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Friday, June 28, 2013

Governo di larghi acconti e lunghi rinvii

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Con le misure varate per il lavoro e le coperture-beffa del rinvio di 3/6 mesi dell'aumento Iva il governo Letta ha toccato vette di presa per i fondelli forse mai raggiunte prima. Innanzitutto, se si biasimava l'ultimo governo Berlusconi per la cosiddetta politica degli annunci, bisogna osservare che sia Monti che Letta non sono da meno: ormai a Palazzo Chigi si approvano comunicati, slogan, mentre per i testi si aspettano giorni, tanto che viene da chiedersi chi effettivamente abbia l'ultima parola su di essi.

Dal governo delle "larghe intese" al governo dei "larghi acconti" e dei "lunghi rinvii". E' possibile che le scelte compiute sull'Iva siano ancor più dannose per la nostra economia dell'aumento al 22% che era previsto dal primo luglio. Non essendo del tutto scongiurato, infatti, il rinvio in sé non rappresenta quel segnale di inversione di tendenza nella politica fiscale che può mutare, aumentandola, la propensione al consumo e agli investimenti. Il segnale, semmai, rischia di essere di segno opposto.

La decisione, poi, di "coprire" il rinvio aumentando in modo surreale gli acconti Irpef/Ires/Irap costringerà tutti i soggetti interessati - imprese, lavoratori autonomi, possessori di conti corrente - ad accantonare per la scadenza di novembre ulteriori 2,6 miliardi di euro, calcola la Cgia di Mestre, da anticipare all'erario. Il che vuol dire meno liquidità proprio per quei settori che più soffrono per la "stretta del credito" da parte delle banche.

Per non parlare dell'assurdità logica di acconti che ormai hanno raggiunto il 100% (Irpef), o l'hanno addirittura superato (Ires e Irap al 101% e ritenute su interessi di conti correnti e depositi al 110%). Ora, immaginate la situazione: state acquistando un abito o una lavatrice da 600 euro, e il negoziante vi chiede un acconto di 660, assicurandovi che vi restituirà la differenza dopo un anno. Quale sarebbe la vostra reazione?

Il premier Letta ci tiene a precisare che non si tratta di nuove tasse, ma solo di anticipazioni rispetto al saldo calcolato sulle dichiarazioni di giugno 2014 (ma gli eventuali rimborsi arriveranno solo tra settembre e novembre). Una beffa doppia per quelle imprese che ancora aspettano decine di miliardi di pagamenti da parte delle amministrazioni pubbliche, e che ora si vedono costrette a concedere ulteriore credito al loro debitore. Un "acconto", infatti, superiore al saldo, quindi di fatto un acconto a 2 anni, non è altro che un "prestito forzoso" allo Stato, a cui bisognerebbe applicare i relativi interessi.

Ma non solo acconti maggiorati. Anche una super-tassa di consumo, pari al 58,5% del prezzo di vendita, sulle sigarette elettroniche, di fatto equiparate a quelle di tabacco, e la possibilità di aumento dell'addizionale Irpef di regioni e province a Statuto autonomo. Dunque, in totale continuità con le manovre dei passati governi, il 78% della copertura, calcola il Sole24Ore, arriva da nuove tasse.

Resta bizzarro, ma diremmo politicamente ed economicamente criminale, che su oltre 800 miliardi di euro di spesa pubblica prevista nel 2013 il ministro dell'economia non riesca a trovare 4 miliardi per cancellare l'aumento dell'Iva. Prima Monti, ora Saccomanni e Giovannini, sono soprattutto i tecnici a deludere. Resterà un mistero, infatti, perché da premier e da ministri fanno l'esatto contrario delle cose, quasi sempre giuste, che suggerivano alla politica dal loro ruolo di "tecnici", alla Banca d'Italia o all'Istat.

Anche il pacchetto per il lavoro è risibile. Con l'economia in caduta, nessuna politica in atto per risollevare la domanda, e nessuna riforma in vista per rendere flessibile anche in uscita il mercato del lavoro, quale impresa si accollerebbe "a vita", cioè assumendolo con contratto a tempo indeterminato, un giovane tra i 18 e i 29 anni, quindi si presuppone privo di esperienze lavorative, per soli 18 mesi di sconti contributivi, senza la prospettiva di una diminuzione strutturale del costo del lavoro? Questi incentivi saranno d'aiuto per lo più agli imprenditori che decideranno di assumere i loro figli ventenni. Se non altro parte dei fondi potrebbero restare inutilizzati.

Le ultime stime macroeconomiche di Confindustria delineano un quadro di tale gravità della crisi in atto che le misure varate dal Governo, e il suo approccio complessivo, appaiono nella migliore delle ipotesi inadeguate. Un ulteriore calo del Pil dell'1,9% quest'anno, dopo quello già drammatico del 2012 (-2,4%), non rappresenta purtroppo nemmeno un rallentamento della caduta della nostra economia, che dovrebbe cominciare a riprendersi - ci viene assicurato, come ogni anno - nel IV trimestre. Peccato che anche nell'ultimo trimestre del 2012 avremmo dovuto riprenderci. Possibile che la ripresa arrivi sempre nel IV trimestre? Peccato non sapere di quale anno!

Disoccupazione dal 12,2% di quest'anno al 12,6% del prossimo, con 817 mila occupati in meno rispetto al 2007. E, ovviamente, una pressione fiscale effettiva insostenibile, il 53,6%, record nell'intera storia delle democrazie occidentali. Questi dati confermano che la via al risanamento attraverso l'aumento delle tasse anziché i tagli alla spesa, intrapresa dal governo Monti e non ancora invertita dal governo Letta, non solo deprime il potenziale di crescita, ma finisce per compromettere gli stessi obiettivi di bilancio che si prefiggeva. E mentre è totale il nostro immobilismo sul fronte della spesa, nel Regno Unito il governo Cameron già programma i tagli alla spesa per il 2015-2016. Altro che prendersela con i "paradisi fiscali", la politica dovrebbe preoccuparsi di combattere l'"inferno fiscale" in cui siamo.

Wednesday, May 08, 2013

Tagliare Imu o Irap? Un falso dilemma

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Abolire l'Imu sulla prima casa, o cominciare a tagliare il costo del lavoro, per esempio l'Irap? Un po' come chiedersi se sia preferibile un uovo oggi o una gallina domani, laddove l'abolizione dell'Imu sarebbe forse l'uovo e il taglio dell'Irap la gallina. Non c'è dubbio, infatti, che dal punto di vista razionale della teoria economica, a parità di risorse una riduzione del costo del lavoro avrebbe un effetto più virtuoso su crescita e occupazione. Sarebbe però un errore sia sottovalutare l'impatto recessivo dell'Imu - anche indiretto, psicologico - sulla domanda interna, sia sopravvalutare le cifre che vengono evocate.

