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Thursday, November 28, 2013

Imu, il pasticciaccio sulla seconda rata

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' davvero difficile mettere la faccia su un provvedimento come quello che per quest'anno ha cancellato la seconda rata dell'Imu sulla prima casa. Insomma, per lo meno non è da tutti: ci vuole un certo tipo di faccia. Innanzitutto, è stata abolita solo per il 2013 e non anche per il futuro, come si sforzano di far credere alcuni esponenti di governo, dal momento che dal 2014 sulle prime abitazioni si pagherà la Tasi: sulla stessa base imponibile dell'Imu, ad aliquote simili (vicine al 2,5 per mille rispetto alla media del 4,4 della vecchia Imu) e con molte meno detrazioni. E non è la tesi propagandistica di qualche pericoloso estremista pregiudizialmente contrario al governo Letta-Alfano. A confermarlo, mercoledì in conferenza stampa, è stato lo stesso ministro dell'economia Saccomanni, quando in un lampo di verità ha spiegato che gli aumenti fiscali deliberati a carico del sistema bancario sono «una tantum» perché «del resto è una tantum anche l'abolizione della seconda rata dell'Imu sulla prima casa». Né può essere accusato di ostilità nei confronti del governo e di vicinanza a Berlusconi il Sole 24 Ore, dalle cui tabelle si evince come potrebbero non essere poche le famiglie che nel 2014 si troveranno a pagare sulla prima abitazione più tasse che ai tempi della vecchia Imu.

Ma nemmeno relativamente al solo 2013 il governo è riuscito a rispettare l'impegno sull'Imu. Non sono esentati tutti i terreni agricoli né tutte le prime case. I continui rinvii del governo sull'Imu, infatti, hanno alimentato un'incertezza nella quale si sono inseriti furbescamente i Comuni, i quali hanno alzato le aliquote sulla prima casa scommettendo sul fatto che alla fine sarebbero arrivate le compensazioni statali e non avrebbero pagato i loro cittadini. Il risultato è che il costo dell'intera operazione è salito di ben 500 milioni, che il governo non è riuscito a coprire, e dunque molti cittadini dovranno metterci la differenza perché i Comuni hanno ormai messo a bilancio quelle somme. Secondo le stime della Uil, questo pastrocchio a gennaio provocherà una mini-stangata su 3,4 milioni di abitazioni principali: in media 42 euro (73 a Milano).

Con sprezzo del pudore, inoltre, si sostiene che l'Imu sia stata abolita senza aumentare la pressione fiscale. Le coperture trovate, però, sia pure "una tantum", dicono il contrario. Non sono altro che aumenti fiscali: 650 milioni dall'anticipo, da parte degli intermediari finanziari, delle ritenute relative al risparmio amministrato (le tasse sugli interessi dei conti deposito, per esempio); 1,5 miliardi dall'aumento al 130% dell'acconto Ires e Irap dovuto per il 2013 da banche e assicurazioni; per questi stessi soggetti, inoltre, l'aliquota Ires viene elevata per il solo 2013 (quindi retroattivamente) dal 27,5% al 36%. E su chi pensate che verranno scaricati questi ulteriori costi? Il presidente dell'Abi Patuelli ha già messo le mani avanti: «Ogni appesantimento della pressione fiscale sul comparto bancario pesa non solo sulle banche ma sul complesso dell'economia produttiva». Tradotto, vuol dire minori impieghi e prestiti a favore di imprese e famiglie, e maggiori costi per i clienti.

Tuesday, November 26, 2013

Prima casa, il trucco c'è. E si vede

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'imbroglio è servito. Gli esponenti di governo, i relatori di maggioranza, compresi quelli del Nuovo Centrodestra, provano a vendersi l'abolizione, anche per il futuro, dell'Imu sulla prima casa. Ma il gioco di prestigio è piuttosto scadente e il trucco è presto svelato. In effetti, con la nuova tassazione sugli immobili inserita nella legge di stabilità non si pagherà più l'Imu sulle abitazioni principali. Se è corretto dire che la prima casa è esclusa dall'Imu, è però falso che sia esclusa dalla IUC. Questa la sigla del nuovo tributo, che contiene tre tasse. Due già esistenti - l'Imu, appunto, e la tassa sui rifiuti - e una terza completamente nuova: la Tasi. La chiamano tassa per i servizi indivisibili, o Service Tax, ma di fatto come vedremo si applica con criteri patrimoniali.

Ed è nella Tasi che viene fatta "traslocare" la tassazione sulla prima casa precedentemente inclusa nell'Imu. La Tasi infatti è dovuta su tutti gli immobili, «ivi compresa l'abitazione principale», si legge nel testo. Dunque si tratta, come l'ha definita il deputato di Scelta Civica Enrico Zanetti su Formiche.net, di un vero e proprio "spin off" dell'Imu sulla prima casa. E gli somiglia anche. La base imponibile è la stessa dell'Imu, il che la rende un'imposta patrimoniale. Così come l'aliquota massima applicabile dai Comuni, che non potrà superare quella della vecchia Imu (il 6 per mille). Solo per il 2014, infatti, si prevede un'aliquota massima al 2,5 per mille. L'unica differenza di rilievo è peggiorativa. I fondi stanziati per le detrazioni, infatti, sono molto inferiori a quelli previsti con la vecchia Imu: solo 500 milioni, e solo per il 2014, invece dei circa 3 miliardi che costavano nel 2012 la detrazione base di 200 euro e quella di 50 euro per ogni figlio convivente.

Dunque, la certezza è che rispetto all'anno in corso nel 2014 si tornerà a pagare sulla prima casa, come nel 2012. Quanto? Dipenderà dai Comuni. Nell'ipotesi migliore, se tutti i Comuni dovessero limitarsi all'aliquota base dell'1 per mille - una mera indicazione non vincolante - si pagherà molto meno rispetto al 2012: 1,2 miliardi (1,7 meno 500 milioni di detrazioni) invece di 4. Nella peggiore, se tutti i Comuni dovessero adottare l'aliquota massima del 2,5 per mille - e viste le difficoltà finanziarie in cui versano è facile prevedere che l'aliquota media si avvicinerà alla massima - si pagherà più o meno la stessa somma: 3,8 miliardi invece di 4. Ma il fondo di soli 500 milioni stanziato per le detrazioni produrrà un effetto perverso: milioni di abitazioni esentate dalla vecchia Imu grazie alle ben più generose riduzioni del 2012 si troveranno a pagare la Tasi, mentre molti che non ne usufruivano si vedranno applicare uno sconto, grazie all'aliquota inferiore.

Dal 2015, poi, la legge di stabilità non prevede più nemmeno i 500 milioni per le detrazioni e l'aliquota massima non sarà più del 2,5 per mille, bensì del 6 per mille: quindi la Tasi sulla prima casa costerà ad inquilini e proprietari tra 1,7 e 10 miliardi, rispetto ai 4 della vecchia Imu. Dipenderà dal buon cuore del proprio Comune.

Wednesday, October 23, 2013

Manovra di affondamento

Poco ma sicuro: nel 2014 aumentano tasse (almeno +4,3 miliardi) e spesa (+2,6 miliardi)

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quella che pochi giorni fa, all'indomani della conferenza stampa del governo, avevamo definito manovra di galleggiamento, a carte scoperte in Senato rischia di rivelarsi, testo ufficiale alla mano, una manovra di affondamento. Si alza il sipario sui numeri, quelli veri, e si chiude il sipario sul balletto di cifre e sui trucchetti contabili di questi giorni. Dunque vediamoli, i numeri riportati nelle tabelle che delineano gli effetti finanziari della legge di stabilità sul bilancio dello Stato. Per quanto riguarda il saldo netto da finanziare, nel 2014 la manovra vale complessivamente circa 12,1 miliardi: ben 9,45 miliardi di maggiori spese e solo 2,64 miliardi di minori entrate. Da finanziare con 11,4 miliardi, di cui solo 4,2 miliardi di minori spese e ben 7,2 miliardi di maggiori entrate.

Se si guarda all'indebitamento netto, come riporta il Sole24Ore oggi, il saldo delle entrate indica, sempre nel 2014, un aumento di tasse per 972 milioni di euro (ma al netto della Tasi, come vedremo tra breve) e il saldo delle spese un aumento della spesa pubblica di 2,6 miliardi. Anche qui le maggiori entrate quasi doppiano le minori spese (6,1 miliardi contro 3,6). Quindi, ancora una volta, esattamente come le tanto criticate manovre di Monti e Tremonti, anziché basarsi su coraggiosi tagli alla spesa, il rapporto appare fortemente sbilanciato sul lato delle entrate (anche se come vedremo non si tratta solo di tasse) nella misura di 2/3 delle coperture.

Ma qualche precisazione va fatta: bisogna considerare infatti che non tutte le maggiori entrate sono classificabili come aumenti di tasse, così come non tutte le minori entrate come veri e propri sgravi fiscali. Analizzando voce per voce, però, la sostanza non cambia. Le minori entrate definibili come sgravi fiscali sono pari a circa 4,3 miliardi, mentre quasi il doppio, 7,9 miliardi, sono definibili come vera e propria spesa pubblica. Si tratta dunque di una manovra che aumenta la spesa pubblica per un ammontare quasi doppio rispetto alle risorse liberate a favore di famiglie e imprese. Così come le coperture sono costituite da maggiori entrate per 7,2 miliardi (di cui tasse vere e proprie 2,8, esclusa però la Tasi), un importo quasi doppio rispetto ai reali risparmi di spesa di circa 3,8 miliardi.

