Da LibMagazine di questa settimana
Il discorso di Veltroni alla prima assemblea della costituente del Partito democratico, sabato scorso a Milano, è stato fiacco. Nulla di concreto per quanto riguarda i contenuti, nessuna indicazione chiara neanche sulla legge elettorale, se non che non vuole andare al voto con quella attuale, perché sarebbe «irresponsabile». Tuttavia, coerentemente con quanto sostenuto fin dalla sua candidatura alla leadership, nel giugno scorso a Torino, ha ribadito la volontà di fare del Pd un partito a «vocazione maggioritaria», cioè in grado di vincere le elezioni e governare da solo, senza alleanze disomogenee che mettano a repentaglio la coerenza della proposta di governo.
Ci pare questa l'unica vera novità politica di questi mesi, mentre nulla di nuovo, né a livello di idee e proposte, né a livello di contenitore, ci pare giungere dal centrodestra, da Berlusconi, che si limita ad aspettare in riva al fiume che passi il cadavere del Governo Prodi e a preparare quella che per ora ha tutti i tratti di una rivincita personale.
In realtà, a fronte di un Pd che quasi sicuramente si presenterà da solo, con il volto "nuovo" e rassicurante del sindaco di Roma, probabilmente affrontando di petto due tabù della sinistra (tasse e sicurezza), la CdL appare tutta da ricostruire. Sebbene il Governo Berlusconi abbia retto per un'intera legislatura, le divisioni interne non gli hanno permesso di soddisfare l'aspettativa di "rivoluzione liberale" che era stata alla base della netta e consistente vittoria elettorale del 2001.
In questi mesi trascorsi all'opposizione si è palesata una tendenza all'aumento, e non alla diminuzione, della conflittualità interna al centrodestra, dovuta in parte anche alla figura del suo leader. S'intravedono già le armi di polemica personale che sfodereranno i due candidati premier. Veltroni contesterà a Berlusconi di essere «vecchio», alla luce delle sue ben cinque candidature a Palazzo Chigi, mentre Berlusconi ribatterà che il suo avversario non è affatto «nuovo» come pretende di presentarsi, essendo in politica da circa 35 anni.
C'è molto di vero in entrambi gli argomenti, ma per ora l'unico elemento di novità è rappresentato dall'intenzione di Veltroni di presentare il Pd da solo: «Nella prossima legislatura ci presenteremo con un programma chiaro, e se otterrà il consenso di altre forze bene, altrimenti il Pd coltiverà la sua vocazione maggioritaria fino in fondo». Non è poco.
Una «vocazione maggioritaria», come osservava Panebianco sul Corriere, e come abbiamo più volte sottolineato, per esplicarsi appieno avrebbe bisogno di due fattori, uno interno, a livello organizzativo, e uno esterno. Il Pd non dovrebbe essere il partito delle tessere, ma delle primarie, cioè della partecipazione non solo degli iscritti, ma anche degli elettori ai momenti fondamentali della vita del partito. Dal punto di vista del contesto esterno, il Pd dovrebbe inserirsi in un nuovo sistema politico plasmato da una legge elettorale dagli effetti maggioritari.
Secondo la plausibile lettura del Foglio, Veltroni «vuole andare alle elezioni, possibilmente in primavera e con un partito senza tessere, senza correnti e senza alleati... nonostante la lettera, va detto, è assai diversa: "Noi vogliamo che il nostro paese non precipiti verso le elezioni anticipate"».
Continuiamo a pensare invece, che Veltroni preferisca un governo "cuscinetto", da otto mesi a un anno, che con la scusa della legge elettorale gli dia tempo di allontanare il più possibile la disastrosa disavventura Prodi dalla memoria degli italiani e costruire il partito. Il Presidente Napolitano, è noto, in caso di crisi è intenzionato a esperire un tentativo per formare un gabinetto che vari una nuova legge elettorale e porti poi alle urne, anche se al dunque potrebbero mancare i numeri.
