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Thursday, March 07, 2013

Ostaggi dello psicodramma della sinistra

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il nostro paese, tutti noi, siamo ostaggi di uno psicodramma tutto interno alla sinistra e di una scissione latente nel Pd che è sul punto di esplodere. Attenzione: con questo non intendo affatto sostenere che il centrodestra, e il Pdl, godano di ottima salute. Anzi. Ma il loro problema rientra in qualche modo nella "normalità". Dopo un'esperienza di governo fallimentare, durante la quale hanno smarrito i punti cardinali della propria visione economica, dopo scandali e malversazioni, e nel pieno di una crisi della leadership (forse il centrodestra ancora non può fare a meno di Berlusconi, ma con lui può solo limitarsi a resistere, non può andare oltre il 29-30%), ci sta un risultato non esaltante, una sconfitta elettorale, seppur di misura, e un passaggio all'opposizione.

E' patologico, invece, che il centrosinistra abbia mancato di parecchi milioni di voti un risultato che le avrebbe permesso di governare il paese. Come si può facilmente constatare dai passaggi politici di questi giorni, lo stallo politico-istituzionale nel quale ci troviamo è dovuto essenzialmente ai due complessi storici della sinistra, e del suo principale partito: il Pd.

Il primo sta nell'incapacità di battere politicamente i suoi avversari, anzi di concepirne l'esistenza stessa, da cui seguono i continui tentativi di marginalizzarli o riassorbirli. In un paese "normale", in una tale situazione di impasse si darebbe vita ad una "grande coalizione", a un governo di unità nazionale o di scopo, per lo meno per il tempo necessario a realizzare 2/3 riforme volte a far funzionare meglio la nostra democrazia e, subito dopo, tornare al voto. E' evidente che uno scambio doppio turno-presidenzialismo tra Pd e Pdl potrebbe in pochi mesi ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità. La mancanza di stabilità politica, infatti, danneggia tutti gli italiani, senza distinzioni, rendendoci deboli al cospetto di democrazie europee più solide come Germania e Francia. Anche in presenza di un esito elettorale incerto come questo, infatti, se Bersani fosse stato eletto direttamente oggi potrebbe comunque varare un governo e cercare di volta in volta la maggioranza al Senato, come Crocetta all'Assemblea regionale siciliana.

Perché in Italia non è possibile ciò che in altri grandi paesi democratici sarebbe considerato "normale"? Massimo D'Alema in direzione ha parlato della necessità di «liberarci dal complesso, dall'ossessione, dalla malattia psicologica dell'inciucio», aggiungendo però che «l'impedimento» è Silvio Berlusconi, quindi ricadendo lui stesso nel "complesso". E' ovvio: se passi vent'anni a demonizzare Berlusconi, e a raccontare che la nostra è la Costituzione «più bella del mondo», poi è difficile spiegare ai tuoi militanti, ai tuoi elettori, che ora bisogna accordarsi con il "nemico" per cambiare regole del gioco che fino al giorno prima si presumevano perfette. Che si trovasse al governo o all'opposizione, ogni volta che si è presentata l'occasione di discutere di riforme costituzionali, la sinistra – politica e intellettuale – ha sempre respinto ogni ipotesi di rafforzamento dei poteri dell'esecutivo e di elezione diretta del presidente della Repubblica o del premier come una deriva "golpista", un disegno autoritario, erigendo sulla Costituzione un vero e proprio tabù, e denunciato come "inciucio" qualsiasi intesa con Berlusconi, anche solo sulle regole. E naturalmente il circuito mediatico-giudiziario ancora oggi non aiuta.

L'unica destra con la quale ci si potrebbe accordare per il Pd è una destra "deberlusconizzata". Ma Berlusconi è solo un alibi. In realtà, la sinistra demonizzerebbe qualsiasi leader in grado di coalizzare un centrodestra capace di batterla. Quindi l'unica destra "buona" per il Pd sarebbe una destra subalterna, sconfitta in partenza perché isolata e minoritaria. Ma a quel punto non ci sarebbe alcun bisogno di accordarsi con essa per le riforme, e men che meno per un governo di unità nazionale.

Anche in questa fase il Pd di Bersani si preoccupa più di marginalizzare il centrodestra che di approfittare di questo momento di stallo per garantire al paese istituzioni più forti e regole del gioco più efficaci attraverso riforme condivise. Il tentativo di Bersani con i grillini sembra soprattutto una manfrina per guadagnare tempo. Se va in porto, tanto meglio. Ma la sensazione è che il vero obiettivo sia un altro. Più tempo passa, infatti, più si avvicinano le sedute per eleggere il nuovo capo dello Stato, e quindi si riducono i margini di Napolitano per escogitare una soluzione che implichi una qualche forma di intesa tra Pd e Pdl, che per il Pd vorrebbe dire dialogare con il "giaguaro" innanzitutto sulla scelta del nuovo inquilino del Colle. Fallito il tentativo con Grillo, a Napolitano non resterebbe molto tempo per imbastire qualcosa e dovrebbe passare la palla al suo successore, che non avrebbe alcun impedimento a sciogliere subito le Camere. Il Pd intanto si assicurerebbe un altro "compagno" al Quirinale, con il 25% dei voti e isolando il Pdl, e potrebbe incolpare Grillo delle elezioni anticipate.

Anche alla propria sinistra il Pd è incapace di battere politicamente movimenti o partiti concorrenti, quindi tende a riassorbirli come "costole". E qui veniamo al secondo "complesso", che riguarda gli elettori di sinistra, i quali in gran parte non sono affatto interessati a governare il paese all'interno dei paletti della democrazia rappresentativa e delle regole minime di un'economia di mercato. Vengono quindi attratti da un'opposizione anti-sistema, dalla quale possono comodamente esercitarsi nella protesta permanente contro "l'ingiustizia sociale" e continuare a sognare il sovvertimento delle strutture economiche e sociali.

Il prevalere della linea identitaria rappresentata da Bersani-Vendola (al centro avrebbe provveduto la "stampella" Monti) doveva servire a tenere finalmente unita la sinistra. Ma qualcosa non ha funzionato, la malattia si è aggravata. E stavolta si è divisa non al governo, in Parlamento, come nel 1996 e nel 2006, ma già nelle urne. Di fronte alla prospettiva di un governo Bersani aiutato da Monti, molti elettori sono fuggiti verso Grillo. Una scissione latente, nell'elettorato prim'ancora che nella classe dirigente del Pd, che un'eventuale leadership di Renzi potrebbe a questo punto non bastare a scongiurare. Di sicuro il Pd si è presentato a quest'appuntamento non avendo ancora risolto il problema della sua identità. E' ancora intimamente lacerato tra un'idea di sinistra riformatrice e di governo, minoritaria, e un'idea, prevalente, di sinistra identitaria, che vorrebbe essere sia di lotta che di governo.

Le "macerie" in cui ci aggiriamo, per usare un termine caro a Grillo, non sono il prodotto di vent'anni di autoritarismo berlusconiano, né di "liberismo", come direbbe Vendola, ma dell'esatto contrario, cioè dell'incapacità della classe politica di prendere decisioni, soprattutto di completare dal punto di vista costituzionale il passaggio alla Seconda Repubblica. Dopo vent'anni di antiberlusconismo, quindi di mancate intese sull'aggiornamento delle regole del gioco, siamo arrivati al dunque: o la sinistra si sblocca, e accetta di parlare con i rappresentanti che gli elettori di centrodestra si sono scelti, per aggiustare la nostra democrazia, oppure rischiamo di avvitarci in una spirale di ingovernabilità da cui possono trarre forza solo movimenti anti-sistema.

Friday, March 01, 2013

L'unica road map che può salvare il paese dall'ingovernabilità

Anche su L'Opinione e su Notapolitica

E' probabile che Bersani non sperasse affatto in una risposta diversa da Beppe Grillo. D'altronde, è agli eletti grillini che si è rivolto, non al comico genovese, e già in campagna elettorale aveva accennato alla via dello "scouting". Già, perché se Berlusconi convince Scilipoti a passare con lui, è una ignobile compravendita di parlamentari. Se il segretario del Pd teorizza l'acquisizione del sostegno di decine di senatori grillini, si chiama "scouting". E non è affatto detto che non gli riesca. Al di là dell'ostentata sicurezza, della veemenza con cui Grillo lancia le sue fatwe, potrebbe rivelarsi ben più difficile del previsto per lui frenare la voglia dei suoi eletti di veder realizzati almeno alcuni dei punti programmatici, di contribuire responsabilmente alla stabilità del paese (evitando, particolare da non sottovalutare, elezioni immediate con il rischio di riconsegnarlo a Berlusconi). Difficile anche convincere i suoi elettori che il "no" a Bersani deriva da una democratica consultazione della base. Insomma, sull'appoggio o meno ad un governo Pd il Movimento 5 stelle è alla sua prima prova di maturità e allo stesso Grillo non sfugge il rischio di "scilipotizzazione" dei suoi. Siamo solo all'inizio.

