fissato a breve hanno accelerato l'approvazione delle riforme costituzionali e in una certa misura calmierato i mercati, che stanno concedendo una tregua a Madrid. Oscar Giannino ritiene che una simile soluzione possa produrre gli stessi benefici anche nel nostro Paese. A me pare, invece, che a prescindere dal giudizio su Berlusconi e sulle manovre, il paragone con la situazione politica spagnola non regga. Si può auspicare o meno che Berlusconi faccia un passo indietro, chiaro, ma difficilmente gli esiti sarebbero gli stessi dei cugini iberici.
In Spagna il sistema politico è molto più lineare e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei popolari di Rajoy. Da noi invece si tratterebbe di sicuro di un governo di coalizione, e l'opposizione è attualmente divisa, sulla leadership ma prima di tutto programmaticamente. E i principali partiti - Pd, Idv e Sel - erano in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.
L'amara realtà è che Berlusconi è sì debolissimo oggi, il consenso in calo drammatico, incalzato dalle inchieste giudiziarie e dalle autorità di controllo e di garanzia (Quirinale, Bce, Banca d'Italia), ma anche che fa comodo un po' a tutti che sia lui in questo momento a metterci la faccia. Anche perché è vero, come quasi tutti predicano, che si potrebbero assumere decisioni di governo più lungimiranti e strutturali, ma sarebbero comunque altamente impopolari. Una vera riforma delle pensioni scontenterebbe cinquanta e sessantenni, e se non difesa con gli argomenti giusti anche le fasce d'età più giovani, e vere liberalizzazioni avrebbero contro tutte le corporazioni del Paese. Per non parlare della patrimoniale, che per essere efficace non potrà certo essere riservata ai "ricchissimi".
Non scordiamoci che votare entro la fine dell'anno significherebbe per il Pd dover assumere la guida del nuovo governo e dunque il fardello di altre misure impopolari, forse più di quelle assunte fino ad oggi, quando nel 2013 potrebbe trovarsi a vincere le elezioni a pareggio di bilancio centrato ma coi sacrifici tutti imputabili al centrodestra.
Anche l'ipotesi di un governo tecnico che duri almeno fino alla prossima primavera è difficilmente percorribile, perché escludendo Lega e Idv, che si tirerebbero fuori per lucrare consenso elettorale, dovrebbero essere Pdl e Pd ad accordarsi per garantirgli la maggioranza. Il che per entrambi i partiti significherebbe assumersi la responsabilità di scelte forse più utili al Paese di quelle attuali ma comunque impopolari. Impopolarità che il Pdl sta già pagando sulla sua pelle, quindi non ha nessun interesse nel continuare a pagarla però perdendo Palazzo Chigi; e che il Pd non ha interesse a condividere, rischiando di compromettere il vantaggio acquisito sugli avversari. L'impressione, dunque, è che l'agonia berlusconiana possa durare almeno finché le acque non si saranno calmate, se si calmeranno.
Insomma, la "soluzione spagnola" potrebbe funzionare anche in Italia se il problema di credibilità fosse limitato al governo. Invece soffriamo di un deficit di credibilità che non solo va oltre il governo in carica, travalica persino il mondo politico, riguarda l'intero sistema Paese. Basta guardare i presidenti di regione e i sindaci in rivolta per i tagli; i sindacati in piazza; il primo quotidiano italiano, espressione dell'alta borghesia, che si fa ricattare dalla Camusso; le corporazioni capaci di bloccare qualsiasi virgola; gli stessi cittadini che votano per l'«acqua pubblica», cioè in mano ai partiti.
Ecco, a me pare che un governo di centrodestra che non riesce a fare riforme di centrodestra (meno Stato, quindi meno tasse, e più mercato) sia doppiamente non-credibile, e doppiamente deprimente, agli occhi dei mercati. I quali disperano pure che quelle riforme possa farle un governo di sinistra come quello che si prospetta.
Non bastano più manovre "contabili". Oggi finalmente il Cdm ha varato una riforma strutturale (l'abolizione delle province) e una di principio (il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio). Ora dipenderà dal Parlamento approvarle in tempi rapidi visto che tutti a parole si dichiarano favorevoli. Ma la natura stessa dei provvedimenti inseriti nelle due manovre dimostra che il governo non ha afferrato le tre lezioni fondamentali della crisi, di cui parla oggi Alesina sul Corriere: «Primo: aggiustamenti dal lato della spesa strutturale (cioè non tagli una tantum) sono gli unici che consentono una stabilizzazione e riduzioni durature del rapporto tra debito e Pil. Aumenti di imposte, invece, non fanno che rincorrere la spesa con i suoi incrementi automatici. Secondo: gli effetti recessivi di tagli alla spesa sono inferiori a quelli di aumenti di imposte. Terzo: le conseguenze negative sull'economia di riduzioni di spesa si possono contenere o persino evitare quasi del tutto con politiche strutturali di stimolo», come le liberalizzazioni.
Come filosofia di fondo le due manovre approvate vanno nella direzione esattamente opposta: più aumenti di entrate che tagli; nessuna vera riforma strutturale su voci di spesa come pensioni e sanità; privatizzazioni non pervenute; quasi impercettibili le riforme a costo zero per la crescita. E il guaio è che anche la stragrande maggioranza dell'opposizione - politica e sociale - alle manovre del governo è di segno opposto a quelle tre lezioni: no ai tagli (a rischio i servizi!); no all'articolo 8; sì alla patrimoniale; fare i vaghi sulle liberalizzazioni.
Trovo purtroppo altamente probabile la previsione di Alesina: chiunque sarà al governo (destra, sinistra o "tecnici") il prossimo passo sarà una patrimoniale, ma nel frattempo la spesa «continuerà a viaggiare sempre più verso la metà del Pil», la crescita si avvicinerà allo zero piuttosto che all'1%, e fra 4 o 5 anni, se va bene, «saremo da capo»: debito ben oltre il 100% del Pil, quindi un altro «contributo di solidarietà», un rinnovato impegno di «lotta all'evasione», un aumento di Iva o magari, perché no, una seconda patrimoniale. «E il ciclo ricomincia».
In Spagna il sistema politico è molto più lineare e questo di per sé trasmette ottimismo (relativamente parlando, s'intende) ai mercati: dopo Zapatero la prospettiva più probabile è quella di un governo monocolore dei popolari di Rajoy. Da noi invece si tratterebbe di sicuro di un governo di coalizione, e l'opposizione è attualmente divisa, sulla leadership ma prima di tutto programmaticamente. E i principali partiti - Pd, Idv e Sel - erano in piazza con la Cgil, la forza sociale più conservativa e antimercato del Paese. I mercati si sentirebbero tranquillizzati da questa prospettiva come si sono sentiti in parte per le dimissioni di Zapatero? C'è quanto meno da dubitarne.
L'amara realtà è che Berlusconi è sì debolissimo oggi, il consenso in calo drammatico, incalzato dalle inchieste giudiziarie e dalle autorità di controllo e di garanzia (Quirinale, Bce, Banca d'Italia), ma anche che fa comodo un po' a tutti che sia lui in questo momento a metterci la faccia. Anche perché è vero, come quasi tutti predicano, che si potrebbero assumere decisioni di governo più lungimiranti e strutturali, ma sarebbero comunque altamente impopolari. Una vera riforma delle pensioni scontenterebbe cinquanta e sessantenni, e se non difesa con gli argomenti giusti anche le fasce d'età più giovani, e vere liberalizzazioni avrebbero contro tutte le corporazioni del Paese. Per non parlare della patrimoniale, che per essere efficace non potrà certo essere riservata ai "ricchissimi".