Ma Veltroni non teme il precipitare della situazione, quindi la prospettiva di elezioni già nella primavera del 2008. La sua vaghezza nel merito della legge elettorale è un primo indizio. Non vuole farsi logorare, nei prossimi mesi, dalla sopravvivenza del Governo Prodi. Una sua eventuale sconfitta sarebbe comunque imputata al fallimento dell'Unione prodiana, mentre presentando il Pd da solo Veltroni potrebbe cantare una mezza vittoria e sfruttare il periodo all'opposizione per fare piazza pulita, prendere il pieno controllo del partito, ed eventualmente elaborare in libertà politiche davvero innovative.
Paradossalmente, è più probabile che riesca a imporre la "rupture" con la sinistra comunista e massimalista nell'eventualità di un voto a primavera. Nelle ristrettezze temporali, infatti, il dibattito interno e la vita democratica del nuovo partito verrebbero congelati fino a dopo le elezioni e tutte le energie concentrate nella campagna elettorale per ridurre al minimo le perdite. Mesi di dibattito, invece, potrebbero rendere più difficile l'opera di emancipazione del Pd dalla "cosa rossa", rischiando persino di generare fuoriuscite dal centro, o da sinistra, di quelle correnti che percepissero come minoritaria la propria condizione.
Nel week end appena trascorso si è svolto un altro evento non proprio irrilevante: il convegno "Verso la Costituente Liberal-Democratica Europea - Valori liberali: quelli veri e quelli falsi", organizzato da PRI e Voce Repubblicana.
L'idea di un processo aggregativo e/o federativo dell'area laica e liberale, che vada dagli ex radicali ai repubblicani, fino ai diniani, aleggia da anni nel dibattito politico e riprende vigore con l'approssimarsi di ogni giro di boa elettorale. In effetti, un'area di consenso per un soggetto liberale, liberista e laico, certo non maggioritario, ma autorevole e influente soprattutto per le sue proposte, esiste.
Sia il berlusconismo che il riformismo ulivista hanno deluso le aspettative di cambiamento. Se le corporazioni, le minoranze fortemente organizzate, bloccano la capacità decisionale della politica, ampi settori di opinione pubblica chiedono e aspettano una vera e propria trasformazione, che le politiche liberali sono le più attrezzate a realizzare: per quanto riguarda le tasse, la spesa pubblica, gli sprechi e i privilegi, il lavoro, il merito, la concorrenza.
Ciò che è mancato finora è soprattutto una leadership giovane, determinata, competente e lungimirante, dotata di una sufficiente forza di attrazione. Una condizione necessaria, ma non sufficiente per la riuscita di una simile operazione. Altri fattori, infatti, giocano un ruolo determinante. Innanzitutto, dovrebbe essere cancellato dal vocabolario il termine "costituente". Non dovrebbe ridursi a una semplice sommatoria di spezzoni di vecchio ceto politico in cerca di collocamento, pronti all'indomani del voto a riprendere ciascuno la propria strada - come hanno dimostrato esperienze del passato - di fronte a un risultato elettorale al di sotto delle aspettative, oppure se scontenti del proprio peso specifico all'interno.
Un soggetto che volesse rappresentare le istanze liberali dovrebbe invece porsi come obiettivo quello di attrarre l'attenzione di un "Terzo Stato" consapevole: pezzi di imprenditoria e di mondo del lavoro non assistiti e non tutelati, di borghesia cittadina informata, di studenti e outsider sensibili ai temi del merito e dell'inclusione nella vita economica del Paese. Dovrebbe stabilire una forte sintonia con le migliori intelligenze liberali, da Giannino a Ichino, da Monti a Draghi.
Restituire le risorse nelle mani dei produttori, togliendole da quelle dei burocrati e degli assistiti; spezzare il binomio tasse-spesa pubblica, linfa vitale della partitocrazia e del corporativismo che tengono al palo l'Italia, dovrebbero essere le priorità, senza rinunciare alla pratica della laicità come metodo.
