Se già ci stavamo avvilendo a sufficienza con il desolante spettacolo della fase costituente del Partito democratico e delle finte primarie, dall'altra parte, se possibile, sono riusciti a farci cadere le palle ancora più in basso.
Gli anni e le stagioni politiche passano ma Veltroni riesce sempre a presentarsi come il nuovo che avanza, l'ultima risorsa della sinistra. Ma adesso che si è buttato nella mischia, sia Berlusconi che Prodi puntano al suo logoramento, a farlo passare per l'uomo scelto dagli apparati per sopravvivere a se stessi. E in fondo è proprio così, sta a lui sorprendere.
E' bravo Veltroni, bisogna riconoscerlo, nelle tirate demagogiche su quanto ritiene importanti i giovani e la società civile nel Pd, ma sappiamo che è un "cementificatore". Ovunque passi, blinda tutti i posti con i suoi fedelissimi. E il suo fedele scudiero, Bettini, ha strappato la maschera dal volto del suo cavaliere quando ha scagliato la sua irritazione per gli attacchi di Letta e Bindi: aho, ma che, fate sul serio? Veltroni si aspettava di correre in solitario una marcia trionfale, mentre eccoli lì, i suoi sfidanti, a cercare il corpo a corpo.
Lotta non entusiasmante, perché i suoi avversari meno di lui si sono sbilanciati sul ruolo politico che hanno in mente per il Pd e sui contenuti. Gli altri due big (Letta e Bindi) sono lì per azioni di disturbo, commissionate da Prodi. La durata del suo governo è inversamente proporzionale alla portata della vittoria di Veltroni. I candidati meno noti, da Adinolfi a Gawronski, hanno poche idee e confuse, ma a non convincere è soprattutto il loro approccio "moralistico" nella denuncia di questa classe politica. "I capaci siamo noi", si limitano a dire, invocando il recupero dell'etica politica.
Il Partito democratico si avvia mestamente ad essere una semplice operazione di conservazione di due apparati, Ds e Margherita, accelerata dal sempre più imminente collasso del Governo Prodi. Laddove trapela, la cultura politica del nuovo partito mostra le rughe catto-comuniste. Se va bene, sarà un compromessino "bonsai" tra ex-Dc ed ex-Pci, se va male neanche quello. Nessuno saprebbe ancora indicare due o tre cose che il Partito democratico, se dovesse governare, farebbe con certezza.
Eppure, in extremis, sul finire dell'estate, ciò che potrebbe fare del Partito democratico una novità nel sistema politico italiano, di rottura con l'esperienza dei riformisti nell'Ulivo e del centrosinistra formato Unione, porsi cioè l'obiettivo di essere non solo maggioritario, ma anche autosufficiente, presentandosi agli elettori come forza politica in grado di assumere in pieno le responsabilità di governo, sembra improvvisamente a portata di mano. Veltroni sembra aver rotto con il prodismo, e anche dal suo ultimo discorso in Francia emergono passaggi incoraggianti.
Proponendo la costruzione di un soggetto sovranazionale «la cui denominazione possa essere Internazionale dei democratici e dei socialisti», sottolinea che «i vecchi schemi non reggono più», che «staccarsi dalle ideologie del passato rende liberi di guardare al futuro», che «non è guardando indietro che troveremo le risposte giuste». Se l'Europa è «andata a destra», spiega, è «perché la sinistra è rimasta imprigionata in categorie che l'hanno fatta apparire conservatrice, ideologica e chiusa».
Parla di lotta al precariato, non nel senso di abolire le forme contrattuali flessibili, ma di ammortizzatori sociali, di continuità previdenziale, della formazione nella transizione, perché ci sono «interessi comuni e delle giovani generazioni che vengono prima degli interessi di parte o dei vantaggi di breve termine di chi, peraltro, dispone di una buona quantità di garanzie». E' consapevole che «senza la crescita dell'economia e delle imprese ogni obiettivo di equità sociale si allontana... Il nostro avversario è la povertà, non la ricchezza». E infine: «Dobbiamo togliere alla destra la bandiera della libertà. Era una cattiva utopia quella che faceva dell'uguaglianza la nemica delle libertà».