Innanzitutto, se è vero che il versamento medio dell'Imu sulla prima casa è stato di 225 euro, è anche vero che dagli stessi dati ufficiali emerge che una fetta rilevante di popolazione, soprattutto nelle grandi città, ha pagato cifre ben oltre la media e che non si può stabilire una corrispondenza attendibile tra le fasce più ricche di contribuenti e coloro che hanno versato un'imposta anche molto superiore alla media. Se il 6,79% dei contribuenti ha pagato in media 961 euro, affinché il versamento medio di chi dichiara oltre i 120 mila euro (solo l'1,01%) possa fermarsi a quota 629 euro, molti di costoro devono aver pagato centinaia di euro in meno, e molte centinaia in più molti di coloro che dichiarano meno di 120 mila euro. Oltre all'aspetto numerico, poi, conta quello psicologico, dal momento che l'Imu pesa sui bilanci famigliari proprio in corrispondenza dell'inizio delle ferie estive (e i saldi) e del periodo natalizio, quando la propensione ai consumi potrebbe aumentare.

Se di 4 miliardi si tratta, che sia l'Imu o l'Irap ad essere tagliata, cambierebbe poco. Sollievo sì, ma probabilmente più psicologico che sostanziale. Più momentaneo che duraturo. L'Italia ha bisogno di tutt'altro shock fiscale per riconomiciare a crescere. Dunque, perché accapigliarsi tra abolizione dell'Imu sulla prima casa e taglio dell'Irap? Perché i due interventi dovrebbero essere in contrasto tra di loro? Si sa che le risorse sono per definizione scarse, anzi nel nostro caso persino inesistenti. Si sente quindi parlare di "coperta troppo corta", per cui ovunque la si tiri c'è sempre una parte che rimane scoperta. E se invece la coperta fosse lunga, addirittura troppo lunga, ma ci fosse qualcuno che la tira tutta dal suo lato?

Possiamo permetterci una spesa pubblica ormai oltre la metà del Pil? Su 800 miliardi di spesa pubblica l'anno (720 circa al netto degli interessi sul debito), può spaventare un taglio dell'1, del 2 o del 3%? E lo Stato non possiede asset vendibili per abbattere in tempi congrui di un 10 o 20% lo stock di debito pubblico, così da farci risparmiare miliardi di interessi l'anno? La sensazione è che come al solito la questione sia di volontà e capacità politica e che la scelta, posta in termini quasi esistenziali, tra Imu e Irap sia un falso dilemma.

Ci si meraviglia che tutto il dibattito sugli interventi più urgenti di politica economica ruoti attorno all'Imu sulla prima casa. Ma se da una parte è vero che il tema viene usato da Berlusconi e dal Pdl come cavallo di battaglia elettorale, dall'altra la strenua opposizione alla sua abolizione sembra altrettanto ideologica, e contribuisce anch'essa a conferire al tema una centralità, rispetto alle sorti del paese, che probabilmente non merita. Forse tutta questa resistenza per non concedere una vittoria al "caimano", ma bisognerebbe considerare che eliminando l'Imu sulla prima casa si priverebbe una volta per tutte Berlusconi di un formidabile strumento di propaganda elettorale (e 4 miliardi in più tra consumi e depositi in banca non fanno certo male all'economia).

Insomma, c'è un accanimento sproporzionato sull'Imu, ma bidirezionale, da parte di chi ne propone l'abolizione, ma anche da parte di chi vi si oppone, dal momento che la cifra di cui parliamo non può far tremare un bilancio da 800 miliardi annui. Davvero tra questi 800 non se ne possono trovare 4 da tagliare (lo 0,5%)? Qualcuno iniziò la campagna elettorale minacciando che se l'Imu fosse stata abolita, sarebbe dovuta essere reintrodotta molto presto ma raddoppiata. Quello stesso candidato durante la campagna avrebbe poi corretto il tiro ammettendo la possibilità, e l'opportunità, di un alleggerimento. Ebbene, in ogni caso a quelle minacce gli italiani non hanno creduto e tuttora non credono.

Per quanto riguarda l'Irap, da tutti gli economisti definita la tassa più recessiva e distorsiva che grava sulle attività produttive, si può cominciare a tagliarla sensibilmente senza rinunciare all'abolizione dell'Imu sulla prima casa. Si può fare sfoltendo un capitolo della spesa pubblica a sua volta distorsivo e per lo più improduttivo: quello dei sussidi alle imprese. Producendo quindi un effetto doppiamente virtuoso. Da quasi un anno, dal luglio scorso, è pronto il rapporto Giavazzi che individua ben 10 miliardi di tagli ai sussidi da destinare speficamente alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro. Perché non se ne parla più? Si può correggere, migliorare, ma dai sussidi per poche imprese (solo meglio rappresentate), non dall'Imu sulla prima casa, si possono prelevare le risorse per ridurre il costo del lavoro per tutte.

Friday, February 01, 2013

Università, i signori della truffa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Quasi 60 mila iscritti in meno alle nostre università tra l'anno accademico 2003/2004 e quello 2011/2012, un calo del 17%, come se fosse scomparso un grande ateneo come la Statale di Milano. Un dato che ha provocato grande sconcerto e allarme tra i benpensanti, secondo cui l'accesso all'istruzione universitaria dovrebbe essere un diritto garantito a tutti e una vocazione universale. Che quel diritto produca in concreto un esercito di disillusi e frustrati, e che sempre meno giovani aspirino a laurearsi, per costoro è inconcepibile, è un'ipotesi che non prendono nemmeno in considerazione.

Il calo degli iscritti è invece un'ottima notizia. Secondo i soliti sostenitori della spesa pubblica è colpa dei tagli, soprattutto al "diritto allo studio", che costringerebbero le famiglie meno abbienti a rinunciare ad iscrivere i loro figli all'università e che priverebbero questi ultimi della speranza nel futuro.

Ma forse la verità è un'altra: gli italiani hanno smesso di credere ai miti di vecchie ideologie, stanno cominciando ad aprire gli occhi sulla grande truffa dell'università italiana. I giovani laureati, insieme alle loro famiglie, vivono sempre più sulla loro pelle il fallimento dell'offerta formativa universitaria: solo quando finalmente cercano di entrare nel mondo del lavoro se ne rendono conto, si accorgono che la preparazione fornita nei cinque-sei anni di studi semplicemente non vale l'esperienza e il reddito che nello stesso arco di tempo avrebbero potuto accumulare iniziando subito a lavorare. Si consuma una vera e propria truffa: il "sistema" fa credere che l'università sia alla portata di tutti, che sia il percorso naturale per ciascuno, al quale anzi ciascuno ha diritto, e attraverso il quale potrà garantirsi lo sbocco professionale desiderato, un'occupazione stabile e ben remunerata. Quando questa promessa si scontra con una realtà ben diversa, che mette a nudo come anni e anni di studio siano stati quasi inutili rispetto alle competenze richieste dal mercato, la frustrazione è massima. Quando un fenomeno è così diffuso nella società, il passa-parola tra generazioni e tra famiglie è inevitabile.

Certo, le ridotte possibilità economiche delle famiglie italiane in questi anni possono aver influito sul calo degli iscritti, ma ignorare la crisi di credibilità dell'istituzione significa nascondere la testa sotto la sabbia. L'università italiana è un luogo di malcostume e nepotismo, profondamente ingiusto e improduttivo, che favorisce privilegiati e raccomandati a danno dei meritevoli, che sforna pochi laureati e per di più impreparati. E' un'organizzazione inefficiente, perché incentivi e meccanismi di sanzione sono completamente distorti: chi ci lavora o studia non è incoraggiato a migliorarsi e nessuno paga per i propri fallimenti. Per una analitica confutazione dei miti sull'università italiana accreditati dall'establishment accademico vi rimando al libro di Roberto Perotti "L'università truccata".

