Anche su Formiche.net e Notapolitica
All'indomani delle primarie del centrosinistra da cui uscì sconfitto, anche se con un risultato lusinghiero, si moltiplicarono gli inviti e gli appelli rivolti a Matteo Renzi perché abbandonasse il Pd, i cui vertici avevano ancora una volta mostrato di considerarlo alla stregua di un corpo estraneo e di essere incapaci di accogliere il rinnovamento (Qui la prima puntata: Il liberismo "buono" è solo quello che non c'è, su IlFoglio.it). Appelli, inviti, semplici auspici, che tornano a manifestarsi oggi, dopo che il sindaco di Firenze ha attaccato frontalmente, dalle pagine del Corriere della Sera, la linea della "perdita di tempo" portata avanti dal suo segretario. Per alcuni dovrebbe andarsene e fondare la sua forza politica, per altri semplicemente migrare nel centrodestra o approdare nel centro montiano per risollevarne le sorti. Quasi tutte queste provocazioni almeno in parte colgono nel segno, evidenziando contraddizioni e ritardi sia della sinistra che della destra.
E' vero che le idee, ma direi anche il linguaggio, e persino postura e sorrisi di Renzi, sembrano stonati in un partito come il Pd, ancora ostaggio dell'ossessione antiberlusconiana e appesantito dalla tara statalista, dove l'"apparatchik" ha ancora il suo peso, e quindi che in questo senso possa sembrare "l'uomo giusto nel posto sbagliato". Ma ciò non rende né più probabile né, a ben vedere, auspicabile, un suo "salto" verso altre sponde politiche. Credo che Renzi debba combattere fino in fondo la sua battaglia "blairiana" nel Pd e che il centrodestra debba trovare il suo di Renzi. Dovrebbe essere questo l'ordine normale e non scandaloso delle cose, anche se ammetto che la nostra politica è tutto fuorché "normale".
Innanzitutto, per una banale questione di credibilità personale. La politica italiana è già piena di personaggi che saltano da un partito all'altro, qualche volta per buoni motivi ma più spesso per convenienza, anzi per frustrazioni e piccole miserie personali. Non si vedono riconosciuta dal loro partito la leadership, o la poltrona, che ritengono di meritare, e allora cambiano casacca o se ne vanno e fondano il loro partitino. E di solito il "salto" non porta molta fortuna, gli elettori tendono a diffidare.
Ma anche perché in un certo senso Renzi è proprio l'uomo giusto nel posto giusto: il riformatore con la necessaria sfrontatezza nel partito che ha urgente bisogno di essere riformato - nei contenuti, nello stile politico e nella classe dirigente. Così come dev'essere sembrato un marziano Tony Blair nel Labour dei primi anni '90, sarà stato accusato di cripto-thatcherismo, ma era esattamente l'uomo giusto al posto giusto.
Che Renzi riesca con il Pd laddove Blair è riuscito con il Labour è tutt'altro che scontato. Anzi, sono molto meno certo di quanto si tenda comunemente ad essere che sia predestinato a vincere trionfalmente le prossime primarie, o il prossimo congresso del Pd. Che sarà proprio lui il futuro leader del centrosinistra ci crederò solo quando lo vedrò con i miei occhi.
Ma è una battaglia che deve combattere nel Pd, almeno se riteniamo auspicabile avere, prima o poi anche in Italia, un sistema politico maturo, in cui i due principali partiti, uno di centrodestra e uno di centrosinistra, vincono, perdono, invecchiano, ma sono riformabili e contendibili. Non possiamo andare avanti con questa maionese impazzita che per rigenerarsi ha continuamente bisogno di veder sorgere come funghi mini-partiti personali, progetti terzisti (o quartisti), tsunami e rivoluzioni più o meno incivili.
Né sarebbe auspicabile che sia Renzi a sopperire al vuoto di leadership che si annuncia nel centrodestra con il crepuscolo della leadership berlusconiana. Anche in questa parte dello schieramento politico il rinnovamento dovrà trovare le sue forme, i suoi contenuti e i suoi protagonisti. Comprensibile che Renzi susciti interesse e simpatia in un panorama così avido di novità, ma non bisogna commettere lo stesso errore di chi, per vezzo intellettuale ma con scarsa lucidità politica, addirittura lo voleva a capo di un movimento liberista. Dovremmo forse rassegnarci all'idea che il centrodestra del futuro altro non possa essere che una sinistra in versione "renziana", solo più moderata e "labour" del Pd?
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Friday, April 05, 2013
Monday, December 03, 2012
E adesso? Consigli non richiesti al "giovane" Renzi
In queste ore tutti a dare consigli a Renzi, cosa deve o non deve fare. Premesso che mi sembra se la sia cavata benissimo da sé, mi unisco al giochino con due parole, anzi quattro. Partiamo da una mini-analisi del voto, cosa gli è mancato. Non ha sfondato tra gli elettori tradizionalmente del Pd, di sinistra: molti di questi lo hanno seguito sul concetto di "rottamazione" interna, insomma per un rinnovamento generazionale, ma solo su questo. E' sui contenuti che non ha potuto allargare il consenso, perché presso quell'elettorato è indubbio, bisogna ammetterlo, quei contenuti liberali, chiamiamoli "blairiani", non hanno alcuna presa. Anzi, suscitano sospetti e ostilità anche feroci. Lungi dall'aver dimostrato che le sue idee «fanno parte del patrimonio del centrosinistra», con un loro peso e un loro consenso, Renzi ha perso proprio perché da quell'elettorato sono avvertite (ancora) come «una specie di cavallo di troia della destra». Per farcela, dunque, si sapeva fin dall'inizio, avrebbe avuto bisogno dell'appoggio in larga misura di elettori non di sinistra, voti d'opinione, indipendenti o di centrodestra, che però sono stati tenuti a debita distanza dalle regole. Non solo dalla impossibilità pratica di registrarsi al ballottaggio, ma anche dal dover dichiarare il falso all'atto della registrazione, cioè l'impegno a votare centrosinistra qualunque candidato avesse vinto. Sì, c'è ancora qualcuno che non mette la sua firma a cuor leggero.
E adesso? Sicuramente Renzi non deve abbandonare il Pd, per i motivi che lui stesso ha spiegato. Non se ne può più di gente che cambia casacca o si fa il suo partitino. Dobbiamo abituarci ad un sistema maturo in cui chi vuole far politica sceglie una parte della barricata e porta avanti le proprie idee all'interno di essa, almeno laddove esiste un minimo di contendibilità della leadership. Credo che al di là della legge elettorale scopriremo che gli italiani sono ancora piuttosto affezionati dal concetto di bipolarismo. Fermareildeclino e ItaliaFutura che a loro modo fanno appello agli elettori di Renzi delusi dalla sconfitta, o addirittura sognavano che il sindaco di Firenze uscisse dal Pd per offrirsi come loro leader, figura di cui sono drammaticamente sprovvisti, fanno tenerezza: non hanno capito che il 90% dei suoi elettori alle primarie voteranno comunque Pd e che Renzi non è un "liberista".
Renzi ora deve tornare a fare il sindaco, come aveva promesso, non deve parlare più fino alle elezioni. Il candidato premier è Bersani e, com'è giusto, dove non richiesto Renzi non deve intervenire per non offrire il fianco a strumentalizzazioni: per lealtà, e per sua stessa convenienza. Il congresso sarà la sua prossima partita e se il Pd sarà al governo potrà ricominciare a tessere, senza però dare l'impressione del sabotatore dell'esperienza di governo appena cominciata. L'establishment del partito cercherà di neutralizzarlo, con proposte piuttosto generose ai suoi uomini, per allontanarli da lui, o "normalizzandolo" in una corrente. Renzi deve evitare di farsi "correntizzare". E se Bersani riesce davvero ad arrivare a Palazzo Chigi, non deve assolutamente condividere responsabilità di governo, non deve fornire alibi: meriti e demeriti siano tutti attribuibili al segretario. Qualche parlamentare di riferimento, più che altro ideale, ma non una "componente" a lui riconducibile, perché o si sputtana, se costretto a sostenere per lealtà provvedimenti impresentabili, o passa per traditore se esercita spirito critico. Renzi si deve divincolare, insomma, dall'abbraccio che quasi sicuramente tenterà l'Apparatchik.
Tanto, se tutto andrà come deve andare, o Bersani a Palazzo Chigi non ci entra proprio, e Renzi avrà gioco facile a dimostrare l'ennesimo fallimento di credibilità della vecchia guardia, o ci entra ma non dura più di uno o due anni al massimo. In ogni caso, potrebbe essere una legislatura breve, di transizione.
E adesso? Sicuramente Renzi non deve abbandonare il Pd, per i motivi che lui stesso ha spiegato. Non se ne può più di gente che cambia casacca o si fa il suo partitino. Dobbiamo abituarci ad un sistema maturo in cui chi vuole far politica sceglie una parte della barricata e porta avanti le proprie idee all'interno di essa, almeno laddove esiste un minimo di contendibilità della leadership. Credo che al di là della legge elettorale scopriremo che gli italiani sono ancora piuttosto affezionati dal concetto di bipolarismo. Fermareildeclino e ItaliaFutura che a loro modo fanno appello agli elettori di Renzi delusi dalla sconfitta, o addirittura sognavano che il sindaco di Firenze uscisse dal Pd per offrirsi come loro leader, figura di cui sono drammaticamente sprovvisti, fanno tenerezza: non hanno capito che il 90% dei suoi elettori alle primarie voteranno comunque Pd e che Renzi non è un "liberista".
Renzi ora deve tornare a fare il sindaco, come aveva promesso, non deve parlare più fino alle elezioni. Il candidato premier è Bersani e, com'è giusto, dove non richiesto Renzi non deve intervenire per non offrire il fianco a strumentalizzazioni: per lealtà, e per sua stessa convenienza. Il congresso sarà la sua prossima partita e se il Pd sarà al governo potrà ricominciare a tessere, senza però dare l'impressione del sabotatore dell'esperienza di governo appena cominciata. L'establishment del partito cercherà di neutralizzarlo, con proposte piuttosto generose ai suoi uomini, per allontanarli da lui, o "normalizzandolo" in una corrente. Renzi deve evitare di farsi "correntizzare". E se Bersani riesce davvero ad arrivare a Palazzo Chigi, non deve assolutamente condividere responsabilità di governo, non deve fornire alibi: meriti e demeriti siano tutti attribuibili al segretario. Qualche parlamentare di riferimento, più che altro ideale, ma non una "componente" a lui riconducibile, perché o si sputtana, se costretto a sostenere per lealtà provvedimenti impresentabili, o passa per traditore se esercita spirito critico. Renzi si deve divincolare, insomma, dall'abbraccio che quasi sicuramente tenterà l'Apparatchik.
Tanto, se tutto andrà come deve andare, o Bersani a Palazzo Chigi non ci entra proprio, e Renzi avrà gioco facile a dimostrare l'ennesimo fallimento di credibilità della vecchia guardia, o ci entra ma non dura più di uno o due anni al massimo. In ogni caso, potrebbe essere una legislatura breve, di transizione.
