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Thursday, October 17, 2013

Manovra di galleggiamento

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.

Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.

Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.

Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.

Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).

Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).

Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.

Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.

A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.

L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.

Wednesday, July 03, 2013

L'euroassistenzialismo non ci salverà

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ha ragione il senatore Mario Monti quando ricorda al premier Letta che con i «piccoli passi» non si va avanti. E lui può parlare per esperienza diretta... I passi sono piccoli, impercettibili, ma il governo pretende che ora "altri" facciano la propria parte. E' questo il messaggio recapitato al mondo delle imprese. Sia da parte del premier in persona, quando al termine del vertice europeo della scorsa settimana, dopo aver ottenuto dall'Ue 1 miliardo di fondi per il lavoro in due anni, ha fin troppo euforicamente detto che «ora le imprese non hanno più alibi» (nemmeno quello del total tax rate al 70%, caso unico al mondo?), sia da parte del ministro del lavoro Giovannini, che al convegno di Confindustria ha spiegato che non può essere solo il governo a creare «opportunità» per i giovani, serve «l'impegno dell'intero paese, comprese le imprese». Analisi corretta a metà. E' senz'altro vero che il governo non può "creare" posti di lavoro (anche se poi, dalle misure varate si direbbe che nell'esecutivo sia piuttosto diffusa la convinzione opposta), ma riesce benissimo ad ostacolarne la creazione. Dire alle imprese che ora sta a loro impegnarsi è come incoraggiare un prigioniero a liberarsi dopo avergli dato un bicchiere d'acqua... ma è ancora incatenato! Puro sadismo.

Non è «il peso dei 2,2 milioni di "neet" (giovani che non lavorano, non studiano né si stanno formando, ndr)» che «ci porterà a fondo». Il ministro Giovannini confonde uno dei sintomi della crisi con la causa: a portarci a fondo è il peso dello Stato. Da ex presidente dell'Istat dovrebbe almeno far bene di conto, eppure come ha calcolato Tito Boeri, dagli sgravi sulle nuove assunzioni si possono ottenere nella migliore delle ipotesi 28.846 posti di lavoro (la cifra che risulta dividendo i 225 milioni l'anno stanziati per 7.800 euro, lo sgravio concesso per 12 mesi), un numero ben lontano dai 100 mila evocati dal ministro.

Ma il punto è che i pochi e temporanei sgravi, così come il miliardo e mezzo messo a disposizione dall'Ue nei prossimi due anni, stanziato senza nemmeno sapere come concretamente verrà speso, possono ben poco se le imprese non vedono una prospettiva di aumento della produzione che le induca ad assumere. «Gli sgravi andranno per lo più alle imprese che avrebbero comunque fatto assunzioni», conclude Boeri.

La realtà è che in queste settimane, riempiendosi la bocca della parola "lavoro", il governo italiano e i governi degli altri paesi europei riuniti a Bruxelles hanno messo in scena un'enorme operazione propagandistica. Per una ripresa vera, che non sia solo uno 0,3-0,4% trainato dall'export, l'Italia ha bisogno di un radicale shock fiscale e di riforme vere del mercato del lavoro. Invece, con i sussidi temporanei, che non hanno mai funzionato, l'Europa conferma la propria essenza: un carrozzone che sa solo spendere soldi, ma non attuare politiche per la crescita.

Il nostro premier ha festeggiato per quel miliardo e mezzo come avrebbe festeggiato un politico meridionale all'ennesimo stanziamento di fondi a pioggia da Roma. Con il vertice Ue di venerdì siamo entrati a pieno titolo nell'era dell'euroassistenzialismo. Entrare nell'Euro avrebbe aiutato l'Italia a diventare "più europea", si diceva e si dice ancora. Sta accadendo il contrario: è l'Europa che si sta "italianizzando". Si sta ripiegando su se stessa, chiusa in un dibattito tra i paesi del sud e la Francia che chiedono aiuti e investimenti, e quelli del nord e la Germania che tengono stretti i cordoni della borsa. Una dinamica che ricorda molto quella italiana sulla "questione meridionale": un nord ricco e competitivo frenato da un Mezzogiorno assistito e depresso.

Piuttosto che accelerare i processi di unione bancaria e unione fiscale, e riconoscere la necessità di riforme strutturali e fiscali volte a far recuperare competitività alle nostre economie appesantite da bilanci pubblici famelici, burocrazie opprimenti e mercati troppo rigidi, e di discutere come implementarle velocemente in tutti i paesi, ecco che il nuovo tema elevato a priorità negli ultimi vertici Ue, al pari del lavoro, è quello dell'evasione fiscale: il problema che sembra angosciare i governanti europei come quelli italiani, senza eccezioni, è come far cassa, dove rastrellare soldi freschi da destinare a ulteriori investimenti dall'alto (la maggior parte dei quali si riveleranno improduttivi) e a nuove forme di assistenzialismo. Come i miliardi appena stanziati a Bruxelles, in modo generico, "per il lavoro". Le stesse cure che lo Stato unitario ha "somministrato" per oltre un secolo al nostro sud, oggi diventano le concessioni di Berlino e degli altri stati membri del nord ai paesi dell'Europa mediterranea.