Ma mentre al segretario Bersani è stato concesso di esplorare le vie dello "scouting" con i senatori grillini nel patetico tentativo di rabberciare una maggioranza anche al Senato, il Pd non si preclude del tutto la strada che porta ad una qualche forma di collaborazione con il Pdl. L'intervista di D'Alema al Corriere della Sera ne è la dimostrazione. Escludendo ipotesi di «governissimo», di cui per altro nemmeno il Pdl vuol sentire parlare, chiama le principali forze politiche (citando «M5S, centrodestra e noi») ad «un'assunzione di responsabilità». Niente «ammucchiate», ma innanzitutto un contributo al funzionamento delle istituzioni. E sul tavolo mette la presidenza delle due Camere a M5S e Pdl, riservando Palazzo Chigi al Pd e, implicitamente, anche il Quirinale al centrosinistra. Parla di «legislatura costituente», lanciando al Pdl un messaggio di disponibilità a dialogare sull'ipotesi di uno scambio che era stato proposto dal segretario Alfano la scorsa estate, e che il Pd - col senno di poi con troppa leggerezza - aveva lasciato cadere, tra doppio turno alla francese e presidenzialismo. Uno dei quattro errori della «non vittoria» del Pd segnalati da Antonio Polito sul Corriere. Votare ancora una volta col "porcellum" serviva sia a Berlusconi per la rimonta, che a Bersani per blindare la vittoria, ma le carte del Pdl si potevano almeno andare a vedere, come scrivemmo allora su queste pagine.

Anche sui temi economici le parole di D'Alema sembrano in qualche modo convergere con quelle del videomessaggio in cui Berlusconi ha in pratica offerto la sua disponibilità al dialogo («nessuna forza politica responsabile può ignorare il valore della governabilità»), sottolineando però la necessità di una «svolta nella politica economica», da cui «ogni discorso, ogni futuro ragionamento deve necessariamente partire», perché «non si deve partire dalle alleanze, ma dalle cose da fare».

Peccato che con straordinario tempismo la Procura di Napoli, nella solita coppia Piscitelli-Woodcock, accusando Berlusconi di aver "comprato" il senatore De Gregorio (dal lontano 2006 l'inchiesta parte oggi!) cerca di bruciare sul nascere qualsiasi agibilità e rispettabilità politica di un dialogo tra Pd e Pdl.

Da una parte, per quanto folle, patetica, e alla lunga perdente, la linea Bersani di inserirsi tra le contraddizioni e l'ingenuità dei grillini potrebbe riuscire a far nascere un governo Pd-M5S (semplificando le cose al centrodestra), ma la salvezza del Pd e del Pdl, del bipolarismo, quindi della governabilità, e del paese da una sorte simile a quella della Grecia, passa per una ben diversa road map: 3/4 riforme fulminee, da realizzare in 6-12 mesi massimo (senza le quali, a questo punto, forse nemmeno Renzi basterebbe), rinnovamento delle rispettive leadership e poi subito ritorno al voto. Tra le riforme, oltre al dimezzamento dei parlamentari, all'abolizione di ogni finanziamento pubblico ai partiti, la riforma della legge elettorale. Ma non una qualsiasi. L'unico sistema in grado di ripristinare legittimazione democratica degli eletti e governabilità è l'uninominale, a turno unico o doppio (con sapiente gerrymandering), associato con l'elezione diretta del presidente della Repubblica (o del premier). E' da qui che dovrebbe ripartire il dialogo costituente tra Pd e Pdl, che non è stato più seriamente riallacciato dai tempi della Bicamerale, fallita probabilmente per responsabilità di entrambe le parti. Sul fronte economico, i due partiti potrebbero accordarsi su abolizione dell'Imu sulla prima casa da una parte e cancellazione della riforma Fornero - quella sul lavoro - dall'altra.

Nel meccanismo delle primarie il Pd ha già trovato uno strumento per il rinnovamento della sua leadership, a patto che stavolta siano aperte, mentre il Pdl non può più nascondersi dietro Berlusconi. Passati i festeggiamenti, gli scatti d'orgoglio per la rimonta, l'area berlusconiana deve guardare in faccia la realtà: per ragioni di età e credibilità difficilmente il Cav potrà guidare il centrodestra oltre la soglia del 30%. Ma, d'altra parte, queste elezioni hanno anche dimostrato la velleità di qualsiasi progetto neocentrista e che Berlusconi resta un attore non emarginabile nella prospettiva di una nuova offerta politica di centrodestra: o lo si batte nelle urne, sottraendogli il suo elettorato (il che si è dimostrato impresa assai ardua); o ci si siede intorno a un tavolo per trattare con lui la sua uscita e il nuovo assetto del centrodestra. Panebianco, sul Corriere, ha parlato di «stati generali». Il problema dell'antiberlusconismo è che per affermare la propria radicale "alterità" rispetto a Berlusconi, si finisce per rappresentare "alterità" anche nei confronti degli elettori di centrodestra. Per lo meno è questo l'esito delle campagne di Fini, Casini e Monti, e di Giannino.

Friday, January 25, 2013

La lezione politica del caso Mps

Decidetevi: "Il Pd fa il Pd e la Banca fa la Banca", come dice Bersani; oppure "noi abbiamo sostituito Mussari", come dice D'Alema? Il Pd non può negare di avere il controllo del Monte Paschi di Siena e allo stesso tempo intestarsi il merito di aver sostituito Mussari, sulle cui dismissioni tra l'altro sembra aver pesato molto di più il pressing della Banca d'Italia che non un improvviso ravvedimento del Pd senese. In realtà, tutti sanno che i vertici di Mps sono nominati dalla Fondazione Mps, i cui membri sono quasi tutti scelti dagli enti locali - Comune e Provincia di Siena, Regione Toscana - da decenni amministrati dal Pd e dai suoi diretti antenati Ds e Pci.

Qualche domanda su chi possa aver lanciato il siluro Mps contro il Pd, attraverso la soffiata al Fatto quotidiano, io però me la porrei (cui prodest?). E' venuto fuori, per esempio, che tra i candidati (in buona posizione) nella Lista Monti alla Camera c'è un tale Alfredo Monaci, membro del Cda di Mps dal 2009 al 2012 (gestione Mussari) e tuttora presidente di Mps immobiliare. Con il fratello Alberto, anche lui Pd (ex Dc ed ex Margherita) e presidente del Consiglio regionale toscano, al centro di una "faida" interna al partito che lo vede contrapposto - tanto da far saltare la giunta del Comune di Siena - alla linea di discontinuità in Mps del sindaco «bersanian-dalemiano» Ceccuzzi.

Ma al di là della polemica sulle responsabilità politiche del Pd, quale lezione trarre dal caso Mps? Certamente riapre la questione delle fondazioni bancarie, attraverso le quali i partiti continuano ad esercitare la loro influenza, a volte un controllo totale (come nel caso di Mps), sulle banche italiane. Il che non pone solo un problema di governance delle banche e, al limite, di malcostume, che riguarda gli organi di vigilanza o la magistratura, quindi ristretto al mondo bancario e finanziario, e che non dovrebbe diventare un caso anche politico ed elettorale. E', anzi, un tema squisitamente politico, dal momento che questo assetto proprietario delle banche italiane ha effetti profondamente negativi sull'intera economia del paese, soprattutto in questo periodo di crisi economica e finanziaria, e solo per questo dovrebbe essere al centro della campagna elettorale.

Le fondazioni servono ai partiti per continuare a mantenere il controllo sulle banche, o comunque a influenzarne la gestione. Da qui la resistenza delle fondazioni a diluire le loro quote, con la compiacenza dei decisori politici, dei regolatori e delle autorità di vigilanza. Peccato che ciò renda il sistema bancario sottocapitalizzato e, quindi, incapace di sostenere l'economia e le famiglie, soprattutto in momenti di crisi. I termini della questione li ha esposti perfettamente Oscar Giannino, commentando proprio il caso Mps.
«In questi anni i regolatori e la politica hanno preferito banche meno capitalizzate, cioè con meno risorse per prestiti a imprese e famiglie, per non far diluire il controllo delle fondazioni. E' un tema politico eccome, per effetto di questa scelta l'economia italiana è ancor più asfittica. Le fondazioni devono cedere il controllo attraverso meccanismi di mercato, a maggior ragione per i denari che ci hanno perso e che le impossibilita alla loro vera funzione, il sostegno sociale e culturale ai territori».
Una domanda quindi andrebbe posta ai candidati-premier, a parte Giannino che nel suo programma elettorale ha già dato risposta affermativa: "Vi impegnate a separare una volta per tutte le banche dalla politica superando il sistema delle fondazioni, per aprire il sistema bancario alla concorrenza?"