Non scordiamoci che votare entro la fine dell'anno significherebbe per il Pd dover assumere la guida del nuovo governo e dunque il fardello di altre misure impopolari, forse più di quelle assunte fino ad oggi, quando nel 2013 potrebbe trovarsi a vincere le elezioni a pareggio di bilancio centrato ma coi sacrifici tutti imputabili al centrodestra.
Anche l'ipotesi di un governo tecnico che duri almeno fino alla prossima primavera è difficilmente percorribile, perché escludendo Lega e Idv, che si tirerebbero fuori per lucrare consenso elettorale, dovrebbero essere Pdl e Pd ad accordarsi per garantirgli la maggioranza. Il che per entrambi i partiti significherebbe assumersi la responsabilità di scelte forse più utili al Paese di quelle attuali ma comunque impopolari. Impopolarità che il Pdl sta già pagando sulla sua pelle, quindi non ha nessun interesse nel continuare a pagarla però perdendo Palazzo Chigi; e che il Pd non ha interesse a condividere, rischiando di compromettere il vantaggio acquisito sugli avversari. L'impressione, dunque, è che l'agonia berlusconiana possa durare almeno finché le acque non si saranno calmate, se si calmeranno.
Insomma, la "soluzione spagnola" potrebbe funzionare anche in Italia se il problema di credibilità fosse limitato al governo. Invece soffriamo di un deficit di credibilità che non solo va oltre il governo in carica, travalica persino il mondo politico, riguarda l'intero sistema Paese. Basta guardare i presidenti di regione e i sindaci in rivolta per i tagli; i sindacati in piazza; il primo quotidiano italiano, espressione dell'alta borghesia, che si fa ricattare dalla Camusso; le corporazioni capaci di bloccare qualsiasi virgola; gli stessi cittadini che votano per l'«acqua pubblica», cioè in mano ai partiti.
Ecco, a me pare che un governo di centrodestra che non riesce a fare riforme di centrodestra (meno Stato, quindi meno tasse, e più mercato) sia doppiamente non-credibile, e doppiamente deprimente, agli occhi dei mercati. I quali disperano pure che quelle riforme possa farle un governo di sinistra come quello che si prospetta.
Non bastano più manovre "contabili". Oggi finalmente il Cdm ha varato una riforma strutturale (l'abolizione delle province) e una di principio (il vincolo costituzionale al pareggio di bilancio). Ora dipenderà dal Parlamento approvarle in tempi rapidi visto che tutti a parole si dichiarano favorevoli. Ma la natura stessa dei provvedimenti inseriti nelle due manovre dimostra che il governo non ha afferrato le tre lezioni fondamentali della crisi, di cui parla oggi Alesina sul Corriere: «Primo: aggiustamenti dal lato della spesa strutturale (cioè non tagli una tantum) sono gli unici che consentono una stabilizzazione e riduzioni durature del rapporto tra debito e Pil. Aumenti di imposte, invece, non fanno che rincorrere la spesa con i suoi incrementi automatici. Secondo: gli effetti recessivi di tagli alla spesa sono inferiori a quelli di aumenti di imposte. Terzo: le conseguenze negative sull'economia di riduzioni di spesa si possono contenere o persino evitare quasi del tutto con politiche strutturali di stimolo», come le liberalizzazioni.
Come filosofia di fondo le due manovre approvate vanno nella direzione esattamente opposta: più aumenti di entrate che tagli; nessuna vera riforma strutturale su voci di spesa come pensioni e sanità; privatizzazioni non pervenute; quasi impercettibili le riforme a costo zero per la crescita. E il guaio è che anche la stragrande maggioranza dell'opposizione - politica e sociale - alle manovre del governo è di segno opposto a quelle tre lezioni: no ai tagli (a rischio i servizi!); no all'articolo 8; sì alla patrimoniale; fare i vaghi sulle liberalizzazioni.
Trovo purtroppo altamente probabile la previsione di Alesina: chiunque sarà al governo (destra, sinistra o "tecnici") il prossimo passo sarà una patrimoniale, ma nel frattempo la spesa «continuerà a viaggiare sempre più verso la metà del Pil», la crescita si avvicinerà allo zero piuttosto che all'1%, e fra 4 o 5 anni, se va bene, «saremo da capo»: debito ben oltre il 100% del Pil, quindi un altro «contributo di solidarietà», un rinnovato impegno di «lotta all'evasione», un aumento di Iva o magari, perché no, una seconda patrimoniale. «E il ciclo ricomincia».
Thursday, June 30, 2011
No, non ci siamo proprio
A poche ore dal varo della manovra in Consiglio dei ministri le anticipazioni e le voci che circolano sui giornali di oggi sono a dir poco deprimenti. Non solo rispetto alle nuove entrate i tagli strutturali previsti non sembrano assumere la forma necessaria di una vera e propria "aggressione" alla spesa pubblica e sono troppo diluiti nel tempo, non solo non s'intravedono all'orizzonte né una riduzione, sia pur minima, della pressione fiscale, né vere "frustate" liberalizzatrici, ma spuntano tasse e balzelli di ogni tipo che rivelano un approccio anti mercato col quale sarà difficile portarci oltre l'1% annuo di crescita. E senza crescita, è a rischio persino l'obiettivo minimo di questa manovra: il pareggio di bilancio nel 2014.
Al di là di alcune misure condivisibili, si prosegue con una logica da Prima Repubblica, cioè con una caccia grossa a coloro che hanno ancora qualche spicciolo da parte. Il saccheggio dei granai, insomma, mentre l'obiettivo dovrebbe essere quello di farli riempire i granai e di ampliare la platea di quanti producono ricchezza. Manca solo la rapina notte tempo sui conti corrente messa a segno da Amato nel '92, e poi siamo ad una manovra da Prima Repubblica. L'impressione che se ne ricava è che piuttosto che spendere meno, i politici se ne inventino una in più di Dracula per succhiare altro sangue. Una buona metà degli italiani si chiederanno a questo punto che cosa hanno votato a fare il centrodestra nel 2008. Di un centrodestra del genere l'Italia non ha bisogno, non ha alcun senso.
L'adeguamento dell'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini, a 65 anni, è una barzelletta: avverrà in modo graduale a partire dal 2020 concludendosi nel 2030! Si rinuncia ad una misura impopolare ma strutturale, per una altrettanto impopolare ma certo non virtuosa: il superbollo sui Suv e le auto di grossa cilindrata (quale la prossima "riforma strutturale", l'aumento delle imposte sulle sigarette?). Attenzione: avrebbe un qualche senso far pagare ai fumatori le spese sanitarie che lo Stato dovrà sostenere per curare le loro malattie, e ha un qualche senso "punire" questa mania dei Suv giganteschi, che nel contesto urbano delle nostre città sono una follia. E la reintroduzione del ticket sanitario avrà l'effetto di responsabilizzare un minimo i cittadini nel ricorso ad esami specialistici e al pronto soccorso. Ma è la mentalità che rivelano queste misure ad essere preoccupante: raccontano di un governo che anziché concentrarsi unicamente nel tagliare la spesa, cerca spasmodicamente nuove entrate.