Gli italiani se ne sono accorti e, sulla base di una semplice valutazione costi-benefici, in misura sempre maggiore stanno prendendo altre strade per costruirsi il loro futuro. Sono sempre meno – ed è una fortuna, non una sciagura – coloro che credono al mito dell'università gratuita e per tutti. Un sistema finanziato e strutturato in modo da poter accogliere chiunque ha prodotto risultati esattamente opposti a quelli sperati. Non è gratuita né equa, perché la fiscalità generale, quindi anche con le tasse delle fasce più povere della popolazione, finanzia di fatto gli studi ai ragazzi dei ceti più abbienti che prevalentemente la frequentano. Né è per tutti, perché se è vero che l'accessibilità è pressoché illimitata, e genera un esercito di iscritti che pagano rette relativamente basse, la percentuale dei laureati in Italia è tra le più basse dei paesi Ocse: solo il 15% della popolazione adulta (25-64 anni) è laureato, meglio solo della Turchia e come il Portogallo, contro una media Ocse del 31 e Ue del 28%, il 29% in Francia e il 27 in Germania. Nella fascia di età 25-34 anni i laureati sono il 21%, contro il 38% della media Ocse e il 35 della media Ue. Un terzo degli iscritti, poi, è fuori corso, il 17,3% è addirittura fermo, non fa esami, praticamente parcheggiato. I figli delle famiglie ricche possono permetterselo, una volta fuori avranno comunque le porte aperte dal patrimonio e dal bagaglio di relazioni di mamma e papà, i meno abbienti no. Avranno la sensazione di aver perso tempo, soldi e opportunità.

Monday, November 05, 2012

Se i partiti rischiano di peggiorare la manovra-bluff di Monti

Anche su L'Opinione

Il panorama sul 2013 che i dati Istat hanno aperto ai nostri occhi è piuttosto desolante ma non sorprendente: mentre volge al termine un 2012 in cui sembra acquisito un calo del Pil del 2,3-2,4%, nemmeno il prossimo anno torneremo a crescere, come invece prevede ottimisticamente il governo. Nonostante un moderato recupero nel secondo semestre, infatti, la variazione media annua sarà ancora negativa (-0,5%), prevede l'Istat in sintonia con l'Fmi. Una stima tra l'altro suscettibile di revisione al ribasso, in caso di peggioramento delle prospettive mondiali e di eventuali perturbazioni sui mercati finanziari. Nel 2013 il tasso di disoccupazione continuerebbe a salire fino all'11,4% (dal 10,6 di quest'anno) e i consumi delle famiglie continuerebbero a scendere, di un altro 0,7% dopo il -3,2% di quest'anno.

Tutto, insomma, sembra confermare che le politiche attuate da Monti nel suo anno di governo hanno evitato – per ora – al nostro paese la morte traumatica, per infarto, che rischiava nel novembre scorso, ma non scongiurato una morte lenta, per dissanguamento delle attività economiche. Sappiamo più o meno in cosa è consistita la ricetta Monti, e sappiamo quindi che nel prossimo biennio non basterà. Come interpretare il continuo riferimento, nel dibattito politico, all'"agenda" Monti? Se s'intende la linea di politica economica che abbiamo visto all'opera già quest'anno, c'è da preoccuparsi; se invece il professore ha una sua "agenda" segreta per i prossimi anni, è questo il momento di illustrarla al paese, agli elettori.

Anche perché la legge di stabilità all'esame delle Camere sembra abbandonata alle smanie elettoralistiche dei partiti di maggioranza, ciascuno ansioso di mostrare al proprio elettorato la capacità di influenzare le scelte dell'esecutivo. Il primo risultato ottenuto dall'azione combinata dei relatori – Brunetta per il Pdl e Baretta per il Pd – è la rinuncia del governo allo scambio Irpef-Iva. Dunque, niente riduzione delle aliquote Irpef da una parte, niente aumento Iva sull'aliquota agevolata (quella al 10%) e niente tagli a deduzioni e detrazioni fiscali dall'altra. Ma come decideranno di utilizzare le risorse in questo modo liberate, che dovrebbero aggirarsi sui 6,7 miliardi in tre anni?

Nonostante le buone intenzioni sbandierate un po' da tutti, cioè usare quei soldi per ridurre il cuneo fiscale (agendo su salari di produttività e Irap), il rischio concreto è che il mini-taglio dell'Irpef non venga sostituito da una misura altrettanto tangibile e significativa, e che le risorse vengano disperse in troppi rivoli. La lista dei desideri è già piuttosto lunga: il Pd vuole meno rigore per i Comuni, meno tagli alla scuola («basta schiaffi», ripete Bersani) e 1 miliardo «per il sociale» (in cui rientrano gli "esodati"); l'Udc invoca l'aumento delle detrazioni per lavoro dipendente e famigliari a carico; nel Pdl monta il pressing per salvaguardare il comparto sicurezza e Brunetta promette l'abolizione dell'Imu sulla prima casa in tre anni.

Se la riduzione dell'Irpef sarebbe scattata già dal 2013, il "tesoretto" diventa corposo solo nel 2014-2015 (3,1 e 2,5 miliardi), mentre è minimo il prossimo anno (1,1 miliardi). Insomma, può darsi che fosse un bluff, una mossa di Monti per appropriarsi del «cavallo di battaglia» del Pdl, come sostiene Brunetta, ma al momento non è chiaro cosa guadagneranno gli italiani al suo posto.

Wednesday, October 24, 2012

Fornero nuovo nemico di classe

Come si spiega il livore che suscita, quasi ad ogni sua uscita pubblica, il ministro del lavoro Elsa Fornero? Forse ad irritare è il suo distacco accademico; forse non le si perdona il pragmatismo con cui osserva una realtà del mercato del lavoro così diversa, lontana ormai anni luce, da quella fantasticata dai reduci dell'ideologia del "posto fisso" e della cultura assistenzialista; e forse incide una certa misoginia. Fatto sta che il ministro Fornero è oggetto di una demonizzazione mediatica e ideologica "a prescindere", sembra ormai la vittima preferita di leader sindacali ed editorialisti alla ricerca di facili applausi e degli odiatori di professione che si aggirano sul web. Anche quando nel merito ciò che dice è difficilmente contestabile, piuttosto che ammetterlo, o quanto meno discuterne, aprire un dibattito, viene messa alla gogna per il suo modo di esprimersi, per le sue scelte lessicali, la frase o la parola molesta, e prontamente i media bollano l'episodio come "l'ennesima gaffe".

Ha suscitato più clamore quel termine, "choosy" (schizzinosi, esigenti), del clima intimidatorio che l'ha costretta a rinunciare ad intervenire ad un dibattito a Nichelino, nei pressi di Torino. Eppure, questa volta, più che un'analisi il ministro ha elargito il buon consiglio che usava dare ai suoi studenti: ragazzi, apppena usciti dal mondo della scuola o dall'università, non siate troppo "choosy" nella scelta del primo impiego, non aspettate il posto ideale, entrate prima possibile nel mondo del lavoro e cercate di migliorare da dentro la vostra posizione, adeguandola alle vostre aspettative. Sembra un'ovvietà, eppure quella parolina - choosy - ha scatenato un putiferio.

