Poco ma sicuro: nel 2014 aumentano tasse (almeno +4,3 miliardi) e spesa (+2,6 miliardi)
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Quella che pochi giorni fa, all'indomani della conferenza stampa del governo, avevamo definito manovra di galleggiamento, a carte scoperte in Senato rischia di rivelarsi, testo ufficiale alla mano, una manovra di affondamento. Si alza il sipario sui numeri, quelli veri, e si chiude il sipario sul balletto di cifre e sui trucchetti contabili di questi giorni. Dunque vediamoli, i numeri riportati nelle tabelle che delineano gli effetti finanziari della legge di stabilità sul bilancio dello Stato. Per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, nel 2014 la manovra vale complessivamente circa 12,1 miliardi: ben 9,45 miliardi di maggiori spese e solo 2,64 miliardi di minori entrate. Da finanziare con 11,4 miliardi, di cui solo 4,2 miliardi di minori spese e ben 7,2 miliardi di maggiori entrate.
Se si guarda all'indebitamento netto, come riporta il Sole24Ore oggi, il saldo delle entrate indica, sempre nel 2014, un aumento di tasse per 972 milioni di euro (ma al netto della Tasi, come vedremo tra breve) e il saldo delle spese un aumento della spesa pubblica di 2,6 miliardi. Anche qui le maggiori entrate quasi doppiano le minori spese (6,1 miliardi contro 3,6). Quindi, ancora una volta, esattamente come le tanto criticate manovre di Monti e Tremonti, anziché basarsi su coraggiosi tagli alla spesa, il rapporto appare fortemente sbilanciato sul lato delle entrate (anche se come vedremo non si tratta solo di tasse) nella misura di 2/3 delle coperture.
Ma qualche precisazione va fatta: bisogna considerare infatti che non tutte le maggiori entrate sono classificabili come aumenti di tasse, così come non tutte le minori entrate come veri e propri sgravi fiscali. Analizzando voce per voce, però, la sostanza non cambia. Le minori entrate definibili come sgravi fiscali sono pari a circa 4,3 miliardi, mentre quasi il doppio, 7,9 miliardi, sono definibili come vera e propria spesa pubblica. Si tratta dunque di una manovra che aumenta la spesa pubblica per un ammontare quasi doppio rispetto alle risorse liberate a favore di famiglie e imprese. Così come le coperture sono costituite da maggiori entrate per 7,2 miliardi (di cui tasse vere e proprie 2,8, esclusa però la Tasi), un importo quasi doppio rispetto ai reali risparmi di spesa di circa 3,8 miliardi.
Ma cerchiamo di capire quale sarà il saldo reale per i cittadini in termini di tasse. E' confermato l'incremento della detrazione Irpef sui redditi da lavoro dipendente (1,58 miliardi), a cui si aggiunge 1 miliardo trasferito dallo Stato ai Comuni per alleggerire la nuova Service Tax (in pratica l'ammontare della maggiorazione Tares, che verrà abolita), per un totale di 2,6 miliardi di sgravi fiscali. Non va molto meglio alle imprese: tra riduzione dei contributi Inail (1 miliardo), deduzioni Irap per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato (36 milioni), restituzione del contributo Aspi (70 milioni), deducibilità dell'Imu sugli immobili strumentali fino al 20% (475 milioni) e blocco dell'aumento Iva per le cooperative sociali (130 milioni), gli sgravi fiscali nel 2014 ammontano a circa 1,7 miliardi.
A fronte di queste riduzioni, tuttavia, si contano aumenti di tasse per almeno 2,8 miliardi: l'incremento dell'imposta di bollo sul risparmio (940 milioni), la riduzione delle agevolazioni fiscali (500 milioni), il ritorno della tassazione Irpef sugli immobili sfitti o in comodato gratuito ai figli nello stesso Comune (500 milioni), il visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette e Irap (460 milioni), la rivalutazione dei beni di impresa (300 milioni), il contributo di solidarietà dalle pensioni d'oro (21 milioni) e balzelli minori per 75 milioni circa. In questo calcolo non consideriamo i 2,6 miliardi da "svalutazione e perdite sui crediti ai fini Ires-Irap di banche, assicurazioni, altri intermediari finanziari", perché compensati dagli sgravi fiscali negli anni successivi.
A questi 2,8 miliardi di tasse in più, però, bisogna sommare il gettito della nuova Tasi (considerando che nel 2013 non pagheremo le due rate di Imu sulla prima casa), che nelle tabelle ufficiali contenute nel testo depositato al Senato si conferma a tutti gli effetti una Imu mascherata: per l'abolizione dell'Imu, infatti, viene messa a bilancio una perdita di gettito per i Comuni di 3,764 miliardi. Esattamente lo stesso gettito (3,764 miliardi) arriverà dalla Tasi (ad aliquota standard dell'1 per mille, quindi ancora suscettibile di maggiorazioni da parte dei Comuni). Ma con la Tasi aumenterà anche la tassazione sulle abitazioni diverse da quelle principali, per un gettito che stimiamo intorno ai 2 miliardi. Confedilizia, per esempio, ha stimato che tra abitazioni principali e secondarie l'aggravio della Tasi rispetto alla vecchia Imu si collocherà tra i 2,1 miliardi (ad aliquota standard dell'1 per mille) e i 7,5 miliardi (ad aliquota massima del 2,5 per mille).
Dipenderà dai Comuni, ma sommando tutti gli effetti finanziari di queste misure, possiamo già dire oggi che nel 2014, rispetto al 2013, gli italiani pagheranno più tasse (almeno 4,3 miliardi in più), e non meno tasse, e probabilmente qualcosina in più anche rispetto al 2012. Anche perché non va dimenticato l'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22% scattato il primo ottobre: 3 miliardi in più rispetto al 2013 e 4 rispetto al 2012. Insomma, il premier Letta ha fatto bene a ricordare che «14 euro in più in busta paga non c'è scritto da nessuna parte nella manovra». In effetti, è improbabile che ci accorgeremo di un solo euro in più.
Come se non bastasse, sugli anni 2015-2016 incombe il rischio concreto di una doppia stangata: sulla prima casa, perché l'aliquota massima Tasi del 2,5 per mille vale solo per il 2014, mentre dal 2015 l'1 per mille standard potrà sommarsi all'aliquota massima della vecchia Imu (6 per mille), fino ad arrivare al 7 per mille. E sull'Irpef, dal momento che la legge di stabilità contiene una nuova pericolossissima "clausola di salvaguardia" (lo stesso diabolico meccanismo per cui dal primo ottobre è scattato l'ulteriore aumento Iva). Ebbene, se entro il 15 gennaio 2015 la spending review non darà i risultati sperati (e visti i precedenti, non c'è da essere troppo ottimisti), scatteranno tagli alle agevolazioni fiscali di 3 e 7 miliardi.
La massima irresponsabilità al governo: con queste tagliole automatiche si spostano in avanti nel tempo misure politicamente costose come l'aumento di una tassa, in modo che chiunque governi nel momento in cui scattano possa scaricare sui predecessori ogni responsabilità (esattamente come accaduto con l'aumento dell'Iva), al tempo stesso demotivando i governi dal realizzare quelle azioni virtuose, come i tagli alla spesa pubblica, che dovrebbero scongiurare la misura di salvaguardia. In pratica, con l'inganno delle "clausole di salvaguardia" i tagli alla spesa diventano un mero auspicio, mentre gli aumenti di tasse sono la decisione vera, ma rinviata nel tempo per non assumersene la responsabilità politica. Perché non invertire la logica? Se la spending review non produce i risultati sperati, siano tagli alla spesa a scattare in modo lineare, e non aumenti di aliquote e tagli alle agevolazioni fiscali.
Dunque, altro che modifiche purché "a saldi invariati", il problema di questa legge di stabilità sono proprio i saldi. E le "clausole di salvaguardia". Con questa manovra i ministri del Pdl che si proclamano "sentinelle anti-tasse" non hanno alternative: o si dimettono dal governo o si dimettono da sentinelle. Legittimo sostenere il governo Letta-Alfano a qualsiasi prezzo, qualsiasi cosa faccia (o non faccia), in nome della "stabilità". Ma è incontrovertibile che questa legge di stabilità non riduce le tasse, le aumenta. Basta esserne consapevoli e metterci la faccia.
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Wednesday, October 23, 2013
Tuesday, July 30, 2013
La piccola mistificazione del Sole sull'Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.
Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).
Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.
Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.
Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.
Thursday, May 09, 2013
Imu, la stangata continua (e raddoppia)
Anche su L'Opinione e Notapolitica
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».
Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.
Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.
Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.
Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.
Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.
Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.
Thursday, February 14, 2013
Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu
Anche su Notapolitica e L'Opinione
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.
Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.
Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.
Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.
Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.
Thursday, November 22, 2012
La guerra di Befera sempre più psicologica e ideologica
Anche su L'Opinione
Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.
Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".
Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.
Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.
Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.
La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.
In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.
Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.
Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".
Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.
Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.
Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.
La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.
In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.
Wednesday, November 14, 2012
Sulla patrimoniale Monti strizza l'occhio alla coppia Pd-Sel?
Dopo la smentita ufficiale di martedì, anche ieri autorevoli esponenti dell'esecutivo – i sottosegretari Catricalà e Polillo, i ministri Giarda e Fornero – sono tornati a negare che in questo momento il governo stia pensando ad una nuova imposta patrimoniale o ad accrescere quelle esistenti. Imposte sul patrimonio, tra l'altro, il governo le ha già introdotte: sugli immobili, sui beni di lusso e sui conti deposito e titoli. E' assodato, dunque, che al "Financial Times Italy Summit" il presidente del Consiglio non abbia voluto annunciare alcuna nuova patrimoniale. Come interpretare, allora, le sue parole? Giocando un po' tra passato (quello che avrebbe voluto fare ma non ha potuto) e futuro («siamo all'inizio del lavoro») dell'azione di governo, Monti ha spiegato che non ha introdotto una patrimoniale «generalizzata», e non ha intenzione di introdurla ora, non perché sia contrario in linea di principio, ma semplicemente perché non ha gli strumenti tecnici per "scovare" le ricchezze evitando una fuga dei capitali dall'Italia che metterebbe al tappeto la nostra economia. Lascia tuttavia intendere che se li avesse...
La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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La materia è molto delicata.
(...)
E' dunque un irresponsabile, il premier, a parlare così alla leggera di patrimoniale? Ha voluto in qualche modo sdrammatizzare e "deideologizzare" il dibattito sul tema, osservando che imposte patrimoniali esistono in molti paesi «estremamente capitalisti». Vero, ma ciò che ci si dimentica sempre di aggiungere, e nemmeno al professore è tornata in mente, è l'altra metà della verità: in quei paesi «estremamente capitalisti» dove è considerevole la tassazione sul patrimonio, è allo stesso tempo di molto inferiore alla nostra l'imposizione sui redditi personali, sul lavoro e sull'impresa. La logica, insomma, è quella di penalizzare i capitali "immobilizzati" e le rendite come incentivo indiretto ad investirli nelle attività produttive. In Italia, invece, le patrimoniali introdotte negli ultimi due anni, prima dal governo Berlusconi-Tremonti, poi dal governo Monti, sono servite a tappare i buchi dello Stato spendaccione.
Un rapporto della Corte dei Conti attesta che nell'ultimo anno, soprattutto con l'introduzione dell'Imu, nella quota di gettito derivante da tasse patrimoniali siamo passati da una posizione leggermente al di sotto della media europea al secondo posto tra i paesi Ue, preceduti solo dalla Francia, mentre manteniamo saldamente le primissime posizioni nel prelievio su redditi da lavoro e da impresa. Dunque, abbiamo esaurito ogni margine di aumento di imposte anche sul lato patrimoniale. Se vogliamo ridurre la pressione su lavoro e impresa per stimolare la crescita non è ai patrimoni che dobbiamo puntare, perché rischieremmo la fuga dei capitali, ma alla spesa pubblica ancora elefantiaca.
Sarà stata una «discussione teorica» quella di Monti, ma non per questo priva di significati politici. Basta aver visto, su Sky, il dibattito tra i candidati alle primarie del centrosinistra per sapere che tutti – tranne Renzi – propongono una qualche forma di patrimoniale: dalla versione «dolce» di Tabacci all'«imposta personale sui patrimoni» di Bersani, passando ovviamente per Vendola. A pochi mesi dal voto, con un centrodestra frammentato e i sondaggi che danno in vantaggio l'alleanza Pd-Sel, con il vento in poppa delle primarie, non si può escludere che Monti abbia voluto mandare un messaggio distensivo al centrosinistra possibile vincitore delle elezioni. Sta forse offrendo la patrimoniale «generalizzata» che, confessa oggi, avrebbe sempre voluto introdurre, per ottenere l'appoggio di Pd e Sel ad un suo bis a Palazzo Chigi? Davvero Monti pensa che non faccia alcuna differenza quale coalizione troverà a sostenerlo? E davvero si crede intercambiabile, un premier buono per qualsiasi maggioranza?
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Wednesday, November 07, 2012
Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti
A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.
L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.
Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
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Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Monday, October 22, 2012
No alla scuola come assumificio né per fare cassa
Da una parte il governo, che inserendo nella legge di stabilità l'aumento delle ore di lezione per docente a stipendio invariato dimostra di essere interessato unicamente a fare cassa; dall'altra la difesa corporativa degli insegnanti e la levata di scudi, «a tutela dei docenti», della solita sinistra politica e sindacale, che perseverano nella loro concezione della scuola pubblica come "assumificio", principale causa del disastro educativo italiano. Nessuno sembra attribuire la giusta centralità all'interesse degli studenti, né porsi il problema della qualità del servizio e dell'efficienza del sistema. E intanto infuria il dibattito: tra chi difende gli insegnanti, ricordando la centralità del loro ruolo educativo e quanto siano sottopagati, e sottolineando l'ingiustizia di dover lavorare sei ore in più a settimana a paga invariata; e chi li attacca, considerandoli alla stregua di "fannulloni", dal momento che nessuna categoria può nemmeno sognarsi un orario di 18 o 24 ore settimanali e, anzi, molti lavoratori di fatto sono più vicini alle 50 che alle 40 ore.
Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
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Hanno ragione e torto entrambi gli schieramenti. Il problema è che per come è strutturato oggi il nostro sistema scolastico ci sono insegnanti - pochi, si ha l’impressione - che per la gloria, per senso del dovere o per passione lavorano molto più di 18 ore, offrendo un servizio di qualità. Sono costoro che mandano avanti la "baracca", tra mille difficoltà e mal pagati. Dovrebbe però essere interesse proprio di questi insegnanti che venga smantellato un sistema che permette a troppi loro colleghi di "imboscarsi", di fare il minimo sindacale e, quindi, di abbassare il livello qualitativo della nostra istruzione, pur percependo esattamente lo stesso stipendio. Dall'esperienza delle famiglie e dalle testimonianze degli insegnanti, che parlano di classi ormai di 30 alunni, emerge un quadro smentito dalle statistiche ufficiali (Ocse su dati del 2010, gli ultimi disponibili). In Italia...
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Tuesday, April 17, 2012
Delega fiscale, l'ennesimo bluff
Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.
L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.
Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Tuesday, April 03, 2012
Un caso di ordinario depistaggio di Stato
Gli imprenditori dichiarano redditi inferiori ai dipendenti, quindi pagano meno tasse. Boom! Non c'è grande giornale o tg che nello scorso fine settimana non abbia aperto con questo titolo, suscitando, c'è da scommetterci, un moto di indignazione e rabbia in molti cittadini, ai quali sarà suonato come beffarda conferma di ciò che da sempre credono di vedere con i loro occhi: i furbetti, è proprio vero, si annidano tra gli imprenditori, il loro stile di vita non è certo compatibile con il misero reddito medio dichiarato.
Invece è pura propaganda, vera e propria disinformatja di Stato, cui i media, per ignoranza economica e statistica, non sanno opporre uno straccio di spirito critico. Come ogni anno è il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia la fonte di tali mistificanti elaborazioni statistiche. Nel comunicato di venerdì scorso, che accompagnava i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani relativi al 2010, si legge che «mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 18.170», quello dichiarato dai lavoratori dipendenti è «pari a 19.810». Uno scoop servito su un piatto d'argento che ai media non par vero di rilanciare, ma in realtà la più classica statistica da "polli di Trilussa".
Va prima di tutto precisato chi sono i "lavoratori dipendenti" e chi gli "imprenditori". Nella prima tipologia di reddito il fisco include anche professori universitari e magistrati, manager e dirigenti, pubblici e privati, che alzano di molto il dato reddituale medio, mentre sotto la voce "imprenditori" figurano soprattutto artigiani e commercianti medio-piccoli. I nomi del vasto mondo dell'impresa famigliare italiana – da Berlusconi a Benetton, da Ferrero a Marcegaglia – non compaiono personalmente come imprenditori, anche se di fatto possiedono le loro imprese. Non perché siano evasori. Dichiarano i loro guadagni, ma sotto forma di dividendi e compensi da cda. Inoltre, bisogna considerare il cosiddetto "splitting famigliare", per cui l'imprenditore può suddividere il reddito tra i componenti della propria famiglia, e che oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo; che stiamo parlando del reddito dichiarato dall'imprenditore come persona fisica, dopo aver già pagato le tasse sugli utili della sua impresa; e infine che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud.