Sarebbe sbagliato se una tale aggregazione coltivasse ambizioni terzo-poliste, ma altrettanto sbagliato se - al di là dell'attuale congiuntura post-prodiana - ritenesse come dato acquisito e irreversibile la propria affiliazione al centrodestra. Per cultura un soggetto politico liberale dovrebbe tenere salda la barra della propria navigazione sui contenuti e saper valutare laicamente gli sviluppi, o le involuzioni, nel campo della destra come in quello della sinistra. L'inevitabile, di qui a qualche anno, fine del berlusconismo da una parte, e il processo messo in moto dal Partito democratico dall'altra, rendono difficile prevedere quale destra e quale sinistra ci troveremo di fronte.
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Tuesday, October 30, 2007
Thursday, May 31, 2007
La sinistra del parassitismo punita dai produttori
«Noto che per la prima volta le sinistre vengono sostanzialmente sradicate dal nord, dove sono ridotte a fenomeno marginale. Siamo di fronte a un passaggio drammatico e storico per la sinistra in Italia».
Così Fausto Bertinotti, ieri a la Repubblica.
Come osserva Andra Mancia, Bertinotti dimostra ancora una volta di essere «abbastanza intelligente da intuire l'emergere di un fenomeno, ma troppo comunista per comprenderne le cause e analizzarne sensatamente la dinamica».
Il problema - un'altra conferma dell'analisi produttori e outsider vs. burocrati e protetti - è che la sinistra non solo è incapace di rappresentare il mondo dell'impresa, manifestando ancora insofferenza, se non avversione, per il libero mercato, il profitto, e il rischio d'impresa, ma non è neanche più in grado di parlare ai lavoratori dipendenti, che mostrano di cominciare a capire che i costi dello statalismo e del deficit di meritocrazia deprimono lo sviluppo e danneggiano le loro stesse possibilità di migliorare il proprio status socio-economico.
Chi lavora, e sta sul mercato, da imprenditore, più o meno benestante, da dipendente, e persino da operaio, nella piccola e media impresa, e chi nel mondo del lavoro cerca di entrarci scontrandosi con le mille barriere corporative, il familismo e il clientelismo - i cosiddetti outsider - vede nella sinistra al governo il peggiore dei mali per i suoi interessi e le sue chance, perché rappresenta ormai solo le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della politica. In altre parole, oggi la sinistra è conservazione di rendite e privilegi.
I produttori (imprenditori, lavoratori autonomi e dipendenti) non privilegiati, che ho chiamato "Terzo Stato", sono disposti quindi a votare un centrodestra che a sua volta, raccogliendo consensi anche in una parte del mondo delle professioni, anch'esso protetto e chiuso al mercato, e persino dagli statali, si dimostra incapace, quando chiamato, a rispondere coerentemente ed efficacemente alle loro istanze. Se poi anche i grandi industriali ai vertici di Confindustria decideranno di rinunciare alle protezioni, agli oboli e ai rapporti con la politica, e di allearsi con i produttori, allora avremo la svolta che molti hanno voluto vedere nelle recenti prese di posizione di Montezemolo.
Chi riuscirà, quindi, a intercettare, mobilitare, rappresentare e soddisfare politicamente questo "Terzo Stato" sempre più consapevole di dover agire contro le caste?
Wednesday, May 30, 2007
L'avviso di sfratto da "casa Pannella"
Alcune cose sconcertano davvero della lettera di Pannella «a e su» Capezzone. Innanzitutto, l'invito esplicito a formalizzare la scissione, ma una scissione "alla radicale", cioè a fondare un nuovo soggetto, "suo", associazione o movimento. Lì sì, nel suo orticello, ammesso all'interno del sistema solare, dell'oligarchia radicale, potrebbe divertirsi come vuole senza fare concorrenza alla linea del sole, Pannella, o, piuttosto, alla non-linea di questi ultimi tempi. Occorre che la politica di Capezzone, pur essendo radicale (anzi, proprio per questo) non sia percepita come la politica dei radicali, ma, appunto, solo "sua", e del suo giocattolo.
