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Tuesday, January 21, 2014

Ma l'anima nera del porcellum sopravvive

L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.

Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.

Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.

Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).

Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).

Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.

Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.

Thursday, September 27, 2012

Ancora un brusco risveglio dall'ottimismo di Monti

Le acque sono tornate ad agitarsi. La Borsa ha perso il 3,29% e nonostante il Tesoro abbia collocato 9 miliardi di BoT a 6 mesi con tassi in netto calo, lo spread è risalito verso quota 380. I mercati subiscono il contraccolpo dell'aggravarsi della crisi spagnola – Pil in caduta anche nel III trimestre, deficit statale già oltre gli obiettivi europei, buchi di bilancio delle autonomie e delle casse di risparmio, e come se non bastasse i tumulti degli indignados e le spinte separatiste della Catalogna – e sanzionano il ritardo di Madrid nel chiedere l'attivazione del piano di aiuti ESM/Bce, ormai non più questione di "se", ma di "quando" e a quali condizioni.

Era già accaduto la scorsa primavera. Ogni volta che il premier Mario Monti sparge ottimismo, ecco il brusco risveglio. Un paio di settimane fa aveva parlato di «luce in fondo al tunnel», nei giorni scorsi di un 2013 «in ripresa» per l'Italia, nonostante il netto peggioramento delle stime governative. Martedì, in un'intervista alla Cnn, si è detto «più ottimista sul futuro dell'Europa», di cui ha discusso l'altra sera a cena con il gotha dell'economia e della finanza americana, tra cui il segretario al Tesoro Geithner e il finanziere Soros.

Ma se i mercati sono bizzosi e volubili, anche gli ultimi dati della nostra economia reale sono sconfortanti e sembrerebbero sconsigliare qualsiasi ottimismo.
(...)
In due giorni Monti s'è preso dell'«algido» da Bersani e del «ligio alla Merkel» da Berlusconi. Schermaglie da campagna elettorale, che il professore mostra di incassare (nelle sue risposte alla Cnn non c'è traccia dell'irritazione nei confronti del Cav attribuitagli, invece, con un uso molto "old media" dei virgolettati, dall'HuffPost italiano). Può permettersi di lasciar giocare i "ragazzi", sono gli scandali a parlare, e l'ipotesi Monti-bis apparirà facilmente come l"unica realistica tra le macerie dei partiti.
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Friday, September 07, 2012

Lo scudo Draghi c'è. Ma la palla passa ai governi

Lo scudo anti-spread c'è, Draghi ha impugnato il "bazooka" che in tanti invocavano, ma il succo è che come previsto non si attiverà in automatico e "gratis", come ricompensa per i progressi compiuti nella politica di bilancio dagli stati in difficoltà, bensì su richiesta formale di questi ultimi e a «severe condizioni». I governi interessati dovranno prima chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm (quest'ultimo non ancora operativo, in attesa della decisione della Corte costituzionale tedesca), che a sua volta è condizionato alla sottoscrizione di un memorandum di impegni secondo linee guida già previste.
(...)
La contrarietà del presidente della Bundesbank non implica anche quella del governo tedesco, la cui posizione coincide invece con il voto favorevole di un altro membro del direttivo, Joerg Asmussen. «La Bce agisce in modo indipendente, nel quadro del suo mandato», ha dichiarato la cancelliera Merkel apprese le decisioni, pur avvertendo che «tutte le misure necessarie per la stabilità monetaria, come quelle della Bce, non possono sostituire le azioni politiche». Un concetto più volte espresso dallo stesso governatore Draghi: la Bce non può sostituirsi ai governi. Sbagliate, quindi, tutte le ricostruzioni che leggerete e ascolterete sulla Germania «isolata», addirittura umiliata da Draghi. In realtà, il compromesso è il frutto della sintonia e dell'azione combinata di Mario e Angela. Senza la disponibilità alla mediazione di quest'ultima, Draghi avrebbe potuto ben poco.

Dalle modalità operative del programma Omts si deduce che in ultima analisi le «severe condizioni» di cui ha parlato Draghi verranno poste agli stati in sede di attivazione dei fondi Efsf/Esm, quindi in sede politica, dall'Eurogruppo. Se nei memorandum verranno previsti gli impegni già esistenti o condizioni aggiuntive, e se queste saranno severe o morbide, verrà deciso caso per caso. E ovviamente un paese che sta compiendo progressi nel consolidamento fiscale, che sta facendo i suoi "compiti a casa", è ragionevole ritenere che possa strappare condizioni non troppo gravose. Aggiustamento fiscale, riforme e controlli serrati, dunque uno schema non troppo diverso dai piani imposti a Grecia, Portogallo e Irlanda, solo più flessibile. Il nodo delle condizioni verrà sciolto dal negoziato politico, è questa la vera polizza di assicurazione dei tedeschi, e allo stesso tempo il piccolo margine di tolleranza concesso a Spagna e Italia.

Ed ecco perché ora la palla passa ai governi, in primis di Madrid e Roma. Per una duplice ragione. Primo, perché saranno loro a dover decidere se, e quando, chiedere l'intervento dei fondi Efsf/Esm, il solo modo per attivare anche gli acquisti "calmieranti" da parte della Bce; secondo, perché il "bazooka", la cui attivazione è comunque politicamente costosa, resta una toppa, un modo per guadagnare tempo, ma da solo non può risolvere tutti i problemi. Restano essenziali l'attuazione del fiscal compact e le riforme strutturali per migliorare la competitività e rilanciare la crescita.
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Thursday, August 02, 2012

Il difficile equilibrio dello spread

Non ha tutti i torti Mario Monti quando, da Helsinki, avverte che se lo spread dovesse rimanere a questo livello per qualche tempo, rischieremmo di vedere al potere in Italia un governo euroscettico e non orientato alla disciplina di bilancio. Il discorso ha senso economicamente, perché tassi troppo alti rischiano di vanificare l'effetto positivo delle riforme, e politicamente, perché se i cittadini non toccano con mano i frutti dei loro sacrifici, c'è il rischio di una crisi di rigetto della terapia. Però è innegabile l'esistenza di un'altra faccia della medaglia, come ammette lo stesso Monti: solo i tassi di interesse alti, quindi sotto la costante minaccia del default/commissariamento, sembrano costringere i governi a fare le riforme e le opinioni pubbliche ad accettarle. E non è, purtroppo, una storia del passato, come vorrebbe far credere il nostro premier. E' accaduto fino allo scorso marzo. Appena lo spread è calato di un centinaio di punti (per effetto dei presiti della Bce e non delle riforme), rimanendo comunque a livelli tali da non permettere una ripresa dell'economia e quindi l'uscita dalla crisi, il governo e i partiti si sono "rilassati". Da qui, in particolare, il cedimento ai sindacati e al Pd sulla cruciale riforma del mercato del lavoro, pesantemente sanzionato dai mercati e dai media della finanza internazionale.

La tesi secondo cui non è l'Italia, che sta facendo bene i suoi "compiti a casa", ad aver bisogno di aiuto, ma sono i mercati a non funzionare al meglio perché non riconoscono i progressi compiuti, è molto pericolosa. Perché di solito sono i politici a sovrastimare il loro operato e a identificare al di fuori del governo le cause del problema. La Commissione Ue può anche promuovere a pieni voti le politiche di un Paese, ma a rifinanziare il debito di quel Paese sono i mercati, non Bruxelles.

La strategia definita nell'incontro con il premier finlandese Katainen del «doppio binario» - da una parte «sforzi indefessi nel fare i compiti a casa nel proprio Paese», dall'altra, allo stesso tempo, una «soluzione europea» per calmierare lo spread, in modo da dare tempo alle riforme di produrre i loro effetti - sembra ragionevole ed equilibrata. Il punto, però, è che i politici, e le opinioni pubbliche, dei Paesi interessati - Spagna e Italia - devono aver ben chiaro che i soldi della Bce non sono la soluzione alla crisi, ma solo uno strumento per guadagnare tempo. Strumento che non può durare all'infinito. Fino ad oggi, purtroppo, sembrano non averlo ancora compreso e ad ogni calo dello spread si è puntualmente registrato un rallentamento, o annacquamento, delle riforme, a conferma dei pregiudizi tedeschi.

Monday, July 02, 2012

Usciamo sopravvalutati da Euro2012

Con questa Spagna - che non è stata né la Spagna della gara d'esordio contro di noi né quella della semifinale contro il Portogallo - probabilmente non sarebbe bastata nemmeno la migliore Italia. Quando il possesso palla degli spagnoli è quello che dovrebbe essere, ma che non sempre riesce, cioè così veloce e preciso, e con verticalizzazioni improvvise, non ce n'è per nessuno.

Questo tuttavia non deve impedirci di riconoscere gli errori commessi e i grossi limiti di questa squadra. Innanzitutto, no all'alibi della stanchezza. La partita è stata persa molto prima che si manifestassero stanchezza e acciacchi fisici (per altro ben noti allo staff). Che gli spagnoli potevano essere più freschi di noi, e noi cotti, lo sapevamo dall'inizio. Era un'eventualità da tenere ben presente. Eppure, da come la squadra è stata mandata in campo non sembra che lo stesso Prandelli abbia dato il giusto peso al problema.

C'è stato, a mio avviso, un pizzico di presunzione nell'approccio. Mi è sembrato che ieri, fin dai primi minuti, siamo scesi in campo pensando di poter imporre il nostro gioco (altro che stanchezza!). Almeno nel primo tempo sarebbe stato più saggio mantenere lo stesso atteggiamento della prima gara, quando avevamo nei confronti degli spagnoli lo giusto timore reverenziale. Cioè, in fase di loro possesso restare tutti e 11 nella nostra metà campo, dietro la linea della palla. La situazione che più soffrono gli spagnoli, come ha dimostrato anche la semifinale con il Portogallo. Invece, abbiamo lasciato troppi metri di campo tra Buffon e la difesa, in questo modo facilitandogli le verticalizzazioni.