Ma il problema del ministro Fornero si può davvero ridurre ad una questione di mera tecnica comunicativa? Si tratta forse di usare un giro di parole più attento alle sensibilissime orecchie del politicamente corretto? Pensiamo di no. Temiamo che in quanto principale artefice delle due riforme che hanno, se non abbattuto, per lo meno messo seriamente in discussione tabù come pensioni d'anzianità e articolo 18, il ministro Fornero venga ormai identificata dalla sinistra statalista e antagonista come nemico ideologico da delegittimare con ogni mezzo, ad ogni occasione, strumentalizzando qualsiasi parola.E questo nonostante la sua riforma abbia persino ecceduto nel contrastare gli abusi della flessibilità in entrata, a tal punto da reintrodurre nel mercato del lavoro un livello di rigidità incompatibile con l'attuale situazione economica. In un momento come questo, poi, è fin troppo facile, con la scintilla di una strumentalizzazione ideologica, scatenare gli istinti più demagogici del web.

Non bisogna generalizzare ovviamente, e non ci pare che il ministro lo abbia fatto. Non tutti i giovani italiani di questi tempi sono "choosy", ma di certo, soprattutto tra i laureati, il fenomeno della cosiddetta "disoccupazione d'attesa" - di coloro che aspettano piuttosto che accettare lavori che non corrrispondono alle proprie aspettative o formazione scolastica - esiste (anche perché evidentemente le famiglie sono in grado di mantenerli).
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Tuesday, June 19, 2012

Esodati, il vero scandalo è l'assalto alla diligenza

Sulla vicenda "esodati" un parere controcorrente. Si può spezzare una lancia in difesa della Fornero? Ha fatto confusione e ormai è intimidita, ma il vero problema è che non può dire la verità: non è uno scandalo mandare in pensione anticipata migliaia di cinquantenni in deroga alla riforma che vale per milioni di italiani? Non è una truffa che la previdenza funzioni come ammortizzatore sociale? E non sono aiuti di Stato, le aziende che usufruiscono del cosiddetto "scivolo" (guarda caso quelle partecipate dallo Stato, Poste, banche e grandi gruppi industriali)? L'unica colpa della Fornero è non avere il coraggio di denunciare il privilegio: gli esodati sono privilegiati o aspiranti tali, non vittime. La toppa è di buon senso se vale solo per quelli già usciti o prossimi all'uscita concordata dal lavoro, purché davvero vicini alla pensione. Tutti gli altri "esodandi" possono rinegoziare l'accordo con l'azienda, mentre per i disoccupati vicini alla pensione secondo i vecchi requisiti è un problema di welfare, non di previdenza.

Complici i media, i sindacati sono riusciti a far passare gli esodati come vittime cui viene improvvisamente negato un diritto acquisito, e a far passare per "esodati" anche gli aspiranti tali e chi non lo è. Hanno strumentalizzato il problema per sabotare la riforma delle pensioni. A ciò equivarebbe infatti, conti alla mano, allargare la "salvaguardia" ai 400 mila di cui si parla. Insomma, quello in corso è un vero e proprio assalto alla diligenza, cioè alle casse dello Stato.
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Monday, April 02, 2012

La giornata: al suo ritorno Monti troverà la riforma "smontata" dai partiti?

I dati sulla disoccupazione, il tracollo da incubo delle vendite Fiat, il caos sull'Imu e la vera e propria disinformatja sulle dichiarazioni dei redditi per alimentare l'invidia sociale dipendenti-imprenditori. Alesina e Giavazzi che mettono in guardia dalla «trappola delle tasse», ricordando che in un Paese come l'Italia, con una pressione fiscale vicina al 50%, «ridurre deficit e debito aumentando le imposte è inutile, o addirittura controproducente», ma Monti difende gli aumenti delle tasse, anche se «rozzi». Meglio questi che la Grecia, come se non ci fosse una terza via virtuosa.

E' proprio vero: recessione e tasse assediano Monti, il quale dall'Asia continua con il suo temerario ottimismo per attrarre investitori. La crisi dell'Eurozona è «superata» e l'Italia ha imboccato un sentiero «più solido». Quali elementi abbia il premier per esserne così sicuro con lo spread a 327 (rendimenti sopra il 5%) e ciò che sta accadendo a Spagna e Portogallo, non lo sappiamo. Ma il contraltare dell'invito agli investitori asiatici a «rilassarsi» è il rischio che la nostra politica s'addormenti sulle riforme.

E infatti. Bersani cerca di disinnescare la mina dell'articolo 18 prima del 6 maggio, cioè prima delle amministrative («io ci credo»), mettendo il governo di fronte al fatto compiuto di un accordo in Parlamento tra le forze di maggioranza. Mentre fa a chi ce l'ha più grande (il partito) con Alfano, arriva a proporre uno scambio al Pdl: sia il giudice a optare per il reintegro o l'indennizzo in tutti i casi di licenziamento individuale, come in Germania, e in cambio via libera ad alcune richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata», penalizzata dallo schema Fornero.

La notizia è che Alfano non dice di no. «Fare insieme la riforma del lavoro è meglio che farla separati», basta che non si tratti solo di non scontentare la Cgil, basta che l'agenda non la detti il sindacato al posto del governo. Apertura nel metodo, insomma, e nessun paletto di merito, almeno per ora. Con Cazzola che giudica «interessanti» le aperture di Bersani.

Anche Casini è d'accordo di risolvere la questione prima di maggio, ma sul reintegro deve decidere il governo. Al rientro di Monti dall'Asia dovrebbe prendere vita - in pochi giorni fa sapere il capo dello Stato - l'articolato del governo e allora capiremo se la riforma è già morta. Monti-Fornero potrebbero essere scavalcati da un accordo parlamentare, e allora potrebbero ben poco, anche alla luce della stretta di Napolitano sulla fiducia, o essere costretti ad un passo indietro constatando la rigidità del Pd («su alcuni punti non possiamo mollare») e la scarsa voglia di Pdl e Terzo polo di alzare le barricate.

Se per Bersani è l'articolo 18 la mina da disinnescare, per Alfano è la legge elettorale. Domani mattina sul tema è convocata la direzione del Pdl, ma le parole del segretario non potrebbero essere più ambigue: da una parte dev'essere «noto in anticipo chi è il candidato premier», dall'altra osserva che «conseguentemente in Palamento si determina una maggioranza a sostegno del candidato».

Wednesday, March 14, 2012

Niente accordo, niente paccata

Bene ha fatto il ministro Fornero, evidentemente stizzita per le reazioni negative dei sindacati alla proposta del governo sugli ammortizzatori sociali, ad alzare i toni del confronto. E speriamo non si tratti solo di una provocazione, di un tatticismo per spingerli a più miti consigli, ma di alzare l'asticella nel merito della riforma del mercato del lavoro.