Ma Capezzone aspira a qualcosa di più che a un posto nell'azienda di papà. Privato della segreteria, contende a Pannella quella leadership "di fatto", senza cariche di partito, che esercita da sempre il leader radicale. E' il primo che si sta dimostrando in grado di farlo. E ammesso che non sia stata la cellula di Torre Argentina a espellere, prima di tutto umanamente, il "corpo estraneo" Capezzone, ma sia stato egli stesso a escluderla dalle sue iniziative, Pannella dovrebbe prestare maggiore attenzione a non confondere Torre Argentina con la totalità delle compagne e dei compagni. Esclusa la prima, non è detto che siano esclusi tutti i radicali.
Non solo, come un Di Pietro qualsiasi, il leader radicale (o chi per lui) si riduce a contare le presenze in aula del presidente della Commissione Attività produttive, col rischio che qualcuno gli faccia notare che certe assenze sono più produttive delle interrogazioni di alcuni deputati radicali interessati a sapere come mai i cani di grossa taglia non possono entrare nei treni Eurostar. Sconcerta anche che Pannella rinfacci continuamente a Capezzone di essere stato "nominato" deputato, e "nominato" presidente di commissione, per grazia ricevuta dal suo partito, dalla Rosa nel Pugno, e dall'Unione.
I presidenti delle commissioni parlamentari sono eletti dai membri delle commissioni stesse, senza neanche la formalizzazione di candidature. Tutti sappiamo che dietro c'è un accordo politico di maggioranza, e a volte tra maggioranza e opposizione, su un nome. Rimanendo però sottinteso che si tratta di cariche istituzionali non sottoposte a disciplina di partito. Proprio Pannella pretende di far valere nel caso di Capezzone, chiedendogli di mostrare riconoscenza e ossequio eterni (merci che con la politica c'entrano poco), quel sostanzialismo partitocratico, contrario al formalismo delle regole, che ha denunciato per una vita? Proprio lui pretende di esercitare un potere "di fatto" che gli deriverebbe da una prassi partitocratica? Mi risulta che nessuno degli altri partiti abbia mai richiamato al rispetto della linea un presidente della Camera, o di commissione, rinfacciandogli la sua "nomina" di origine partitica. Sarebbe stato un fatto grave e Pannella il primo a insorgere.
Bisogna ricordare a Pannella che la Costituzione espressamente esclude il vincolo di mandato, proprio per ridurre il "potere" dei partiti sui rappresentanti, perché si ammette l'ipotesi teorica che non il dissenziente, ma il partito abbia violato il mandato elettorale e che gli elettori ne siano i giudici ultimi? Proprio Pannella rivendica il potere di nomina che questa legge elettorale "porcellum", grazie all'assenza delle preferenze e alla possibilità delle candidature multiple, attribuisce ai vertici dei partiti sui candidati e sugli eletti?
Il reale stato d'animo verso Capezzone, oggi abilmente dissimulato in una lettera dai toni concilianti e confidenziali, viene invece alla luce in una delle ultime direzioni, quando Pannella spiega che Capezzone è quel radicale che il regime ha scelto per liquidare definitivamente i radicali. Un clima paranoico, da bunker, in cui ogni critica, o condotta concorrente, è vissuta come tradimento e minaccia di distruzione anziché come risorsa e sfida.
La consapevolezza di vivere situazioni estreme, da decenni sotto il costante pericolo della sparizione politica e mediatica, e del genocidio culturale ad opera dell'oligarchia, ha sviluppato all'interno di un gruppo ristretto che si riconosce in un leader carismatico un senso paranoico del complotto e particolari vincoli di solidarietà, di «con-passione», forme di comunitarismo, di comunione, e di estraniamento, tipici della setta, della confraternita, o della cellula. La famiglia, il clan radicale, più che la galassia. Il sentirsi dei radicali come un'etnia è però da considerare come la vittoria del regime sui radicali stessi.
La colpa di Capezzone, in fondo, è di rappresentare un elemento di discontinuità con la natura mistica e religiosa del corpo radicale. Non per chissà quali posizioni iper-laiciste e anticlericali, ma perché quel corpo mistico, che crede nella sua diversità e superiorità antropologica, ha dovuto cedere spazio al protagonismo e all'attivismo intellettuale e politico, dall'approccio estremamente individualistico, del nuovo, e poi ex, segretario. Quel corpo ha continuato a considerare Capezzone un intruso, altro da sé, nonostante le ragioni politiche che andava esprimendo dimostrassero il contrario. Ma, appunto, lo dimostravano su un piano politico e razionale, non a livello di "affinità elettive".
