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Tuesday, January 03, 2012

Tirannia fiscale

Stamattina, quando ho letto sul Corriere della Sera il titolo dell'articolo di Dario Di Vico, ho davvero pensato/sperato che avesse usato un'espressione così forte («una vera campagna terroristica») per denunciare i livelli di pressione fiscale cui siamo arrivati e le armi di cui si è dotato il Fisco, che somiglia sempre più ad uno sceriffo di Nottingham e che fa più morti (per ora) degli anarchici. Invece no, si riferiva agli attentati contro Equitalia. Ho postato ugualmente la mia riflessione su Twitter (@jimmomo) e ne è nato un breve scambio di battute con Di Vico, che mi invitava a distinguere tra le bande armate e le policy sbagliate e a rileggere il suo fondo sul suicidio dell'imprenditore Schiavon.

Quando si tratta di buste esplosive o proiettili, la matrice anarchica, quindi eversiva, è indubbia. Non mi sorprenderei se invece dietro i diffusi atti, più simili al vandalismo, contro le sedi di Equitalia non vi fossero «bande armate», bensì gesti isolati dettati dall'esasperazione individuale. Ovviamente non sto giustificando alcun atto di violenza e intimidazione contro Equitalia. Tra l'altro, i mezzi sono patetici, perché oggi la tecnologia consente attacchi molto più efficaci, per bloccarne l'operatività, e "non violenti", senza nuocere all'incolumità di alcuno.

Semplicemente mi aspetterei dalla stampa articoli e denunce contro la tirannia fiscale in Italia, che sta strangolando l'economia ma anche distruggendo vite in carne e ossa. E che Equitalia non sia una società privata, ma statale, come si preoccupa di precisare oggi Di Vico, è un'aggravante certamente per gli attentatori, ma anche rispetto a certi suoi comportamenti persecutori. Un esempio illuminante della «campagna terroristica» del Fisco contro i cittadini è quanto avvenuto a Cortina fra il 30 e il 31 dicembre, quando 80 ispettori hanno rastrellato indiscriminatamente negozi e alberghi.

Un'azione più che altro dimostrativa, ma proprio per questo ancor più inquietante, perché rivela la natura ideologica ormai assunta dalla lotta all'evasione fiscale. Ieri, su Il Messaggero, usciva questa intervista ad Attilio Befera, direttore dell'Agenzia delle Entrate, il tipico delirio d'onnipotenza statalista, con tutti i presupposti dello Stato totalitario.

Dietro tutto questo si nasconde un inganno, e cioè che le tasse sottratte al Fisco siano sic et simpliciter risorse sottratte al Paese. Il che insinua un'equivalenza concettualmente sbagliata, inesistente, tra il Fisco, cioè lo Stato, e il cosiddetto "Paese", la comunità di uomini e donne che vivono sul territorio italiano. Le tasse sono ricchezza sottratta al Paese più di quanto lo sia l'evasione. C'è differenza tra lo Stato, inteso come la pluralità delle pubbliche amministrazioni, e il "Paese". Lo Stato non siamo "noi". Lo Stato è un gruppo identificabile di persone, più o meno rispettabili, chiamate - in democrazia legittimamente - ad amministrare la cosa pubblica. Un gruppo di persone che può e deve essere messo sul banco degli imputati dal momento in cui si mangia la metà e oltre della ricchezza del Paese, non rispetta il contratto con i cittadini e strangola le attività economiche.

Nonostante l'enorme ricchezza sottratta al Paese lo Stato offre servizi insoddisfacenti, anzi spesso dannosi, e rischia di trascinarci nella sua bancarotta. Questo dovrebbe essere il tema dibattuto fino alla noia in queste settimane. Purtroppo invece le martellanti campagne anti-casta e anti-evasione dei principali quotidiani italiani - anche di quelli della "borghesia" e del mondo produttivo - stanno funzionando come armi di distrazione di massa, come gazzette di Nottingham. Se nel primo articolo del 2012 Alesina e Giavazzi devono ripartire dall'abc - spiegando agli italiani che «demonizzare» la ricchezza è «pericoloso» - e se da almeno dieci anni scrivono le stesse cose e avanzano le stesse proposte, non è certo colpa loro. E' il segno dell'arretratezza italiana e del persistente analfabetismo economico degli italiani. Che vengono indotti ad accapigliarsi su chi deve pagare più tasse e su quali nuove tasse inventarci, a sfogarsi nella caccia all'evasore (guarda caso sempre il vicino di casa), e ad allontanarsi, invece, dal vero problema, che è lo Stato. I suicidi degli imprenditori sono una tragedia umana ma anche una denuncia politica non violenta, eppure vengono commentati come se fossero dei fatti di cronaca. In Italia di tasse e di fisco - non di crisi economica - si muore.