Saturday, December 01, 2012
Sinistra irriformabile: perso il "treno" Renzi
Perso l'ennesimo treno verso democrazia e modernità
Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Con ogni probabilità sarà Bersani a vincere le primarie del centrosinistra, nonostante sia stato letteralmente asfaltato nel duello tv su Raiuno. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconismo"); e perché regole assurde (dover sottoscrivere un impegno a votare centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto asserito e di quanto sarebbe servito al sindaco di Firenze per sperare di scardinare l'Apparatchik. Certo, ci si può accontentare della percezione di vitalità trasmessa al pubblico rispetto alle macerie, e miserie, del campo avversario, il fu centrodestra, ma la realtà è che alle prime vere primarie, dove il principale competitor non si accontentava di percentuali concordate a tavolino, il Pd ha mancato l'ennesimo appuntamento con la democrazia e la modernità.
L'amara realtà è che la sinistra in Italia è irriformabile: il popolo "de sinistra" – vertici e gran parte della base elettorale – è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra e reagisce abbandonandosi ai peggiori istinti, quelli dell'epurazione. Preferisce appaltare il compito (alla Margherita prima, forse a Casini oggi) e restare nel suo rassicurante recinto ideologico (e antropologico), anche se minoritario, piuttosto che conquistare/accogliere nuovi elettori e aprirsi a nuove idee.
È più forte di loro: gli ex Pci (ma anche gli ex Dc) i concetti di democrazia ed economia di mercato non li hanno proprio afferrati, non li hanno ancora assimilati. Dopo la caduta del Muro si sono adeguati, perché così richiedevano le convenienze e le convenzioni del momento, dei tempi. Ma non riescono a convincersi intimamente di potersi affidare pienamente né alle logiche della democrazia né a quelle del mercato, che nelle loro proposte restano sospese tra un simulacro e una presa in giro. Ascoltiamo Bersani discutere del patrimonio degli italiani come di una ricchezza che si può in ogni momento requisire per un preteso bene superiore, ancora convinto che spetti al governo «dare» lavoro, dimostrando di non possedere alcuna cognizione di come la ricchezza si crea.
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Friday, November 30, 2012
Chi ha paura della sconfitta
La «paura della sconfitta», scrive oggi Massimo Franco sul Corriere, spinge Renzi al «tutto per tutto». E' vero al contrario: di Bersani e non di Renzi. Il «tutto per tutto», la «forzatura» di quest'ultimo sarebbe cercare fino all'ultimo di convincere i cittadini ad andare a votare, per qualunque dei candidati rimasti in gara; il «tutto per tutto» di Bersani e dei suoi uomini consiste nel piegare le regole a competizione in corso per cercare di impedirglielo. Chi dei due finge di giocare alla democrazia e ha «paura della sconfitta»? La spregiudicatezza con cui Bersani da una parte, in tv, si atteggia a leader serio, pacato e bonario, con tanto di lacrimuccia, ma dall'altra si avvale del 98% dei membri dei comitati provinciali e del Comitato dei garanti per garantirsi la vittoria, è degna di quella dei leader comunisti dell'Est europeo nel prendere il potere nel II dopoguerra.
Le regole sono un pasticcio, scritte così appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma è abbastanza chiara: l'art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che «dichiarino» di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volontà, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che «dimostrino» o che «risultino». Un'autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Così sembrava pensarla anche Berlinguer in un'intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it è perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. In ogni caso, con queste regole praticamente il Pd costringe migliaia di elettori, anche suoi elettori, a inventarsi una scusa, a mentire, per esercitare il diritto di voto.
Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Qui bisogna mettersi d'accordo. In effetti un problema c'è, e non è di poco conto: nei sistemi a doppio turno, infatti, in teoria al ballottaggio potrebbe risultare eletto un candidato con meno voti di quanti ne abbia presi il suo avversario al primo turno. Un peccato originale di questo sistema, ma non si può adottarlo e poi pretendere di mantenere bloccato il corpo elettorale tra primo e secondo turno, è un controsenso. Alle primarie dei Socialisti francesi Hollande ha vinto al secondo turno con 600 mila elettori in più rispetto al primo. E quando il Pd proporrà il doppio turno di collegio per le elezioni politiche cosa si inventerà? Scommettiamo che il problema di "bloccare" il corpo elettorale tra i due turni svanirà nel nulla?
Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governerà il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrarietà nell'interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.
Le regole sono un pasticcio, scritte così appositamente per lasciare il potere a chi sarebbe stato chiamato ad applicarle, ma una norma è abbastanza chiara: l'art. 14 del regolamento consente la registrazione per il ballottaggio di coloro che «dichiarino» di aver avuto un impedimento, non dipendente dalla loro volontà, a registrarsi prima del 25 novembre, non di coloro che «dimostrino» o che «risultino». Un'autocertificazione, insomma, dovrebbe bastare. Così sembrava pensarla anche Berlinguer in un'intervista diffusa domenica sera su Youdem, in cui non menzionava affatto giustificazioni di sorta. Dunque, il contestato sito domenicavoto.it è perfettamente legale. Non le delibere che di ora in ora cambiano le regole del gioco in corsa per tentare di arginare il fenomeno Renzi dopo la disastrosa performance tv del segretario. In ogni caso, con queste regole praticamente il Pd costringe migliaia di elettori, anche suoi elettori, a inventarsi una scusa, a mentire, per esercitare il diritto di voto.
Per non parlare, poi, della bislacca concezione del sistema a doppio turno di Bersani e i suoi, secondo cui aprire a nuove registrazioni sarebbe una presa in giro nei confronti dei tre milioni di elettori che hanno votato al primo. Qui bisogna mettersi d'accordo. In effetti un problema c'è, e non è di poco conto: nei sistemi a doppio turno, infatti, in teoria al ballottaggio potrebbe risultare eletto un candidato con meno voti di quanti ne abbia presi il suo avversario al primo turno. Un peccato originale di questo sistema, ma non si può adottarlo e poi pretendere di mantenere bloccato il corpo elettorale tra primo e secondo turno, è un controsenso. Alle primarie dei Socialisti francesi Hollande ha vinto al secondo turno con 600 mila elettori in più rispetto al primo. E quando il Pd proporrà il doppio turno di collegio per le elezioni politiche cosa si inventerà? Scommettiamo che il problema di "bloccare" il corpo elettorale tra i due turni svanirà nel nulla?
Gli italiani, insomma, sono avvertiti: Bersani governerà il paese con lo stesso eccesso di burocrazia, con la stessa arbitrarietà nell'interpretare delle regole, con la stessa mancanza di rispetto per la democrazia e i cittadini applicati alle primarie.
Thursday, November 29, 2012
Bersani asfaltato in tv, ma lo salveranno regole e terrore di cambiare
Con ogni probabilità le vincerà Bersani le primarie del centrosinistra. Perché l'elettorato tradizionale della sinistra è molto conservatore e diffida delle ricette dal retrogusto liberale di Renzi e persino del suo modo "moderno" di comunicare (solo perché brillante si merita l'accusa di "cripto-berlusconiano"); e perché le regole (doversi impegnare a votare il centrosinistra qualunque candidato vinca e inventare una giustificazione plausibile per votare al ballottaggio se non ci si è registrati al primo turno) hanno reso le primare molto meno aperte di quanto sarebbe servito a Renzi. Fondamentalmente il popolo "de sinistra" è terrorizzato dalla prospettiva di un proprio leader capace di attirare l'elettorato indipendente o di centrodestra, preferisce restare nel proprio rassicurante recinto, anche se minoritario.
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
Ma siamo seri: se il dibattito di ieri sera l'avessimo visto non su Raiuno ma sulle tv americane, tra due candidati alle primarie Usa, oggi nessuno avrebbe dubbi: Renzi ha completamente asfaltato Bersani. Al contrario del primo dibattito su Sky, a mio avviso vinto dal segretario - mai attaccato, quindi mai a disagio o irritato dalla sfida, e abile a piazzarsi come via di mezzo ragionevole e affidabile tra gli opposti "estremismi" di Renzi e Vendola - ieri sera Bersani è uscito con le ossa rotte, è stato costretto sempre sulla difensiva - con rare eccezioni - ed in generale è sembrato irritato per gli attacchi e fuori posto in un contesto così competitivo.
Sono emerse due visioni di sinistra diametralmente opposte sulla politica economica, sui soldi ai partiti, sulle alleanze e persino sul Medio Oriente. Sarebbe quindi un peccato se dovessimo assistere ad una qualche forma di "ticket", che non converrebbe di certo a Matteo Renzi. Il quale dovrebbe sedersi in riva al fiume ad aspettare che passi il cadavere politico di Bersani, dal momento che se ci arriva davvero a Palazzo Chigi, se Monti non gli soffia la poltrona, con Vendola (e Casini?) non dura più di un anno.
Ieri sera la strategia di Renzi è riuscita alla perfezione. Praticamente su ogni argomento ha sottolineato errori e mancanze del centrosinistra del passato: i poteri concessi a Equitalia da Visco-Bersani; la politica industriale pseudo-keynesiana, con i sussidi ai soliti noti e le grandi opere; il tradimento del referendum sul finanziamento pubblico ai partiti (con citazione della proposta Sposetti); la controriforma delle pensioni che ha abolito lo "scalone", costata 9 miliardi; le alleanze litigiose che hanno riconsegnato il paese a Berlusconi; la legge mai fatta sul conflitto di interessi. Su tutto questo Renzi ha picchiato duro: ogni volta che ricordava i «nostri errori» come centrosinistra si rivolgeva con il linguaggio del corpo e gli sguardi a Bersani, chiamandolo «segretario», ricordando i suoi 2.547 giorni al governo e costringendolo, nella migliore delle ipotesi, ad ammettere che si poteva fare meglio ma cose buone si son fatte, nella peggiore a farfugliare o accampare scuse patetiche. Sul conflitto d'interessi, per esempio, Bersani si è giustificato dicendo che all'epoca non era la sua materia di competenza e non aveva sufficiente credibilità per imporsi.
Ma Renzi ha davvero ridicolizzato Bersani sui soldi alla politica, quando il segretario ha chiamato in causa la democrazia ateniese («sì, ma da Pericle siamo arrivati a Fiorito»), e su una domanda riguardante il primo incontro da premier con il presidente Obama: Renzi parlerebbe al presidente Usa del ruolo e del futuro dell'Europa, e dell'Italia nell'Ue. Bersani ha farfugliato qualcosa su ritiro dall'Afghanistan ed F35. A quel punto il sindaco ha avuto gioco facile nel ricordare a «Pierluigi» che per il rientro dall'Afghanistan le tappe sono già fissate e che sui caccia F35 «non c'entra Obama, dobbiamo decidere noi, e io sono per il dimezzamento».
Nel merito, mai si era sentito un esponente del Pd esporre con tale chiarezza, senza ambiguità, così tanti concetti liberali e blairiani. Dal modello di flexsecurity di Ichino al fisco (meno spesa pubblica, meno tasse); dalla de-burocratizzazione alla scuola («portare il merito nella scuola e premiare gli insegnanti più bravi è di sinistra», ha rivendicato Renzi, mentre Bersani non è riuscito ad andare oltre «almeno a parole trattiamoli bene»); dal finanziamento pubblico ai partiti (da abolire completamente) alle alleanze (no alla nuova "Unione" e no all'inciucio con Casini, un chiaro messaggio ai vendoliani).