L'adesione di Capezzone alle ragioni politiche dei radicali nasce da anni di ascolto di Radio Radicale non certo privo di passione, e passioni personali. Si tratta però di una condivisione su base razionale - non sentimentale o "etnica" - degli obiettivi politici. In una parola: laica.
L'estraneità a quel corpo mistico e antropologico ha permesso a Capezzone di infrangere la barriera dell'"estraniamento" radicale, di ristabilire un prezioso punto di contatto tra i radicali (tutti) e il mondo mediatico di oggi e, insomma, di far uscire la comunicazione radicale dagli anni '70, senza sacrificare i contenuti e le analisi di fondo della realtà italiana proprie dei radicali.
Non passa giorno senza che Capezzone accusi il governo di questa o quella nefandezza, e chi rimane in silenzio di esserne complice. "Anche noi - è il discorso che Pannella sembra rivolgere a Capezzone - pensiamo tutto il male possibile di questo governo, ma per senso di responsabilità nei confronti delle nostre scelte evitiamo di dirlo e siamo impegnati in altro piuttosto che nel ricordarlo tutti i giorni". Dunque, la divergenza è sull'opportunità di criticare il governo.
Rimane inevaso, nella lettera di Pannella, il nodo politico dello scontro con Capezzone, che riguarda il ruolo politico dei radicali nella maggioranza e al governo ed è profondamente avvertito tra i radicali. Non se uscirvi o meno, ma innanzitutto il *come* starci. Se subalterni, puntellando l'"alternanza" prodiana, o se cercando spazi per l'"alternativa" che era stata indicata come obiettivo in campagna elettorale, e rispetto alla quale Prodi ormai è di ostacolo, nient'affatto «buono a niente».
La formula dei «buoni a niente», con la quale in modo calzante si etichetta la compagine di governo, per spiegare che quando si è accettato di appoggiare Prodi si sapeva che si avrebbe avuto a che fare con dei «buoni a niente», e quindi che oggi «non si è delusi perché non ci si era illusi», è divenuta un alibi dietro il quale rassegnarsi alla propria irrilevanza. Ed è una formula inevitabilmente scaduta, perché scattava una fotografia che poteva essere fedele negli ultimi mesi di governo berlusconiano, ma non oggi che le parti sembrano piuttosto invertite e il «capace di tutto» Prodi. La Finanziaria "tassa e spendi"; una politica estera tra realismo e cinismo; l'affossamento dei Pacs; i giochi di potere del premier con le banche "amiche", da Telecom al nuovo, inquietante, Fondo per le Infrastrutture; e - ricordiamolo - la più grave violazione della legalità degli ultimi anni, la vicenda non ancora risolta degli otto senatori, che ha colpito il più delicato momento di una democrazia: la trasformazione dei voti in seggi.
Per il leader radicale, il Governo Prodi «deve comunque essere aiutato a durare». Il disagio da parte di Pannella è comprensibile. Ciò che Capezzone fa e dice è pienamente inscrivibile nella storia radicale, per contenuti e per metodo, questo gli viene persino riconosciuto, ma oggi nei rapporti con Prodi e la maggioranza è stata scelta una diversa condotta, si è scelto di privilegiare alcuni temi. Tuttavia, non si può pretendere che altri non calchino una linea politica che per il momento si è deciso di non calcare, oppure che formalizzino una scissione. Da una parte, l'approccio è da "spina nel fianco", dall'altra da "ultimo giapponese", ricordando che l'ultimo giapponese, Shoichi Yokoi, ha atteso 27 anni prima di uscire dalla giungla.