Friday, June 14, 2013

"Non rinvenibile" è solo la volontà politica

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dev'esserci un virus che gira ai piani alti di Palazzo Chigi e via XX Settembre. Una specie di narcotizzante. Chiunque entri in quelle stanze, o è colto da uno stato di «letargia» come il premier Letta (copyright Financial Times), o dismette (è invece il caso di Saccomanni) i panni dell'economista prodigo di analisi e soluzioni per vestire quelli del mero contabile, restìo ad assumersi la responsabilità di un indirizzo politico e timoroso di toccare lo status quo, fino a farsene persino custode. E' stato molto deludente il ministro dell'economia non solo e non tanto nel merito delle sue risposte su Iva e Imu, durante il question time al Senato, ma innanzitutto nell'approccio.

Da economista, da ministro, avrebbe potuto spiegare che scongiurare l'aumento dell'Iva e/o eliminare l'Imu sulla prima casa non sono priorità per la nostra economia, o che i tagli alla spesa necessari a coprirli sarebbero ancora più dannosi. Sostenendo, invece, che quelle misure costano 8 miliardi e che non ci sono risorse per finanziarle ha dimostrato un approccio meramente da contabile, che non è consentito a un ministro, il cui compito è trovarle quelle risorse, per realizzare gli impegni annunciati e ufficializzati, e non limitarsi a constatare l'esistente. Anche perché l'economista, a differenza del contabile, dovrebbe sapere che la domanda di beni non è assolutamente rigida: i 4 miliardi derivanti dall'aumento dell'Iva al 22% e già messi a bilancio potrebbero non arrivare comunque, perché i cittadini potrebbero decidere, come conseguenza dell'aumento, di comprimere ulteriormente i loro consumi, e potrebbero aumentare le imprese, gli esercizi commerciali, costretti a chiudere, con conseguente perdita di gettito per lo Stato su altri fronti.

Si dirà che il consumatore non può percepire un aumento dell'Iva dell'1% sul singolo bene che intende acquistare. Pur senza considerare che il clima di sfiducia alimentato da un nuovo aumento di tasse può scoraggiarlo dall'acquisto di beni ben oltre l'effettivo rincaro, la sua capacità di spesa diminuisce comunque (si calcola tra i 50 e i 200 euro in meno l'anno a famiglia), a prescindere dalla sua percezione: il che significa, a fine anno, una minor quantità di beni acquistati. E l'aumento dell'Iva incentiva o disincentiva l'evasione fiscale?

Ma intendiamoci, l'approccio contabile non è una colpa esclusiva di Saccomanni. E' ormai l'atteggiamento prevalente in Europa, dove non si ragiona più sugli effetti espansivi o recessivi delle misure di politica fiscale. Ci si accontenta che i conti tornino da un punto di vista esclusivamente ragionieristico, anno per anno. E pazienza se proprio averli fatti tornare sulla carta sarà all'origine dello sforamento nell'anno successivo.

Ma c'è chi non si rassegna a sentirsi dire che non ci sono soldi, che i conti sono questi e non possiamo farci niente. Non è così, è una pericolosa mistificazione a cui l'opinione pubblica rischia di arrendersi.
«L'Imu, se dovesse essere eliminata definitivamente, comporterebbe un onere di finanziamento di 4 miliardi all'anno che, se si aggiungono ai 4 miliardi per l'Iva, fanno ipotizzare la necessità di interventi di tipo compensativo di estrema severità, che al momento attuale non sono rinvenibili».
Queste le parole esatte del ministro Saccomanni. La risorse per scongiurare l'aumento dell'Iva «non sono rinvenibili»? O piuttosto, a non essere «rinvenibile» è la volontà politica di cominciare davvero, non per finta, a tagliare la spesa pubblica?

Con una spesa pubblica che è all'incirca la metà del Pil, cioè del totale della ricchezza prodotta nel nostro paese, con un patrimonio pubblico (solo l'immobiliare vale 350 miliardi e più di euro, per non parlare di partecipazioni e municipalizzate) che si può decidere di dismettere (riducendo il nostro stock di debito e quindi risparmiando sugli interessi), con 250 miliardi di tax expenditures e decine di miliardi di sussidi - platealmente improduttivi - alle imprese, con sprechi e inefficienze della pubblica amministrazione sotto gli occhi di tutti, è inaccettabile che ci si dica che l'aumento dell'Iva è «inevitabile». Si tratta di scelte, di priorità. Evidentemente, rispetto a scongiurarlo il governo ritiene prioritario mantenere ogni singolo centesimo degli oltre 700 miliardi di spesa pubblica. Se vuol farci credere che sia impraticabile una manovra finanziaria sull'1% del bilancio (8 miliardi servono per evitare l'aumento Iva ed eliminare l'Imu sulla prima casa), allora è inutile averlo e pagarlo un governo. Non ci si può rassegnare a constatare che i "soldi non ci sono". I soldi ci sono, e tanti: gli italiani versano una quantità enorme di tasse, si tratta di decidere come spenderli.