Ma se da una parte un partito sta nascendo a prescindere dai contenuti e dalla cultura politica, partendo invece dalla conservazione di vecchi apparati, dall'altra parte neanche da quelli, ma da un nome e un simbolo, da un volto, quello della Brambilla, e null'altro dietro che un gran casino e un enorme vuoto ideale e culturale.
Che i voti siano importanti per definire la consistenza di un partito è senz'altro ineccepibile. Tuttavia, i voti non bastano, perché dopo le elezioni occorre governare, decidere, fare. Ha risposto bene Ernesto Galli Della Loggia a un editoriale su Il Foglio in cui si sosteneva che «partiti veri sono quelli che prendono i voti, e finti quelli che non li prendono»:
«Un partito di plastica può anche incontrare per mille ragioni il favore dell'elettorato e prendere un sacco di voti... ma è a questo punto che scatta la distinzione davvero capitale, che è quella tra partiti che con i voti presi riescono a farci qualcosa e quelli che invece riescono a farci poco o nulla».Anche Piero Ostellino osserva che «con le Brambille si vincono magari le elezioni ma, poi, non si governa il Paese contro l'ostilità dell'establishment culturale di sinistra e la disaffezione di quello liberale». Il grande fallimento di Berlusconi è sul piano della cultura politica. Non è riuscito ad attirare neanche quegli intellettuali che diffidano della sinistra. Nonostante possedesse enormi mezzi, si è dotato solo di strumenti di bassa propaganda e non di analisi e fucina culturale. Se avesse guardato davvero a cos'è, oggi, il mondo culturale conservatore negli Stati Uniti, per esempio, con i think tank, le riviste, i quotidiani che fanno cultura e opinione, offrono idee, interpretazioni della realtà e, essenziale, coscienza critica. Se agli intellettuali di sinistra è mancata proprio questa ultima, in quelli liberali essa non è mai mancata, ma Berlusconi non se n'è servito.
Il paese che Berlusconi ha lasciato nel 2006, osserva Luca Ricolfi su La Stampa, pur avendo governato per 5 anni con maggioranze schiaccianti sia alla Camera che al Senato, è un'Italia «con più tasse e più criminalità dell'Italia che Berlusconi stesso, nel 2001, aveva ereditato dal centrosinistra. Quanto alle grandi riforme modernizzatrici, ne abbiamo viste in funzione pochine: niente ammortizzatori sociali, niente liberalizzazioni, niente federalismo, nessun intervento effettivo sulle pensioni».
Pesa sul centrodestra la maledizione della non-sconfitta, la presunzione cioè che il risultato di quasi pareggio dal punto di vista elettorale autorizzi a non affrontare e sciogliere i nodi irrisolti del centrodestra.
L'operazione Brambilla potrebbe rivelarsi elettoralmente azzeccata, intercettando quei segmenti di antipolitica e possibile astensionismo che sembrano ormai gli unici piccoli ostacoli sulla via del ritorno al potere di Berlusconi quando si tornerà a votare.
Sembra però che il Partito della Libertà sia «solo un espediente organizzativo per mascherare un vuoto politico, ossia l'endemica mancanza di discussione, di idee, di analisi del centrodestra italiano. Soprattutto l'incapacità dei leader della Casa delle Libertà di rispondere alla domanda delle domande: perché, nonostante una maggioranza parlamentare schiacciante, in cinque anni avete modernizzato così poco il Paese? Finché a questa domanda non verrà data alcuna risposta, è inutile illudersi che Berlusconi possa riuscire dove Prodi sta fallendo: il Partito della Libertà potrà anche ridare il governo a Berlusconi, ma difficilmente potrà dare un governo agli italiani», conclude impietosamente Ricolfi.