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Friday, June 08, 2012

Il programma liberale c'è, ma le gambe "politiche"?

«Un programma per i prossimi 50 anni», è l'ambizioso sottotitolo di "Sudditi", il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni presentato mercoledì a Roma. Ma chissà che non ne nasca un programma di governo per i prossimi 5 anni, quelli della legislatura 2013-2018. Scritto a più mani e curato da Nicola Rossi, economista e presidente del think tank liberale, è una serie di saggi brevi con un unico comune denominatore: il rapporto tra Stato e cittadini.
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo  del '94, che ci spera.
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Monday, March 02, 2009

Il partito della polemica fine a se stessa

La proposta di Franceschini «contro la crisi», un assegno mensile di disoccupazione, è la dimostrazione di quanto giorni fa avevo scritto in questo post. Accompagnata da critiche a Berlusconi che già rivelavano un approccio ben poco costruttivo e bipartisan da parte dei suoi promotori, è subito sembrata poco più di una provocazione. Secondo il Pd il nuovo ammortizzatore sociale dovrebbe essere finanziato in defict e costerebbe tra l'1 e l'1,5% di PIL l'anno. Una spesa insostenibile per un paese che ha il debito pubblico che ha l'Italia. Ha fatto benissimo Berlusconi a liquidarla.

Tutt'altra cosa sarebbe stata se il Pd avesse proposto al governo un sistema universale di sussidi da finanziare con l'innalzamento graduale dell'età di pensionamento a 65 anni per tutti (uomini e donne). Sarebbe stata una riforma finanziariamente sostenibile e il Pd avrebbe lanciato al governo una sfida riformista invece che assistenziale, se non meramente polemica. Certo, in quel caso l'opposizione avrebbe dovuto responsabilmente condividere con il governo i costi politici dell'impopolarità dell'innalzamento dell'età pensionabile, rinunciando a farne l'ennesima occasione polemica sulla "macelleria sociale", ma soprattutto prendere le distanze dalle posizioni conservatrici e anacronistiche della Cgil.

Ma non è qualcosa che ci possiamo aspettare da questo Pd. Lungi dall'essere davvero intenzionato a dare il suo contributo per alleviare le sofferenze sociali della crisi, ancora una volta il Pd ha dimostrato di essere interessato solo a polemizzare con Berlusconi. Non proprio quella che si direbbe un'alternativa "di governo". La proposta di Franceschini, quindi, è solo irresponsabile e demagogica. Puramente «mediatica», come l'ha definita anche il senatore del Pd Nicola Rossi, intervistato oggi dal Corriere.

Tuesday, February 12, 2008

Primi vagiti dei programmi: poco coraggio

Tirando le somme dal primo confronto tra i due programmi economici di Pd e PdL, nelle interviste a Rossi e a Brunetta ieri su la Repubblica, c'è di che rimanere preoccupati.

Renato Brunetta scommette su un tesoretto la cui esistenza è sempre più incerta. L'altro giorno Il Sole 24 Ore ha addirittura dedicato un'intera pagina a un probabile buco di 7 miliardi di euro e la Corte dei Conti giorni fa denunciava una spesa corrente «fuori controllo».

L'obiettivo di ridurre dell'1% sia la spesa pubblica che la pressione fiscale nel 2008 va nella direzione giusta, ma non mi sembra poi così coraggioso e adeguato alle urgenze che sta soffrendo il nostro Paese. E inoltre appaiono obiettivi alla portata anche di Veltroni.

Ancor meno coraggiosi gli impegni sulla riduzione fiscale. Non si parla, per ora, di veri e propri tagli delle aliquote, ma di interventi sulla cosiddetta «contrattazione di secondo livello»: detassazione degli aumenti salariali legati ai risultati e degli staordinari. Una mancia che, se non proprio impercettibile rischia comunque di non modificare in modo apprezzabile le buste paga. Forse capace di provocare un breve sussulto alla produttività, ma certo non di produrre effetti rilevabili sul potere d'acquisto.