Considerando tutti questi fattori, dunque, un reddito medio nazionale di 18 mila euro l'anno «non è così scandaloso», osserva il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ma resta un «falso statistico». Una ditta individuale artigiana, ad esempio, dichiara mediamente 22 mila euro, contro i 15 mila dell'operaio che impiega. Persino per il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, si tratta di medie «completamente sbagliate» e senza alcun valore statistico, che non si dovrebbero usare «per contrapporre guelfi e ghibellini».
Continuare a puntare sul conflitto dipendenti-imprenditori, alimentare l'invidia sociale nei confronti dei più ricchi (o dei meno poveri), rientra in una grande campagna di depistaggio ad opera della politica, in connubio con i vertici della burocrazia statale, volta a distrarre l'opinione pubblica dalla vera causa della situazione di crisi in cui si trova l'Italia: ci vogliono far credere che la colpa dei servizi scadenti e del debito elevato, quindi dell'aumento della tassazione, sia degli evasori. Ma lo Stato riceve dai contribuenti onesti già più di quanto gli altri Stati occidentali ricevano dai propri cittadini. Quindi l'evasione è un'ingiustizia nei confronti di chi paga, ma non è la causa dell'elevato debito pubblico e della tassazione elevata, che sono colpa della spesa pubblica e della sua gestione clientelare da parte della politica.
Semmai, le nostre dichiarazioni dei redditi non fanno che accrescere i dubbi sull'attendibilità delle stime dell'evasione fiscale elaborate dall'Istat. E se non fosse poi tanto smisurata la ricchezza sottratta illegalmente dagli italiani al fisco, quanto l'ordinamento fiscale stesso a offrire vie legali all'evasione nell'interpretazione dell'imponibile?
Invece è pura propaganda, vera e propria disinformatja di Stato, cui i media, per ignoranza economica e statistica, non sanno opporre uno straccio di spirito critico. Come ogni anno è il dipartimento delle finanze del Ministero dell'economia la fonte di tali mistificanti elaborazioni statistiche. Nel comunicato di venerdì scorso, che accompagnava i dati delle dichiarazioni dei redditi degli italiani relativi al 2010, si legge che «mentre il reddito medio dichiarato dagli imprenditori è pari a 18.170», quello dichiarato dai lavoratori dipendenti è «pari a 19.810». Uno scoop servito su un piatto d'argento che ai media non par vero di rilanciare, ma in realtà la più classica statistica da "polli di Trilussa".
Va prima di tutto precisato chi sono i "lavoratori dipendenti" e chi gli "imprenditori". Nella prima tipologia di reddito il fisco include anche professori universitari e magistrati, manager e dirigenti, pubblici e privati, che alzano di molto il dato reddituale medio, mentre sotto la voce "imprenditori" figurano soprattutto artigiani e commercianti medio-piccoli. I nomi del vasto mondo dell'impresa famigliare italiana – da Berlusconi a Benetton, da Ferrero a Marcegaglia – non compaiono personalmente come imprenditori, anche se di fatto possiedono le loro imprese. Non perché siano evasori. Dichiarano i loro guadagni, ma sotto forma di dividendi e compensi da cda. Inoltre, bisogna considerare il cosiddetto "splitting famigliare", per cui l'imprenditore può suddividere il reddito tra i componenti della propria famiglia, e che oltre il 70% degli artigiani e dei commercianti lavora da solo; che stiamo parlando del reddito dichiarato dall'imprenditore come persona fisica, dopo aver già pagato le tasse sugli utili della sua impresa; e infine che il reddito medio di un imprenditore del Nord supera del 50% circa quello di un collega del Sud.
Considerando tutti questi fattori, dunque, un reddito medio nazionale di 18 mila euro l'anno «non è così scandaloso», osserva il segretario della CGIA di Mestre, Giuseppe Bortolussi, ma resta un «falso statistico». Una ditta individuale artigiana, ad esempio, dichiara mediamente 22 mila euro, contro i 15 mila dell'operaio che impiega. Persino per il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, si tratta di medie «completamente sbagliate» e senza alcun valore statistico, che non si dovrebbero usare «per contrapporre guelfi e ghibellini».
Continuare a puntare sul conflitto dipendenti-imprenditori, alimentare l'invidia sociale nei confronti dei più ricchi (o dei meno poveri), rientra in una grande campagna di depistaggio ad opera della politica, in connubio con i vertici della burocrazia statale, volta a distrarre l'opinione pubblica dalla vera causa della situazione di crisi in cui si trova l'Italia: ci vogliono far credere che la colpa dei servizi scadenti e del debito elevato, quindi dell'aumento della tassazione, sia degli evasori. Ma lo Stato riceve dai contribuenti onesti già più di quanto gli altri Stati occidentali ricevano dai propri cittadini. Quindi l'evasione è un'ingiustizia nei confronti di chi paga, ma non è la causa dell'elevato debito pubblico e della tassazione elevata, che sono colpa della spesa pubblica e della sua gestione clientelare da parte della politica.
Semmai, le nostre dichiarazioni dei redditi non fanno che accrescere i dubbi sull'attendibilità delle stime dell'evasione fiscale elaborate dall'Istat. E se non fosse poi tanto smisurata la ricchezza sottratta illegalmente dagli italiani al fisco, quanto l'ordinamento fiscale stesso a offrire vie legali all'evasione nell'interpretazione dell'imponibile?
Tuesday, January 24, 2012
Sfigati e truffati
Anche su Notapolitica
Può essere stata una battuta infelice, ma non fingiamo di non capire cosa volesse dire il viceministro Michel Martone solo per amor di polemica o di battuta, non giochiamo a equivocare su temi così importanti. E facciamo attenzione a non cadere vittime della cattiva informazione di agenzie e siti internet che estrapolano singole frasi ad effetto guardandosi bene dal riportare i ragionamenti in cui sono inserite.
Il tema posto da Martone è quello dei tempi di laurea, dei troppi studenti indolenti "parcheggiati" negli atenei e della truffa dell'università per tutti. «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani». Ecco, forse il giovane professore – uno dei pochi figli di papà bene introdotti che è anche competente – ha sbagliato a non mandare un messaggio chiaro anche al mondo accademico e alla politica. L'età media dei laureati italiani è drammaticamente più alta rispetto a quella dei giovani europei e americani, un clamoroso svantaggio competitivo, e ciò deriva in parte dalla pigrizia di molti studenti, ma principalmente da un'idea totalmente sbagliata che abbiamo in Italia dell'istruzione universitaria.
Gli studenti che per un motivo o per l'altro finiscono per vivere l'università come un parcheggio sono molti, è innegabile, forse addirittura la maggioranza degli iscritti. C'è il figlio di papà che non ha alcuna fretta di laurearsi perché gode di un'ampia disponibilità economica e sa di poter contare su un futuro certo, o nel settore pubblico grazie alle conoscenze dei genitori, o seguendo la loro strada nell'impresa o nella professione di famiglia. Può dunque attardarsi e godersi la bella vita da universitario. Più preoccupante è il caso dei milioni di giovani che senza avere tali opportunità vengono letteralmente ingannati dall'ideologia dominante. Il mito dell'università per tutti, gratis o quasi, porta il figlio dell'operaio o dell'impiegato, e soprattutto la sua famiglia, a ritenere la laurea uno sbocco quasi obbligato, e il pezzo di carta, non importa se conseguito a 25 o 30 anni, ciò che serve per garantirsi uno status sociale più elevato di quello di partenza.
Così dovrebbe essere, in effetti, ma non è. Proprio per come è concepita e quindi organizzata l'università italiana, quel pezzo di carta vale quasi zero nel mercato del lavoro, quello aperto e competitivo dove si ritroverà chi non ha la strada spianata dalle conoscenze e/o imprese di famiglia. Il giovane o meno giovane laureato scopre che il suo primo impiego non corrisponde – né per reddito né per qualifica – al livello dell'istruzione ricevuta, o che presume di aver ricevuto, o addirittura fatica a trovarlo, mentre suoi coetanei non laureati, o laureati in altri Paesi, hanno nel frattempo accumulato esperienze e reddito. Ed ecco che comincia ad avvertire la sensazione di aver perso tempo e che cominciano a emergere i costi nascosti: a fronte di rette molto contenute (ma di costi enormi scaricati sulla fiscalità generale), un titolo di scarso valore e anni e anni di mancato reddito.