Wednesday, November 30, 2011

Errori che Monti non può commettere

Anche su Notapolitica

Non servono politiche "eque", ma politiche che funzionino

Se ci è arrivato anche il "politicamente corretto" Corriere della Sera si vede che non siamo gli unici ad avvertire il pericolo. «Meglio decidere che concertare», è il titolo dell'editoriale di ieri a firma Dario Di Vico. Lo ripetiamo da giorni, da quando abbiamo ascoltato Mario Monti neo premier esibire al Senato un compiaciuto gusto per la concertazione. Che sia con i partiti o con le forze sociali, concertare in Italia significa non decidere un bel niente. E anche Di Vico è consapevole che il governo «ha un solo colpo in canna»: anche se può arrivare al 2013 ha in realtà poco tempo, due/tre mesi, per spingere sulle riforme strutturali necessarie a far ripartire l'economia italiana. Trascorso questo periodo, rischia di restare impantanato da veti e contro-veti.

Dunque, il primo errore in cui Monti non può assolutamente permettersi di incappare è lo stesso in cui hanno invece perseverato Tremonti e i suoi predecessori, ossia dividere in due fasi temporalmente distinte rigore e crescita. Con la scusa che per scrivere le riforme ci vuole tempo (mentre tassare è come prelevare da un bancomat), e di voler cercare «il consenso delle parti sociali», si conviene come prima cosa di aggiustare i conti pubblici a colpi di strette fiscali, rimandando il momento delle riforme alle settimane e ai mesi successivi, quindi di fatto indefinitivamente.

Secondo errore che Monti deve evitare in tutti i modi di commettere: reiterare le solite manovre basate per i 2/3 o i 3/4 su nuove entrate, cioè nuove tasse. E' esattamente ciò che tutti gli osservatori, innanzitutto i mercati ma anche quelli istituzionali come la Banca d'Italia e la Corte dei Conti, hanno rimproverato alle due manovre estive sfornate dal precedente governo con farina del sacco Tremonti, cioè di essere sbilanciate sul versante delle entrate rispetto a quello dei tagli alla spesa. Sarebbe davvero il colmo, e probabilmente un colpo letale per la nostra economia, se il governo d'emergenza chiamato a correggere i vizi del passato li riproponesse tali e quali.

Tutti si riempiono la bocca con la parola «crescita», ma al dunque, a leggere i giornali e ascoltando anche i più insospettabili programmi televisivi e radiofonici, sembra che non ci rimanga altro che scegliere a quale tassa impiccarci: patrimoniale o Ici? Iva o Imu? Oppure, ancora meglio, di tutte un po'? Con l'ipotesi ormai certa di una contrazione del Pil dello 0,5% nel 2012, si calcola che servono circa 15-20 miliardi di euro per centrare il pareggio di bilancio nel 2013. Senza tenere conto però che ulteriori strette fiscali in questo momento avrebbero l'effetto di deprimere ancora di più l'economia, e proprio incidendo negativamente sul denominatore del rapporto deficit/Pil allontanerebbero anziché avvicinare l'obiettivo del pareggio di bilancio, rendendo inevitabili altre manovre, con il rischio di un avvitamento simile a quello che sta soffrendo la Grecia: deficit, che richiede una stretta fiscale, che aggrava la recessione, che apre nuovi buchi di bilancio, i quali richiedono nuove strette fiscali e così via.

Impostare il problema in termini di "sacrifici", di "lacrime e sangue", non è solo fuorviante, è pericoloso. Il sacrificio utile è lavorare di più e meglio; pagare più tasse sarebbe un sacrificio dannoso oltre che inutile. Ai mercati in questa fase non interessa se a causa della recessione ormai certa nel prossimo anno non centreremo il pareggio di bilancio ma ci avvicineremo soltanto alla meta. Vogliono vedere prima di qualsiasi altra cosa se siamo in grado di realizzare riforme strutturali impopolari che in prospettiva ci facciano tornare a crescere a ritmi almeno del 2%; gradirebbero un abbattimento dello stock del debito, possibile con dismissioni di patrimonio pubblico non di 1 un punto di Pil in tre anni ma di 5 punti l'anno. Non servono quindi politiche di «equità», se per «equità» si intendono misure demagogiche per far vedere che "anche i ricchi piangono". Servono politiche che funzionino.

Purtroppo un governo non di tecnici, ma per lo più di burocrati da anni ai vertici della malagestione della cosa pubblica, sembra sprovvisto di ciò che serve sopra ogni cosa: una mentalità sburocratizzante. Bisogna "destatalizzare" il Paese e inventare nuove tasse significa fare esattamente il contrario: statalizzare quote ulteriori di ricchezza. Diverso sarebbe spostare il carico fiscale, aumentarlo sui patrimoni (Ici) e sui consumi (Iva), per ridurre contestualmente e significativamente il peso delle imposte sul lavoro e sull'impresa, cioè sulle attività produttive, a patto quindi che il saldo per lo Stato in termini di pressione fiscale complessiva risulti negativo.

Tuesday, October 20, 2009

Dove vuole arrivare il "compagno" Tremonti?

L'impressione è che stavolta Tremonti abbia davvero esagerato con la sua ultima provocazione anti-mercatista, addirittura la "riabilitazione" del posto fisso. Come mi pare fece con Fini, a questo punto Feltri dovrebbe candidare anche Tremonti alla leadership del centrosinistra. Questa volta però non tutti i ministri sono rimasti in silenzio in nome della compattezza e dell'armonia nell'Esecutivo. E anche nel partito gli scontenti per le uscite schiettamente socialdemocratiche del ministro dell'Economia - pur ammettendo che le sue politiche finora sono rimaste fiscalmente responsabili, il che non era scontato in un Paese come l'Italia, durante una grave recessione - si sentono finalmente autorizzati ad uscire allo scoperto.