Il premier Letta si riempie la bocca di «lavoro». Ma è la crescita che crea lavoro, non il contrario. La defiscalizzazione e la decontribuzione ipotizzate per le nuove assunzioni di giovani è una buona cosa, ma rischia di funzionare poco (soprattutto se il budget sarà, come sembra, di un solo miliardo), perché se non c'è domanda di produzione di beni e servizi, comunque le aziende non assumono. Lo ha spiegato molto bene al Sole24Ore l'ad e presidente di Prada, Patrizio Bertelli:
«Le aziende assumono se hanno bisogno di aumentare la produzione, ma se c'è crisi dei consumi e nessuno, in Italia, vende più alcunché, come fanno ad assumere? Non parlo di Prada, noi andiamo benissimo (...) Ma tutte le altre imprese, piccole e medie, che in Italia sono la stragrande maggioranza e che hanno fatturati in forte calo, come fanno ad assumere?».
Il problema è la mancanza di potere d'acquisto degli italiani, legata ai salari effettivi erosi dalle pretese fiscali dello Stato:
«Non esiste altro paese in Europa e forse al mondo con una differenza così alta tra quello che un lavoratore costa a un'azienda e quello che il lavoratore percepisce in busta paga... Lo Stato deve ridurre del 10% il prelievo sullo stipendio lordo».
Il che rilancia come priorità tutti quegli interventi che possono aumentare il potere d'acquisto: il taglio del cuneo fiscale, ovviamente, ma anche dell'Imu e dell'Iva.

Invece, siamo al paradosso che nei confronti internazionali, anziché sforzarci di adeguarci ai livelli inferiori di costo del lavoro, dell'energia, e di tassazione, corriamo ad allinearci solo laddove - e sono delle eccezioni - i livelli sono più alti dei nostri. Così ecco che "finalmente" la tassazione sugli immobili è su un livello paragonabile a quelli europei. Ma non contenti, la Banca d'Italia, in quella che appare come una vera e propria istigazione a tassare, segnala al governo che «in Italia le imposte sulle successioni e le donazioni sono decisamente inferiori al resto dell'Europa». Di adeguarci ai livelli Ocse, o europei, per quanto riguarda il tax rate sulle imprese, le imposte dirette e indirette, o almeno la pressione fiscale complessiva, ovviamente non se ne parla nemmeno. Velocissimi a prendere il peggio, mai capaci di imitare il meglio.

Thursday, May 09, 2013

Imu, la stangata continua (e raddoppia)

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».

Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.

Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.

Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.

Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.

Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.

Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Friday, November 09, 2012

Fondo Giavazzi? Più che una goccia, una lacrima

Renato Brunetta è tornato a confermarlo anche ieri: nella legge di stabilità, all'esame della Camera, ci sarà spazio per un "fondo Giavazzi" – la cui formula lo stesso ex ministro ammette essere «un po' vaga» – in cui far confluire le risorse provenienti dal riordino del sistema dei sussidi pubblici alle imprese (una spesa totale di 33 miliardi annui) per finanziare un credito d'imposta per ricerca e innovazione e la riduzione dell'Irap, secondo lo schema suggerito dal professore bocconiano.

Passi il fatto che il rapporto Giavazzi non contemplava l'ennesimo credito d'imposta (semmai si limitava a "salvare" dai tagli suggeriti le agevolazioni fiscali sulle spese per ricerca e sviluppo), della proposta originaria sembra essere rimasto solo il nome del suo autore, il quale a questo punto dovrebbe dire la sua. Il rapporto che il governo stesso gli ha commissionato, infatti, si è perso per quasi sei mesi nelle stanze dei ministeri per riemergere, infine, completamente svuotato. I 10 miliardi di risparmi ipotizzati, passati al vaglio dei "tecnici" dei ministeri, sono diventati prima 3, poi 500 milioni, secondo quanto riporta Alessandro Barbera su La Stampa: un ventesimo (l'1,5% della spesa totale).
(...)
Un po' poco perché si possa ritenere credibile lo sforzo compiuto e perché si possa parlare di una vera “spending review”, che per definizione di chi l'ha inventata dovrebbe portare a rigiustificare da zero euro ogni singolo programma di spesa. E qui si tratta di mille minuscoli rivoli, alcuni tra l'altro con denominazioni talmente oscure e incomprensibili da legittimare il sospetto che chi li gestisce, nei ministeri, abbia interesse a non condividere lealmente le informazioni e a lasciare tutto com'è.