Laurearsi ha senso se ci si riesce in tempi relativamente brevi e se il titolo apre la strada ad un percorso lavorativo altamente qualificato e remunerato. Ma proprio perché ci si illude che l'università sia un diritto da garantire a tutti (in entrata), non è organizzata a tale scopo: né nella didattica, né nelle strutture, né dal punto di vista dello status giuridico e dei sistemi di finanziamento, che, anzi, generano inefficienze, sprechi e illusioni. E inseguendo questo mito abbiamo colpevolmente trascurato (anzitutto culturalmente) l'istruzione tecnica e professionale. Un sistema universitario onesto è quello che o ti fa laureare in tempi brevi, offrendo una preparazione di qualità e spendibile, o ti costringe a percorrere altre strade, che non sono affatto un disonore.
Può sembrare brutale, ma certo le rette di oggi non trasmettono il senso dell'urgenza agli studenti e alle loro famiglie e forniscono agli atenei un alibi implicito per la scarsa qualità dell'offerta formativa. Il modo di aiutare lo studente non abbiente e meritevole c'è, ma quello che ci siamo illusi di aver trovato in Italia è solo una truffa. E' un sistema che non può essere riformato, va smantellato.
Può essere stata una battuta infelice, ma non fingiamo di non capire cosa volesse dire il viceministro Michel Martone solo per amor di polemica o di battuta, non giochiamo a equivocare su temi così importanti. E facciamo attenzione a non cadere vittime della cattiva informazione di agenzie e siti internet che estrapolano singole frasi ad effetto guardandosi bene dal riportare i ragionamenti in cui sono inserite.
Il tema posto da Martone è quello dei tempi di laurea, dei troppi studenti indolenti "parcheggiati" negli atenei e della truffa dell'università per tutti. «Se a 28 anni non sei ancora laureato sei uno sfigato. Bisogna dare messaggi chiari ai giovani». Ecco, forse il giovane professore – uno dei pochi figli di papà bene introdotti che è anche competente – ha sbagliato a non mandare un messaggio chiaro anche al mondo accademico e alla politica. L'età media dei laureati italiani è drammaticamente più alta rispetto a quella dei giovani europei e americani, un clamoroso svantaggio competitivo, e ciò deriva in parte dalla pigrizia di molti studenti, ma principalmente da un'idea totalmente sbagliata che abbiamo in Italia dell'istruzione universitaria.
Gli studenti che per un motivo o per l'altro finiscono per vivere l'università come un parcheggio sono molti, è innegabile, forse addirittura la maggioranza degli iscritti. C'è il figlio di papà che non ha alcuna fretta di laurearsi perché gode di un'ampia disponibilità economica e sa di poter contare su un futuro certo, o nel settore pubblico grazie alle conoscenze dei genitori, o seguendo la loro strada nell'impresa o nella professione di famiglia. Può dunque attardarsi e godersi la bella vita da universitario. Più preoccupante è il caso dei milioni di giovani che senza avere tali opportunità vengono letteralmente ingannati dall'ideologia dominante. Il mito dell'università per tutti, gratis o quasi, porta il figlio dell'operaio o dell'impiegato, e soprattutto la sua famiglia, a ritenere la laurea uno sbocco quasi obbligato, e il pezzo di carta, non importa se conseguito a 25 o 30 anni, ciò che serve per garantirsi uno status sociale più elevato di quello di partenza.
Così dovrebbe essere, in effetti, ma non è. Proprio per come è concepita e quindi organizzata l'università italiana, quel pezzo di carta vale quasi zero nel mercato del lavoro, quello aperto e competitivo dove si ritroverà chi non ha la strada spianata dalle conoscenze e/o imprese di famiglia. Il giovane o meno giovane laureato scopre che il suo primo impiego non corrisponde – né per reddito né per qualifica – al livello dell'istruzione ricevuta, o che presume di aver ricevuto, o addirittura fatica a trovarlo, mentre suoi coetanei non laureati, o laureati in altri Paesi, hanno nel frattempo accumulato esperienze e reddito. Ed ecco che comincia ad avvertire la sensazione di aver perso tempo e che cominciano a emergere i costi nascosti: a fronte di rette molto contenute (ma di costi enormi scaricati sulla fiscalità generale), un titolo di scarso valore e anni e anni di mancato reddito.
Laurearsi ha senso se ci si riesce in tempi relativamente brevi e se il titolo apre la strada ad un percorso lavorativo altamente qualificato e remunerato. Ma proprio perché ci si illude che l'università sia un diritto da garantire a tutti (in entrata), non è organizzata a tale scopo: né nella didattica, né nelle strutture, né dal punto di vista dello status giuridico e dei sistemi di finanziamento, che, anzi, generano inefficienze, sprechi e illusioni. E inseguendo questo mito abbiamo colpevolmente trascurato (anzitutto culturalmente) l'istruzione tecnica e professionale. Un sistema universitario onesto è quello che o ti fa laureare in tempi brevi, offrendo una preparazione di qualità e spendibile, o ti costringe a percorrere altre strade, che non sono affatto un disonore.
Può sembrare brutale, ma certo le rette di oggi non trasmettono il senso dell'urgenza agli studenti e alle loro famiglie e forniscono agli atenei un alibi implicito per la scarsa qualità dell'offerta formativa. Il modo di aiutare lo studente non abbiente e meritevole c'è, ma quello che ci siamo illusi di aver trovato in Italia è solo una truffa. E' un sistema che non può essere riformato, va smantellato.
Friday, December 09, 2011
Troppi furbetti su Ici e Irpef
Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.
Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.
Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.
Friday, January 28, 2011
Scomode verità
Del malessere dei giovani in Italia, un Paese che «non cresce da due decenni e in cui tutto sembra fermo», bisognerebbe parlare senza nascondere verità scomode, come fa oggi Alberto Alesina in prima pagina sul Sole 24 Ore.
Prima verità scomoda:
Prima verità scomoda:
«Il problema del precariato dei figli è l'altra faccia della medaglia del posto fisso dei padri... Questo reddito da posto fisso prima, e pensione poi, genera l'assicurazione sociale per i figli, nel periodo in cui come precari attendono di entrare nel mondo del lavoro... Le imprese e lo stato possono quindi contare su un esercito di precari in attesa del posto fisso e mantenuti da chi il posto fisso l'ha».Seconda verità scomoda:
«Non tutti i giovani, e soprattutto quelli dei ceti medio alti, sono un modello di industriosità... L'università la pagano in larga parte i contribuenti, quindi agli utenti costa ben poco. Ritardare la laurea prolunga un periodo di vita assai piacevole, ed è a costo pressoché zero per l'utente».Terza verità scomoda:
«La meritocrazia non significa solo premiare i migliori. Significa anche punire (in senso economico, ovviamente) i peggiori... significa che un trentenne produttivo debba essere pagato di più di un cinquantenne che non produce nulla, in tutti i campi, dall'università all'impresa al settore pubblico».Conclusione:
«Se non si esce dalla retorica secondo cui tutti i giovani indistintamente sono vittime, e che posto fisso, università sotto casa gratuita per tutti gli studenti, meritocrazia sì, ma senza che nessuno ci rimetta siano diritti acquisti, allora non si farà molta strada per migliorare la vita dei giovani italiani».
Monday, October 18, 2010
Se piangono i ricchi, piangono tutti
Non c'è niente da fare, la tassazione resta un fattore fondamentale di sviluppo o di declino, a seconda se sia contenuta (a partire dai redditi più alti) o eccessiva. L'ennesima conferma arriva da questo dato che ci segnala Michele Boldrin, su noiseFromAmeriKa: in Italia la tassazione totale effettiva sui redditi lordi superiori ai 100 mila dollari (75 mila euro) è la più alta al mondo. Ridurre le tasse sui redditi medio-bassi è senz'altro giusto e opportuno, a patto di non illudersi che ciò basti a rilanciare la domanda interna, ma è l'aliquota marginale più alta, insieme alla fascia di reddito cui si applica, che determina l'effetto del sistema fiscale sull'economia. Più è elevata, e più si accanisce a partire da redditi lordi tutto sommato medi come i nostri 75 mila euro, maggiore sarà l'effetto punitivo nei confronti dell'attività economica e dell'accumulo di capitale che ne è il presupposto.
