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Tuesday, February 21, 2017

Renzi impaludato nel Vietnam Pd... E potrebbe essere tardi per uscirne

Sull'altare di un animale mitologico, l'unità della sinistra, Renzi ha buttato via riforme istituzionali, economiche e legge elettorale. Senza nemmeno riuscire a mantenerla, l'unità... Ora una corposa scissione è la sua unica, ultima possibilità di cambiare davvero il Pd (ammesso che sia ancora possibile...) e sperare di giocarsi tutto con una campagna elettorale che guardi all'elettorato che può permettergli di superare il 30%... L'unico problema, semmai, è che potrebbe essere già troppo tardi. Il Pd così com'è, chiuso nel suo recinto ideologico, anche guidato da Renzi (quello attuale), non supera il 25%. E quando si vota, se subito o nel 2018, è ininfluente se Renzi non capisce il vento che spira dall'Atlantico e che con quel partito non supera il 25%.

Wednesday, January 25, 2017

Corte scostituzionale...

Complimenti alla Consulta, che ammettendo ricorsi diretti (di incostituzionale c'è solo questo) è finalmente riuscita ad usurpare il potere di scrivere anche le leggi elettorali e di pronunciarsi su di esse preventivamente alla loro applicazione. Con le sue sentenze, non da oggi ma da decenni, ha dato il suo contributo alla confusione politico-istituzionale del nostro Paese e al suo (nostro) dissesto economico-finanziario. Siamo alle comiche, speriamo finali... Perché ciò che esce da questa sentenza non è che un "Porcellum" (già ritenuto incostituzionale dalla stessa Corte) con l'aggravante di non assicurare maggioranze. Perché in realtà, l'anima del "Porcellum" era il premio di maggioranza alla coalizione più votata senza quorum, che per quanto discutibile innestato su un sistema proporzionale, tuttavia garantiva una maggioranza ad una coalizione che quanto meno si era presentata al giudizio degli elettori, *PRIMA* del voto. Con questo "Consultellum", invece, avremo al 99% una coalizione di governo che nascerà *DOPO* il voto, quindi di fatto non votata da nessuno degli elettori ma frutto delle alchimie dei partiti. E non vi illudete che questa legge rappresenti un argine di sicurezza nei confronti del M5S...

Sunday, December 11, 2016

Tutti gli errori di Renzi e il fattore 40%

Gli errori di Renzi da una parte, le incertezze sulla reale motivazione degli elettori del No dall'altra. Hanno prevalso i primi. L'aspetto positivo dell'esito del voto referendario del 4 dicembre è che una pessima riforma costituzionale è stata bocciata. Quello negativo è che per chissà quanti anni nessuna maggioranza si azzarderà a toccare una delle Costituzioni più brutte, illiberali e disfunzionali tra le democrazie occidentali (e se lo farà, la riforma sarà il frutto di un compromesso ancora più al ribasso e andrà incontro al medesimo esito). Sul piano politico, l'aspetto positivo è che se ne va a casa un governo che in modo quasi criminale ha sprecato tre preziosissimi anni in cui, tra flessibilità sui conti concessa dalla Commissione europea e quantitive easing di Draghi, si erano create condizioni irripetibili per rilanciare l'economia del nostro Paese. E li ha sprecati buttando dalla finestra miliardi di euro (conto che ci ritroviamo ogni anno nelle clausole di salvaguardia) in mance elettorali e spesa pubblica improduttiva. L'aspetto negativo è che i governi futuri saranno molto probabilmente peggiori.

I vecchi partiti sembrano ancor di più impegnati in trame e trucchetti che lungi dallo sgonfiare il M5S, rischiano di alimentare la rabbia popolare che lo fa crescere nelle urne. Ricordate uno dei principali argomenti che fu usato nel 2013 a sostegno di un governo di legislatura, nonostante il "pareggio" elettorale, anziché un rapido ritorno al voto? Ve lo ricordo: "Bisogna far ripartire l'economia e fare le riforme per sgonfiare il voto di protesta al M5S"... Ecco, allora proprio su questo blog (febbraio/marzo 2013) fui facile profeta. Nel 2013 il M5S prese il 25%, oggi dai sondaggi gli viene attribuito più del 30%. E nel frattempo sono riusciti a bruciare la "carta Renzi"... Un nuovo governo che dovesse essere ricordato per il salvataggio di Mps tramite bail in e una legge elettorale "anti-cinquestellum" rischia di offrire due formidabili assist a Grillo. Se c'è un filo rosso che lega la vittoria della Brexit, quella di Trump e quella del No al referendum italiano non è certo il populismo, né i vincitori, che in comune hanno solo la spinta anti-establishment, la rivolta contro lo status quo (Trump e i Brexiters da una parte e M5S dall'altra sono politicamente agli antipodi).

Il filo rosso è il rifiuto di un'immigrazione senza freni, della retorica politicamente corretta dell'"accoglienza", che nel caso italiano si coniugano ad una politica economica che produce stagnazione, che deprime le aspettative di vita del ceto medio produttivo, di fatto escluso da anni dall'agenda politica. Un mix esplosivo che ha causato un drastico calo di consensi soprattutto tra gli elettori (ceti medio-bassi e di centrodestra) che più servivano a Renzi per vincere il referendum (non bastando i voti di un Pd diviso). Pensionati, esodati, insegnanti, in ultimo gli statali... Renzi ha finito con il rivolgersi all'interno del solito recinto della sinistra. Non poteva bastare. [UPDATE 18 dicembre] A sentire la sua relazione all'assemblea del Pd di domenica ha capito di aver sbagliato a voler parlare del merito della riforma, quando il voto era politico, ma non ha capito che il problema non è nella narrazione, bensì nell'azione di governo. 1) I ceti produttivi dovrebbero tornare al centro dell'agenda politica, basta con le leggi del politicamente corretto; 2) cambio rotta sull'immigrazione (Merkel docet). Se non lo capisce, caput...

Ma il peccato originale di Renzi è aver avuto troppa fretta, essere voluto arrivare a Palazzo Chigi senza passare per le urne (e per di più alla guida del partito sbagliato...): la sua è (era?) una leadership che per attuare il cambiamento promesso avrebbe richiesto di essere spinta da un forte mandato elettorale (e sostenuta da una coerente maggioranza parlamentare). Invece, si è messo alla guida di un governo "di minoranza" nel Paese, minato da una consistente fronda interna, pretendendo di trasformarlo in qualcos'altro. Molti dimenticano infatti che nel 2013 la legislatura era iniziata con un governo di coalizione per fare alcune riforme e tornare non subito ma presto al voto. Privi di maggioranza al Senato e dopo aver conquistato il controllo della Camera per uno 0 virgola per cento di voti e un premio di maggioranza dichiarato incostituzionale, i Dem - prima Letta poi Renzi - hanno trasformato il secondo e terzo governo non indicato dagli italiani in un "monocolore", grazie a una serie di operazioni trasformistiche, e si sono presi tutto (Quirinale, nomine, leggi manifesto), come se avessero ricevuto un mandato elettorale schiacciante.

Se governi come se avessi preso il 50%+1 dei voti anziché il 29, e non ti sei nemmeno candidato a premier, rompi con l'unico alleato che ti serviva per le riforme (Berlusconi), prima o poi ex amici, avversari ed elettori ti presentano il conto. Tra gli errori la scelta di Mattarella, che ha causato la rottura con Berlusconi (o almeno gli ha offerto un pretesto). Sbruffoneggiare contro chi bene o male ancora controlla un pacchetto di voti decisivo per le riforme, e in vista del referendum confermativo, sapendo che una parte dei tuoi ti avrebbe comunque tradito, non è stata una grande idea. Renzi quindi non sarebbe comunque sfuggito alla "personalizzazione" del voto: dal momento che ha deciso di votarsi da solo la riforma, era ovvio che sarebbe diventata la riforma del Governo e quindi associata alla sua sopravvivenza. L'errore è a monte.

IL FATTORE 40% - La buona notizia per Matteo Renzi è che dal referendum si ritrova con un elettorato potenziale tutto suo niente male: il 41% del 68,5% degli elettori, 13,5 milioni di voti. Non sono pochi (11,2 milioni furono gli elettori del 41% conquistato dal Pd alle Europee del 2014). Gli altri, i suoi avversari, se li dovranno dividere gli elettori che hanno votato No. Non si tratta ovviamente di voti già acquisiti, "in tasca". Ma di un elettorato potenziale. Quello del 4 dicembre è stato un voto molto politico. Non solo sul Governo, ma molto polarizzato proprio sulla persona del premier e sul "renzismo". Quasi un referendum pro/contro Renzi. Chi ha votato Sì deve avere un orientamento almeno un po' positivo verso Renzi, dargli ancora un certo credito. Si chiama, appunto, elettorato potenziale.

Il problema è che si tratta del suo elettorato potenziale. Suo di Renzi, non di Renzi leader del Pd. Quei 13 milioni di elettori voterebbero, forse, Matteo Renzi, ma non tutti Renzi candidato premier del Pd. E la differenza è sostanziale. Tra Renzi e quei voti c'è un macigno da spostare: il Partito democratico. Renzi oggi è in mezzo al guado: alla guida del Pd è troppo "di sinistra" per convincere gli elettori di centrodestra e troppo "di destra" per mobilitare tutta la sinistra. Se non riesce a superare questo guado, da solo alla guida di un nuovo soggetto politico o caricandosi sulle spalle ciò che resta del partito, il Pd rischia di essere la sua tomba politica.

Con il Governo Gentiloni Renzi è riuscito a schivare le trappole di un Renzi-bis (avrebbe perso la faccia e si sarebbe fatto logorare) e di un governissimo (l'inciucio). Un suo uomo a Palazzo Chigi dovrebbe garantirgli un ritorno al voto in tempi ragionevoli, al massimo entro fine maggio/inizio giugno. Ma come dimostra l'esperienza di Berlusconi con Dini nel 1995, anche il braccio destro più fedele può trasformarsi nel peggiore degli ostacoli, anche al di là delle sue intenzioni, se le circostanze si presentano. E una legge elettorale proporzionale, ma anche il Mattarellum, in questo contesto di fatto tripartitico, possono aiutare (forse) Renzi a guidare il partito di maggioranza relativa, ma non un Governo di cambiamento. Una nuova Dc, alleata di un Psi 2.0 (ciò che resta di FI), non corrisponde alla promessa del Matteo Renzi del 2012/2013.