La stanchezza è stata sì un fattore decisivo della gara, ma Prandelli è stato il primo a sottovalutarla, sia nella scelta degli uomini che dell'approccio: chi se non lui aveva il dovere di accorgersi delle condizioni della squadra e dei singoli? Che le condizioni fisiche almeno di Chiellini, Abate e Cassano fossero precarie era ben noto. Non poteva giocare al loro posto qualcuno più fresco, che non aveva quasi mai visto il campo? Ogbonna, Maggio, Balzaretti, lo stesso Giaccherini, al posto dei due terzini, e Di Natale, Giovinco e Diamanti al posto di Cassano? Non si può scendere in campo - con uomini e approccio - come se la stanchezza potesse essere relegata tutto sommato ad aspetto secondario, e poi una volta andata male farne la principale giustificazione, un alibi. Averla sottovalutata è comunque responsabilità di Prandelli.

Per non parlare dell'assurda sostituzione di Montolivo con Motta. L'infortunio dopo 3 minuti è anche sfortuna, ma a che diamine poteva servire sullo 0-2 uno come Motta, in mezzo ai rapidi passaggi dei centrocampisti spagnoli? Se proprio non un'altra punta, meglio Nocerino.

Oltre che più forte e più fresca, insomma, la Spagna è stata anche più brava.

E' tempo di bilanci e temo che nonostante il 4-0 in finale la nostra Nazionale possa uscire addirittura sopravvalutata da questi Europei. Non possiamo permetterci di andare ai Mondiali pensando di essere stati battuti ieri sera solo per la stanchezza, per i pochi giorni di riposo!

I risultati non sono entusiasmanti, per lo meno non da finalista: su 6 partite, 3 pareggi 2 vittorie e una sconfitta; 6 gol fatti e 7 subiti. Nella vittoria più entusiasmante, quella con la Germania, ha pesato molto il complesso d'inferiorità, psicologico, dei tedeschi; e l'altra partita giocata bene l'abbiamo comunque pareggiata 0-0 contro un'Inghilterra molto modesta.

A Prandelli vanno riconosciuti due meriti: si è dimostrato in grado, nonostante alcuni pensassero il contrario, di infondere carattere e personalità alla squadra; e ha sempre tentato di proporre un gioco non difensivo. Il nostro movimento calcistico attualmente non propone giocatori manifestamente più forti di quelli da lui selezionati, ma allo stesso tempo non si può certo dire che abbia saputo sfruttare tutte le potenzialità del gruppo che lui stesso si è scelto. Giocatori come Nocerino, Giovinco, Di Natale, anche Borini (perché no?), reduci da una stagione entusiasmante, avrebbero meritato qualche chance in più. Per carità, non che avremmo vinto la finale, ma forse qualche partita in più sì.

Aver puntato tutto su un Cassano sì e no al 50% (con Giovinco e Di Natale che arrivavano da una stagione eccezionale), su Balotelli prima punta, su un centrocampo a rombo il cui vertice alto non ha mai convinto pienamente (tre brutte partite con Motta, poi Montolivo, infine di nuovo Motta), sono state scelte più che discutibili.

In vista dei Mondiali nessuno - tranne, forse (sottolineando il "forse"), Buffon, Pirlo, De Rossi e Marchisio - dev'essere dato per scontato. E attenzione a Balotelli, che può rivelarsi una tragica schiavitù. Il classico giocatore troppo condizionante rispetto alla sua reale capacità di incidere: per le sue doti, per il suo "personaggio", non lo puoi escludere, ma il rendimento è troppo discontinuo per tornei di così breve durata come Europei e Mondiali. E il modo in cui si tende a perdonargliele tutte, sia in campo che fuori, perché se no si può pensare che si è razzisti, di certo non lo aiuta a maturare. Basta chiedersi se ad altri giovani non meno talentuosi di lui (Giovinco, per fare un nome) sono state offerte le stesse "seconde" e "terze" chance concesse a lui.

PAGELLE per Spagna-Italia: Buffon 6 Abate 5 Bonucci 6 Barzagli 6 Chiellini 5 Pirlo 5 Marchisio 5,5 De Rossi 6 Montolivo 5 Cassano 5 Balotelli 5; Balzaretti 5 Di Natale 5 Motta sv; Prandelli 5

PAGELLE Europei 2012: Buffon 7; Maggio 5 Chiellini 5 Balzaretti 6,5 Abate 6 Barzagli 7 Bonucci 7; Motta 4 Marchisio 6,5 Giaccherini 5,5 De Rossi 7 Montolivo 6 Pirlo 7,5 Diamanti 6 Nocerino sv; Balotelli 6 Cassano 5,5 Di Natale 5,5 Giovinco sv; Prandelli 5,5

Monday, June 25, 2012

Basta buttarla in politica, almeno ad Euro2012 risparmiateci banalità antitedesche

Un popolo di santi, poeti, navigatori... e commissari tecnici. Si sa che quando gioca la Nazionale di calcio gli italiani si trasformano tutti in 60 milioni di Bearzot, Lippi o Prandelli. Chi scrive è fra questi e non se ne vergogna. A volte stucchevoli, noi ct da divano, eppure, durante questi Europei abbiamo assistito, soprattutto su Facebook e Twitter, a qualcosa di ancor più stucchevole. Migliaia di post e tweet di gente che approfittando del torneo fra nazioni ci voleva a tutti i costi far sapere la sua idea sulle colpe politiche della crisi. Ecco, dunque, le scontate battute, i doppi sensi, sempre i soliti, sull'"euro" e sul "rigore", ogni volta che scendevano in campo Grecia, Spagna, Italia e Germania. Editorialisti e direttori di prestigiosi quotidiani scatenati su twitter, e con sprezzo del ridicolo sulle loro testate, a tifare Grecia per far dispetto a quella "culona" della Merkel. Era importante che i PIGS, i paesi eurodeboli (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna), si dimostrassero i più bravi a giocare al calcio. Ma ammesso e non concesso che lo siano, che cosa può significare politicamente? Nulla. Battere la Germania in una partita di calcio può in qualche modo voler dire che i tedeschi hanno torto sull'austerity e che il modello greco, o quello spagnolo, o l'italiano sono politicamente vincenti e moralmente superiori? O è solo per ripicca, un'infantile forma di invidia? Calcisticamente la Grecia può anche suscitare una certa simpatia, ma politicamente la merita un paese che per anni ha barato sui conti pubblici, si è indebitato fino alla bancarotta, e ora pretende che gli altri paghino il conto?

Ora che l'Italia è in semifinale, vi prego, risparmiateci le battute in chiave anti-rigore e anti-Merkel sulla sfida con la Germania. Mille altri motivi di rivalità calcistica possono arricchire di fascino e ironia questa partita. E risparmiateci la retorica degli italiani che danno sempre il meglio nelle difficoltà. Forse nel calcio c'è del vero, se si esclude qualche magra figura. Di solito con le grandi vendiamo cara la pelle, subiamo il loro gioco ma spesso riusciamo a piazzare la zampata vincente, grazie ad un quid per loro inspiegabile e misterioso. Nel 2006, in piena "Calciopoli", vincemmo i Mondiali; in queste settimane giocatori come Buffon e Bonucci, sottoposti ad un'ingiusta gogna mediatica, stanno rispondendo da campioni sul campo. Ma in politica è tutt'altro che vero. Attraversiamo una durissima crisi del debito, e una recessione, in gran parte frutti avvelenati dei nostri vizi nazionali. Eppure, né il governo tecnico, né la classe politica, né i media, e temo nemmeno l'opinione pubblica, si sono ancora convinti della necessità di estirpare per sempre quei vizi. Sappiamo solo giocare allo scaricabarile, imputando la colpa delle nostre disgrazie ai cattivi tedeschi e all'euro. Pur con gli sfottò "nazionalisti", che una partita di calcio resti una partita di calcio. Vi prego basta con le metafore politiche, è più divertente sentirsi tutti allenatori per una sera.

Tuesday, June 19, 2012

Capacità di soffrire e fattore C: basteranno?

La capacità di soffrire, solo quella ci è rimasta e solo quella, e un pizzico di fortuna (la sportività degli avversari, di cui abbiamo sospettato), ci hanno permesso di qualificarci. E' l'Italia dei paradossi, quella che gioca la partita più brutta delle tre del girone eppure è l'unica che riesce a vincere. Complice l'avversario, l'Irlanda di Trapattoni: davvero modesta, la squadra tecnicamente più scarsa dell'intero torneo. Non una diga in difesa, tanto da prendere gol dopo soli 3 minuti sia dalla Croazia che dalla Spagna (noi ce ne mettiamo mi pare 38 di minuti), e da subirne 9 in tre partite; senza speranze in attacco, non ha dato mai veramente la sensazione di poter pareggiare, anche se sotto pressione lo svarione azzurro, come con la Croazia, ci poteva stare.

Nonostante le novità tattiche è stata una partita-fotocopia di quella con la Croazia, ma giocata leggermente peggio. Primo tempo noi a fare il gioco, anche se bloccati dall'ansia, e loro a ripartire; produciamo meno palle gol ma passiamo in vantaggio verso la fine con Cassano (colpo di testa! E questo la dice lunga sulla difesa irlandese); poi nel secondo tempo tiriamo i remi in barca, come avevamo fatto giovedì scorso (forse segno di cattiva condizione fisica?), e ci facciamo schiacciare nella nostra metà campo dall'Irlanda. Attacchi sterili, vero, buttano la palla lunga in mezzo, ma la squadra peggiore del torneo ci schiaccia e ci fa passare brutti tre quarti d'ora, quasi incapaci di reagire.