Può piacere o meno, ma è proprio chi guadagna quelle cifre, dai 75mila euro in su, a far girare l'economia, ad avere le risorse finanziarie, materiali e immateriali per creare impresa, quindi lavoro e crescita. Il nostro sistema fiscale, abbassando la soglia della ricchezza fino al ceto medio, sembra ideato al solo scopo di mettere in fuga questi soggetti o di indurli a nascondersi. Il risultato è che i "ricchi", quelli veri, si godono comunque la loro ricchezza, ci illudiamo di farli piangere, mentre tutti gli altri annaspano. Insomma, la tassazione eccessiva rimane la principale palla al piede del nostro sistema produttivo. Senza ridurla sensibilmente sarà difficile recuperare competitività e produttività.
Può piacere o meno, ma è proprio chi guadagna quelle cifre, dai 75mila euro in su, a far girare l'economia, ad avere le risorse finanziarie, materiali e immateriali per creare impresa, quindi lavoro e crescita. Il nostro sistema fiscale, abbassando la soglia della ricchezza fino al ceto medio, sembra ideato al solo scopo di mettere in fuga questi soggetti o di indurli a nascondersi. Il risultato è che i "ricchi", quelli veri, si godono comunque la loro ricchezza, ci illudiamo di farli piangere, mentre tutti gli altri annaspano. Insomma, la tassazione eccessiva rimane la principale palla al piede del nostro sistema produttivo. Senza ridurla sensibilmente sarà difficile recuperare competitività e produttività.
Tuesday, April 20, 2010
Il solito vecchio Pd innamorato delle tasse
Come volevasi dimostrare. Ecco perché a Berlusconi basta vivacchiare, basta promettere agli italiani di non mettere le mani nelle loro tasche, per assicurarsi i loro voti. Gli anni passano, ma l'attitudine del Pd a "tartassare" non cambia. La prima proposta concreta e intellegibile del Pd, dopo mesi passati da Bersani a invocare più spesa sociale e "soldi freschi" da spendere, è più tasse sui "ricchi" per allungare la cassa integrazione da 12 a 24 mesi. E' questa la proposta avanzata ieri alla Camera dall'ex ministro del Lavoro del governo Prodi Cesare Damiano. Gente che nonostante i fallimenti politici continua a tenere in mano le redini della politica economica del partito. Il "contributo di solidarietà" prenderebbe la forma di una "una tantum" sui redditi oltre i 200 mila euro. Per questi contribuenti l'aliquota marginale per il 2010 e il 2011 salirebbe del 2%, dal 43 al 45%, producendo un gettito aggiuntivo di circa 450 milioni - tra i 300 e i 450 milioni secondo una stima più prudente.
C'è infatti da considerare l'impatto negativo della crisi economica sui redditi del 2009 e del 2010 e che molti di quei contribuenti, avvertiti dell'iniziativa, troverebbero quasi certamente il modo di dichiarare un reddito che non superi, magari di un solo cent, i 200 mila euro. Una cifra che appare comunque recuperabile - volendo - attraverso dei tagli alla spesa, ma evidentemente il Pd è affezionato all'immagine del partito che ricorre a nuove tasse ad ogni minima esigenza di fare cassa. D'altra parte si sa, le tasse sono «bellissime», impossibile resistergli. Tra l'altro, Bersani e Damiano riciclano una proposta quasi identica avanzata l'anno scorso dall'allora segretario Franceschini. Ma all'epoca, a rimetterci il 2% in più sull'aliquota marginale sarebbero stati i contribuenti con un reddito superiore ai 120 mila euro l'anno.
Una proposta-manifesto, si direbbe quindi, la cui anti-economicità risulta evidente a qualsiasi elettore che non abbia fette di prosciutto davanti agli occhi e con un minimo di contatto con la realtà. Con la somma che deriverebbe dalla nuova tassa infatti si darebbe un anno in più di respiro (e di illusioni) ai lavoratori in cassa integrazione, ma sarebbero soldi sottratti all'economia e quindi si ritarderebbe la ripresa, protraendo lo stallo di imprese che dovrebbero invece essere incoraggiate o a ristrutturare o ad uscire dal mercato.
C'è infatti da considerare l'impatto negativo della crisi economica sui redditi del 2009 e del 2010 e che molti di quei contribuenti, avvertiti dell'iniziativa, troverebbero quasi certamente il modo di dichiarare un reddito che non superi, magari di un solo cent, i 200 mila euro. Una cifra che appare comunque recuperabile - volendo - attraverso dei tagli alla spesa, ma evidentemente il Pd è affezionato all'immagine del partito che ricorre a nuove tasse ad ogni minima esigenza di fare cassa. D'altra parte si sa, le tasse sono «bellissime», impossibile resistergli. Tra l'altro, Bersani e Damiano riciclano una proposta quasi identica avanzata l'anno scorso dall'allora segretario Franceschini. Ma all'epoca, a rimetterci il 2% in più sull'aliquota marginale sarebbero stati i contribuenti con un reddito superiore ai 120 mila euro l'anno.
Una proposta-manifesto, si direbbe quindi, la cui anti-economicità risulta evidente a qualsiasi elettore che non abbia fette di prosciutto davanti agli occhi e con un minimo di contatto con la realtà. Con la somma che deriverebbe dalla nuova tassa infatti si darebbe un anno in più di respiro (e di illusioni) ai lavoratori in cassa integrazione, ma sarebbero soldi sottratti all'economia e quindi si ritarderebbe la ripresa, protraendo lo stallo di imprese che dovrebbero invece essere incoraggiate o a ristrutturare o ad uscire dal mercato.
Friday, January 29, 2010
Buste paga leggere... o alleggerite?
Volete il posto fisso, beccatevi gli stipendi più bassi dell'area Ocse. La rigidità del mercato del lavoro ha senz'altro un costo che pagano anche - anzi, soprattutto - i lavoratori, ma pesano altri fattori, su tutti il cosiddetto cuneo fiscale. In Italia - registra l'Eurispes sulla base di una classifica del 2008 (prima della crisi) - si percepiscono gli stipendi tra i più bassi dei Paesi Ocse, cioè delle nazioni più sviluppate. E, simmetricamente, tra i più tassati. Poco più di 14.700 euro (21.374 dollari) il salario medio netto annuo, a parità di potere d'acquisto, percepito da un cittadino italiano. Una cifra che pone il nostro Paese al ventitreesimo posto (su trenta).
Negli altri grandi Paesi le retribuzioni nette annue superano i 25 mila dollari: senza arrivare ai livelli di Regno Unito (38.147), Giappone (34.445) e Usa (30.774), basti considerare i 29.570 in Germania, i 26.010 in Francia e i 24.632 in Spagna. Dietro di noi solo Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716). I lavoratori italiani guadagnano dunque ogni anno il 17% in meno della media Ocse. Al contrario, il cuneo fiscale (la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta) arriva a pesare - nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli - per il 46,5%, ponendoci al sesto posto tra i Paesi Ocse.
Negli altri grandi Paesi le retribuzioni nette annue superano i 25 mila dollari: senza arrivare ai livelli di Regno Unito (38.147), Giappone (34.445) e Usa (30.774), basti considerare i 29.570 in Germania, i 26.010 in Francia e i 24.632 in Spagna. Dietro di noi solo Portogallo (19.150), Repubblica Ceca (14.540), Turchia (13.849), Polonia (13.010), Slovacchia (11.716), Ungheria (10.332) e Messico (9.716). I lavoratori italiani guadagnano dunque ogni anno il 17% in meno della media Ocse. Al contrario, il cuneo fiscale (la differenza tra costo del lavoro e retribuzione netta) arriva a pesare - nel caso di un lavoratore dal salario medio single e senza figli - per il 46,5%, ponendoci al sesto posto tra i Paesi Ocse.
Thursday, October 29, 2009
In quale Italia vogliamo vivere
Due interessanti analisi sul Sole 24 Ore di oggi, purtroppo non on line. Roberto Perotti è scettico sui tagli fiscali, perché non si parla di tagli alla spesa, e in queste condizioni potrebbe aver ragione Tremonti a resistere:
«Che ci piaccia o no, finché non si affronta l'argomento di una spesa pubblica vicina al 50% del Pil, qualsiasi taglio alle tasse che si riuscisse realisticamente ad attuare sarà sempre una goccia nel mare».E' quanto temeva giorni fa il Wall Street Journal, in un editoriale dedicato al nostro Paese: un taglio fiscale non sufficiente a stimolare una crescita più sostenuta, ma abbastanza grande da mettere a rischio i conti. Alberto Alesina e Pietro Ichino contestano il modello social-conservative tremontiano, che riconoscono essere fondato, coerente e attraente, ma la sua vera forza è che non ci accorgiamo di quanto sia costoso e inefficiente.