I “poteri forti” che si oppongono, evidentemente con successo, ad ogni taglio ai cosiddetti «contributi alle imprese» si possono distinguere in tre diverse categorie. Ci sono i grandi gruppi pubblici, che grazie ai trasferimenti statali si garantiscono una posizione di monopolio, o comunque di forza, nei loro rispettivi mercati. Le aziende municipalizzate, quindi gli enti locali, e le Regioni, che attraverso l'elargizione dei fondi, in forme più o meno velate, più o meno spudorate, controllano il consenso sul territorio. E infine, a livello centrale e apicale della pubblica amministrazione, i vertici dei ministeri, dove il gioco si fa più sottile e inafferrabile. E' enorme, infatti, nei decenni, accelerata dal rapido susseguirsi dei governi, la stratificazione di fondi e crediti d'imposta di cui i politici non possono avere memoria ma certo la conservano gli apparati burocratici, che li conoscono e, di fatto, li gestiscono. Il rischio è che questa miriade di minuscoli fondi, dalla denominazione incomprensibile e dagli scopi ancor più ambigui, vengano utilizzati con estrema discrezionalità, e spesso come strumenti di autopromozione presso i politici e dei ministri di turno, dagli alti e inamovibili burocrati dei ministeri. Gli stessi guarda caso chiamati a verificare la fattibilità di un rapporto che propone di tagliarli. E che con un'opacità più che sospetta, una padronanza della materia un po' “sacerdotale”, ci spiegano che servono, anche se non a cosa, e che si possono tagliare solo 500 milioni.

Possibile che il professor Giavazzi e il suo team siano stati così imprecisi nella stima dei fondi da tagliare? Sarà questa la dotazione del fondo dei "volenterosi" Brunetta e Baretta? E dei 6,7 miliardi liberati dalla rinuncia alla riduzione dell'Irpef (1 miliardo nel 2013, 3,2 nel 2014 e altri 2,5 nel 2015), cosa rimane per il taglio dell'Irap se nei primi due anni se ne spendono 2 per lavoro e famiglia, come previsto dall'accordo tra i relatori, e se restano da finanziare la salvaguardia di altri "esodati", minori tagli ai Comuni, alla scuola e al comparto sicurezza, e altre misure «per il sociale»? Resta una goccia, o piuttosto una lacrima. Nominare "Giavazzi" un fondo così finanziato e concepito sarebbe solo un modo per confondere le acque. Far credere che si è agito laddove non si è mosso un dito è il miglior modo per difendere lo status quo.
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Wednesday, November 07, 2012

Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti

A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.

L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.

Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
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Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Monday, November 05, 2012

Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti

Anche su L'Opinione

Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.

Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.

Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?

Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.

Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.

Thursday, October 11, 2012

Legge di stabilità "politica": così Monti ribadisce di essere in campo

In modo del tutto inatteso il premier Mario Monti ha tirato fuori dal cilindro della legge di stabilità un mini-taglio delle prime due aliquote Irpef, che passano dal 23 al 22% e dal 27 al 26%. Ma il taglio delle tasse non è che un abile illusionismo, degno di un governo politico alla ricerca di consenso in piena campagna elettorale. La riduzione Irpef dal 2013, infatti, è più che compensata sia dall'aumento di un punto dell'Iva, dal 10 all'11% e dal 21 al 22%, dal prossimo luglio, che dal "riordino" delle agevolazioni fiscali e dall'introduzione dell'Irpef anche sulle pensioni di guerra e d'invalidità. Per non parlare della Tobin Tax, che se entrerà davvero in vigore non colpirà certo i grandi speculatori internazionali, quanto i normali risparmiatori.

Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.

Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.

Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Wednesday, September 12, 2012

Monti tra verità e contraddizioni

Bisogna dare atto al premier Mario Monti di non essersi nascosto dietro un dito: «In parte le nostre decisioni hanno contribuito ad aggravare» la crisi. Quale capo di governo, quale politico, avrebbe avuto l'onestà intellettuale di una simile ammissione? Negare, negare anche l'evidenza, è la parola d'ordine dei politici (e non solo). Monti ha dunque parlato con il linguaggio della verità, e va apprezzato per questo, ma la sua autostima gli ha impedito di evitare di giustificarsi dicendo che si è trattato di scelte inevitabili.

«Solo uno stolto può pensare di incidere su elementi strutturali che pesano da decenni senza provocare almeno nel breve periodo un rallentamento dovuto al calo della domanda». Vero anche questo. Il rapido aggiustamento fiscale che la situazione richiedeva avrebbe portato comunque ad un calo della domanda, e quindi ad una recessione. Cure indolori non ce n'erano e non ce ne sono. Tuttavia, c'è recessione e recessione. Tagli alla spesa pubblica piuttosto che aumenti di tasse causano di solito recessioni più brevi e meno acute, perché nel primo caso si tratta di trovarsi un altro cliente, nel secondo produttori e consumatori devono far fronte tutti ad una diminuzione di capacità d'acquisto e di investimento.