Un altro paradosso è che per come era schierata in campo stavolta la squadra sembrava più razionale, anche se le due punte hanno avuto poco supporto, i centrocampisti sono stati avidi di inserimenti e di assist. Stavolta terzini di ruolo che sanno cosa fare (Balzaretti molto meglio di Abate, comunque sufficiente), De Rossi mastino in copertura supplisce alla scarsa vena di un Pirlo spento (si fa sentire la fatica di un campionato giocato alla grande?), Marchisio stantuffo avanti-dietro, Motta troppo lento per essere vero, pare una statua. Davanti Cassano combina pochissimo, meno delle altre partite, ma fa gol, di testa, probabilmente colto anche lui di sorpresa; meglio Di Natale che però non viene quasi mai innescato da chi era deputato a farlo (Pirlo e Cassano).

Ci dice bene: l'Irlanda è davvero troppo scarsa, a noi servirebbero tre gol per stare tranquilli, almeno rispetto all'1-1 di Spagna e Croazia, ma non è aria. Per fortuna c'è la sportività dei nostri avversari che per oltre 80 minuti restano inchiodati all'unico risultanto - lo 0-0 - che penalizza entrambi. Alla fine è la Spagna a segnare, ma non emana odore di biscotto, infatti nessun pareggio regalato nei minuti finali ai croati, che sono fuori. Attenzione, perché non altre squadre, ma l'Italia con la capacità di soffrire e il fattore C è capace di arrivare in finale. A questo punto non si può escludere, speriamo solo di meritarcelo così da non doverci vergognare ad esultare.

Commento a parte la meritano la zampata di Balotelli, che ci porta sul 2-0 nei minuti finali, ma anche il suo comportamento. Appena entrato rischia di farsi buttare fuori tentando di rifilare una gomitata gratuita ad un avversario, per fortuna senza colpirlo. Fa un bel gol ma si ritiene evidentemente troppo offeso per regalare ai suoi compagni, al suo mister, e ai suoi connazionali, un cenno d'esultanza. No, lui deve mandare affanculo tutti, ditino alzato, non si capisce bene se solo il pubblico che l'ha fischiato al suo ingresso in campo o anche Prandelli che l'aveva sostituito nelle precedenti partite e non l'ha fatto partire titolare ieri. Non lo sapremo mai, perché Bonucci accorre a bloccarlo e a tappargli la bocca. Bel gol, ma Balotelli è quel tipo di giocatore che devi aspettare dieci partite irritanti per un gol del genere, inoltre rischiando ogni minuto che si faccia buttare fuori. Gioca e sembra che ti fa un favore; segna e fa l'offeso perché è partito dalla panchina (avendo giocato male le altre due gare). No, preferisco un giocatore più scarso ma con più voglia di indossare la maglia azzurra. A prescindere dalle qualità tecniche, non è una buona scelta affidarsi a lui in un torneo di sole 3-4, al massimo 6 partite in un mese. Il guaio è che a Balotelli se ne fanno passare troppe, e sappiamo perché: perché è bravo, è di colore, e nessuno vuole correre il rischio di passare per razzista. Ma così non si fa certo il suo bene.

PAGELLE: Buffon 7 Abate 6 Barzagli 6 Chiellini 6 Balzaretti 7 Marchisio 6,5 Pirlo 5 De Rossi 6,5 Motta 5 Cassano 6,5 Di Natale 6,5; Bonucci 6 Diamanti 6 Balotelli 6 (-1 per il comportamento); Prandelli 6

Friday, June 15, 2012

Prandelli persevera negli errori e il "biscotto" torna ad essere scandaloso

Continuare testardamente a sbagliare coppia d'attacco è la maledizione di ogni ct azzurro e Prandelli non sfugge alla regola. E così può capitare che una vittoria tranquillamente a portata, viste le comiche della difesa croata nel primo tempo (con i difensori che svirgolano i rinvii e si scontrano tra di loro), possa sfuggire. Non bisogna farsi illusioni, la nostra squadra è piuttosto scarsa. Solo il centrocampo, quando De Rossi è schierato con Marchisio e Pirlo, è sul livello delle nazionali più forti. Come ha dimostrato il colossale errore di Chiellini ieri, in teoria il nostro miglior difensore, e la leggerezza, direi l'evanescenza, degli attaccanti, gli altri reparti sono molto modesti.

Per questo bisognava per lo meno adottare qualche furbizia in più. Ripeto: Balotelli non ha la testa, talmente pieno di sé che gioca con sufficienza e continua ad addormentarsi su palle decisive. Cassano ha lo spunto ma non ha nelle gambe (e non può averla) la brillantezza che servirebbe a questi livelli. Ormai sono due partite che gioca solo mezz'ora, poi scompare, eppure Prandelli lo toglie solo all'80esimo. Semmai, bisognerebbe sfruttare la sua mezz'ora a fine partita, non dall'inizio. Per non parlare di Giaccherini, generoso ma fuori ruolo, quindi sempre in affanno in difesa e quasi nullo in attacco; e di Motta, cui in quella posizione andrebbe preferito Nocerino.

Con attaccanti più incisivi in campo avremmo probabilmente chiuso la pratica nel primo tempo, quando abbiamo espresso un buon gioco, esercitato pressione, e mandato in bambola la difesa croata. Forse sarebbe stato sufficiente inserire Di Natale a inizio ripresa, per sfruttare il contropiede. Invece Prandelli ha aspettato troppo e un minuto dopo il suo ingresso i croati hanno pareggiato e la partita si è complicata.

Adesso invece di ripensare agli errori, parleremo di "biscotto" per una settimana, facendo l'errore di considerare già vinta, una pura formalità, la partita con l'Irlanda (attenzione all'orgoglio ferito). Con incredibile faccia tosta Buffon si è già "switchato" in modalità indignato preventivo. Solo un paio di settimane fa diceva che in fondo non c'è niente di male che due squadre si facciano i loro conti, se a entrambe conviene il pareggio. Oggi torna ad essere scandaloso, un 2-2 sarebbe «etichetta di antisportività», da far «ridere l'Europa e il mondo». Complimenti per la coerenza.

Comunque per farsi un'idea delle probabilità di "biscotto" (o "galleta"?) tra Spagna e Croazia bisognerà tener d'occhio le quote dei bookmakers su pareggio, over 3,5, e risultato esatto 2:2. Al momento in cui scriviamo in effetti il pareggio è bassino: 2,50-2,60, considerando che la vittoria della Croazia è data tra 7 e 8. Non si vede poi perché se sospettiamo di spagnoli e croati, loro non dovrebbero sospettare della "rassegnazione" irlandese contro di noi, non avendo più nulla da perdere né da vincere, ed essendoci in panchina un allenatore italiano.

In serata Del Bosque, che stavolta schiera dall'inizio una punta di ruolo, e Torres, che ritrova improvvisamente gol e cinismo davanti alla porta, dovrebbero farci capire quanto siamo stati fortunati contro la Spagna: un punto regalato.

Ultima nota sempre sulla Rai: ancora un attorucolo a commentare nell'intervallo; ancora un'intervista in ginocchio ad Abete; telecronaca infantile. Non se ne può davvero più. Chiudetela.

PAGELLE: Buffon 6 Bonucci 6 DeRossi 6,5 Chiellini 5 Maggio 5 Marchisio 6,5 Pirlo 6,5 Motta 5 Giaccherini 5,5 Cassano 5 Balotelli 5,5; Di Natale ng Giovinco ng Montolivo 6; Prandelli 4

Wednesday, June 13, 2012

Italia nel mirino anche perché Monti ha deluso mercati

Il governo sembra aver sottovalutato gli effetti recessivi degli aumenti delle tasse, probabilmente nella speranza che nel frattempo un'attenuazione della pressione dei mercati sul debito pubblico, per effetto delle azioni intraprese in sede europea, favorisse un alleggerimento della stretta creditizia, così da far respirare l'economia reale. Fatto sta che lo spread viaggia ancora abbondantemente al di sopra dei 400 punti, quota nel medio-lungo termine insostenibile, perché richiederebbe sforzi immani, e ulteriormente recessivi, per proseguire nel consolidamento di bilancio.
(...)
I dati Istat del Pil nel I trimestre 2012 (-0,8% rispetto al trimestre precedente e -1,4% su base annua) spostano le stime governative contenute nel Def (calo del Pil dell'1,2% nel 2012 e +0,5% nel 2013)  nel campo dell'ottimismo. Le previsioni di Citigroup sono ancora peggiori: -2,4% nel 2012 e -2% nel 2013 (in teoria l'anno della ripresina).
(...)
Affrontata l'emergenza di novembre-dicembre aumentando le tasse, nei mesi successivi il governo non è stato in grado, o non ha voluto, avviare un piano pluriennale per l'inversione di rotta, non solo il mero contenimento, della finanza pubblica, né ha messo in cantiere riforme strutturali incisive. Ancora niente tagli alla spesa (l'obiettivo di risparmio della spending review è molto modesto: non più di 4-5 miliardi, lo 0,57% della spesa corrente); nessun programma di dismissioni (anche Snam, separata da Eni, verrà venduta ad un altro ente dello stato, la Cdp); riforme parziali e insufficienti. I mercati e i media di riferimento del business internazionale se ne sono accorti e la delusione rispetto alle enormi, esagerate aspettative generate dalla nomina di Monti si sta rapidamente diffondendo.

Dopo il Financial Times, anche il Wall Street Journal si è accorto che il premier non è in grado di portare avanti le riforme promesse. «La nomina di Monti aveva aiutato a restaurare la fiducia nell'Italia. Ma ora il paese è in profonda recessione e lo slancio riformatore sta svanendo. Riformare l'Italia potrebbe semplicemente essere troppo per un solo uomo, anche se questo uomo si chiama Monti». Il Wsj ricorda come la ricetta per curare la cronica scarsa crescita italiana l'aveva indicata un anno fa Mario Draghi: tagliare la spesa pubblica, così come le tasse sul lavoro e l'impresa. E migliorare la produttività riformando la giustizia civile, il sistema educativo e il mercato dei servizi, mentre la riforma del mercato del lavoro doveva servire a favorire l'occupazione e la crescita dimensionale delle imprese. Dopo un anno (di cui 7 mesi di governo tecnico), poco o nulla è stato fatto. Il Wsj si sofferma sulla riforma del lavoro, un «passo chiave», che però è stata «annacquata»: in alcuni casi i giudici hanno ancora l'ultima parola sui licenziamenti per motivi economici. E molto ancora potrebbe essere fatto, come osserva il Fmi, decentrando più di quanto fatto finora la contrattazione collettiva.