Essere gli «ultimi giapponesi» di Prodi aveva senso finché si trattava di conquistare l'"alternanza" a Berlusconi. Se davvero l'obiettivo è riformare la sinistra in senso liberale; se nessuna sinistra liberale e democratica in Europa governa insieme ai neocomunisti; e se per sua definizione il prodismo non è che il tentativo di coniugare riformisti e massimalisti nell'esperienza di governo; se è vero tutto questo, la riforma della sinistra in senso liberale, l'"alternativa", passa per il fallimento dell'"utopia prodiana" e la resa dei conti con i neocomunisti, che i radicali dovrebbero accelerare e non ritardare. Quello «scontro» tra sinistra liberale e neocomunista che lo stesso Pannella negli ultimi mesi del 2005 ripeteva essere «necessario e salutare», ma che una volta nelle istituzioni i radicali non sono riusciti a innescare.
Avuta la certezza che Berlusconi fosse battuto, e l'"alternanza" ottenuta, avrebbero dovuto dimenticarsela come priorità, concentrandosi sull'"alternativa", l'obiettivo proclamato in campagna elettorale. Non spetta ai radicali la conservazione dell'"alternanza" prodiana, soprattutto perché, come prevedibile, dal rappresentare una condizione per l'"alternativa" oggi l'"alternanza" è divenuta di ostacolo.
La laicità pare assunta come unico, fragile, filo che tiene legati i radicali a una Unione che, con malcelato fastidio, null'altro concede loro se non di rinchiudersi nel recinto dei laicisti. Così, nella difficoltà strategica in cui si trovano in questa compagine governativa, la laicità diviene l'unico carattere identitario dal quale riscuotere una dose minima di accettabilità da parte dei vicini.
Si trovano ingabbiati nella lealtà a Prodi - ormai, ancor di più dopo queste elezioni amministrative, persino più zelante di quella dei Ds e della Margherita - e in una Rosa nel Pugno che esiste solo alla Camera, nelle mani del capogruppo Villetti, ridotta esattamente a ciò che dall'inizio lo Sdi voleva che fosse e che in tutti i modi Pannella voleva scongiurare che divenisse. Eppure, i radicali sembrano vittime di una strana Sindrome di Stoccolma, che li porta a rincorrere i socialisti, sostenendoli alle amministrative e mendicando qualche mobilitazione. Quegli stessi socialisti che hanno accettato di giocare il ruolo degli aguzzini dei radicali, dopo averli rinchiusi nel ghetto dei diritti civili per meglio, di fatto, neutralizzarli.
Vengono alla mente le parole di Biagio de Giovanni, rimaste senza risposta, che rimproverava ai radicali di sentirsi «sale della terra, mai terra» e di essere incapaci di una «proposta generale». Quando i radicali furono capaci di una «proposta generale» riuscirono a raccogliere nel '93 oltre 40 mila iscrizioni e nel '99 l'8,5% dei voti. E' in questa incapacità che confida il "regime" nel tenere sotto controllo l'intemperanza radicale: rinchiusi, ma felici, nel ghetto dei diritti civili, mentre Prodi e Padoa Schioppa continuano indisturbati a riempire il sacco, a perpetuare quel binomio tasse-spesa pubblica che è la principale fonte di sostentamento del regime oligarchico.
In questo governo pieno di statalisti e dirigisti, di repressione fiscale e burocratica, di manovre punitive nei confronti dei ceti produttivi, di aumento della spesa pubblica, quindi degli sprechi e dei privilegi della "casta" politica e delle sue clientele, per i radicali l'occasione è d'oro per porsi come interlocutori di quel mondo produttivo già deluso, che non trova rappresentanza neanche nei vertici di Confindustria (vedremo se Montezemolo imprimerà una svolta), e degli "outsider", gli esclusi da un assetto burocratico-corporativo in cui sono sempre i soliti privilegiati e parassiti a dividersi il bottino della spesa pubblica. La crisi della "casta" politica, la decomposizione della mai nata Seconda Repubblica, che a molti ricorda il '92, anche l'incombente appuntamento referendario, creano le condizioni per rivolgere un nuovo appello a un "Terzo Stato" dei produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della partitocrazia.
E' condivisibile lo scrupolo dei radicali di non voler apparire "inaffidabili" come i Mastella, i Di Pietro e i Diliberto, ma tra l'inaffidabilità e i trasformismi da una parte, e il rimanere intrappolati tra Villetti e le macerie del "prodismo" dall'altra, non si poteva trovare una via di mezzo, un diverso equilibrio? Non era anche questa la sfida dei radicali nelle istituzioni?