E' vero che in un Paese come l'Italia, dove ormai oltre metà dell'economia dipende direttamente o indirettamente dalla spesa pubblica (abbiamo forse superato il punto di non ritorno?), lo shock sarebbe stato comunque forte, ma d'altra parte anche la pressione fiscale era già a livelli insopportabili. Ma come ha ricordato anche il governatore Draghi, nell'inevitabilità e nell'urgenza dell'aggiustamento fiscale il governo un paio di opzioni le aveva di fronte a sé: agire più sul lato della spesa o più sul lato delle tasse. Ha scelto la seconda, la peggiore. Ma la correzione era inevitabile, non la strada per conseguirla.

Possiamo anche riconoscere che a novembre, appena entrato in carica, non c'era forse altro modo che aumentare le tasse. Ma da gennaio ad oggi il governo ha avuto 9 mesi per invertire il trend, invece ha perso tempo e quando finalmente sono arrivati i primi tagli alla spesa ha partorito un topolino.

Emblematico dei risultati deludenti e autolesionistici di questa politica, anche sul piano del bilancio, è il gettito della tassa sulle barche di lusso: 23 milioni di euro rispetto ai 155 attesi. E questo a fronte di una riduzione dei consumi nei porti e nelle località marittime, anche a causa del clima da caccia all'evasore, stimata in 700 milioni. Quindi ulteriore gettito perso.

Nell'intervista rilasciata da Monti a Cnbc e pubblicata da MilanoFinanza il premier pone solo al terzo posto le riforme strutturali come «volano della crescita»: al primo il calo dei rendimenti dei titoli di Stato, al secondo la ripresa dell'economia internazionale. Ebbene, ma come la mettiamo se gli investitori aspettano di vedere riforme e segnali di ripresa prima di tornare a comprare i nostri titoli? Rischia di essere un cane che si morde la coda: Monti in pratica si affida a loro per la crescita, ma quelli non investono in attesa di riforme e crescita.

Infine, l'aumento di produttività, che per Monti sembra possa arrivare solo dalle parti sociali. Tradotto: lavorare di più all'incirca allo stesso salario. Bene incalzare imprese e sindacati sulla contrattazione aziendale, ma perché invece di tagliare di fatto le retribuzioni non tagliare il pizzo esorbitante, criminale, che si prende lo Stato sul lavoro? Il governo deve fare la sua parte: deve agire per legge sulla contrattazione, se Confindustria e sindacati si dimostrano inconcludenti, e deve abbattere il cuneo fiscale. Si possono reperire le risorse tagliando i sussidi alle imprese, rivedendo le esenzioni fiscali, per non parlare della spesa pubblica.

Thursday, September 06, 2012

Basta tavoli e appelli. Decisioni e meno tasse

Anche su L'Opinione

L'appello di Monti alle parti socali elude il tema del cuneo fiscale

L'economia italiana ha bisogno dell'esatto opposto di una «politica industriale», di aiuti pubblici più o meno camuffati da incentivi, elargiti agli imprenditori amici o in modo dirigistico, pretendendo di intuire i settori strategici. Ha bisogno di meno Stato: meno tasse, meno oneri burocratici, meno sussidi distorsivi. Dubitiamo quindi che lo stanco rito della concertazione, o delle "consultazioni", tra governo e parti sociali, che il premier Monti ha voluto riprendere in questo inizio settembre, incontrando ieri le associazioni delle imprese, la prossima settimana i sindacati, possa produrre benefici.

All'Italia di oggi non servono tavoli né appelli, bensì decisioni e riforme nette, radicali. Quasi mai nel nostro paese le parti sociali hanno giocato un ruolo di spinta all'innovazione economico-sociale. Quasi sempre, al contrario, si sono dimostrate potenti agenti di conservatorismo corporativo. E se guardiamo all'esempio più recente, che ha partorito la peggiore riforma di questo governo, quella sul mercato del lavoro, c'è persino da temere un nuovo "patto" per la produttività. Se le sorti del paese sono nelle mani delle parti sociali, allora siamo proprio messi male.

Di ieri l'allarme lanciato da Italia Oggi sugli effetti nocivi, da molti paventati, della riforma del lavoro. Dalle rilevazioni della Fondazione dei consulenti del lavoro emerge, infatti, che ad un mese dalla sua entrata in vigore ha praticamente bloccato l'avvio di contratti a progetto. Per il 93% del campione dei consulenti intervistati la riforma ha bloccato fino a 50 contratti; per il 3% da 50 a 200 e per il 4% addirittura oltre 200. Il 54% dichiara che al termine del regime transitorio per i contratti di lavoro intermittente le aziende hanno già deciso di risolvere il rapporto e solo il 3% di convertirlo a tempo indeterminato. Certo, pesa la crisi, ma se qualche imprenditore era indeciso, la riforma sembra aver tagliato la testa al toro (o al precario).