Non manca chi ha esteso la critica a Tremonti ben oltre la restaurazione del mito del posto fisso. «Tremonti dà una risposta per l'uscita dalla crisi che io non condivido. Tornare indietro è più facile, ma non risolve i problemi. Bisogna cambiare occhiali per capire come è fatto il nuovo mondo. Non si deve aver paura». Sembra una critica complessiva, per esempio, questa di Brunetta in un'intervista a la Repubblica. Come sapete, è anche la posizione di questo blog: «Abbiamo vissuto la stagione del lavoro atipico come estrema conseguenza dell'egoismo del lavoro tipico, dell'egoismo degli insiders contro gli outsiders. Tutte le garanzie ai primi, protetti dal sindacato, tutte le flessibilità scaricate orribilmente sui secondi privi di rappresentanza».

Ma la soluzione non può essere quella di far diventare gli outsiders degli insiders, perché il sistema non sarebbe in grado di sopportarne i costi. La proposta di Brunetta è di «spalmare le esigenze di flessibilità su tutte le forze lavoro occupate. So bene quanto sia delicato questo argomento, basti pensare agli scontri, tra riformisti e conservatori, intorno all'articolo 18». Tremonti, invece, «vorrebbe una nuova società dei salariati. Solo che questa non risponde alle esigenze di flessibilità che pone il sistema. La sua è una soluzione del Novecento che non va più bene in questo secolo».


«Le garanzie non devono derivare da un posto di lavoro, ma dalla propria professionalità, dal proprio essere azionisti dell'attività produttiva. Bisogna provare, anche se mi rendo conto di essere un po' utopista, ad adattare le regole del mercato del lavoro a quelle della Rete, perché è questa la novità di quest'epoca. La novità è Internet, è l'intelligenza che produce senza capitali».
Va bene lavorare «per dare posti di lavoro più duraturi», osserva un altro ministro, Sacconi, a Mattino5, ma «questo non si ottiene con norme vincolanti bensì permettendo ai lavoratori di affermare le proprie competenze». E i finiani mostrano di sentire la concorrenza di Tremonti per il dopo-Berlusconi. «La cultura del posto fisso è uno dei mali del Mezzogiorno che i giovani dovrebbero contrastare per essere liberi dallo statalismo e dalle clientele politiche che nei decenni passati hanno caratterizzato il mercato del lavoro», osserva Italo Bocchino, deputato Pdl vicino al presidente della Camera: «Quello di cui c'è veramente bisogno è una formazione professionale vera, capace di introdurre i giovani nel mercato del lavoro e di garantire quella professionalità utile a competere».

Alberto Alesina, intervistato da Il Foglio, comprende il ragionamento di Tremonti e rispetta le sue categorie di pensiero. Certo, la stabilità sociale, anche durante questa grave recessione, ha contribuito alla tenuta del Paese, ma dobbiamo essere consapevoli delle conseguenze delle nostre scelte. Far prevalere la stabilità del posto fisso presenta dei costi non irrilevanti, e non solo per le imprese. I costi maggiori, anzi, li sopportano proprio i lavoratori: scarsa produttività, quindi un salario più basso e un reddito pro capite inferiore a quello di altri Paesi:

«Non possiamo avere tutto insieme, la piena occupazione con posto stabile, il salario più alto, la crescita più rapida. Il risultato probabile, al contrario, è che aumenterà la frattura tra chi il posto ce l'ha e se lo tiene stretto e chi non lo avrà mai. Una società in cui chi ha un lavoro garantito (e per lo più sono uomini adulti) dovrà mantenere i figli per un numero elevato di anni. Una società a un tempo statica e divisa».
Salari alti, redditi alti, posto fisso e piena occupazione è «un'equazione che non funziona».

Come osserva Dario Di Vico, sul Corriere, l'uscita di Tremonti «spiazza la sinistra», mira dal punto di vista comunicativo, come già sta accadendo da alcuni mesi, a mettere il Pd in un angolo, facendo rientrare nel Pdl entrambi i poli del dibattito politico-culturale che si svolge sui principali temi, dall'immigrazione al lavoro:

«Inneggiando al posto fisso e sbeffeggiando la mobilità sociale, Tremonti non pare avere intenzione di capovolgere la linea di politica del lavoro del governo Berlusconi. Giacché dovrebbe rivoltare la filosofia della riforma della pubblica amministrazione del collega Renato Brunetta, sconfessare il ministro Gelmini, chiedere la cancellazione della legge Biagi e fare una buona provvista di euro per assumere, come Stato, tutti i precari della scuola, delle Poste, della Rai, dell'Istat, dell'Isfol, della Croce Rossa, dell'Istituto superiore di sanità e via di questo passo».
Una «sortita», quella di Tremonti, che va circoscritta quindi «al mondo dei simboli e delle querelle politico-culturali».