Le viene attribuito il piglio antipatico della "maestrina", ma rimettiamo le cose al loro posto: i veri arroganti sono i sindacati, che minacciano rotture, scioperi, e s'impuntano come bambini viziati, mentre il ministro Fornero cerca di tenergli testa, di non farsi travolgere, e speriamo che non molli. Un nuovo incontro è in corso proprio in queste ore. Immaginatela così, come in un tiro alla fune: la Fornero tira la corda delle riforme verso la Germania, i sindacati verso la Grecia. Insieme a chi vi mettereste a tirarla?

Il ministro si chiede «come possano non dichiararsi d'accordo su una riforma che prevede inclusione e universalità di ammortizzatori sociali». E' rimasta stupita dalla mancanza di una sola parola di apprezzamento da parte dei sindacati, e quindi è sbottata: «È chiaro che se uno comincia a dire "no", perché noi dovremmo mettere lì una paccata di miliardi e poi dire "voi diteci di sì"? No, non si fa così».

Aggiungendo espressioni notoriamente urticanti per i sindacalisti, come «smantellare le protezioni» e «più facilità di uscita». La parola chiave della riforma, ha infatti spiegato, è «inclusione invece di segmentazione. Vuol dire dare effettiva parità di accesso al mercato del lavoro. Significa smantellare le protezioni che si sono costituite, che spesso sono state motivate da buoni principi ma che hanno implicazioni di conservatorismo molto forte, fino alla difesa dei privilegi». Il governo non è così ingenuo da pensare che la riforma possa far ripartire immediatamente la crescita e l'occupazione, ma è un «prerequisito fondamentale». Serve un mercato del lavoro «più dinamico», e «in un mercato del lavoro dinamico c'è maggiore facilità di entrata e un po' più di facilità di uscita». Evidente il riferimento al superamento dell'articolo 18.

E' ancora presto per giudicare, ne sappiamo ancora poco, ma riguardo i nuovi ammortizzatori il mantenimento della cassa integrazione straordinaria (Cigs) non è certo un buon segnale. Obiettivo del ministro Fornero è (era?) un sistema fondato su due pilastri: cassa integrazione ordinaria e sussidio di disoccupazione universale. Invece sembra aver ceduto alle pressioni delle parti sociali (compresa Confindustria) e quindi si andrebbe verso un sistema tripartito: Cigo-Cigs-Aspi. Ma accettando di lasciare in vita la Cigs, sia pure escludendola nei casi di aziende che chiudono, il sistema resterebbe comunque troppo squilibrato a tutela del "posto" piuttosto che del lavoratore, non accelerando le ristrutturazioni delle imprese. Giudicheremo nei fatti che riforma ci darà, ma intanto è importante non soccombere dialetticamente ai sindacati.

Thursday, February 23, 2012

Yeah, it's gone gone gone

Il tanto decantato modello sociale europeo è «andato», superato, morto, finito. E' questa l'affermazione che farà più rumore, almeno in Italia, dell'intervista del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, al Wall Street Journal. Ad una precisa domanda («Pensa che l'Europa farà a meno del modello sociale che l'ha contraddistinta?»), ha risposto che «il modello sociale europeo è già andato, quando vediamo i tassi di disoccupazione giovanile in alcuni Paesi».

Il posto fisso; permettersi di «pagare tutti per non lavorare» (come l'economista Dornbusch usava dire degli europei); spesa in deficit ed elevati debiti pubblici. Questo modello di Europa è finito. «Non possiamo - spiega Draghi - avere un sistema in cui tu spendi quanto vuoi, e poi chiedi di emettere debito insieme. Non puoi avere un sistema in cui tu spendi e io pago per te. Prima di andare verso l'unione fiscale, dobbiamo avere un sistema in cui i Paesi possono mostrare di stare in piedi da soli. Questo è il prerequisito per cui i Paesi si fidino l'uno dell'altro».

«Non c'è alternativa al consolidamento fiscale», avverte quindi Draghi nell'intervista, aggiungendo che «la contrazione dell'economia nel breve termine» provocata dalle politiche di austerità «sarà seguita da una crescita sostenibile nel lungo termine solo se verranno messe in atto le riforme strutturali» per la crescita. Secondo il presidente della Banca centrale europea, servono innanzitutto riforme dei mercati dei prodotti e dei servizi e una riforma del mercato del lavoro, per renderlo «più flessibile e più giusto», superando il «dualismo» tra contratti troppo precari per i giovani e lavoratori iper-protetti. Oggi il mercato del lavoro è «iniquo», proprio perché «tutto il peso della flessibilità grava sulla parte giovane della popolazione».

Ma c'è modo e modo di consolidare i bilanci pubblici, c'è un'austerità "buona" e una "cattiva". Un «buon» consolidamento di bilancio, osserva Draghi, è «quello in cui le tasse sono più basse» e si taglia la spesa pubblica. Ma «in effetti il cattivo consolidamento è più facile da attuare, perché si possono ottenere buoni numeri alzando le tasse e tagliando la spesa per investimenti, che è più facile da fare che tagliare la spesa corrente. In un certo senso è la via più facile, ma non la migliore, perché deprime il potenziale di crescita». E il governo Monti, quale delle due austerità, quella buona o quella cattiva, sta perseguendo?

Monday, February 20, 2012

Monti seguirà la rivoluzione spagnola?

Anche su Notapolitica

Oggi governo e parti sociali tornano ad incontrarsi, per la quarta volta ufficialmente, sulla riforma del lavoro. Il tempo stringe, la fine di marzo è la deadline per il varo della riforma su cui il governo si è impegnato, anche in sede europea. Il «massimo consenso» delle parti sociali è auspicato, ma la riforma s'ha da fare, con o senza accordo (o solo parziale), e «nel volgere di poche settimane». Il nodo resta quello dell'articolo 18, con Cisl e Uil più aperte ad ipotesi di «manutenzione» e Cgil nettamente contraria, anche se non fino al punto di interrompere la trattativa sugli altri temi. Mentre il «dialogo» prosegue, il mondo intorno a noi, che già non conosceva l'anomalia tutta italiana dell'articolo 18, è già cambiato o sta velocemente cambiando. Abbiamo scelto gli esempi di Germania e Spagna. I tedeschi perché sono i nostri principali competitor nell'export e rappresentano la best practice di riferimento in termini di produttività, gli spagnoli perché condividono con noi cultura e vocazione mediterranea, ma anche la prima linea nell'attuale crisi del debito.

SPAGNA – In soli due mesi il governo spagnolo di Mariano Rajoy ha varato la sua riforma del lavoro (e forse di questo Monti parlerà con il collega di Madrid quando giovedì verrà a Roma) per combattere una disoccupazione che sfiora il 23% e aumentare la mobilità in un mercato che pur non conoscendo l'obbligo di reintegro soffre di un dualismo comunque eccessivo tra lavoratori "iper protetti" e "iper precari".