Escluso, per ora, un intervento sulle pensioni. Ciò significa che i giovani, precari e non, continueranno a pagare di tasca propria pensionati neanche sessantenni, a non vedere uno straccio di riforma per rendere universali gli ammortizzatori sociali né all'orizzonte la loro futura pensione.

Gli unici impegni forti anticipati da Brunetta sono l'abolizione dell'Ici e il pareggio di bilancio già nel 2009, che darebbe fiato alla nostra economia. Riguardo le liberalizzazioni, Brunetta sostiene che «il clima è cambiato anche nel centrodestra: decideremo favorendo i consumatori, senza riguardi». Promette che non verrà adottato il metodo Bersani, che «concertava con gli amici e decretava sui nemici». Sarà, ma intanto sembra contraddirsi nella stessa intervista, invocando «spazio al mercato nelle utilities locali» e tacendo, guarda un po', sulle professioni, avvocati e notai.

Anche Nicola Rossi, economista di sinistra liberale chiamato da Veltroni a elaborare il suo programma economico, cita come area di un primo intervento la «contrattazione di secondo livello»: detassazioni «strutturali» legate alla produttività.

E la sorpresa è che, pur senza impegno, almeno Rossi a differenza di Brunetta cita le aliquote, «una diversa struttura» da finanziare con gli extragettiti o con tagli alla spesa. E aggiunge liberalizzazioni a palate, ma pare nessun taglio dell'Ici.

Insomma, da queste due interviste si scorgono impostazioni molto, troppo simili. Entrambe poco coraggiose, rivelano che i loro autori sembrano non aver ancora preso le misure alla crisi italiana. Un approccio timidamente riformista del PdL, invece che nettamente liberale, in campagna elettorale potrebbe favorire il Pd. Che sia stato Rossi, e non Brunetta, a parlare di aliquote dovrebbe allarmare i liberisti del PdL. Se a ciò aggiungiamo il solito Tremonti, che con i venti di recessione economica vorrà proteggere l'Italia dai mercati e non nei mercati, per ora appare ben poco - troppo poco - di liberale e liberista nell'offerta del PdL.

Monday, November 05, 2007

Almeno ci risparmiassero le prediche

Nicola Rossi è giustamente fuorioso per l'emendamento approvato nei giorni scorsi, con parere favorevole del governo, sulla cosiddetta «stabilizzazione» del personale precario della pubblica amministrazione. Collaborazioni che a) nascondevano rapporti di lavoro dipendente, e allora dovrebbe essere un giudice a stabilizzarle, oppure b) erano, per l'appunto, collaborazioni, e non c'è motivo alcuno per la loro stabilizzazione.

La pubblica amministrazione si conferma il luogo in cui i governi di qualsiasi colore politico cercano di sistemare a) chi a vario titolo è riuscito a mettere un piede dentro, a tempo determinato o per una collaborazione, sperando che il favore venga ricambiato da voti, oppure b) per sistemare il proprio personale politico, una forma indiretta di finanziamento pubblico.

Fuori da queste logiche, naturalmente, restano i giovani e il merito. Se, infatti, le poche posizioni vacanti nella pubblica amministrazione vengono occupate per stabilizzare i precari, con o senza legami con partiti e sindacati, al di fuori di ogni valutazione del merito, per i giovani outsider senza santi nei palazzi del potere le opportunità saranno «semplicemente precluse».

«Se proprio non si può evitare il cedimento agli interessi particolari, si potrebbe evitare almeno la predica?», chiede sarcastico Nicola Rossi, e noi con lui, al ministro Padoa-Schioppa.

Thursday, September 20, 2007

La rupture di Sarkozy tenta Veltroni

«Ogni giorno che passa diventa più chiaro a tutti - credo anche a Veltroni – che la mancanza di risposte reali, durature e ambiziose ai problemi diventa una palla al piede. Sarebbe autolesionistico. La scommessa di Veltroni si gioca sull'autenticità del suo riformismo. Quanto più sceglie obiettivi difficili, soluzioni coraggiose, tanto più potrebbe farcela».