All'uscita dall'incontro con Monti il numero uno di Confindustria Squinzi ha parlato di «clima costruttivo», augurandosi «un autunno un pò meno bollente». I «fattori di contesto» (infrastrutture, agenda digitale, semplificazioni e giustizia), su cui il governo in una nota si impegna a continuare ad intervenire, sono importanti per la produttività e la competitività delle imprese, ma non decisivi. Monti si appella alle parti sociali affinché giochino un «ruolo da protagonisti» sulla «produttività del lavoro». Bene il pressing su imprenditori e sindacati per «l'attuazione e ulteriore rafforzamento della contrattazione di secondo livello e del legame tra salari e produttività», in particolare attuando l'accordo del 28 giugno 2011, ma pensare che crescita e occupazione si rilancino con l'apprendistato e i «contratti di solidarietà espansiva» è francamente risibile. E con un tax rate al 68% il governo non può più eludere ciò che è di sua competenza, cioè il cuneo fiscale e l'inefficienza degli apparati pubblici.

Non servono miliardi in infrastrutture, né briciole di incentivi o chissà quali effetti speciali. Non c'è "Agenda per la crescita" credibile senza abbattimento del cuneo fiscale, tagliando la spesa e i sussidi a imprese e sindacati. La cartina di tornasole è il rapporto Giavazzi, che fino ad oggi il ministro Passera e Confindustria sono riusciti a tenere nel cassetto. Dai tagli agli incentivi – molti dei quali premiano canali clientelari – si potrebbero risparmiare 10 miliardi da utilizzare per una riduzione del cuneo fiscale. Confindustria chi vuole rappresentare, le imprese che vivono di sussidi pubblici o quelle che invocano meno tasse per tutte?

Tuesday, April 17, 2012

Delega fiscale, l'ennesimo bluff

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello (scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio). Ma svanita la luna di miele con la stampa e gli investitori, in molti ormai concordano sul peccato capitale del governo Monti: poco o nulla per la crescita, solo tasse. Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'“Ace” furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm ha varato ieri sera e di cui mentre scriviamo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

L'unico contentino ai contribuenti, più una promessa che una realtà, è il fondo in cui far confluire il gettito della lotta all'evasione da destinare a sgravi fiscali. I quali però potrebbero essere una tantum: sarebbe rischioso prevedere tagli strutturali su introiti variabili di anno in anno. Inoltre, il dibattito in seno al governo su come utilizzare quel gettito è ancora aperto e l'idea prevalente sarebbe quella di poterlo destinare anche ad un'eventuale correzione dei conti o a nuove spese per lo sviluppo.

Il governo si impegna ad adottare i decreti attuativi «entro nove mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge», il che significa che li vedremo – se li vedremo – appena prima delle elezioni del 2013. Chi ci scommette?
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Thursday, March 22, 2012

La riforma c'è, l'accordo no. E ora si balla

Anche su Notapolitica

Si terrà oggi tra il governo e le parti sociali l'incontro conclusivo per le ultime limature, ma il dado è tratto. La riforma c'è, l'accordo no. E forse proprio perché non c'è l'accordo, potrebbe trattarsi di una buona riforma. Non c'è l'accordo inteso come un testo da tutti sottoscritto, ma la formula della «verbalizzazione» permette a Monti di stringere un patto di non belligeranza, e persino un'intesa di fondo, con le organizzazioni imprenditoriali e con i sindacati meno conservatori. Il premier potrà così provare a "vendere" la svolta sull'articolo 18 già nella sua missione in Asia della prossima settimana, nei suoi «roadshow» all'estero per convincere gli investitori che almeno uno degli ostacoli alla competitività dell'economia italiana è venuto meno.

Non sappiamo se il metodo della concertazione sia definitivamente seppellito, come molti osservano, o riposto solo momentaneamente in soffitta in attesa di tempi migliori, ma al governo va dato atto di aver impostato con le parti sociali un confronto serrato e in tempi tutto sommato ragionevoli, senza concedere potere di veto ad alcuno, inaugurando una prassi politica di per sé preziosa, che costituisce comunque un precedente. Si può fare.