La flessibilità in uscita quindi è stata ulteriormente accentuata, abbassando il costo dei licenziamenti. Le indennità di licenziamento senza giusta causa per i contratti ordinari a tempo indeterminato sono state tagliate da 45 a 33 giorni per ogni anno d'impiego, fino a un massimo di 24 mesi anziché di 42. Più facili i licenziamenti per causa oggettiva, cosiddetti "low cost", cioè per problemi economici. Le aziende potranno farvi ricorso qualora registrino perdite, «cadute delle entrate o vendite», durante tre trimestri consecutivi e dovranno corrispondere al lavoratore un'indennità di 20 giorni per anno lavorato fino a un massimo di 12 mensilità. L'obiettivo, in un momento di crisi, è agevolare i processi di ristrutturazione delle imprese, secondo la logica che un ridimensionamento e una riorganizzazione sono preferibili alla chiusura di un'attività. Per questo la riforma favorisce anche la contrattazione aziendale a scapito di quella nazionale o regionale. Le imprese in crisi, infatti, potranno letteralmente sganciarsi dai contratti collettivi di settore, ricontrattando con i propri dipendenti tempi di lavoro, funzioni e retribuzioni.

La riforma non ha risparmiato il pubblico impiego. Enti, organizzazioni o entità della pubblica amministrazione, infatti, qualora per nove mesi si trovino in deficit di bilancio potranno licenziare i dipendenti privi della qualifica di «funzionario» senza filtro giudiziale, ma corrispondendo loro un'indennità uguale a quella che spetta ai dipendenti del settore privato. Una norma che interessa 685 mila lavoratori sul totale dei dipendenti pubblici spagnoli, che sono 3,1 milioni. Di fatto, in realtà, di questi 685 mila solo una minima parte, circa 100 mila, ha un contratto a tempo indeterminato, mentre gli altri avendo un contratto a termine o precario erano già licenziabili. Dunque, la norma ha più che altro un valore simbolico, infrange il tabù dell'intangibilità del posto di lavoro pubblico, ora a rischio non solo per motivi disciplinari ma anche per motivi economici e organizzativi delle amministrazioni pubbliche.

GERMANIA – Se in Spagna la legislazione del lavoro sta rapidamente cambiando, in Germania le riforme Hartz (ex capo del personale Volkswagen) hanno ristrutturato mercato del lavoro e welfare nel 2002-2003 e, insieme ad un abbattimento di spesa pubblica e tasse di oltre 6 punti di Pil, hanno già prodotto i loro frutti. Da una disoccupazione record del 10% (con punte del 18% nella ex Germania Est) si è passati al 5,5% del gennaio di quest'anno. In Germania di fronte ai licenziamenti senza giusta causa, laddove il lavoratore ricorra alla tutela giudiziale, il reintegro è solo un'opzione, non un obbligo per i giudici, che infatti optano per l'indennizzo. Il lavoratore che rinuncia subito al ricorso riceve un risarcimento pari alla metà dello stipendio mensile per ogni anno di lavoro svolto. In Italia a spaventare le imprese non c'è solo la mancanza di un'alternativa al reintegro, ma soprattutto l'assenza di un tetto all'eventuale risarcimento del danno, per cui il datore non può prevedere il rischio massimo in caso di sconfitta in giudizio, data la durata incerta delle cause.

Tornando alle riforme Hartz, il sussidio di disoccupazione, a carico per lo più delle imprese, è stato ridotto da 32 mesi ad un range da un minimo di 12 ad un massimo di 18 mesi, in base all'anzianità lavorativa, per un importo pari al 60% del salario (67% con figli a carico). Il diritto al sussidio decade se il lavoratore rifiuta una nuova occupazione e non è più cumulabile, come in precedenza, con l'assegno sociale di indigenza, a  carico della fiscalità generale. Per ridurre la precarietà i tedeschi non hanno abolito i contratti atipici istituendo un contratto unico a tutele crescenti, come alcuni vorrebbero in Italia, né hanno elevato il loro costo fiscale e contributivo per renderli svantaggiosi, perché ciò avrebbe semplicemente fatto perdere quei posti di lavoro, o li avrebbe costretti a sopravvivere in nero. E' stata invece innalzata fino a 400 euro la quota di salario completamente defiscalizzata, mentre fino a 800 euro l'aliquota fiscale e contribuitiva è del 10%.

ITALIA – Per l'Italia, che si accinge ora a riformare il mercato del lavoro e il welfare, seguire questi esempi non è una questione di principio – siccome lo fanno gli altri è giusto che ci adeguiamo anche noi – ma di necessità economica: se il nostro sistema rimarrà anche solo di poco più rigido rispetto a quello dei nostri competitor più vicini a noi, culturalmente (gli spagnoli) o per capacità di export (i tedeschi), gli investimenti tenderanno a confluire da loro. Persino le imprese italiane potrebbero ritenere più conveniente spostare le loro produzioni in Spagna.

L'impressione è che ormai l'articolo 18 – la cui modifica è una delle richieste avanzate esplicitamente dalla comunità finanziaria americana a Monti – subirà una qualche forma di «manutenzione». Ma il rischio è che l'esigenza politica del governo di riuscirci se non con l'accordo, almeno senza umiliare i sindacati e il Pd, produca un compromesso al ribasso. Per esempio, la mera sospensione in via sperimentale, e limitata alle nuove assunzioni, dell'obbligo di reintegro nei casi di licenziamento per motivi economici; l'introduzione, in cambio, di un contratto unico a tempo indeterminato, invece di limitarsi a semplificare la selva di contratti atipici; un sussidio di disoccupazione troppo generoso per costo e durata.

Thursday, January 28, 2010

Obama ripropone la stessa minestra riscaldata

Barack Obama «mantiene la rotta», persevera con la «stessa agenda», anche se «in una veste più umile». Questa la lettura che dà il Wall Street Journal del primo discorso sullo stato dell'Unione pronunciato ieri notte dal presidente americano, che ha «per lo più riconfezionato la sua agenda del primo anno in un pacchetto politicamente più modesto». In pratica, la stessa minestra riscaldata. «Se il presidente Obama ha tratto una lezione dalla recente disfatta del suo partito in Massachusetts, e dal suo calo nei sondaggi, sembra essere quella di continuare a fare cosa stava facendo, solo con un po' più di umiltà, e un tocco più bipartisan».

Nel suo discorso, prosegue il WSJ, Obama ha mostrato l'intezione di coinvolgere i Repubblicani «più di quanto lui o il suo partito abbiano dimostrato durante l'anno scorso». «Ma se questa apertura è qualcosa di più che mera retorica, dipenderà dal cambiamento delle sue politiche». E su questo piano, «abbiamo ascoltato per lo più ciò che i Democratici dicevano di George W. Bush e della sua politica in Iraq: Stay the course». «Ciò è vero soprattutto - osserva il Wall Street Journal - riguardo due importanti temi di politica interna della sua Presidenza - la riforma sanitaria e l'economia». Riguardo la prima, quello di Obama al Congresso è stato un «soliloquio sui suoi sforzi di un anno», «senza mostrare una particolare disponibilità al compromesso». Il presidente, prosegue il WSJ, «ci ha dato l'impressione di sperare ancora che i Democratici troveranno un modo per insinuare tale mostruosità nella legislazione nonostante la sua impopolarità».