Ci sono poi misure che rivelano un istinto anti mercato e che rischiano di avere un impatto persino depressivo sull'economia. Tassare le transazioni finanziarie e accanirsi sulla gestione delle attività finanziarie da parte delle banche è una roba "comunista". Punto. Si punisce chi decide di investire i propri risparmi (da una fonte di reddito già tassata) nel finanziamento di attività produttive, pur sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese di ottenere credito dalle banche e finanziamenti in Borsa. Tra l'altro, come ricorda Nicola Porro su Il Giornale, «se una banca o una società devono pagare un euro in più di imposte, è molto probabile che facciano di tutto per traslarle sul proprio cliente. Il quale, a sua volta, se è in grado, le fa pagare al suo di cliente. La sintesi finale è la regressività dell'imposta».
E' positiva la conferma della riforma del Patto di stabilità per i Comuni, per cui chi rispetta gli obiettivi di bilancio e ha soldi in avanzo potrà spendere, a differenza di quanto avviene oggi, così come è rassicurante l'allentamento delle "ganasce fiscali", con il raddoppio dei termini oltre i quali scattano i pignoramenti (da 120 a 240 giorni). Il Foglio si accontenta della liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura degli esercizi commerciali (ma solo nei comuni di interesse turistico e nelle città d’arte), ed è certamente un'ottima misura «sviluppista», ma il segno generale della manovra è a dir poco conservativo dell'esistente. Il pressing su Tremonti sembra non aver prodotto un sussulto di riforme liberali, sia sulla spesa che sulle tasse, bensì una diluizione nel tempo e un ammorbidimento (soprattutto, sembra, su previdenza e costi della politica) dei tagli. Ciascuno è impegnato a salvare dalla sforbiciata il proprio portafoglio ministeriale, non a offrire al Paese un approccio nuovo alla riduzione della spesa pubblica. Manca un ripensamento generale dello Stato e delle sue funzioni, mentre siamo di fronte ad una manutenzione, sia pure "responsabile" ma semplicemente ragionieristica dell'esistente. E non è detto che basti. Il giudizio sulla manovra lo daranno Moody's e le altre agenzie di rating, ma potrebbe essere senza appello.
Dove tagliare? I conti che fa Oscar Giannino sono impietosi nella loro semplicità. Basta avere la volontà politica di tagliare. Basta guardare i numeri e chiunque può comprendere all'istante come difendendo la spesa pubblica i politici difendono in realtà se stessi, mentre fanno credere ai cittadini di difendere i servizi - scadenti - che ricevono dallo Stato.
Al di là di alcune misure condivisibili, si prosegue con una logica da Prima Repubblica, cioè con una caccia grossa a coloro che hanno ancora qualche spicciolo da parte. Il saccheggio dei granai, insomma, mentre l'obiettivo dovrebbe essere quello di farli riempire i granai e di ampliare la platea di quanti producono ricchezza. Manca solo la rapina notte tempo sui conti corrente messa a segno da Amato nel '92, e poi siamo ad una manovra da Prima Repubblica. L'impressione che se ne ricava è che piuttosto che spendere meno, i politici se ne inventino una in più di Dracula per succhiare altro sangue. Una buona metà degli italiani si chiederanno a questo punto che cosa hanno votato a fare il centrodestra nel 2008. Di un centrodestra del genere l'Italia non ha bisogno, non ha alcun senso.
L'adeguamento dell'età di pensionamento delle donne a quella degli uomini, a 65 anni, è una barzelletta: avverrà in modo graduale a partire dal 2020 concludendosi nel 2030! Si rinuncia ad una misura impopolare ma strutturale, per una altrettanto impopolare ma certo non virtuosa: il superbollo sui Suv e le auto di grossa cilindrata (quale la prossima "riforma strutturale", l'aumento delle imposte sulle sigarette?). Attenzione: avrebbe un qualche senso far pagare ai fumatori le spese sanitarie che lo Stato dovrà sostenere per curare le loro malattie, e ha un qualche senso "punire" questa mania dei Suv giganteschi, che nel contesto urbano delle nostre città sono una follia. E la reintroduzione del ticket sanitario avrà l'effetto di responsabilizzare un minimo i cittadini nel ricorso ad esami specialistici e al pronto soccorso. Ma è la mentalità che rivelano queste misure ad essere preoccupante: raccontano di un governo che anziché concentrarsi unicamente nel tagliare la spesa, cerca spasmodicamente nuove entrate.
Ci sono poi misure che rivelano un istinto anti mercato e che rischiano di avere un impatto persino depressivo sull'economia. Tassare le transazioni finanziarie e accanirsi sulla gestione delle attività finanziarie da parte delle banche è una roba "comunista". Punto. Si punisce chi decide di investire i propri risparmi (da una fonte di reddito già tassata) nel finanziamento di attività produttive, pur sapendo della cronica difficoltà delle nostre imprese di ottenere credito dalle banche e finanziamenti in Borsa. Tra l'altro, come ricorda Nicola Porro su Il Giornale, «se una banca o una società devono pagare un euro in più di imposte, è molto probabile che facciano di tutto per traslarle sul proprio cliente. Il quale, a sua volta, se è in grado, le fa pagare al suo di cliente. La sintesi finale è la regressività dell'imposta».
E' positiva la conferma della riforma del Patto di stabilità per i Comuni, per cui chi rispetta gli obiettivi di bilancio e ha soldi in avanzo potrà spendere, a differenza di quanto avviene oggi, così come è rassicurante l'allentamento delle "ganasce fiscali", con il raddoppio dei termini oltre i quali scattano i pignoramenti (da 120 a 240 giorni). Il Foglio si accontenta della liberalizzazione degli orari e dei giorni di apertura degli esercizi commerciali (ma solo nei comuni di interesse turistico e nelle città d’arte), ed è certamente un'ottima misura «sviluppista», ma il segno generale della manovra è a dir poco conservativo dell'esistente. Il pressing su Tremonti sembra non aver prodotto un sussulto di riforme liberali, sia sulla spesa che sulle tasse, bensì una diluizione nel tempo e un ammorbidimento (soprattutto, sembra, su previdenza e costi della politica) dei tagli. Ciascuno è impegnato a salvare dalla sforbiciata il proprio portafoglio ministeriale, non a offrire al Paese un approccio nuovo alla riduzione della spesa pubblica. Manca un ripensamento generale dello Stato e delle sue funzioni, mentre siamo di fronte ad una manutenzione, sia pure "responsabile" ma semplicemente ragionieristica dell'esistente. E non è detto che basti. Il giudizio sulla manovra lo daranno Moody's e le altre agenzie di rating, ma potrebbe essere senza appello.
Dove tagliare? I conti che fa Oscar Giannino sono impietosi nella loro semplicità. Basta avere la volontà politica di tagliare. Basta guardare i numeri e chiunque può comprendere all'istante come difendendo la spesa pubblica i politici difendono in realtà se stessi, mentre fanno credere ai cittadini di difendere i servizi - scadenti - che ricevono dallo Stato.