Stupisce invece la totale assenza di consapevolezza che Prodi, oggi, rappresenta un fattore di blocco, di congelamento dello status quo della politica italiana e dello stesso Berlusconi. Tutti, anche (se non per primi) Ds e Margherita, stanno già giocando la loro partita per il dopo-Prodi, tranne i radicali, gli unici che sembrano non aver ancora capito che quella partita è iniziata. Ed è un bene, consapevoli che i nuovi scenari, probabili, possibili, o inverosimili, presentano molti rischi e strettissime opportunità, ma che proprio per questo bisognerebbe fare lo sforzo di giocare le proprie carte con spregiudicatezza.
Tuesday, May 29, 2007
Voleva "unire" il Paese... oggi è sempre più spaccato
Non ci vuole certo una laurea per trarne alcune riflessioni. La parte più dinamica, moderna, innovativa del paese, dove viene prodotta la gran parte della ricchezza nazionale, boccia la politica economica del Governo Prodi, fatta di repressione fiscale e burocratica, di manovre punitive nei confronti dei ceti produttivi, di aumento della spesa pubblica, quindi degli sprechi e dei privilegi della "casta" politica e delle sue clientele.
La reazione del Nord segna un punto a favore dell'analisi produttori vs. burocrazie e corporazioni. Il paese è sempre più diviso in due diverse realtà socio-economiche. Al Nord sono concentrati in gran parte i produttori - imprenditori e lavoratori - non privilegiati, che mal sopportano il peso ingombrante dello Stato, l'arroganza e le angherie della partitocrazia. Al Centro-Sud, le grandi burocrazie parassitarie, le corporazioni, gli assistiti, le clientele della politica. Come ogni lettura soffre del difetto della generalizzazione, ma la tendenza sembra piuttosto evidente e a intercettare i loro umori gli elettori trovano Forza Italia e Lega Nord, che quanto a risposte liberali lasciano a desiderare. Ma è questo, al momento, che passa il convento.
Terzo Stato su "Europa"
Un grazie dell'ospitalità a Europa, che oggi ha pubblicato con richiamo in prima pagina il mio intervento su Montezemolo e Confindustria, «nuova borghesia» e «Terzo Stato», che su questo blog avete già letto in una precedente e più ampia versione.
«La questione non è se Montezemolo si impegnerà o meno direttamente in politica. Importa sapere se finalmente gli industriali decideranno di volere il libero mercato e le regole e di rinunciare all'obolo di Stato».
«La questione non è se Montezemolo si impegnerà o meno direttamente in politica. Importa sapere se finalmente gli industriali decideranno di volere il libero mercato e le regole e di rinunciare all'obolo di Stato».
Saturday, May 26, 2007
Un Terzo Stato consapevole contro le caste
A proposito del partito-Corriere ha parlato direttamente Paolo Mieli, a Liberazione, più nei termini di un think tank di intelligenze dai diversi orientamenti politici e culturali, che però condividono un metodo e si aspettano che la politica sappia cambiare l'Italia.
Con Mario Adinolfi diffidiamo di questa «nuova borghesia consapevole» che il discorso di Montezemolo di ieri ci avrebbe disvelato e che sembra aver entusiasmato editorialisti del Corriere come Dario Di Vico.
Diciamo che bisognerebbe averla una "borghesia", prima di parlare di una nuova. Vero che l'Italia «non ha mai avuto una borghesia che abbia saputo tagliare la testa al re», che il nostro è il capitalismo «familiare e senza capitali, dei patti di sindacato, delle banche nelle imprese editoriali» (e in quelle politiche), in parte responsabile, insieme ai partiti e ai sindacati (e anche un po' a tutti noi), dello «sfascio in cui versa il paese». No, non per l'evasione o l'elusione fiscale - disobbedienze civili a uno Stato famelico da parte di molti che si sono presi il rischio di non fermarsi e di continuare a produrre ricchezza nonostante tutto. Il guaio è che il capitalismo italiano ha barattato il libero mercato con l'assistenzialismo di Stato, trovandosi poi perdente nella competizione globale. Complici i Sindacati, è riuscito a privatizzare i guadagni e socializzare le perdite, con le casse integrazioni, le mobilità lunghe, i sussidi, gli incentivi e le rottamazioni.