Riguardo l'economia, Obama si è prodigato «in una calorosa difesa del pacchetto di stimolo, sebbene il tasso di disoccupazione sia ora al 10 per cento, e ha promesso per quest'anno dosi maggiori della stessa ricetta». Ha confermato l'intenzione di imporre nuove tasse alle grandi banche e alle multinazionali che «spostano all'estero posti di lavoro». Obama, ammonisce il WSJ, «crede di poter ottenere posti di lavoro e un'espansione duratura dal settore privato facendo guerra ai suoi animal spirits. Non può farcela». Ma il problema è «più ampio», osserva il quotidiano, è «la sua convinzione che la crescita economica scaturisca principalmente dal genio del governo». Obama, conclude quindi il Wall Street Journal, «si trova oggi ad un bivio e non sa davvero cosa fare - eccetto che rimanere sulla stessa strada che lo ha messo in difficoltà. Questo potrebbe essere un lungo anno».

Tuesday, May 26, 2009

Giornata in breve/1

1) Continuo a notare che per alcune forze politiche e per alcuni giornali l'ingerenza della Chiesa preoccupa a intermittenza, a seconda del merito delle posizioni che esprime. E, soprattutto, a seconda che possano o meno essere interpretate come critiche all'operato del governo Berlusconi. Se la Chiesa si esprime per un'accoglienza indiscriminata degli immigrati clandestini, allora va bene; se è accanto ai lavoratori e ai disoccupati, esprimendosi in modi tali da far sembrare che il governo non stia facendo nulla per loro, va benissimo. Nessuna ingerenza, anzi, si dà ampia risonanza ai moniti dei vescovi. Addirittura, oggi l'Unità pare delusa dal presidente della Cei Bagnasco, reo di essere stato «Tiepido sulla morale» parlando ai suoi vescovi. L'Unità avrebbe desiderato una tirata moralista contro quelle presunte "libertà sessuali" che ogni tanto mettono nei guai il premier. Si vuole che la Chiesa usi la sua autorità morale e religiosa per attaccare l'avversario politico. Poi, però, si pretende che taccia sull'embrione.

2) Sempre più socialdemocratico Tremonti. Oggi ha dichiarato che «il sistema delle pensioni italiano è ottimo e sta in piedi bene». Come dire che le tasse sono «bellissime». «Eventuali modifiche - ha aggiunto - vanno fatte non per fare soldi ma in una logica di pensioni su pensioni, di generazioni padri-figli» (!?). Un discorso da fare, eventualmente, con i sindacati. Un modo per dire "a babbo morto". «Le pensioni non sono come l'Rc auto, sono una cosa seria, non si fanno le finanziarie sulle pensioni, vale a dire sulla pelle della gente». Applausi scroscianti dalla Cgil. Tremonti «conferma quello che il sindacato ha sempre detto e che i Soloni continuano a contestare», ha esultato Epifani. Qualche sirena dovrebbe cominciare a suonare nel PdL. O no?

3) Vittorio Feltri non ha resistito a mettere nero su bianco quello che a molti di noi è passato nella mente negli ultimi giorni e oggi ha dedicato un editoriale al presunto bigottismo di Emma Bonino sul "caso Noemi". Il direttore si è confermato comunque un gentiluomo, non attaccando sul personale l'ex commissaria europea. Va precisato però che la Bonino non ha mai proposto una commissione d'inchiesta. Alla trasmissione In Mezz'ora, a precisa domanda di Lucia Annunziata - «Lei proporrebbe, oggi, una Commissione d'inchiesta?» - la Bonino risponde: «No». Vero è che poco prima, la stessa Bonino, aveva ricordato che negli Stati Uniti una commissione aveva indagato sulle menzogne di Bill Clinton. La commissione era quella per l'impeachment e l'oggetto dell'indagine era un presunto abuso di potere del presidente per aver tentato di ostacolare un'inchiesta federale. Non proprio la stessa cosa. Già domenica pomeriggio le agenzie di stampa titolavano: "Noemi: Bonino, Berlusconi in Parlamento o commissione d'indagine". Ma la Bonino ha smentito solo oggi, dopo aver letto l'editoriale di Feltri. Incontestabile, comunque, dalle sue ultime dichiarazioni e partecipazioni televisive (su tutte, quella ad Annozero di qualche puntata fa), la deriva bigotta, moralista e snob della Bonino su veline e "caso Noemi".

4) Profetico davvero John Bolton, che pochi giorni fa aveva messo in guardia dall'imminente secondo test nucleare nordcoreano.

Saturday, March 07, 2009

Messa così ha ragione Brunetta

Messa così ha ragione il ministro Brunetta nella sua intervista di oggi al Corriere: piuttosto che un sistema universale di sussidi di disoccupazione mal calibrato, meglio quello attuale. Perché la proposta di un assegno uguale per tutti non sia «astratta e ideologica», «facciamo un test», dice Brunetta sfidando Franceschini e il Pd: «A quale livello fissiamo l'importo dell'assegno? Alto, medio, minimo?». Su questa risposta ho l'impressione che cadrebbe l'asinello democratico. «Medio? Ma allora il lavoratore atipico troverà più conveniente smettere di lavorare e incassare l'assegno. Basso? Peggio ancora: si lamenterebbero i lavoratori in cassa integrazione, che oggi prendono di più. Alto? Scoppierebbe la rivoluzione: i disoccupati ci inseguirebbero con i forconi, gli altri sarebbero indotti a incassare e lavorare in nero».

Rimango a favore di un sistema universale di sussidi di disoccupazione, ma per parlarne in modo non ideologico riconosco che bisogna partire dal valore che si intende attribuire a questo assegno. Dal peso dell'assegno dipende tutto. E' ovvio che perché funzioni il livello dev'essere basso. Certo che i lavoratori in cassa integrazione «si lamenterebbero», ma proprio perché con il sussidio universale si esce dalla logica della cassa integrazione, che è conservare il posto nella stessa azienda, in attesa che il ciclo economico migliori.

Il sussidio, al contrario, in un'ottica non assistenzialista ma di "welfare to work", è un sostegno al lavoratore calibrato in modo da incentivarlo a trovare un altro lavoro prima possibile. Per questo l'entità dell'assegno non può assolutamente essere calcolata in percentuale rispetto all'ultimo stipendio. Chi perdesse un posto da 3 mila euro al mese e ricevesse il 60% se la prenderebbe con tutta calma. Il livello invece dovrebbe essere piuttosto basso: sui 500-800 euro massimo, per intenderci. Altrimenti si verificano gli effetti distorsivi di cui parlava Brunetta nell'intervista al Corriere e vere e proprie ingiustizie. «Non abbandonare chi perde il lavoro a se stesso; ma neppure dare troppe garanzie. Ammortizzatori sociali, non bancomat».

La domanda è: il Pd è pronto a sovvertire la logica della cassa integrazione? Non credo, ed è per questo che finisce per avere ragione Brunetta. L'ennesimo caso in cui il centrodestra può permettersi di dire di no a una proposta che sembra molto riformista ma in realtà è solo demagogica e assistenzialista.