Riguardo il prestito da 3,9 miliardi che lo Stato ha concesso a Mps, ad un tasso comunque parecchio oneroso, è solo un caso che coincida con il gettito dell'Imu sulla prima casa. Non abbiamo pagato l'Imu per salvare la banca del Pd, insomma, questa è propaganda. Non c'è alternativa al prestito, purtroppo, né all'eventuale salvataggio, perché a farne le spese sarebbero i risparmiatori e l'intero sistema finanziario italiano. Però il tema politico dell'uso del denaro dei contribuenti c'è tutto: lo si usi pure, purché chi ha sbagliato paghi e d'ora in poi ci si impegni seriamente a cambiare questo sistema.

Il guaio è che il prestito verrà erogato ma il cancro che ha portato alla crisi di Mps non verrà estirpato, tutto continuerà come prima. Così diventa insopportabile la disparità di trattamento: lo Stato presta i soldi a Mps, va bene, ma i cittadini e le imprese non possono nemmeno vedere compensati i loro debiti con il fisco con i crediti che vantano con la pubblica amministrazione? Come contribuenti siamo vessati, vigilatissimi, tutte le nostre spese vengono tracciate, analizzate, addirittura d'ora in poi presunte induttivamente, mentre la terza banca del paese la fa sotto il naso a tutti gli organi di controllo e vigilanza, tra cui la Banca d'Italia? Come meravigliarsi che il cittadino, nel suo piccolo, s'incazzi?

Friday, December 14, 2012

Come Monti può usare l'investitura Ppe per tornare a Palazzo Chigi senza candidarsi

Isolando Berlusconi e bruciando Bersani

Sui giornali di oggi emergono da un lato il panico del Pd, nell'arrogante intervista di D'Alema al Corriere, dall'altro le penose miserie personali degli oligarchi Pdl, quelli che si riuniranno domenica al Teatro Olimpico, disperatamente aggrappati alla zattera Monti dal momento che quella Berlusconi si è rovesciata.

Monti candidato? No («sarebbe illogico e in qualche modo moralmente discutibile che il professore scenda in campo contro la principale forza politica che lo ha voluto e lo ha sostenuto»). Liste "montiane", in suo nome? Nemmeno («sarebbe un pernicioso bizantinismo). La diffida, vero e proprio monito con tanto di scomunica morale pronta sul tavolo, arriva da D'Alema: il Pd è disposto ad aprire ai "moderati", e riconoscere un ruolo a Monti anche in caso di autosufficienza (al Pd serve un nuovo Ciampi), ma come avversari solo Berlusconi e Grillo. Al Pd piace vincere facile, insomma. Pretende di sceglierseli gli avversari: o quelli facilmente etichettabili come irresponsabili, o i "moderati" buoni, cioè quelli disposti a fare le stampelle della sinistra. Ma soprattutto con questa intervista D'Alema getta la maschera e si rivela come il vero burattinaio della candidatura Bersani e vero e proprio "dominus" del Pd, anche se bisogna riconoscere che nel suo discorso una logica c'è: se si candida, in effetti Monti tradisce la lealtà del Pd e diventa a tutti gli effetti un avversario (da trattare come tale). Non «moralmente», ma politicamente discubitile, e anche istituzionalmente scorretto forse un po' lo sarebbe, dal momento che Monti aveva promesso che a fine mandato non si sarebbe candidato con nessuno schieramento e che una candidatura di parte di un senatore a vita (nominato per meriti extra-politici) non s'è mai vista nella storia repubblicana.

Dopo l'onore dell'investitura da parte del Ppe, a Monti spetta l'onere della candidatura e, soprattutto, del programma. Ma non si può ancora escludere che il professore intenda utilizzare l'endorsement non per mettersi alla testa di un nuovo centrodestra che colmi il vuoto nel campo moderato che spaventa, comprensibilmente, il Ppe, bensì per una manovra centrista che gli consenta di ottenere ciò che vuole restando con le mani (e la coscienza) politicamente pulite. Si accontenterebbe, cioè, marginalizzato Berlusconi dai popolari europei, di far mollare definitivamente gli ormeggi alla zattera dei "montiani" del Pdl, ma resterebbe comunque super partes, puntando sulla minaccia di una sua candidatura e sulla non autosufficienza dell'allenza Pd-Sel per bruciare Bersani e riproporsi anche nella prossima legislatura come premier di una "grossa coalizione" dai "montiani" del Pdl fino al Pd. Pd che di fronte al rischio di una candidatura Monti, quindi di fare la fine della "gioiosa macchina da guerra" del 1994, potrebbe anche decidere di sacrificare le ambizioni del suo segretario. In questo modo Monti avrebbe comunque buone chance di tornare a Palazzo Chigi, senza però precludersi il Colle correndo per uno schieramento, quindi senza svilire i suoi titoli di merito tecnico "abbassandosi" a chiedere i voti. Il Ppe avrebbe il suo Monti-bis e un'area in sintonia con il popolarismo, anche se centrista e non di centrodestra, ma non si può avere tutto.

Thursday, July 26, 2012

Fate presto: solo Monti può salvarci da Bersani

Anche su L'Opinione

La gioiosa macchina da guerra 2.0 scalda i motori, scalpita, non vede l'ora di prendersi tutto il bottino, non pensa minimamente di condividerlo. Altro che Monti-bis, sarà un governo al 100% politico, con Bersani che si sente Hollande (e D'Alema e Casini che sognano il Colle). La tentazione di andare al voto anticipato a novembre è sempre più forte, straripante nel Pd. Bisogna anticipare imprevisti, colpi di scena, come quello che nel '94 li fece rimanere a bocca asciutta. E tra le motivazioni inconfessabili, non ultima la possibilità di far saltare i tagli alla spesa allo studio e quelli già decisi la cui attuazione è prevista entro fine anno (pubblico impiego, ma anche la riduzione dei parlamentari). D'altra parte, e sono gli argomenti "presentabili", i mercati non danno respiro nemmeno al governo tecnico e soffrono l'incertezza politica. Poi vedete, cari Monti e Napolitano, com'è inaffidabile il Pdl – che vota in ordine sparso sul fiscal compact, sabota le riforme con il semipresidenzialismo e ricandida Berlusconi? Ci vuole una maggioranza «univoca».

Ma il presidente Napolitano ha avvertito che non si va al voto senza una nuova legge elettorale. Per questo il Pd la vorrebbe prima della fine dell'estate, mentre il Pdl non ha alcuna fretta. Bersani ha definito «stravagante» discutere di voto a novembre, ma non l'ha nemmeno escluso: «A settembre-ottobre vediamo com'è, non sappiamo come passiamo agosto». Più che un indizio: subito la legge elettorale, «poi si vede», cioè da quel momento in poi l'opzione/ricatto delle urne sarebbe esercitabile a seconda della convenienza.

In atto il tentativo – da capire se con o senza il concorso di Napolitano e Monti – di marginalizzare il Pdl, presentandolo come forza irresponsabile, inaffidabile oggi con Monti, figuriamoci in una eventuale grande coalizione che dovesse rendersi necessaria in futuro. Lo schema è quello di una sorta di nuovo "arco costituzionale": il Pd come perno, con alleati di governo l'Udc alla sua destra o Vendola e Idv a sinistra, o entrambi se disponibili alle "larghe intese". Questa per Bersani l'area del «patto progressisti-moderati» per uscire dalla crisi, mentre il Pdl rientra tra i «populismi». In queste ore, e nelle prossime settimane, si farà di tutto per enfatizzare le presunte prove di irresponsabilità del Pdl, che dovrebbe quindi evitare di offrire pretesti, nella speranza di rinsaldare il patto con l'Udc, che però, come ha fatto capire ieri Casini, non ci starebbe a reggere il moccolo al Pd senza Pdl in una coalizione sbilanciata a sinistra.

Ma è ingenuo, o in malafede, chi crede che il Pd sia un affidabile prosecutore della cosiddetta "agenda Monti", sulla quale Bersani continua a mostrarsi evasivo e in totale stato confusionale, come mostrano il suo intervento al convegno di ieri e l'attacco al cuore della spending review, indicando nei due settori più "spendaccioni", enti locali e sanità, i «2-3 punti da cambiare».

Ad allarmare i mercati più dell'incertezza sul futuro politico del paese è solo la quasi-certezza di un governo egemonizzato dalla sinistra politica e sindacale (le cui spinte Casini non riuscirebbe a controbilanciare). Ma è proprio questo lo scenario verso cui stiamo precipitando con le mosse di Bersani-D'Alema-Casini, e stante l'estrema debolezza del Pdl e l'assenza di nuove offerte politiche nel centrodestra. Bisogna darsi una mossa, o c'è il rischio di non dare ai cittadini una vera alternativa al governo Bersani-Camusso, nemmeno quella di un Monti-bis. Rompa gli indugi il Pdl, escano allo scoperto i "montiani" del Pd e l'Udc, si facciano vive nuove offerte politiche liberali, se ci sono, si mobilitino le forze produttive, ma bisogna chiedere a Monti di restare, e di candidarsi, se si vuole arrestare la gioiosa macchina da guerra 2.0.