Friday, January 30, 2015

Da rottamatore a riciclatore

No, la notizia non è la disfatta di Berlusconi. Il patto del Nazareno si è rivelato ben presto una sòla. Non che non ci fossero ottime ragioni per tentare, ma non allo sbaraglio, non con il solo obiettivo dell'aiutino personale, grazia o grazietta. In questi mesi a Renzi è bastato agitare la carota in lontananza per far ingoiare a Berlusconi di tutto, dalla legge elettorale alle riforme. Con danni devastanti inferti alla prospettiva di una ricostruzione del centrodestra. E molto probabilmente Berlusconi ingoierà, in un modo o nell'altro, anche Mattarella al Colle. Certo, con qualche mal di pancia ma senza strappi. Il voltafaccia di Renzi quindi non è una notizia, può sorprendere solo servi, ingenui e opportunisti alla corte dell'ex Cavaliere.

Piuttosto, la novità è che Renzi scegliendo Mattarella regala ossigeno (e forse una insperata sponda sul Colle più alto) alla minoranza Pd e rischia così di consegnarsi alla vecchia sinistra che voleva rottamare. Oggi tutti celebrano il suo capolavoro politico. Ma in cosa consiste davvero questo capolavoro? Nell'aver evitato lo stallo del 2013? Sì, certo. Nell'aver ricompattato il suo partito umiliando Berlusconi (probabilmente senza perdere la sua preziosa sponda sulle riforme)? Anche, forse. Tutto probabile, ma resta una vittoria solo tattica, figlia della sua spregiudicatezza, e nemmeno particolarmente coraggiosa.

In effetti si trovava di fronte a un bivio pieno di incognite e potenziali trappole: rischiare, tentando di mettere al Quirinale un suo uomo, o comunque un elemento di novità, coerentemente con la sua fama di innovatore, con la certezza però di aver bisogno dei voti di Berlusconi e Alfano e di spaccare il suo partito; o invece prendere la strada più sicura per eleggere in tempi rapidi il nuovo presidente, senza nuovi psicodrammi, ricompattando il suo partito (e il vecchio centrosinistra) intorno però ad una figura grigia, appartenente alla generazione e alla classe politica che dichiara di voler rottamare.

Quello di Renzi rischia di essere un capolavoro solo all'interno del "palazzo", tra gli addetti ai lavori e quel milione circa di parassiti che vivono di politica, cariche istituzionali e retroscena sui giornali. La conferma di quanto politica e informazione mainstream siano autoreferenziali. Ma agli occhi dell'opinione pubblica? Gli italiani non sanno nemmeno chi sia Mattarella e quando lo sapranno, si chiederanno come un "rottamatore", un innovatore come Renzi abbia potuto riciclare un polveroso arnese della Prima e della Seconda Repubblica, un residuato della vecchia dc e antiberlusconiano della prima ora, anziché dare anche nella scelta per il Quirinale un segno di cambiamento.

Certo, se l'obiettivo era passare la nottata, forse l'ha superata brillantemente. Ma la sua vittoria di oggi non sembra priva di insidie nemmeno nel gioco interno ai palazzi. Anzi... Renzi gioca pesante e punta al bottino pieno, non al voto. Certo, ha messo nel conto anche elezioni anticipate, ma vorrebbe intestarsi la ripresina che potrebbe appalesarsi nei prossimi mesi grazie al Quantitative Easing deciso da Draghi. Ricompattato il suo partito, rischia però di venirne risucchiato. Si aspetta che Alfano e Berlusconi non rompano, sul governo il primo e sulle riforme il secondo (e probabilmente avrà ragione). Il problema però è che con la sua mossa ha portato i due molto vicini al punto in cui non si ha nulla da perdere e ha reso molto più complicato per Berlusconi gestire i suoi. Il venir meno, o l'indebolirsi della loro collaborazione lo consegnerebbe nelle braccia della vecchia sinistra. Altro che #lavoltabuona... E, d'altra parte, se l'iter delle riforme costituzionali ed economiche venisse bruscamente interrotto dalla prematura fine della legislatura, nemmeno Renzi potrebbe facilmente scrollarsi di dosso l'ennesimo flop davanti all'opinione pubblica. Ne sarebbe almeno corresponsabile.

E il nuovo presidente? Mattarella che diventa presidente grazie a una maggioranza parlamentare uscita da una legge elettorale che da giudice della Consulta lui stesso ha dichiarato illegittima è quel genere di cose che solo in Italia possono accadere. Quante volte Renzi ha parlato con Mattarella? Sicuro di conoscerlo bene? E che non sia in maggiore sintonia con gli esponenti della generazione e della classe politica che non ha ancora finito di rottamare? Come immagine sembra perfetto per non fargli ombra, ma Mattarella è silenzioso, non debole, né sciocco. Tanto meno controllabile. Sarebbe capacissimo di fare a Renzi (e a chiunque altro) ciò che Scalfaro e Napolitano hanno fatto a Berlusconi: ha tutti i rapporti personali, le conoscenze giuridiche e l'esperienza politica che servono per fottere chiunque.

Chi pensa che l'Italicum basti a riportare il capo dello Stato ad un ruolo notarile, rispetto ad un presidente del Consiglio con una forte investitura popolare, ha fatto male i suoi conti. Come dimostrano gli ultimi vent'anni, da Scalfaro a Napolitano, leggi elettorali maggioritarie e bipolarismo non hanno impedito ai presidenti di giocare le loro partite, svolgendo una funzione di contrappeso rispetto ai governi scelti dagli elettori. I poteri del Quirinale, con tutta la loro discrezionalità e carica presidenzialista, sono ancora tutti lì. E un'altra cosa che la storia della Prima e della Seconda Repubblica insegna è che per un leader riformista non c'è peggior nemico di un dc di sinistra...

Tuesday, January 21, 2014

Ma l'anima nera del porcellum sopravvive

L'anima nera del porcellum non è mai stata, al contrario di quanto credono i più, nel premio di maggioranza troppo generoso o nelle liste bloccate. Certo, anche questi aspetti, appena dichiarati incostituzionali dalla Consulta, erano all'origine di pesanti disfunzioni: il rischio che una coalizione si ritrovasse con una forza parlamentare più che doppia rispetto ai voti presi; o il rischio di pareggio e, quindi, di ingovernabilità; e le liste dei "nominati", incomprensibili per gli elettori, che lungi dal determinare totale obbedienza degli eletti ai capi partito, non sono state nemmeno in grado di impedire clamorosi "ribaltoni" e trasformismi. Per non parlare, poi, delle candidature plurime.

Ma l'anima nera, quella che ha arrecato i danni più gravi alla governabilità e alla nostra democrazia, rendendo incapaci di decidere e di governare anche maggioranze molto ampie, è l'incentivo implicito nel porcellum a dar vita a coalizioni disomogenee pur di vincere il premio e, passate le elezioni, alla frammentazione partitica.

Un'anima nera che ritroviamo purtoppo anche nel nuovo sistema elettorale frutto dell'intesa tra Renzi e Berlusconi. Certo, è stata alzata l'asticella delle soglie di sbarramento anche per i partiti coalizzati, ma gli incentivi che in questi anni hanno alimentato il potere di ricatto/veto dei partitini e la frammentazione, a dispetto delle intenzioni proclamate da Renzi e Berlusconi, permangono, rischiando di trasformare questo accordo, pur così rilevante politicamente, nell'ennesima occasione perduta.

Il diavolo si nasconde nei dettagli. E in questo caso il dettaglio diabolico, il cavallo di troia che rischia di riprodurre le stesse dinamiche che hanno afflitto il nostro sistema partitico in questi vent'anni, è quello della ripartizione dei seggi su base nazionale anziché circoscrizionale. Come spiega Sofia Ventura in questo articolo per Strade, infatti, «quando le circoscrizioni esprimono un numero di seggi basso e i seggi medesimi vengono tutti assegnati a livello di circoscrizione (come in Spagna), il sistema, pur proporzionale, diventa fortemente disrappresentativo, premiando i partiti grandi e penalizzando fortemente quelli piccoli, a meno che questi ultimi non siano territorialmente concentrati». In pratica, in questo caso l'effetto del sistema proporzionale sul sistema partitico si avvicina molto a quello proprio dei sistemi maggioritari basati su collegi uninominali. «Se il calcolo, invece, viene fatto a livello nazionale, allora l'effetto sarà molto proporzionale e favorevole alle piccole formazioni». Nel primo caso, infatti, in una circoscrizione da 4-5-6 seggi la soglia di sbarramento implicita sarebbe molto più alta del 5 o 8% fissato a livello nazionale dalla proposta Renzi-Berlusconi.

Presentando l'accordo ieri Renzi ha confermato che la ripartizione dei seggi su base nazionale è una "concessione" ad Alfano (e a Letta). Per non rischiare di provocare una rottura nella maggioranza di governo. Ma se Forza Italia e Pd hanno i numeri per approvare la legge elettorale, li dovrebbero avere anche per sottrarsi all'eventuale ricatto di Alfano (e Letta). Nel caso, in realtà piuttosto inverosimile, in cui fossero proprio questi ultimi a provocare una crisi contro il "sistema spagnolo", Renzi e Berlusconi potrebbero sempre proporre al capo dello Stato un governo di scopo di poche settimane (per l'approvazione della nuova legge elettorale, appunto).

Ma almeno sia chiaro che chi ha voluto la ripartizione su base nazionale, e chi si batte per abbassare le soglie di sbarramento e introdurre le preferenze, pone la propria sopravvivenza al di sopra dell'interesse del Paese ad avere una legge elettorale che renda la nostra democrazia funzionante al pari delle grandi democrazie occidentali. La responsabilità, ovviamente, ricade anche su Renzi e Berlusconi che non hanno avuto il coraggio di andare fino in fondo. Il primo, per non rischiare di provocare una crisi di governo e spaccare il suo partito. Il secondo, perché nonostante gli infiniti lutti (le dolorose rotture con Casini, Fini e Alfano), e i fallimenti delle sue coalizioni di governo, sembra ancora persuaso che il modo migliore di vincere sia la sommatoria dei partitini (il che presuppone quindi il ritorno a corte del figliol prodigo Alfano).

Berlusconi ricorrerebbe come sempre all'appello al "voto utile", cioè per i grandi partiti, ma con la soglia minima per il premio fissata al 35% e una di sbarramento al 5% per i partiti coalizzati (8% per quelli che corrono da soli), sarebbe il sistema elettorale stesso, incentivando grandi e piccoli a coalizzarsi, a rendere "utile" il voto per i partitini. A destra per la Lega, Ncd e la rifondata An. E a sinistra per Vendola e i profughi di Scelta civica. E saremmo al punto di partenza: un altro giro della solita giostra. Se poi, dietro la ripartizione nazionale, per accontentare Alfano e quindi salvaguardare la vita del governo, ci fosse il Quirinale, avremmo un altro presidente (dopo Ciampi con il porcellum) che ha contribuito attivamente a rovinare una legge elettorale.