Il risanamento, osserva ancora il Wsj, si è basato sull'aumento delle tasse più che sui tagli alla spesa e «una profonda recessione - avverte - riaccenderà i timori per la sostenibilità del debito». «Monti - conclude il quotidiano - deve usare il suo restante capitale politico per rinvigorire immediatamente il suo programma di riforme, piuttosto che aspettare che la sua mano sia forzata da un'altra crisi». Insomma, il bluff dell'Italia è definitivamente smascherato. Il premier che se la prende con i "poteri forti" di cui aveva persino negato l'esistenza, i decreti che non escono, l'ostruzionismo della Ragioneria dello stato, lo scontro nell'esecutivo tra chi vorrebbe qualche euro in più per la crescita e chi si erge a custode del rigore, il ministro Fornero intimidito sulla questione "esodati". Un film già visto, quello della progressiva paralisi del governo Berlusconi, che ha contribuito non poco alla sfiducia dei mercati finanziari.

Ma quel che è peggio è che non si può dire che l'opera riformatrice di Monti si sia scontrata più di tanto con le resistenze dei partiti. Il premier non ci ha nemmeno provato, non ha forzato la mano neanche quando avrebbe avuto la forza politica per imporre i tagli e le riforme più radicali. Tutto è stato smontato e annacquato ancor prima di arrivare in Parlamento. Semplicemente perché la sua strategia era, ed è, un'altra: salvare l'apparato statale più o meno così com'è, correggendo il minimo indispensabile con la riforma delle pensioni e la patrimoniale immobiliare e poi risolvendo la crisi in Europa, con la stessa operazione di Ciampi-Prodi, cioè convincendo i tedeschi a fidarsi.
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Tuesday, June 12, 2012

La giornata: ordinaria paura sui mercati, ordinario scaricabarile in Italia

Giorno di ordinaria paura sui mercati. Alla fine perdite in Borsa contenute, ma declassamenti per 18 banche iberiche, minacciate le triple-A d'Europa e spread ai massimi (quello italiano che torna in prossimità dei 500 punti). Con la Bce che rileva il rischio dell'aggravarsi della crisi dei debiti sovrani dell'Eurozona.

Monti risponde per le rime al ministro delle Finanze austriaco che aveva accennato all'eventualità di aiuti anche all'Italia (smentita arrivata dall'Eurogruppo). Per il momento il direttore di Fitch rassicura: «Improbabile», l'Italia non ha gli stessi problemi della Spagna. Però un problema ce l'ha: l'eccessivo debito pubblico, che senza crescita non si ripaga, ed è quindi complicato rifinanziare a questi tassi. In serata il premier ha convocato Alfano, Bersani e Casini per un vertice sulla crisi. Ma non sembrano i partiti il problema, non in questa fase, quanto il governo stesso, incapace di produrre alcun rilevante cambiamento di politica fiscale.

E intanto riparte lo sport nazionale preferito, scaricare sugli altri le colpe della situazione: sugli avidi speculatori (c'è addirittura qualcuno che vede negli articoli di Wall Street Journal e New York Times «le impronte digitali di un delitto in pieno svolgimento»: complotto!); e ovviamente sui tedeschi, colpevoli di non voler accollarsi i debiti contratti per varie ragioni da altri Paesi. Ma non ci hanno ordinato loro di avere spesa pubblica record, pressione fiscale record e record di intrusione normativa nell'attività economica.

Scade nello scaricabarile nazionale e, senza accorgersene, nell'autoparodia persino il Sole24Ore, che titola "Schnell Frau Merkel" (versione tedesca del "Fate presto", tra l'altro non più reiterato nei confronti del governo tecnico). Una sorta di "piove, governo ladro". Insomma, roba che può scalare la classifica degli argomenti "trendy" di twitter, ma non esattamente una fine analisi, non degna del Sole24Ore. Niente, invece, per "Monsieur Hollande", che vuole abbassare l'età di pensionamento.

La cancelliera Merkel però non cede e continua a rilanciare sia sull'unione fiscale (la discussione sugli Eurobond «ci porta assolutamente fuori strada»), sia sull'unione bancaria, e a ritenere «sbagliato rispondere alla crisi con il semplice indebitamento». Magari sull'unione fiscale i tedeschi bluffano, ma chi è in buona fede dovrebbe andare a vedere le carte, mentre chi chiede di condividere il debito senza prima una vera unione fiscale è palesemente in malafede. Certo che abbassare l'età di pensionamento a 60 anni, come si accinge a fare Hollande, è una politica manifestamente incompatibile, opposta all'unione fiscale. Come si fa a pretendere di condividere il debito se poi si procede autonomamente a concedere ai propri cittadini privilegi di spesa sociale che altri nell'Eurozona non hanno mai avuto o hanno di recente abbandonato?

Monday, June 11, 2012

Italia, c'è poco da entusiasmarsi

Ieri con la Spagna avremmo potuto assistere a due tipi di partita: gli spagnoli avrebbero potuto dilagare contro l'Italia mediocre e distratta vista contro la Russia; oppure incepparsi al cospetto della diga azzurra, ricadendo nel loro antico difetto: possesso palla sì, ma inconcludente. E così è stato.

Se ci siamo salvati facendo nel complesso una discreta figura (rischiando di perdere sul finale ma anche di vincere) lo dobbiamo sostanzialmente al killer-instinct di Di Natale (che dura da quanti mesi?), subentrato ad un irritante Balotelli, e a Del Bosque, che nel primo tempo manda in campo una squadra senza punte, e nel secondo, quando i suoi sembravano aver recuperato l'incisività dei giorni migliori, pensava bene di togliere l'autore del pareggio Fabregas e affidare i frutti del ritrovato bel gioco ai piedi di Torres, in grado di sprecare malamente tre limpide occasioni solo davanti a Buffon.

L'Italia ha avuto il merito di giocarsela con le motivazioni e la concentrazione di una finale (saranno le stesse contro Croazia e Irlanda?), schierando tutti i suoi uomini nel proprio centrocampo in fase di possesso palla degli spagnoli e rispondendo colpo su colpo in contropiede, ma questo non assolve Prandelli dai suoi errori e non deve farci illudere sulle qualità di fondo dei nostri.

Prandelli sbaglia l'attacco titolare, rimedia solo quando non può farne proprio a meno, dopo l'ennesimo scempio di Balotelli, ma lasciando comunque per troppo tempo in campo Cassano; sbaglia Giaccherini sulla fascia sinistra, il tipo di partita a cui è stato costretto (generoso, ma nullo in fase offensiva e quasi disastroso dietro) dimostra che da quelle parti erano più adatti Ogbonna o Balzaretti; sbaglia Motta (che non meritava nemmeno la convocazione, ma questo è un altro discorso). Balotelli non ha la testa per giocare una competizione simile. Le qualità del ragazzo si riescono a sfruttare a mala pena nell'arco di un campionato, figuriamoci in un torneo dove sono decisive 3 partite in 10 giorni. Presuntuoso, nervoso, irritante. Cassano ha giocato una mezz'ora di troppo rispetto ai minuti che ha nelle gambe. La lunga inattività si sente e pesa. Sarebbe più furbo sfruttare la sua capacità di incidere partendo dalla panchina, l'ultima mezz'ora quando gli avversari sono più stanchi. Di Natale e Giovinco (o Borini) - questi sono quelli a disposizione, inutile ormai discutere le convocazioni - sono gli attaccanti più indicati da schierare dall'inizio, con Cassano e Balotelli pronti a subentrare. Ma penso che Prandelli persevererà nell'errore, confermando Cassano-Balotelli dall'inizio anche con la Croazia.

Fase difensiva. Non deve ingannare la buona prestazione di De Rossi centrale. Come in Roma-Juventus di quest'anno (l'1-1 all'Olimpico, ovviamente), formidabile diga quando la squadra è compatta, quando difende con tutti gli uomini nella propria metà campo in fase di possesso degli avversari. Appena le squadre si cominciano ad allungare, mostra tutti i suoi limiti - di posizione e tempismo. Abbiamo concesso praterie agli inserimenti spagnoli e rischiato moltissimo. Mi chiedo: anche contro Croazia e Irlanda potremo permetterci di rintanarci nella nostra metà campo e ripartire in contropiede come abbiamo fatto ieri con i campioni del possesso palla? Probabile che lo schema delle partite con Croazia e Irlanda sarà diverso: saranno loro ad aspettare noi, più simile quindi alla disastrosa amichevole contro la Russia. Allora De Rossi non basterà a salvarci, come dimostrano le sue prestazioni da centrale nella Roma di quest'anno, deludenti tranne solo la prima. De Rossi centrale di difesa oscura Pirlo? Non direi che la prova piuttosto opaca di Pirlo, tranne lo splendido assist, si spieghi in questo modo. Pirlo non si discute, ma secondo me non era in giornata: dall'inizio ha sbagliato qualche pallone di troppo e non è certo stato facilitato dalla concitazione della fase difensiva e dalla velocità degli scambi degli spagnoli.

Ultima nota sulla Rai, penosa come sempre: Massimo Ghini e il ministro Gnudi commentatori nell'intervallo; intervista in ginocchio ad Abete; telecronista che sbaglia i nomi degli spagnoli; intervista muta di Prandelli. Girato canale appena finita la partita. Rai non da privatizzare, da chiudere proprio.