Ma cerchiamo di capire quale sarà il saldo reale per i cittadini in termini di tasse. E' confermato l'incremento della detrazione Irpef sui redditi da lavoro dipendente (1,58 miliardi), a cui si aggiunge 1 miliardo trasferito dallo Stato ai Comuni per alleggerire la nuova Service Tax (in pratica l'ammontare della maggiorazione Tares, che verrà abolita), per un totale di 2,6 miliardi di sgravi fiscali. Non va molto meglio alle imprese: tra riduzione dei contributi Inail (1 miliardo), deduzioni Irap per i nuovi lavoratori a tempo indeterminato (36 milioni), restituzione del contributo Aspi (70 milioni), deducibilità dell'Imu sugli immobili strumentali fino al 20% (475 milioni) e blocco dell'aumento Iva per le cooperative sociali (130 milioni), gli sgravi fiscali nel 2014 ammontano a circa 1,7 miliardi.

A fronte di queste riduzioni, tuttavia, si contano aumenti di tasse per almeno 2,8 miliardi: l'incremento dell'imposta di bollo sul risparmio (940 milioni), la riduzione delle agevolazioni fiscali (500 milioni), il ritorno della tassazione Irpef sugli immobili sfitti o in comodato gratuito ai figli nello stesso Comune (500 milioni), il visto di conformità per le compensazioni sulle imposte dirette e Irap (460 milioni), la rivalutazione dei beni di impresa (300 milioni), il contributo di solidarietà dalle pensioni d'oro (21 milioni) e balzelli minori per 75 milioni circa. In questo calcolo non consideriamo i 2,6 miliardi da "svalutazione e perdite sui crediti ai fini Ires-Irap di banche, assicurazioni, altri intermediari finanziari", perché compensati dagli sgravi fiscali negli anni successivi.

A questi 2,8 miliardi di tasse in più, però, bisogna sommare il gettito della nuova Tasi (considerando che nel 2013 non pagheremo le due rate di Imu sulla prima casa), che nelle tabelle ufficiali contenute nel testo depositato al Senato si conferma a tutti gli effetti una Imu mascherata: per l'abolizione dell'Imu, infatti, viene messa a bilancio una perdita di gettito per i Comuni di 3,764 miliardi. Esattamente lo stesso gettito (3,764 miliardi) arriverà dalla Tasi (ad aliquota standard dell'1 per mille, quindi ancora suscettibile di maggiorazioni da parte dei Comuni). Ma con la Tasi aumenterà anche la tassazione sulle abitazioni diverse da quelle principali, per un gettito che stimiamo intorno ai 2 miliardi. Confedilizia, per esempio, ha stimato che tra abitazioni principali e secondarie l'aggravio della Tasi rispetto alla vecchia Imu si collocherà tra i 2,1 miliardi (ad aliquota standard dell'1 per mille) e i 7,5 miliardi (ad aliquota massima del 2,5 per mille).

Dipenderà dai Comuni, ma sommando tutti gli effetti finanziari di queste misure, possiamo già dire oggi che nel 2014, rispetto al 2013, gli italiani pagheranno più tasse (almeno 4,3 miliardi in più), e non meno tasse, e probabilmente qualcosina in più anche rispetto al 2012. Anche perché non va dimenticato l'aumento dell'aliquota Iva dal 21 al 22% scattato il primo ottobre: 3 miliardi in più rispetto al 2013 e 4 rispetto al 2012. Insomma, il premier Letta ha fatto bene a ricordare che «14 euro in più in busta paga non c'è scritto da nessuna parte nella manovra». In effetti, è improbabile che ci accorgeremo di un solo euro in più.

Come se non bastasse, sugli anni 2015-2016 incombe il rischio concreto di una doppia stangata: sulla prima casa, perché l'aliquota massima Tasi del 2,5 per mille vale solo per il 2014, mentre dal 2015 l'1 per mille standard potrà sommarsi all'aliquota massima della vecchia Imu (6 per mille), fino ad arrivare al 7 per mille. E sull'Irpef, dal momento che la legge di stabilità contiene una nuova pericolossissima "clausola di salvaguardia" (lo stesso diabolico meccanismo per cui dal primo ottobre è scattato l'ulteriore aumento Iva). Ebbene, se entro il 15 gennaio 2015 la spending review non darà i risultati sperati (e visti i precedenti, non c'è da essere troppo ottimisti), scatteranno tagli alle agevolazioni fiscali di 3 e 7 miliardi.

La massima irresponsabilità al governo: con queste tagliole automatiche si spostano in avanti nel tempo misure politicamente costose come l'aumento di una tassa, in modo che chiunque governi nel momento in cui scattano possa scaricare sui predecessori ogni responsabilità (esattamente come accaduto con l'aumento dell'Iva), al tempo stesso demotivando i governi dal realizzare quelle azioni virtuose, come i tagli alla spesa pubblica, che dovrebbero scongiurare la misura di salvaguardia. In pratica, con l'inganno delle "clausole di salvaguardia" i tagli alla spesa diventano un mero auspicio, mentre gli aumenti di tasse sono la decisione vera, ma rinviata nel tempo per non assumersene la responsabilità politica. Perché non invertire la logica? Se la spending review non produce i risultati sperati, siano tagli alla spesa a scattare in modo lineare, e non aumenti di aliquote e tagli alle agevolazioni fiscali.

Dunque, altro che modifiche purché "a saldi invariati", il problema di questa legge di stabilità sono proprio i saldi. E le "clausole di salvaguardia". Con questa manovra i ministri del Pdl che si proclamano "sentinelle anti-tasse" non hanno alternative: o si dimettono dal governo o si dimettono da sentinelle. Legittimo sostenere il governo Letta-Alfano a qualsiasi prezzo, qualsiasi cosa faccia (o non faccia), in nome della "stabilità". Ma è incontrovertibile che questa legge di stabilità non riduce le tasse, le aumenta. Basta esserne consapevoli e metterci la faccia.

Thursday, October 17, 2013

Manovra di galleggiamento

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Non è certo la "svolta" che molti si aspettavano, tanto meno quello "shock fiscale" che molti invocano pur senza grandi speranze. E' una manovra di galleggiamento (del governo, soprattutto), dove la stabilità rischia di confondersi con l'immobilismo. La resistenza, purtroppo bipartisan, a procedere con decisione sul fronte dei tagli alla spesa pubblica ha impedito al governo di essere più coraggioso nella riduzione del carico fiscale su famiglie e imprese. Riduzione che di fatto, come vedremo numeri alla mano, è nella migliore delle ipotesi inconsistente, se non inesistente. Un calo della pressione fiscale di un punto percentuale nell'arco di tre anni, dal 44,2 al 43,3%, e una diminuzione davvero misera del cuneo fiscale (2,5 miliardi) sono davvero troppo poco per pensare di invertire il ciclo economico.

Da notare il doppio tentativo del governo di influenzare lo "spin" sulla manovra. Non si può escludere infatti che aver fatto filtrare le ipotesi dei tagli alla sanità e dell'aumento dell'aliquota sulle "rendite" finanziarie, per poi evitarli all'ultimo momento, avesse la funzione di far tirare un sospiro di sollievo sia a sinistra che a destra, predisponendo gli osservatori ad un accoglimento meno severo della legge di stabilità. Poi, l'accorgimento di presentare su base triennale l'ammontare dell'intervento sul cuneo fiscale, così da gonfiarne le cifre. Ma proviamo a triplicare anche altre grandezze di finanza pubblica: i 5 miliardi in tre anni di sgravi a favore dei lavoratori sono l'1% del gettito Irpef triennale (quasi 500 miliardi) e i 5,6 miliardi di sgravi alle imprese corrispondono ad 1/20 di quanto versano di sola Irap in tre anni. Nel 2014, in realtà, l'intervento sul cuneo fiscale vale appena 2,5 miliardi su una manovra di 11,5: il resto è per lo più una pioggia di nuove spese, come sempre.

Certo, politicamente il governo Letta sembra non aver offerto ai suoi nemici, a destra come a sinistra, il pretesto, la "pistola fumante", per cui farlo cadere. Ma nonostante questi tentativi di influenzare la copertura mediatica della manovra, la delusione è palpabile un po' in tutti gli attori politici e sociali, così come negli editoriali dei principali giornali, e vissuta con un certo imbarazzo persino tra gli "sponsor" del governo Letta e dai cantori della cosiddetta "stabilità". Davvero difficile per chiunque non riconoscere la pochezza e lo scarso coraggio di questa legge di stabilità.

Ma vediamo gli altri numeri. Il valore complessivo della manovra è di 11,6 miliardi nel 2014 (e 7,5 sia nel 2015 che nel 2016). Rispetto alla manovra del governo Monti c'è un leggero riequilibrio nelle coperture. Le maggiori entrate fiscali pesano sempre in modo eccessivo, ma in misura minore che in passato: 1,9 miliardi, anche se altri 300 milioni arrivano dalla rivalutazione delle attività delle imprese e 2,2 miliardi dalla revisione della tassazione delle svalutazioni e delle perdite su crediti degli intermediari finanziari. Dai tagli alla spesa corrente arrivano 3,5 miliardi (2,5 dal bilancio dello Stato e un miliardo dalle spese di funzionamento delle Regioni): si tratta comunque di meno dello 0,5% del totale della spesa pubblica e nel trienno solo del 2% in meno (16 miliardi). Da dismissioni e rivalutazioni di cespiti e partecipazioni arriveranno 500 milioni l'anno. I 3 miliardi restanti vengono definiti da Letta un «premio» per la chiusura della procedura di deficit eccessivo. Ci giochiamo, insomma, un minimo di flessibilità in più che ci viene concessa dall'Europa.