Dunque, anche questo nuovo sistema rischia di incentivare da un lato la formazione di coalizioni troppo eterogenee, al fine di assicurarsi il premio di maggioranza anche a scapito della futura coesione di governo, e dall'altro la frammentazione del sistema partitico. Dopo il voto, infatti, i piccoli partiti o le correnti minoritarie nei partiti maggiori, persino piccolissimi gruppetti di parlamentari, avranno sempre la convenienza a distinguersi e a staccarsi, ben sapendo di poter tornare "utili" e coalizzabili con i loro nuovi simboli alle elezioni successive. Una dinamica che negli ultimi anni ha penalizzato soprattutto il centrodestra, spolpandolo: abbiamo assistito ad una sorta di "politica del carciofo", cioè una serie potenzialmente infinita di "foglie" che si staccano dal corpo centrale per lucrare una rendita di posizione. Fini e Casini ieri, Alfano oggi, domani chissà.

Thursday, December 05, 2013

La controriforma elettorale della Corte

Anche su Notapolitica

La nostra è sempre più una Repubblica fondata sulla giustizia politicizzata, complice un gruppo ormai sparuto ma ben introdotto di politici, anagraficamente sia vecchi che giovani, ma tutti disperati e miopi. Non lo scrivo da oggi e la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il cosiddetto "Porcellum" non è che l'ultima prova in ordine di tempo. E' un paese in cui ormai da anni sono saltati tutti gli schemi, come si usa dire nel gergo calcistico quando ci si avvicina alla fine della partita e la squadra in svantaggio si affida alla sola forza della disperazione: sono saltati tutti i principi base di ogni stato di diritto e i contrappesi istituzionali.

Sotto il loro stesso peso sono alla fine esplose le contraddizioni sistemiche che si sono stratificate nel corso degli ultimi 20 anni a forza di ricorrere a forzature di ogni tipo pur di abbattere il nemico politico e impedire ogni forma di cambiamento. Una cultura giuridica che maneggia il diritto come un continuo, inafferrabile e imprevedibile gioco di specchi, e la dissimulata faziosità di istituzioni che dovrebbero essere terze, ma che invece piegano alle proprie convenienze (nemmeno di lunga durata, ma del momento) qualsiasi principio, non potevano che dar vita a tali esiti disastrosi di non democrazia.

Il presidente Napolitano, i giudici della Consulta, i ministri del Governo Letta che plaudono all'«ottima sentenza», dovrebbero arrossire per una decisione che li espone ad un paradosso tragico, nel quale solo con sprezzo del ridicolo riescono a scorgere, invece, il perseguimento dei loro obiettivi. A prescindere dagli ennesimi contorsionismi giuridici che leggeremo nelle motivazioni, infatti, è evidente che questa sentenza delegittima tutti e tutto. Le nomine e le leggi approvate nelle scorse legislature si salvano, secondo il principio delle situazioni giuridiche "esaurite", ma che ne è dell'attuale? L'attuale Parlamento, il Governo di cui è emanazione, nonché lo stesso presidente Napolitano e la stessa Corte costituzionale, i cui giudici sono per 2/3 il frutto di nomine indirettamente viziate dall'incostituzionale "Porcellum", e persino il voto sulla decadenza di Berlusconi, sono tutti delegittimati. Tutti abusivi.

La stessa decisione della Corte costituzionale, poi, potrebbe essere viziata all'origine, dal momento che il ricorso contro il "Porcellum" è incidentale solo di facciata, mentre di fatto scaturisce per la prima volta dal ricorso diretto di un singolo cittadino, modalità esclusa dal nostro ordinamento. La stessa Corte che ha bocciato il referendum per la reviviscenza del "Mattarellum" non si è fatta scrupolo di produrre, di fatto, la reviviscenza del proporzionale da Prima Repubblica. E, d'altra parte, siamo nel paese in cui il referendum che avrebbe introdotto un sistema maggioriario uninominale puro fallì d'un soffio perché nelle liste elettorali non aggiornate erano rimasti migliaia di defunti. Ma questo è solo un capitolo del massacro di diritto e diritti cui assistiamo, tra leggi penali e fiscali retroattive, assolutismo fiscale e burocratico.

Tutti abusivi, dicevamo. Eppure, non per uno strano scherzo del destino ma per un calcolo ben eseguito fino alla sua estrema conseguenza, la sentenza che da un lato li rende abusivi, dall'altro li blinda ancor di più sulle loro poltrone fino, almeno, al 2015. A Napolitano e Letta è riuscita, grazie alla sponda dei giudici della Consulta, una perfetta mossa del cavallo. Se prima della sentenza non si poteva votare perché c'era l'inviso "Porcellum", e in effetti sarebbe stato un azzardo considerato il rischio di ritrovarsi con un esito del tutto simile a quello del febbraio scorso, ora non si può votare perché dalla legge così come riscritta dalla Consulta - un proporzionale puro con le preferenze, praticamente come nella Prima Repubblica - a maggior ragione scaturirebbe un Parlamento senza maggioranze chiare e, dunque, la necessità di nuove intese più o meno larghe da trovare dopo il voto.

Ma prima della fine di gennaio è impensabile che sia approvata una nuova legge elettorale. Guarda caso, infatti, pochi minuti prima della sentenza della Corte, le cui motivazioni potrebbero arrivare verso la fine di gennaio, la Commissione Affari costituzionali del Senato decideva di dare tempo proprio fino al 31 gennaio al suo Comitato ristretto per predisporre un testo unificato di riforma della legge elettorale. Ecco, dunque, che l'ultima finestra elettorale ipotizzabile, quella di marzo-aprile (perché a maggio ci sono le elezioni europee e da giugno a dicembre 2014 il semestre italiano di presidenza dell'Ue), è probabilmente chiusa. A restare in trappola è soprattutto Renzi, che da neo segretario del Pd non potrà che appoggiare il Governo Letta, ormai a guida Pd, e rimandare le sue ambizioni, rischiando però il logoramento della sua leadership.

Dunque, a chi è convenuto "fare melina" sulla legge elettorale in questi mesi, temporeggiando in Senato? E' convenuto ai sostenitori del Governo Letta, ai proporzionalisti e neocentristi di ogni schieramento, e a quanti, nel Pd, sarebbero disposti anche a telefonare ai giudici della Consulta pur di sbarrare la strada a Renzi. A tutti costoro conveniva aspettare l'annunciata sponda della Consulta, che obiettivamente cambia l'inerzia politica della situazione a favore dei proporzionalisti e dei "diversamente bipolaristi". Non sono loro a dover "forzare" per tornare al proporzionale. Chiamatela come volete, "Napolitanellum" o "Porcellissimum", ma le indicazioni sono chiare e non hanno fretta di definire i dettagli della nuova legge, possono muoversi anche a fine 2014, a ridosso della scadenza temporale del Governo Letta.

Se invece si vuole accelerare, la via più semplice che proporranno sarà quella di recepire le indicazioni della Consulta, prevedendo cioè dei mini-premi, con soglie minime a scalare, e le preferenze: un sistema perfetto dal loro punto di vista. Che consentirebbe di presentarsi in due schieramenti nettamente distinti di fronte agli elettori, ma sufficientemente flessibile da permettere intese trasversali più o meno larghe dopo il voto, in caso di necessità di "stampelle". Una soluzione furba, quindi, che formalmente conferma il bipolarismo mentre di fatto lo liquida, rendendo molto più probabile la nascita di maggioranze post-elettorali, in Parlamento, piuttosto che direttamente dalle urne. E chiunque proporrà soluzioni diverse, verrà accusato di irresponsabilità e di non voler rispettare la sentenza. Dopo la controriforma sancita dalla Corte sta invece ai difensori del bipolarismo l'onere di raggiungere un'intesa forte per un nuovo sistema maggioritario. Intesa che appare difficile tra soggetti così disomogenei (Renzi, Berlusconi e Grillo) e considerando che a nessun segretario del Pd è mai riuscito di tenere il partito unito su un sistema elettorale.

Tuesday, May 28, 2013

La gente ha capito... che votare è inutile

Anche su Notapolitica e L'Opinione

E' sbagliatissimo leggere l'esito del voto amministrativo attraverso le lenti della politica nazionale. Ovviamente il governo Letta e le forze politiche che lo sostengono lo fanno per convenienza: «Ha vinto il governo delle larghe intese e chi prova a dare risposte effettive al Paese». Il premier prova a metterci il cappello, facendo filtrare ai giornali la sua soddisfazione: «La gente ha capito». Ma l'unica conclusione a cui la gente sta mostrando di essere giunta è che votare è inutile, perché tra destra e sinistra non c'è poi molta differenza. Intendiamoci: ovvio che un crollo del centrodestra e del centrosinistra, e un nuovo boom di Grillo, avrebbero indicato una bocciatura, sia pure prematura forse, delle "larghe intese".

Ma il semplice fatto che ciò non sia avvenuto non significa che l'operazione è stata promossa. Uno scampato pericolo non equivale a una promozione. Anzi, sull'elevato astensionismo semmai, oltre a una certa stanchezza di politica (dopo la "full immersion" degli ultimi mesi, tra elezioni di febbraio e travagliato parto del governo) e a un giudizio complessivamente negativo sui candidati, può aver pesato una certa rassegnazione: tanto votare è inutile, gli uni o gli altri sono la stessa cosa. E anche votare Grillo, oltre al "vaffa", è sterile, non porta a nulla per cui valga la pena distogliersi dalle proprie attività domenicali.

Il voto amministrativo può certamente dare indicazioni di approvazione o disapprovazione dell'operato del governo nazionale, ma non può essere questo il caso. Sul governo Letta, e dunque sull'operazione politica che l'ha tenuto a battesimo, il giudizio degli elettori è ancora sospeso: giustamente, dal momento che è in carica solo da poche settimane. Non è il voto amministrativo, quindi, a rafforzare le "larghe intese", ma il semplice fatto che il governo ha iniziato a lavorare da poco e dunque il primo giudizio è rimandato a settembre.

Basti prendere in esame il caso del Comune di Roma, che da solo rapppresenta il 57,5% dell'elettorato chiamato alle urne e addirittura il 73,3% di quello dei 16 comuni capoluogo. Alemanno è arrivato a questo voto sfiancato da scandali veri o presunti e da una incessante campagna di ridicolizzazione personale, eppure ha retto ed è riuscito ad andare al ballottaggio. D'altra parte, Marino non rappresenta certo la linea delle "larghe intese", e ha posizioni politiche distanti dai possibili futuri leader del suo partito. Semmai, la sua affermazione dovrebbe suonare come campanello d'allarme per il Pd impegnato nelle "larghe intese".