E' vero che dal punto di vista comunicativo può rivelarsi un vantaggio per il Pdl riassumere al proprio interno un ampio spettro di posizioni su vari temi polarizzanti (stato e mercato, laicità, immigrazione-integrazione, rapporto tra istituzioni). In condizioni normali, la confusione che si genera nel profilo politico-programmatico della coalizione avvantaggerebbe l'avversario. E' pur vero che non siamo in condizioni normali, finché l'opposizione rimane nello stato di irrilevanza e di totale mancanza di credibilità nel Paese in cui è, ma non bisogna comunque esagerare, fino a porre in discussione l'identità e le basi politico-culturali su cui una moderna politica economico-sociale di centrodestra dovrebbe fondarsi.

Stando a quanto riporta questa mattina Mario Sechi, su Libero, il Pdl comincia a ribollire di sentimenti anti-tremontiani. «Non siamo al Giulio contro tutti, né al ritorno della notte del 3 luglio 2004, quando il ministro fu costretto dalla tenaglia An-Udc a lasciare l'incarico», scrive Sechi, ma ormai si dubita sempre di più che la politica economica del ministro Tremonti sia in grado di garantire all'Italia un tasso di crescita sostenuto e soddisfare le aspettative delle «categorie di riferimento». Per questo, rivela Sechi, «negli uffici del partito si stanno ultimando le bozze di due documenti riservati, a esclusiva circolazione interna, che fanno un punto-nave politico e cercano di dare una risposta economica alle richieste che vengono dalla Confindustria, dal mondo delle imprese e delle partite Iva, dal Viminale e le forze dell'ordine, dalla stessa Banca d'Italia». Leva fiscale e riforma delle pensioni le due idee «fulcro» dei due documenti, certamente «non tremontiani».

Il ministro è convinto, sia per ragioni di bilancio (assolutamente condivisibili), sia per la sua filosofia politica (meno condivisibile), che nella società di oggi la domanda di stabilità e sicurezza sia prevalente su tutte le altre. Ma Tremonti sbaglia a sottovalutare il tema "tasse", che da almeno due secoli non manca di infiammare i popoli di ogni latitudine.

Friday, May 30, 2008

Il governo ha un centravanti liberista. Lo sostenga

Se il futuro dell'Italia dipende dal binomio spesa pubblica-tasse, se insomma tutti i nodi da sciogliere riguardano la pesantezza dello Stato, la partita che ha cominciato a giocare Renato Brunetta alla Funzione pubblica, per una riforma profonda e meritocratica della pubblica amministrazione, è quella forse più importante nei prossimi cinque anni, come ha intuito Alberto Mingardi, su il Riformista: «... la partita che gioca Brunetta ha una salienza se possibile maggiore di quella che appare. Sulla riforma della pubblica amministrazione, si vedrà quanto è un mito, e quanto invece triste realtà, l'ipotesi di lavoro della irriformabilità dell'Italia. Non c'è settore in cui il cancro italiano sia pronunciato e grave quanto la pubblica amministrazione. La malattia dell'Italia è lo Stato. E purtroppo non è da altrove rispetto allo Stato che possa cominciare la guarigione».

Il piano Brunetta prevede un risparmio di ben 40 miliardi nel quinquennio, otto l'anno, mediante il blocco quasi totale del turnover, la compressione delle assunzioni di precari, l'eliminazione di enti non necessari, la trasformazione di enti pubblici in società per azioni, con il conseguente snellimento dell'organico, mediante la sostituzione di personale a orario unico con personale che fa orari ordinari e straordinari veri, e la vendita di immobili che non servono più. Spendere meno, quindi, ma migliorare i servizi, conducendo una campagna contro i "fannulloni". Centrali saranno a nostro avviso gli strumenti per misurare il lavoro svolto e la responsabilizzazione dei manager.

A questo punto, conclude giustamente Il Foglio, dipenderà dal governo e dal ministro dell'Economia Tremonti. La vera svolta ci sarà se il provvedimento di anticipo della Finanziaria, previsto per giugno, conterrà il "piano Brunetta", le privatizzazioni e le liberalizzazioni degli enti e società pubbliche municipali. Sarebbe così realistico puntare al pareggio di bilancio e a una cospicua riduzione delle tasse.

Sul "piano Brunetta" i sindacati si sono divisi. Cisl e Uil trattano, la Cgil si fa prendere dalla tentazione di mettersi all'opposizione pregiudiziale, come nella legislatura 2001-2006, non accorgendosi però che opponendosi a una riforma della pubblica amministrazione avrebbe tutto il Paese contro. La gente non ne può più della burocrazia inefficiente e intoccabile.

«La sostanza - osservava Dario Di Vico sul Corriere - è che anche per quanto riguarda il pubblico impiego la Cgil sceglie per sé la parte del freno, carica sui suoi iscritti la responsabilità di ostacolare il percorso di modernizzazione ideato da Brunetta ma che riflette idee ed elaborazioni largamente presenti nei gruppi dirigenti del Pdl e del Pd». Ancora una volta la Cgil si dimostra in ritardo «nel capire lo spirito del tempo. Non è più aria di riproporre la ritualità di ieri e dell'altro ieri, la maggioranza degli italiani — e non solo quelli che hanno votato per Silvio Berlusconi — chiede servizi pubblici allineati agli standard europei e non sopporta più regimi di privilegio e tutele "rafforzate" per gli statali». Tra l'altro, l'esperienza sulle barricate del quinquennio 2001-2006 «non ha aiutato il centrosinistra a maturare una cultura di governo, ha alimentato l'illusione che si potesse ripartire da un cartello di "No"».