Ma le due manovre sono difficilmente comparabili: quella di Monti servì a correggere i conti pubblici, quella del governo Letta-Alfano serve a finanziare per 2/3 nuova spesa pubblica e solo per 1/3 riduzioni di imposte. Sono una miriade le voci finanziate: le missioni all'estero, il 5 per mille, la cassa integrazione in deroga, gli investimenti degli enti territoriali, la manutenzione straordinaria della rete autostradale, l'Anas e le Ferrovie, il Mose, il fondo per le politiche sociali, il fondo per lo sviluppo e la coesione, il fondo per le università, i fondi per le non autosufficienze, per i lavoratori socialmente utili e per la Social Card. E ancora aiuti all'editoria, agli autotrasportatori e agli agricoltori. Tra i tagli alla spesa solo limature, nessun intervento strutturale. Il nuovo "contributo di solidarietà" dalle pensioni d'oro dovrebbe valere una sessantina di milioni su un costo totale della platea individuata che si aggira sui 3,5 miliardi. La sola parte eccedente i 100 mila euro di questi redditi da pensione ci costa circa 857 milioni, quindi il contributo medio sarebbe del 7% della parte eccedente i 100 mila euro (gli 857 milioni) e nemmeno del 2% rispetto al costo complessivo degli assegni (i 3,5 miliardi).

Ma cerchiamo di capire quale sarà nel 2014 il saldo reale per i cittadini, in termini di tasse, rispetto all'annus horribilis che sta per finire, il 2013. L'aumento della detrazione Irpef sul lavoro dipendente vale 1,5 miliardi, una decina di euro in più al mese in busta paga per i redditi medio-bassi (picco di 172 euro l'anno per chi dichiara 15 mila euro). A cui però vanno subito sottratti 500 milioni di minori agevolazioni fiscali (detrazioni per spese sanitarie e istruzione di cui usufruiscono quasi tutte le famiglie), ben 900 milioni per l'incremento dell'imposta di bollo sulle attività finanziarie (la nuova "stangatina" sul risparmio), nonché il ritorno dell'Irpef sulle seconde case sfitte (questi ultimi due aumenti colpiscono una platea più ristretta di contribuenti ma sottraggono comunque potere d'acquisto).

Poi ci sono due certezze e due incognite. Prima certezza: resta l'aumento dell'Iva dal 21 al 22%, che per il governo sembra ormai un capitolo chiuso (4 miliardi l'anno, 3 in più rispetto al 2013). Seconda certezza: l'aumento delle accise su carburanti (75 milioni), alcolici (130 milioni), sigarette elettroniche (117 milioni), lubrificanti e tabacchi (50 milioni). E veniamo alle incognite. Quale sarà il gettito della nuova Tasi, l'imposta che dovrebbe sostituire l'Imu sulla prima casa? Per ora sappiamo che l'aliquota base prevista è dell'1 per mille, ma non è chiaro se, e fino a quanto, ai Comuni sarà permesso di aumentarla (il tetto massimo dovrebbe coincidere con quello della vecchia Imu). Nella legge di stabilità il governo ha trasferito ai Comuni un solo miliardo (invece di due, come ipotizzato) per coprire esenzioni e detrazioni volte ad alleggerire il peso della nuova imposta, ma se le aliquote finali della componente Tasi (tra quella base e i rialzi dei Comuni) si avvicinassero a quelle dell'Imu, ecco che potrebbero restare 2/3 miliardi in più da pagare rispetto al 2013 (Confcommercio stima 2,4 miliardi di euro in più dalla "Trise"). Un vero e proprio gioco delle tre carte. Si pagherà meno (forse) del 2012, quando era in vigore l'Imu sulla prima casa, ma certamente più di quest'anno in cui l'Imu è stata cancellata.

Seconda incognita: l'Iva. Resta infatti la minaccia di un ulteriore peggioramento di alcune aliquote come risultato della rimodulazione a cui sta lavorando il governo. Per non parlare della cancellazione della seconda rata dell'Imu per quest'anno, per cui ancora non sono note le coperture. Dunque, tutto sommato e tutto sottratto, si può affermare senza timore di smentite che nel 2014 pagheremo più tasse che nel 2013 e, forse, persino più che nel 2012 (lo scopriremo solo pagando la "Trise"). Non va molto meglio alle imprese, che si vedono concedere una riduzione di 40 milioni della componente Irap relativa al costo del lavoro e un taglio dei contributi sociali di un miliardo circa.

A questo punto vi starete chiedendo come si spiega il calo della pressione fiscale di un punto percentuale in tre anni sbandierato dal governo ieri sera, se le tasse dal 2014 potrebbero addirittura aumentare. Non va dimenticato che si tratta di una grandezza percentuale in rapporto al Pil e il punto in meno è una conseguenza delle previsioni di crescita (ottimistiche) inserite nel Def, e non di chissà quali tagli di tasse.

L'impianto di questa legge di stabilità risponde ad una logica di redistribuzione del reddito (di un reddito che non c'è), piuttosto che di riduzione del peso dello Stato, e quindi delle tasse. Una logica tipica dei governi di centrosinistra per come li abbiamo conosciuti sia nella Prima che nella Seconda Repubblica.

Wednesday, October 09, 2013

Una sinistra di inguaribili tassatori

Anche su Notapolitica e L'Opinione

L'emendamento al Decreto Imu presentato dai gruppi del Pd nelle Commissioni Bilancio e Finanze della Camera è rivelatore del rapporto malsano che la sinistra continua ad avere con le tasse. L'emendamento (poi ritirato, ma la sua ratio verrà ripescata nella Service Tax) riprendeva la proposta in tema di Imu avanzata dal Pd nell'ultima campagna elettorale, e cavalcata fino ad oggi dal viceministro Fassina: per rinviare l'aumento dell'Iva, basta far pagare l'Imu sulle prime case di "lusso", laddove però la soglia del lusso veniva piuttosto arbitrariamente fissata sui 750 euro di rendita catastale. Nonostante le abitazioni principali nelle categorie davvero di lusso (A/1, A/8 e A/9) non siano state mai esentate dal pagare l'Imu, e nessuno ha mai proposto di esentarle, per mesi il Pd è andato avanti con questa cantilena che bisognava tornare a far pagare l'Imu sulle prime case di lusso.

Considerando i forti squilibri degli attuali valori catastali, adottando la soglia dei 750 euro di rendita si rischia di esentare vecchi immobili di pregio nel pieno centro delle grandi città e stangare nuove abitazioni, ma di modeste qualità costruttive, nelle zone periferiche e semi-periferiche urbane, come dimostrato nell'ultima puntata di Report. Finalmente anche il Corriere si è preso il disturbo di andare a verificare di cosa stiamo parlando. E chissà perché solo ora e non prima del voto, quando invece preferiva accusare di demagogia la proposta di abolizione totale, ma questo è un altro tema. Oggi quindi scopriamo che per la stravagante concezione di "lusso" che hanno nel Pd 1/4 delle prime case in Italia andrebbero considerate tali, anche un monolocale A/2 di 36 metri quadri ubicato a Roma o a Milano, e un A/3 rispettivamente di 41 e 55 metri quadri. Siamo ricchi e non lo sapevamo!

Ciò che sappiamo per certo è che la sinistra continua a coltivare l'ossessione di punire i "ricchi". Peccato che sempre più spesso le capita di scambiare per "ricche" le famiglie del ceto medio. «Vede ricchi ovunque e spinge nelle braccia della destra una consistente fascia di italiani di ceto medio», ha correttamente osservato Dario Di Vico. Ma non è tanto l'ossessione di voler colpire la ricchezza a rendere antipatico il Pd, quanto i continui tentativi di spacciare per ricche le famiglie del ceto medio e tartassare anche quelle. Come si spiega? Forse i politici di sinistra sono talmente poveri da fissare la soglia della ricchezza molto in basso? Piuttosto, bisogna supporre che sia avvenuta una vera e propria mutazione sociologica e politologica della sinistra: essendo tra i politici di sinistra i veri ricchi e gli arricchiti di Stato, ed essendo ormai l'elettorato di riferimento pieno di vip milionari e benpensanti, alti burocrati e iper-garantiti (spesso inquilini di case degli enti a canone irrisorio) non si accorgono nemmeno di far piangere il ceto medio produttivo.

La sinistra - Pd e renziani compresi, a quanto pare - sembra condannata a sostenere una posizione economicamente e politicamente insostenibile sul tema delle tasse. Per fare cassa, ovvero per garantire servizi sociali e/o attuare politiche redistributive, occorrono grandi numeri, quindi bisogna tartassare anche il ceto medio, come dimostra la storia di questi decenni. Il che è tutt'altro che equo, ha effetti fortemente depressivi sull'economia e non serve nemmeno alle casse dello Stato. La dimostrazione l'abbiamo avuta proprio in questi giorni: invece di crescere, per effetto dei recenti aumenti delle aliquote, nei primi otto mesi del 2013 il gettito Iva è diminuito di ben 3,7 miliardi (il 5,2%, un calo tre volte superiore a quello del Pil). Non si vede quindi come l'ulteriore aumento dal 21 al 22% scattato dal primo ottobre possa produrre 4 miliardi in più di gettito. Abbiamo lasciato che scattasse perché, così ci è stato detto, non c'erano 4 miliardi di coperture per cancellarlo, né un solo miliardo per rinviarlo. Ma è ormai chiaro che quell'aumento non produrrà mai i 4 miliardi in più previsti, che semplicemente non sono mai esistiti, perché trattasi di mera finzione contabile che prescinde dalle più elementari leggi economiche. Anzi, contribuirà a far calare ancora di più il gettito Iva.