Insomma, gli elettori hanno dato un giudizio sull'operato dei sindaci uscenti, basato sulla percezione - spesso imprecisa - di ciò che è stato o non è stato fatto. E come spesso accade, è un giudizio molto negativo, che tuttavia si è esteso anche ai candidati sfidanti. L'astensione elevata - anche se il confronto corretto non è con il 2008, quando pesò il traino delle politiche - è probabilmente il segno che i candidati sono apparsi tutti mediocri, anche quelli del M5S. A Roma può aver pesato il derby, certo, ma forse ancor di più la certezza che si sarebbe andati al ballottaggio. Anche questo può aver convinto molti elettori a "disturbarsi" solo quando si deciderà per davvero, cioè fra due settimane. Al ballottaggio l'affluenza nella capitale potrebbe persino aumentare, o restare pressoché invariata ma con un elettorato molto diverso, anche se le chance di Alemanno sembrano ridotte al lumicino.

Ridicoli anche i frettolosi "de profundis" per Grillo e M5S: alle amministrative, dove contano di più i volti dei candidati, dove si cerca un amministratore e non ci si accontenta di un "vaffa" generalizzato, non sorprende che i grillini non abbiano convinto. La gente ha capito che anche loro sono mediocri, e rispetto agli altri pure inesperti. Probabilmente il M5S non avrebbe toccato il 25% alle politiche, se si fosse votato in collegi uninominali, che avrebbero costretto i parlamentari grillini a presentarsi agli elettori - con i loro volti, le loro storie personali - prima del voto in ogni singolo collegio.

A Roma è uscito sconfitto il candidato De Vito, ma lo tsunami nazionale non è affatto rientrato. Non sono venuti meno i motivi che lo scorso febbraio hanno indotto il 25% degli elettori a mandare un sonoro "vaffa" ai partiti tradizionali, ma adesso anche Grillo sa che non basta più evitare la tv, non bastano più i suoi comizi. Le inadeguatezze, l'ingenuità, talvolta l'antipatia dei parlamentari e dei candidati del movimento non si possono nascondere in eterno dietro una battuta o un insulto.

Wednesday, May 22, 2013

Verso il porcellone

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Come spesso accade in Italia, non c'è nulla di più definitivo del transitorio. Quindi, se entro il 31 luglio verranno apportate le correzioni minime al "porcellum" annunciate oggi, è probabile che ci troveremo di fronte alla legge elettorale con la quale voteremo alle prossime elezioni. La situazione è, come al solito, piuttosto contorta, quasi in corto circuito, ed è più o meno la seguente.

Da una parte, la scelta di una mera manutenzione del "porcellum" mette in tempi rapidi in sicurezza la legge rispetto a possibili profili di incostituzionalità, e mette al riparo il governo dalle tensioni di un confronto totale tra le forze politiche sul sistema di voto. Dall'altra, però, proprio superando le cause di inadeguatezza, e forse anche incostituzionalità del "porcellum", il ritorno alle urne non sarà più politicamente impraticabile se il governo non funziona e vivacchia. Anzi, proprio per l'aprirsi dell'opzione voto, aumenteranno veti e pretese da una parte e dall'altra e, quindi, il rischio di paralisi della sua attività (già non particolarmente frenetica).

Ma su questo fronte molto dipenderà dalla soglia minima per far scattare il premio di maggioranza. Se bassa (35%), si riducono le possibilità di pareggio, e di un nuovo stallo. Quindi ottimo: si salvaguarda la governabilità. Ma non il governo Letta, perché crescerebbe la tentazione di staccare la spina al minimo incidente, essendo il premio a portata di coalizione. Quindi la legge elettorale sarebbe ok, ma di nuovo addio riforme costituzionali. E non è nemmeno detto che una soglia bassa dissolva i dubbi di incostituzionalità. Se alta (40-45%), difficile che il premio possa scattare: si tratterebbe di un proporzionale pressoché puro. Una pessima legge, quindi, che non salvaguarda la governabilità. Ma disincentivate le forze politiche dal rischio "palude", quindi dalla prospettiva di dover formare di nuovo un governo di "larghe intese", salvaguarda il governo Letta, la durata della legislatura, e paradossalmente accresce le chance del percorso di riforme di arrivare a conclusione.

E' ovvio, in questa situazione, che Berlusconi e il Pd spingano per correzioni minime che offrano se non la certezza almeno buone probabilità di non replicare un pareggio elettorale (il primo una soglia bassa, sia alla Camera che al Senato; il secondo per il ritorno al "mattarellum"), così da poter staccare la spina al governo quando diventi troppo dannosa la loro compartecipazione. Al contrario, il premier e i ministri ("colombe" ed ex Dc di Pd e Pdl) spingono per una soglia alta, un proporzionale quasi puro. Innanzitutto, come assicurazione sulla vita del governo, ma nel peggiore dei casi - il ritorno alle urne - un sistema che non produrrebbe una maggioranza in Parlamento, e renderebbe quindi inevitabile un nuovo governo di "larghe intese", favorendo l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il sempre più definitivo superamento del bipolarismo.

Tuesday, May 21, 2013

La trappola neocentrista

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Si sta facendo strada, dopo il cauto pressing del capo dello Stato e quello incauto e "inammissibile" della Corte di Cassazione, l'idea di un intervento soltanto "manutentivo" e "transitorio" sulla legge elettorale. Consapevole che aprire ora un confronto tra le forze politiche su un nuovo sistema di voto avrebbe effetti destabilizzanti sul governo di "larghe intese", il presidente Napolitano si è fatto sponsor di un intervento minimalista, finalizzato a mettere in sicurezza la legge rispetto ai profili di incostituzionalità già espressi dalla Corte costituzionale e di nuovo sollevati, in modo alquanto inappropriato, dalla Corte di Cassazione.

Non bastavano le Procure che intentano processi politici, che convocano grandi "convegnoni" come quello di Palermo sulla trattativa Stato-mafia (176 testimoni)? Non bastavano magistrati che si candidano alle elezioni, perdono e tornano ad indossare la toga come se niente fosse? Non bastava un Csm che "boccia", come fosse una terza Camera, qualsiasi scelta in materia di giustizia da parte del legislatore? Ora abbiamo anche i giudici che vogliono riscrivere le leggi elettorali? E' molto dubbia l'ammissibilità della questione di costituzionalità relativa al "porcellum" sollevata dalla Cassazione. Nel nostro sistema, infatti, i cittadini non possono chiamare direttamente la Corte costituzionale a giudicare la costituzionalità di una legge. Possono farlo i giudici, ma solo in via incidentale, mentre nel procedimento in questione la legge della cui legittimità costituzionale si dubita è l'oggetto stesso del giudizio intentato dai cittadini.

Inoltre, nelle sue argomentazioni la Cassazione mostra di puntare esplicitamente ad un risultato politico: l'eliminazione del premio di maggioranza e il ripristino delle preferenze, cioè il ritorno al sistema elettorale della Prima Repubblica. Sollecita, infatti, «un'opera di mera "cosmesi normativa" e di ripulitura del testo, che può essere realizzata dalla Corte costituzionale, avvalendosi dei poteri che ha a disposizione, o dal legislatore in attuazione dei principi enunciati dalla stessa corte».

In pratica, chiede ai giudici della Consulta di riscrivere la legge elettorale. E se sul premio di maggioranza senza soglia minima erano già stati espressi dubbi dalla Consulta, l'illegittimità delle liste bloccate, che avrebbe come conseguenza necessaria l'introduzione delle preferenze, sembra assai meno fondata. Innanzitutto, le preferenze non sono mai state adottate per l'elezione dei senatori, nemmeno durante la Prima Repubblica. Sono uscite chiaramente bocciate dal referendum elettorale del 1991. E non esistono nella maggior parte dei paesi europei che adottano sistemi di voto proporzionali, che prevedono proprio le liste bloccate (come Germania e Spagna).

Il ministro per le riforme, Gaetano Quagliariello, si è espresso a favore di un «intervento di manutenzione per rendere costituzionale» il "porcellum", ma solo come «legge transitoria» in vista di una «vera riforma», da fare «insieme alla riforma dello Stato, del governo e del bicameralismo». Una soglia minima da cui far scattare il premio di maggioranza (40-45%, percentuali dalle quali sono al momento lontani sia il centrodestra che il centrosinistra), o la sua eliminazione tout court, sono i ritocchi di cui si parla. Significherebbe di fatto il ritorno ad un sistema proporzionale puro.

Oltre a contraddire i voti referendari del 1991 e del 1993, non verrebbe comunque sciolto il nodo della scelta dell'eletto da parte degli elettori, né risolto il problema della governabilità. Se si tornasse a votare con un tale sistema, infatti, l'esito sarebbe del tutto simile alla situazione odierna, anzi con l'aggravante che nemmeno alla Camera ci sarebbe un partito di maggioranza. Dunque, perché ritoccare la legge elettorale in un modo che già sappiamo essere peggiorativo? Sarebbe comunque da irresponsabili tornare al voto con una legge simile, a meno che non si abbia in mente un sistema che favorisca il consolidarsi delle "larghe intese", l'aggregazione di un'area neocentrista, neodemocristiana, e dunque il definitivo superamento del bipolarismo.

Se si intende intraprendere seriamente la via delle riforme costituzionali, allora non c'è motivo per cui la nuova legge elettorale non debba arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Il modello dovrà essere scelto, e il testo congeniato con attenzione, alla luce della nuova forma di governo che si vorrà adottare. Viceversa, l'idea di «mettere in sicurezza» prima di tutto, come viene detto, l'attuale legge, nasconde la riserva mentale di non portarlo a conclusione il processo di riforme costituzionali e di restaurare semplicemente il proporzionale puro.

Friday, May 10, 2013

Non una Convenzione, ma servono convinzioni per le riforme

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Nel suo discorso per la fiducia il premier Enrico Letta aveva addirittura evocato le sue dimissioni, nel caso in cui dopo 18 mesi avesse constatato uno stallo dei lavori della Convenzione per le riforme. Ebbene, la Convenzione potrebbe non nascere nemmeno, stando alle ultime indiscrezioni. D'altra parte, perché correre il rischio di avvitarsi sul nome di chi dovrebbe presiederla? Quagliariello già vede crescere esponenzialmente la centralità del suo ministero, che senza Convenzione diventerebbe il vero e proprio motore del processo di riforme, naturalmente in collegamento con le commissioni parlamentari competenti.

Ma più importante della sede e delle formule è la volontà politica. Più che una "Convenzione", per le riforme servono convinzioni salde. Convinzione della necessità di fare sul serio, stavolta, volontà di cambiare il sistema, di superare inefficienze e farraginosità dei meccanismi decisionali; e convinzioni su dove, verso quale forma di governo si vuole approdare.