Va dato atto a Renzi del coraggio di non aver voluto compiacere a tutti i costi gli elettori su temi in cui di solito si fa molta retorica: ecco, quindi, che la riforma delle pensioni «è ok»; che il Sud deve darsi «una scossa», cambiare mentalità (basta con «raccomandazioni e dintorni»); che il problema del Medio Oriente non è la questione israelo-palestinese, come ha ripetuto Bersani ricorrendo a una retorica di sinistra vecchia di vent'anni, ma l'Iran e i diritti umani; che bisogna ridurre il debito pubblico non perché ce lo impone l'Ue, o la Merkel, ma perché è immorale indebitare i nostri figli e nipoti.
Battuto Bersani anche nelle prime tre misure da adottare una volta al governo: per Renzi tutte e tre sul lavoro, con in testa la flexsecurity di Ichino, mentre il segretario si è limitato ad un generico «qualcosa su lavoro e impresa» (qualcosa?), come terzo punto dopo cittadinanza agli immigrati e anti-corruzione/anti-mafia.
Bersani - che per l'occasione sembrava avesse tirato fuori da un armadio di Botteghe oscure lo stesso completo marrone che indossava Occhetto contro Berlusconi nel '94 - ha puntato sull'orgoglio di partito, sulla sua esperienza, da non rottamare, e sull'insicurezza crescente dovuta alla crisi, che richiede presenza dello Stato e pochi grilli per la testa. Ma molto genericamente, non è riuscito a dire una cosa una che apparisse concreta di politica economica in tutto il dibattito, nemmeno nelle prime tre misure che adotterebbe da premier («governare vuol dire anche sorprendere»).
«Qualcosa bisognerà fare» per questo o quest'altro, è stata la sua risposta buona per tutti gli argomenti. Cose da fare qui e là, roba generica, il «saper fare italiano», «cerchiamo di dare un po' di lavoro» (come se l'economia funzionasse così, con il governo che può «dare» il lavoro), di «muovere l'economia», «mica siamo qui a suonare i mandolini». E' stato più a suo agio sulle liberalizzazioni, finalmente un sorriso rilassato, ma neanche qui ha saputo indicare di preciso cosa ci sarebbe da liberalizzare: «c'è da fare lì, ma meglio non dirlo».
Bene l'appello finale di Renzi - «oggi il vero rischio è non cambiare» - anche se si è segnato l'unico autogol del dibattito, riconoscendo a Bersani di rappresentare il «cambiamento nella sicurezza».
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Tuesday, November 27, 2012
Renzi ha osato poco, Monti-bis più lontano se il premier non si sveglia
Anche su L'Opinione
Pur con qualche macchia e interrogativo di troppo sullo scrutinio, la vittoria di Pierluigi Bersani è piuttosto netta. Si sapeva che Renzi per insidiare il primo posto del segretario avrebbe avuto bisogno di un'affluenza altissima, più vicina ai 4 milioni che ai 3, perché avrebbe indicato una massiccia partecipazione al voto di un elettorato diverso da quello tradizionale del Pd e della sinistra. Il boom in cui sperava il sindaco di Firenze non c'è stato, ma a conti fatti il suo risultato è ragguardevole proprio perché ottenuto nonostante un'affluenza – la meno alta della breve storia delle primarie – che avrebbe potuto penalizzarlo molto. Dunque, delle due l'una: o Renzi "pesa" in tutto il "tradizionale" centrosinistra, non solo nel Pd, il 36%, oppure è riuscito ad attirare parecchi elettori non di sinistra, non sufficienti a strappare la leadership a Bersani, ma quanto basta a dimostrare di poter cambiare connotati al Pd.
Tendiamo per questa seconda ipotesi. Che Renzi potesse contare sull'appoggio di una percentuale minima dell'apparato del Pd, il 2-3% tra parlamentari, dirigenti e altri eletti, e che suscitasse una profonda ostilità presso la "base" del suo stesso partito, per non parlare degli elettori ancora più a sinistra, non è una notizia. Lo è, invece, che abbia saputo attirare elettori che probabilmente non hanno mai votato Pd, né una coalizione di centrosinistra, ma che hanno preso in considerazione questa ipotesi nel caso a prevalere fosse la nuova offerta politica rappresentata da Renzi. Insomma, sapevamo già quanto fosse minoritario nel ristretto giro del Pd e del tradizionale "popolo" di sinistra. La sua sfida era un'altra: dar vita ad un'altra sinistra cambiando letteralmente pelle all'elettorato del Pd.
Un'operazione purtroppo per lui rimasta a metà. Per poter riuscire nell'impresa Renzi avrebbe dovuto osare molto di più in termini di "rottura" con le vecchie idee di sinistra e con il suo principale avversario: Bersani. Ha scelto, invece, e lo si è visto durante il confronto televisivo su Sky, una linea più morbida e conciliante per non essere dipinto come "guastafeste", non riuscendo nemmeno a dissociarsi dall'alleanza con Sel, mentre Bersani dava prova di solidità e affidabilità senza mai perdere la calma. Adesso il rischio è che la tenaglia delle regole si chiuda al ballottaggio e il signor secondo posto del primo turno venga offuscato da una pesante debàcle: se Bersani, infatti, avrà gioco facile nel riportare alle urne i voti "strutturati", e nel convincere gli elettori di Vendola al voto utile, sarà arduo per il sindaco mobilitare per la seconda volta nell'arco di una settimana un voto d'opinione e non di appartenenza. Per riuscirci dovrà sforzarsi di far apparire la sua vittoria ancora a portata di mano.
In ogni caso, il richiamo all'ordine pro-Bersani di Susanna Camusso, domenica su Raitre, a urne ancora aperte, è la conferma che la Cgil detiene la quota di maggioranza del Pd. Una realtà politica inoppugnabile, quasi tangibile, di cui il premier Monti – che da Fazio, a Che tempo che fa, si è mostrato ancora una volta troppo sibillino riguardo le sue intenzioni nell'immediato futuro – dovrebbe tener conto, se pensa di poter guidare un governo di cui l'azionista di maggioranza sarebbe proprio quel Pd fortemente condizionato dalla Cgil. Lo scenario che si prospetta con l'inerzia politica attuale – probabile forte affermazione di Bersani al ballottaggio delle primarie; una coalizione di sinistra-sinistra pienamente mobilitata e lanciata verso il 30-35% (più eventuali premi di maggioranza); un panorama di macerie, disgregazione e frammentazione nel centrodestra – renderebbe assai difficile, proprio per la doppia legittimazione popolare – primarie più elezioni politiche – scippare la vittoria al Pd a vantaggio di un Monti-bis. Il premier dovrà ripensare a come giocare le sue carte, perché una candidatura implicita, un sostegno tacito ai suoi "scudieri" centristi, potrebbero non bastare più per determinare condizioni favorevoli alla sua permanenza a Palazzo Chigi. E se anche ci restasse, rischierebbe di trovarsi ostaggio di una maggioranza troppo sbilanciata a sinistra.
Pur con qualche macchia e interrogativo di troppo sullo scrutinio, la vittoria di Pierluigi Bersani è piuttosto netta. Si sapeva che Renzi per insidiare il primo posto del segretario avrebbe avuto bisogno di un'affluenza altissima, più vicina ai 4 milioni che ai 3, perché avrebbe indicato una massiccia partecipazione al voto di un elettorato diverso da quello tradizionale del Pd e della sinistra. Il boom in cui sperava il sindaco di Firenze non c'è stato, ma a conti fatti il suo risultato è ragguardevole proprio perché ottenuto nonostante un'affluenza – la meno alta della breve storia delle primarie – che avrebbe potuto penalizzarlo molto. Dunque, delle due l'una: o Renzi "pesa" in tutto il "tradizionale" centrosinistra, non solo nel Pd, il 36%, oppure è riuscito ad attirare parecchi elettori non di sinistra, non sufficienti a strappare la leadership a Bersani, ma quanto basta a dimostrare di poter cambiare connotati al Pd.
Tendiamo per questa seconda ipotesi. Che Renzi potesse contare sull'appoggio di una percentuale minima dell'apparato del Pd, il 2-3% tra parlamentari, dirigenti e altri eletti, e che suscitasse una profonda ostilità presso la "base" del suo stesso partito, per non parlare degli elettori ancora più a sinistra, non è una notizia. Lo è, invece, che abbia saputo attirare elettori che probabilmente non hanno mai votato Pd, né una coalizione di centrosinistra, ma che hanno preso in considerazione questa ipotesi nel caso a prevalere fosse la nuova offerta politica rappresentata da Renzi. Insomma, sapevamo già quanto fosse minoritario nel ristretto giro del Pd e del tradizionale "popolo" di sinistra. La sua sfida era un'altra: dar vita ad un'altra sinistra cambiando letteralmente pelle all'elettorato del Pd.
Un'operazione purtroppo per lui rimasta a metà. Per poter riuscire nell'impresa Renzi avrebbe dovuto osare molto di più in termini di "rottura" con le vecchie idee di sinistra e con il suo principale avversario: Bersani. Ha scelto, invece, e lo si è visto durante il confronto televisivo su Sky, una linea più morbida e conciliante per non essere dipinto come "guastafeste", non riuscendo nemmeno a dissociarsi dall'alleanza con Sel, mentre Bersani dava prova di solidità e affidabilità senza mai perdere la calma. Adesso il rischio è che la tenaglia delle regole si chiuda al ballottaggio e il signor secondo posto del primo turno venga offuscato da una pesante debàcle: se Bersani, infatti, avrà gioco facile nel riportare alle urne i voti "strutturati", e nel convincere gli elettori di Vendola al voto utile, sarà arduo per il sindaco mobilitare per la seconda volta nell'arco di una settimana un voto d'opinione e non di appartenenza. Per riuscirci dovrà sforzarsi di far apparire la sua vittoria ancora a portata di mano.
In ogni caso, il richiamo all'ordine pro-Bersani di Susanna Camusso, domenica su Raitre, a urne ancora aperte, è la conferma che la Cgil detiene la quota di maggioranza del Pd. Una realtà politica inoppugnabile, quasi tangibile, di cui il premier Monti – che da Fazio, a Che tempo che fa, si è mostrato ancora una volta troppo sibillino riguardo le sue intenzioni nell'immediato futuro – dovrebbe tener conto, se pensa di poter guidare un governo di cui l'azionista di maggioranza sarebbe proprio quel Pd fortemente condizionato dalla Cgil. Lo scenario che si prospetta con l'inerzia politica attuale – probabile forte affermazione di Bersani al ballottaggio delle primarie; una coalizione di sinistra-sinistra pienamente mobilitata e lanciata verso il 30-35% (più eventuali premi di maggioranza); un panorama di macerie, disgregazione e frammentazione nel centrodestra – renderebbe assai difficile, proprio per la doppia legittimazione popolare – primarie più elezioni politiche – scippare la vittoria al Pd a vantaggio di un Monti-bis. Il premier dovrà ripensare a come giocare le sue carte, perché una candidatura implicita, un sostegno tacito ai suoi "scudieri" centristi, potrebbero non bastare più per determinare condizioni favorevoli alla sua permanenza a Palazzo Chigi. E se anche ci restasse, rischierebbe di trovarsi ostaggio di una maggioranza troppo sbilanciata a sinistra.
Wednesday, November 14, 2012
Sulla patrimoniale Monti strizza l'occhio alla coppia Pd-Sel?