Friday, October 21, 2011

I compagni distratti di D'Alema

Non arriveranno certo da questo blog richieste di pronte dimissioni di Massimo D'Alema dalla presidenza del Copasir, per le accuse tutte da dimostrare di una magistratura ormai screditata. Però lasciatemi almeno osservare che da qualche altra parte ci vuole non poca faccia tosta per accanirsi sugli avversari politici al primo schizzetto di fango e far finta di niente, invece, quanto tocca ai loro "compagni".

Tuesday, October 26, 2010

Il caso Chirac, esempio di scudo reiterabile

Fini continua a dimostrare una strumentalità senza pudore, e senza che nessuno lo colga in contraddizione. Ultima della serie la questione della non reiterabilità del lodo, che alla fine sembra abbia imposto con successo, nonostante sia del tutto demenziale. Proprio perché lo scudo giudiziario si riferisce alla carica, e non alla persona che la ricopre in quel momento, sarebbe stato infatti coerente garantirne la reiterabilità. Se la serenità dello svolgimento delle funzioni delle alte cariche è meritevole di tutela dai processi, come più volte ribadito dalla Consulta, lo è sempre e non per un solo mandato. E' un principio che "viaggia" insieme alla carica, non alla persona, anzi una prerogativa della carica stessa. Si può non condividere il principio di una tutela temporanea per le alte cariche dai procedimenti giudiziari, ma non allo stesso tempo essere favorevoli al principio e contraddirlo con la sua non reiterabilità.

Non contento, mentre ribadisce il suo no alla reiterabilità del lodo, chi ti va a pescare Fini come esempio di scudo legato alla funzione e non alla persona? Il caso Chirac, cioè proprio il tipico esempio di scudo reiterato anche per tutta la durata del secondo mandato (consecutivo) dell'ex presidente francese. E in quel caso non fu sospeso un processo avviato (è stato rinviato a giudizio solo nel 2009), ma l'inchiesta che lo riguardava, cioè le stesse indagini.

Secondo il Corriere della Sera di oggi, tra Fini e D'Alema ci sarebbe l'intesa di andare avanti «di logoramento in logoramento», fino alle amministrative del 2011, da cui Berlusconi dovrebbe uscire «azzoppato». Soltanto a quel punto giocherebbero la carta di un governo "modello Dini". Temono però che Berlusconi potrebbe essere «tentato di rovesciare il tavolo» prima, e allora scatterebbe subito il ribaltone.

Ho i miei dubbi però che Napolitano autorizzerebbe operazioni di questo genere. Va ricordato, inoltre, che se è vero che secondo la nostra Costituzione alla caduta di un governo non seguono inevitabilmente elezioni anticipate, è anche vero che mai nella storia repubblicana è seguito un governo "tecnico" (per modo di dire) con il partito di maggioranza relativa all'opposizione. L'unico caso fu quello per cui fu coniato il termine "ribaltone", ma persino allora fu Berlusconi a indicare il nome di Dini. Questa volta dubito che indicherà qualcun altro al suo posto.

Che sia tacita o meno, tuttavia, l'intesa tra Fini e D'Alema sembra esserci, è nei fatti se non nelle intenzioni. L'unica cosa certa è che se Berlusconi arriva alle amministrative del 2011 in questo modo, accettando cioè di farsi logorare, subirà sì una pesante sconfitta, e i disegni dei suoi avversari rischieranno di compiersi. Al premier conviene giocare d'anticipo, non aspettando di cadere da sconfitto dopo le amministrative, ma obbligando il suo avversario "interno" o a ingoiare riforme per lui costose politicamente, o ad assumersi la responsabilità di portare il Paese alle urne.

Tuesday, October 12, 2010

Il "complesso" militare

Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?

Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.

Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.

L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.

Thursday, September 09, 2010

Fini liberale? Wishful thinking

Per chi sa guardare oltre i tatticismi, oltre le dissimulazioni, dal discorso di Fini a Mirabello avrà percepito non solo l'astio antiberlusconiano che ormai spinge il presidente della Camera, ma anche la vera natura di Fli dal punto di vista dei contenuti politici. Somiglia molto alla vecchia An per quanto riguarda le concezioni economiche (i riflessi, direi) e gli interessi cui intende rivolgersi, conserva lo stesso retropensiero anti-federalista, mentre riguardo la Costituzione e l'assetto istituzionale ha abbandonato l'approccio riformatore che ha sempre contraddistinto il centrodestra - e in particolare Fini (da sempre presidenzialista) - per assumere una posizione conservatrice molto simile a quella espressa da Violante nel Pd: prima parte della Carta «intangibile», mentre per il sistema di governo non si va più in là di un semplice rafforzamento contestuale (in concreto ancora da definire) sia dell'esecutivo che del Parlamento. Questo spostamento, secondo Panebianco, è «ciò che più ha accreditato Fini presso la sinistra e, più in generale, presso tutti coloro che nella Costituzione così come è vedono un argine contro il "cesarismo" in generale, e quello berlusconiano in particolare». Sull'immigrazione Fini ha sfumato molto, da quando accusava il governo di violare i diritti umani, mentre di bioetica non c'è più traccia nei suoi discorsi.

Il discorso a Mirabello, da molti definito un "manifesto", non ha convinto, alcuni osservatori. Tra questi, appunto Angelo Panebianco, che alcuni giorni fa sul Corriere della Sera, oltre ad appuntare «qualche tatticismo» e le «molte cose» apparse fra loro «piuttosto eterogenee», perché rivolte a spezzoni diversi di elettorato, in particolare segnalava l'ambiguità del presidente della Camera sulle riforme istituzionali e della giustizia e sul federalismo fiscale, chiedendo di chiarire se avesse abbandonato le storiche istanze riformatrici del centrodestra (presidenzialismo o premierato, e separazione delle carriere e del Csm) e osservando come nel suo discorso avesse «annacquato» il federalismo fiscale evocando un «federalismo solidale».

Oggi Fini risponde a Panebianco, il quale ringrazia, ma non si dice convinto: «I miei dubbi permangono». Dopo aver proclamato «l'intangibilità» dei principi sanciti nella prima parte della Costituzione, riguardo la necessaria riforma della seconda Fini osserva che «la salvaguardia della possibilità di scelta, da parte degli elettori, della coalizione di governo e la necessità di conferire maggiore incisività e stabilità all'esecutivo non devono necessariamente comportare il ridimensionamento o, peggio ancora, l'abbandono del modello di democrazia parlamentare»; e spiega, dunque, che occorre «aumentare contestualmente la capacità deliberativa e di controllo del Parlamento e quella decisionale del Governo e di farlo in un quadro di rispettiva ed armoniosa crescita dei ruoli, per garantire una più efficiente funzionalità del sistema che non può esaurirsi, come sempre più spesso si sostiene, nel momento elettorale». Da sempre personalmente a favore del presidenzialismo, Fini ora sembra optare per il parlamentarismo. Volendo restare in questo ambito, il politologo osserva che però «rafforzare contemporaneamente la capacità deliberativa del Parlamento e quella decisionale del governo è molto difficile nell'ambito delle democrazie parlamentari (il caso dei presidenzialismi è ovviamente diverso). Le democrazie parlamentari oscillano, in genere, fra sistemi con parlamenti forti (la 'centralità') e governi deboli e sistemi con governi forti e parlamenti deboli o subordinati. È difficile trovare una terza via».

Riguardo il secondo appunto, sul federalismo fiscale, Fini conferma il suo approccio di fondo di un «federalismo solidale», sottolineando la necessità di «meccanismi di perequazione, in grado, se gestiti a livello centrale e in modo imparziale, di ridurre il divario esistente, e non più tollerabile, tra le aree del Paese maggiormente sviluppate e quelle affette da ritardi storici». Chiarimento che non supera la diffidenza di Panebianco, che nella sua replica ribadisce: «Se si segue la strada degli interventi perequativi (per il Mezzogiorno), occorre anche indicare come impedire che tali interventi servano più a conservare gli antichi vizi che a stimolare le nuove virtù».

Anche a Il Foglio, giornale che in questi mesi non ha mostrato antipatia nei confronti di Fini e, anzi, si è fatto promotore di una linea della ricomposizione e della coesistenza, non è piaciuto il discorso pronunciato dal presidente della Camera a Mirabello, «troppo lungo, una lingua di legno ricca di frasi fatte». Certo, un discorso «tecnicamente a posto, politicamente anche abile, con il solito passaggio del cerino agli interlocutori», ma «poco per dare un senso e una visione». «Fini - si osserva in uno degli editoriali a pagina tre - era diventato interessante quando aveva reagito individualisticamente e con le idee all'isolamento politico... Un dissenso controllato, un'altra versione normalizzante della destra italiana: erano cose che valeva la pena di sperimentare nel dorato mondo del berlusconismo plebiscitario. Un discorso da leader di una piccola formazione che cerca spazio nella maggioranza o altrove segna un ritorno al passato».