Il governo Letta, partito con i fattori di debolezza di cui abbiamo scritto qualche giorno fa, ha un solo modo per durare: fare cose. Se si ferma, se si limita a chiacchierare delle cose da fare, è destinato a cadere. E' ancora presto per parlare di inconcludenza dopo il rinvio alla prossima settimana del decreto su Imu e Cig in deroga - in fondo qualche giorno per un approfondimento tecnico ci sta tutto - ma certo restano tutte le incognite di un esecutivo che sembra nato più per scongiurare il ritorno alle urne a giugno, e per non fare uno sgarbo al presidente Napolitano appena rieletto, che sulla base di un accordo politico - nel senso di politiche da attuare - tra Pd e Pdl.

Non importa che sia un governo di legislatura, ma da alcuni segnali - il "mini-rinvio" della rata Imu, la Convenzione già tramontata, la ricerca delle coperture finanziarie nelle pieghe del bilancio anziché lavorare ad una vera e propria svolta di politica fiscale - si intuisce un programma troppo poco ambizioso e, di conseguenza, un orizzonte temporale ristretto. Ancora non è intellegibile la vera natura del governo Letta: se balneare, giusto il tempo di passare l'estate, o se davvero di "larghe intese". Più probabilmente la verità è che la sua identità è in fieri. Nessuno dei due principali azionisti della strana maggioranza - Pd e Pdl - ha ancora le idee chiare sulla sua missione e, quindi, la sua durata, ma nemmeno si pongono limiti a priori. Uno spazio di manovra che Letta e i suoi ministri non dovrebbero esitare a sfruttare.

Il Pd è la chiave di tutto: perché se il Cav non avrebbe dubbi a sostenere un processo riformatore, ripagato dalla legittimazione da parte dei suoi avversari e dell'establishment, e dal ruolo alla De Gaulle italiano che potrebbe vantare, più incerto è se il Pd sia davvero disposto a legittimarlo, se sia sincera in Letta, e condivisa nel suo partito, la volontà di pacificazione, o se invece si punta semplicemente a superare l'estate, magari incassando una riformicchia elettorale prima di tornare al voto, come suggerito da D'Alema nei giorni scorsi.

Se la via delle riforme costituzionali verrà seriamente intrapresa, allora la legge elettorale non potrà che arrivare a coronamento del processo "ri-costituente". Pretendere, invece, di cominciare dalla riforma del sistema di voto può voler dire che si ha in mente un governo semi-balneare e non di "larghe intese", una tregua e non una vera pacificazione. Peccato che, parafrasando le parole attribuite a Kissinger sull'Europa, in questo momento a voler parlare con il Pd non si sa nemmeno chi chiamare. Mancano interlocutori attendibili, in grado di assumere impegni ai quali tutto il partito si senta vincolato.

Dunque, in queste prime settimane in cui Pd e Pdl sembrano più che altro studiarsi a vicenda, sta a Letta incardinare la rotta delle riforme, economiche e costituzionali, impegnare i gruppi parlamentari, e occupare il dibattito politico, sui contenuti. Se tergiversa, se temporeggia, rischia di soccombere al ritorno dei rispettivi tatticismi. Deve rendere al più presto visibile, a portata di mano, la prospettiva di vere, sostanziali riforme, così da rendere il più possibile costoso politicamente affossarla in nome del ritorno alla logica dello scontro e della demonizzazione dell'avversario. Ma ciò implica, naturalmente, che il Pd decida definitivamente cosa vuol essere: se una forza di governo aperta a ricevere la fiducia della maggioranza degli italiani, o se un'incattivita forza identitaria chiusa nel recinto ideologico e lamentoso di un 20% di cittadini.

Tuesday, April 30, 2013

Letta non dura se il Pd non fa sul serio con la pacificazione

Se il Pd fa sul serio con la pacificazione, Berlusconi dev'essere figura di primo piano nel processo costituente, se no il governo Letta non dura

Anche su Notapolitica

Può farcela il governo Letta? Quali sono gli elementi di fragilità e quali, invece, i potenziali punti di forza? Non che vi fossero alternative, se non il salto nel buio di nuove elezioni. Un accordo tra Pd e Pdl resta l'unica prospettiva da cui potrebbero scaturire in breve tempo quelle 3/4 riforme in grado di restituire un minimo di credibilità alla politica, almeno arginare la crisi, e rafforzare bipolarismo e governabilità. Ma l'orchestra di violini che sta celebrando il nascituro governo è troppo simile a quella che accolse il governo Monti per non destare più di qualche sospetto.

Purtroppo, il fatto stesso che alla Camera e al Senato il premier Letta abbia esposto come programma una specie di enciclopedia, anziché un'agenda stringata, realistica, con pochi obiettivi concreti, ben delineati, ai quali inchiodare i partiti, nasconde l'assenza di un accordo politico - sui contenuti oltre che sulle poltrone da spartirsi - tra Pd e Pdl. Non c'è alcuna certezza programmatica, né sull'Imu - lo dimostrano le polemiche di questa mattina, e d'altra parte quello annunciato da Letta è solo un rinvio, poi "si vedrà" - né sulle riforme costituzionali. Qualsiasi Convenzione rischia di naufragare se Pd e Pdl non vi entrano con un'idea di massima condivisa sulla forma di governo e la conseguente legge elettorale a cui approdare. Non si può tornare alle urne prima dell'estate, e non si poteva fare uno sgarbo al presidente Napolitano, appena pregato di farsi rieleggere. Sembrano queste le uniche convergenze tra i due partiti che hanno portato alla nascita di questo governo.

Letta ha parlato con convinzione di pacificazione nazionale. Il banco di prova delle reali intenzioni del suo partito sarà però la Convenzione per le riforme. Ha minacciato di dimettersi il premier, se entro 18 mesi non vedrà profilarsi dei risultati, ma è la sopravvivenza del suo governo che sembra dipendere dalla Convenzione, non viceversa.

Se il Pd fa sul serio, Berlusconi (già tenuto fuori dai ministeri economici) dev'essere pienamente coinvolto nel processo costituente, altrimenti il governo Letta è destinato a durare molto poco. Al di là dell'Imu sulla prima casa, infatti, su cui il Cav alla fine potrebbe rivelarsi più elastico di quanto si creda (potrebbe rivendicare come un successo anche un mero alleggerimento, conservando l'abolizione totale come cavallo di battaglia elettorale), è la sua piena legittimazione come "padre costituente" della Terza Repubblica, poter rivendicare un ruolo da "De Gaulle" italiano, l'unica ricompensa politica per cui, dal suo punto di vista, potrebbe valere la pena far durare il governo Letta.

Dunque, senza il contrafforte di un autentico processo costituente, senza l'impegno sincero del Pd a concluderlo con successo, ad arrivare ad una nuova forma di governo, e senza riconoscere a Berlusconi il suo ruolo, come presidente della Convenzione oppure vicepresidente (come Alfano lo è di Letta), quello del "giovane" Letta sarà per il Cav un governo da impallinare senza troppi rimpianti. Un governo che d'altra parte ha già un punto debole nella sua composizione a medio-bassa intensità politica.

Enrico Letta è l'eterno giovane del centrosinistra. Giovanissimo ministro dell'Industria dei governi D'Alema e Amato, poi sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Prodi, di lui purtroppo non si ricordano battaglie e sfide politiche di particolare coraggio. Si è accomodato in fila, all'ombra prima di Prodi poi di Bersani. Chi lo conosce e lo segue assicura che ha buone idee, ma finora le ha tenute ben nascoste. Premier a parte, molto simile sarebbe potuta essere la compagine del governo Monti se un anno e mezzo fa i partiti avessero accettato di farsi coinvolgere blandamente.

Oggi i principali partiti - Pd, Pdl e Scelta civica - sono coinvolti, ma non espugnano il Tesoro, che sarà ancora guidato da un tecnico. Come Monti, anche Saccomanni si presenta con un background "liberale" e un lungo catalogo di buoni consigli alla politica, dispensati per anni dalla sua postazione in Bankitalia: meno spesa, meno tasse, riforme per la produttività. «Bisogna riallocare il carico fiscale, ridurre le imposte su lavoro e imprese e trovare i fondi altrove, tramite la riduzione delle spese improduttive e dell'evasione». Queste le sue ultime dichiarazioni pochi giorni prima la nomina a ministro. Ma pesa il precedente di Monti, che al governo ha fatto esattamente l'opposto di quanto predicava nei suoi editoriali. Al Lavoro un altro tecnico, il presidente dell'Istat Giovannini, se non altro non il solito ex sindacalista o giuslavorista.

Tra i criteri per la composizione della squadra di governo ha prevalso quello, più che opportuno, del rinnovamento e del ringiovanimento. Il che mette al riparo il governo Letta dalle tensioni che possono causare figure ingombranti, e impopolari, come Monti, Amato, D'Alema e Berlusconi, ma  è anche un fattore di fragilità, perché quelle coinvolte appaiono figure per lo più "sacrificabili" agli occhi dei partiti di provenienza.

Sia il Pd che Berlusconi hanno mandato avanti le rispettive componenti popolari, gli ex-democristiani, tanto da far parlare di un governo monocolore Dc. Questi ci credono, vagheggiano scenari neodemocristiani, ma rischiano di rivelarsi poco più che carne da macello. Defilata l'area ex Ds-Cgil del Pd, che presumibilmente in questa fase concentrerà le sue attenzioni sul partito, lasciando che siano le minoritarie correnti "centriste" e riformiste a mettere la faccia sul governo dell'"inciucio" con il caimano. Da comprendere la strategia di Berlusconi, che apparentemente ha "premiato", indicandoli come ministri, i protagonisti della quasi scissione del novembre scorso, quando sotto la sigla "Italia popolare" erano pronti a lasciare Silvio per Monti. Quale logica dietro questa scelta? La definitiva vittoria delle "colombe" sui "falchi"? Un nuovo assetto nel Pdl, che sancisce la centralità dei democristiani e marginalizza ex An e anima liberale di FI? Oppure più che una promozione, una rimozione dal partito?

Certo è che da quella frase su Facebook, subito dopo l'ufficializzazione della lista dei ministri («abbiamo trattato per formazione del governo senza porre alcun paletto, senza impuntarci su nulla, escludendo persone che fossero ministri in precedenti governi»), Berlusconi non appariva molto entusiasta, sembrava quasi vantare subito un credito.