Dopo la smentita ufficiale di martedì, anche ieri autorevoli esponenti dell'esecutivo – i sottosegretari Catricalà e Polillo, i ministri Giarda e Fornero – sono tornati a negare che in questo momento il governo stia pensando ad una nuova imposta patrimoniale o ad accrescere quelle esistenti. Imposte sul patrimonio, tra l'altro, il governo le ha già introdotte: sugli immobili, sui beni di lusso e sui conti deposito e titoli. E' assodato, dunque, che al "Financial Times Italy Summit" il presidente del Consiglio non abbia voluto annunciare alcuna nuova patrimoniale. Come interpretare, allora, le sue parole? Giocando un po' tra passato (quello che avrebbe voluto fare ma non ha potuto) e futuro («siamo all'inizio del lavoro») dell'azione di governo, Monti ha spiegato che non ha introdotto una patrimoniale «generalizzata», e non ha intenzione di introdurla ora, non perché sia contrario in linea di principio, ma semplicemente perché non ha gli strumenti tecnici per "scovare" le ricchezze evitando una fuga dei capitali dall'Italia che metterebbe al tappeto la nostra economia. Lascia tuttavia intendere che se li avesse...
La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
LEGGI TUTTO su L'Opinione
La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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Tuesday, November 13, 2012
Dibattito non sposterà voti, ma lo vince Bersani
Due i sicuri vincitori del dibattito tv di ieri sera tra i candidati alle primarie del centrosinistra: decisamente Sky, che ha costruito un format nient'affatto male per essere la prima volta, con un ritmo serrato e coinvolgente. Pochi 90 secondi? Il numero degli oratori - cinque - imponeva tempi ristretti per le risposte (immaginate la sonnolenza a concedere più di due minuti a Vendola o alla Puppato) e in ogni caso trovo che sapere esprimere un concetto chiaro, incisivo, con il giusto mix di retorica e concretezza in un minuto circa sia un'abilità che bisogna imparare a pretendere/apprezzare in un politico e che i politici devono coltivare. E diciamola tutta: a volte 90 secondi sono sembrati anche troppi, così poco avevano da dire alcuni. Ma hanno vinto anche le primarie stesse, che obbligano tutti ad una comunicazione politica più stringente, più sul punto, meno autoreferenziale e da talk show. Ormai imprescindibili, il centrodestra ha solo da imparare.
Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.
Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.
Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.
Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.
Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.
Non ha vinto, invece, come si potrebbe pensare, l'alleanza Pd-Sel. Sì, ok, aiutata dal vuoto, dalla nullità del centrodestra, il pienone alle primarie è garantito. Ma il dibattito di ieri sera non ha certo aiutato il centrosinistra ad andare oltre il suo elettorato tradizionale, semmai a rivitalizzarlo (che comunque non è poco). Grigiore e inconcludenza generale, nessuna idea nuova, nessuna proposta concreta, numeri alla mano su debito, Pil, tagli fiscali e come finanziarli. Niente di tutto questo, ma solita sinistra tasse e welfare, l'usato sicuro (Bersani) contro il giovane furbetto (Renzi), appena più fresco; gli altri vecchissimi, salme novecentesche. Insomma, nulla che possa attrarre un elettore non di sinistra.
Il dibattito di per sé non dovrebbe nemmeno spostare molti voti tra i candidati alle primarie, non essendoci stati colpi di scena o scivoloni eclatanti. Detto questo, considerando l'elettorato di riferimento e le aspettative, e la performance comunicativa più che il merito delle politiche, direi che ha vinto Bersani (voto: 8). Ha tutto sommato consolidato la sua posizione di front-runner, non apparendo nient'affatto bollito e impacciato come ci si poteva immaginare al confronto con il giovane Renzi, mai a disagio o troppo in tensione o irritato dalla sfida (anche perché nessuno lo ha minimamente attaccato). Look ordinato, composto, pacato, sobrio, ha saputo gestire i momenti dosando retorica e concretezza, prendendosi la scena con tono assertivo, con un cambio di registro per far capire che le sfide saranno tremende e c'è bisogno di esperienza e affidabilità. Ha saputo piazzarsi come via di mezzo ragionevole tra Renzi e Vendola («cambiare senza spaventare») e con il suo fare bonario da padre di famiglia che sa ascoltare li ha neutralizzati.
Renzi (voto: 6) è apparso più fresco, il più brillante e a suo agio con il format, sue le battute più efficaci, ma non rappresentando politicamente niente di così nuovo, Bersani è apparso più solido e affidabile per la premiership. La simpatia non basta più, è stato deludente sui contenuti: nessun elemento di vera rottura con la sinistra tradizionale. Non riesce nemmeno a scaricare Vendola dall'alleanza. Riprende gli altri avversari ma non attacca mai Bersani. Renzi ieri sera ha scelto di non creare problemi, di fare "l'amico", per scrollarsi di dosso l'etichetta del guastafeste. Ha fatto il suo compitino, svolto la parte della giovane leva ma negli schemi, facendo così il gioco del segretario. In fondo la competizione vera adesso è per il secondo posto, per andare al ballottaggio, e non ha voluto rischiare. Ma è una strategia utile, appunto, per arrivare bene secondo, non per tentare di battere Bersani.
Emblematico l'appello finale: da Renzi una generica dichiarazione d'amore, di passione per la politica «bella», e di desiderio di «futuro», mentre a mio avviso Bersani ha toccato tasti più concreti e sensibili per gli elettori di centrosinistra. Basta con la «fabbrica delle illusioni», ora verità: «Non vi chiedo di piacervi ma di credermi, perché dirò le cose come stanno, con verità e semplicità», come a mettere in guardia gli elettori da chi tenta di "piacere", sottintendendo non solo Berlusconi ma anche i "compagni" Matteo e Nichi.
Vendola (voto 4) è stato disastroso, sembrava la parodia di se stesso ("acchiappanuvole"!?), look tetro, pallido, sudato, retorica oltre qualsiasi soglia di sopportabilità, ad ascoltarlo veniva voglia di toccare ferro tanto era fosca l'immagine del paese che tratteggiava (e sorvoliamo sulla figuraccia della sua fan). Gli altri in pratica si sono autoeliminati: troppo vago, democristiano e dinosauro della politica Tabacci (voto: 4); non pervenuta la Puppato, sempre a disagio, confonde la riforma del lavoro con quella delle pensioni, Brunetta con Padoa-Schioppa, evasiva e fumosa.
Saturday, November 10, 2012
Le ragioni politiche dietro lo sfogo del Cav
Anche su L'Opinione
Proviamo una lettura meno caricaturale dello psicodramma del Pdl. Secondo Berlusconi le primarie non bastano, anzi così organizzate (provincia per provincia) rischiano di alimentare le faide interne e dar vita ad uno spettacolo ancor più disgustoso agli occhi degli elettori. Ci vorrebbe il Berlusconi del 1994, un nuovo Berlusconi, o almeno un leader con il famoso "quid", di cui però il Cav non vede traccia nel partito. Come dargli torto? Ha corteggiato invano suoi possibili successori, da Montezemolo a Monti, i quali hanno cortesemente declinato. In parte per la natura stessa del personaggio, che non ammette co-protagonisti, in parte per l'assalto mediatico-giudiziario, intorno al Cav c'è solo terra bruciata. Personalità esterne alla politica esitano a farsi avanti per paura di ricevere lo stesso trattamento, e in ogni caso non accetterebbero mai di caricarsi sulle spalle il corpaccione dello screditato Pdl e la pesante, controversa eredità del suo fondatore.
Il Cav capisce che la sua stagione è finita e fatica ad accettarlo. Quindi continua a "sragionare" di un nuovo Berlusconi e di "shock". Il partito dovrebbe aspettare che si manifesti, come una sorta di messia, o andarselo a cercare. Dopo aver sbraitato, è lui stesso ad ammettere di non avere assi nella manica, di non sapere neanche lui cosa fare, e a definire il suo uno «sfogo». Fin qui l'aspetto psicologico. Ora quello politico. Legittimo che Alfano e i suoi coltivino ambizioni, ma commettono il tragicomico errore di ignorare i propri limiti se pensano di costruire il proprio futuro politico rompendo con Berlusconi, nell'illusione che ciò renda possibili chissà quali nuove e formidabili alleanze. E senza di lui, o peggio avendolo contro, nemmeno le primarie sovvertirebbero il clima di smobilitazione. Comprensibile che il malumore del Cav aumenti sentendosi epurato da un gruppo dirigente mediocre – il cui appeal sull'elettorato non è ancora nemmeno lontanamente comparabile al suo – convinto che il sacrificio del capo e appiattirsi su Monti servano ad un disegno politico in realtà manifestamente suicida.
Dopo un anno, a nulla sono serviti i passi indietro di Berlusconi (se non ad irritarlo), anzi l'agognata unità dei "moderati" che avrebbero dovuto favorire è quanto mai lontana. Il gioco di Casini è un altro: la deberlusconizzazione del Pdl non come precondizione di un'alleanza, ma come premessa della sua liquefazione. Quello di Fini di ieri mattina (con Alfano possibile una «pagina nuova per tutti i moderati») è solo l'ultimo dei "baci della morte". Lo stesso D'Alimonte, rivelando candidamente il senso della sua proposta di riforma elettorale, dà la misura della stupidità del Pdl che in Senato ha votato, con Udc e Lega, un testo simile: «Con questo meccanismo Casini potrebbe decidere di fare un'alleanza elettorale con il Pd sul modello siciliano. Arriverebbero al 40%, e con 14 punti di premio arriverebbero al 54%: se il Pd facesse un listone unico con Sel potrebbe disinnescare la pregiudiziale di Casini nei confronti di Vendola». Biscotto servito e tanti saluti al Pdl.
La soglia – per ora al 42,5%, ma Pd e Udc sono già d'accordo sul 40 – è funzionale ad un'alleanza Pd-Sel-Udc o, in ogni caso, regala una enorme rendita di posizione post-voto ad un Casini in crisi, che nelle ultime tornate elettorali non è apparso in grado di intercettare voti Pdl e il cui progetto Terzo polo si è dimostrato velleitario. Tra l'altro, è una legge peggiorativa del porcellum in termini di governabilità: se nessuno raggiunge la soglia, non scatta il premio ed è proporzionale puro; ma la coalizione che la raggiungesse potrebbe comunque essere troppo disomogenea, come lo sarebbe una formata da Pd, Sel e Udc.
Proviamo una lettura meno caricaturale dello psicodramma del Pdl. Secondo Berlusconi le primarie non bastano, anzi così organizzate (provincia per provincia) rischiano di alimentare le faide interne e dar vita ad uno spettacolo ancor più disgustoso agli occhi degli elettori. Ci vorrebbe il Berlusconi del 1994, un nuovo Berlusconi, o almeno un leader con il famoso "quid", di cui però il Cav non vede traccia nel partito. Come dargli torto? Ha corteggiato invano suoi possibili successori, da Montezemolo a Monti, i quali hanno cortesemente declinato. In parte per la natura stessa del personaggio, che non ammette co-protagonisti, in parte per l'assalto mediatico-giudiziario, intorno al Cav c'è solo terra bruciata. Personalità esterne alla politica esitano a farsi avanti per paura di ricevere lo stesso trattamento, e in ogni caso non accetterebbero mai di caricarsi sulle spalle il corpaccione dello screditato Pdl e la pesante, controversa eredità del suo fondatore.