«La gente vuole sicurezza e, aggiungiamo noi, vota chi promette sicurezza senza evidenziarne i costi, un particolare che sicuramente non sfugge al ministro Tremonti. Facendo un paragone con gli Stati Uniti, è qualcosa di simile a quella visione della destra repubblicana vicina alla religious right del Sud e della Bible belt del Centro, che si contende la direzione di quel partito con la destra liberista e pro-mercato dei repubblicani del Nord-Est. L'analogo di questi ultimi in Italia, se esiste nel centro-destra, non riesce a farsi valere e preferisce vivere della luce riflessa del ministro dell'Economia.
(...)
Il piccolo mondo antico tremontiano offre certamente anche benefici economici non trascurabili... ma costi molto alti. La coesione familiare riduce la fiducia verso il mondo esterno alla famiglia, diminuendo anche l'attenzione verso il bene pubblico e quindi il "capitale sociale". La mancanza di mobilità geografica e sociale ostacola la meritocrazia e la concorrenza fra persone e imprese. La conseguenza è una minore produttività che si traduce in salari e profitti più bassi.
(...)
Non è solo un problema di competitività ed efficienza, è anche un problema di equità. Il posto fisso è tale per una minoranza a esclusione di molti altri, donne, giovani, precari. I pochi che lavorano nel mercato sostengono, con le loro imposte, i tanti che non lavorano. Quindi il posto è sì fisso, ma il salario al netto delle imposte è basso. Non solo, ma, se pochi lavorano, poco si produce e poco rimane da dividere, quindi il reddito pro capite è scarso.
(...)
Questo assetto sociale, che produce tanto attraverso le famiglie ma protegge pochi a scapito di molti e spreca talenti scoraggiando la propensione al rischio e alla competizione, ha quindi dei vantaggi ma costa caro, molto caro. Siamo disposti a pagarne il prezzo? Se la risposta è si, allora smettiamo di lamentarci se il reddito degli italiani scende relativamente a quello di altri paesi e accontentiamoci della tranquillità, un po' mediocre ma rassicurante, del ritorno al passato».
Tuesday, October 20, 2009
Dove vuole arrivare il "compagno" Tremonti?
L'impressione è che stavolta Tremonti abbia davvero esagerato con la sua ultima provocazione anti-mercatista, addirittura la "riabilitazione" del posto fisso. Come mi pare fece con Fini, a questo punto Feltri dovrebbe candidare anche Tremonti alla leadership del centrosinistra. Questa volta però non tutti i ministri sono rimasti in silenzio in nome della compattezza e dell'armonia nell'Esecutivo. E anche nel partito gli scontenti per le uscite schiettamente socialdemocratiche del ministro dell'Economia - pur ammettendo che le sue politiche finora sono rimaste fiscalmente responsabili, il che non era scontato in un Paese come l'Italia, durante una grave recessione - si sentono finalmente autorizzati ad uscire allo scoperto.Non manca chi ha esteso la critica a Tremonti ben oltre la restaurazione del mito del posto fisso. «Tremonti dà una risposta per l'uscita dalla crisi che io non condivido. Tornare indietro è più facile, ma non risolve i problemi. Bisogna cambiare occhiali per capire come è fatto il nuovo mondo. Non si deve aver paura». Sembra una critica complessiva, per esempio, questa di Brunetta in un'intervista a la Repubblica. Come sapete, è anche la posizione di questo blog: «Abbiamo vissuto la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell'egoismo del lavoro tipico, dell'egoismo degli insiders contro gli outsiders. Tutte le garanzie ai primi, protetti dal sindacato, tutte le flessibilità scaricate orribilmente sui secondi privi di rappresentanza».
Ma la soluzione non può essere quella di far diventare gli outsiders degli insiders, perché il sistema non sarebbe in grado di sopportarne i costi. La proposta di Brunetta è di «spalmare le esigenze di flessibilità su tutte le forze lavoro occupate. So bene quanto sia delicato questo argomento, basti pensare agli scontri, tra riformisti e conservatori, intorno all'articolo 18». Tremonti, invece, «vorrebbe una nuova società dei salariati. Solo che questa non risponde alle esigenze di flessibilità che pone il sistema. La sua è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo».
«Le garanzie non devono derivare da un posto di lavoro, ma dalla propria professionalità, dal proprio essere azionisti dell'attività produttiva. Bisogna provare, anche se mi rendo conto di essere un po' utopista, ad adattare le regole del mercato del lavoro a quelle della Rete, perché è questa la novità di quest'epoca. La novità è Internet, è l'intelligenza che produce senza capitali».Va bene lavorare «per dare posti di lavoro più duraturi», osserva un altro ministro, Sacconi, a Mattino5, ma «questo non si ottiene con norme vincolanti bensì permettendo ai lavoratori di affermare le proprie competenze». E i finiani mostrano di sentire la concorrenza di Tremonti per il dopo-Berlusconi. «La cultura del posto fisso è uno dei mali del Mezzogiorno che i giovani dovrebbero contrastare per essere liberi dallo statalismo e dalle clientele politiche che nei decenni passati hanno caratterizzato il mercato del lavoro», osserva Italo Bocchino, deputato Pdl vicino al presidente della Camera: «Quello di cui c'è veramente bisogno è una formazione professionale vera, capace di introdurre i giovani nel mercato del lavoro e di garantire quella professionalità utile a competere».
Alberto Alesina, intervistato da Il Foglio, comprende il ragionamento di Tremonti e rispetta le sue categorie di pensiero. Certo, la stabilità sociale, anche durante questa grave recessione, ha contribuito alla tenuta del Paese, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. Far prevalere la stabilità del posto fisso presenta dei costi non irrilevanti, e non solo per le imprese. I costi maggiori, anzi, li sopportano proprio i lavoratori: scarsa produttività, quindi un salario più basso e un reddito pro capite inferiore a quello di altri Paesi:
«Non possiamo avere tutto insieme, la piena occupazione con posto stabile, il salario più alto, la crescita più rapida. Il risultato probabile, al contrario, è che aumenterà la frattura tra chi il posto ce l'ha e se lo tiene stretto e chi non lo avrà mai. Una società in cui chi ha un lavoro garantito (e per lo più sono uomini adulti) dovrà mantenere i figli per un numero elevato di anni. Una società a un tempo statica e divisa».Salari alti, redditi alti, posto fisso e piena occupazione è «un'equazione che non funziona».
Come osserva Dario Di Vico, sul Corriere, l'uscita di Tremonti «spiazza la sinistra», mira dal punto di vista comunicativo, come già sta accadendo da alcuni mesi, a mettere il Pd in un angolo, facendo rientrare nel Pdl entrambi i poli del dibattito politico-culturale che si svolge sui principali temi, dall'immigrazione al lavoro:
«Inneggiando al posto fisso e sbeffeggiando la mobilità sociale, Tremonti non pare avere intenzione di capovolgere la linea di politica del lavoro del governo Berlusconi. Giacché dovrebbe rivoltare la filosofia della riforma della pubblica amministrazione del collega Renato Brunetta, sconfessare il ministro Gelmini, chiedere la cancellazione della legge Biagi e fare una buona provvista di euro per assumere, come Stato, tutti i precari della scuola, delle Poste, della Rai, dell'Istat, dell'Isfol, della Croce Rossa, dell'Istituto superiore di sanità e via di questo passo».Una «sortita», quella di Tremonti, che va circoscritta quindi «al mondo dei simboli e delle querelle politico-culturali».
E' vero che dal punto di vista comunicativo può rivelarsi un vantaggio per il Pdl riassumere al proprio interno un ampio spettro di posizioni su vari temi polarizzanti (stato e mercato, laicità, immigrazione-integrazione, rapporto tra istituzioni). In condizioni normali, la confusione che si genera nel profilo politico-programmatico della coalizione avvantaggerebbe l'avversario. E' pur vero che non siamo in condizioni normali, finché l'opposizione rimane nello stato di irrilevanza e di totale mancanza di credibilità nel Paese in cui è, ma non bisogna comunque esagerare, fino a porre in discussione l'identità e le basi politico-culturali su cui una moderna politica economico-sociale di centrodestra dovrebbe fondarsi.