Se figure come Brunetta e Gelmini, o lo stesso Berlusconi, di per sé poco digeribili per il Pd, avessero fatto parte del governo, sarebbe stato difficile escludere D'Alema, un'altra figura problematica più per il Pd che per il Pdl. La sensazione è che i veti del Pd, la sua necessità di mantenere un basso profilo politico per rendere il più indolore possibile ai suoi la pillola del "governissimo", abbiano però lasciato Berlusconi nella comoda posizione di poter recitare più parti in commedia, tutte da protagonista: sufficientemente coinvolto da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio - sulla politica economica e nella Convenzione - ma non a tal punto da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

Monday, April 29, 2013

L'enciclopedia Letta, non l'agenda

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Cosa possiamo aspettarci dal governo Letta? Quando, all'indomani del voto, abbiamo indicato come unica via possibile - per superare l'impasse determinato dal pareggio elettorale e per arginare lo tsunami grillino - quella di un governo Pd-Pdl, abbiamo anche sostenuto una precisa "road map": cioè che dovesse porsi come scopo quello di realizzare 3/4 riforme fulminee, poche cose ma buone, in 6-12 mesi massimo, per poi riportare il paese alle urne in un contesto di rinnovata (quanto più possibile) credibilità della politica, alleggerimento della pressione fiscale, bipolarismo e governabilità rafforzati.

Tra le riforme di sistema spiccano come minimo sindacale il dimezzamento dei parlamentari, il superamento del bicameralismo perfetto, l'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio, associato all'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). Si può fare in un anno. A questo nuovo assetto dovrebbe mirare il dialogo costituente tra Pd e Pdl nella Convenzione per le riforme annunciata oggi dal neo premier.

Sul fronte economico, il governo Letta dovrebbe affrontare l'emergenza fiscale: in breve tempo si può abolire l'Imu sulla prima casa, si possono evitare gli aumenti Iva e Tares, risolvere le questioni Cig ed "esodati", defiscalizzare le assunzioni, mentre sembra meno realistico, seppure sempre auspicabile, imporre allo Stato una dieta dimagrante tale da rendere possibile l'abolizione dell'Irap (servirebbero 25-30 miliardi di tagli alla spesa). In ogni caso, al livello di pressione fiscale a cui siamo giunti, non c'è spazio per essere troppo "choosy": che sia Imu o Irap, l'importante è cominciare a tagliare. Per quanto riguarda il lavoro, urgente anche la cancellazione della riforma Fornero, che introduce rigidità sulle forme contrattuali in ingresso ma non certezze sui licenziamenti senza giusta causa.

Questi i contenuti sulla base dei quali giudicheremo, nei prossimi mesi, l'operato del governo Letta, da cui dipenderà a nostro avviso il suo successo o il suo fallimento.

Ma il discorso programmatico su cui oggi alla Camera il premier Letta ha chiesto la fiducia non lascia ben sperare. Molta retorica, paternalismi, scontatezze, un fiume di concetti e obiettivi condivisibili, ma anche furbizie democristiane, bilancini, poca concretezza. Molte tasse in meno, ma nessuna indicazione - proprio nessuna! - sui tagli alla spesa pubblica necessari per la «riduzione fiscale senza indebitamento» che ha indicato come «obiettivo continuo e a tutto campo». Nessun accenno nemmeno alla vendita del patrimonio pubblico e alla liberalizzazione del mercato del lavoro. Mai più al voto con il "porcellum", ma nessuna indicazione, nemmeno di massima, sul sistema di voto verso cui si vuole approdare. Nemmeno citata l'ipotesi di riforma presidenzialista. In generale, una frettolosa, e pretenziosa declamazione enciclopedica di cose da fare che ci ha trasmesso un forte senso di perdita di priorità, un minestrone ad elevato rischio di inconcludenza.

Pur definendo il suo un «temporaneo governo di servizio» - e la grande coalizione che lo sostiene un fatto politico «eccezionale», così come, d'altra parte, le circostanze che l'hanno resa necessaria (il pareggio elettorale, la crisi economica, le regole da riscrivere) - Letta ha pronunciato un ambiziosissimo discorso "di legislatura", a cui nessuno però può realisticamente credere, contraddicendo lui per primo quel «linguaggio della verità» a cui dice di ispirarsi. L'orizzonte temporale del suo governo va dai sei mesi ai due anni (molto più probabilmente un anno). Così stando le cose, sarebbe stato più utile, e più credibile, inchiodare le forze politiche che sostengono il governo a pochi impegni, ma precisamente delineati.

Apparentemente le questioni che stanno a cuore ai due principali partiti di maggioranza, Pd e Pdl, c'erano tutte, ma non in termini così stringenti come sarebbe stato opportuno. Letta ha parlato di «superare» l'Imu sulla prima casa, offrendo per il momento una sospensione dei pagamenti di giugno, «per dare il tempo a governo e Parlamento di elaborare una riforma complessiva»; di «rinuncia» all'aumento dell'Iva; di un fisco «amico dei cittadini», affinché la parola "Equitalia" non procuri «brividi»; di detassazione del lavoro «stabile» (per giovani e neoassunti); di sburocratizzazione, rivedendo il sistema delle autorizzazioni. Ma anche delle delicate questioni Cig ed "esodati", di «reddito minimo», di welfare «più universalistico e meno corporativo», estendendo gli ammortizzatori sociali ai precari.

Ma al di là dei contenuti, l'obiettivo politico dell'esecutivo Letta si conferma essere una vera e propria pacificazione nazionale: dopo «vent'anni di attacchi e delegittimazioni reciprohe», di «risse inconcludenti», bisogna capire che «come italiani si perde o si vince tutti insieme», e si può fare se ci concentriamo sulle soluzioni «politiche», anziché sulla dialettica «politica». Con l'invito ad abbandonare spade e armature, per scendere a valle armati come Davide contro Golia solo di «fiducia e coraggio», Letta esorta tutte le forze politiche alla pacificazione, che passa inevitabilmente per una legittimazione di Berlusconi come attore politico non emarginabile.

Banco di prova di questa pacificazione sarà la Convenzione per le riforme da cui dovranno uscire quelle modifiche condivise alla nostra Costituzione tanto a lungo attese. E' qui che Letta lancia il suo ultimatum: se tra 18 mesi verificherà che i lavori della Convenzione non sono avviati verso il successo, che veti e incertezze minacciano di «impantanare tutto per l'ennesima volta», ne trarrà le conseguenze, dimettendosi. Ma davvero la politica, i partiti, hanno tutto questo tempo - 18 mesi! - per riformare legge elettorale e forma di governo? Il governo non rischia di uscire di scena ben prima che Letta abbia il tempo di attuare la sua ultimativa forma di pressione sui partiti?

La luna di miele con i mercati, e tra i partiti che lo sostengono, durerà probabilmente fino a novembre. Poi si vedrà. Ma la sensazione è che l'esecutivo abbia pagato a caro prezzo l'esigenza di rinnovamento e ringiovanimento. Il Pd da una parte e Berlusconi dall'altra sono sufficientemente coinvolti da rivendicare la paternità dell'operazione se le cose dovessero mettersi per il meglio, ma non a tal punto, forse, da rimpiangere troppo di sfilarsi in caso contrario, abbandonando al loro destino figure politiche tutto sommato "sacrificabili", al governo più che altro per farsi le ossa. E' tutta qui, oltre alla complessità delle sfide che si trova di fronte, naturalmente, la fragilità politica del governo Letta.

Monday, March 11, 2013

Lo spericolato all-in del Pd

Anche su Notapolitica e su L'Opinione

Se siamo di fronte ad uno spericolato azzardo sulla pelle del paese, o ad un patetico bluff, lo scopriremo solo tra qualche settimana. Sta di fatto che al momento il Pd sembra marciare senza esitazioni, temerario, sul sentiero indicato dal suo segretario e dal gruppo dirigente, almeno per ora compatto dietro di lui. Dalle urne non è uscita una mano vincente, le sue carte non sono buone, ma il Pd sembra deciso a rilanciare, ad andare in "all-in", ad ottenere l'intera posta in gioco nonostante una posizione precaria, se non di debolezza: Quirinale prima e Palazzo Chigi poi, passando per nuove elezioni, anche a giugno. Confidando che nel frattempo Berlusconi sia stato fatto fuori per via giudiziaria e che gli elettori di sinistra capiranno, e sanzioneranno l'ostinazione di Grillo.

Eccoli i passaggi della spericolata manovra di Bersani: ottenere da Napolitano l'incarico esplorativo per portare a termine il tentativo con il M5S. Se andrà a buon fine (il che ad oggi appare quasi fantapolitica), tanto meglio. Altrimenti, avrà comunque guadagnato tempo: più giorni passano, infatti, più ci si avvicina alla prima seduta del Parlamento per l'elezione del prossimo presidente della Repubblica (15 aprile). Napolitano quindi avrebbe tempi al quanto ristretti per imbastire un percorso alternativo per la formazione di un governo, che verrebbe ulteriormente ostacolato dalla vera e propria tempesta giudiziaria che si sta abbattendo su Silvio Berlusconi. Fallito il tentativo con Grillo, infatti, proprio il Cav dovrebbe tornare ad essere un interlocutore del Pd, a partire dalla scelta del nuovo inquilino del Colle. Il calcolo di Bersani è che ormai vicino alla scadenza del suo mandato, e con il leader del centrodestra sempre più fuori gioco, Napolitano non possa far altro che gettare la spugna, rinunciare a far dialogare Pd e Pdl - anche se per interposta figura tecnica e super partes - e passare la pratica al suo successore, che concederebbe facilmente, e rapidamente, il ritorno alle urne.

Ma nuove elezioni a giugno sarebbero un azzardo totale. E' possibile, infatti, e in ciò confidano Bersani e i suoi, che molti elettori abbiano votato Grillo solo per protesta, e quindi di fronte alla possibilità concreta che abbia i numeri per andare al governo, non riconfermino il loro voto. Ma è anche possibile che invece lo "tsunami" grillino non sia destinato a ritirarsi così presto e che, anzi, il successo di febbraio e l'arroganza del Pd convincano un numero ancora maggiore di elettori a voler dare la spallata finale al vecchio sistema dei partiti. Certo, molto dipenderebbe anche dal nome del candidato premier del centrosinistra, ma la partita non sarebbe priva di insidie nemmeno per Renzi. Se si vota a giugno, infatti, non è scontato che si facciano le primarie e, se si fanno, che siano una passeggiata per il giovane sindaco, che continua ad essere considerato poco meno di un cripto-berlusconiano da gran parte della base del suo partito.

Non è da escludere, tuttavia, l'ipotesi che quello di Bersani sia solo un patetico bluff, nel quale il segretario è l'unico o quasi del suo partito a credere. E che una volta andato a sbattere contro il muro di Grillo, possa iniziare una fase politica del tutto nuova. O che sia ancora una volta una fiammata dello spread a far naufragare tutti i sogni di autosufficienza del Pd.