Oltre a Panebianco e al Foglio, arriva un giudizio ancora più severo, quello del sociologo Luca Ricolfi, non certo tenero con il governo Berlusconi. Intervistato da il Giornale, sottolinea la natura illiberale e assistenzialista del movimento finiano. I «temi discriminanti» per un partito che si proclama liberale («quelli dell'economia, meno tasse e meno spesa pubblica improduttiva») non sono del tutto assenti, osserva riferendosi alle posizioni di Baldassarri, ma «hanno un peso minore, sono come sommersi dall'impostazione antifederalista». Fli, spiega Ricolfi, è forse più liberale del Pdl sul dissenso interno, i diritti civili e la concezione delle istituzioni e dello stato di diritto, ma «se si va alla sostanza, ossia alla politica economica, è il partito di Fini che soccombe nettamente, perché la visione di Berlusconi - per quanto lontana dal liberalismo - è comunque più liberale di quella di Fini». Dunque, Fli è «l'ennesimo partito della spesa pubblica» e «non potrebbe essere diversamente per un partito che prende i voti soprattutto dal Lazio in giù».

In merito all'idea di Fini di un «federalismo solidale», Ricolfi sottolinea che «l'unica questione è di trovare il modo di far funzionare il federalismo, non certo di annacquarlo ulteriormente» e conclude che i leghisti che vedono nel movimento di Fini un partito «sudista-assistenzialista» «non hanno qualche ragione, hanno tutte le ragioni». Se intorno al presidente della Camera si stanno coagulando molte aspettative, è perché «molte persone di destra istruite sognano un partito conservatore classico, europeo, possibilmente liberale e di massa. E appena qualcuno glielo promette - osserva Ricolfi - ci credono con fanciullesca fiducia», ma si tratta di un «wishful thinking», sono «pie illusioni». Pesante il paragone usato per definire la natura delle mosse dell'ex leader di An: «Fini, come D'Alema, è un tattico, molto abile a gestire il breve periodo ma poco incline a pensare nel registro della lunga durata». Il sociologo stima un eventuale partito di Fini non oltre il 5 per cento e tra un futuro da nuovo leader del centrodestra italiano o da leader di «un partitino in una coalizione "marmellata" con Rutelli, Casini e gli altri», vede più probabile la seconda ipotesi.

Thursday, September 02, 2010

Berlusconi "piace" anche a Blair, ma va detto sottovoce

Ci viene giustamente spiegato con dovizia di particolari perché Berlusconi piace a Putin e a Gheddafi - e non è certo titolo di merito. Correttezza professionale imporrebbe però ai giornalisti di spiegarci perché Berlusconi piace a Tony Blair, visto che il suo libro di Memorie è uscito ieri ma pare che in pochi abbiano ritenuto di riportare perché l'ex premier britannico «ammira» Silvio. Per qualcuno "piacere" a Tony Blair non sarà titolo di merito - e non mi dilungo a spiegare perché invece per me lo è - esattamente come non lo è piacere a Putin e a Gheddafi, ma intanto riportiamolo con una certa evidenza, per favore. Quella evidenza che certamente la stampa e i siti internet avrebbero dato se Blair avesse scritto male di Berlusconi. M'immagino le prime pagine: "Silvio? Uno che non mantiene le promesse".

A prescindere dal giudizio di ciascuno su Berlusconi (che certamente le promesse chiave fatte agli italiani finora non le ha mantenute), quello di Blair è stato nascosto dai siti e dalla stampa in molti modi, ieri e ancora oggi. C'è chi ha completamente ignorato la notizia, e c'è chi l'ha riportata con un titolo sotto tono, spiegando come Berlusconi sia stato decisivo per l'assegnazione delle Olimpiadi del 2012 a Londra, o titolando invece sul giudizio di Blair su Brown, o sull'Iraq (cercando tra l'altro di accreditare l'immagine distorta di un Blair che in qualche modo si scusa).

Invece, il giudizio di Blair su Berlusconi è interessante perché sembra sfidare due luoghi comuni. Primo, viene descritto non come il politico delle "promesse" ma del "fare". L'ex premier britannico riferisce dell'aiuto offerto da Berlusconi a sostegno della candidatura di Londra ad ospitare le Olimpiadi del 2012: «C'è un'ultima persona - ricorda Blair a pagina 650 - senza la quale non avremmo potuto vincere: Silvio Berlusconi. Nell'agosto precedente (2004) gli avevo fatto visita nella sua casa in Sardegna - racconta - per chiedergli aiuto sulla candidatura. L'Italia era uno dei protagonisti fondamentali. Mi aveva domandato fino a che punto fosse importante per noi ottenere le Olimpiadi. "Molto", gli avevo risposto. "Molto?". "Molto". "Sei mio amico", aveva detto Berlusconi, "Non ti prometto niente, ma vedrò cosa posso fare". Questo comportamento è tipico di Silvio ed è per questo che lo ammiro. Quasi tutti i politici promettono, ma poi non combinano nulla. Lui non aveva promesso, aveva agito».

Secondo, la politica berlusconiana definita sprezzantemente in Italia "del cucù", pare funzionare, a detta di Blair, che approfitta dell'aneddoto per spiegare ai lettori quanto, nella politica internazionale, le relazioni personali tra i leader contino più di chissà quali calcoli. «I rapporti personali contano, questo è ovvio - scrive Blair - ma chi pensa siano elaborati stratagemmi e calcoli matematici a determinare le negoziazioni e i compromessi, sembra ignorarlo. A tutti i livelli, ma soprattutto ai vertici, la politica ruota intorno alle persone. Se un leader ti piace - spiega l'ex premier britannico - cerchi di aiutarlo anche se ciò può andare contro i tuoi interessi. Se non ti piace, non lo aiuti. Se prendi le distanze per motivi politici - per esempio perché, come nel caso di Silvio, c'è più di una controversia sul suo conto - va benissimo, ma non illuderti: a perdere è il tuo Paese. Quel leader non è stupido e sa che non sei disposto a pagare un prezzo per avvicinarti a lui. Credi che non ti serbi rancore? Non so come abbiano votato gli italiani, però...».

Berlusconi viene citato anche a pagina 415, tra i pochi leader europei che sentì al telefono subito dopo gli attentati dell'11 settembre e la cui solidarietà agli Stati Uniti fu «totale», e a pagina 417, laddove Blair ricorda di aver contattato nei giorni successivi gli stessi leader, trovandone alcuni, soprattutto il presidente francese Chirac, più «cauti» rispetto alle reazioni da mettere in atto dopo gli attacchi, mentre Berlusconi si mostrava «determinato come sempre nel suo appoggio agli Stati Uniti». A pagina 429 Blair ricorda le polemiche suscitate dal fatto che per descrivere la lotta contro il terrorismo e per la democrazia, sia Bush che Berlusconi avevano usato la parola «crociata». «Era assolutamente ovvio - scrive Blair - che la stessero usando in senso generico, come ci si potrebbe riferire a una crociata contro le droghe o contro il crimine; ed è un termine di uso comune in politica; ma fu travisato per insinuare che la usassero in riferimento alle antiche Crociate». Gli unici altri due leader politici italiani che ad una prima occhiata ho trovato citati sono Romano Prodi, maltrattato a pagina 626, e Massimo D'Alema, che mi sarei aspettato più citato nel capitolo sul Kosovo, e che invece viene piuttosto snobbato nelle due citazioni alle pagine 271 e 282. Anche queste, ovviamente, del tutto ignorate dalla stampa.

Man mano che vado avanti con la lettura del libro di Blair vi riferirò i passaggi più interessanti.

Monday, August 30, 2010

Uninominale sì, ma senza fare il gioco di ribaltonisti e proporzionalisti

Il dibattito sulla legge elettorale riprende, ma è del tutto ozioso e strumentale, perché non solo in Parlamento non c'è una maggioranza trasversale in grado di sostenere una riforma condivisa, ma come al solito neanche il Pd riesce a esprimere una posizione univoca. Tutto questo parlare della necessità di cambiare la legge elettorale, per quanto questa necessità sia fondata nel merito, serve solo a porre le basi "programmatiche" per un governo ribaltone in caso di crisi. Se ci fosse un minimo di serietà in tutto questo dibattito, infatti, il Pd non dovrebbe discutere di una legge elettorale da approvare senza la maggioranza - presupponendo quindi l'esistenza, o la ricerca, in Parlamento dei numeri per un ribaltone - ma essendo in minoranza dovrebbe proporre alla maggioranza scelta dai cittadini di discutere insieme (non contro di essa), senza pregiudizi né veti, di una riforma complessiva delle istituzioni, di cui a quel punto potrebbe far parte anche una nuova legge elettorale.

Se invece si chiude ogni prospettiva di dialogo sulle riforme, si lanciano sante alleanze per «liberarci» di Berlusconi e del berlusconismo, evidentemente si pensa di poter arrivare a una nuova legge elettorale a prescindere e contro l'attuale maggioranza, tramite un nuovo governo che sia frutto di un ribaltone. O forse il disegno è ancor meno ambizioso: si sa benissimo che non si troverebbe alcun accordo per una nuova legge condivisa tra gli attuali gruppi di minoranza, ma la sola necessità di cambiarla sarebbe il collante tra di essi, il pretesto da presentare al capo dello Stato per non andare subito alle urne in caso di crisi e quindi tirare a campare per qualche mese, forse anche un anno.