Ne è convinto Nicola Rossi, che ha affidato queste considerazioni a Il Foglio. Sarà il tempo a dirci se Veltroni imboccherà con decisione la strada che intravede Rossi. Certo, è in salita. Serve una rottura totale con l'attuale governo, che però ad oggi Veltroni non può permettersi. E questo rende difficile l'eventualità che si vada alle urne subito, se Prodi dovesse cadere. Il nuovo leader del Pd avrebbe bisogno di molto tempo per convincere gli italiani che il suo nuovo partito e il centrosinistra - ci auguriamo di «nuovo conio» - non hanno più nulla a che fare con il prodismo.

Tuttavia, anche Il Foglio offre al riformismo di Veltroni un certo credito, ed è un'attenzione a mio avviso giustificata. E tra l'altro il sindaco sa bene che su quel fronte ha anche il fiato sul collo di Rutelli. «Prove di sarkosismo», le chiama: «Veltronomics». Attenzione soprattutto alla rete di rapporti, ai legami con gli studiosi del sito lavoce.info. Marco Causi, economista dei beni culturali, lo stesso Nicola Rossi, Enrico Morando (sulla parte fiscale), Tiziano Treu, Tito Boeri e Pietro Garibaldi.

Si cominciano a delineare le prime proposte fiscali, dopo l'inversione dello slogan in "Pagare meno, pagare tutti", e l'altro giorno è stata presentata quella sul contratto unico, «parente del contratto unico di Sarkozy»: un contratto a tempo indeterminato sin dall'inizio, ma con tutele progressive, cioè la possibilità per il datore di lavoro di licenziare il lavoratore nei primi tempi. Una proposta che può coniugare «una ragionevole flessibilità in uscita – senza evocare lo spettro dell'articolo 18 – e una semplificazione della complessa articolazione dei contratti prevista dalla legge Biagi».

Intanto, Sarkozy prosegue con la sua rupture, che in questo caso riguarda la pubblica amministrazione. Fino ad oggi ha giocato un ruolo di «ostacolo al cambiamento», ma «il malessere è ovunque», «lo Stato non cessa di estendersi per diventare tentacolare». Occorre quindi un «nuovo patto tra funzionari e cittadini», una «rivoluzione culturale», «ricostruire da zero la funzione pubblica, rifondare lo Stato». Intenzioni bellicose. Si annunciano mesi caldissimi di scontro con i sindacati del settore e la lobby burocratica, in Francia forse più potenti che da noi.

Meno impiegati, meglio pagati e con migliori prospettive di carriera, ma secondo merito e con più mobilità tra le diverse strutture. L'obiettivo è di introdurre la «cultura del risultato» anche nell'apparato dello Stato, uscendo «dall'approccio ugualitarista e anonimo», quello dell'avanzamento di carriera uguale per tutti indipendentemente dai risultati.

Dunque, stipendio sulla base del merito invece che dell'anzianità, valutazioni non più affidate ai sindacati, formazione continua, ma - soprattutto - «l'individualizzazione della remunerazione per tenere conto delle capacità e dei risultati» e la libertà per ogni nuovo assunto di scegliere «tra lo statuto di funzionario e un contratto di diritto privato negoziato individualmente». Insomma, l'inizio della fine della contrattazione collettiva. Autunno caldo per Sarkozy. E per Veltroni, se vorrà, e saprà, stargli al passo.

Friday, July 27, 2007

Niente di buono sul fronte romano

Romano ProdiUna controriforma e le solite chiacchiere.

E' tempo di riprendere confidenza con le tristezze della politica nostrana. Perché sono tornato dal Giappone e da Hong Kong? Be', diciamo che si è trattato di un sopralluogo, con esito più che positivo. In queste settimane pare che siano accadute molte cose, ma come ormai ci ha abituati la politica italiana, stringi-stringi e ti accorgi con una punta di amarezza e rassegnazione che non è accaduto nulla.

Ricapitolando. Ci siamo persi la "mastellata" della Bonino. Giova ricordare che a quanti per un anno hanno chiesto all'esponente radicale al governo un atteggiamento più duro e critico è sempre stato risposto in modo un po' stizzito che no, la "scuola radicale" era ben diversa dai metodi ricattatori di un Mastella qualsiasi. Torni dopo qualche giorno di assenza e scopri che la Bonino si è prodigata in un bel balletto "Ceppaloni style".