Thursday, June 21, 2007

Sua Bontà ci farà sapere, ma il sì è scontato

Walter VeltroniSi apre l'era del veltronismo "nazionale"?

Dovremo aspettare mercoledì prossimo per sapere se Sua Bontà Walter Veltroni accetterà di candidarsi alla guida del Partito democratico. Sarà un sì, perché il sindaco di Roma si è già "tradito". Vuol farsi desiderare, tutto qui, ma a chi pensa di darla a bere? La città scelta per l'"annunciazione" e il motivo addotto hanno un valore politico così preciso da non prestarsi a equivoci. Perché a Torino? «C'è una situazione difficile del Paese e c'è questo sogno del Partito democratico. E questi sono tutti elementi di valutazione che mi porteranno poi a scegliere, semplicemente e serenamente. Ho scelto di farlo a Torino perché è una grande città del Nord e del lavoro». Messaggio chiaro: la sinistra deve riconquistare la fiducia del Nord.

Perché scegliere una città in particolare, e con tale enfasi, per l'annuncio, se ci fosse la possibilità concreta di un passo indietro? Una settimana in più per alimentare il clima di attesa e creare l'evento. Ha doti di grande comunicatore, l'unico golden boy tra i suoi ingrigiti ex "compagni di scuola".

Ancora non è il leader del centrosinistra e la sua commedia zuccherosa è già diventata stucchevole: «E' una momento importante della mia vita politica e personale... Queste sono quelle cose per le quali bisogna soprattutto colloquiare con se stessi, con la propria coscienza e poi sentire le opinioni di persone che si stimano». Andiamo, caro Walter, falla breve, lo sappiamo che è una vita che aspetti l'investitura a salvatore della sinistra e della patria.

Che non sia destinata a reggere a lungo la coabitazione tra due leadership diverse - Veltroni alla guida del Partito democratico e Prodi dell'attuale governo - ne sono ben consapevoli i vertici di Ds e Margherita. Si tratta, però, o di salvare il Pd dotandolo di un leader forte e credibile, non compromesso con le politiche scellerate del governo in carica, seppure ciò significhi inevitabilmente delegittimare Prodi; o di rischiare di soffocarlo nella culla, affidando la segreteria a dei reggenti provvisori, di fatto all'ombra della fallimentare leadership prodiana. Ebbene, hanno deciso di sacrificare il Governo Prodi. Sembrano aver finalmente trovato il becchino per il cadavere di cui parliamo da mesi.

E ne sono convinti anche gli osservatori, che stavolta a licenziare Prodi, probabilmente già in autunno, sarà proprio Veltroni, una volta eletto leader del Partito democratico. Il più brillante a delineare lo scenario che si profila è Vittorio Feltri: Ds e Margherita sono ormai consapevoli che Prodi sta portando il centrosinistra alla rovina, procurando anche l'aborto del nascituro Partito democratico. Nei tre-quattro mesi d'estate, fino a metà settembre, la politica, come gli italiani, va in vacanza, e il premier non potrà fare troppe «cazzate». Ma in autunno la salma politica di Prodi verrà tumulata. Al suo posto, a Palazzo Chigi, un governo «piacione», con una decina di ministri, metà dei quali donne, che farà «un sacco di cose futili ma commoventi e popolarissime», «ammorbidirà toni e tasse, prometterà rose e fiori». Niente polemiche, parole buone per tutti.

Una volta consolidata l'immagine "buonista" della sinistra nel paese, Veltroni concorderà con il presidente Napolitano il percorso verso le elezioni politiche, il cui terreno sarà preparato da una finanziaria «elettorale, allegra, pacificatoria».

Pare che si apra, finalmente, l'era del veltronismo, da anni l'ultima, attesissima risorsa della sinistra. Chissà se da romano riuscirà a farsi nazionale.

Il veltronismo è ostentatamente compassionevole, si fonda sul buonismo, sulla cultura a portata di tutti, su un giro di relazioni vip e sullo svago cittadino come indispensabili strumenti di consenso e di governo, di soporifera egemonia. Non c'è miglior interprete di Veltroni di quella romanissima formula panem et circenses, così populistica ed ecumenica, che coniuga creazione del consenso e gestione del potere.

Il segreto del successo del Caro Sindaco nella fabbrica del consenso sta nella miscela vincente di un'immagine un po' cult, che attira l'intellettualume snob romano e "de sinistra" e il ceto impiegatizio gratificato da fugaci momenti di riscatto culturale, e un po' pop, capace di parlare al coattume delle periferie che si commuove davanti ai programmi di Maria De Filippi.