Se invece si vogliono colpire davvero i "ricchi", per dare un "segnale di equità", nella consapevolezza di raccogliere briciole rispetto ai problemi di bilancio, allora il risultato è che si incassa ancora meno, come hanno dimostrato il superbollo sulle auto di lusso (invece dei 168 milioni in più previsti, 140 milioni in meno di mancata Iva e imposte di bollo) e la tassa sulle barche (dei 120 milioni previsti, incassati solo 25 ma al prezzo di una contrazione di ricavi nel settore di 2,5 miliardi, con un mancato gettito calcolato in 900 milioni). Può apparire impopolare, ma per la ripresa dell'economia conta più un ricco che ordina uno yacht piuttosto che mille poveri che tornano ad acquistare un pacco di pasta De Cecco (e con questo, ovviamente, non intendo sostenere che le tasse bisogna ridurle solo ai ricchi). Può non piacere, ma è così che funziona l'economia: la sinistra e purtroppo certi ministri "tecnici" ancora non l'hanno capito. Né gli stolti sembrano in grado di comprendere che la sola minaccia di nuove tasse porta le famiglie a prevedere di spendere meno e risparmiare di più per poterle pagare, provocando l'effetto recessivo anche se poi l'aumento non si verifica.

Tuesday, July 30, 2013

La piccola mistificazione del Sole sull'Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

I dati riprodotti oggi dal Sole24Ore, che hanno indotto il giornale di Confindustria a sostenere che l'abolizione dell'Imu sulla prima casa (tranne gli immobili di lusso) premierebbe i redditi più alti ("I numeri del Tesoro. Con lo stop all'Imu premiati i redditi alti", il titolo) dimostrano in realtà il contrario, e cioè «l'impatto fortemente regressivo» dell'imposta, non della sua abolizione. Se chi dichiara al fisco più di 120 mila euro l'anno versa, in media, 629 euro, cioè lo 0,5% o anche meno del suo reddito, e invece chi dichiara fino a 10 mila euro l'anno paga, in media, 187 euro, cioè quasi il 2% o anche più del suo reddito, non può esserci alcun dubbio su quale sia la fascia di contribuenti più penalizzata dall'Imu sulla prima casa.

Pesano di più 187 euro su un reddito fino a 10 mila euro (anche perché fino vuol dire che nella media dei 187 rientrano anche redditi inferiori, per esempio di soli 7-8 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale molto più del 2%), che 629 euro su un reddito oltre i 120 mila euro (anche perché oltre vuol dire che nella media dei 629 rientrano anche redditi molto superiori, per esempio di 150 mila euro, rispetto ai quali l'imposta vale addirittura meno dello 0,5%).

Ovvio, quindi, che il risparmio derivante dall'esenzione totale della tassa sulla prima casa sarebbe senz'altro maggiore per i redditi più alti in termini assoluti, ma al contrario in termini percentuali premierebbe i redditi più bassi, perché è su quelli che l'imposta pesa, in percentuale, maggiormente.

Detto questo, l'errore metodologico sta proprio nel voler misurare l'equità di un'imposta di natura patrimoniale con la distribuzione per classi di reddito. E' come mischiare mele con pere. Se la logica è colpire la rendita, dal momento che non siamo più nell'800 non ci si può meravigliare che a rimetterci siano anche molti contribuenti a reddito basso.

Basti considerare che mentre pensionati, operai o semplici impiegati proprietari della casa in cui vivono in città medio-grandi hanno dovuto pagare anche un migliaio di euro di Imu con redditi certamente bassi o medi, chi guadagna oltre 120 mila euro ma abita in piccoli centri o in zone isolate probabilmente se l'è cavata con 2-300 euro. Il fatto è che un'imposta patrimoniale sulla casa, che si calcola sulla rendita immobiliare, non potrà mai essere equa rispetto al reddito.

Friday, May 17, 2013

Governo, andamento troppo lento

Anche su Notapolitica

Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.

L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.

L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
«Proporre all'Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l'Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell'ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell'economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all'anno per tre anni».
E' la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall'Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo. Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore.

L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.

Tuesday, May 14, 2013

L'Imu mette ko il mercato immobiliare

Anche su Notapolitica e L'Opinione

La fotografia scattata dal rapporto di Abi e Agenzia delle Entrate sul mercato immobiliare è impietosa ma non sorprendente. Che l'Imu, associata alla stretta del credito in atto, avrebbe avuto effetti devastanti, da queste parti l'avevamo previsto fin dalla sua introduzione, nel dicembre 2011.

Ora ne abbiamo solo la conferma: nel 2012 il mercato immobiliare è letteralmente crollato. Rapidamente i dati essenziali: un calo del volume degli scambi del 25,7% rispetto al 2011 e il tasso tendenziale trimestrale (-19,5% nel I trimestre 2012 e -30,5% nell'ultimo) indica un ulteriore peggioramento nel 2013; oltre 150 mila compravendite in meno, 448.364 in tutto (quasi come nel 1985), per un valore complessivo stimato di 75,4 miliardi di euro rispetto ai 101,9 del 2011. In un anno, dunque, il settore ha perso scambi per 27 miliardi. Il che significa anche meno entrate per le casse dello Stato: per circa 12 miliardi in più, rispetto alla vecchia Ici, incassati grazie all'Imu, principalmente a causa dell'Imu un minor gettito dalle imposte di registro per una cifra che dovrebbe aggirarsi tra 1 e 2,7 miliardi, per effetto del crollo delle compravendite.

Calo significativo anche dei prezzi delle case: nel 2012 del 2,7%, ma nel IV trimestre del 4,4%, il secondo peggior dato dal 1980. Si prospetta quindi un 2013 altrettanto nero. Infatti nel primi tre mesi di quest'anno l'Abi stima un calo dei prezzi dell'1,1% rispetto all'ultimo già disastroso trimestre del 2012.

Molti economisti da salotto tv, e purtroppo anche molti economisti di scuola liberale, hanno sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu. Pensavano che colpendo il patrimonio non avrebbe avuto effetti troppo negativi sulla crescita, o comunque che sarebbe stata un'imposta «fra le meno dannose», molto meno dannosa e distorsiva di altre tasse, come l'Irap per esempio. In astratto poteva essere corretto, ma non si è considerato 1) che seppur calcolata su base patrimoniale, cioè in base al valore dell'immobile che si possiede, alla fine è sempre attingendo al proprio reddito personale, o ai ricavi d'impresa, che si paga l'Imu; e 2) che l'Irap deprime sì la nostra economia, le impedisce di crescere, anzi la condanna al declino, ma esiste da anni e probabilmente gli attori del sistema economico le hanno ormai preso le misure.

Il nuovo salasso, invece, si è abbattuto falciando tutto: consumi delle famiglie, utili delle imprese, valori immobiliari, quindi edilizia e banche. Il mercato immobiliare, il settore dell'edilizia erano sì in contrazione da anni, ma lentamente, mentre nel 2012 abbiamo assistito ad un vero e proprio crollo, uno "scalone", che non si può non spiegare principalmente con l'introduzione dell'Imu: solo nell'edilizia 200 mila posti di lavoro in meno in un anno.

Una riduzione piuttosto cospicua della rendita delle abitazioni comporta automaticamente anche una perdita del valore patrimoniale degli immobili degli italiani (soprattutto quelli di minor pregio e "popolari"). Su un patrimonio complessivo stimato di 5 mila miliardi, stiamo parlando di diverse centinaia di miliardi di minor ricchezza nazionale per una manciata di miliardi in più nel bilancio pubblico. A conti fatti per 10-12 in più rispetto alla vecchia Ici si rischia di infliggere un vero e proprio colpo di grazia alla nostra economia. Oltre al danno reale sul patrimonio, infatti, c'è l'effetto psicologico: la perdita di sicurezza anche nelle classi benestanti è causa di una minore propensione al consumo anche da parte di chi potrebbe permetterselo e, dunque, aggrava ulteriormente la crisi della domanda interna, portando alla chiusura di attività produttive e alla perdita di posti di lavoro.

La verità è che puoi inventarti la tassa più giusta, equa e meno distorsiva possibile, ma al livello di vera e propria spoliazione fiscale in cui siamo, anche un centesimo di euro in più di tasse, ovunque e comunque prelevato, avrebbe determinato effetti recessivi devastanti. L'Imu appariva anche a molti economisti di scuola liberale una tassa accettabile. E di fronte alla proposta propagandistica di Berlusconi di cancellarla, almeno sulla prima casa, e addirittura di restituire quanto versato nel 2012, si sono esercitati in una forma di "benaltrismo": ben altre sarebbero le tasse da tagliare. Un dibattito, purtroppo, che di fronte a questi dati rischia di rivelarsi poco più di una sterile disputa accademica.