Friday, November 12, 2010
Il partito della spesa (e del proporzionale) dietro la crisi
Non c'è analisi più lucida della situazione, e delle motivazioni della crisi, di quella di Oscar Giannino ieri sera a Porta a Porta. Qui il video, guardatelo tutto, ma vale la pena di riportare i passaggi cruciali:
«Per me quella tra Fini e Berlusconi oramai è una storia di incompatibilità personale... l'incompatibilità personale e il sottile calcolo che sia la giustizia a eliminare Berlusconi entro pochi mesi mi spiega quello che succede».Già, la certezza è che lo pagheremo tutto noi, e caro, il conto di questa crisi. Grazie Gianfranco: futuro in libertà per te; futuro indebitato per noi.
(...)
«Ma se l'effetto di tutto questo... è una situazione di caos che fa ripartire sui titoli del debito pubblico italiano, com'è assolutamente probabile, pressocché certo con quello che succede sui mercati... se si riaccende il sospetto sui titoli del debito pubblico italiano, qualunque soluzione politica, qualunque confusione, per cui nessuno è in grado di sapere che cosa succede, di sicuro porta a più oneri di interessi sul debito pubblico, più deficit pubblico, e questo significa, per quanto pesa la spesa pubblica in Italia, più disoccupati, meno crescita, meno roba per le imprese...»
(...)
«Quello che vedo io è che la voglia di far ripartire la spesa pubblica è la vera benzina di qualunque ipotesi che c'è oggi sul campo. Lo vediamo sulla legge di stabilità, sulle esercitazioni di voto in Parlamento per far capire al governo che deve andare a casa, lo vediamo nelle critiche a Giulio Tremonti... lo vedo persino nella nota del capo dello Stato, le cui parole "è ingiusto tagliare di tutto, bisogna fare delle scelte", da una parte è vero, potrebbero essere lette come "tagliamo di più da una parte e allochiamo meglio le risorse", ma dall'altra, con l'aria che c'è in politica, nel Parlamento, nella protesta da parte di tutte le opposizioni, significano più spesa pubblica».
(...)
«Noi eravamo impegnati in uno sforzo - che [rivolto ai finiani, ndr] vi ha visti condividere questo sforzo nel centrodestra - di fermare il deficit. Abbiamo avuto il deficit più basso insieme ai tedeschi. E' stato il merito, ciò che ha impedito all'Italia di essere sospettata sui mercati nella grande crisi. Adesso si dice "più spesa", "Tremonti sbaglia tutto", "a casa Tremonti", "a casa Berlusconi", ma l'effetto di tutto questo è buttare a mare quello che invece ha fatto, per la prima volta in decenni, fare una figura decorosa al nostro Paese, ma soprattutto [ha fatto] pagare di meno ai contribuenti e ai disoccupati».
(...)
«Se la politica dimentica che i mercati sono spietati e che in molti hanno interesse a che l'Italia riprenda a fare deficit e a pagare più debito pubblico, commette un errore grave, perché ciascun italiano se lo ricorderà quando presto o tardi si va a votare... E questo riguarda sia chi nel centrodestra dice "nessuna formula che ci ha visto accomunati di fronte agli elettori vale più" e sia chi, rispetto alla posizione che aveva di alleanze nel centrosinistra eccetera torna a dire "mani libere", perché poi quello che si vede è... "facciamo saltare il premio di maggioranza", perché tutti dicono "mani libere". Vogliamo tornare a un'Italia iperproporzionale? Più spesa pubblica, più deficit, più debito? Poveri contribuenti italiani».
Wednesday, September 22, 2010
La cacciata di Profumo. Quanto c'entra la politica?
Per la Repubblica, manco a dirlo, è tutto un complotto Berlusconi-Geronzi. Il primo otterrebbe una «vittoria politica» in vista delle elezioni che avrebbe programmato per il marzo 2011; il secondo una «vittoria finanziaria» in vista della «mossa che, nella sua testa, chiuderà il 'Risiko' dei Poteri Forti: la fusione Generali-Mediobanca», scrive Massimo Giannini. Giavazzi, sul Corriere, ma è in buona compagnia, se la prende invece con la Lega, per aver seguito la strada dei «vecchi democristiani», che «controllavano il territorio (e i voti) attraverso le Casse di risparmio e le municipalizzate» (perché, dove crede che siano quei «vecchi democristiani» ora?). Vero è, purtroppo, che i leghisti fanno di tutto per entrare nel sistema anziché scardinarlo, ma improvvisamente sembra che siano loro gli inventori delle fondazioni e i veri affossatori di Profumo in difesa degli interessi dei loro «feudi locali», mentre sono semmai nient'altro che gli ultimi arrivati al tavolo (e gli ultimi a spingere l'ad). Ma su chi si è seduto prima di loro, e per maggior tempo, a quel tavolo, silenzio. E mi riferisco alle fondazioni guidate da ex democristiani ed ex comunisti che la fanno da padrone in molte regioni italiane. Ovviamente questo sistema andrebbe smantellato, ma è comprensibile che, se quel tavolo resta, una forza politica altamente rappresentativa al nord voglia sedersi e contare anch'essa. Né deve sorprendere che le strategie di una grande banca internazionale interessino eccome la politica.
Può piacere o meno, ma i presunti interessi dei clienti, ammesso che si possano generalizzare e rappresentare, sono diversi da quelli degli azionisti, e a questi ultimi i top manager devono rendere conto. L'aumento della quota libica in Unicredit è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prim'ancora di addentrarsi in una disputa sui massimi sistemi, anche perché non è detto che il progetto di una grande banca multinazionale e "global" debba inevitabilmente passare sul cadavere di azionisti "local", fondamentalmente fondazioni e azionisti tedeschi l'hanno scaricato per gli scarsi utili e dividendi, per le ricapitalizzazioni e per una condotta autocratica. Non avendo sufficienti capitali per finanziare continuamente il tumultuoso sviluppo che era nei grandiosi disegni di Profumo, comprensibilmente gli azionisti temono di perdere quote di potere per effetto sia dell'ingresso, o dell'aumento di quote, di nuovi soci (vedi libici) sia di successive ricapitalizzazioni.
L'abbandono dell'internazionalizzazione e la chiusura in se stessa di Unicredit sarebbe un grave errore, ma non è detto che il progetto di "Banca Unica" debba passare per forza per un unico ad. Ed è un rischio sempre presente quello dei condizionamenti politici nella gestione. Ma in definitiva l'analisi più lucida ed equilibrata (direi indipendente) sull'intera vicenda mi sembra quella di Oscar Giannino, su Chicago-blog. Per Giannino la politica c'entra poco o niente con l'estromissione di Profumo:
«La sostanza - conclude Giannino - è che la caduta di Profumo con la politica non c'entra niente». Profumo paga una conduzione troppo «autoreferenziale», reo di «ignorare» gli azionisti, con «ricapitalizzazioni e tagli a utili e dividendi più dolorosi ai suoi azionisti che a quelli di altre banche italiane».
Può piacere o meno, ma i presunti interessi dei clienti, ammesso che si possano generalizzare e rappresentare, sono diversi da quelli degli azionisti, e a questi ultimi i top manager devono rendere conto. L'aumento della quota libica in Unicredit è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Prim'ancora di addentrarsi in una disputa sui massimi sistemi, anche perché non è detto che il progetto di una grande banca multinazionale e "global" debba inevitabilmente passare sul cadavere di azionisti "local", fondamentalmente fondazioni e azionisti tedeschi l'hanno scaricato per gli scarsi utili e dividendi, per le ricapitalizzazioni e per una condotta autocratica. Non avendo sufficienti capitali per finanziare continuamente il tumultuoso sviluppo che era nei grandiosi disegni di Profumo, comprensibilmente gli azionisti temono di perdere quote di potere per effetto sia dell'ingresso, o dell'aumento di quote, di nuovi soci (vedi libici) sia di successive ricapitalizzazioni.