«Senza minacciare alcunché, dimissioni o altro», ha usato parole durissime nei confronti del Governo a proposito dell'accordo che si andava prefigurando sullo "scalone" e ha rimesso (solo virtualmente) nelle mani di Prodi il suo mandato, «perché sia il presidente a decidere se il mio permanere al governo sia opportuno o comunque compatibile con le ragioni stesse per le quali abbiamo fin qui sostenuto e speriamo di continuare a fare il suo compito e il suo mandato, o se invece lo siano le posizioni conservatrici, quando non reazionarie della sinistra comunista e sindacale».

Solo la "mossa", hai visto mai che dimissioni vere venissero accettate? A fare il Mastella, però, è più bravo Mastella, di gran lunga più credibile: avrebbe almeno ottenuto il suo contentino. Possibile che la Bonino non sia ancora riuscita a trovare un proprio ruolo politico nella compagine governativa, un equilibrio tra senso di lealtà all'Esecutivo di cui fa parte e adeguato senso critico - della decenza, direi - rispetto a un operato disastroso? Passa dalla totale e silenziosa subalternità alla brutta copia di Mastella. Vedremo più avanti, comunque, l'esito di questo giorno da leonessa.

Enrico Letta ha lanciato la sua sfida a Walter Veltroni, candidandosi alla guida del Partito democratico. Alcuni giorni fa, sul Corriere, una frase in particolare ci aveva impressionato positivamente: «C'è una generazione tra i trenta e i quarant'anni che nella politica è poco rappresentata... Certo non mi rivolgo soltanto ai miei coetanei. Ma non mi chiamo fuori: di quella generazione faccio parte; e credo che abbia molto da dare, soprattutto al partito democratico. Perché il Pd è il primo partito postideologico. E noi siamo la prima generazione postideologica. Ci siamo formati negli anni Ottanta; anni bistrattati, che in realtà sono stati straordinari. E non soltanto per la musica, la tv, il cinema, il design. Non è vero che siano stati soltanto gli anni del riflusso; la formazione di chi era ragazzo allora è stata forse più equilibrata di quella della generazione precedente. Questo ci rende per certi aspetti più liberi».

La prima generazione post-ideologica; gli anni '80 «bistrattati», dal moralismo catto-comunista, ma in realtà «straordinari». Gli anni '80 si sono ripresi da sé la rivincita sul coattume intellettuale e politico che li ha bistrattati, seppellendo insieme al Muro di Berlino le macerie ideologiche di cui quegli intellettuali e politici hanno nutrito il proprio ego e la propria pretesa superiorità antropologica. Ha fatto comunque bene Letta a ricordarlo e a rivendicare la formazione politica di una generazione educata dagli anni '80 alla libertà e alla democrazia molto più di quanto Dc e Pci avessero saputo fare fino ad allora.

Peccato, però, che poche righe più in basso Letta abbia anche rivendicato con orgoglio di essere tra gli artefici dell'accordo tra Governo e Sindacati sulle pensioni. Una controriforma che - unica in Europa - abbassa l'età di pensionamento: dal prossimo gennaio si potrà andare in pensione con 35 anni di contributi e a soli 58 anni di età, due in meno di quanto prevedeva la legge Maroni. L'entrata in vigore dell'età pensionabile a 60 anni slitta dal 2008 al 2011. Costo: dieci miliardi di euro correnti di maggiori spese, 3,5 dei quali verranno fatti sborsare ai lavoratori atipici, nei confronti dei quali il cuneo contributivo aumenterà di un punto l'anno fino a tre punti.

Un intervento che non garantirà ai giovani parasubordinati una pensione dignitosa, ma darà nell'immediato solo una spinta ulteriore al lavoro giovanile sommerso, a tutto danno anche delle casse dell'Inps. Dunque, per prolungare di qualche anno a 130 mila lavoratori di 57 anni il privilegio della pensione a 58 anni, Letta ha già rubato (e ne va fiero) dalle tasche dei giovani che ora si candida a rappresentare, quelli più in difficoltà a entrare nel mondo del lavoro.