Buon ultimo un presidente di Confindustria capisce che servono regole, non oboli di Stato, e viene a parlarci di merito, rischio e concorrenza, quando Confindustria non l'ha mai praticata, garantendo assistenza alle poche grandi industrie, e lasciando senza rappresentanza la reale spina dorsale produttiva del paese, la piccola e media impresa.
Viene, in effetti, il dubbio di trovarci dinanzi, come ha scritto Oscar Giannino, a «un ambizioso [che] si volge a fiutare l'aria per misurare il successo potenziale di una nuova leadership». Per il quale «non conta la coerenza dei programmi», ma «contano gli stati d'animo, e le cadenze retoriche. Tutto ciò che conduce allo stato nascente dell'innamoramento, direbbe Alberoni. Ed era questo lo stato d'animo del Montezemolo di ieri, quella sicumera che tante volte l'ambizioso oppone ai dubbi ben celati intorno al fatto se l'opinione pubblica lo corrisponderà dello stesso amore, e se cederà alle lusinghe».
Eppure, non si può del tutto escludere che qualcosa si muova. «Sta succedendo molto, molto di più», assicura Di Vico.
«Quegli imprenditori che sono stati capaci in regime di moneta unica (senza le generose svalutazioni di una volta) di riconquistare palmo a palmo decisive quote di export, ora si chiedono perché debbano essere finanziate comunità montane a pochi metri di altezza sul livello del mare, perché i consiglieri della regione Veneto abbiano diritto ai funerali gratis e perché si dilapidi denaro pubblico per tenere in piedi istituzioni quasi inutili come le province».D'altra parte, seppure demagogico, nel suo discorso Montezemolo stavolta non ha parlato solo delle esigenze degli industriali, non ha stilato «il solito cahier de doléances un po' gretto e corporativo», ma ha preso posizione per alcune riforme che sappiamo essere necessarie da tempo (premierato e legge elettorale, pensioni e tasse, per fare degli esempi) e ha rappresentato una domanda largamente avvertita nella società, di «più libertà, apertura e mobilità», divenute «in tutti i grandi Paesi industrializzati parole d'ordine interclassiste», ha osservato l'entusiasta Di Vico.
Staremo a vedere se gli industriali finiranno per accontentarsi del solito obolo, del solito pasto caldo. Può darsi che si sia trattato del ciclico cavalcare l'onda di delusione del mondo produttivo nei confronti di un governo che pure si era sostenuto, per meglio prepararsi a cambiare carro in corsa o ad alzare il prezzo sui tavoli della concertazione.
Se non una "rupture", se non qualcosa di radicalmente riformatore, la crisi della "casta", il referendum elettorale che grava sui partiti, il nuovo corso di Confindustria con l'ombra incombente di Montezemolo, una ventata d'aria fresca potrebbero portarla, spazzando via qualche vecchio dinosauro e residuato ideologico, sbloccandoci da uno stallo che davvero non possiamo più permetterci. E' il momento del ciascuno faccia il proprio gioco, ma chi resta fermo è perduto.
Non mi convince l'approccio solo generazionale di Mario Adinolfi, né l'espressione «neoproletariato», ma condivido l'analisi degli "outsider". Piuttosto, il «patto interclassista» dovrebbe essere inteso come un'alleanza tra i produttori (i non protetti e i non privilegiati, nell'impresa come nel lavoro) contro i burocrati e le corporazioni: un Terzo Stato consapevole ci serve, più che una «nuova borghesia». Ecco, credo che se quell'alleanza si costituisse questo paese avrebbe qualche speranza di farcela. La domanda è: gli industriali ci stanno ad uscire da una logica corporativa e a sentirsi "Terzo Stato"? Il discorso di Montezemolo può essere interpretato in questo senso, ma restiamo in attesa della prova dei fatti.
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