Desta più di qualche perplessità che Bersani, che in campagna elettorale aveva assicurato di voler governare come se avesse il 49%, oggi si ostini a portare avanti un'operazione spregiudicata per prendersi tutto (Quirinale e Palazzo Chigi) con il 25% dei consensi sul 72% dei voti espressi, ossia poco più del 18% dell'elettorato. Ma nessuno sembra più fare caso all'effetto perverso di un premio di maggioranza che aveva senso, e non era affatto scandaloso, in un contesto fortemente bipolare (nel 2008 il centrodestra vinse con quasi il 47% e nel 2006 entrambe le coalizioni superarono il 49%), ma che oggi - nel silenzio generale - attribuisce il 55% dei seggi della Camera ad una coalizione che non ha raggiunto il 30% dei voti, producendo un esito pericolosamente vicino a quello della Legge Acerbo.

Se Berlusconi avesse prevalso di uno 0,34% e avesse solo considerato l'operazione che sta tentando oggi Bersani (prendersi il Quirinale, sciogliere le Camere e tornare al voto), avremmo stampa, tv e piazze democratiche mobilitate in difesa della democrazia minacciata dal Caimano.

Friday, March 01, 2013

L'unica road map che può salvare il paese dall'ingovernabilità

Anche su L'Opinione e su Notapolitica

E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.

Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.

Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».

Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.

Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.

Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.

Wednesday, February 27, 2013

Toccato il fondo, Bersani inizia a scavare

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Peggio che toccare il fondo c'è solo iniziare a scavare. E il Pd sembra pronto a farlo. Doveva solo presentarsi e annunciare le sue dimissioni, avrebbe potuto sbrigare la pratica anche con uno stringato comunicato, invece Bersani ammette la «delusione» ma in sostanza dà la colpa all'arbitro cornuto (la legge elettorale, l'austerità, la politica «moralmente non credibile»), mentre «guardando il voto non siamo noi il problema». Ma dopo un paio delle sue incomprensibili frasi "ad effetto" («il bicchiere va letto dai due lati» e «sono mancati meccanismi acquisitivi»), ecco la proposta del segretario del Pd sul da farsi: «La nostra ispirazione non è una diplomazia con uno o con l'altro, né discorsi a tavolino sulle alleanze, ma alcuni punti fondamentali di cambiamento, un programma essenziale da presentare al Parlamento per una riforma delle istituzioni e della politica». Il messaggio a Grillo è chiaro: «Ora abbiamo la responsabilità di una proposta di cambiamento più forte di quella che abbiamo portato in campagna elettorale». E richiama i grillini alle loro di responsabilità: «Finora hanno detto tutti a casa. Ora ci sono, quindi o vanno a casa o dicono cosa vogliono fare per il Paese, che è anche il loro». Tradotto, vuol dire che il Pd metterà sul tavolo alcune proposte tenendo conto delle più "forti" istanze di cambiamento rappresentate dal M5S e in base a questi temi si aspetta che gli eletti grillini votino la fiducia e, di volta in volta, i provvedimenti. Forse non proprio lo "scouting" di cui ha parlato in campagna elettorale, ma qualcosa di simile. Davvero Bersani intende proporre al capo dello Stato di governare un paese come l'Italia - per almeno un anno - con maggioranze variabili e sostegni esterni dei grillini sulle singole proposte, legge per legge?

Il Pd - udite udite - ci pensa davvero. Abbiamo ricordato giorni fa su queste pagine il caso Sicilia, che ora rischia di diventare per il Pd un "modello" da esportare per il governo nazionale. Primo partito alle elezioni regionali siciliane dello scorso ottobre, il M5S ha subito perso la radicale alterità rispetto ai vecchi partiti che Grillo propaganda nei suoi comizi, finendo di fatto nel centrosinistra. A dimostrarlo sono i ruoli istituzionali assunti dai suoi eletti all'Ars e il loro voto in aula: hanno votato la fiducia al governatore Rosario Crocetta, al quale gli elettori non avevano consegnato una maggioranza autosufficiente, e la sua prima legge di bilancio. Grillini sono il vicepresidente dell'assemblea regionale, un presidente, un vicepresidente e tre segretari nelle commissioni.

Sarebbe una prospettiva a dir poco inquietante per il paese, ma il centrodestra, che pur onorevolmente esce comunque sconfitto e fortemente ridimensionato dal voto, non potrebbe chiedere di meglio per rianimarsi: eviterebbe l'imbarazzo di dare la disponibilità, e partecipare ad un governo di larghe intese, e potrebbe limitarsi a guardare il Pd impantanarsi in un'avventura di governo a forte rischio di finire presto, e male, come accadde a Prodi nel 1996 e nel 2006. E sarebbe chiaro agli elettori, a quel punto, che il movimento di Grillo, lungi dall'essere trasversale rispetto ai vecchi partiti, non è che una costola della sinistra, una sorta di coscienza critica del Pd.

Da parte sua Grillo in mattinata aveva prima lanciato la sfida a Pd e Pdl: «Insieme dureranno 7-8 mesi, non di più. E' l'economia che non gli darà scampo, chiudono 1.000 imprese al giorno». Come dargli torto? E poi teso la trappola in cui Bersani sta cadendo: «Se ci sono delle proposte che rientrano nel nostro programma, siamo disposti a collaborare. Noi siamo un movimento di idee, non di protesta», valuteremo «legge per legge».

Eppure, a nostro avviso la "road map", che converrebbe al Pd e al Paese, è una sola. Dimissioni immediate di Bersani. Tre, quattro riforme da realizzare insieme al Pdl in pochi mesi: legge elettorale uninominale a doppio turno (con sapiente gerrymandering), dimezzamento dei parlamentari, abolizione di ogni finanziamento pubblico, cancellazione della riforma Fornero sul lavoro e diminuzione dell'Imu. E - perché no? - elezione diretta del premier. Fatte queste riforme, leadership rinnovate (il Pd ha già Renzi) e di nuovo al voto.

Friday, February 22, 2013

Italiani in bilico tra "vaffa" e "turarsi il naso"

Anche su Notapolitica

Alcune delle voci che circolano in queste ultime ore di campagna elettorale somigliano a quelle che in un celebre film di Fantozzi circolavano tra i poveri impiegati costretti ad assistere ad un noiosissimo lungometraggio russo mentre era in corso un'epica sfida Italia-Inghilterra: "Si diceva che l'Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d'angolo...".

La realtà è che nessuno – nemmeno colui che ritenete il più acuto dei commentatori, né i sondaggi che filtrano clandestinamente, figuriamoci i vari leader politici – sa che cosa uscirà fuori dalle urne lunedì pomeriggio. Conviene dunque affidarsi al proprio intuito. Ma bando alla favola per cui ognuno pensa con la propria testa... Come avviene in ogni comunità umana, chi più chi meno tutti pensano anche con la testa degli altri. Anche gli elettori. Nel senso che tra le informazioni sulla cui base decidere come votare rientrano anche le previsioni su come voteranno gli altri e sull'esito delle elezioni. E' fisiologico, soprattutto in un momento di grande incertezza, cercare attorno a sé segnali e indicazioni che non si riescono a rintracciare al proprio interno.

In uno schema bipartitico o bipolare, regolato da una legge elettorale semplice e comprensibile, il compito dell'elettore è relativamente facile. Perché una democrazia possa funzionare, a partire dal suo momento più delicato, quello della trasformazione dei voti in seggi, dovrebbe essere il primo requisito di una legge elettorale: che un elettore possa prevedere con ragionevole certezza l'effetto che produce il suo voto sull'esito finale. Ebbene, in Italia si tratta di un esercizio enigmistico, per la quantità di variabili incontrollabili.

In presenza di un'offerta politica così diversificata rispetto alle altre recenti tornate elettorali, come quella del 2008, che fu essenzialmente bipolare, di un meccanismo elettorale contorto, dagli esiti praticamente imprevedibili, e di un sentimento generalizzato di delusione e disgusto degli italiani per i partiti e la politica, è davvero difficile pronosticare alcunché, ma proibitivo persino "scattare fotografie" del momento, come i sondaggisti amano definire il loro lavoro. Si può fare ricorso ad analogie con elezioni passate, e molti paragonano l'annunciato "boom" di Grillo a quello di Berlusconi nel 1994. Secondo alcuni il M5S si avvicinerebbe al 21% con cui esordì Forza Italia. Ma non ci si può limitare al mero dato numerico. Nonostante la carica anti-partitica del Cavaliere all'epoca della sua discesa in campo, infatti, al contrario di Grillo oggi la sua iniziativa esprimeva già una cultura, un'ambizione di governo non in chiave anti-sistema, e si rivolgeva ad una parte ben definita dell'elettorato.

Si dice che un elettore su tre sia ancora "indeciso". Ma i milioni di "indecisi" lo sono davvero, o vengono chiamati così solo perché sondaggisti, osservatori e politici non sopportano l'idea che non abbiano voluto rivelare per chi voteranno? La sensazione è che un un gran numero di elettori non abbia ancora deciso "se" andare a votare, mentre in cuor suo saprebbe eventualmente per chi votare.

Questa assurda legge che proibisce la pubblicazione dei sondaggi a partire dai 15 giorni dal voto ci precipita in una sorta di "teatro dell'assurdo" che apre le porte a qualsiasi bluff o psicosi mediatica. D'altra parte, se foste autorevoli sondaggisti, avreste più paura di sbagliare su Grillo in eccesso, sovrastimandolo, o in difetto, cioè sottostimandolo? Funziona più o meno così: i sondaggisti temono molto più di farsi cogliere di sorpresa dal "boom" di Grillo, cioè di mancare il fenomeno, quindi pensano sia meglio sovrastimarlo. Quindi, per vie riservate, attraverso i politici e gli operatori dei media che hanno accesso ai dati, si trasmette la narrazione della "valanga", o dello "tsunami", come Grillo ha abilmente chiamato il suo tour, all'opinione pubblica. Con ciò non intendo dire che il "boom" di Grillo non ci sarà, ma che ciò a cui stiamo assistendo potrebbe essere il prodotto di una "psicosi" dei sondaggisti, o dell'innamoramento dei media, sempre a caccia di una storia sensazionale da raccontare. Si generano così titoli tipo "valanga Grillo", e tutti ne parlano, ma quale sarà l'effetto di tutto ciò sul comportamento di voto è del tutto imprevedibile. Gli italiani potrebbero credere al “boom” di Grillo e decidere di contribuirvi, oppure di mobilitarsi per contrastarlo; oppure potrebbero non crederci affatto.