PAGELLE: Buffon 7 Bonucci 5,5, De Rossi 6 Chiellini 6 Maggio 5,5 Motta 5 Pirlo 6 Marchisio 6 Giaccherini 5 Cassano 5 Balotelli 4; Di Natale 7 Giovinco 6,5 Nocerino ng; Prandelli 5

Wednesday, May 09, 2012

La giornata: spread a 400 ma ormai assuefatti e Monti ricorda che siamo il Paese delle millederoghe

Grecia e Spagna allarmano i mercati e spread oltre 400 (ha toccato i 425 punti), ma ormai ci siamo assuefatti, non fa più notizia. Il fiscal compact non è ancora entrato in vigore e Monti in pieno italian style pensa già alle deroghe, mentre i partiti si preoccupano della legge elettorale e di Grillo. E' pacifico per tutti che la finestra delle riforme si è chiusa definitivamente con le amministrative e non rimane che chiedere un po' di soldi in Europa. Certo, per importanti investimenti. Come quelli con cui per mezzo secolo abbiamo cercato di risollevare il Mezzogiorno d'Italia.

Il governo spagnolo starebbe preparando una parziale nazionalizzazione di Bankia, il 45% massimo del capitale, mentre il premier greco incaricato, Tsipras, leader della sinistra comunista, prim'ancora di sapere se ha o no una maggioranza (probabilmente no) ha già fatto danni, spedendo una lettera al presidente dell'Ue Van Rompuy e al governatore della Bce Draghi in cui annuncia che gli «accordi presi dal precedente governo sull'austerity non sono più validi». Al che il ministro delle finanze tedesco Schaeuble non ha potuto che commentare: «Se la Grecia decide di uscire dall'euro, non possiamo costringerla». E se intendesse rinegoziare gli aiuti farebbe precipitare l'Eurozona in una «incertezza catastrofica». Insomma, proprio un bella torta di compleanno per l'Ue.

Intanto, continuano le mosse di posizionamento nel dibattito europeo su crescita e rigore alla luce dell'esito delle elezioni francesi. La cancelliera Merkel un giorno sì e l'altro pure fissa preventivamente i paletti ad Hollande: tutti i Paesi che hanno firmato il fiscal compact devono rispettarlo e «non esiste nessun conflitto tra crescita e misure di austerità». Insomma, non venite a dirmi che per rilanciare la crescita bisogna allentare il rigore.

Monti cerca di rafforzare il suo ruolo di mediatore. Da una parte rassicura la cancelliera tedesca, la quale «sa che non deve temere le proposte italiane» per il rilancio della crescita, perché non passeranno dallo «scardinamento» dei principi della disciplina di bilancio, ma birichino ipotizza che la stessa Merkel «da domenica è ancora più interessata a trovare vie di crescita che non scardinino quei principi». Come dire, concedi qualcosa se no ti toccano le richieste "scardinanti" di Hollande.

Dall'altra, il premier italiano propone alcune deroghe al fiscal compact, cioè di esentare una parte della spesa per gli investimenti dai vincoli di bilancio. Certo, chiedere di esentare tutta la spesa per investimenti sarebbe «troppo audace», ma concordare in sede europea «cosa ammettere come investimento positivo e cosa no», con «criteri di misurazione rigidi» - per esempio si potrebbero scontare dai vincoli «gli investimenti per la broad band e l'agenda digitale per i prossimi tre anni» - non sarebbe «niente di elusivo», l'impatto sarebbe «minimo». L'Italia ne sta parlando «in questi giorni» con i partner europei. «Se un Paese ha un rapporto debito/Pil al 120%, è questa l'unica cosa che conta o conta anche cosa ha fatto quel governo negli anni con i soldi che si è fatto prestare? Io - è il ragionamento del premier - sarei contento di vivere in un Paese che ha usato il debito per finanziare infrastrutture, piuttosto che diperdere quel denaro nel consumo pubblico».Ma Monti scarica sull'Ue anche la questione dei debiti della PA nei confronti delle imprese, chiedendo che anche queste spese vengano scontate dai vincoli di bilancio. Non si tratta in questo caso però di mero «consumo pubblico»?
Una risposta indiretta sia a Hollande che a Monti arriva da Schaeuble, secondo cui «è sbagliato pensare che le politiche per la crescita abbiano bisogno di soldi».

Dopo la meschina battuta di ieri il professore oggi ha cercato di rimediare e dai governi che dovevano «riflettere» sulle «conseguenze umane» della crisi che hanno provocato, si passa ad un fin troppo generoso «il governo precedente e i suoi predecessori hanno fatto significative riforme strutturali e noi le stiamo doverosamente intensificando».

Monday, April 16, 2012

La giornata: ABC delirano e Monti prepara i suoi ennesimi bluff su fisco e sviluppo

Lavitola, Formigoni e ancora Lega, questi i nomi dei tre cicloni giudiziari che imperversano su giornali e siti internet. Ma qui ci interessa altro:

Piazza affari che consolida... le perdite dei giorni scorsi, lo spread sull'orlo dei 400, sulla scia di quello spagnolo, e i cds da record;

I PARTITI che difendono con le unghie e con i denti il loro tesoretto da 2,7 miliardi in vent'anni contro l'ondata di antipolitica cavalcata da Grillo:
«Cancellare del tutto i finanziamenti pubblici, drasticamente tagliati dalle manovre finanziarie del 2010-2011, sarebbe un errore drammatico, che metterebbe la politica completamente nelle mani di lobbies, centri di potere e di interesse particolare».
E' quanto si legge nella relazione che accompagna la pdl di ABC sulla trasparenza e il controllo dei bilanci dei partiti. Una spudoratezza ormai oltre ogni limite;

MONTI che 1) rimanda a mercoledì la presentazione del Def con le stime aggiornate dei conti pubblici (spera ancora di limare la previsione del Pil e di trovare un "tesoretto" per non spaventare troppo Bruxelles);

2) difende la sua pessima riforma del lavoro: il ddl è «più ampio ed incisivo» di quello annunciato a novembre. Le misure avrebbero dovuto riguardare solo i nuovi assunti, e a titolo sperimentale, - ricorda il premier - mentre nel nuovo testo «l'intervento è esteso a tutti i lavoratori ed è inserito a titolo definitivo». Meglio una vera cancellazione del reintegro limitata ai nuovi assunti piuttosto che il pastrocchio attuale: sarebbe rimasto il dualismo (che rimarrà comunque), ma almeno avrebbe favorito le assunzioni. Ma al di là della preoccupazione che non appaia come un nuovo cedimento, l'apertura del governo alle richieste delle imprese e del Pdl sulla flessibilità in entrata è più che concreta;

3) sta per varare una delega fiscale tutt'altro che ambiziosa (e i cui decreti attuativi probabilmente non vedranno mai la luce);

4) sta preparando con i suoi ministri economici l'ennesimo pacchetto sviluppo da discutere al vertice di domani sera con ABC, quando il vero pacchetto sviluppo dovrebbe essere il combinato disposto spending review-delega fiscale. In totale continuità con i governi precedenti, anche Monti e i suoi ministri s'illudono di cavarsela con tre-quattro «ideine», come le chiama Bersani, roba marginale, magari sperperando altro denaro pubblico, mentre tutti ormai dovrebbero aver compreso che l'unico vero shock in grado di contrastare la recessione è un abbattimento, graduale ma cospicuo, della spesa corrente per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Qualsiasi "pacchetto" che eludesse questo punto sarebbe poco più che un'arma di distrazione di massa. Nulla di concreto insomma, per il governo più che altro un modo per attenuare il pressing della stampa e di Confindustria e le fibrillazioni dei partiti, tutti additati come i colpevoli della caduta d'immagine del governo all'esterno.

LUNA DI MIELE OFF - L'editoriale di Alesina-Giavazzi - in cui si avverte che proprio la spending review è la «sola carta rimasta da giocare» - e la «resa» ai sindacati e alla sinistra sull'articolo 18 vengono usati ora anche da Reuters per spiegare che Monti «ha perso la sua brillantezza», ha perso il suo "momentum". Tutti sembrano improvvisamente scoprire che «le aspettative non erano realistiche» (ma va?); che a parte le pensioni, su tutti gli altri fronti, dalle liberalizzazioni al mercato del lavoro, tutto è rimasto sostanzialmente invariato; che molto modesti sono i suoi progressi nell'attuare i consigli della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue. E che ora il professore della Bocconi sta pagando con gli interessi le lodi eccessive delle prime settimane.

CONTINUITA' - Per Di Vico «il governo ha sicuramente commesso degli errori», ma si chiede se vi sia «qualcuno che in piena onestà intellettuale possa tentare un confronto con le performance dei precedenti esecutivi». Ebbene sì, la continuità con i governi precedenti, con la via al risanamento attraverso l'aumento della pressione fiscale per salvare non l'Italia o gli italiani, ma il baraccone-Stato, è talmente smaccata da essere esasperante.

Non c'è «l'ideona» per la crescita, ma la fantasia sul fronte fiscale è fervida, non passa giorno senza un nuovo balzello. Scongiurata in extremis l'ultima beffa, l'Irpef sulle borse di studio, il Pdl ha incassato il successo della rateizzazione dell'Imu sulla prima casa e si prepara a incassarne uno analogo sulla flessibilità in entrata.

DELEGA FISCALE - Nel presentare il Salva-Italia il premier aveva giustificato il ricorso quasi esclusivo all'aumento della tassazione con la necessità di agire in tempi ristretti, ma assicurato che sarebbero stati i tagli alla spesa in futuro a garantire il risanamento dei conti e una sensibile riduzione del cuneo fiscale. Lo sgravio, pur minimo, dell'Irap e l'introduzione dell'"Ace" furono inseriti nel decreto espressamente come primi segnali della direzione verso cui intendeva muoversi il governo. Così come l'aggravio delle imposte indirette e patrimoniali sarebbe stato compensato da un alleggerimento di quelle dirette. Ebbene, la delega fiscale che il Cdm varerà questa sera e di cui mentre scrivo sono note alcune anticipazioni delude nuovamente tali aspettative.