Da qui a definire il nostro sistema di ammortizzatori sociali «mirabile, funzionale, efficiente, flessibile, reattivo, intelligente, e a modo suo equo», addirittura «il più efficace d'Europa», ce ne passa. Il problema sono proprio i «troppi privilegi» e i «figli e figliastri» di questo sistema. Ma è chiaro che un sussidio di disoccupazione universale mal calibrato potrebbe avere effetti peggiori. E bisogna distinguere sussidio di disoccupazione da reddito minimo garantito, che spesso vengono confusi. Chi proponesse un reddito minimo garantito non dovrebbe pensare solo a chi non ha lavoro, ma a tutta la popolazione. Garantire un vitalizio di 500 euro, per esempio, a chi non lavora, vorrebbe dire infatti che tutti gli altri lavorano inutilmente per i primi 500 euro guadagnati.

Mi piace Brunetta anche perché dimostra di non avere il tabù del sommerso. Il fatto che il più grande ammortizzatore sociale sono «i 3 milioni e mezzo del sommerso» significa che il mercato del lavoro è troppo rigido, le tasse sul lavoro e sui redditi sono troppo alte, e che intere aree del paese sono permanentemente depresse. In mancanza della volontà politica di liberalizzare il mercato del lavoro e abbassare le tasse, meglio tenersi il «sommerso» piuttosto che ingaggiare una battaglia poliziesca e trovarsi 3 milioni di nullafacenti mantenuti dallo stato.

L'intervista di Brunetta conferma ciò che scrivevo in un post di qualche giorno fa. Il governo Berlusconi pratica essenzialmente una politica economica socialdemocratica, moderatamente e cautamente riformista, fiscalmente responsabile; e al suo interno convivono un'anima più dirigista e moralista (quella di Tremonti) e una appena un po' più pragmatica e con qualche riflesso liberale (Brunetta che prende atto del sommerso, dice sì alla riforma delle pensioni ma non ora). Tremonti e Brunetta, lo si vede, sono due socialisti che in un paese con un asse della politica non terremotato, sarebbero due buoni e responsabili ministri di un governo di centrosinistra.

Monday, March 02, 2009

Il partito della polemica fine a se stessa

La proposta di Franceschini «contro la crisi», un assegno mensile di disoccupazione, è la dimostrazione di quanto giorni fa avevo scritto in questo post. Accompagnata da critiche a Berlusconi che già rivelavano un approccio ben poco costruttivo e bipartisan da parte dei suoi promotori, è subito sembrata poco più di una provocazione. Secondo il Pd il nuovo ammortizzatore sociale dovrebbe essere finanziato in defict e costerebbe tra l'1 e l'1,5% di PIL l'anno. Una spesa insostenibile per un paese che ha il debito pubblico che ha l'Italia. Ha fatto benissimo Berlusconi a liquidarla.

Tutt'altra cosa sarebbe stata se il Pd avesse proposto al governo un sistema universale di sussidi da finanziare con l'innalzamento graduale dell'età di pensionamento a 65 anni per tutti (uomini e donne). Sarebbe stata una riforma finanziariamente sostenibile e il Pd avrebbe lanciato al governo una sfida riformista invece che assistenziale, se non meramente polemica. Certo, in quel caso l'opposizione avrebbe dovuto responsabilmente condividere con il governo i costi politici dell'impopolarità dell'innalzamento dell'età pensionabile, rinunciando a farne l'ennesima occasione polemica sulla "macelleria sociale", ma soprattutto prendere le distanze dalle posizioni conservatrici e anacronistiche della Cgil.

Ma non è qualcosa che ci possiamo aspettare da questo Pd. Lungi dall'essere davvero intenzionato a dare il suo contributo per alleviare le sofferenze sociali della crisi, ancora una volta il Pd ha dimostrato di essere interessato solo a polemizzare con Berlusconi. Non proprio quella che si direbbe un'alternativa "di governo". La proposta di Franceschini, quindi, è solo irresponsabile e demagogica. Puramente «mediatica», come l'ha definita anche il senatore del Pd Nicola Rossi, intervistato oggi dal Corriere.

Monday, December 22, 2008

Più poveri ma meno soli

Strana la vita. Rifondazione comunista è fuori dal Parlamento ma le sue idee sono persino al governo

Non è un buon momento per il ministro Sacconi, che prima si fa convincere dai suoi sottosegretari ad emettere una nota d'indirizzo insostenibile sul caso Englaro, poi sulla sua materia, il lavoro, recupera un vecchio cavallo di battaglia nientemeno che di Rifondazione comunista: "Lavorare meno, lavorare tutti". E non a caso, significativo, ad apprezzare la proposta del ministro è il segretario del partito comunista Paolo Ferrero: «Mi sembra una ottima idea perché mantiene il rapporto di lavoro, riduce a tutti l'orario ed evita l'emarginazione e i licenziamenti perché nessuno deve essere lasciato solo». E pazienza se tanti lavoratori saranno un po' più poveri. Si ritroveranno meno soli. Mal comune, mezzo gaudio.

I comunisti d'accordo con il governo Berlusconi? No, fa giustamente notare Ferrero, «è lui che è d'accordo con noi perché Rifondazione ha sempre sostenuto la riduzione dell'orario di lavoro».

«Lavorare anche meno, pur di lavorare tutti», è lo slogan con cui lo stesso Sacconi ha sintetizzato il piano del governo per salvare i posti di lavoro messi a rischio dalla crisi. Si tratta di «spalmare un minor carico di lavoro su più persone», portando la settimana lavorativa a 4 giorni. Però, ammette Sacconi, «vuol dire anche meno salario».

A parte la politica palesemente contraddittoria - come ha osservato Tito Boeri - di un governo che prima detassa il lavoro in più, le ore straordinarie, e ora sostiene l'orario di lavoro ridotto, bisogna dire che in pratica alcuni lavoratori saranno costretti a rinunciare a una parte del loro salario per evitare che alcuni loro colleghi entrino in cassa integrazione a zero ore. Una strana forma di solidarietà, "obbligatoria".
«Purtroppo, come mostrano le ripetute fallimentari esperienze francesi, prima con le 39 ore di Mitterrand e poi con le 35 ore della Aubry, ogni volta che lo stato riduce d'imperio l'orario di lavoro finisce per distruggere posti di lavoro e scontentare tutti, a partire dagli stessi lavoratori. Il fatto è che gli orari di lavoro non possono che essere definiti e contrattati azienda per azienda, sulla base delle specifiche esigenze dell'organizzazione del lavoro e del personale. E' auspicabile che in molte aziende, invece di licenziare dei lavoratori, si riesca a rimodulare gli orari di lavoro, prevedendo orari di lavoro ridotti per molti, se non proprio per tutti. Ma sono scelte e decisioni che vanno prese azienda per azienda e nell'ambito di patti di solidarietà fra gli stessi lavoratori, che accettino in questo caso riduzioni del proprio salario mensile, pur di salvaguardare il posto di lavoro di altri lavoratori».
L'effetto sarebbe quello di aumentare il numero di lavoratori colpiti dalla crisi. Invece di sostenere i nuovi disoccupati, mentre si adottano politiche per il rilancio dell'economia, il governo abbatte il reddito disponibile di una platea ben più vasta, deprimendo anziché stimolare la domanda. E' la difesa del posto a tutti i costi, a scapito del reddito e di una più veloce ricollocazione di chi perde il lavoro in attività più produttive. Auguri.