Nel merito è difficile esprimere un giudizio complessivo sulla riforma, per l'eterogeneità degli interventi. In generale è una riforma che sembra affetta da una certa schizofrenia, laddove, in ossequio alle opposte ideologie sul tema del lavoro, l'obiettivo di superare la logica del posto fisso viene perseguito con le nuove norme sui licenziamenti senza giusta causa ma contraddetto da un approccio punitivo nei confronti delle forme di flessibilità in entrata, perpetuando così l'illusione che si possa risuscitare il posto fisso. Una contraddizione che apparirà sempre meno tale solo quando ci accorgeremo che la flessibilità in entrata è destinata a perdere rilevanza dal momento in cui il contratto «dominante» non potrà più dirsi, di fatto, «a tempo indeterminato». La realtà, che fa così orrore riconoscere, è che si va verso un contratto "finché dura": come nel matrimonio, anche sul lavoro ci si promette amore eterno, salvo constatare che l'amore è finito. Si soppesano torti e ragioni e si procede oltre.

In particolare, sull'articolo 18 il ministro Fornero ha scansato la trappola del modello tedesco: in Italia lasciare alla discrezionalità dei giudici del lavoro la scelta tra reintegro e indennizzo avrebbe significato non liberare affatto i licenziamenti dalla roulette di lungaggini e ideologismi, cioè da tutte quelle incertezze che hanno funzionato da deterrente ad assumere. La discrezionalità del giudice tra le due forme di sanzione resta limitata ai licenziamenti disciplinari, mentre per quelli economici si prevede solo l'indennizzo. Il problema però è che gli indennizzi di legge previsti, quelli ai quali le parti faranno riferimento per risolvere il rapporto senza finire davanti al giudice, sono costosissimi, soprattutto per le piccole imprese, a cui l'articolo 18 viene esteso. E' dalle piccole-medie imprese che ci si aspetta, venuto meno lo spauracchio della reintegra, il maggior contributo alla crescita dell'occupazione, ma certi indennizzi se li può permettere solo la grande impresa. Così il rischio di mettere a repentaglio la propria attività assumendo nuovi lavoratori resta troppo alto per i piccoli-medi imprenditori.

L'indole dirigista del governo si sfoga, come già sul dl liberalizzazioni, sui contratti atipici, appesantiti da ulteriori oneri fiscali e contributivi (che finiranno ovviamente per gravare sulle spalle dei lavoratori precari) e vincoli burocratici. L'idea alla base, da "Stato etico", è di costringere le aziende ad assumere a tempo indeterminato, ma l'effetto che si rischia di ottenere è che preferiranno non assumere affatto, soprattutto le piccole e medie. Dunque, a fronte di un indiscutibile merito, il superamento dell'articolo 18, la riforma non solo non riduce il cuneo fiscale, perché il governo non riesce, o non vuole, tagliare la spesa pubblica, ma il costo del lavoro aumenta, mentre come ci ricorda Oscar Giannino «non c'è grande riforma del lavoro che abbia avuto successo, da quella tedesca a quella svedese, che non sia partita da questo primo passo». Anche la revisione degli ammortizzatori sociali, per passare dalla tutela del posto di lavoro alla tutela del lavoratore che perde il posto, risente di tempi troppo lunghi, della mancata cancellazione della Cigs, sempre per la riluttanza a reperire le risorse necessarie da tagli ad altre voci di spesa.

Abbiamo finalmente una riforma del lavoro sul tavolo, ma la partita è solo all'inizio, il governo sarà chiamato a nuove prove di forza. La Cgil è pronta a far marciare migliaia di persone (già annunciate 16 ore di sciopero generale), ma soprattutto ad esercitare tutta la propria influenza sui partiti di sinistra per bloccare o annacquare la riforma in Parlamento. Il mancato accordo non facilita quindi i passaggi parlamentari, perché pone il Pd – su cui, come sul Pci-Pds-Ds, la Cgil ha sempre esercitato un forte potere di condizionamento, impedendo ogni sua svolta riformista – in una posizione difficilissima, a rischio spaccatura, come dimostra l'irritazione del segretario Bersani. Eppure, proprio sulla rottura con la Cgil sul tema della riforma del mercato del lavoro e sull'appoggio al governo Monti il Pd potrebbe costruire un profilo finalmente riformista, blariano, ma non sembra questa una sfida nelle corde dell'attuale classe dirigente.

Friday, December 09, 2011

Più tasse e la spesa aumenta

Nelle loro relazioni sulla manovra illustrate stamattina alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato il governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, e il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, confermano tutti gli aspetti negativi delle ultime manovre di finanza pubblica, le ultime due del governo Berlusconi ma anche la prima del governo Monti: rilevanti e pericolosi effetti recessivi; troppo squilibrate sul lato delle entrate, mentre i tagli alla spesa sono pochi; scarsa attenzione alla crescita.

Fin troppo ottimistiche le stime di Visco riguardo l'impatto della manovra su Pil e pressione fiscale. In assenza di veri e propri shock riformatori, soprattutto fiscali (ma ordinamentali, non agendo sulla deducibilità), l'effetto recessivo di questa manovra (60 miliardi in tre anni quasi solo di più tasse) sarà ben maggiore di «mezzo punto percentuale nel prossimo biennio». Potrebbe in realtà superare il punto percentuale. E appare davvero difficile che la pressione fiscale, che già si prevede salirà al 44,5% per effetto delle precedenti manovre, si contenga «intorno al 45%». Considerando anche una più marcata contrazione del Pil di quella attualmente stimata, e senza interventi compensativi sulle aliquote che gravano su lavoro e imprese, non mi stupirei se superasse il 46%.