Tra i tanti, Luca Ricolfi ha avuto l'onestà intellettuale di ammettere di aver sottovalutato l'impatto recessivo dell'Imu e di aver quindi «cambiato opinione», fino a dare ragione all'"antipatico" Brunetta, esortando su La Stampa a «parlare di tasse senza ideologie». Per esempio, considerare di tagliare l'Imu senza la riserva mentale di non dare ragione a Berlusconi, che ha imposto il tema al centro dell'ultima campagna elettorale.

L'introduzione dell'Imu nel dicembre 2011 poteva essere sostenibile se compensata da un alleggerimento del carico fiscale su altri fronti. Sarebbe dovuta essere una misura emergenziale, quindi temporanea, "una tantum", in attesa che il governo avesse il tempo di reperire dai tagli alla spesa pubblica le risorse necessarie a riequilibrare il bilancio. Peccato che una volta introdotta l'Imu, il governo Monti non abbia proceduto a tagliare la spesa in misura sufficiente ad alleggerire il carico fiscale.

Thursday, May 09, 2013

Imu, la stangata continua (e raddoppia)

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Ieri abbiamo scoperto... anzi, abbiamo avuto la conferma, che il governo tecnico guidato da Mario Monti è stato molto poco "tecnico", piuttosto dilettantesco, nella scrittura delle leggi. E' durissima, infatti, la relazione della Corte dei Conti sui provvedimenti degli ultimi tre mesi del 2012 - legge di stabilità e decreto sviluppo - con il governo Monti ancora nella pienezza dei suoi poteri. Scarsa attendibilità delle stime sugli effetti finanziari; previsioni di gettito «ottimistiche»; coperture «inaffidabili» e addirittura «improprie», testi «disorganici» ed eterogenei. E la legge di stabilità che di fatto «non realizza la manovra».

Ma resta l'Imu l'eredità più pesante lasciata dal governo Monti. La drammatica ristrettezza di spazi di manovra fiscale in cui ci troviamo è ben rappresentata dalle indiscrezioni di queste ore sui primi atti che dovrebbero uscire dal Consiglio dei ministri convocato per le 18: i soldi per il rifinanziamento della cassa integrazione in deroga arriveranno probabilmente da fondi stanziati per la formazione e i salari di produttività. E quanto all'Imu, per la sospensione della rata di giugno si parla solo di un "mini-rinvio" di 3 mesi, al 16 settembre. E ovviamente solo sulla prima casa.

Di cui si parla fin troppo, è vero, considerando che rappresenta una parte minoritaria del gettito complessivo (4 miliardi su 24), ma forse perché è la tassa più odiosa, dal momento che gli italiani hanno sostenuto, e molti ancora stanno sostenendo, grandi sacrifici per pagare i loro mutui, con redditi e/o risparmi già abbondantemente tassati. Ma non va dimenticato che l'Imu pesa sulla nostra economia soprattutto per la parte che grava - direttamente, o indirettamente a causa dei canoni di affitto sempre più proibitivi - sui capannoni e gli immobili industriali o commerciali. A ricordarcelo oggi è il Sole24Ore: sulle imprese volteggia la scure di una ulteriore doppia stangata Imu già prevista a legislazione vigente.

Quest'anno, infatti, il moltiplicatore su cui si basa il calcolo dell'imposta passa da 60 a 65, un aumento dell'8,33%. Inoltre, a differenza dell'anno scorso, nel 2013 il gettito derivante dall'applicazione dell'aliquota standard su questa tipologia di immobili, fissata al 7,6 per mille, andrà interamente allo Stato centrale. Dunque, i Comuni che nel 2012 avevano applicato un'aliquota inferiore, dovranno adeguarsi al 7,6 per mille, non potendo certo incidere negativamente sulla riserva statale. E se riterranno di avere necessità di ricavare anche risorse proprie dall'imposta, saranno liberi di aumentare l'aliquota fino al 10,6 per mille. Rispetto a 12 mesi fa, calcola sempre il Sole24Ore, le imprese dovranno sostenere aumenti del 51,1%, del 106%, e addirittura del 187%, a seconda delle città.

Come si vede, quando la pressione fiscale complessiva raggiunge livelli così insopportabili come in Italia, si fa sempre più fatica a distinguere chi e cosa esattamente si va a colpire: l'Imu è una tassa patrimoniale, perché calcolata in base al valore dell'immobile che si possiede, ma alla fine è sempre con il proprio reddito personale, o con i ricavi d'impresa, che si paga. Quale rendita viene colpita? Non si colpiscono, piuttosto, capacità di consumi e d'investimenti? «Nessuno ha mai visto una casa pagare le tasse. A saldare i conti col fisco sono sempre persone in carne ed ossa, le quali di norma lo fanno attingendo ai propri redditi», ha scritto Alberto Mingardi su La Stampa.

Come abbiamo osservato ieri, dunque, i nostri problemi vanno ben oltre i 4 miliardi dell'Imu sulla prima casa. L'inasprimento della tassazione sugli immobili avrebbe dovuto permettere un generale riequilibrio del carico fiscale, orientato a favorire la crescita, quindi doveva essere compensato almeno in parte da un minor prelievo dai redditi e dalle attività produttive. Noi italiani, d'altronde, nel novembre 2011 pagavamo sugli immobili meno tasse degli altri europei. Con questi argomenti veniva giustificata la stangata dell'Imu dall'ex premier Monti, dai suoi ministri e da molti "autorevoli" economisti-commentatori.

Peccato che ora - ma qui si sapeva come sarebbe andata a finire - ci ritroviamo con l'imposizione sugli immobili tra le più alte d'Europa, ma non s'è visto alcun "riequilibrio" su altri fronti di imposta, sul lavoro e sull'impresa. I 24 miliardi di Imu sono serviti tutti a fare cassa e nessun taglio alla spesa postumo (o recupero di evasione fiscale) è stato dirottato a ridurre altre tasse. All'enorme sacco di Stato ai danni di cittadini e imprese si sono semplicemente sommati 24 miliardi. Questi 24 miliardi - tagliando l'Irap o tagliando l'Imu - vanno restituiti se si vuole allentare il cappio al collo della nostra economica. Non serve a molto ora chiedersi quali tasse valga la pena tagliare, il problema è la volontà e la capacità di tagliare la spesa pubblica.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Thursday, February 14, 2013

Fallito il tentativo di minimizzare la stangata Imu

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Un prelievo di quasi 24 miliardi in un anno, un punto e mezzo di Pil direttamente trasferito allo Stato dalle tasche dei cittadini, usate come vero e proprio Bancomat; 2 miliardi al mese; 65 milioni di euro al giorno. E' questo il gettito Imu nei dati ufficiali del Tesoro, che nonostante il tentativo di nasconderlo, di minimizzarlo, confermano il salasso. Confermato anche il gettito dalle prime case: 4 miliardi. Il versamento medio per la prima casa è stato di 225 euro, ma i dati forniti non permettono di giungere a conclusioni più significative. Per esempio, una media ponderata sulle città medio-grandi, o il peso dell'imposta sulle famiglie certo non ricche che hanno dovuto pagare per la prima e la seconda casa. Si dice solo che in 5 grandi città (Roma, Milano, Torino, Genova, Napoli) i versamenti medi vanno dai 917 euro di Roma ai 585 di Napoli. Stangata sulle imprese, da cui sono arrivati circa 6,3 miliardi di euro, con importo medio pari a 9.313 euro.

Ma con il giochetto delle medie e delle aggregazioni l'amministrazione finanziaria ha tentato di minimizzare l'impatto della tassa sulla prima casa. Si legge, per esempio, che solo il 6,79% dei contribuenti (1,2 milioni) ha effettuato un versamento superiore ai 600 euro, contribuendo al 29,04% del gettito, senza dire che in media il versamento di costoro è stato di 961 euro, ben lontano dai 600. Ma il vero inganno sta nell'incrocio tra una tassa patrimoniale e il reddito, teso a far supporre che abbia pagato di più chi guadagna di più. Falso.

Emerge che i contribuenti che dichiarano fino a 10 mila euro di reddito e dai 10 ai 26 mila (il 70%) hanno versato un'imposta media di poco inferiore alla media totale (rispettivamente di 187 e 195 euro contro 225), mentre i fortunati che dichiarano oltre i 120 mila euro (l'1,01%) hanno pagato in media 629 euro, cioè oltre 300 euro in meno dell'imposta media (961 euro) a carico del 6,79% dei contribuenti. A parte il fatto che su 10 mila e 26 mila euro parliamo del 2% e dello 0,76% del reddito, mentre su 120 mila dello 0,52%, si deve supporre, inoltre, che 1) se il 36% dei contribuenti ha pagato meno di 100 euro, affinché il versamento medio nelle due fasce di reddito più basse possa arrivare a sfiorare i 200 euro un numero rilevante dei soggetti che vi rientrano deve aver pagato centinaia di euro in più; 2) se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi in media a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno. Basti pensare, nel primo caso, ai pensionati, agli operai o agli impiegati delle città medio-grandi che hanno dovuto pagare mille euro e più di Imu con un reddito lontano anni luce dai 120 mila euro e senza abitare in una lussuosa residenza in centro. E nel secondo caso a quanti, pur guadagnando oltre 120 mila euro, ma abitando in piccoli centri o in zone isolate, non hanno pagato più di 2-300 euro.