Mai come in queste elezioni, forse, gli italiani sono stati in bilico tra un generale "vaffa", che può esprimersi con l'astensione o con il voto a Grillo, e il "turarsi il naso" per l'ennesima volta. E' tutta qui la difficoltà del sondare, o prevedere, le reali intenzioni di voto: quanti intervistati si "vergognano" di confessare di essere ancora disposti a "turarsi il naso", e quindi si dichiarano incerti o dicono di votare Grillo? E quanti, invece, non rispondono, o si nascondono, vergognandosi del loro "vaffa"? In ogni caso, che domenica e lunedì decidiate per il "vaffa" o per "turarvi il naso", non vergognatevene. Sono loro, quelli sulla scheda, che dovrebbero vergognarsi.

Thursday, February 07, 2013

Che vuol fare Giannino da grande?

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Dove vuole arrivare Oscar Giannino con la sua lista? Cosa vuol fare da grande? Se per altri candidati le domande che possono mettere in difficoltà vertono sulle coperture finanziarie di questa o quella proposta, sulla loro credibilità personale, dopo aver governato per anni il paese tradendo aspettative e promesse, o sulle alleanze di governo che sembrano ammucchiate, quella che dovrebbe impensierire il leader di Fare per Fermare il Declino – ma che ancora nessuno nelle interviste radiofoniche e televisive gli ha rivolto – riguarda le prospettive politiche del suo movimento. In breve: cosa intende fare dei voti che riceverà? Come li userà? Dove li porterà?

E' ciò che probabilmente molti elettori che prendono in considerazione l'idea di votarlo si chiedono in questi giorni. Già, perché per quanto ci riguarda – lo diciamo subito a scanso di equivoci – il suo programma economico lo approviamo al 100%, lo riteniamo fattibile. La sua fattibilità si fonda su riduzioni di spesa per il 6% del prodotto in 5 anni. In questo, dunque, simile ai programmi di Monti (4,5% in 5 anni) e del Pdl (10% del totale della spesa), ma Giannino e i suoi non hanno scandali da farsi perdonare né negative o contraddittorie esperienze di governo di cui rendere conto.

Come ogni altra avventura elettorale nuova, che punta su un voto d'opinione e non su apparati e clientele consolidate, né sulla notorietà, le risorse e la realtà imprenditoriale del suo leader, anche quella di FiD è soggetta all'incognita sul superamento o meno della soglia di sbarramento, che alla Camera è fissata al 4%. Il rischio in questi casi è semplice: molti elettori sarebbero disposti a votare Giannino, ma nel dubbio che non arrivi al 4%, e quindi di sprecare il proprio voto, alla fine rispondono agli appelli al "voto utile", in un senso o nell'altro. Già in passato altre liste a cui alla vigilia veniva attribuito dai sondaggi un 4% sono uscite dalle urne con una percentuale di voti molto al di sotto di quella soglia.

Una regola dura, brutale, ma è così. La realtà non è aggirabile negando l'evidenza, cioè che un voto ad una lista che non raggiunge la soglia non è un "voto utile", né sottoponendo l'elettore a una sorta di ricatto morale ("se vuoi il cambiamento, devi essere disposto a rischiare di buttare il tuo voto"). Spetta sempre a chi si candida l'onere di provare la credibilità e la solidità, non solo programmatica ma anche politica, del suo progetto.

E per riuscirci non basta, purtroppo, un ottimo programma e persone nuove e preparate. Soprattutto per formazioni nuove, che non si collocano esplicitamente lungo lo spettro destra/sinistra, ma che addirittura contestano radicalmente tutta l'offerta politica tradizionale e le sue linee di demarcazione, l'elettore ha bisogno di chiarezza sul dopo.

Siccome è irrealistico ragionare su ipotesi maggioritarie, supponiamo che la lista di Giannino ottenga davvero il 6% dei voti che le vengono attribuiti questa settimana da SpinCon.it e, dunque, riesca ad entrare in Parlamento con 20-30 deputati. Quali prospettive? Resterebbe all'opposizione o sarebbe disponibile ad entrare in una maggioranza di governo? E nel primo caso, dialogo o intransigenza?

Ovvio che nel merito Giannino continuerebbe a perseguire il suo progetto di "rivoluzione liberale" (meno spesa, meno tasse, meno Stato), ma qual è la strategia affinché la sua impresa, e i suoi voti, non si riducano ad una mera testimonianza, e possano invece avere qualche chance di successo? Finora, da questo punto di vista, la campagna elettorale di Giannino e i suoi è stata molto carente, non ha fornito alcun elemento di chiarezza, tranne un viscerale antiberlusconismo. Vuol dire forse che gli elettori di Giannino per cambiare il paese dovranno aspettare che di 5 anni in 5 anni raggiunga il 51% dei consensi? O molto prima farà la fine dei Radicali, che gettarono al vento l'8,5% dei voti raccolti alle Europee del 1999?

Il disegno politico, ammesso che esista, non si vede, non è intellegibile. E attenzione: non si tratta solo della disponibilità a collaborare o ad allearsi con questo o quel pezzo di ceto politico. Per cui non basta rispondere, per esempio, che a destra non c'è spazio finché ci sarà Berlusconi. Anche perché è molto discutibile che ciò sia vero. Uno dei principali difetti dei nostri politici, e Giannino non fa eccezione, è che ragionano troppo in termini di ceto politico esistente e si preoccupano troppo poco di rivolgersi, saper parlare, ad un target preciso di elettorato. Per quasi un anno il Cav è stato lontano dalle scene e il suo partito ridotto ai minimi termini. Lo spazio per provare a contendergli il suo elettorato era enorme, eppure nessuno ha saputo proporre un'offerta adeguata allo scopo. A quali elettori mira Giannino? A tutti (e quindi a nessuno)? Oppure, prima via Berlusconi, poi si vedrà? E davvero tutto dipende dal passo indietro di Berlusconi e da quello in avanti di Renzi?

Friday, December 07, 2012

Monti decida chi vuole essere: Ciampi, Dini o De Gasperi

Anche su Notapolitica

Che si consideri un errore, una farsa, o tragicomica la ricandidatura di Berlusconi, non si possono ignorare fondamentali leggi della politica che varrebbero per chiunque al suo posto. Sul serio: come si può pensare di far accettare a un leader come Berlusconi quello che sta subendo senza che reagisca? A nessuno – tanto meno a uno come Berlusconi – si può chiedere di subire una "Piazzale Loreto". Chi ne ha il coraggio e la forza vada a prenderlo e lo appenda a testa in giù, ma non si appenderà da solo. Perché a questo equivale chiedere a Berlusconi di accettare una legge elettorale che liquida il Pdl e il bipolarismo (e, tra l'altro, peggiore del porcellum); di lasciare che la sua classe dirigente per riciclarsi svenda la sua eredità politica, quale che sia, ad un non meglio definito "centrismo montiano"; di continuare a sostenere un governo che lancia la volata al centrosinistra, che si prepara, a pochi mesi dal voto, a varare un decreto "ad personam" per non farlo candidare, e i cui ministri usano la propria carica come trampolino di lancio in politica. E tutto questo senza alcuna prospettiva di un nuovo centrodestra, nemmeno della cosiddetta "unità dei moderati"? Guardiamoci negli occhi, caro Monti, cari amici di sinistra: era realistico pensare che la tenuta del governo non ne avrebbe risentito?

Semplificando al massimo, la scelta del Pdl è se morire berlusconiano o morire democristiano, seppellendo un'idea di centrodestra mai nata. In un senso o nell'altro si tratta sempre di morire, questa non è una scelta, si può scegliere solo il "come". Dal "come", però, dipendono molte cose future. La questione non è Berlusconi sì o no – lo è per coloro cui è utile, anzi indispensabile l'equivoco Berlusconi per giustificare la propria funzione politica – ma è la prospettiva: e quelle che vedo in giro sono solo tante "stampelle centriste", neppure capaci di unità tra di loro e di una proposta programmatica chiara, altro che un nuovo centrodestra "normale", europeo, alternativo alla sinistra.

La "proposta montiana" (semplifichiamo: Montezemolo, Casini e i "montiani" del Pdl) si pone già oggi come «appendice diniana», si accontenta di un ruolo di argine, per «riequilibrare a destra una sinistra sbilanciata a sinistra». Non si pone come nuova offerta politica di centrodestra (per superare Berlusconi, magari!), ma come "stampella centrista" di un Monti-bis: non potrebbe essere altrimenti, perché sostenendo Monti – e dal momento che Monti non si schiera come alternativo alla sinistra e, anzi, resta super partes – non potrebbe mai escludere l'eventualità, piuttosto probabile, di trovarsi in una coalizione sì con Monti di nuovo premier, ma che avrebbe per forza di cose (visti i numeri) come azionista di maggioranza il Pd di Bersani. E una simile coalizione politica, nonostante il "top player" Monti, potrebbe fare solo del male all'Italia.

Ora, a molti del Pdl questa prospettiva può piacere, perché ci tengono alla loro carriera e capiscono che tutto ciò che restasse a destra verrebbe isolato, e anche perché comunque – intento più che dignitoso – si andrebbe a rafforzare il ruolo di Monti come argine alla sinistra. Non ci si può stupire però che la cosa non piaccia a Berlusconi e a molti la cui idea di centrodestra era diversa e ben impiantata in una logica bipolare e "fusionista". Per non parlare del fatto che la "proposta montiana" senza un Monti chiaramente alternativo alla sinistra non è elettoralmente attraente: l'elettorato di centrodestra ha già dimostrato di non seguirla e si dividerà tra astensionismo e ridotta berlusconiana. Il che indebolisce la prospettiva di un Monti-bis, perché con una doppia, forte legittimazione di Bersani (primarie e politiche), il centro "montiano" che non arriva al 10% e un centrodestra frammentato, e radicalizzato da Berlusconi, sarebbe difficile spiegare a Bersani che deve restare in panchina.

Per sostituirsi allo schieramento berlusconiano quello "montiano" deve candidarsi senza ambiguità in alternativa al centrosinistra. Ma anche ammesso che lo facesse (e non mi pare questa l'intenzione di Casini e Montezemolo, che si allea con le Acli scaricando Giannino), se Monti resta super partes l'operazione non sarà credibile agli occhi degli elettori di centrodestra. Quindi, o Monti si sveglia e si impegna – con chi ci sta – a guidare un centrodestra moderno, europeo, liberale (evviva!), o ci becchiamo lo spettacolo che stiamo vedendo. Insomma, Monti vuol essere Ciampi, Dini o De Gasperi? Questo sarà pure legittimo chiedere di saperlo prima di votare, o no?