Niente tagli alle tasse, né dell'Irpef né dell'Irap. Al massimo qualche sgravio dagli introiti della lotta all'evasione, ma il dibattito in seno al governo su come utilizzarli è ancora aperto, e potrebbero anche essere destinati almeno in parte a tappare nuovi buchi o a finanziarie nuove spese, per lo sviluppo s'intende. Dovrebbe essere a saldo invariato, ma la riforma del catasto è roba da far tremare i polsi e non manca l'ennesima tassa che rischia di far schizzare ancora più in alto il prezzo dei carburanti: la cosiddetta "carbon tax". Su tutto l'incertezza dei tempi: nove mesi dall'approvazione della delega per adottare i decreti attuativi, il che significa che li vedremo appena sotto le elezioni del 2013. Chi ci scommette?

Friday, April 13, 2012

La giornata: crolla la produzione industriale e Monti sa solo aumentare le tasse

Ennesimo venerdì nero. Piazza affari perde un altro 3,43% e la tensione sulla Spagna è altissima: cds ai massimi (500 punti) e rendimenti al 6%. Il nostro spread è tornato nella scia di quello spagnolo e segue a 385 punti. L'economia mondiale volge al peggio, a indicarlo è il Pil cinese, che nel I trimestre 2012 è cresciuto "solo" dell'8,1% rispetto allo stesso periodo del 2011. Magari crescessimo noi a quel ritmo, peccato che per la Cina è un vistoso rallentamento (il livello più basso dal 7,9% del II trimestre 2009), dovuto soprattutto al calo della domanda internazionale.

Ma non sono neppure le peggiori notizie della giornata. La nostra produzione industriale infatti continua la sua caduta verticale (si è contratta di oltre 1/5 dall'aprile 2008). Il dato Istat di febbraio è un -0,7% rispetto a gennaio (-6,8% su base annua), il peggior dato dal novembre 2009, quando la produzione segnò un calo del 9,3%. Tutto questo potrebbe significare che stiamo entrando in una recessione molto simile, in termini di Pil, a quella del 2008-2009, con la differenza che questa volta viene dall'Eurozona.

In questo scenario, non c'è proprio modo in cui l'Italia possa immaginare di raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, e onorare gli impegni di rientro dal debito previsti dal fiscal compact, senza tagliare in profondità la spesa pubblica e abbattere in modo diretto lo stock del debito pubblico.

Eppure il governo Monti pensa a tutt'altro: approva una riforma della Protezione civile (bene), che chiama «strutturale» non si sa su quali basi, reperendo risorse da un ulteriore aumento delle accise sulla benzina: 5 centesimi. Il fatto stesso che per un'attività - questa sì fondamentale - di cui deve occuparsi uno Stato, cioè la difesa e il soccorso dei suoi cittadini colpiti da catastrofi naturali, non bastano le tasse che già paghiamo (il 45% del Pil) ma bisogna aggiungerne di ulteriori, è la dimostrazione che la spesa pubblica è letteralmente impazzita. Come può nell'enorme montagna di spese statali non rientrarci la Protezione civile? Dov'è che buttiamo tutti quei soldi?

Invece di chiederselo, il presidente della Repubblica non trova di meglio che prendersela con evasori e speculatori, per tutti gli statalisti le vere e proprie streghe di questa crisi da basso impero, e scherzare con Monti su chi tra i due è «volontario» e chi «riservista» della Repubblica.

Incalzato dalla recessione e dalla paura del "contagio spagnolo", il premier Monti è anche sempre più nella morsa dei partiti. Per martedì prossimo è fissato un nuovo vertice con ABC sulla crescita, dove con ogni probabilità sarà costretto a riaprire il testo della riforma del lavoro, almeno al capitolo flessibilità in entrata. La pressione da parte del Pdl infatti aumenta. Ormai Monti dopo aver ceduto a Pd e Cgil sull'articolo 18 non riesce più a tenere il punto su nulla. Il partito di Alfano è attivissimo anche sul fronte fiscale: chiede che il pagamento dell'Imu in tre rate (soluzione che a dire dell'Anci sarebbe «devastante») e la sua abolizione nel 2013. Bersani non è certo rimasto a guardare il ritrovato protagonismo del Pdl e sta sul pezzo: anche il Pd ha delle «correzioni» da proporre sulla riforma del lavoro; e «alleggerire» l'Imu è possibile, basta «compensarla con una tassa personale sui grandi patrimoni immobiliari». Tagliare la spesa proprio no eh?!

Altro giro altra corsa per Monti, che appare sempre meno in grado di riprendere il cammino delle riforme. La lettera della Bce di agosto e gli impegni assunti con l'Ue restano per lo più inattuati. Il contesto economico peggiora, così come quello interno, e l'intervento del Fmi è tutt'altro che scongiurato.

Nel frattempo il "partito Grecia" oggi è sceso in piazza contro la riforma delle pensioni e sindacati e Pd attaccano sul caos esodati, chiedendo le dimissioni del presidente dell'Inps. A questo punto, forse, alla Fornero sarebbe convenuto indire un censimento telefonico, mettendo a disposizione un numero verde: "Siete tra gli esodati? Chiamateci!".

Wednesday, April 11, 2012

La giornata: anche il sobrio Monti s'innervosisce; Pdl redivivo su lavoro, fisco e debito

SOLE TRA I MONTI - Dopo il tonfo di ieri quello di oggi è poco più di un rimbalzo per Piazza affari (+1,6%) e per i nostri titoli decennali (385 lo spread). Sui giornali è ripartita la caccia agli speculatori, purtroppo anche dalle pagine del Sole24Ore. Sul principale quotidiano economico del nostro Paese, organo di Confindustria, tocca leggere una inutile difesa d'ufficio di Monti, il quale non dovrebbe prendersela se per il WSJ non è una Thatcher, «come se il paragone fosse un complimento», ironizza l'autore dell'articolo. Per il quotidiano del "Fate presto" ora "La scommessa è sul lungo periodo". Vabbè.

CATTIVA AUSTERITA' - Si dà la colpa all'austerity, che aggrava la recessione nei Paesi eurodeboli e li allontana dagli obiettivi di bilancio. Vero, ma di che tipo di austerity si tratta? L'approccio austerità più riforme per la crescita è l'unico per sperare di uscire dalla crisi. Il problema sono la finta, o "cattiva" austerità (più tasse anziché tagli alla spesa pubblica) e le finte riforme. Purtroppo è l'approccio - conclamato, dopo l'intervista di Giarda e la «resa» sull'articolo 18 - del governo italiano, e i mercati lo stanno sanzionando.

ASTA - Con le aste di oggi abbiamo purtroppo già incorporato nei rendimenti l'aumento dello spread. Anche se la domanda è risultata «sostenuta, come nelle attese», osserva Bankitalia, i titoli semestrali sono andati via con un rendimento al 2,84%, ai massimi da dicembre e il doppio dell'ultima asta (1,40%); i trimestrali all'1,25% rispetto allo 0,5% del collocamento dello scorso mese, oltre il doppio quindi, e per di più con bid-to-cover in calo dal 2,23 all'1,81%.

PIL E BANCHE - Le brutte notizie non finiscono qui. Il viceministro Grilli ha confermato che il governo è pronto a rivedere al ribasso le stime del Pil per il 2012 (da -0,4% a -1,3%, un punto percentuale in meno dopo solo un trimestre) e ha reso noto che per effetto dei prestiti della Bce nella pancia delle nostre banche sono finiti ulteriori 60 miliardi di titoli di Stato (dai 209 miliardi nel dicembre 2011 ai 267 di febbraio). Il che vuol dire che i loro portafogli sono ancora più gonfi di rischio sovrano, e potrebbe essere questo uno dei motivi delle perdite in Borsa, e che il calo dello spread nelle ultime settimane è principalmente dovuto ad acquisti "nostrani", e gli investitori esteri se ne stanno accorgendo.

STRESS MONTI - Monti se l'è dovuta rimangiare quella frase pronunciata in Asia - la crisi dell'Eurozona è «superata» - e alla nuova, inattesa impennata dei rendimenti, con l'esaurirsi della spinta riformatrice del governo, affiora un certo nervosismo anche nei tecnici, aumentano le assonanze con i politici. Il sobrio, il controllato Monti reagisce nello stesso modo che rimproveravano a Berlusconi: puntando l'indice verso gli altri Paesi - oggi il «contagio spagnolo» - e persino verso le critiche interne (delle imprese e dei suoi colleghi professori, i soliti Alesina e Giavazzi). Il tecnico per eccellenza, preso dallo sconforto per i dati economici, cede anche allo strumento politico per eccellenza, il vecchio caro retroscena, per far filtrare tutta la sua arrabbiatura nei confronti della Marcegaglia per le dichiarazioni sulla riforma del lavoro («very bad»). Ma è preoccupante che possa apparire verosimile, nonostante la competenza e l'intelligenza attribuite al professore della Bocconi, che Monti creda davvero che Wall Street Journal, Financial Times, e infine gli investitori, si siano tutti fatti influenzare dalle opinioni della Marcegaglia e non abbiano, piuttosto, bocciato loro stessi la pessima riforma del lavoro varata dal governo.

In giornata Palazzo Chigi ha smentito che in questi giorni il premier abbia commentato «direttamente o indirettamente» le cause che sarebbero all'origine della risalita dello spread, ma a confermare la versione dei retroscenisti è il ministro Passera, che a margine di un convegno sul digitale chiama in causa «Germania e Spagna», a cui si sarebbero aggiunti «i dati non buoni di Usa e Cina». Fatto sta che a Madrid si sono risentiti e Rajoy, pur senza nominare Monti, ha chiesto ai leader europei di «essere prudenti» nelle dichiarazioni sulle responsabilità della crisi. Non c'entrerebbe niente, invece, assicura il ministro, la riforma del lavoro.