L'abbandono dell'internazionalizzazione e la chiusura in se stessa di Unicredit sarebbe un grave errore, ma non è detto che il progetto di "Banca Unica" debba passare per forza per un unico ad. Ed è un rischio sempre presente quello dei condizionamenti politici nella gestione. Ma in definitiva l'analisi più lucida ed equilibrata (direi indipendente) sull'intera vicenda mi sembra quella di Oscar Giannino, su Chicago-blog. Per Giannino la politica c'entra poco o niente con l'estromissione di Profumo:
«Quando i dividendi agli azionisti scendono a meno della metà rispetto al difficile anno precedente e poi a un quarto o a un quinto degli anni precrisi come nella semestrale 2010 Unicredit, e si è dovuto pure mettere mano al portafoglio per miliardi in aumenti di capitale, lo spazio dei manager si restringe... La piena delega a Profumo si è rotta piano piano, nel corso degli ultimi due anni. E non solo per minori utili e dividendi, accantonamenti e rettifiche per miliardi ulteriori dopo aver rafforzato il capitale per oltre 6 miliardi. Le fondazioni non l'hanno mai voluto, un modello operativo accentrato sul capoazienda, con tre vice e sette proconsoli, come doveva essere l'Unicredit concepita da Profumo».Non la politica, dunque, che secondo Giannino «ha assistito da Roma preoccupata con Tremonti delle conseguenze sistemiche di una dipartirta senza successori pronti». «La pretesa influenza impropria della politica - scrive Giannino su Panorama Economy - è un'ombra cinese agitata con molta malizia e studiata abilità. In realtà, non è stata affatto la politica a mettere zampa nella caduta di Profumo». «Il teatrino politico italiano dirà che è stata la Lega ad entrare a gamba tesa» e, certo, ci sono le dichiarazioni di guerra del sindaco leghista di Verona, Flavio Tosi, ma «in realtà - fa notare Giannino - i leghisti dentro la Fondazione CariVerona ancora non sono formalmente neppure entrati, e Tosi è stato semplicemente astuto sui media a invocare più di tutti il ritorno in banca del potere ai territori». «Se non fosse così e fossimo stati in presenza (come sostiene la Repubblica) di uno spietato attacco per allineare la seconda banca italiana al naturalmente famigerato governo Berlusconi, non si capirebbe perché al contrario il ministro dell'Economia, Giulio Tremonti, abbia giocato fino all'ultimo nella vicenda assai più il ruolo del pompiere che quello del piromane».
«La sostanza - conclude Giannino - è che la caduta di Profumo con la politica non c'entra niente». Profumo paga una conduzione troppo «autoreferenziale», reo di «ignorare» gli azionisti, con «ricapitalizzazioni e tagli a utili e dividendi più dolorosi ai suoi azionisti che a quelli di altre banche italiane».
Tuesday, August 24, 2010
Le spallate di Marchionne rischiano di non bastare
La politica è assente, persa nei teatrini di Palazzo
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
Il braccio di ferro tra Fiat e Fiom a Melfi va inquadrato politicamente, non come un puntiglio del "padrone" contro lavoratori bizzosi. Lo fa lucidamente, su Il Messaggero di oggi, Oscar Giannino. L'attacco di Fiom e Cgil è all'«accordo interconfederale sul salario decentrato firmato da Confindustria nel febbraio 2009, inverato poi con l'accordo su Pomigliano, approvato a maggioranza dai lavoratori, e che ora l'azienda intende estendere al più presto in ciascun stabilimento nazionale». Ma c'è un modo ancora più laconico e significativo di porre i veri termini della questione:
«O si abbraccia ora e subito la via della nuova produttività e delle nuove relazioni industriali, oppure semplicemente il treno è perduto. I magistrati del lavoro a quel punto potranno anche reintegrare tutti i lavoratori che scambiano il legittimo diritto di sciopero con l'illegittimo procurato danno, ma non sarà questa via a difendere l'auto italiana nella competizione mondiale».Non è un puntiglio, è al contrario una partita «globale», di interesse nazionale, spiega anche il Sole 24 Ore:
«E' possibile per una multinazionale che vuol produrre "anche" nel nostro Paese farlo secondo le regole mondiali che reggono l'"automotive", o deve rassegnarsi a farlo "all"italiana"? Se i casi individuali o di gruppi minuscoli, arroccati nel diritto del lavoro italiano, così unico perfino nel già peculiare panorama europeo, rendono sconveniente investire da noi, per quanti blog fioriscano, per quanti cortei rispolverino slogan antichi e per quante grandi firme incanutite invochino l'ebbrezza di una lontana giovinezza, non creeremo neppure un posto di lavoro in più. Alla fine Barozzino, Lamorte e Pignatelli troveranno una loro garanzia, ma i tanti disoccupati di cui non conosciamo il nome e i tanti precari che non hanno la foto con polo Sata e i tanti operai che sperano di continuare a lavorare, saranno a rischio... il segnale di sconfitta passerà sui Blackberry degli investitori ovunque e l'Italia perderà ulteriore ranking nelle loro scelte. Perché investire nelle fabbriche di un paese dove bastano un blog, una sentenza e tanta falsa coscienza a fermare la produzione? Se il mondo non crederà al nostro mercato, malgrado gli sforzi di tutti nelle aziende italiane... ci svuoteremo inesorabilmente: e chi, allora, tutelerà il diritto al lavoro, che la Costituzione sancisce, ma che solo investimenti veri creano?».«In Italia - fa notare Giannino - nessuno ha chiesto di accettare, per difendere l'occupazione, i 14 dollari l'ora per i giovani che pure il sindacato americano ha accettato. Né tanto meno è stato chiesto di lavorare una settimana in più l'anno a parità di salario, come ottennero Volskwagen e Siemens e molte imprese tedesche alcuni anni fa, la svolta che le fa oggi così forti. A maggior ragione, è pura miopia autolesionista accusare di fascismo aziendale chi si è messo in condizione di contare di più nel mondo lavorando di più, ma anche pagando di più i lavoratori che lo accettano».
Tutto questo è in gioco a Melfi, a Pomigliano, e ovunque i sindacati più retrivi si oppongono al nuovo modello contrattuale. E vista la criticità del momento, non ha senso fare i "terzisti" come Ichino, che scivola sul "caso minore", gettando la maschera di "riformista", che non comprende che è proprio chiudendo un occhio su casi come questo che si mette a rischio l'intero "piano Marchionne". Ma anche il governo sbaglia perché, distratto dalla crisi interna alla maggioranza, si mostra colpevolmente assente. Alla sentenza dei pretori del lavoro, sabotatori della libertà d'impresa e del diritto di proprietà, e quindi dell'economia italiana, dovrebbe subito rispondere con l'abolizione dell'articolo 18 e la riforma dello Statuto dei lavoratori, e magari con l'annuncio di una riforma della contrattazione e dei rapporti industriali calata dall'alto. E invece no, ci sono solo le "spallate" di Marchionne, che questa battaglia contro un sistema decrepito e insostenibile se la deve combattere da solo (rischiando di perderla, per la Fiat e per tutti i produttori - imprese e lavoratori - e quindi per tutti noi). La politica - capace solo di sussidiare l'esistente, ma non di riformare - non accorrerà in suo aiuto (la destra per ignavia, la sinistra per le pastoie ideologiche in cui ancora è invischiata).