Il segreto del successo nella gestione del potere sta nell'eludere attentamente i problemi più spinosi e incancreniti della città, elargendo contentini a destra e a manca in un periodo di vacche grasse, per poi passare su tutto una mano di vernice fatta di manifestazioni culturali e sociali (cinema, musica, arte, letteratura, tempo libero) e di solidarietà in pillole. Piccoli gesti opportunamente ripresi dai fotografi e ingigantiti dai tg regionali, che in realtà rimangono occasionali e inutili. Esiste una vera e propria iconografia di soggetti deboli e umili, con i quali il Caro Sindaco ama farsi riprendere.

Roma è una città ormai compiaciuta del suo caos, delle sue occasioni di svago come dei suoi problemi perennemente irrisolti. E' così che vanno le cose, almeno divertiamoci, facciamone motivo di identità e orgoglio cittadino.

«Un mondo che sappia ascoltare il grido di dolore e il desiderio di futuro dei suoi bambini». Sembra di votare un film di Frank Capra. Veltroni si fa cantore di valori meravigliosi, impossibili da non condividere, mentre scansa tutto ciò che potrebbe dividere e alimentare quel conflitto che però in democrazia è il sale della politica, perché porta al momento della decisione con responsabilità.

«Non dirà niente, o userà formule sufficientemente generiche da non creare scompiglio. La sua è la cultura dell'et et, mai dell'aut aut: Veltroni somma, concilia, usa la formula magica del coniugare, è il sindaco juventino che si mette la sciarpa giallorossa, è la suggestione che unisce e mai la scelta che divide. Magnificherà tutti i valori condivisibili...», spiega Pierluigi Battista a Il Foglio.

Di Veltroni non si può certo dire che rappresenti la nuova politica, né, con i suoi cinquant'anni suonati, gran parte dei quali trascorsi nel Pci-Pds-Ds, un effettivo ricambio generazionale. La sua è una politica da cui sembrano aboliti per decreto tutti i rischi e le scelte (così tremendamente presenti, invece, nella vita quotidiana di ciascuno), nelle quali, inevitabilmente, una o più delle ipotesi in campo vengono scartate. Ecco, questa adrenalina della politica, fatta di scelte rischiose, sfide ideali, responsabilità, è estranea al veltronismo. Un'estraneità che potrebbe spiegare con largo anticipo il suo fallimento.

Centra il problema Dario Di Vico, sul Corriere: la «sciagura dell'unanimismo». Sarebbe un guaio «bissare le finte primarie del 16 ottobre 2005 quando un numero decisamente consistente di italiani orientati a favore del centrosinistra si mise in coda sin dalle prime ore del mattino per votare Romano Prodi, senza però che fosse in campo una candidatura veramente concorrenziale». Da un nuovo plebiscito, stavolta per Veltroni, senza vere alternative, uscirebbe l'ennesimo programma di 281 pagine «fatto apposta per sommare le proposte di tutti i partiti della coalizione senza sostanzialmente sceglierne nessuna».

Per non avviarsi sulla stessa via prodiana al fallimento, Veltroni dovrebbe quindi indicare per tempo cosa intende fare. «Resti pure sindaco... usi pure ampiamente la fantasia di cui dispone... sia però netto e abbia il coraggio di scontentare qualcuno. Dalla crisi della politica si esce con impegni lineari e convincenti ma anche estendendo ai partiti e alle coalizioni le regole della concorrenza. L'Italia non può continuare a essere il Paese dove le primarie si fanno per gioco. Solo chi si espone al rischio di perdere alla fine vince davvero».

«Responsabilità, coerenza, coraggio di condurre battaglie ideali e culturali in campo aperto» sono le qualità della leadership citate da Andrea Romano parlando del blairismo, ben diverse però dal sonnacchioso galleggiamento di Veltroni, al quale si addicono di più «la dissimulazione elevata a metodo politico, il familismo come strategia, la tutela da ogni rischio come cifra della propria stagione».

Saturday, May 26, 2007

Un Terzo Stato consapevole contro le caste

Terzo StatoLa questione non è se Montezemolo si impegnerà o meno direttamente in politica. Importa sapere se finalmente gli industriali decideranno di volere il libero mercato e le regole e di rinunciare all'obolo di Stato

A proposito del partito-Corriere ha parlato direttamente Paolo Mieli, a Liberazione, più nei termini di un think tank di intelligenze dai diversi orientamenti politici e culturali, che però condividono un metodo e si aspettano che la politica sappia cambiare l'Italia.

Con Mario Adinolfi diffidiamo di questa «nuova borghesia consapevole» che il discorso di Montezemolo di ieri ci avrebbe disvelato e che sembra aver entusiasmato editorialisti del Corriere come Dario Di Vico.

Diciamo che bisognerebbe averla una "borghesia", prima di parlare di una nuova. Vero che l'Italia «non ha mai avuto una borghesia che abbia saputo tagliare la testa al re», che il nostro è il capitalismo «familiare e senza capitali, dei patti di sindacato, delle banche nelle imprese editoriali» (e in quelle politiche), in parte responsabile, insieme ai partiti e ai sindacati (e anche un po' a tutti noi), dello «sfascio in cui versa il paese». No, non per l'evasione o l'elusione fiscale - disobbedienze civili a uno Stato famelico da parte di molti che si sono presi il rischio di non fermarsi e di continuare a produrre ricchezza nonostante tutto. Il guaio è che il capitalismo italiano ha barattato il libero mercato con l'assistenzialismo di Stato, trovandosi poi perdente nella competizione globale. Complici i Sindacati, è riuscito a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, con le casse integrazioni, le mobilità lunghe, i sussidi, gli incentivi e le rottamazioni.