Il problema è che esattamente come le altre manovre anche quella dei "tecnici", conferma il governatore Visco, «si concentra per circa due terzi sulle entrate» piuttosto che sui tagli. Nulla invece per superare il vero ostacolo alla crescita, il cosiddetto cuneo fiscale, che «in Italia supera la media degli altri Paesi dell'area euro di 5,5 punti percentuali». In linea le valutazioni della Corte dei Conti, la quale mette in guardia da quella che potrebbe definirsi come la sindrome greca: non si può sottovalutare «il rischio che il ricorso prevalente a manovre che impiegano lo strumento fiscale concorrano a determinare una spirale negativa, nella quale dosi sempre maggiori di restrizione sono imposti proprio dagli impulsi recessivi che vengono trasmessi all'economia».

Anche per la Corte dei Conti la manovra del governo Monti risente dei difetti imputati a quelle dei suoi predecessori:
«I tagli strutturali della spesa, se si escludono quelli di grande rilievo del sistema pensionistico, sono insufficienti. Si misura qui la difficoltà del passaggio dal metodo dei tagli lineari a criteri di selezione della spesa pubblica più accorti e mirati e che va perseguito con impegno, rafforzando le iniziative di implementazione degli indirizzi di spending review».
Dunque c'è di più: dagli odiati «tagli lineari» siamo passati a niente tagli. Almeno sulle reali intenzioni dei nemici dei tagli lineari aveva ragione Tremonti, come purtroppo temevamo. La conseguenza è che la riduzione del deficit programmata fino al 2014, certifica la Corte dei Conti, «sarebbe conseguita solo per l'aumento imponente delle entrate (circa 120 miliardi)». Non solo senza tagli, quindi, ma «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più 45 miliardi)». Il che conferma che finché continueremo a pagare più tasse lo Stato continuerà ad ingrassare e i nostri sacrifici risulteranno vani nel giro di pochi mesi. «Si tratta con tutta evidenza - ammette Giampaolino - di un trend già ai limiti della sostenibilità».

Infine, conclude la Corte, appare problematico recuperare tutto il gettito previsto dalla tassa dell'1,5% sui capitali scudati, in quanto almeno per gli importi più elevati «hanno avuto tutto il tempo di scomparire senza lasciare traccia». Ma il governo dei tecnici non doveva servire a risparmiarci questi dilettantismi? Evidentemente, ci sono sempre tecnici più tecnici di un governo dei tecnici.

Monday, November 17, 2008

Meno tasse e riforme contro la crisi

La crisi può essere una straordinaria occasione per abbassare le tasse e riformare lo stato sociale.

Per il piano anti-crisi italiano saranno stanziati 80 miliardi di euro, di cui oltre 40 da fondi europei. Secondo quanto trapela in queste ore, l'approccio verso cui sarebbe orientato il governo è tipicamente keynesiano: la maggior parte di questa somma verrebbe destinata a investimenti in infrastrutture, mentre solo una minima parte alla riduzione del carico fiscale che grava sulle imprese e sulle famiglie.

Peccato, però, che siamo in Italia, non negli Stati Uniti d'America di Roosevelt, e a causa delle lungaggini burocratiche prima che i lavori per un'opera pubblica siano avviati possono passare anche anni. Sul piano fiscale, le misure di cui si parla - un taglio dell'acconto Irpef-Ires di fine anno e un qualche alleggerimento dell'Irap - rischiano di rivelarsi impercettibili. Un pacchetto di stimolo così congegnato risulterebbe quindi inadeguato a sostenere la produzione e i consumi in un periodo di recessione.

Mentre un sollievo reale lo arrecherebbe la possibilità di pagare l'Iva non al momento dell'emissione della fattura, ma al momento dell'incasso, servirebbe una politica fiscale molto più coraggiosa.

Due interventi, soprattutto, potrebbero attenuare sia dal punto di vista economico che sociale il peso della recessione: la riduzione del costo del lavoro, tagliando il cuneo fiscale a beneficio sia delle imprese che dei lavoratori; e l'abolizione della cassa integrazione, che ad oggi copre circa il 17% dei lavoratori (soprattutto della "grande industria", favorita com'è dai suoi stretti rapporti con la politica), sostituendola con un sistema di ammortizzatori universali, che aiuterebbero anche le piccole e medie imprese a ristrutturarsi, a patto che siano fondati sui principi del welfare to work e finanziati estendendo fino a 65 anni sia per gli uomini che per le donnne l'età di pensionamento.