«Se la Fiat ha ragione, allora ha ragione fino in fondo. Se ha ragione fino in fondo, bisogna mettere in conto che ora è venuto il momento di dirlo senza infingimenti, perché il momento delle scelte è ora», scrive Giannino rivolgendosi a quelli come Ichino. «Dire per esempio che con ogni probabilità è assolutamente vero che i tre scioperanti il 7 luglio scorso hanno bloccato carrelli automatici che servivano a rifornire sulla linea chi non scioperava, e che ciò costituisce un comportamento illegittimo, dannoso alla libertà altrui e al patrimonio dell'azienda». A chi obietta che poteva chiudere un occhio per non esacerbare i rapporti e non mettere a rischio il suo piano, Marchionne risponde con il semplice buon senso che tutti sono in grado di capire: «Se faccio finta di niente una volta, poi non gestisco più niente».
Friday, June 18, 2010
Riflessi keynesiani
Qualche puntualizzazione in merito alle composte «elaborazioni» di Phastidio.net su questo mio post di ieri.
Mi si rimprovera di aver rappresentato una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia, mentre ad essere stato "macchiettizzato" casomai è il mio post. «Una manovra che tagli le spese riduce la domanda aggregata, punto». A parte il fatto che il «punto» si può mettere solo se le altre "domande" che compongono la domanda aggregata rimangono fisse, e infatti la stessa Bankitalia è stata per la verità molto cauta nel prevedere un possibile effetto recessivo della manovra («a condizioni invariate»), quel che conta ai fini di ciò che mi si contesta è che non ho affatto descritto la Banca d'Italia come un covo di keynesiani. Ho semplicemente scritto che quella specifica, per quanto cauta, previsione, riferita dal direttore centrale Salvatore Rossi in un'audizione al Senato, a mio avviso risente di un'impostazione keynesiana. Dunque, sembrerà un dettaglio, ma leggendo in modo obiettivo il mio post, senza andare alla ricerca di qualcosa da "macchiettizzare" a tutti i costi, non mi pare che identificare come keynesiana una singola valutazione, di un singolo rappresentante, in una singola relazione, equivalga a bollare come keynesiana tutta la Banca d'Italia (e comunque non mi pare equivalga a dare del «mostro» a qualcuno).
«Una riduzione della "crescita" italiana a prefisso telefonico» può certamente verificarsi, ma (ed è questo che intendevo dire nel post) collegarla ai tagli alla spesa pubblica previsti nella manovra - e non, per esempio, alla mancanza di altre politiche - politicamente significa offrire su un piatto d'argento un bell'argomento a chi si oppone ai tagli alla spesa pubblica. E questo certamente al di là delle intenzioni di Banca d'Italia, che non vedo affatto «nelle vesti dell'ottuso suggeritore delle virtù della spesa pubblica», tanto che nella stessa audizione il direttore centrale nella sostanza promuoveva la manovra, ribadiva l'urgenza dei tagli, e anzi suggeriva - come da sempre fa Bankitalia - di proseguire sulla strada dei tagli e delle riforme. Quindi, Dio salvi Bankitalia.
Ho solo osato evidenziare come un particolare riflesso keynesiano rischia (e dal modo in cui tutti i giornali si sono concentrati su quel passaggio della relazione si direbbe che quel rischio sia fondato) di rafforzare le convinzioni dei tanti, a destra come a sinistra, che vedono nella spesa pubblica - nelle sue varie forme - un fattore di promozione della crescita. Basta sentire Bersani stamattina a Radio Anch'io per rendersene conto. Per quanto riguarda i 'finiani' (spero che anche questo non sia un insulto, sarà ripetitivo, ma lo si prenda per comodità espositiva), qualche «proposta operativa» l'hanno già avanzata e Lakeside Capital ha segnalato alcune possibili controindicazioni.
P.S. - Poi, questa mattina, navigando in cerca di pareri più autorevoli del sottoscritto per accertarmi di non aver scritto fesserie - sì, lo confesso, non sono un economista, né un analista finanziario - mi imbatto in un articolo di Oscar Giannino, sul numero di questa settimana di Tempi. Dà ragione a Formigoni sui «tagli lineari» alle regioni, mentre nel mio post mi permettevo di dubitare che la reale preoccupazione delle regioni fosse quella di evitare tagli punitivi nei confronti delle più virtuose tra di loro. Ma di Bankitalia Giannino sembra rappresentare una visione che Phastidio.net definirebbe forse «macchiettistica». Nel suo articolo, Giannino anticipa una possibile obiezione ai suoi argomenti («Ma che cosa scrivi, caro Giannino? La Banca d'Italia sostiene invece che la manovra Tremonti taglia di mezzo punto la già troppo asfittica crescita italiana, che sembrava fin troppo ottimista quantificare all'1 per cento di Pil in più nel 2010...»).
Ed ecco la replica di Giannino al suo immaginario interlocutore: «Questo è un altro paio di maniche, signori miei. Io non sono keynesiano come gli economisti dell'ufficio studi di Bankitalia, che adottano multipli alti della spesa pubblica ai fini degli effetti sulla domanda, ma detto questo noi siamo comunque costretti a seguire la via di tagli vigorosi al deficit tendenziale». Siamo almeno in due ad avere una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia. Non credo Giannino sia ottimista sulla crescita del Pil italiano (come non lo sono io), ma evidentemente anche lui una frecciatina alla relazione meno spesa-meno crescita espressa in quell'audizione l'ha voluta assestare.
Mi si rimprovera di aver rappresentato una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia, mentre ad essere stato "macchiettizzato" casomai è il mio post. «Una manovra che tagli le spese riduce la domanda aggregata, punto». A parte il fatto che il «punto» si può mettere solo se le altre "domande" che compongono la domanda aggregata rimangono fisse, e infatti la stessa Bankitalia è stata per la verità molto cauta nel prevedere un possibile effetto recessivo della manovra («a condizioni invariate»), quel che conta ai fini di ciò che mi si contesta è che non ho affatto descritto la Banca d'Italia come un covo di keynesiani. Ho semplicemente scritto che quella specifica, per quanto cauta, previsione, riferita dal direttore centrale Salvatore Rossi in un'audizione al Senato, a mio avviso risente di un'impostazione keynesiana. Dunque, sembrerà un dettaglio, ma leggendo in modo obiettivo il mio post, senza andare alla ricerca di qualcosa da "macchiettizzare" a tutti i costi, non mi pare che identificare come keynesiana una singola valutazione, di un singolo rappresentante, in una singola relazione, equivalga a bollare come keynesiana tutta la Banca d'Italia (e comunque non mi pare equivalga a dare del «mostro» a qualcuno).