Il Cav capisce che la sua stagione è finita e fatica ad accettarlo. Quindi continua a "sragionare" di un nuovo Berlusconi e di "shock". Il partito dovrebbe aspettare che si manifesti, come una sorta di messia, o andarselo a cercare. Dopo aver sbraitato, è lui stesso ad ammettere di non avere assi nella manica, di non sapere neanche lui cosa fare, e a definire il suo uno «sfogo». Fin qui l'aspetto psicologico. Ora quello politico. Legittimo che Alfano e i suoi coltivino ambizioni, ma commettono il tragicomico errore di ignorare i propri limiti se pensano di costruire il proprio futuro politico rompendo con Berlusconi, nell'illusione che ciò renda possibili chissà quali nuove e formidabili alleanze. E senza di lui, o peggio avendolo contro, nemmeno le primarie sovvertirebbero il clima di smobilitazione. Comprensibile che il malumore del Cav aumenti sentendosi epurato da un gruppo dirigente mediocre – il cui appeal sull'elettorato non è ancora nemmeno lontanamente comparabile al suo – convinto che il sacrificio del capo e appiattirsi su Monti servano ad un disegno politico in realtà manifestamente suicida.
Dopo un anno, a nulla sono serviti i passi indietro di Berlusconi (se non ad irritarlo), anzi l'agognata unità dei "moderati" che avrebbero dovuto favorire è quanto mai lontana. Il gioco di Casini è un altro: la deberlusconizzazione del Pdl non come precondizione di un'alleanza, ma come premessa della sua liquefazione. Quello di Fini di ieri mattina (con Alfano possibile una «pagina nuova per tutti i moderati») è solo l'ultimo dei "baci della morte". Lo stesso D'Alimonte, rivelando candidamente il senso della sua proposta di riforma elettorale, dà la misura della stupidità del Pdl che in Senato ha votato, con Udc e Lega, un testo simile: «Con questo meccanismo Casini potrebbe decidere di fare un'alleanza elettorale con il Pd sul modello siciliano. Arriverebbero al 40%, e con 14 punti di premio arriverebbero al 54%: se il Pd facesse un listone unico con Sel potrebbe disinnescare la pregiudiziale di Casini nei confronti di Vendola». Biscotto servito e tanti saluti al Pdl.
La soglia – per ora al 42,5%, ma Pd e Udc sono già d'accordo sul 40 – è funzionale ad un'alleanza Pd-Sel-Udc o, in ogni caso, regala una enorme rendita di posizione post-voto ad un Casini in crisi, che nelle ultime tornate elettorali non è apparso in grado di intercettare voti Pdl e il cui progetto Terzo polo si è dimostrato velleitario. Tra l'altro, è una legge peggiorativa del porcellum in termini di governabilità: se nessuno raggiunge la soglia, non scatta il premio ed è proporzionale puro; ma la coalizione che la raggiungesse potrebbe comunque essere troppo disomogenea, come lo sarebbe una formata da Pd, Sel e Udc.
Thursday, November 01, 2012
Tremonti candidato alle primarie? Occasione da non perdere per Alfano e il Pdl
Anche su L'Opinione
L'ultimo arrivato nel toto-nomi per le primarie del Pdl è l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, che starebbe prendendo in seria considerazione l'idea di farsi avanti, nonostante il suo progressivo allontanamento dal partito – a cui però è ancora iscritto – e il recente lancio di un nuovo soggetto politico. A prescindere dal giudizio sul suo operato a via XX Settembre, trattandosi di primarie "aperte" la sua non sarebbe una candidatura da sottovalutare, come una mera operazione nostalgia. L'ex ministro, infatti, ha ancora dalla sua molte simpatie nel mondo leghista e rappresenta una voce anti-montiana, però dalla postura non "popolana", bensì intellettuale, razionale, istituzionale, che può avere una certa presa sul malcontento dell'elettorato pidiellino.
Comprensibile che possa suscitare un certo fastidio, ma sarebbe un errore da parte del Pdl respingere o intralciare o snobbare la candidatura dell'ex ministro, che invece dovrebbe essere vissuta dal partito, così come dagli altri candidati – Alfano su tutti, ancora alla ricerca del famoso “quid” – come un'occasione da non gettare al vento.
Innanzitutto, perché la partecipazione di Tremonti aiuterebbe a scongiurare che vengano liquidate dai media come primarie-farsa al solo scopo di ri-legittimare un Alfano molto debole. Al segretario conviene misurarsi con avversari di un certo spessore, sia intellettuale che politico, piuttosto che recitare la parte del nome su cui converge tutto l'establishment del partito e svilire la propria immagine in dibattiti con candidati improbabili. Deve quindi sperare che avanzino la loro candidatura personaggi di peso, perché più la competizione apparirà vera, più cittadini si convinceranno ad andare alle urne, più forte sarà la legittimazione del vincitore.
Ma c'è un altro vantaggio, specifico, nella candidatura di Tremonti. Offrirebbe, infatti, al Pdl l'occasione per fare i conti con gli errori della precedente esperienza di governo senza coinvolgere il fondatore Berlusconi come bersaglio polemico, e per un esame di coscienza, per far emergere l'identità, l'anima "economica" prevalente nel partito, nel quale ancora oggi che non è più al governo e che Tremonti non è più ministro, rispetto ai provvedimenti del governo Monti convivono una linea, a parole, anti-tasse e anti-spesa, e nei fatti rigurgiti statalisti, assistenzialisti e corporativi.
Gli altri candidati, e Alfano in primis, non potrebbero sottrarsi al dibattito con Tremonti sui temi economici e avrebbero quindi modo di caratterizzarsi, per analogia o contrasto rispetto all'operato e alle proposte dell'ex ministro, per la loro visione di politica economica. Il che, altrimenti, rischierebbe di non avvenire nei termini puntuali e concreti indispensabili se si vuole avere qualche chance di riavvicinare gli elettori delusi del centrodestra.
L'ultimo arrivato nel toto-nomi per le primarie del Pdl è l'ex ministro dell'economia Giulio Tremonti, che starebbe prendendo in seria considerazione l'idea di farsi avanti, nonostante il suo progressivo allontanamento dal partito – a cui però è ancora iscritto – e il recente lancio di un nuovo soggetto politico. A prescindere dal giudizio sul suo operato a via XX Settembre, trattandosi di primarie "aperte" la sua non sarebbe una candidatura da sottovalutare, come una mera operazione nostalgia. L'ex ministro, infatti, ha ancora dalla sua molte simpatie nel mondo leghista e rappresenta una voce anti-montiana, però dalla postura non "popolana", bensì intellettuale, razionale, istituzionale, che può avere una certa presa sul malcontento dell'elettorato pidiellino.
Comprensibile che possa suscitare un certo fastidio, ma sarebbe un errore da parte del Pdl respingere o intralciare o snobbare la candidatura dell'ex ministro, che invece dovrebbe essere vissuta dal partito, così come dagli altri candidati – Alfano su tutti, ancora alla ricerca del famoso “quid” – come un'occasione da non gettare al vento.
Innanzitutto, perché la partecipazione di Tremonti aiuterebbe a scongiurare che vengano liquidate dai media come primarie-farsa al solo scopo di ri-legittimare un Alfano molto debole. Al segretario conviene misurarsi con avversari di un certo spessore, sia intellettuale che politico, piuttosto che recitare la parte del nome su cui converge tutto l'establishment del partito e svilire la propria immagine in dibattiti con candidati improbabili. Deve quindi sperare che avanzino la loro candidatura personaggi di peso, perché più la competizione apparirà vera, più cittadini si convinceranno ad andare alle urne, più forte sarà la legittimazione del vincitore.
Ma c'è un altro vantaggio, specifico, nella candidatura di Tremonti. Offrirebbe, infatti, al Pdl l'occasione per fare i conti con gli errori della precedente esperienza di governo senza coinvolgere il fondatore Berlusconi come bersaglio polemico, e per un esame di coscienza, per far emergere l'identità, l'anima "economica" prevalente nel partito, nel quale ancora oggi che non è più al governo e che Tremonti non è più ministro, rispetto ai provvedimenti del governo Monti convivono una linea, a parole, anti-tasse e anti-spesa, e nei fatti rigurgiti statalisti, assistenzialisti e corporativi.
Gli altri candidati, e Alfano in primis, non potrebbero sottrarsi al dibattito con Tremonti sui temi economici e avrebbero quindi modo di caratterizzarsi, per analogia o contrasto rispetto all'operato e alle proposte dell'ex ministro, per la loro visione di politica economica. Il che, altrimenti, rischierebbe di non avvenire nei termini puntuali e concreti indispensabili se si vuole avere qualche chance di riavvicinare gli elettori delusi del centrodestra.
Wednesday, October 31, 2012
Il voto in Sicilia chiama in causa anche Monti
Anche su L'Opinione
Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.
Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.
Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?
Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?
Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.
Almeno due le esagerazioni ricorrenti nelle analisi post-voto siciliano. Il movimento di Grillo ha dimostrato di sapersi imporre come terza o quarta forza, con percentuali a doppia cifra, non solo in elezioni cittadine ma anche regionali, e non solo al centro-nord ma anche nel profondo sud. Insomma, oltre ai sondaggi che lo accreditano come movimento nazionale intorno al 15%, da oggi abbiamo anche un voto vero. Non è poco, ma è esagerato parlare di «boom» o «primo partito» in Sicilia: alle regionali i numeri dei partiti sono distorti dal gioco delle liste civiche/personali dei candidati, e Cancelleri è arrivato a malapena terzo, staccato di oltre 7 punti dal secondo. In condizioni ottimali - classe politica locale screditata, debolezza dei candidati, crisi dei partiti tradizionali e frammentazione - non ha sfondato, gli elettori non hanno visto nemmeno nel M5S una valida alternativa all'astensione.
Un azzardo, poi, proiettare il voto in Sicilia sul piano nazionale. A prescindere dalle specificità dell'isola, alle politiche mancano ancora sei mesi in cui possono mutare molte variabili: la legge elettorale (bisognerà valutare il grado di correzione in senso maggioritario della nuova legge, ma non si può escludere che voteremo di nuovo con il porcellum); le primarie, che potrebbero dare almeno l'impressione di un certo rinnovamento e grado di apertura dei vecchi partiti, quindi ridar loro un certo slancio; e infine le alleanze e i candidati premier.
Anche sull'astensionismo prevale una lettura eccessivamente pessimistica. Può essere infatti una cattiva notizia, perché una ridotta partecipazione aumenta il rischio di derive populiste e ingovernabilità; ma anche buona, visto che non mancano offerte politiche populiste, che fanno leva sull'indignazione e il disgusto anti-casta, eppure il grosso dell'elettorato non sembra ancora essersi fatto sedurre. Che gli italiani siano più maturi di quanto pensiamo e non si accontentino di un voto di protesta, ma siano ancora in attesa di una credibile proposta di governo?
Uno dei messaggi, per ora trascurato, che giunge dalla Sicilia è che l'astensionismo e il voto a Grillo non premiano il cambiamento, ma le coalizioni guidate dal Pd. Come cambierà l'atteggiamento degli elettori, soprattutto dei delusi dal centrodestra, quando in prossimità delle politiche apparirà chiaro che astenendosi o votando Grillo il rischio è di ritrovarsi con Bersani e Vendola a Palazzo Chigi?