Buon ultimo un presidente di Confindustria capisce che servono regole, non oboli di Stato, e viene a parlarci di merito, rischio e concorrenza, quando Confindustria non l'ha mai praticata, garantendo assistenza alle poche grandi industrie, e lasciando senza rappresentanza la reale spina dorsale produttiva del paese, la piccola e media impresa.

Viene, in effetti, il dubbio di trovarci dinanzi, come ha scritto Oscar Giannino, a «un ambizioso [che] si volge a fiutare l'aria per misurare il successo potenziale di una nuova leadership». Per il quale «non conta la coerenza dei programmi», ma «contano gli stati d'animo, e le cadenze retoriche. Tutto ciò che conduce allo stato nascente dell'innamoramento, direbbe Alberoni. Ed era questo lo stato d'animo del Montezemolo di ieri, quella sicumera che tante volte l'ambizioso oppone ai dubbi ben celati intorno al fatto se l'opinione pubblica lo corrisponderà dello stesso amore, e se cederà alle lusinghe».

Eppure, non si può del tutto escludere che qualcosa si muova. «Sta succedendo molto, molto di più», assicura Di Vico.
«Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare, perché i consiglieri della regione Veneto abbiano diritto ai funerali gratis e perché si dilapidi denaro pubblico per tenere in piedi istituzioni quasi inutili come le province».
D'altra parte, seppure demagogico, nel suo discorso Montezemolo stavolta non ha parlato solo delle esigenze degli industriali, non ha stilato «il solito cahier de doléances un po' gretto e corporativo», ma ha preso posizione per alcune riforme che sappiamo essere necessarie da tempo (premierato e legge elettorale, pensioni e tasse, per fare degli esempi) e ha rappresentato una domanda largamente avvertita nella società, di «più libertà, apertura e mobilità», divenute «in tutti i grandi Paesi industrializzati parole d'ordine interclassiste», ha osservato l'entusiasta Di Vico.

Staremo a vedere se gli industriali finiranno per accontentarsi del solito obolo, del solito pasto caldo. Può darsi che si sia trattato del ciclico cavalcare l'onda di delusione del mondo produttivo nei confronti di un governo che pure si era sostenuto, per meglio prepararsi a cambiare carro in corsa o ad alzare il prezzo sui tavoli della concertazione.

Se non una "rupture", se non qualcosa di radicalmente riformatore, la crisi della "casta", il referendum elettorale che grava sui partiti, il nuovo corso di Confindustria con l'ombra incombente di Montezemolo, una ventata d'aria fresca potrebbero portarla, spazzando via qualche vecchio dinosauro e residuato ideologico, sbloccandoci da uno stallo che davvero non possiamo più permetterci. E' il momento del ciascuno faccia il proprio gioco, ma chi resta fermo è perduto.

Non mi convince l'approccio solo generazionale di Mario Adinolfi, né l'espressione «neoproletariato», ma condivido l'analisi degli "outsider". Piuttosto, il «patto interclassista» dovrebbe essere inteso come un'alleanza tra i produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro i burocrati e le corporazioni: un Terzo Stato consapevole ci serve, più che una «nuova borghesia». Ecco, credo che se quell'alleanza si costituisse questo paese avrebbe qualche speranza di farcela. La domanda è: gli industriali ci stanno ad uscire da una logica corporativa e a sentirsi "Terzo Stato"? Il discorso di Montezemolo può essere interpretato in questo senso, ma restiamo in attesa della prova dei fatti.

Thursday, May 10, 2007

Padoa-Schioppa sulla linea del Piave

Il binomio tasse-spesa pubblica tiene in piedi il regime

La riforma delle pensioni è «cruciale» per l'Italia, per la «sostenibilità» dei suoi conti pubblici. Il Fondo monetario internazionale interviene a gamba tesa nel dibattito del momento. «Anche perché in Europa l'Italia ha il tasso più alto di spesa pubblica rispetto al prodotto interno lordo», spiegano a Washington. E sembra il sostegno che ci voleva al ministro dell'Economia che sta mancando da parte del Governo nel confronto con Sindacati e sinistra massimalista.

Tommaso Padoa-Schioppa appare isolato nella trincea, comunque piuttosto arretrata. Se non c'è accordo entro giugno con i Sindacati, minaccia, allora rimangono vigenti le leggi Maroni e Dini: scalone (in pensione a 60 anni) e revisione dei coefficienti. Secondo il ministro, c'è l'occasione «formidabile di fare due cose: prevedere ammortizzatori sociali per i giovani e aumentare le pensioni minime».