«Una riduzione della "crescita" italiana a prefisso telefonico» può certamente verificarsi, ma (ed è questo che intendevo dire nel post) collegarla ai tagli alla spesa pubblica previsti nella manovra - e non, per esempio, alla mancanza di altre politiche - politicamente significa offrire su un piatto d'argento un bell'argomento a chi si oppone ai tagli alla spesa pubblica. E questo certamente al di là delle intenzioni di Banca d'Italia, che non vedo affatto «nelle vesti dell'ottuso suggeritore delle virtù della spesa pubblica», tanto che nella stessa audizione il direttore centrale nella sostanza promuoveva la manovra, ribadiva l'urgenza dei tagli, e anzi suggeriva - come da sempre fa Bankitalia - di proseguire sulla strada dei tagli e delle riforme. Quindi, Dio salvi Bankitalia.
Ho solo osato evidenziare come un particolare riflesso keynesiano rischia (e dal modo in cui tutti i giornali si sono concentrati su quel passaggio della relazione si direbbe che quel rischio sia fondato) di rafforzare le convinzioni dei tanti, a destra come a sinistra, che vedono nella spesa pubblica - nelle sue varie forme - un fattore di promozione della crescita. Basta sentire Bersani stamattina a Radio Anch'io per rendersene conto. Per quanto riguarda i 'finiani' (spero che anche questo non sia un insulto, sarà ripetitivo, ma lo si prenda per comodità espositiva), qualche «proposta operativa» l'hanno già avanzata e Lakeside Capital ha segnalato alcune possibili controindicazioni.
P.S. - Poi, questa mattina, navigando in cerca di pareri più autorevoli del sottoscritto per accertarmi di non aver scritto fesserie - sì, lo confesso, non sono un economista, né un analista finanziario - mi imbatto in un articolo di Oscar Giannino, sul numero di questa settimana di Tempi. Dà ragione a Formigoni sui «tagli lineari» alle regioni, mentre nel mio post mi permettevo di dubitare che la reale preoccupazione delle regioni fosse quella di evitare tagli punitivi nei confronti delle più virtuose tra di loro. Ma di Bankitalia Giannino sembra rappresentare una visione che Phastidio.net definirebbe forse «macchiettistica». Nel suo articolo, Giannino anticipa una possibile obiezione ai suoi argomenti («Ma che cosa scrivi, caro Giannino? La Banca d'Italia sostiene invece che la manovra Tremonti taglia di mezzo punto la già troppo asfittica crescita italiana, che sembrava fin troppo ottimista quantificare all'1 per cento di Pil in più nel 2010...»).
Ed ecco la replica di Giannino al suo immaginario interlocutore: «Questo è un altro paio di maniche, signori miei. Io non sono keynesiano come gli economisti dell'ufficio studi di Bankitalia, che adottano multipli alti della spesa pubblica ai fini degli effetti sulla domanda, ma detto questo noi siamo comunque costretti a seguire la via di tagli vigorosi al deficit tendenziale». Siamo almeno in due ad avere una «visione macchiettistica» della Banca d'Italia. Non credo Giannino sia ottimista sulla crescita del Pil italiano (come non lo sono io), ma evidentemente anche lui una frecciatina alla relazione meno spesa-meno crescita espressa in quell'audizione l'ha voluta assestare.
Thursday, May 27, 2010
Colpe di sistema
In un commento apparso sul sito Libertiamo, con molta onestà intellettuale Giuliano Cazzola, deputato del Pdl e vicepresidente della Commissione Lavoro della Camera, riconosce che, ad un esame «attento e disincantato», il «principale limite» della manovra è «una prudenza forse eccessiva». Gli altri Paesi europei, osserva, preparano «manovre più pesanti di parecchi miliardi e di più lunga prospettiva della nostra, nonostante i loro saldi di finanza pubblica siano assai migliori di quelli italiani. Di questo argomento - aggiunge Cazzola - ci serviamo per contrastare le accuse che ci rivolge l'opposizione, sapendo che essa non ci chiederà mai una maggiore severità, perché, ancora una volta, preferirà dare libero sfogo alla subcultura della protesta piuttosto che alimentare i primi vagiti di una prassi di governo».
Ma anche Cazzola ravvisa un problema di mancanza di ambizioni nella manovra e «in coscienza» pone al governo e alla maggioranza questa domanda: «Perché invece di puntare, in un tempo più lungo al pareggio di bilancio, ci accontentiamo di un deficit appena sotto il 3% tra due anni? Il fatto - è la sua risposta - è che noi siamo il Paese delle mezze misure. Non perché non sappiamo agire meglio, ma perché non possiamo fare altro: il sistema Italia non ce lo consente. Quando un governo - è la sua riflessione - tenta di risanare la situazione (soprattutto se è un esecutivo di centrodestra) deve mettere in conto un'ostilità ancor più determinata e preconcetta di quella di cui è normalmente oggetto. Gli interessi colpiti si rivoltano come ricci porcospini. E trovano ovunque sostenitori».
Cazzola cita l'esempio dei tagli ai trasferimenti agli enti locali, sottolineando come nessuno ricordi che «la spesa locale è aumentata dell'80% in un decennio, a fronte di un incremento del 38% di quella centrale», e che «quando si parla di sprechi ci si riferisce di solito a quelli delle amministrazioni statali, come se i Comuni, le Province e le Regioni fossero dei preclari esempi di civiche virtù e dei grandi fornitori di qualificati servizi ai cittadini». Si poteva tagliare di più, quindi, intervenire più in profondità nella struttura della spesa, ma il «sistema Italia» non lo avrebbe consentito. Giulio Tremonti «ha fatto il possibile» e «lo ha fatto nel migliore dei modi. Non è colpa del ministro dell'Economia (Dio ce lo conservi!) - conclude Cazzola - se alla classe dirigente del Paese manca una "visione" condivisa (dubito anche dell'esistenza di più "visioni") del futuro e del possibile ruolo dell'Italia».
E' condivisibile l'analisi di Cazzola, ma a chi è al governo e ha avuto i voti della maggioranza dei cittadini spetta il dovere di provarci, anche contro "il sistema", ha il dovere di continuare a coltivare ambizioni alte come l'abbattimento, e non solo il contenimento, del debito, e il taglio delle tasse, oltre al premio di consolazione di non aumentarle. Siamo ad un tema che più volte abbiamo discusso su questo blog: il centrodestra si accontenta di gestire l'esistente senza dissanguare ancor di più il Paese, guida la macchina Italia più prudentemente, mentre i governi di centrosinistra accelerano. Ma in fondo alla strada c'è il declino e nessuno riesce a invertire la rotta.
Un altro commento, quello di Oscar Giannino di ieri sera, prende di mira le «classi dirigenti», avvertendo che sono tali «non sono solo quelle politiche», ma anche «accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati». Con le importanti eccezioni di Confindustria, banche, Cisl e Uil, nota una «inconsapevolezza diffusa» del fatto che «da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall'estate 2007», quello della «sostenibilità dei debiti pubblici», che ha «indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva».
Negli ultimi tre mesi i mercati hanno segnalato con forza che la prospettiva degli attuali debiti pubblici nei Paesi industrializzati è «insostenibile». «E' la consapevolezza di questo mondo nuovo - osserva Giannino - che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando a ragionare come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E' questa l'unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere. Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva».
Riguardo il primo, Giannino nota che i tagli al deficit e alla spesa sono minori di quelli di Francia e Spagna e più o meno equivalenti a quelli tedeschi (anche se non siamo la Germania), ma sottolinea che le categorie che protestano ce l'hanno con i tagli che le riguardano, mentre «una classe dirigente consapevole» dovrebbe protestare contro i rinvii degli aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali, misure che «non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all'11%». E anche lui come Cazzola ricorda che «nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l'80%», per cui le resistenze dei politici locali appaiono «desolanti».