«Ancora una volta i sindacati sono riusciti a far prevalere l'interesse di una piccola minoranza – i lavoratori vicini alla pensione – sugli interessi generali, in primis dei giovani, i quali dovranno continuare a pagare contributi salati per consentire all'Inps di erogare pensioni a una minoranza di fortunati». Così Francesco Giavazzi.

«Detto in breve: siamo di fronte ad un aumento della spesa previdenziale finanziato attraverso un aumento delle entrate contributive, con buona pace di chi aveva invocato il superamento della sinistra "tassa e spendi"», ha osservato Nicola Rossi.

Per Oscar Giannino, non è altro che il proseguimento dell'«odiosa guerra sociale portata ai lavoratori più disagiati, ma naturalmente meno sindacalizzati e dunque per questo da sempre più bastonati»: i parasubordinati. Questo aumento dell'aliquota contributiva si aggiunge all'aggravio per loro già disposto dalla sinistra nell'ultima finanziaria, «uno spaventoso aumento di nove punti di aliquota nell'arco di un decennio, per lavoratori dai redditi più che bassi. Come fa la sinistra a vantarne il merito? E' una carognata, una vera e propria guerra sociale contro chi già se la passa male», e la sinistra proclama di voler strappare alla precarietà.

Il 35% (3,5 miliardi di euro) di copertura finanziaria della controriforma dovrebbe essere coperto dal «riordino» e dalla «razionalizzazione» degli enti previdenziali, che dovrebbero portare a circa 7000 licenziamenti. Licenziamenti nel pubblico impiego? Pura utopia. E infatti è già prevista un'ipocrita «clausola di salvaguardia»: in caso di mancato conseguimento dei risparmi da riordino e razionalizzazione degli enti previdenziali, aumento generalizzato della pressione contributiva.

A ciò si accompagna la riforma del welfare, nella direzione esattamente opposta all'approccio blariano del welfare to work. Nell'impianto legislativo di Marco Biagi la lotta al precariato andava condotta proprio attraverso una rete di ammortizzatori universali secondo la logica del welfare to work, mentre il Governo Prodi ha deciso di combattere la precarietà mettendo fuori legge le forme di lavoro flessibile e aumentando la contribuzione dei parasubordinati. Ma in questo modo gli unici effetti saranno l'aumento del sommerso, a danno anche delle casse dell'Inps, e dei lavoratori senza più alcuna garanzia.

Il rafforzamento degli ammortizzatori sociali sbandierato dal Governo riguarda quelli già esistenti, che coprono appena 17 lavoratori su 100, cioè la Cassa integrazione, che serve a mascherare, e a mettere sul conto della fiscalità generale, i licenziamenti inevitabili delle grandi industrie (vedi Fiat).

Ma la controriforma delle pensioni ha fatto strage della credibilità di due altre iniziative. Del «manifesto dei coraggiosi», lanciato proprio in quei giorni da Rutelli «per il coraggio delle riforme», in appoggio alla candidatura di Veltroni; e della "mastellata" Bonino, che da virtualmente dimissionaria non ha avuto ciglio da battere quando in Consiglio dei ministri l'accordo con i Sindacati è stato politicamente ratificato: sinistra sconfitta, ma ci voleva più coraggio, è tutto ciò che è riuscita a dire. A tutto danno dei giovani e delle generazioni di baby boomers che andranno in pensione dal 2030, l'accordo non è riuscito nemmeno a placare gli appetiti dell'estrema sinistra (altro che sconfitta), che ritornerà alla carica a settembre, quando dovrà essere formalmente varato nella Finanziaria.

E la candidatura di Pannella alla segreteria del Partito democratico? La situazione dei radicali continua a essere grave ma non seria, con il leader storico che salta di palo in frasca non sapendo più come uscire dal vicolo cieco strategico in cui si è cacciato: come rimanere attaccati alle poltrone di un governo fallimentare senza perdere la faccia? Alla lunga serie di manovre diversive si aggiunge anche questa candidatura. Se invece di salvare il Partito democratico Pannella riflettesse su come salvarsi da se stesso sarebbe appprezzato da tutti i militanti radicali.