PDL REDIVIVO - Riforma che questa mattina ha iniziato il suo iter in commissione al Senato. Il ministro Fornero ha spiegato che «non è un testo definitivo, si possono fare dei cambiamenti per migliorare l'equilibrio nel suo complesso, senza però arretramenti», ha avvertito. Il Pdl però offre una sponda alle imprese chiedendo una «profonda revisione» del ddl. Parole che suonano come un vero e proprio stop. Nel mirino la troppa rigidità reintrodotta nei contratti di ingresso nel mercato del lavoro. Domani seguirà un incontro con gli imprenditori prima di definire gli emendamenti. Pdl attivo anche sul fronte del debito, con la richiesta di dismettere asset pubblici non strategici, immobiliari e non, e fiscale, con gli emendamenti per l'Imu rateizzabile e una tantum e per evitare l'aumento dell'Iva di due punti, previsto per ottobre. Buona fortuna.

ORA VENDOLA - Infine, si allarga il fronte giudiziario: dopo Bossi, ecco Vendola indagato a Bari, per abuso d'ufficio nella nomina di un primario. Sarà un caso che la magistratura sta decapitando i vertici delle uniche opposizioni a Monti e alla "Grande Coalizione"?

I mercati bocciano i "compiti a casa" di Monti

E' il primo "Black Tuesday" dell'era Monti: Piazza Affari ha lasciato sul terreno il 5% (maglia nera in Europa) e lo spread ha superato i 400 punti per la prima volta dall'inizio di febbraio. Da giorni lo spread era tornato a schizzare in alto, ma non ad occupare le aperture dei tg e delle pagine online dei grandi quotidiani. Con Berlusconi al governo, ogni punto in più bastava a provocare una nuova e sempre più alta fiammata dello psicodramma nazionale, mentre ogni punto in meno non veniva nemmeno rilevato; con Monti ogni punto in meno giustifica squilli di trombe, mentre le risalite vengono taciute finché è possibile, altrimenti, come in questo caso, parte la caccia alle variabili esogene.

Ma come per Berlusconi, anche per Monti è innegabile che siano anche fattori endogeni a non consentirci di sganciarci una volta per tutte dalla prima linea della crisi dell'Eurozona. Ieri fu la bocciatura della manovra di luglio dell'ex ministro Tremonti da parte dei mercati a innescare l'inarrestabile ascesa dello spread; oggi è l'annacquamento della riforma del lavoro a denotare, ancora una volta, l'impossibilità di realizzare vere riforme nel nostro Paese, quindi la scarsa credibilità del sistema Italia.

Come se non bastasse, il sottosegretario Giarda e il viceministro Grilli confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica - la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse - né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni.

Se la primavera del 2013 è l'orizzonte politico su cui può contare Monti, la sensazione è che i mercati siano molto più impazienti. Mesi, se non settimane, per dimostrare che l'Italia è capace di riformare se stessa. L'autorevolezza di Monti e gli aiuti della Bce ci hanno fatto guadagnare tempo prezioso, ci hanno fatto arrivare ai supplementari, ma adesso stanno scadendo anche quelli e il pareggio non è un opzione.
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Tuesday, April 10, 2012

La giornata: martedì nero, mercati scoprono il bluff-Italia

Per tutto il giorno la Borsa perde e lo spread sale, ma i quotidiani online chiacchierano soprattutto di Lega e di cosa dovrebbe o non dovrebbe fare una tale Rosi Mauro. Fino alla fiammata finale: Piazza affari che cede il 5% e lo spread che supera i 400 punti (404, per la precisione). E' il primo martedì nero di Monti e ci hanno provato in tutti i modi a dare la colpa a fattori "esogeni" - che senz'altro hanno avuto un peso, come lo avevano sotto Berlusconi. Ieri era la crisi greca, oggi il «contagio spagnolo», i dati negativi sulla disoccupazione americana e le importazioni cinesi.

Sì sì tutto vero, ma certo la coincidenza con la «resa» del governo sulla riforma dell'articolo 18 è più che sospetta. Nelle scorse settimane lo spread Italia-Germania si era ridotto a tal punto da retrocedere, dopo molti mesi, sotto quello spagnolo, che nel frattempo aumentava. Mentre negli ultimi giorni, proprio in corrispondenza con la «resa», puntualmente registrata dalla stampa finanziaria estera, il nostro spread è tornato a inseguire quello spagnolo. Il Wall Street Journal continua a picchiare duro sulla riforma del lavoro, ritenendo «preoccupante» che Monti abbia finito per «annacquarla». E' una resa che denota la scarsa credibilità del sistema Italia e quindi quel clima di attesa positiva che si era creato su di noi per merito di Monti ha lasciato il posto nuovamente alla sfiducia. Insomma, forse i mercati hanno scoperto il bluff dell'Italia, stanno perdendo la pazienza, riconoscendo in Monti gli stessi difetti dei governi italiani di sempre: annunci, trionfalismi, e poi la tipica montagna che partorisce topolini.

Non solo i rendimenti sui titoli di Stato decennali che si riavvicinano al 6%. Anche le stime del Pil nel 2012, che il governo stesso si starebbe preparando a rivedere al ribasso (da -0,4/0,5% ad un -1,3/1,5%), addirittura di un punto percentuale dopo solo un trimestre, metterebbero a rischio l'obiettivo del pareggio di bilancio nel 2013. Come volevasi dimostrare, anche questi sacrifici - in assenza di tagli cospicui alla spesa, al debito, al perimetro dell'intermediazione statale nell'economia - rischiano di non servire a nulla, come nel '92-'93, ma prima del previsto.

Anzi, il sottosegretario Giarda, oggi su La Stampa, e il viceministro Grilli, la settimana scorsa in Commissione Bilancio, confermano che il governo non ha alcuna intenzione di tagliare la spesa pubblica – la spending review servirà solo a rendere sostenibile il livello attuale, non a tagliare spesa e tasse – né di abbattere lo stock del debito con le privatizzazioni. E' la prova definitiva che l'operazione Monti è il "salva-Stato", non il "salva-Italia": salvare lo Stato dalla bancarotta conservando intatto o quasi il suo potere di spesa, anche al costo di distruggere il tessuto produttivo e ridurre alla miseria i suoi cittadini.

E quando in prima pagina sul Financial Times si legge che la Francia «non riesce ad arrestare il suo declino industriale», «ha alti costi del lavoro e bassa innovazione», comprendiamo che il problema non è soltanto italiano, è europeo, e dovrebbe essere chiaro cosa intendesse Draghi quando dalle pagine del WSJ ha dato per «morto» il modello sociale europeo, mentre tutti (da Roma a Berlino, passando per Madrid e Parigi) hanno fatto finta di non capire.

Monday, March 05, 2012

Europa troppo all'italiana?

Anche su Notapolitica

E se i due SuperMario italiani, il premier Monti e il governatore della Bce Draghi, avessero messo nel sacco i tedeschi? E se invece che tedesca, da oggi l’Europa fosse un po’ più italiana e mediterranea? Siamo proprio sicuri che sarebbe un bene? Il dubbio s’insinua, visto che alla fine la sensazione è che i tedeschi abbiano scambiato aiuti subito a sostegno dei debiti sovrani in difficoltà (ESM e prestiti Bce, il cui effetto sugli spread si è già fatto apprezzare) per un patto di rigore fiscale dai meccanismi tutti da verificare, quindi dall’efficacia incerta, così come ancora incerta è la capacità dei Paesi periferici di completare i "compiti a casa", ossia azzerare il deficit, tagliare il debito e attuare riforme per la crescita.

Aver imposto l’introduzione dell’"equilibrio" di bilancio negli ordinamenti di 25 Paesi Ue, preferibilmente a livello costituzionale, è senz’altro un successo della politica europea di Berlino. Il fiscal compact prevede impegni onerosi per il rientro dai deficit e dai debiti nazionali dei Paesi eurodeboli, e sanzioni più stringenti, che scattano in modo quasi automatico. Ma presenta almeno due criticità. Una di carattere giuridico, l’estraneità del nuovo patto all’ordinamento dell’Ue: dal momento che Regno Unito e Repubblica Ceca hanno scelto di restarne fuori, non ha lo stesso valore giuridico del Trattato di Lisbona o di quello di Maastricht. L’altra di natura politica: l’interpretazione delle «circostanze eccezionali», per esempio una severa recessione, in presenza delle quali è consentito deviare dagli obiettivi di bilancio pattuiti. I governi di Spagna e Olanda, le cui stime del rapporto deficit/Pil nel 2012 sono peggiori delle aspettative, già si preparano a sfidare le nuove regole, rischiando di incrinare il patto appena firmato. A fronte di tali incertezze sul piano del rigore fiscale, la Bce ha già iniettato moneta sonante nel sistema bancario, con l’immediato effetto di calmierare i rendimenti sui titoli di Stato. Un calo della tensione che rischia di allentare la determinazione degli Stati nel perseguire le politiche di austerity e nell’implementare le riforme.

E’ con una leggera diversità di accenti, infatti, che la cancelliera tedesca Merkel e il premier italiano Monti hanno commentato la firma del fiscal compact venerdì scorso. Per Angela la situazione «resta fragile», «non siamo fuori dal tunnel» ed è «sbagliato dire che il quadro non è più allarmante». La crisi, insomma, «non è finita». Mentre per Mario, gongolante per il vistoso calo dello spread tra Btp e Bund, la crisi sembra «uscita di scena, speriamo per sempre».