Stando a quanto riporta questa mattina Mario Sechi, su Libero, il Pdl comincia a ribollire di sentimenti anti-tremontiani. «Non siamo al Giulio contro tutti, né al ritorno della notte del 3 luglio 2004, quando il ministro fu costretto dalla tenaglia An-Udc a lasciare l'incarico», scrive Sechi, ma ormai si dubita sempre di più che la politica economica del ministro Tremonti sia in grado di garantire all'Italia un tasso di crescita sostenuto e soddisfare le aspettative delle «categorie di riferimento». Per questo, rivela Sechi, «negli uffici del partito si stanno ultimando le bozze di due documenti riservati, a esclusiva circolazione interna, che fanno un punto-nave politico e cercano di dare una risposta economica alle richieste che vengono dalla Confindustria, dal mondo delle imprese e delle partite Iva, dal Viminale e le forze dell'ordine, dalla stessa Banca d'Italia». Leva fiscale e riforma delle pensioni le due idee «fulcro» dei due documenti, certamente «non tremontiani».
Il ministro è convinto, sia per ragioni di bilancio (assolutamente condivisibili), sia per la sua filosofia politica (meno condivisibile), che nella società di oggi la domanda di stabilità e sicurezza sia prevalente su tutte le altre. Ma Tremonti sbaglia a sottovalutare il tema "tasse", che da almeno due secoli non manca di infiammare i popoli di ogni latitudine.
Monday, May 18, 2009
Il pericolo dell'immobilismo
L'ultimo post di Phastidio mi dà modo di tornare su alcune questioni che su questo blog ho trattato spesso ultimamente. Innanzitutto, l'immobilismo del governo:
Ebbene, sono profondamente in disaccordo con questa lettura. Spero che chi ce la propina non ne sia davvero convinto, ma che la ripeta per convenienza politica. E' vero che i nostri istituti finanziari si sono dimostrati più solidi di quelli di altri paesi - perché "parlano poco l'inglese", come ama ripetere Tremonti - ma altrettanto non si può sostenere della nostra economia "reale". Questa crisi si innesta su (e si somma ad) una crisi peculiare italiana, e di lunga durata. Mentre la crisi ha bruscamente arrestato la crescita di paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, a noi ci ha trovati fermi. Basti guardare - per citare solo l'ultimo esempio in ordine di tempo - ai dati dell'Ocse sulle buste-paga italiane, tra le più leggere del mondo industrializzato. Il rischio è che quando la crisi finirà, mentre gli altri ripartono noi torneremo alla nostra crescita "zero virgola".
Come scrivevo alcuni mesi fa, la partita più importante per noi si gioca in Italia, non fuori: riducendo il debito, abbassando le tasse, liberalizzando. Ci sono tornato più volte, praticamente ogni volta che ho parlato di Tremonti, quindi non mi dilungo. Se gli americani hanno ecceduto in debito privato, noi abbiamo ecceduto in debito pubblico. Se entrambe le tipologie di debito si ripercuotono negativamente sull'economia, tuttavia l'eccesso di debito privato si digerisce più rapidamente attraverso il fallimento di chi ha fatto investimenti sbagliati, mentre quello pubblico è difficile da smaltire, perché su di esso proliferano gli interessi politici.
Lungi dall'essere un motivo per non toccare nulla, questa crisi che viene da fuori potrebbe invece rappresentare una straordinaria occasione per far accettare le riforme - sotto la spinta della necessità - ai poteri e ai settori di opinione pubblica più restii. Al contrario, temo che questo governo non abbia il coraggio della sfida riformista, se non con poche lodevoli eccezioni (come nella pubblica amministrazione, sia pure con grandi resistenze). Il rischio è che per non perdere neanche una piccola quota di consensi - perdita fisiologica quando si fanno delle riforme - ne perderà gran parte quando al termine dei cinque anni apparirà chiaro che non ha fatto nulla.
Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che un governo di centrosinistra avrebbe quasi certamente reagito alla crisi aumentando ancora di più il debito o alzando ancora di più le tasse per reperire risorse per nuovi interventi dello stato. Insomma, tra un governo fermo e un governo che va nella direzione sbagliata, è sempre meglio il primo. A patto che ci sforziamo tutti di spingerlo nella direzione giusta. Cioè criticando, quando necessario, come fa Mario sul suo blog.
Su una cosa invece non concordo con lui. A suo avviso non servirebbe a nulla prendersela con l'opposizione. Certo, «rischia di configurare il reato di vilipendio di cadavere», ma se l'opinione pubblica del paese mostra una preoccupante «acriticità nei confronti del governo e del premier» è principalmente perché il Pd è quello che è. Quindi, è importante criticare il Pd, perché sappia "riformarsi" in fretta in senso liberale, almeno quanto lo è criticare il governo.
Se dal punto di vista delle scelte elettorali, quasi sempre effettuate seguendo la logica della «riduzione del danno» (votare per il "meno peggio"), non vedo ad oggi alternative al PdL, ciò non significa che serva a qualcosa sostenerlo «senza se e senza ma». Anzi, non si può che constatare con preoccupazione l'assenza di un dibattito di idee nel PdL e nella maggioranza. Dibattito di idee che non vuol dire rissa tra correnti o confusione programmatica, come nel Pd, e neanche marcare identitariamente una posizione sancendone così il carattere minoritario o di mera testimonianza. Non da oggi, e praticamente dalla sua nascita, mi sono sforzato di far capire agli amici di TocqueVille - a quanto vedo con scarsissimi risultati - che il compito dell'aggregatore dovrebbe essere quello di creare dibattito, non di amplificare il tifo da "curva Sud". E dallo stesso scopo dovrebbero essere animati anche i singoli blog di centrodestra e liberali.
Dell'acriticità dell'opinione pubblica non mi preoccuperei troppo. Gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni di saper cambiare campo. Ad oggi il consenso di cui gode il governo è per lo più dovuto alla mancanza d'alternativa (e alla devastante esperienza Prodi-Visco, nei cui confronti non c'è stata alcuna vera rottura da parte del Pd). D'altronde la maggior parte dei sondaggi vengono effettuati sulle preferenze di voto.
Molti vedono nel Casoria-gate e nelle tensioni con la Lega i primi «scricchiolii» nella maggioranza e i motivi di un primo calo dei consensi. Io sono convinto invece che se il governo non agirà in fretta con le riforme che servono a liberare l'Italia dalle catene e dalle pastoie che ostacolano la crescita, prima o poi gli italiani cominceranno ad addossare al governo la responsabilità del prolungarsi della crisi. La crisi venuta da lontano diventerà la sua crisi.
«Questa maggioranza appare inequivocabilmente meno nociva di quella che l'ha preceduta, ma sfortunatamente appare caratterizzata da un immobilismo pericoloso e da una inclinazione alla conservazione dello status quo che non possono non preoccupare chiunque sia consapevole che, senza un rilancio della crescita, l'Italia è amabilmente fottuta, e non ci sarà nessuna narrativa da paese operoso di brava gente a tirarci fuori dal guano in cui siamo finiti da alcuni lustri».Alla base di questo immobilismo c'è la lettura tremontiana della crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando. Una lettura che, fatta propria dal governo apparentemente senza divisioni al suo interno, guarda caso è anche piuttosto conveniente e consolatoria: la crisi viene da fuori (dagli Stati Uniti); l'hanno causata gli eccessi del mercato e della globalizzazione (che "per fortuna" da noi sono stati minori). Quindi, l'Italia sta meno peggio di altri e si riprenderà meglio. Basterà aspettare che la crisi passi.
Ebbene, sono profondamente in disaccordo con questa lettura. Spero che chi ce la propina non ne sia davvero convinto, ma che la ripeta per convenienza politica. E' vero che i nostri istituti finanziari si sono dimostrati più solidi di quelli di altri paesi - perché "parlano poco l'inglese", come ama ripetere Tremonti - ma altrettanto non si può sostenere della nostra economia "reale". Questa crisi si innesta su (e si somma ad) una crisi peculiare italiana, e di lunga durata. Mentre la crisi ha bruscamente arrestato la crescita di paesi come Stati Uniti e Gran Bretagna, a noi ci ha trovati fermi. Basti guardare - per citare solo l'ultimo esempio in ordine di tempo - ai dati dell'Ocse sulle buste-paga italiane, tra le più leggere del mondo industrializzato. Il rischio è che quando la crisi finirà, mentre gli altri ripartono noi torneremo alla nostra crescita "zero virgola".