Il sottosegretario Vieri Ceriani ha cercato poi di sminuire la portata della tassa anche osservando che con l'introduzione dell'Imu il peso del prelievo fiscale sugli immobili in Italia è salito all'1,2% del Pil, superando solo "leggermente" la media Ocse, pari all'1,1%. Non considera però che il sorpasso è avvenuto in un solo anno, con il raddoppio della percentuale rispetto al Pil (era lo 0,6%) e, soprattutto, che come si evince sempre dai medesimi dati, se da un lato la tassazione sugli immobili si è allineata alla media Ocse, altrettanto non si può dire della pressione fiscale complessiva, che resta oltre 10 punti sopra! Ciò significa che non c'è stato alcun riequilibrio tra imposte, per esempio appesantendo quelle sugli immobili ma alleggerendole da qualche altra parte. Abbiamo semplicemente aggiunto un nuovo record fiscale, in un altro capitolo della tassazione (la casa), ai tristi primati che già detenevamo per quanto riguarda le tasse sui redditi, il lavoro e i consumi.

Fin qui, dunque, il governo ha fatto pagare quasi interamente ai cittadini, e in ragione di un bene (la prima casa) che non dà loro reddito, il conto del risanamento. Ma d'ora in poi la musica deve cambiare. L'ha ricordato Mario Draghi, il quale ha avvertito che «nessun Paese dell'Eurozona ha finito» i suoi compiti a casa. Ora è il momento di «un piano di bilancio di medio termine con dettagliati tagli alla spesa, essenziali ovunque», e di «liberalizzazioni e riforme del lavoro» per la competitività. I partiti e i candidati premier che non hanno nei loro programmi dettagliati tagli alla spesa, liberalizzazioni, e riforma del lavoro dovrebbero preoccuparsi di essere "unfit" a governare il paese. Ad una prima occhiata, questi punti nel programma li hanno solo Giannino, Monti e Berlusconi - gli ultimi due con il deficit di credibilità che sappiamo, per aver già governato facendo il contrario di ciò che dicono oggi.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Thursday, April 19, 2012

Sull'ottimismo di Monti incombe un armageddon immobiliare

Nel presentare il documento economico e finanziario ieri il premier Mario Monti si compiaceva di aver dato la «prima applicazione» al principio del fiscal compact da parte di un Paese membro dell'Ue. Nonostante la crisi, il governo prevede che l'Italia centrerà già nel 2013 il pareggio di bilancio, sia pure nella versione "politica" accordata in sede Ue. Peccato che le stime su cui si basa tale previsione siano ormai le più ottimistiche in circolazione. Se si discostano solo lievemente da quelle di Bruxelles e della Banca d'Italia, appaiono davvero eccessivamente ottimistiche rispetto alle stime del Fmi.

Nel frattempo, Piazza affari viveva un'altra giornata nera (-2,42%), con lo spread stabile a 385, ma soprattutto giungeva da uno degli istituti di ricerca più autorevoli, il Censis, un inquietante allarme: il possibile crollo del valore degli immobili principalmente a causa dell'Imu.

Se c'era una calamità che l'Italia fino ad oggi era riuscita a schivare era l'esplosione della bolla immobiliare. Ebbene, con l'Imu il governo Monti - i più avvertiti lo avevano segnalato già a dicembre - si è assunto il rischio di sfruculiarla. Si materializzerebbe il peggior incubo se una crisi immobiliare dovesse innestarsi in quella finanziaria ed economica già in atto. Il primo a lanciare l'allarme è stato, ieri, il direttore del Censis, Giuseppe Roma, secondo cui nel 2012 il valore delle case potrebbe crollare del 20%, con punte oltre il 50%.
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Wednesday, April 18, 2012

La giornata: Monti brinda in anticipo al pareggio di bilancio e benedice la Grande Coalizione

Habemus Def (qui il testo). Dopo tre giorni di limature per evitare di gettare i mercati nello sconforto, il governo Monti presenta le sue stime, eccessivamente ottimistiche (soprattutto rispetto a quelle del Fmi), e festeggia - con troppo compiacimento (la «prima applicazione» del fiscal compact), e con troppo anticipo - il raggiungimento del pareggio di bilancio nel 2013. Siamo appena entrati nel II trimestre dell'anno, solo il I ha costretto tutti gli organismi ad una decisa virata al ribasso delle stime del Pil, ed è ancora difficilmente prevedibile l'effetto recessivo delle tasse che gli italiani dovranno pagare nei prossimi, su tutte l'Imu (e l'Iva a ottobre). In realtà è sempre più probabile che anche l'Italia, dopo la Spagna, manchi i suoi obiettivi di bilancio. Sotto accusa l'austerità imposta dalla Germania ai Paesi eurodeboli, che ha accentuato la recessione, ma è pur vero che né Bruxelles né Berlino né il Fmi hanno imposto che l'austerità dovesse significare una spremuta di tasse e basta anziché tagli alla spesa e vere riforme.

Purtroppo, tutto è politica. Più che i numeri conta la stima di cui si gode a Bruxelles e a Washington, com'è lo stesso premier ad ammettere: commentando le preoccupanti stime del Fmi, si dice più «confortato» dai pareri sulle politiche del suo governo espressi dal ministro tedesco Schauble o da un suo portavoce, dalla Lagarde e dagli Usa, che non da mezzo punto in più o in meno di Pil. Sempre finché si accontentano i mercati...

Monti poi non rinuncia a piazzare l'ennesima spudorata promessa (in stile berlusconiano) sui tagli di tasse che «in futuro» saranno possibili grazie alla lotta all'evasione, nonostante abbia appena stralciato l'apposito fondo dalla delega fiscale; usa toni drammatici («ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia») per ricompattare attorno al governo forze politiche e opinione pubblica; e torna a far leva sull'untore preferito dei difensori della spesa pubblica, l'evasore fiscale. Ma soprattutto fornisce la giustificazione economica per il compimento di quel disegno squisitamente politico che lo porta, a scapito delle riforme, a non tirare troppo la corda con i partiti: la Grande Coalizione. «Siamo un governo breve chiamato a svolgere un compito lunghissimo», ricorda in conferenza stampa, e «se le forze politiche che sostengono il governo, con grande senso di responsabilità, dovessero condividere questa piattaforma triennale e farla propria, in tutto o in parte, sarebbe un punto importante e una leva di fiducia nel lungo periodo nei confronti dell'Italia». Insomma, duratura la crisi, durature le sfide per la crescita, duraturo pure il percorso di risanamento, le forze politiche non potranno che proseguire nello «sforzo collettivo» anche dopo le elezioni del 2013.

Anche se il Pdl, attivo in questi giorni su fisco e lavoro per ritrovare l'empatia con i propri elettori delusi e arrabbiati, è in frenata. Fa la voce grossa sulle tasse (ora basta! grida Alfano dai tg). Niente strappi, ma la luna di miele è finita e non c'è spazio per certe convivialità. Berlusconi quindi annulla il pranzo con Monti, che aveva solleticato la fantasia dei retroscenisti. Non è uno sgarbo al professore. Al contrario, giura, un gesto per allentare la tensione, «per non alimentare polemiche e per evitare o prevenire insinuazioni malevole su questioni inerenti le frequenze televisive». Incontro rinviato a quando con il Pdl avrà valutato i provvedimenti su fisco, in particolare quelli che riguardano la casa, e crescita. Tra questi addirittura «una cinquantina» ne ha annunciati ieri sera Passera. La sensazione è che si tratti di coriandoli, fumo negli occhi per placare l'insistenza con la quale da più parti si invocano politiche per la crescita.

Monti dice di essere uscito dal vertice notturno di ieri con un «nuovo patto politico» siglato con ABC. La riforma del lavoro dovrebbe procedere in modo spedito, anche perché saranno accolte le richieste delle imprese fortemente sponsorizzate dal Pdl, ma sul resto vedremo. Intanto oggi il governo ha dovuto chiedere una nuova fiducia, sul dl fiscale (senza sconti Imu ad anziani e disabili ricoverati), e la decisione del premier di non presentarsi agli spring meetings del Fmi al G20 economico e finanziario denota una certa apprensione per il fronte politico interno.

Sulle stime ottimistiche di Monti incombe però una specie di armageddon immobiliare. Il Censis è il primo istituto di ricerca autorevole a lanciare un inquietante allarme su quello che definisce "l'effetto-Imu": gli italiani starebbero inondando il mercato di seconde case, il che in assenza di domanda potrebbe provocare un crollo verticale del valore degli immobili, che alla fine del 2012 potrebbe calare anche del 20%, con punte del 50%. Con quali effetti sui mutui (il 22% delle famiglie che ne stanno pagando uno sono già oggi in difficoltà) e sugli asset immobiliari delle banche? Meglio non pensarci, un incubo.

Wednesday, December 28, 2011

Una patrimoniale puntata alla tempia

Anche su Notapolitica

A dar credito alle anticipazioni filtrate da fonti governative l'annunciata riforma del catasto sarà «a saldo zero», nel senso che non aumenterà la pressione fiscale complessiva sulla casa. Servirà ad aggiornare le rendite adeguandole ai valori di mercato; ad eliminare imbarazzanti sperequazioni negli estimi tra centro e periferie nelle grandi città; ma gli adeguamenti saranno accompagnati dall'abrogazione dei «moltiplicatori» e dalla riduzione delle aliquote. A parità di gettito però, non potrà che mutare, ovviamente, la posizione fiscale del singolo proprietario. In breve: qualcuno pagherà di più e qualcuno meno.