Insomma, sembra proprio che la Bce abbia finito con l’agire di fatto da "prestatore di ultima istanza", come molti invocavano da tempo, e che i tedeschi abbiano dovuto ingoiare amaro. In due tranche, la prima da 489 miliardi e la seconda da 529 miliardi, la Bce ha immesso quasi 1.200 miliardi di euro di liquidità nel sistema bancario sotto forma di prestiti triennali ad un tasso agevolato dell’1%, cui hanno fatto ricorso circa 800 banche europee. A dispetto degli auspici e degli appelli un po’ ipocriti della classe politica e dei tecnici affinché i prestiti Bce venissero utilizzati dalle banche per allentare il credit crunch che affligge imprese e famiglie, le banche italiane e spagnole soprattutto li hanno usati per acquistare titoli di Stato di casa propria, e il repentino calo dello spread nei giorni immediatamente successivi le due operazioni sembra confermarlo. D’altra parte, a quel tasso, e con criteri così generosi sui collaterali (cioè i titoli che le banche offrono alla Bce come garanzia per assicurarsi i prestiti triennali), titoli di Stato che rendono fino al 5% rappresentano un investimento fin troppo facile. Si calcola che in minima parte (l’8%) i prestiti della Bce si trasformeranno in crediti alle imprese e alle famiglie. In gran parte serviranno a rifinanziare prestiti in scadenza con la stessa Bce (46%), a sostituire finanziamenti in scadenza sui mercati (13%), a rifinanziare le filiali nei Paesi periferici (11%) e, per oltre il 20%, direttamente ad acquistare titoli di Stato. E’ dunque Draghi, più che Monti, il Mario giusto con il quale congratularsi se lo spread tra Btp e Bund è sceso sotto quota 310, e quindi il rendimento sui nostri titoli decennali sotto il 5%.

L’operazione della Bce non ha però mancato di sollevare pesanti critiche da parte tedesca. La Merkel si è diplomaticamente limitata ad avvertire che quei prestiti non risolvono i problemi, servono solo a guadagnare tempo, anche se correndo il rischio di una bolla di liquidità. La Bundesbank è stata più dura. Sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung è comparsa una lettera indirizzata all’istituto di Francoforte nella quale il governatore della Banca centrale tedesca, Jens Weidmann, critica apertamente le politiche espansive della Bce, che ne mettono a rischio la credibilità, chiedendo a Draghi un ritorno a regole più rigorose sui collaterali. La stampa tedesca c’è andata giù ancor più pesante. La Sueddeutsche Zeitung ha accusato Draghi di comportarsi «da politico più che da custode della moneta unica» e con i suoi mille miliardi «a buon mercato» di rischiare una nuova «bolla finanziaria». L’ha definito l’Alan Greenspan europeo, il governatore della Fed accusato di aver contribuito con le sue politiche alla bolla immobiliare, esplosa nel 2008, da cui prese avvio la grande crisi finanziaria: si «copia» così il modello della Fed del «mago Alan Greenspan», che «pompò enormi dosi di denaro nel sistema americano», con la conseguenza del «collasso del sistema» e della perdita di milioni di posti di lavoro.

Anche il Financial Times non ha nascosto le sue perplessità: pochi giorni prima della seconda operazione ha messo in guardia dal rischio di «viziare» le banche, e subito dopo osservato che la liquidità «fornisce solo tre anni di anestesia su parti limitate dei fondi delle banche», non raggiungendo tuttavia l’obiettivo dichiarato di finanziare l’economia reale e senza una chiara "exit strategy": cosa succederà fra tre anni, quando i prestiti dovranno essere restituiti o rifinanziati? C’è il rischio concreto di aver gettato i semi per la prossima crisi. Anche perché, se Italia e Spagna dovessero fallire nei loro obiettivi di finanza pubblica e non riuscire a varare le riforme necessarie per rilanciare la crescita, l’operazione Bce non avrebbe fatto altro che aumentare il rischio sistemico, dal momento che le banche, soprattutto italiane e spagnole, si ritroverebbero nei loro bilanci stock ancora più corposi di Btp e Bonos tossici.

E’ l’immissione nel sistema di liquidità a basso costo della Bce, dunque – che ha indotto soprattutto le banche italiane e spagnole ad acquistare titoli di Stato domestici  – ad aver allentato la tensione sugli spread di Italia e Spagna, e non il ritorno della fiducia dei mercati, che restano i severi giudici di terzo grado dei debiti sovrani. Gli investitori esteri – nonostante la moral suasion di Monti alla City e a Wall Street – sembrano per ora restare alla finestra. Basta essere consapevoli che si tratta di una droga, di un anestetico, che serve a guadagnare tempo. Dire, come purtroppo sembra suggerire Monti, con la grande stampa ossequiosa al seguito, che la crisi è finita, che abbiamo fatto i "compiti a casa", e continuare con questa "bad austerity" fatta di pressione fiscale ai massimi, nessun massiccio taglio alla spesa pubblica corrente e nessun piano di dismissioni, significa scherzare col fuoco, proprio mentre il nostro sistema bancario sta incorporando ulteriore rischio sovrano.

Monday, February 20, 2012

Monti seguirà la rivoluzione spagnola?

Anche su Notapolitica

Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s'ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell'articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l'anomalia tutta italiana dell'articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell'export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell'attuale crisi del debito.

SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l'obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori "iper protetti" e "iper precari".

La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d'impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti "low cost", cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un'indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L'obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un'attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.

La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un'indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell'intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.

GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest'anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un'opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l'indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c'è solo la mancanza di un'alternativa al reintegro, ma soprattutto l'assenza di un tetto all'eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause.

Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all'anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l'assegno sociale di indigenza, a  carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E' stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l'aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.

ITALIA – Per l'Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.

L'impressione è che ormai l'articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l'esigenza politica del governo di riuscirci se non con l'accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell'obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l'introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.

Thursday, December 29, 2011

Un Berlusconi in loden

Autocompiacimento, supponenza e tanto tanto fumo

Anche su Notapolitica

La conferenza stampa di fine anno del premier Mario Monti non può aver deluso chi, non curandosi del clima di grande attesa alimentato dai giornali, si aspettava una lezione professorale piuttosto che impegni concreti. Così è stato. La lectio magistralis ha preso fin dalle prime battute il sopravvento sulla conferenza stampa, con i soliti momenti soporiferi e le preoccupanti amnesie su quel documento che non si trova ("dov'è quella cosa della Fornero?"). Recessivi erano persino l'abito grigio scelto da Monti e la scenografia marrone alle sue spalle, che nei primi piani ricordava lo sfondo di un ascensore ("A che piano scende?" - "Al meno uno, grazie").

Giornali e commentatori vari dovrebbero avere l'onestà intellettuale di ammetterlo: al netto della sobrietà accademica e dei toni british, è stata una conferenza stampa molto berlusconiana. Se il Cavaliere si affidava all'iperbole, il professore fa largo uso di understatement per dare sfogo ad un sarcasmo forse non colto pienamente ma davvero acido nei confronti dei giornalisti. Ha difeso con una supponenza ai limiti del disprezzo il proprio operato; si è arrampicato sugli spread per sostenere che il suo ingresso a Palazzo Chigi ha tranquillizzato i mercati; ha ripetuto noiosamente le cose fatte ed elencato genericamente i temi ancora da affrontare; ha recriminato che «nei fondamentali della nostra economia non c'è nulla che giustifichi uno spread così alto» e che «l'Europa e il mondo hanno pregiudizi sbagliati verso di noi»; ha accusato i giornalisti di inventarsi le cose e lamentato di essere incompreso dai suoi perfidi colleghi economisti, ma meno male che almeno i cittadini comprendono ciò che il governo sta facendo. Insomma, un Berlusconi in loden.

Ma il momento più berlusconiano – che probabilmente giornali e tv ignoreranno – è quando Monti ha citato esplicitamente Berlusconi, in particolare il passaggio conclusivo della conferenza stampa di fine anno dell'anno scorso, quando disse che serviva «un bagno di ottimismo, perché nella crisi il fattore psicologico è importantissimo», e invitò quindi i giornali «a non riportare solo le cose negative». Monti si è associato alle parole dell'ex premier proprio su uno degli aspetti più criticati della sua comunicazione. Berlusconi veniva accusato di voler occultare la realtà, negare la crisi, mettere il bavaglio ai giornali, prendere in giro i cittadini, ma ecco che anche Monti sottolinea l'importanza del «fattore psicologico» per uscire dalla crisi e invita la stampa ad un «moderato ottimismo» e a non farsi megafono di disfattismo con un eccesso di notizie negative. Ed esattamente come il suo predecessore alla fine del 2010, Monti ha negato che nel prossimo anno sarà necessaria un'altra manovra correttiva. Quel genere di «moderato ottimismo» che finora non ci ha portato molta fortuna.

Non sono mancate le contraddizioni tra le pieghe del suo argomentare. Per esempio, ha spiegato che la differenza di spread tra Italia e Spagna, e il principale motivo di esposizione del nostro Paese sui mercati, è dovuto allo stock di debito pubblico, il 120% rispetto al Pil, piuttosto che ad altri parametri macroeconomici su cui siamo messi meglio degli altri, ma poco dopo che la priorità è agire sui flussi di cassa, facendo intendere che l'abbattimento dello stock di debito verrà preso in esame, semmai, in un secondo momento.

La fase 2, che ha definito "Crescitalia", sarà focalizzata sulle liberalizzazioni e sulla riforma del mercato del lavoro, ma anche sulle infrastrutture e la ricerca. Monti si è autocensurato invece sul tema del fisco, in realtà centrale per la ripresa economica. E quando ha cercato di tranquillizzare i cittadini preoccupati per l'elevata pressione fiscale confidando che «il nostro sforzo è di rendere più omogenea la preoccupazione effettiva», in molti devono aver sentito un brivido correre lungo la schiena: "Ok, panico".

E' comprensibile che Monti appaia piuttosto reticente e non voglia anticipare nel concreto le misure in via di elaborazione, restando sul generico quando parla di liberalizzazioni e mercato del lavoro. Teme di pestare i piedi e di suscitare conflitti con le parti sociali e le corporazioni, come accaduto nei giorni scorsi sull'art. 18, prim'ancora di chiamarle al tavolo della concertazione. Purtroppo però è proprio evitando di chiamare le cose con il loro nome, e cercando di evitare a tutti i costi il conflitto, che rischia di farsi impantanare come ogni governo.