Certo, astensionismo, frammentazione e avanzata di Grillo è un cocktail che rende concreto anche il rischio ingovernabilità, e quindi automaticamente più probabile l'ipotesi Monti-bis. Se davvero dalle urne uscisse un quadro simile a quello siciliano, le condizioni sarebbero ideali per il ritorno del prof. a Palazzo Chigi, ma siamo sicuri che riuscirebbe a governare con un Parlamento balcanizzato, ancor più instabile dell'attuale - con il Pd in preda a sindrome da vittoria scippata, un centro leale ma minoritario, un centrodestra frammentato e rancoroso, e la pressione di consistenti forze anti-sistema? Il voto siciliano, osserva Giuliano Cazzola, «carica di responsabilità non solo i partiti, ma anche il premier Monti, il quale deve decidere se vuole entrare nella storia come Facta, il cui governo fu travolto dalla marcia su Roma del 1922, oppure come De Gasperi, che nel '48 riuscì a sconfiggere il Fronte popolare». Posto che Monti abbia in mente l'"agenda" per il paese di cui tanto si parla, puntare su un esito "siciliano" del voto nazionale sarebbe come scherzare col fuoco sulla testa degli italiani. La via più trasparente, e responsabile, per non rischiare uno scenario greco, è quella dell'impegno esplicito.
Monday, October 29, 2012
Le sirene neocentriste bersaglio dell'ira del Cav
Difficile comprendere dove finisca lo sfogo per l'assurda sentenza di condanna ricevuta venerdì, accompagnata da a dir poco irrituali motivazioni "politiche", e dove cominci, invece, la politica. Si vedrà nelle prossime settimane. Ma i toni sopra le righe nei confronti del governo Monti e della cancelliera Merkel hanno senz'altro a che fare sia con l'ennesimo tentativo di "farlo fuori" per via giudiziaria, sia con lo scollamento in atto tra il fondatore del Pdl e la sua classe dirigente, segretario Alfano compreso. Il Cav ha voluto evitare che il combinato disposto della sentenza dei giudici di Milano e della sua decisione di non ricandidarsi, con apertura al metodo delle primarie, potesse incoraggiare qualcuno, in primis nel suo partito ma ovviamente anche tra i suoi avversari, a credere che sia disposto a farsi eliminare dalla scena politica.
Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.
Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.
In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?
Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
LEGGI TUTTO su L'Opinione
Il passo indietro non significa affatto un via libera ad una linea acriticamente montiana del Pdl, nell'illusione di favorire l'alleanza con Casini. Oltre allo shock della sentenza, a Berlusconi non è senz'altro sfuggito che il suo passo indietro non ha affatto sortito gli effetti sperati sugli ipotetici intelocutori per il rassemblement dei "moderati", su tutti Casini e Montezemolo. Anzi, entrambi hanno stretto ulteriormente la morsa sul Pdl: Casini confermando di voler proseguire sulla sua strada con una "lista per l'Italia" e Montezemolo stringendo l'alleanza con il mondo di Todi. Il significato è fin troppo chiaro: il Pdl può anche diventare più montiano di Monti e il Cav sparire per sempre in Kenya o chissà dove, ma nulla potrà mai accontentarli se non la totale liquefazione del Pdl. L'obiettivo finale è sì l'unità dei moderati, ma completamente deberlusconizzata. Anzi, antiberlusconiana. Il che è chiaramente inaccettabile per Berlusconi. Sia pure con due diverse operazioni centriste, lo scenario a cui lavorano Casini e Montezemolo è quello di un pezzo maggioritario del Pdl che rompe con il suo fondatore, e che si consegna mani e piedi al progetto neocentrista. A quel punto Berlusconi e i suoi fedelissimi non potrebbero far altro che dar vita a un nuovo partito berlusconiano, rancoroso e populista, e gli ex An farebbero altrettanto, un nuovo partito di destra, non potendo certo morire democristiani, ma entrambi sarebbero condannati all'isolamento. Questo il disegno contro cui Berlusconi si è scagliato nella conferenza stampa di sabato.
Consapevolmente o meno molti esponenti del Pdl, pensando al seguito della propria carriera politica, sono invece allettati da questa prospettiva e il segretario Alfano è esposto a tali sirene. Il rischio che corrono, ovviamente, è di venire usati in funzione antiCav e poi gettati, come è capitato a Fini.
In questa partita a scacchi c'entra poco la "responsabilità" nei confronti del governo Monti. Anche il Pdl, come il Pd, ha sostenuto tutti i provvedimenti dell'attuale esecutivo. E anche il Pd non ha mai rinunciato a criticarlo e a porre i propri paletti. Sembra quasi, però, che al centrosinistra di Bersani si perdonino le intemperanze demagogiche e la voglia nemmeno tanto velata di archivhiare in fretta l'agenda e la figura stessa di Monti (vedi dichiarazioni di Fassina e Vendola), mentre al Pdl si richiede di starsene buono, appiattito sulle misure del governo tecnico, perché se osa alzare il ditino allora scatta l'accusa di populismo, di irresponsabilità. Se il Pd di Bersani punta i piedi sui tagli alla spesa – alla sanità, alla scuola e agli enti locali – e se insieme al sindacato è riuscito a svuotare la riforma del mercato del lavoro sull'articolo 18, non si capisce perché il Pdl e Berlusconi non dovrebbero porre istanze sul fisco, sull'Imu o sull'Iva. E quale sede più appropriata della legge di stabilità, cioè il principale atto di politica economica, per dimostrare di esserci?
Può apparire contraddittorio, ma il Pdl non potrebbe tenere in piedi una linea responsabile sul governo Monti e l'Europa, al tempo stesso senza appiattirsi totalmente sulle misure, tra l'altro non impeccabili, del governo?
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Friday, October 26, 2012
Socialismo cattolico in carrozza con Montezemolo
Il flirt tra Fermareildeclino e ItaliaFutura si conclude così: alle idee liberiste Montezemolo ha preferito la potenza organizzativa dell'associazionismo cattolico-solidarista, quello che chiamo socialismo cattolico; a Giannino ha preferito Bonanni, la Cisl, le Acli, insomma il mondo di Todi, che da mesi era alla ricerca di "mezzi" per un impegno politico diretto, che non fossero però i vecchi arnesi Pdl, Udc e Pd, né un nuovo partito cattolico.
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Thursday, October 25, 2012
Primarie, non è il momento di essere troppo choosy
La doppia mossa di Berlusconi (ritiro e primarie) era l'unica possibile, necessaria anche se non sufficiente, per tentare di rianimare il Pdl e rifondare il centrodestra. Ora occorre che siano primarie credibili: le più aperte possibili nelle regole, per attirare il maggior numero di elettori, non solo i militanti, e candidature estranee alla nomenclatura del partito; che non siano le vecchie facce a infestare tv, radio e giornali, monopolizzandone la comunicazione; e che si confrontino linee politiche davvero differenti, perché il Pdl, e un ipotetico nuovo centrodestra, ha urgente bisogno di sciogliere la matassa ormai indistinguibile della sua politica economica, il cui bandolo negli anni si è perso, tra la mutazione del tremontismo e veri e propri rigurgiti assistenzialisti. Solo poche ore fa i deputati del Pdl in Commissione Lavoro (con la sola eccezione di Cazzola) hanno votato, insieme al Pd, un aumento delle tasse per sussidiare gli esodati.
Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.
Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.
C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.
Come dimostra l'agguerritissima corsa nel centrosinistra, le primarie fanno bene ai partiti che le organizzano. Il Pd ci ha guadagnato: in centralità nel dibattito politico, mobilitazione della propria base, interesse suscitato nell'elettorato potenziale e, dunque, anche qualche punto nei sondaggi. Anche se personalità e gruppi esterni decidessero di non prendervi parte, e dovessero quindi ridursi ad un confronto interno, praticamente un congresso di 6-7 settimane, le primarie non potranno nuocere al Pdl più dell'attuale immobilismo.
Per questo, per chi ambisce a liquidare il Pdl, o a rinnovare l'offerta politica nel centrodestra, restare a guardare potrebbe rivelarsi politicamente costoso. La diffidenza è comprensibile, ma il definitivo passo indietro di Berlusconi e le primarie tolgono molti alibi ai vecchi e nuovi attori troppo choosy. Rappresentano una indiscutibile novità e opportunità di rinnovamento, sia della struttura sia del ceto politico del centrodestra. Si può diffidare delle reali intenzioni del Pdl, ma se la precondizione per l'avvio di qualsiasi dialogo era il ritiro di Berlusconi e la contendibilità della leadership, ora bisogna almeno sedersi al tavolo per andare a vedere le carte.
C'è il tatticismo esasperato di Casini, che però a forza di aspettare il cadavere del Pdl passare, potrebbe morirci sulla riva del fiume. E c'è la preoccupazione legittima di chi vuole presentarsi come novità assoluta (vedi Fermareildeclino e Montezemolo) di non sporcarsi le mani con un ceto politico ormai compromesso. Ma se non si hanno le forze per puntare ad essere maggioritari, per spazzare via tutto a suon di milioni di voti, la politica è anche "sporcarsi le mani", mettersi in gioco, farsi contare, se non si vuole essere velleitari. Saranno primarie-farsa al solo scopo di incoronare Alfano? Se così fosse, però, la responsabilità sarebbe anche dei mancati sfidanti troppo choosy.
Wednesday, October 10, 2012
Basta bluff incrociati: primarie aperte per un centrodestra "all'americana"
Non è la prima volta che l'ex premier si rende disponibile a farsi da parte pur di riunire quelli che chiama i "moderati", ma forse mai in modo così esplicito. E, soprattutto, a differenza che in altri momenti, oggi ci troviamo davvero nei minuti di recupero. Non solo per il Pdl, anche per gli altri attori che da anni puntano a raccoglierne l'eredità ma che, sempre più vicini all'ora "X", appaiono impreparati.
Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?
Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.
Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.
È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Quello di Berlusconi, dunque, è sì ancora tatticismo, ma non va confuso con l'inganno. La disponibilità a farsi da parte, a non ricandidarsi, è reale, ma condizionata a sua volta alla disponibilità degli altri a riunire il centrodestra. A questo punto, la logica vorrebbe che chi ha posto la condizione del passo indietro del Cav, vedendola soddisfatta, si sieda almeno al tavolo della trattativa. Perché, invece, gli attori cui si rivolge il Cav non vanno a vedere le sue carte? Cosa ancora impedisce un rassemblement del centrodestra? E se a bluffare non fosse (solo) Berlusconi, ma quanti fino ad oggi hanno insistito nel chiedergli un passo indietro?
Forse qualcuno preferisce curare il proprio orticello, lucrare sulla propria piccola rendita di posizione, piuttosto che mettersi in gioco in un progetto più vasto, inclusivo. Il tempo stringe, ma sembra che nessuno dei soggetti di area centrodestra – vecchi e nuovi – intenda abbandonare i tatticismi e giocare a carte scoperte. Casini sa che i delusi da Berlusconi resterebbero a casa o voterebbero Grillo piuttosto che consegnarsi a lui e a Fini. Non devono essere esaltanti i sondaggi, se Montezemolo ha deciso di non candidarsi a capo della sua lista. Senza leader, e ancora troppo elitario, anche il movimento Fermareildeclino ad oggi non può realisticamente pensare di andare molto oltre la soglia di sbarramento.