Come scrivevo alcuni mesi fa, la partita più importante per noi si gioca in Italia, non fuori: riducendo il debito, abbassando le tasse, liberalizzando. Ci sono tornato più volte, praticamente ogni volta che ho parlato di Tremonti, quindi non mi dilungo. Se gli americani hanno ecceduto in debito privato, noi abbiamo ecceduto in debito pubblico. Se entrambe le tipologie di debito si ripercuotono negativamente sull'economia, tuttavia l'eccesso di debito privato si digerisce più rapidamente attraverso il fallimento di chi ha fatto investimenti sbagliati, mentre quello pubblico è difficile da smaltire, perché su di esso proliferano gli interessi politici.
Lungi dall'essere un motivo per non toccare nulla, questa crisi che viene da fuori potrebbe invece rappresentare una straordinaria occasione per far accettare le riforme - sotto la spinta della necessità - ai poteri e ai settori di opinione pubblica più restii. Al contrario, temo che questo governo non abbia il coraggio della sfida riformista, se non con poche lodevoli eccezioni (come nella pubblica amministrazione, sia pure con grandi resistenze). Il rischio è che per non perdere neanche una piccola quota di consensi - perdita fisiologica quando si fanno delle riforme - ne perderà gran parte quando al termine dei cinque anni apparirà chiaro che non ha fatto nulla.
Non dobbiamo però sottovalutare il fatto che un governo di centrosinistra avrebbe quasi certamente reagito alla crisi aumentando ancora di più il debito o alzando ancora di più le tasse per reperire risorse per nuovi interventi dello stato. Insomma, tra un governo fermo e un governo che va nella direzione sbagliata, è sempre meglio il primo. A patto che ci sforziamo tutti di spingerlo nella direzione giusta. Cioè criticando, quando necessario, come fa Mario sul suo blog.
Su una cosa invece non concordo con lui. A suo avviso non servirebbe a nulla prendersela con l'opposizione. Certo, «rischia di configurare il reato di vilipendio di cadavere», ma se l'opinione pubblica del paese mostra una preoccupante «acriticità nei confronti del governo e del premier» è principalmente perché il Pd è quello che è. Quindi, è importante criticare il Pd, perché sappia "riformarsi" in fretta in senso liberale, almeno quanto lo è criticare il governo.
Se dal punto di vista delle scelte elettorali, quasi sempre effettuate seguendo la logica della «riduzione del danno» (votare per il "meno peggio"), non vedo ad oggi alternative al PdL, ciò non significa che serva a qualcosa sostenerlo «senza se e senza ma». Anzi, non si può che constatare con preoccupazione l'assenza di un dibattito di idee nel PdL e nella maggioranza. Dibattito di idee che non vuol dire rissa tra correnti o confusione programmatica, come nel Pd, e neanche marcare identitariamente una posizione sancendone così il carattere minoritario o di mera testimonianza. Non da oggi, e praticamente dalla sua nascita, mi sono sforzato di far capire agli amici di TocqueVille - a quanto vedo con scarsissimi risultati - che il compito dell'aggregatore dovrebbe essere quello di creare dibattito, non di amplificare il tifo da "curva Sud". E dallo stesso scopo dovrebbero essere animati anche i singoli blog di centrodestra e liberali.
Dell'acriticità dell'opinione pubblica non mi preoccuperei troppo. Gli italiani hanno dimostrato alle scorse elezioni di saper cambiare campo. Ad oggi il consenso di cui gode il governo è per lo più dovuto alla mancanza d'alternativa (e alla devastante esperienza Prodi-Visco, nei cui confronti non c'è stata alcuna vera rottura da parte del Pd). D'altronde la maggior parte dei sondaggi vengono effettuati sulle preferenze di voto.
Molti vedono nel Casoria-gate e nelle tensioni con la Lega i primi «scricchiolii» nella maggioranza e i motivi di un primo calo dei consensi. Io sono convinto invece che se il governo non agirà in fretta con le riforme che servono a liberare l'Italia dalle catene e dalle pastoie che ostacolano la crescita, prima o poi gli italiani cominceranno ad addossare al governo la responsabilità del prolungarsi della crisi. La crisi venuta da lontano diventerà la sua crisi.
Thursday, March 12, 2009
Una diversa concezione della ricchezza e della tassazione
La proposta Franceschini di aumentare le tasse ai più "ricchi" per aiutare i più poveri ha ispirato degli accostamenti con l'aumento delle tasse per gli americani più ricchi annunciato da Obama. Mentre Obama può proporre di alzare le tasse ai più ricchi e «nessuno si ribella, tacciandolo di bolscevismo», ha scritto oggi Massimo Giannini su la Repubblica, «al segretario dei democratici italiani questa licenza politico-culturale non è permessa» e la sua proposta «fa scandalo».
Certo che fa scandalo. E' vero che per finanziare una parte del fondo iniziale di 634 miliardi di dollari per la sua riforma sanitaria, Obama aumenterà le tasse al 2% degli americani più ricchi. Ma tra Stati Uniti e Italia ci sono differenze abissali di aliquote marginali sul reddito individuale. Obama porterà le due aliquote più alte dal 33 al 36% e dal 35 al 39,6%, mentre la proposta Franceschini porterebbe l'aliquota massima dal 43 al 45%. Non solo. Quel 45% si applicherebbe sulla parte eccedente i 75 mila euro di reddito per i contribuenti che dichiarano dai 120 mila euro in su. Gli aumenti proposti da Obama riguarderanno i redditi superiori ai 200 mila dollari per i singoli e ai 250 mila per le coppie.
Per Obama sono "ricchi" quelli che guadagano dai 200 mila dollari in su; per Franceschini basta guadagnare 120 mila euro per essere "ricchi". Certo, un piccolo passo avanti rispetto a Prodi-Visco, che hanno colpito dai 35 mila euro, si può notare.
Il confronto con la proposta di Obama semmai mette in luce due diverse visioni sulla soglia della ricchezza e un diverso approccio nei confronti della tassazione. Mentre in Italia sul reddito oltre i 75 mila euro si paga un'aliquota del 43%, in America tra i 78.850 e i 164.550 dollari si paga un'aliquota del 28%. Ben 15 punti percentuali di differenza. Alle due fasce tra i 55 mila e i 75 mila euro, da noi tassata al 41%, e tra i 28 mila e i 55 mila euro, tassata al 38%, in America corrisponde la fascia tra i 32.550 e i 78.850 dollari, tassata al 25%. Per vedersi attribuire un'aliquota del 27% qui da noi bisogna scendere tra i 15 e i 28 mila euro, mentre tra gli 8 mila e 32.550 dollari gli americani pagano il 15%. Fino a 15 mila euro in Italia si paga il 23%, mentre in America fino a 8 mila dollari il 10%.
Certo che fa scandalo. E' vero che per finanziare una parte del fondo iniziale di 634 miliardi di dollari per la sua riforma sanitaria, Obama aumenterà le tasse al 2% degli americani più ricchi. Ma tra Stati Uniti e Italia ci sono differenze abissali di aliquote marginali sul reddito individuale. Obama porterà le due aliquote più alte dal 33 al 36% e dal 35 al 39,6%, mentre la proposta Franceschini porterebbe l'aliquota massima dal 43 al 45%. Non solo. Quel 45% si applicherebbe sulla parte eccedente i 75 mila euro di reddito per i contribuenti che dichiarano dai 120 mila euro in su. Gli aumenti proposti da Obama riguarderanno i redditi superiori ai 200 mila dollari per i singoli e ai 250 mila per le coppie.
Per Obama sono "ricchi" quelli che guadagano dai 200 mila dollari in su; per Franceschini basta guadagnare 120 mila euro per essere "ricchi". Certo, un piccolo passo avanti rispetto a Prodi-Visco, che hanno colpito dai 35 mila euro, si può notare.
Il confronto con la proposta di Obama semmai mette in luce due diverse visioni sulla soglia della ricchezza e un diverso approccio nei confronti della tassazione. Mentre in Italia sul reddito oltre i 75 mila euro si paga un'aliquota del 43%, in America tra i 78.850 e i 164.550 dollari si paga un'aliquota del 28%. Ben 15 punti percentuali di differenza. Alle due fasce tra i 55 mila e i 75 mila euro, da noi tassata al 41%, e tra i 28 mila e i 55 mila euro, tassata al 38%, in America corrisponde la fascia tra i 32.550 e i 78.850 dollari, tassata al 25%. Per vedersi attribuire un'aliquota del 27% qui da noi bisogna scendere tra i 15 e i 28 mila euro, mentre tra gli 8 mila e 32.550 dollari gli americani pagano il 15%. Fino a 15 mila euro in Italia si paga il 23%, mentre in America fino a 8 mila dollari il 10%.
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