E' una linea del Piave che il ministro sta difendendo, perché in Italia bisognerebbe andare in pensione a 65 anni (sia uomini che donne), abolire la cassa integrazione e creare finalmente un sistema universale di sussidi improntati ai dettami del welfare to work. Abbattere tasse e spesa pubblica.

Bisogna dare atto ad Emma Bonino di essere stata l'unico ministro a schierarsi apertamente con Padoa Schioppa (e ad essere tra i pochi in Italia ad aver capito come si governa la globalizzazione). Pur senza tirare troppo la corda per una riforma più coraggiosa (e dove sarebbe, ci chiediamo, «l'atteggiamento costruttivo dimostrato dai rappresentanti delle parti sociali»?), come forse sarebbe opportuno, in questa fase è politicamente importante stare con Padoa-Schioppa, quando neanche il presidente del Consiglio ha difeso il suo ministro dagli attacchi di queste ore. Negando, anzi, con la sua nota spudoratezza, che ci siano tensioni.

Sulle pensioni la posizione del Partito democratico (Ds e Margherita) è quella di non scegliere. Un po' come sui "Dico" e la laicità, si cerca di tenere il piede in due staffe, ma se le lezioni di Blair e Sarkozy valgono qualcosa, non decidere assumendosi le proprie responsabilità, non dare la risposta giusta ma una qualsiasi a giorni alterni, è il modo più sicuro per scendere sotto il 20% e perdere, perdere, perdere.

Chi parla chiaro è il "volenteroso" Nicola Rossi, che diffida dalla convinzione che «la politica avrebbe — il condizionale è d'obbligo — la capacità di selezionare e distinguere, di individuare le fattispecie meritevoli di un determinato intervento o, più in generale, di un trattamento specifico apparentemente dettato da principi di equità». Al contrario, «la capacità selettiva della politica è straordinariamente bassa innanzitutto perché spesso e volentieri essa semplicemente non dispone delle informazioni necessarie e, quando così non è, perché le pressioni cui la politica è soggetta trasformano facilmente le politiche selettive» in occasioni di favorire le proprie clientele e le posizioni di rendita. Per questo, anche Rossi auspica nello stato sociale «il passaggio dalle politiche selettive alle politiche universali: poche regole chiare e uguali per tutti».

Ma a fronte di un Governo intervista su tutto, che altera le dimaniche di mercato e gli assetti proprietari, c'è un Governo che non interviene su ciò che gli compete: la riforma delle pensioni, come osservava l'altra settimana Dario Di Vico.

Né mancano le spinte, all'interno del Governo, come quelle del ministro Ferrero, a spendere i soldi del "tesoretto" nella mitica redistribuzione, per poi intervenire di nuovo sui conti con una manovra correttiva di fine anno. Parliamoci chiaro: questo Governo ha fatto una Finanziaria di decine di miliardi di euro e si è ritrovato con un "tesoretto" insperato. Non si faranno sfuggire l'occasione di spendere tutti questi soldi. Non in pochi grandi e mirati progetti di sviluppo, ma disperdendoli nei mille rivoli dell'assistenzialismo, all'unico scopo di consolidare il proprio potere. «Ma se il governo vuole davvero sfruttare il vento della ripresa e magari risalire nei sondaggi ha davanti a sé una strada obbligata: tagliare la spesa e le tasse. Ripresentarsi agli italiani chiedendo di metter mano nuovamente al portafoglio equivarrebbe a un suicidio», conclude Di Vico.

Il binomio tasse-spesa pubblica in Italia è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico. E il miglior modo di combatterlo è "affamare la bestia". Qualche giorno fa ce lo ricordava Piero Ostellino: «La spesa pubblica oltre il 50 per cento del Pil è il luogo dove si sperpera in inefficienze e sprechi la ricchezza nazionale; dove prospera il parassitismo. E' la riserva di caccia delle oligarchie politiche al governo che su di essa mettono le proprie mani. L'elevata pressione fiscale è lo strumento di dominio di tali oligarchie. E' lo Stato etico che pretende di saper disporre dei soldi del cittadino meglio di quanto non saprebbe lui stesso. Spesa pubblica e pressione fiscale elevate non sono la democrazia. Sono la prova del suo fallimento».

Friday, March 16, 2007

Liberismo all'italiana?

Partendo dai sorprendenti dati del boom spagnolo, Francesco Giavazzi ha spiegato, oggi sul Corriere, che si può crescere in due modi: «Aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro».
«... troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall'assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L'esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più. Osservata da questa prospettiva l'Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa. È uguale al tasso messicano e fra i Paesi dell'Ocse solo in Turchia la partecipazione al mercato del lavoro è più bassa che in Messico e in Italia».
La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, il 30% di tutti i posti. Ci si chiederà se «davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori precari», a causa dei quali «i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini».

Siccome impedirli non vorrebbe dire trasformare magicamente quei lavori in «lavori stabili», ma «semplicemente farli sparire», la soluzione, alla precarietà e alle disuguaglianze, «è la mobilità». «I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole».

Esiste un liberismo all'italiana che va da Baffi e Einaudi a Monti e Draghi, fino a Giavazzi e Alesina? Dario Di Vico ritiene di sì e lo chiama liberismo che convince, ma che finora non ha vinto.