Eppure, ciascuno con le proprie debolezze e inadeguatezze, tutti sembrano attratti dal tanto peggio tanto meglio: meglio aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Pdl per grattargli qualche punto percentuale, piuttosto che rischiare di rianimarlo accettando di trattare con Berlusconi per rifondare il centrodestra. Al momento la realtà è che il Pdl è in coma profondo, ma i vecchi (Udc) e nuovi (IF e FiD) soggetti non sembrano rappresentare alternative davvero in grado di "coalizzare" una massa critica di elettori di centrodestra. Comprensibile che i nuovi non vogliano accompagnarsi ai vecchi e agli screditati personaggi politici, ma il rischio è che nessuno da solo riesca a toccare quota 20%. E con un Pd più Vendola verso il 30 e oltre sarebbe poi difficile immaginare di vincere le elezioni, o anche solo "scippare" la vittoria a Bersani per un Monti-bis.
È in questo scenario che a salvare il salvabile ci proverebbe, ancora una volta, Berlusconi. Che sarebbe più convincente se invitasse chi ci sta ad organizzare subito primarie apertissime (ovviamente annunciando di non voler correre) per la leadership del futuro centrodestra, in un'ottica "fusionista", guardando al modello americano. I suoi interlocutori, anche quelli nel Pdl, sarebbero messi con le spalle al muro: sfumata la possibilità di ereditare alcunché o di ergersi sulle macerie altrui, sarebbero costretti a sottoporsi al giudizio degli elettori come leader del nuovo centrodestra o a tacere per sempre.
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Friday, October 05, 2012
L'America e noi, bizantini da tardo impero
Ogni quattro anni assistiamo ammirati allo spettacolo della democrazia in azione, quando i contendenti alla Casa Bianca si sfidano in un lungo e faticosissimo processo elettorale, che inizia circa un anno prima, con le primarie, ed entra nel vivo con i duelli televisivi. Ieri notte Romney ha stracciato Obama nel primo dei tre dibattiti presidenziali, togliendo ai media prevalentemente pro-Obama un boccone che pregustavano da mesi: celebrare il colpo del ko del presidente uscente allo sfidante. A molti potranno apparire superficiali (cosa si potrà mai dire in due minuti di risposta che non suoni come uno slogan?), invece i dibattiti sono l'essenza della politica, dove non basta avere le idee migliori, bisogna anche saperle comunicare e dimostrarsi credibili. Non è uno show televisivo, ma una durissima prova di sopravvivenza durante la quale i leader si forgiano nel contraddittorio davanti ad un pubblico di milioni di cittadini. E le regole sono chiare: dentro o fuori, senza reti di protezione, senza ripescaggi, scorpori, quote, listini o preferenze, senza i nostri bizantinismi da tardo impero. Romney ha saputo mettere in atto al meglio la sua strategia: ha attaccato Obama in modo intelligente, pragmatico, non ideologico. Il che ha spiazzato il presidente, che su quel piano avrebbe avuto gioco facile a rispondere colpo su colpo. Entrambi avrebbero "eccitato" la loro base, ma non sarebbe servito a Romney, che se vuole vincere deve fare di più, convincere gli elettori indecisi, indipendenti, e dunque impermeabili alla propaganda.
E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
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E ogni volta, noi che guardiamo dal di qua dell'Atlantico non riusciamo a non farci prendere dalla depressione per lo stupefacente contrasto tra come funziona la democrazia negli Stati Uniti – sebbene con le inevitabili imperfezioni delle cose umane – e come è ridotta in Italia. Anche noi siamo in campagna elettorale, ma non sappiamo ancora con quale legge elettorale si voterà, perché ogni cinque anni cambia a seconda degli equilibri che le forze politiche in Parlamento intendono favorire; il premier uscente non si candida ma è in pole per un secondo mandato; da una parte non fanno le primarie in attesa che l'anziano leader decida il da farsi, mentre dall'altra le fanno, ma col trucco per tagliare fuori l'outsider. E come se non bastasse, potrebbero non avere alcun senso in caso di ritorno al proporzionale. Senza offesa per nessuno, ciascuno con le proprie ragioni, alibi, attenuanti, ma sembra una gabbia di matti.
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Wednesday, September 26, 2012
Non resta che il pulsante "eject": primarie del centrodestra
Benvenuti i nuovi impegni di Berlusconi e Alfano su finanziamenti, trasparenza e candidature, ma l'unica alternativa, o meglio l'ultima speranza, per uscire da tutta questa immondizia politica che hanno in casa, è premere il pulsante "eject": convocare primarie aperte per la leadership di un nuovo centrodestra; annunciare che l'ex premier non parteciperà, ma che si concentrerà nel rinnovamento interno; e offrire totale disponibilità a discutere le modalità con i soggetti, vecchi e nuovi, interessati. L'effetto sarebbe duplice: da una parte riportare idee, contenuti e facce nuove al centro del dibattito pubblico (l'unico modo per cercare di convincere i cittadini a riavvicinarsi), relegando in secondo piano, mediaticamente, gli orrori degli scandali quotidiani; dall'altra, togliere qualsiasi alibi e pretesto a chi come condizione per discutere con il Pdl non si accontenta di operazioni di mero maquillage, ma pretende – giustamente – una cesura netta rispetto al passato.
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Saturday, September 15, 2012
Renzi è pronto, ma gli elettori del Pd sono pronti per Renzi?
Anche su L'Opinione
Con il suo discorso di Verona Matteo Renzi ha dimostrato che dietro a quel sorriso da furbetto c'è della sostanza politica. Si può condividere o no, ma non liquidare come un fenomeno di mera abilità comunicativa. E' stato un equilibrato mix di trovate comunicative e carisma da una parte, e contenuti politici dall'altra. Senza perdersi nell'elenco della spesa, ma nemmeno nella retorica degli "orizzonti" ideali. Meno battute da toscanaccio, che ovviamente non sono mancate, e due-tre concetti chiave, incisivi e profondamente politici.
Ciò che molti si aspettavano da Renzi è che si dimostrasse "rottamatore" non solo della leadership e dei dirigenti - limitandosi a questo rischiava di scadere nella demagogia e nella presunzione - ma anche di vecchie idee. Missione compiuta, si direbbe. (...) Insomma, grazie allo strumento delle primarie, sebbene ancora imperfetto, il Pd si ritrova in casa una vera chance di rinnovamento, che sembra invece mancare al Pdl. Adesso però sta agli elettori del Pd coglierla o rigettarla. Sarà dura, perché anche a loro è richiesto uno sforzo di rinnovamento.
Attaccando la foto del Palazzaccio, quella che ritrae Vendola, Di Pietro e post-neo-comunisti vari, nell'atto di depositare in Cassazione i referendum per smontare la riforma del lavoro Fornero, Renzi attacca una sinistra politica e sindacale conservatrice, anzi regressiva e irresponsabile, alla quale il Pd di Bersani è legato a doppia mandata. Sembra aver capito, al contrario della maggior parte dei suoi compagni, che se nel 2013 ti presenti alle elezioni con chi ha proposto quei referendum, o con le idee di Fassina e Damiano, e condizionato dalla Cgil, non te lo lasciano guidare un paese come l'Italia. E se non sono gli elettori a fermarti, saranno i mercati e l'Europa.
(...)
Ma il passaggio forse più politico è stato quando Renzi ha detto a chiare lettere di non avere paura di cercare i voti del centrodestra, dei delusi da Berlusconi. Si rivolge a tutti gli italiani, non si rinserra nel rassicurante ma minoritario popolo della sinistra o del centrosinistra.
Apriti cielo! Subito i suoi avversari nel partito e certa stampa l'hanno accusato di voler "inquinare" le primarie con il voto del nemico. Renzi si riferiva alle politiche, è però consapevole che le sue speranze di battere Bersani sono legate alla capacità di ampliare oltre il centrosinistra il bacino di elettori che parteciperanno alle primarie. Non sorprende lo scandalo. Nella mentalità di certa sinistra gli elettori che hanno creduto in Berlusconi devono solo vergognarsi di nascosto, sono cittadini di serie B. Ma se un ex elettore del Pdl si presentasse alle primarie per votare Renzi, e Renzi vincesse, è ragionevole supporre che lo rivoterebbe alle politiche, votando così per il Pd. Che ci sarebbe di male? Chi si scandalizza rivela una concezione "proprietaria" degli elettori, un gregge da pascolare e non cittadini da convincere, una specie di assurdo "fissismo" elettorale per cui si vince facendo il pieno di voti della "propria" gente, non convincendo gli altri o gli indecisi, che in particolare in questa fase politica così fluida è suicida.
Il problema vero è che molti nel Pd vedono Renzi come una specie di Berlusconi, solo perché ha la parlantina, la battuta pronta, e perché non sembra uscito da trent'anni di inutili riunioni in fumosi stanzoni di partito. Bersani e la sua classe dirigente sono vecchi anagraficamente e politicamente, e rappresentano una vecchia idea di socialdemocrazia. Ma gli elettori del Pd sono pronti a disfarsene? La sensazione è che rimangano pervicacemente aggrappati all'utopia di vincere, e governare, con le vecchie idee della sinistra novecentesca, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia.
Anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi "ma anche", aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Ma allora gli elettori di sinistra si fidarono perché Veltroni era pur sempre un compagno dal pedigree ineccepibile. Renzi è diverso: politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, e questo insieme alla sua abilità comunicativa gli vale una non troppo velata accusa di criptoberlusconismo. Se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader ma tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle. Peccato che il tempo sia ampiamente scaduto.
Con il suo discorso di Verona Matteo Renzi ha dimostrato che dietro a quel sorriso da furbetto c'è della sostanza politica. Si può condividere o no, ma non liquidare come un fenomeno di mera abilità comunicativa. E' stato un equilibrato mix di trovate comunicative e carisma da una parte, e contenuti politici dall'altra. Senza perdersi nell'elenco della spesa, ma nemmeno nella retorica degli "orizzonti" ideali. Meno battute da toscanaccio, che ovviamente non sono mancate, e due-tre concetti chiave, incisivi e profondamente politici.
Ciò che molti si aspettavano da Renzi è che si dimostrasse "rottamatore" non solo della leadership e dei dirigenti - limitandosi a questo rischiava di scadere nella demagogia e nella presunzione - ma anche di vecchie idee. Missione compiuta, si direbbe. (...) Insomma, grazie allo strumento delle primarie, sebbene ancora imperfetto, il Pd si ritrova in casa una vera chance di rinnovamento, che sembra invece mancare al Pdl. Adesso però sta agli elettori del Pd coglierla o rigettarla. Sarà dura, perché anche a loro è richiesto uno sforzo di rinnovamento.
Attaccando la foto del Palazzaccio, quella che ritrae Vendola, Di Pietro e post-neo-comunisti vari, nell'atto di depositare in Cassazione i referendum per smontare la riforma del lavoro Fornero, Renzi attacca una sinistra politica e sindacale conservatrice, anzi regressiva e irresponsabile, alla quale il Pd di Bersani è legato a doppia mandata. Sembra aver capito, al contrario della maggior parte dei suoi compagni, che se nel 2013 ti presenti alle elezioni con chi ha proposto quei referendum, o con le idee di Fassina e Damiano, e condizionato dalla Cgil, non te lo lasciano guidare un paese come l'Italia. E se non sono gli elettori a fermarti, saranno i mercati e l'Europa.