Ma ammesso e non concesso che il suo impatto immediato sia davvero «a saldo zero» - e c'è da dubitarne fortemente, anche per le difficoltà tecniche - la vera operazione per la quale, neanche troppo surrettiziamente, il governo getta le basi con il nuovo catasto è quella di una patrimoniale ordinaria. E' come se caricasse una pistola e la puntasse alla tempia degli italiani, promettendo di non premere il grilletto. Per ora. E' scritto nero su bianco nel documento elaborato dal ministero dell'Economia circolato in questi giorni, infatti, che uno degli obiettivi della riforma, il primo anzi, è «la costituzione di un sistema catastale che contempli assieme alla rendita (ovvero il reddito medio ordinariamente ritraibile al netto delle spese di manutenzione e gestione del bene), il valore patrimoniale del bene, al fine di assicurare una base imponibile adeguata da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione».

Ciò significa che ci troviamo di fronte ad una rivoluzione copernicana della filosofia stessa del catasto. Fino ad oggi il suo scopo era quello di rappresentare la redditività di un immobile, calcolata sulla base del canone medio, al netto delle spese, al quale lo si potrebbe affittare. Il nuovo catasto dovrebbe affiancare al valore reddituale quello patrimoniale, cioè il prezzo di mercato dell'immobile, «da utilizzare per le diverse tipologie di tassazione». E' proprio questo il senso del passaggio dai vani al metro quadrato. L'aumento dell'imposta dovuto alla rivalutazione della rendita catastale può essere compensato riducendo «moltiplicatore» o aliquote, ma adeguare le rendite ai valori di oggi non implica necessariamente il passaggio dal concetto di redditività a quello di valore patrimoniale.

Dunque, mentre i giornali si sbizzarriscono in tabelle e simulazioni su chi pagherà di più e chi meno, il bersaglio grosso della riforma non è il mero aggiornamento delle rendite, ma comporre un quadro attendibile del valore degli immobili come primo tassello di qualsiasi imposta patrimoniale. Ricordate come lo stesso Monti ha giustificato in queste settimane la mancata introduzione di una patrimoniale ordinaria, come richiesto dai partiti di sinistra e persino da Confindustria? Non può essere introdotta senza prima possedere le necessarie informazioni sul valore reale dei patrimoni degli italiani. E di quei patrimoni la casa è il "mattone" fondamentale. La riforma del catasto offre una straordinaria occasione per acquisire quelle informazioni propedeutiche. Non sarebbe un'eresia, tutt'altro, pensare di tassare la ricchezza accumulata e immobilizzata piuttosto che quella investita in attività produttive, ma si deve trattare, appunto, di spostare il carico fiscale dall'una all'altra e non semplicemente di aggiungerlo. Ma qui di un taglio drastico alle aliquote sui redditi e sulle imprese non si vede nemmeno l'ombra.

Se i nostri sospetti si dimostrassero fondati, bisognerebbe concludere che il governo Monti si sta impegnando a fondo per far esplodere anche in Italia la bolla immobiliare. Prendiamo come esempio un patrimonio immobiliare di 1 milione di euro. Un'aliquota patrimoniale del 5 per mille significherebbe dover pagare allo Stato 5.000 euro l'anno. Lasciamo per il momento da parte l'effetto sul mercato delle locazioni. Considerando un periodo di 20 anni, 100 mila euro di tasse, ecco che quel patrimonio ha già perso il 10% del suo valore. Prima l'Imu, ora la riforma del catasto, poi la patrimoniale ordinaria. L'effetto combinato di una tassazione punitiva e di dismissioni di patrimonio immobiliare pubblico, pur auspicabili, potrebbe far crollare il valore degli immobili, provocando una pesante svalutazione degli asset dello Stato stesso e delle banche. Un incubo a cui ci auguriamo di non assistere. Lo Stato taglierebbe così il ramo su cui è seduto. Dopo aver reso anti-economiche, nel corso dei decenni, le altre forme di investimento (dalle attività produttive a quelle finanziarie), adesso lo Stato mette nel mirino il mattone pur di non mettersi a dieta. E ovviamente ciò che ottiene è che i capitali sono sempre più in fuga dal nostro Paese - sia illegalmente che legalmente (attività finanziarie detenute all'estero per oltre 13,5 miliardi di euro; beni immobili per oltre 19,4 miliardi di euro).

Thursday, December 15, 2011

Non vuole salvare l'Italia, ma il baraccone-Stato

Anche su Notapolitica

Poche storie, nessun alibi. Per questa manovra Monti aveva carta bianca. Quale partito si sarebbe assunto la responsabilità di mandare a casa prima di Natale il governo di salvezza nazionale dopo avergli votato la fiducia neanche un mese prima? Nessuno dunque provi a far passare la comoda balla che quei cattivoni della "casta", i sindacati, le corporazioni o chissà chi altro l'hanno bloccato. In queste prime settimane Monti avrebbe potuto far ingoiare qualsiasi riforma strutturale. Invece, ha consapevolmente scelto di dilapidare il suo "momentum", la finestra di massima disponibilità al sacrificio da parte della politica, delle parti sociali e dell'opinione pubblica, non per le riforme strutturali ma - come egli stesso ha ammesso ieri sera in Commissione Bilancio - per «identificare strutturalmente nuova materia imponibile», l'esatto opposto di ciò che i mercati e l'Ue chiedevano. La patrimoniale sulla casa e la riforma delle pensioni possono aver sedato l'invidia dei tedeschi per quelli che erano ritenuti con qualche ragione privilegi tutti italiani ormai poco sostenibili. Allo scopo di farsi ascoltare a Berlino Monti ha puntato tutto su quelle misure, ma non ci serviranno per crescere e, dunque, per convincere gli investitori a scommettere sul nostro futuro.

L'impostazione della manovra è un fallimento di metodo e di cultura politica attribuibile interamente a Mario Monti. Ma che futuro ha il grande liberalizzatore, quello che ha sanzionato nientemeno che Microsoft per milioni di euro, se poi se la svigna davanti ai tassisti e ai farmacisti, per altro rinnegando i suoi editoriali pro-crescita? Il primo colpo sparato dal governo dei tecnici è andato a vuoto e non è detto che ne avrà altri in canna. Purtroppo Monti è caduto nel solito errore di metodo, quello di una politica dei due tempi: prima aggiustiamo i conti con nuove tasse, poi pensiamo alla crescita. L'esperienza insegna che chi ha provato a intraprendere questa strada si è fermato al primo tempo, deprimendo ancor di più la nostra economia e non riuscendo nemmeno a realizzare gli obiettivi di bilancio.

Come temevamo, dunque, quella in via d'approvazione è ancora una volta la manovra delle tasse subito e delle riforme rinviate. Il fatto che Federfarma abbia rinunciato alla serrata prova che anche davanti ai farmacisti il governo s'è calato le braghe: sarà infatti l'Agenzia del farmaco (Aifa), d'intesa con il Ministero della Salute, a individuare entro quattro mesi dal varo del decreto un elenco, aggiornabile periodicamente, dei farmaci di fascia C comunque esclusi dalla vendita fuori farmacia. Rinviata anche la liberalizzazione dei trasporti: il governo si concede sei mesi di tempo per regolare i diversi settori, ma i taxi non sono nemmeno citati e soprattutto non si vede come possa procedere a liberalizzare il trasporto pubblico locale senza privatizzare le municipalizzate. Salvi gli ordini professionali: è stata infatti depotenziata la scadenza del 13 agosto 2012 come termine ultimo per adattarli alle richieste di liberalizzazione da parte dell'Ue. E in tutto questo sono state stralciate le misure per la rete dei carburanti, è stato rinviato al 2013 lo scioglimento dei consigli provinciali, mentre i parlamentari promettono di ridursi le indennità ai livelli europei entro il mese di gennaio del prossimo anno.

Quelle poche liberalizzazioni previste dal decreto sono state dunque rinviate, per essere concertate con le corporazioni, i classici "tacchini" che dovrebbero anticipare il Natale. A dispetto delle indicazioni Ue la manovra non sposta il carico fiscale alleggerendolo su lavoro e imprese, ma si limita ad aggiungere ulteriore carico, sul patrimonio mobiliare e immobiliare, mettendo in piedi un fisco tutt'altro che «amico», una vera e propria "Stasi" tributaria.

Dal punto di vista della cultura politica che il governo dei tecnici esprime, per il momento in totale continuità con i precedenti, il fatto che l'azzeramento del deficit si realizzi - come certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», nonché in piena recessione, rende di per sé l'idea dell'enormità di nuove tasse da cui la società italiana verrà vessata. Ma c'è da dubitare delle reali intenzioni del medico che continua ad ingozzare il paziente obeso. Nel rapporto debito/Pil tutti concordiamo che è il denominatore la chiave di volta. E se vogliamo davvero fare un discorso di verità, dovremmo riconoscere che l'unica soluzione ai nostri problemi di crescita è abbattere l'intermediazione del bilancio pubblico di 10 punti di Pil, per far calare di altrettanti punti la pressione fiscale. Insomma, la restituzione nelle mani dei cittadini e delle imprese della ricchezza da loro prodotta è l'unico modo per crearne di nuova.