Qui non da oggi siamo a favore - e lo saremo sempre - dell'uninominale (associato però ad una forma di premierato o presidenzialismo). Ben venga quindi il nuovo appello bipartisan pubblicato sabato sul Corriere, ma gli uninominalisti dovrebbero prendere atto - e Angelo Panebianco nel suo editoriale di oggi ne sembra consapevole - che al momento parlare di legge elettorale, al di fuori di un discorso serio su una riforma complessiva delle istituzioni, rischia di essere un grimaldello che aprirebbe le porte ad un ritorno all'assetto della Prima Repubblica, con le coalizioni di governo che si formano in Parlamento dopo le elezioni. Non importa con quale sistema, ma dare agli elettori almeno la certezza di sapere in anticipo per quali alternative di governo vanno a votare, mi sembra ormai il minimo. E' comprensibile che D'Alema e Bersani preferiscano invece un sistema in cui Pd, sinistra e centro facciano il pieno di voti sulle rispettive "identità", per poi decidere solo dopo averli presi per quale progetto di governo impiegarli. Se loro auspicano che sia il Pd il perno di tali coalizioni di centrosinistra, Casini invece pensa che il suo "centro" sarebbe arbitro del sistema, potendo allearsi di volta in volta con la destra o con la sinistra, ma per entrambi è essenziale decidere dopo, e quindi un sistema elettorale che lo permetta.

Si può quindi interpretare il nuovo appello uninominalista nello spirito indicato da Panebianco, e cioè con lo scopo di «tenere viva un'idea di democrazia (maggioritaria, bipolare, tendenzialmente bipartitica) che pare tuttora più allettante dei disegni concorrenti» e «per ricordare a tutti che quando, fra qualche mese o qualche anno, verrà messa mano alla legge elettorale, con quella prospettiva si dovrà comunque fare i conti».

Casini e D'Alema, solito pelo e soliti vizi

Illuminanti interviste di Casini, ieri al Corriere della Sera, e D'Alema, oggi a la Repubblica. Due che davvero non hanno alcun pudore a svelare i loro disegni politici, in cui la volontà degli elettori gioca spesso una parte piuttosto misera. Ha fatto bene Berlusconi a frenare sulle elezioni anticipate, perché «sarebbe stato la vittima designata», ma soprattutto perché Casini sa che «se si votasse domani mattina, questo partito avrebbe la necessità di candidarsi autonomamente; e allora tanti entusiasmi si appannerebbero». Già, l'avevamo percepito. Riguardo l'ipotesi di un ingresso dell'Udc nella maggioranza, Pier lamenta che «in questo governo l'unico che conta è Tremonti» e che il ministero dell'Economia «ha inglobato cinque o sei ministeri della Prima Repubblica, da ultimo le Attività produttive, ormai ridotte a un simulacro». Insomma, ci fossero 5-6 ministeri invece che uno, ci sarebbero più poltrone da spartire e pazienza se bisognerebbe dire addio a un minimo di coerenza nella politica economica.

In Casini non muore mai la speranza-illusione di veder sorgere una nuova Dc da lui guidata e sempre al governo, con la destra o con la sinistra («perché Fioroni e Pisanu devono stare in due partiti diversi?»). Pur aspettandoli entrambi nel "Partito della nazione", non rinuncia a una stoccata a Montezemolo («spero poi che dalla società civile qualcosa si muova. Ma non entro nel gossip dei nomi. Anche perché molti esponenti della società civile vorrebbero entrare in campo a partita finita, quando si gusta la vittoria») e a Fini («oggi vengono a galla le contraddizioni iniziali di un progetto politico in cui molti si sono fatti imbarcare senza crederci fino in fondo. Però sapevamo tutti com'è Berlusconi...»).

Ma D'Alema non finisce mai di sorprendere per la sua faccia tosta. Non solo vuole un ribaltone, per tornare a votare con una nuova legge elettorale concepita ad arte per non far vincere Berlusconi. C'è di più. La nuova legge, figlia di un ribaltone, dovrebbe però prevedere una norma anti-ribaltone, in modo che una volta al potere i "buoni" non cadano vittima a loro volta di un ribaltone. L'ex ministro degli Esteri non ha dubbi: ci vuole il sistema tedesco (che poi non si riduce certo a un proporzionale con sbarramento, ma questo nessuno lo fa mai notare), che «rompe la rigidità dello schema blocco contro blocco». Alle urne si andrebbe solo «con cinque, massimo sei partiti, con un centro forte che si allea con la sinistra, con la sfiducia costruttiva, con una buona stabilità dei governi, che volendo potremmo persino rafforzare con l'introduzione di una clausola anti-ribaltone». Insomma, senza il disturbo di premi di maggioranza o collegi uninominali, dopo il voto il Pd troverebbe sempre la "quadra" con sinistra e centro per andare al governo.

La bizzarra teoria di D'Alema è che nel Paese ci sarebbe «sicuramente una maggioranza larga» contro Berlusconi, ma è questa legge elettorale che impedirebbe di tradurre questa maggioranza elettorale «in proposta di governo e in una leadership forte». E' vero semmai il contrario, non c'è mai stata una «larga» maggioranza di italiani contro Berlusconi, ma alcune volte una assai striminzita (e ingovernabile), nel 1996 (quando SB perse solo perché la Lega non era alleata con il Polo) e nel 2006 (quando l'Unione raccolse solo 20mila voti in più alla Camera e ben 240mila in meno al Senato). Ma la paura suprema di D'Alema è che Berlusconi «col 38% dei consensi può farsi eleggere al Quirinale, e chiudere i giochi per sempre» (la sinistra perderebbe il controllo del Colle e della Consulta). "Solo" il 38%? Vorrebbe forse diventare D'Alema presidente con il 26% dei voti? E con quanti voti nel Paese sono diventati presidenti Napolitano e Ciampi, tanto per citare gli ultimi due?

Tuesday, August 17, 2010

Carta e prassi impongono di non tradire il responso delle urne

Errore da parte del Pdl alzare il livello della polemica con il presidente Napolitano (che comunque alla prova dei fatti difficilmente autorizzerebbe "ribaltoni"), contribuendo tra l'altro ad alleggerire la pressione su Fini. Ma nel merito ineccepibile, e prim'ancora legittima, la posizione: in caso di crisi ritorno alle urne, no governi tecnici. Napolitano invece continua a sbagliare su Fini. Innanzitutto, perché balza agli occhi il suo doppio standard: silenzio, nemmeno una parola, mentre per due anni un'altra istituzione è stata oggetto di campagne d'odio e veleni prive di fondamento. E poi perché invece di difendere il presidente della Camera, dovrebbe porsi egli stesso il problema dell'incompatibilità del suo ruolo politico con la carica che ricopre, che in caso di crisi potrebbe rivelarsi per il Colle motivo di imbarazzo. Napolitano sbaglia anche a pretendere da chi comunque sarebbe chiamato a consultare (il presidente del Senato e i partiti di maggioranza) di non esprimersi sul da farsi in caso di crisi. E in ogni caso, dovrebbe quanto meno riprendere anche chi altrettanto irresponsabilmente evoca governi tecnici senza l'appoggio dei partiti di maggioranza, Pdl e Lega. Invece, i suoi moniti di questi giorni nei confronti di chi prospetta in caso di crisi il ritorno alle urne come unica soluzione sembrano di fatto aver legittimato speculazioni circa la possibilità di dar vita ad un "governo tecnico" sostenuto dagli attuali gruppi di opposizione e dal neonato gruppo "finiano", contro la volontà dei partiti usciti vincitori dalle urne.

Mentre ci si divide su "costituzione formale" e "costituzione materiale", ci si dimentica che non è solo l'evoluzione in senso bipolare e maggioritario del nostro sistema politico, ma sono la Costituzione e la prassi vigenti anche prima di essa a richiedere il rispetto della sovranità popolare. Anche durante la Prima Repubblica, infatti - quando le coalizioni di governo nascevano solo dopo e a seguito del voto, e non si presentavano dinanzi agli elettori prima, e quando nell'arco di una stessa legislatura si susseguivano più governi - la volontà degli elettori è stata sempre rispettata, nel senso che mai dopo una crisi i partiti di maggioranza si sono ritrovati marginalizzati all'opposizione e quelli dell'opposizione al governo. Mai un presidente della Repubblica ha permesso la nascita di un governo sostenuto in Parlamento da una nuova maggioranza che grazie alla fuoriuscita di alcuni deputati e senatori dai loro rispettivi gruppi potesse fare a meno dei partiti che avevano vinto le elezioni. Mai nella storia della Repubblica si sono verificati cosiddetti "ribaltoni".