(...)
Ma il passaggio forse più politico è stato quando Renzi ha detto a chiare lettere di non avere paura di cercare i voti del centrodestra, dei delusi da Berlusconi. Si rivolge a tutti gli italiani, non si rinserra nel rassicurante ma minoritario popolo della sinistra o del centrosinistra.
Apriti cielo! Subito i suoi avversari nel partito e certa stampa l'hanno accusato di voler "inquinare" le primarie con il voto del nemico. Renzi si riferiva alle politiche, è però consapevole che le sue speranze di battere Bersani sono legate alla capacità di ampliare oltre il centrosinistra il bacino di elettori che parteciperanno alle primarie. Non sorprende lo scandalo. Nella mentalità di certa sinistra gli elettori che hanno creduto in Berlusconi devono solo vergognarsi di nascosto, sono cittadini di serie B. Ma se un ex elettore del Pdl si presentasse alle primarie per votare Renzi, e Renzi vincesse, è ragionevole supporre che lo rivoterebbe alle politiche, votando così per il Pd. Che ci sarebbe di male? Chi si scandalizza rivela una concezione "proprietaria" degli elettori, un gregge da pascolare e non cittadini da convincere, una specie di assurdo "fissismo" elettorale per cui si vince facendo il pieno di voti della "propria" gente, non convincendo gli altri o gli indecisi, che in particolare in questa fase politica così fluida è suicida.
Il problema vero è che molti nel Pd vedono Renzi come una specie di Berlusconi, solo perché ha la parlantina, la battuta pronta, e perché non sembra uscito da trent'anni di inutili riunioni in fumosi stanzoni di partito. Bersani e la sua classe dirigente sono vecchi anagraficamente e politicamente, e rappresentano una vecchia idea di socialdemocrazia. Ma gli elettori del Pd sono pronti a disfarsene? La sensazione è che rimangano pervicacemente aggrappati all'utopia di vincere, e governare, con le vecchie idee della sinistra novecentesca, quasi per un moto di rivalsa sui verdetti della storia.
Anche il Veltroni del Lingotto, sebbene con i suoi "ma anche", aveva tentato di rinnovare la proposta del Pd, e quasi non gli riusciva. Ma allora gli elettori di sinistra si fidarono perché Veltroni era pur sempre un compagno dal pedigree ineccepibile. Renzi è diverso: politicamente non nasce nel Pci o nella Dc, ma nella II Repubblica, e questo insieme alla sua abilità comunicativa gli vale una non troppo velata accusa di criptoberlusconismo. Se il dramma degli elettori di centrodestra è la loro classe dirigente, quello degli elettori di sinistra è la mentalità retriva della maggior parte di essi, che vorrebbero nuovi leader ma tenersi le vecchie idee e trionfare con quelle. Peccato che il tempo sia ampiamente scaduto.
Tuesday, May 29, 2012
Formattatori: istanze giuste, ma poche idee e ben confuse
E' bastata la presenza fisica del segretario a mutare il clima in sala. Il suo arrivo è stato accolto con un'autentica ovazione e chi ha osato ribadire, anche in sua presenza, la richiesta di dimissioni, ha raccolto solo freddezza e qualche fischio. Per disinnescare la contestazione più dura e rubare la scena ai formattatori, ad Alfano è bastato accettare sportivamente il confronto, e promettere da giugno «un giro in tutte le regioni per andare a scoprire i giovani talenti» da chiamare a far parte di una «nuova squadra». Al di là di un giudizio un po' troppo cangiante sul segretario, e di poche idee per lo più confuse, i formattatori avanzano istanze non solo legittime, ma la cui soddisfazione appare ormai ineluttabile e urgente: democrazia interna, primarie, ricambio generazionale. Tutto giustissimo. Tuttavia, il rischio di queste iniziative, pur animate dalle migliori intenzioni, è di scadere nel giovanilismo e nell'autoreferenzialità.
(...)
Il dibattito sul modello di partito - strutturato o leggero - appare ancora a livello piuttosto embrionale. (...) Anche su come introdurre il merito nella scelta delle candidature del partito alle cariche istituzionali, non sembra ancora esserci una posizione univoca. (...) Il dibattito e le proposte dei formattatori riguardano quasi esclusivamente la democrazia interna e l'assetto organizzativo del partito. Troppo scarsa, invece, l'enfasi sui contenuti politici veri e propri... Ma quanto può interessare agli elettori, in particolare ai delusi del Pdl, come vengono scelti i coordinatori provinciali del partito o chi abita il V piano di Via dell'Umiltà?
I giovani formattatori dovrebbero cominciare a dire cosa farebbero loro. Su quali riforme dovrebbe fondarsi la Terza repubblica? Solo sull'uscita di scena di Berlusconi? Quali idee hanno di politica economica? Qual è la loro lettura della crisi? Quale la loro visione di Europa e di politica estera? Cosa propongono per la giustizia?
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(...)
Il dibattito sul modello di partito - strutturato o leggero - appare ancora a livello piuttosto embrionale. (...) Anche su come introdurre il merito nella scelta delle candidature del partito alle cariche istituzionali, non sembra ancora esserci una posizione univoca. (...) Il dibattito e le proposte dei formattatori riguardano quasi esclusivamente la democrazia interna e l'assetto organizzativo del partito. Troppo scarsa, invece, l'enfasi sui contenuti politici veri e propri... Ma quanto può interessare agli elettori, in particolare ai delusi del Pdl, come vengono scelti i coordinatori provinciali del partito o chi abita il V piano di Via dell'Umiltà?
I giovani formattatori dovrebbero cominciare a dire cosa farebbero loro. Su quali riforme dovrebbe fondarsi la Terza repubblica? Solo sull'uscita di scena di Berlusconi? Quali idee hanno di politica economica? Qual è la loro lettura della crisi? Quale la loro visione di Europa e di politica estera? Cosa propongono per la giustizia?
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Friday, October 28, 2011
La strada è quella di Ichino
Nella lettera di intenti alla Ue il passaggio che sta suscitando la levata di scudi dei sindacati e delle opposizioni (tutte, pure quelle che rivendicano un atteggiamento "responsabile") è un'enunciazione generica: «Entro maggio 2012 una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». Per capire come il governo intende attuarla in concreto, e soprattutto se sarà in grado di farlo, bisognerà aspettare, ma lo schema Ichino, a cui oggi in un intervento telefonico su Canale 5 Berlusconi ha fatto riferimento («la strada è quella del ddl Ichino»), mi sembra il più opportuno da seguire sia nel merito che nel metodo. Nel merito, perché di fatto consente il licenziamento per motivi economici od organizzativi, dietro un indennizzo da corrispondere al lavoratore la cui entità cresce con l'anzianità di servizio, e prevede la trasformazione della cassa integrazione in un sussidio di disoccupazione universale, decrescente nel tempo e condizionato alla disponibilità effettiva del lavoratore a nuove proposte e alla riqualificazione. La flexsecurity di stampo scandinavo, insomma, dove è ovvio che il fattore più delicato per le specificità italiane sta nel sussidio: quello prefigurato da Ichino mi sembra troppo generoso, attraente per entrambe le parti.Ma è comunque conveniente per il governo e la maggioranza, dal punto di vista politico, procedere su questa strada, perché è una buona riforma ed è la proposta di un senatore e giuslavorista del Pd, sottoscritta da ben 54 senatori dell'opposizione. Come farebbe il Pd a tirarsi indietro e allo stesso tempo a presentarsi come forza di governo ed "europea"? Di «minacce inaccettabili» ai lavoratori parlano Bersani e Fassina e l'ex ministro Pd Cesare Damiano boccia senz'appello non solo la generica enunciazione del governo nella lettera di intenti all'Ue, ma anche le proposte di Ichino. Di Pietro ovviamente alza i toni, parlando di «contenuto pericoloso» e di un «omicidio sociale», ma anche il "moderato" Casini, quando si comincia a parlare di cose concrete, getta la maschera: lo definisce un «patto scellerato» contro il lavoro e a parole si dice a favore di un mercato «più flessibile», ma propone di affidarsi alla concertazione con le parti sociali, che è come chiedere ai tacchini di anticipare il Natale. Non se ne farebbe niente. Vale dunque per tutte le opposizioni, nessuna esclusa, nemmeno i centristi, quello che scrive Giuliano Ferrara, oggi su Il Foglio:
«Un giorno deridono il governo perché non avrebbe la fiducia dell'Ue, il giorno dopo insorgono contro il programma di riforme per lo sviluppo concordato in sede europea... Insorgere è facile, prepararsi al governo è difficile. Ma la prima ginnastica è propria di una concezione irresponsabile delle istituzioni, la seconda è un preciso dovere repubblicano per chi ha avuto il mandato di opporsi e di offrire ai cittadini una prospettiva diversa...».E' ovvia la risposta di Bersani all'appello di Berlusconi alla responsabilità delle opposizioni: sì sulle proposte su cui conveniamo, no su quelle su cui non conveniamo. Peccato che non è dato sapere quali condividono e quali no, o meglio l'impressione è che stringi stringi non ci sia nulla che condividano, per il solo fatto che a proporle è Berlusconi. Nell'intervista di oggi a Il Messaggero, tra l'altro, reiterando la strategia dalemiana di rincorsa dell'Udc, Bersani certifica il fallimento del Pd, quando afferma che «non sto parlando di un'ammucchiata, ma di un incontro tra progressisti e moderati italiani per un patto di legislatura e su una dozzina di riforme da fare per ricostruire l'Italia». Ma come, non doveva essere proprio il Pd «l'incontro tra progressisti e moderati»? La necessità di un'alleanza con l'Udc, a giocare il ruolo della Margherita nell'Ulivo, dimostra che Pd = Pci-Pds-Ds.
Perché mi accanisco sull'opposizione? Primo, perché mi accanisco pure sul governo, e i post di questi mesi lo dimostrano. Secondo, a giudicare dagli articoli che si leggono negli ultimi giorni non sono l'unico a pre-occuparmi della mancanza di un'alternativa di governo al centrodestra berlusconiano, né sono l'unico a diffidare di governi "tecnici". «Italy Risks Post-Berlusconi Hangover», era il titolo di un commento di ieri sul Wall Street Journal di Murdoch:
«Many hope he might be replaced by a technocratic government with the power to make difficult decisions. A bigger risk is that early elections lead to instability and government paralysis. (...) For a technocratic government, the political challenge might be too great. But if the alternative is no government at all, Mr. Berlusconi might be the least-worst option».E «For Italy, Berlusconi Is a Problem but Also a Solution» è il titolo di un articolo del New York Times oggi:
«... if there is one thing many Italians fear more than the current government it is the available alternatives».Intanto, Berlusconi finalmente sembra aver sciolto le riserve sulla futura leadership del Pdl e del centrodestra: primarie. Il candidato premier per il 2013 sarà scelto con le primarie? «Certo, sarà un candidato che sceglieremo con un sistema elettorale sul modello dei partiti americani, che coinvolgono nella scelta della politica tutti i cittadini che desiderano partecipare». Così ha risposto a Belpietro, questa mattina su Canale 5.
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