La manovra non sembra concepita nemmeno per avviarsi su questa strada. Non è una polemica sui presunti "poteri forti", la questione è più sottile. Il governo Monti si avvale delle migliori e più responsabili e pragmatiche competenze delle elites del Paese, ma proprio per questo non vuole cambiare l'attuale modello socio-economico, che vede lo Stato intermediare più o meno la metà della ricchezza prodotta, vuole salvarlo, perpetuarlo, apportando al sistema quegli accorgimenti minimi ineluttabili, perché tutto sommato è un Bengodi per gli "incumbent" politici, economici e sociali di cui è espressione.

Tuesday, December 13, 2011

Curare un obeso ad abbuffate

Anche su Notapolitica

Viviamo in uno strano Paese, dove alla crisi del debito sovrano nella zona euro si risponde non tagliando la spesa e abbattendo il nostro debito con dismissioni di patrimonio pubblico, ma aumentando le tasse. Se il riequilibrio dei conti pubblici dal 2010 al 2014, cioè l'azzeramento del deficit, si realizza - lo certifica la Corte dei Conti - «in una prospettiva di ulteriore aumento del livello di intermediazione del bilancio pubblico», cioè «nonostante un ulteriore aumento del livello della spesa pubblica (più di 45 miliardi)», evidentemente l'obiettivo non è far dimagrire lo Stato, ma "salvarlo" così obeso come lo conosciamo. E infatti la bizzarra terapia sembra consistere in ricorrenti abbuffate di tasse.

Ma non deve sorprendere, perché è lo stesso Paese nel quale gli organi di stampa espressione della borghesia e del mondo industriale - come Corriere della Sera, Sole24Ore, Radio24 - da anni, e con più vigore in questi giorni, sono concentrati prioritariamente sulle campagne, per lo più demagogiche, contro la "casta" dei politici e contro l'evasione fiscale. Così Sergio Rizzo, sul Corriere, denuncia che l'evasione si è quintuplicata negli ultimi trent'anni, dimenticandosi però di ricordare che negli stessi trent'anni la pressione fiscale si è decuplicata. Non è strano che in Italia, anziché attaccare l'elevata imposizione fiscale, il "business" metta le sue bocche da fuoco mediatiche a disposizione dello Stato per la caccia all'evasore? Se avessero profuso altrettante energie nel condannare la spesa pubblica e l'insopportabile livello della tassazione, forse oggi sarebbe stata più forte e consapevole la pressione dell'opinione pubblica in tal senso.

Finché permarrà, invece, un approccio moralistico e ideologico ai fenomeni economici e sociali, non sconfiggeremo né l'evasione fiscale né la mafia. Solo chi è troppo accecato dal populismo e imbevuto di cultura statalista, infatti, non riesce a vedere che l'evasione fiscale in Italia è un fenomeno così di massa, così diffuso e capillare, che non può avere una spiegazione soltanto delinquenziale, o peggio antropologica (lo scarso senso civico degli italiani), ma probabilmente è alimentato da un istinto di autodifesa nei confronti di uno Stato-padrone e da ineludibili necessità economiche: a certi costi le attività produttive risultano semplicemente insostenibili. E il paradosso è che unirsi alla caccia all'evasore significa aiutare lo Stato ad intermediare quote sempre maggiori di ricchezza (non rubata, ma fino a prova contraria prodotta lavorando onestamente), in definitiva quindi aiutare proprio la "casta" degli odiati politici ad aumentare il loro potere sui cittadini. Allo stesso modo, bisogna molto laicamente riconoscere che ai livelli attuali di pressione fiscale, sprechi e inefficienze, in alcune aree del Paese le organizzazioni criminali sono più competitive dello Stato, perché meno costose e più efficienti nel controllo del territorio.

Come provano da una parte l'inarrestabile corsa della pressione fiscale negli ultimi trent'anni e dall'altra la vera e propria "Stasi" tributaria che sta prendendo forma, prima con il giustizialismo del "solve et repete" (prima si paga, poi si contesta) e i poteri sempre più invasivi di Equitalia, ora con la definitiva caduta del segreto bancario, la risposta italiana alla crisi è la socialistizzazione a tappe forzate della ricchezza che sempre meno la società è in grado di produrre. Purtroppo il rischio concreto, nel 2012, è che il Paese si trovi stretto in una morsa recessiva letale: la lotta all'evasione che con il suo armamentario di sequestri, ipoteche e pignoramenti potrebbe provocare fallimenti a catena di piccole-medie imprese, con le ricadute che possiamo immaginare sull'occupazione; e la patrimoniale da 53 miliardi sulla casa che potrebbe causare una drastica contrazione dei consumi e/o un netto calo del valore degli immobili, se dovesse innescarsi una crisi dei mutui o un'ondata di vendite da parte dei proprietari pensionati.

Stavolta non mi trovo d'accordo con Luca Ricolfi, per il quale per tagliare la spesa bisogna prima studiare dove e come. A mio modesto avviso l'ordine dei fattori dovrebbe essere invertito: solo i tagli, anche se lineari, obbligano a "studiare". Come dimostra la nostra storia fiscale, se aspettiamo di avere i «piani operativi pronti» non taglieremo mai nulla. E' solo affamando la bestia che le si può imporre di dimagrire.

Friday, December 09, 2011

Troppi furbetti su Ici e Irpef

Sul fronte fiscale della manovra è il caso di insistere nel provare a sfatare alcuni falsi miti. E' falso che il governo Monti non abbia toccato le tasse sui redditi personali: da gennaio infatti aumenta, per tutti gli scaglioni, l'addizionale regionale Irpef, il che significa buste paga più leggere in media di 62-132 euro annui. E ci vuole una fervida immaginazione per considerare l'Ici non una pesante patrimoniale ma una tassa sui servizi, come si sforza di spiegare Monti. Se fosse davvero una tassa sui servizi che i comuni erogano, si dovrebbe applicare a tutti i residenti, a prescindere dalla proprietà o meno della loro abitazione.

Riguardo il tema delle esenzioni c'è poco da scaldarsi, è inutile addentrarsi in interminabili e dotte disquisizioni normative. Senza voler colpevolizzare la Chiesa o il settore no-profit, è evidente - perché altrimenti la materia non sarebbe così ripetutamente all'attenzione delle autorità europee e delle alte corti italiane - che l'attuale normativa ha generato, e sta alimentando, una zona grigia nella quale è difficile distinguere tra esenzioni lecite e illecite. In ogni caso, a mio avviso, la reintroduzione dell'Ici sulla prima casa (inaccettabile se non compensata da un alleggerimento almeno equivalente sui redditi) taglia la testa al toro. Sarebbe incomprensibile infatti aggrapparsi alla «funzione sociale» o «no-profit» quando di tutta evidenza non c'è nulla di più "sociale" e "no-profit" della casa in cui si abita, su cui anzi spesso c'è il gravoso onere del mutuo. Se i cittadini pagano l'Ici anche sulla prima casa, nemmeno il padreterno in persona reclamerebbe il diritto all'esenzione. Questo vale per gli enti ecclesiastici, ma ancor di più - non bisogna mai scordarselo - per partiti, sindacati e camere di commercio.

Wednesday, December 07, 2011

Su 30 miliardi quasi 25 sono nuove tasse

Anche su Notapolitica

Dalla lettura della relazione tecnica che accompagna il decreto varato domenica sera dal governo si può comprendere con maggiore precisione la reale portata della manovra. In particolare, il rapporto tra nuove tasse e tagli alla spesa sembra molto diverso da quello annunciato dal viceministro Grilli (17-18 miliardi di nuove entrate e 12-13 di tagli). In realtà, sui 30 miliardi complessivi le nuove tasse pesano per 21,6 miliardi, e sfiorano i 25 con la clausola di salvaguardia sull'Iva.

Ma entriamo nel dettaglio. L'anticipazione, che nel decreto viene definita «sperimentale», dell'Imposta municipale propria, la nuova Ici, dovrebbe assicurare un gettito di 11 miliardi di euro l'anno. E' poi prevista una maggiorazione della tassa sui rifiuti di 1 miliardo. L'aumento delle accise sui carburanti porterà nelle casse dell'erario 4,827 miliardi nel 2012. Nello stesso anno l'imposta di bollo sui prodotti finanziari e la tassa sui capitali scudati porteranno rispettivamente 1,043 e 1,095 miliardi. Solo 453 milioni valgono invece le imposte sui beni di lusso (auto, barche e aerei). Siamo già a 19,418 miliardi. Ma la riduzione della compartecipazione Iva destinata al finanziamento del fabbisogno sanitario delle regioni (2,085 miliardi + 130 milioni) non può essere contabilizzata nei tagli alla spesa perché compensata da un aumento dallo 0,9 all'1,23% delle addizionali regionali Irpef. Si tratta di 2,2 miliardi di nuove tasse sui redditi personali, che si applicano a tutti gli scaglioni. Siamo così arrivati alla cifra di 21,633 miliardi nel solo 2012. Sempre che dal primo ottobre non scatti l'aumento dell'Iva previsto dalla clausola di salvaguardia per ulteriori 3,280 miliardi. In questo caso le nuove tasse sfiorerebbero i 25 miliardi.

Tra i tagli alle spese restano i 2,767 miliardi delle disposizioni sulle pensioni (che arrivano tutti dalla deindicizzazione perché la riforma vera e propria comincerà a produrre i suoi benefici nel medio-lungo termine) e 2,785 miliardi di concorso alla manovra da parte degli enti territoriali. Trascurabile il contributo dalla soppressione di enti e organismi, solo 22 milioni nel 2012.