E' sotto gli occhi di tutti che le regole cervellotiche di queste primarie nulla hanno a che vedere con le primarie americane, infarcite come sono di espedienti per riprodurre nel nuovo partito più o meno i rapporti di forza esistenti tra le due oligarchie della Margherita e dei Ds. Non è ancora "partito", ma già non è democratico. Ma in tutto questo, il no alla candidatura di Pannella sembra la cosa più ragionevole: o Pannella abbandona i soggetti radicali, o questi partecipano al processo costituente come Ds e Margherita, cioè prevedendo lo scioglimento. Sembra ragionevole, altrimenti potrebbero candidarsi anche Berlusconi e Bertinotti.

Ad oggi nessuno saprebbe dire due o tre cose che il Pd vorrà fare sicuramente per il Paese, né tantomeno si può affermare che la cultura liberale gli appartenga, ma non perché viene respinta la candidatura di Pannella. Pannella e i radicali non sarebbero incompatibili con l'ispirazione ideale del Pd, ma tutti coloro che si sono impegnati nella fase costituente hanno accettato di prevedere lo scioglimento dei loro partiti di origine. Non si può pretendere di tenere il piede in due staffe. Solo se annunciasse lo scioglimento del suo partito in Italia, allora un eventuale "no" a Pannella si aggiungerebbe ai tanti altri aspetti che già connotano il nascente Pd in senso anti-democratico e anti-liberale.

Thursday, May 10, 2007

Padoa-Schioppa sulla linea del Piave

Il binomio tasse-spesa pubblica tiene in piedi il regime

La riforma delle pensioni è «cruciale» per l'Italia, per la «sostenibilità» dei suoi conti pubblici. Il Fondo monetario internazionale interviene a gamba tesa nel dibattito del momento. «Anche perché in Europa l'Italia ha il tasso più alto di spesa pubblica rispetto al prodotto interno lordo», spiegano a Washington. E sembra il sostegno che ci voleva al ministro dell'Economia che sta mancando da parte del Governo nel confronto con Sindacati e sinistra massimalista.

Tommaso Padoa-Schioppa appare isolato nella trincea, comunque piuttosto arretrata. Se non c'è accordo entro giugno con i Sindacati, minaccia, allora rimangono vigenti le leggi Maroni e Dini: scalone (in pensione a 60 anni) e revisione dei coefficienti. Secondo il ministro, c'è l'occasione «formidabile di fare due cose: prevedere ammortizzatori sociali per i giovani e aumentare le pensioni minime».

E' una linea del Piave che il ministro sta difendendo, perché in Italia bisognerebbe andare in pensione a 65 anni (sia uomini che donne), abolire la cassa integrazione e creare finalmente un sistema universale di sussidi improntati ai dettami del welfare to work. Abbattere tasse e spesa pubblica.

Bisogna dare atto ad Emma Bonino di essere stata l'unico ministro a schierarsi apertamente con Padoa Schioppa (e ad essere tra i pochi in Italia ad aver capito come si governa la globalizzazione). Pur senza tirare troppo la corda per una riforma più coraggiosa (e dove sarebbe, ci chiediamo, «l'atteggiamento costruttivo dimostrato dai rappresentanti delle parti sociali»?), come forse sarebbe opportuno, in questa fase è politicamente importante stare con Padoa-Schioppa, quando neanche il presidente del Consiglio ha difeso il suo ministro dagli attacchi di queste ore. Negando, anzi, con la sua nota spudoratezza, che ci siano tensioni.

Sulle pensioni la posizione del Partito democratico (Ds e Margherita) è quella di non scegliere. Un po' come sui "Dico" e la laicità, si cerca di tenere il piede in due staffe, ma se le lezioni di Blair e Sarkozy valgono qualcosa, non decidere assumendosi le proprie responsabilità, non dare la risposta giusta ma una qualsiasi a giorni alterni, è il modo più sicuro per scendere sotto il 20% e perdere, perdere, perdere.