Insomma, è vero che il voto anticipato non può essere l'unico sbocco di una crisi, che il potere di scioglimento delle Camere spetta al presidente della Repubblica, sentiti i loro presidenti, e che i governi sono legittimi se ottengono la fiducia del Parlamento in carica, ma anche vero che mai nella formazione di nuovi governi in una stessa legislatura è stata "tradita" la volontà degli elettori. Nella Prima Repubblica, durante una crisi, partiti minori potevano decidere di entrare o uscire dalla coalizione, ma i nuovi governi erano sempre guidati dal partito di maggioranza relativa, la Democrazia cristiana, e molto spesso espressione anche della medesima coalizione di partiti. Sempre il presidente del Consiglio incaricato apparteneva alla Dc (tranne in un caso, quando nel 1981 a succedere a Forlani fu Spadolini, comunque esponente di un partito della coalizione di maggioranza). Per quanto riguarda la storia più recente, nel 1993, nel corso della XI legislatura, il governo Ciampi sostituì il governo Amato, ma con il sostegno dei medesimi partiti (Dc-Psi-Pli-Psdi). Il tentativo fu piuttosto quello di allargare la maggioranza ad alcuni partiti di opposizione, con l'ingresso al governo di ministri del Pds e dei Verdi. Ma a seguito della mancata concessione, da parte della Camera dei deputati, dell'autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, appena un giorno dopo il giuramento del governo Pds e FdV ritirarono i propri ministri, che furono sostituiti da personalità indipendenti.

Anche il governo Dini (gennaio 1995 - maggio 1996), alla cui esperienza è legato il termine "ribaltone", non nacque tuttavia contro la volontà dei partiti che facevano parte della coalizione del governo Berlusconi I, uscita vincitrice dalle urne il 27 marzo del 1994. Fu l'operazione che più si avvicinò, soprattutto con il passare dei mesi, all'idea di "ribaltone", ma va tenuto presente l'iniziale via libera di Berlusconi (dietro garanzia di Scalfaro che si sarebbe presto tornati alle urne), il voto di fiducia della Lega Nord, e il fatto non secondario che il presidente del Consiglio incaricato era una figura di primo piano del governo Berlusconi I (l'allora ministro del Tesoro Dini). Nel corso della XIII legislatura anche Romano Prodi fu vittima del cosiddetto "ribaltone", ma i tre governi che gli successero (D'Alema, D'Alema II, Amato II) nacquero per iniziativa della forza che aveva vinto le elezioni, l'Ulivo, che riuscì ad allargare la propria maggioranza da un mero appoggio esterno da parte di Rifondazione comunista agli scissionisti del Pdci, all'Udr e ad alcuni indipendenti.

Oggi qualche insigne giurista, con la scusa di difendere le prerogative costituzionali del capo dello Stato e del Parlamento, sembra voler legittimare un'operazione spericolata e mai nemmeno ipotizzata proprio sulla base della Costituzione formale e di una prassi consolidatasi ben prima della discesa in campo di Berlusconi: immaginate se da presidenti della Camera un Gronchi o un Leone avessero potuto uscire dalla Dc, fondare propri gruppi parlamentari autonomi e dar vita a un governo insieme al Pci, in base al fatto che il presidente della Repubblica può incaricare chiunque sia in grado di ottenere una qualsiasi maggioranza in Parlamento e che i parlamentari non hanno vincolo di mandato... Evidentemente non è proprio così che si può interpretare la nostra Carta, anche laddove recita che «la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione».

Thursday, May 06, 2010

Fallo di frustrazione

In fondo, l'"antipatico" Alessandro Sallusti, martedì sera a Ballarò, voleva solo ricordare a "baffino" D'Alema che sulla casa non aveva titoli per dare lezioni. Vero che nel caso Scajola, almeno secondo le indiscrezioni giornalistiche che lo hanno indotto a rassegnare le dimissioni, gran parte del valore effettivo dell'abitazione sarebbe stata pagata con assegni della "cricca" degli appalti per il G8, ma è anche vero che per le fortune accumulate dai politici, quasi tutti di sinistra, coinvolti in "affittopoli" prima e in "svendopoli" poi, c'è sempre qualcuno cui dover "ringraziare", anche se si tratta di enti previdenziali pubblici.

Bisogna inoltre dire, scrive Franco Bechis, oggi su Libero, che secondo la stima del sistema Sevia-Cerved, che raccoglie i valori minimi e massimi ponderati di mercato e le relative variazioni dal 2001 in poi, la casa di Scajola - che il diretto interessato sostiene di aver pagato poco più di 600mila euro, e che secondo le testimonianze raccolte dai pm perugini sarebbe costata invece oltre 1,7 milioni di euro - il prezzo giusto nel 2004 per un ammezzato di 9,5 vani a quell'indirizzo sarebbe stato di 930mila euro. E se alla fine il ministro fosse solo stato aiutato a fare un buon affare, come i politici di "svendopoli", solo che su una casa di privati e non pubblica?

La reazione scomposta di D'Alema comunque la registriamo, a futura memoria: «Lei è un bugiardo e mascalzone, vada a farsi fottere»... «La pagano per venire qui... le manderanno qualche signorina» (al che Sallusti ricorda prontamente all'ex ministro che «le signorine le usavano i suoi uomini in Puglia»)... «Io non la faccio più parlare». Insulti e minacce che se fossero uscite dalla bocca di Berlusconi...

Friday, March 19, 2010

Piuttosto che dare un po' ragione a Berlusconi

L'arresto dell'ex numero 2 di Nichi Vendola, Sandro Frisullo, nell'ambito dell'inchiesta sulla sanità pugliese, giunge come un fulmine a ciel sereno per il centrosinistra, che però non si scompone. Primo, perché Frisullo era già stato allontanato dalla Giunta Vendola otto mesi fa. Secondo, perché l'immagine di Vendola non corre troppi rischi. Nichi è un demagogo, populista e moralizzatore, mentre nonostante fosse il suo vice - e quindi forse avrebbe dovuto accorgersi se qualcosa "puzzava" - Frisullo è catalogato come dalemiano. Un capro espiatorio perfetto per una sinistra ansiosa di far pulizia al suo interno, quasi un motivo in più per votare Vendola ricordandosi di cosa rappresenta D'Alema.

Ma nel Pd una punta di sospetto nei confronti della magistratura barese trapela. Se Bersani commenta placido «ci affidiamo alla magistratura, anche se siamo in campagna elettorale. Questa è la nostra posizione e da qui non ci muoviamo», il dalemiano Latorre faceva notare che «di fronte ad un'inchiesta che viene da così lontano, è del tutto evidente che il fatto che l'arresto avvenga a una settimana dalle elezioni, potrebbe suscitare qualche dubbio, sospetto» sulla tempistica.

E in effetti non ha tutti i torti. Sebbene gli elementi a carico di Frisullo appaiano più seri di quelli a carico di un Bertolaso o dello stesso Berlusconi a Trani, i motivi dell'arresto sfuggono. Pericolo di inquinamento delle prove? O forse pericolo di fuga, o di reiterazione del reato? Difficile invocare l'esistenza di uno dei tre a un anno dall'inizio dell'inchiesta, come se in tutti questi mesi Frisullo non avesse potuto inquinare, scappare o reiterare e invece, magicamente, da oggi potesse.

Un arresto, insomma, che oltre a riportare al centro dell'attenzione l'inchiesta sulla sanità pugliese, rafforza l'impressione, questa volta sul lato sinistro della politica, di una campagna elettorale in qualche modo scandita, se non condizionata, dagli interventi della magistratura. Chissà che Berlusconi in fondo in fondo non abbia un pizzico ragione... ma la differenza è che la sinistra ci mette poco a scaricare i suoi e a mettersi sull'attenti al richiamo delle procure (si guardi al caso Del Turco). Sarebbe molto stupido se fosse per non dare ragione a Berlusconi.

Thursday, February 25, 2010

Rischio nuovi cedimenti

Le iniziative giudiziarie delle ultime settimane, unite alla solita ondata di limacciose intercettazioni - quelle che hanno coinvolto Balducci (figura trasversale degli appalti pubblici), Bertolaso e Verdini (su cui gli elementi emersi sono debolissimi), poi Scaglia (per il quale sembra valere il teorema "non poteva non sapere") e il senatore Di Girolamo (semi-sconosciuto e già scaricato dal Pdl), ma anche amministratori locali di diverso colore politico - non sembrano di per sé prefigurare una nuova Tangentopoli, né minacciare il consenso del governo e di Berlusconi. Eppure, la politica è sulla difensiva, c'è la corsa a farsi vedere dalla parte dei "moralizzatori". La questione morale, confinata fino ad oggi nell'Italia dei Valori, nella sinistra radicale e solo in parte nel Pd, viene ripresa anche a destra. E fa breccia, persino nel berlusconismo, il tema dell'incandidabilità. Un clima - in questo sì simile a quello di Tangentopoli - che rischia di produrre nuovi cedimenti della politica nei confronti della magistratura.