Sul secondo criterio, quello delle entrate, Giannino giudica le misure anti-evasione «durissime» (con l'obiettivo di passare dagli oltre 9 miliardi concretamente recuperati nel 2009 - rispetto ai 6,4 di due anni prima sotto il centrosinistra - a 11 miliardi nel 2011, a 24 nel 2012), osserva che tra i 100 euro (Prodi-Visco) e i 5 mila euro (Berlusconi-Tremonti) come soglia per la tracciabilità c'è una bella differenza, ma obietta giustamente che senza meno tasse non è certo un bel vedere e che la tassa anti-Caltagirone è un «orrore». Ma soprattutto, Giannino ricorda qualcosa cui ci associamo, e cioè che «maggioranza e governo hanno un contratto con gli italiani: le tasse su lavoro e impresa devono scendere, e di parecchio, di qui a tre anni. Ed è per questo che occorre tagliare tanta altra spesa pubblica in più». Infine, il terzo criterio, la «credibilità». Le misure, avverte Giannino, per convincere i mercati dovranno essere attuate senza tentennamenti: «Siamo solo all'inizio di una lunga revisione del modello europeo, l'area del mondo che per via del suo Stato cresce meno».
Ma anche Cazzola ravvisa un problema di mancanza di ambizioni nella manovra e «in coscienza» pone al governo e alla maggioranza questa domanda: «Perché invece di puntare, in un tempo più lungo al pareggio di bilancio, ci accontentiamo di un deficit appena sotto il 3% tra due anni? Il fatto - è la sua risposta - è che noi siamo il Paese delle mezze misure. Non perché non sappiamo agire meglio, ma perché non possiamo fare altro: il sistema Italia non ce lo consente. Quando un governo - è la sua riflessione - tenta di risanare la situazione (soprattutto se è un esecutivo di centrodestra) deve mettere in conto un'ostilità ancor più determinata e preconcetta di quella di cui è normalmente oggetto. Gli interessi colpiti si rivoltano come ricci porcospini. E trovano ovunque sostenitori».
Cazzola cita l'esempio dei tagli ai trasferimenti agli enti locali, sottolineando come nessuno ricordi che «la spesa locale è aumentata dell'80% in un decennio, a fronte di un incremento del 38% di quella centrale», e che «quando si parla di sprechi ci si riferisce di solito a quelli delle amministrazioni statali, come se i Comuni, le Province e le Regioni fossero dei preclari esempi di civiche virtù e dei grandi fornitori di qualificati servizi ai cittadini». Si poteva tagliare di più, quindi, intervenire più in profondità nella struttura della spesa, ma il «sistema Italia» non lo avrebbe consentito. Giulio Tremonti «ha fatto il possibile» e «lo ha fatto nel migliore dei modi. Non è colpa del ministro dell'Economia (Dio ce lo conservi!) - conclude Cazzola - se alla classe dirigente del Paese manca una "visione" condivisa (dubito anche dell'esistenza di più "visioni") del futuro e del possibile ruolo dell'Italia».
E' condivisibile l'analisi di Cazzola, ma a chi è al governo e ha avuto i voti della maggioranza dei cittadini spetta il dovere di provarci, anche contro "il sistema", ha il dovere di continuare a coltivare ambizioni alte come l'abbattimento, e non solo il contenimento, del debito, e il taglio delle tasse, oltre al premio di consolazione di non aumentarle. Siamo ad un tema che più volte abbiamo discusso su questo blog: il centrodestra si accontenta di gestire l'esistente senza dissanguare ancor di più il Paese, guida la macchina Italia più prudentemente, mentre i governi di centrosinistra accelerano. Ma in fondo alla strada c'è il declino e nessuno riesce a invertire la rotta.
Un altro commento, quello di Oscar Giannino di ieri sera, prende di mira le «classi dirigenti», avvertendo che sono tali «non sono solo quelle politiche», ma anche «accademia e cultura, sindacato e professioni, banche e imprese, alta amministrazione e magistrati». Con le importanti eccezioni di Confindustria, banche, Cisl e Uil, nota una «inconsapevolezza diffusa» del fatto che «da qualche mese siamo entrati in un nuovo capitolo della grande crisi che ci accompagna dall'estate 2007», quello della «sostenibilità dei debiti pubblici», che ha «indotto Berlusconi e Tremonti a metter mano alla manovra correttiva».
Negli ultimi tre mesi i mercati hanno segnalato con forza che la prospettiva degli attuali debiti pubblici nei Paesi industrializzati è «insostenibile». «E' la consapevolezza di questo mondo nuovo - osserva Giannino - che scopre il bluff di sistemi sociali minati dal troppo debito accollato anche per via della crisi alle spalle delle prossime generazioni, ciò che molti stentano ancora a capire, continuando a ragionare come se tutto il mondo avanzato continuasse a vivere nel mondo di ieri. E' questa l'unica, grande, nuova e profonda consapevolezza che tutte le classi dirigenti dovrebbero condividere. Ed è esclusivamente alla luce di tale consapevolezza, che vanno commisurati i tre criteri fondamentali della manovra correttiva».
Riguardo il primo, Giannino nota che i tagli al deficit e alla spesa sono minori di quelli di Francia e Spagna e più o meno equivalenti a quelli tedeschi (anche se non siamo la Germania), ma sottolinea che le categorie che protestano ce l'hanno con i tagli che le riguardano, mentre «una classe dirigente consapevole» dovrebbe protestare contro i rinvii degli aumenti ai dipendenti pubblici o la sospensione delle prossime finestre previdenziali, misure che «non mettono ancora mano strutturalmente alle determinanti delle maggiori voci di spesa pubblica, quella per il welfare al 24% del Pil, quella previdenziale al 16%, quella in retribuzioni pubbliche all'11%». E anche lui come Cazzola ricorda che «nel decennio alle nostre spalle la spesa corrente centrale è cresciuta del 38%, quella locale di quasi l'80%», per cui le resistenze dei politici locali appaiono «desolanti».
Sul secondo criterio, quello delle entrate, Giannino giudica le misure anti-evasione «durissime» (con l'obiettivo di passare dagli oltre 9 miliardi concretamente recuperati nel 2009 - rispetto ai 6,4 di due anni prima sotto il centrosinistra - a 11 miliardi nel 2011, a 24 nel 2012), osserva che tra i 100 euro (Prodi-Visco) e i 5 mila euro (Berlusconi-Tremonti) come soglia per la tracciabilità c'è una bella differenza, ma obietta giustamente che senza meno tasse non è certo un bel vedere e che la tassa anti-Caltagirone è un «orrore». Ma soprattutto, Giannino ricorda qualcosa cui ci associamo, e cioè che «maggioranza e governo hanno un contratto con gli italiani: le tasse su lavoro e impresa devono scendere, e di parecchio, di qui a tre anni. Ed è per questo che occorre tagliare tanta altra spesa pubblica in più». Infine, il terzo criterio, la «credibilità». Le misure, avverte Giannino, per convincere i mercati dovranno essere attuate senza tentennamenti: «Siamo solo all'inizio di una lunga revisione del modello europeo, l'area del mondo che per via del suo Stato cresce meno».
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