Chi parla chiaro è il "volenteroso" Nicola Rossi, che diffida dalla convinzione che «la politica avrebbe — il condizionale è d'obbligo — la capacità di selezionare e distinguere, di individuare le fattispecie meritevoli di un determinato intervento o, più in generale, di un trattamento specifico apparentemente dettato da principi di equità». Al contrario, «la capacità selettiva della politica è straordinariamente bassa innanzitutto perché spesso e volentieri essa semplicemente non dispone delle informazioni necessarie e, quando così non è, perché le pressioni cui la politica è soggetta trasformano facilmente le politiche selettive» in occasioni di favorire le proprie clientele e le posizioni di rendita. Per questo, anche Rossi auspica nello stato sociale «il passaggio dalle politiche selettive alle politiche universali: poche regole chiare e uguali per tutti».

Ma a fronte di un Governo intervista su tutto, che altera le dimaniche di mercato e gli assetti proprietari, c'è un Governo che non interviene su ciò che gli compete: la riforma delle pensioni, come osservava l'altra settimana Dario Di Vico.

Né mancano le spinte, all'interno del Governo, come quelle del ministro Ferrero, a spendere i soldi del "tesoretto" nella mitica redistribuzione, per poi intervenire di nuovo sui conti con una manovra correttiva di fine anno. Parliamoci chiaro: questo Governo ha fatto una Finanziaria di decine di miliardi di euro e si è ritrovato con un "tesoretto" insperato. Non si faranno sfuggire l'occasione di spendere tutti questi soldi. Non in pochi grandi e mirati progetti di sviluppo, ma disperdendoli nei mille rivoli dell'assistenzialismo, all'unico scopo di consolidare il proprio potere. «Ma se il governo vuole davvero sfruttare il vento della ripresa e magari risalire nei sondaggi ha davanti a sé una strada obbligata: tagliare la spesa e le tasse. Ripresentarsi agli italiani chiedendo di metter mano nuovamente al portafoglio equivarrebbe a un suicidio», conclude Di Vico.

Il binomio tasse-spesa pubblica in Italia è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico. E il miglior modo di combatterlo è "affamare la bestia". Qualche giorno fa ce lo ricordava Piero Ostellino: «La spesa pubblica oltre il 50 per cento del Pil è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo. E' la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L'elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie. E' lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento».

Wednesday, May 09, 2007

Da Blair a Sarkozy: autorità, lavoro, merito

Nicolas Sarkozy con Tony BlairPer chi ancora non lo avesse visto, non perdetevi il videomessaggio "postato" su YouTube da Tony Blair, in cui il premier britannico si felicita in lingua francese per l'elezione di Sarkozy, confermando così la sua sintonia e la sua affinità politica con il nuovo inquilino dell'Eliseo.

Blair definisce l'elezione di Sarkozy «una fantastica opportunità per la Francia e la Gran Bretagna di lavorare insieme».

«Ho deciso di correre il rischio di inviare questo messaggio in francese, il che può forse essere un'idea davvero cattiva. Adesso siate indulgenti se storpio un po' la vostra lingua», esordisce sorridendo. «Conosco bene Sarkozy, mi piace, lo rispetto, è un leader forte. So che vorrà forgiare una buona alleanza tra la Gran Bretagna e la Francia, per il bene delle due nazioni, dell'Europa e del resto del mondo... Al giorno d'oggi è attraverso l'alleanza con gli altri che Paesi come i nostri possono esercitare la loro influenza, in Gran Bretagna, in Francia, in Europa, e ovviamente con gli Usa».

L'autorità è una delle parole d'ordine di Sarkozy. L'autorità ha un connotato positivo? E' un valore? Sì, a patto che sia esercitata in modo legittimo. "Legittimo" vuol dire qualcosa di più che semplicemente "legale". L'autoritarismo può essere legale, ma non è legittimo; l'autorevolezza si esercita anche senza mezzi coercitivi; l'autorità trae la propria legittimità dall'essere sottoposta a controllo democratico e dal suo esercizio nei limiti del costituzionalismo. In questi termini è senz'altro un valore in democrazia, essenziale alla certezza del diritto, senza la quale sono i cittadini più deboli i primi ad essere svantaggiati. La stessa idea alla base del blairismo, che la forza della legge sia la prima forma di giustizia sociale. «Duri con il crimine, duri con le cause del crimine», fu uno dei primi slogan di Tony Blair.

In Italia qualcuno, a sinistra, ha ben compreso le parole d'ordine di Sarkozy - e non da poco tempo.

«Abbiamo bisogno di una nuova cultura della legalità», spiega al Corriere Riccardo Illy. «La vecchia ripartizione destra-sinistra ha perso la sua consistenza storica. Assistiamo a mille trasversalità, a mille intrecci», è la riflessione di Biagio de Giovanni, con la quale concordiamo pienamente da tempo.

«Se non c'è merito, allora c'è solo censo, clientela, amicizie, affiliazione», avverte il "volenteroso" Nicola Rossi.

Il merito non è in contraddizione con la solidarietà. «Se si premia il merito - spiega Illy - si consente di ottenere il miglior contributo da ogni cittadino. Se ci saranno cittadini svantaggiati saranno oggetto di interventi sociali. E valorizzando il merito si otterranno più risorse per questo scopo».

Il merito è il più democratico, il più liberale, e il più rispettoso dell'individuo, tra i fattori di disuguaglianza, posto che la disuguaglianza è un dato ineliminabile nelle società umane (e non solo) e che compito dello Stato è favorire opportunità di partenza il più possibile uguali.

Secondo Alberto Alesina, la vittoria di Sarkozy «potrebbe essere il punto di svolta verso riforme liberiste più decise e un benvenuto riavvicinamento tra Europa e Stati Uniti». Inoltre, una Francia «che si muovesse in direzione liberista avrebbe un importante effetto dimostrativo per altri Paesi, come il nostro, e anche un'influenza diretta, dato il suo ruolo cruciale» in Europa.

Tuttavia, come abbiamo osservato, il condizionale è d'obbligo. «Il condizionale è dettato dalla molta incertezza che rimane su ciò che Sarkozy vorrà e potrà fare». A partire dal suo programma elettorale, che «non è certo un coerente manifesto di liberismo economico».

Alesina individua però «almeno tre punti positivi: la convinzione che il mercato del lavoro vada cambiato, il rifiuto ad aumentare le imposte... e una visione realistica delle istituzioni europee».

La flessibilità limitata solo a chi deve entrare per la prima volta, o reinserirsi, nel mondo del lavoro, genera inevitabilmente precarietà. Estendere la flessibilità a tutto il mercato del lavoro, con meccanismi di sicurezza sociale per chi si trova in difficoltà, «faciliterebbe l'inserimento dei giovani che oggi lavorano con contratti atipici in carriere lavorative da subito più promettenti». Il neopresidente francese si ritroverà contro la carica degli «illicenziabili».

L'altra faccia della medaglia, avverte anche Alesina, è un «nazionalismo economico» che traspare dai discorsi di Sarkozy: c'è «il tipico entusiasmo francese per la politica industriale e per varie forme di sussidio pubblico all'innovazione, per i grandi progetti "strategici"... la sua difesa tout court degli interessi degli agricoltori francesi».

Wednesday, February 28, 2007

La crisi è della sinistra riformista

«E' la sinistra riformista e non la sinistra radicale, la responsabile della crisi del Governo cui abbiamo assistito. Mentre infatti l'identità della sinistra radicale è ben determinata, quella dei riformisti no, e questa è la causa di tutti i problemi del centro-sinistra».

«Abbiamo trascorso la passata legislatura facendo una opposizione insensata e non ci siamo adeguatamente preparati per quando saremmo andati al Governo: l'anti-berlusconismo è stato l'unico punto programmatico di comodo che abbiamo scelto per la nostra politica, e questo di oggi è il risultato. Una cosa è certa: questo Governo, che si presenta alle Camere con un programma tanto minimale quanto vago non durerà».

«Ora mi aspetto che qualcuno tra noi alzi il ditino e assuma la responsabilità dell'accaduto».

Nicola Rossi

Qui siamo d'accordo e, crediamo, anche Bazarov.