Si stabilisca per legge l'incandidabilità dei condannati in via definitiva, si sente invocare da più parti [va ricordato che già oggi le sentenze di condanna per i reati di corruzione possono includere - e nella maggior parte dei casi la includono - la pena accessoria dell'esclusione dall'elettorato passivo. E' il giudice a stabilirlo]. D'Alema ha provato ad andare oltre, chiedendosi se sia davvero necessario aspettare sentenze passate in giudicato. Lo stesso Berlusconi, e Fini, ritengono di "buon senso" che obbedendo a una sorta di codice etico interno i partiti si impegnino a non candidare indagati o rinviati a giudizio.

Dovrebbe essere quasi scontato in un Paese normale, ma non dimentichiamoci che il problema della magistratura politicizzata non si è improvvisamente dissolto. E il paradosso è che mentre si discute di riforme in grado di riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia, saltati dall'abolizione dell'immunità parlamentare sull'onda di Tangentopoli, il rischio è di fare passi nella direzione opposta, concedendo spazi di manovra ancora più ampi ai magistrati politicizzati. Basti l'esempio dell'approvazione in prima lettura alla Camera di una legge che prevede il carcere per il candidato che si avvalga della propaganda di un "sorvegliato speciale" e di "voti mafiosi". Una legge molto scivolosa, come spiega Pecorella.

Si pone certamente un problema di selezione e reclutamento della classe politica, ma non va risolto a colpi di leggi-manifesto e di campagne moralizzatrici. Riguardo l'opacità delle relazioni fra gruppi di affari e personale politico, Angelo Panebianco fa notare, oggi sul Corriere della Sera, che «le lobbies, in tutte le democrazie, sono una costante. Imporre la trasparenza necessaria per contrastare le attività illecite richiede, come contropartita, la piena accettazione pubblica delle attività lobbistiche». E comunque l'architrave del "sistema gelatinoso" è «l'economia parassitaria» (che cioè vive di distribuzione di risorse pubbliche) nel Sud del Paese, ma non solo.

Un altro esempio di reazione schizofrenica della politica è quando si denunciano clientelismi e sostegni mafiosi e poi si sostiene il ritorno alle preferenze. Meglio il collegio uninominale, che non è del tutto al riparo dai quei fenomeni, ma quanto meno consente alla stampa e all'opinione pubblica di esercitare uno "screening" più accurato sui candidati, essendo questi ridotti a due (massimo tre) per collegio.

Il rischio è che tutto si riduca a nuovi esiziali cedimenti della politica alla magistratura politicizzata. L'impegno da parte dei partiti a non candidare indagati o rinviati a giudizio, o una legge che sancisca l'incandidabiltà dei condannati, possono alimentare l'appetito di protagonismo di certi magistrati dal grilletto facile, mettersi nelle mani di certe procure, concedergli un vero e proprio diritto al vaglio delle candidature, un po' come il controllo esercitato sui candidati dal Consiglio dei guardiani in Iran. Attenzione.

Monday, January 25, 2010

Nessuna scorciatoia, caro Pd

Scherzi da primarie. Negli States ne sanno qualcosa sia i Democratici che i Repubblicani. E' la democrazia, baby, e non puoi farci niente. Capita infatti che gli elettori capovolgano le scelte e le preferenze dei vertici dei partiti. Spesso anche lì i vertici sostengono il candidato più moderato, capace secondo i loro schemi di attrarre l'elettorato indipendente, mentre la base si entusiasma per quello più radicale. E' capitato anche di recente tra Obama e Hillary Clinton e abbiamo visto come sono andate a finire le "secondarie", come le ha sarcasticamente chiamate D'Alema per sottolineare come Vendola fosse sì in grado di vincere le primarie, ma non di battere poi il centrodestra alle elezioni vere e proprie. Non lo darei per certo, vista la confusione che regna nel campo avversario e alcune scelte discutibili.

L'errore madornale, strategico, culturale di quel "genio" di D'Alema è che pensa di sfondare al centro alleandosi con l'Udc e non cambiando se stesso e il Pd. E' ovvio che la base si ribelli e veda in Vendola un candidato molto più affine e congeniale alla sua identità. C'è chi vede in questa contraddizione «due partiti», ma in realtà è sempre lo stesso. D'Alema pretende che il Pd sia solo l'ennesima evoluzione nominalistica del Pci-Pds-Ds, un partito di sinistra - sia pure non massimalista - che può andare al governo solo se alleato con una forza di centro. L'operazione Pd ha senso invece solo se l'obiettivo è diverso: conquistare lo spazio centrale dell'elettorato cambiando e modernizzando se stesso. Ma per fare questo i vertici dovrebbero innanzitutto investire questo periodo all'opposizione non nella tessitura di un'alleanza con l'Udc, il cui obiettivo è quello di sgretolare il bipolarismo, ma in una battaglia culturale interna al loro partito, mettendo in gioco se stessi.

Insomma, non possono pretendere di incarnare una linea di opposizione antiberlusconiana, di inseguire Di Pietro sul terreno del giustizialismo, di non modernizzarsi sui temi del lavoro e della sicurezza, e poi pretendere che la base accetti di allearsi con l'Udc al posto di Vendola. Nel merito vogliono continuare a fare "la sinistra", poi però quando si tratta di studiare la tattica per arrivare al potere, quindi di «allargare» il centrosinistra, cercano improbabili scorciatoie: allearsi con un partito di centro invece che conquistare loro stessi il centro e l'elettorato indipendente con un nuovo profilo e una nuova proposta politica.

Due parole anche sul Pdl, in cui sembra regnare la confusione. Nel centrosud Berlusconi ha lasciato troppo campo libero. In Puglia la scelta di Palese sembra debole (come quella di Caldoro in Campania). Due regioni in cui la corsa sembrava in discesa e invece ora sembra essersi oltre modo complicata. Per non parlare di una non impossibile impresa della Bonino nel Lazio. Interessante, a proposito, l'articolo di Vittorio Macioce, oggi su il Giornale. Diversamente da Macioce, secondo me Pannella teme molto più la vittoria che la sconfitta della Bonino. «Se i radicali vanno a governare, fosse pure solo una regione, significa che qualcosa nel mondo non funziona. C'è un trucco: o il mondo è cambiato, oppure i radicali non sono più radicali». Vincere significherebbe «cercare di amministrare e governare una regione da radicali, mentre i tuoi alleati, i tuoi soci, continuano a fare le cose come da tradizione, con le clientele e i soldi da distribuire. Quella domanda è lì, come una scommessa o una maledizione: e se il potere finisse per contaminare un partito orgogliosamente diverso? Emma griderà, bestemmierà, e non accetterà di sentirsi sporca. Ma in lei, nel partito, nella sua gente qualcosa sarà cambiato. Per sempre. E per Pannella questa è una morte un po' peggiore».

E' vero che la Bonino si gioca molto della sua statura e del capitale politico dei radicali, ma molto dipenderà anche da come perde. Se di pochi punti, o di una decina. Nel primo caso, sarà colpa di un Pd allo sbando e nessun altro avrebbe comunque potuto far meglio di lei. Nel secondo, vorrà dire che Emma avrà perso tutto il suo charme di donna di governo e delle istituzioni. Al contrario, la Polverini e Fini si giocano tutto, non c'è paracadute, non c'è alibi:
«È l'ora della conta, quella che ti dice quanta carne c'è nel portafoglio di Fini. È valutare il peso della variabile Casini, capire se il suo gioco di percentuali sposta la bilancia a destra o a sinistra. Non è una partita che Gianfranco si gioca da solo. Bene o male con lui c'è il Pdl, c'è la Roma capitale di Alemanno, ci sono i buoni uffici di Letta e l'ombra di San Pietro. C'è tutto il peso dei palazzi di Caltagirone. C'è tutto questo. Ma c'è anche una logica che non fa sconti. Questa volta la sconfitta non si paga in solido. Se davvero sulla ruota del Lazio esce il rosso Bonino c'è un solo uomo a cui toccherà passare alla cassa. Ed è Gianfranco Fini».

Tuesday, January 19, 2010

Contro Vendola l'ultima arma rimasta: quella giudiziaria

Nel giorno della commemorazione ufficiale di Craxi nel decimo anniversario della morte, le lancette della giustizia ad orologeria italiana non sembrano essersi fermate. Non può che destare sospetti, infatti, la tempistica della presunta iscrizione nel registro degli indagati di Nichi Vendola, a soli cinque giorni dallo svolgimento delle primarie del centrosinistra in Puglia, fortemente volute proprio dal governatore uscente, anzi quasi imposte ai vertici del Pd. In tutti i modi infatti Vendola ha messo i bastoni tra le ruote del Pd, i cui vertici avrebbero preferito saltare il passaggio elettorale candidando direttamente Boccia, sostenuto da una coalizione nuova di zecca con dentro l'Udc.

Vendola è l'ultimo ostacolo all'avvio, almeno in Puglia, di quell'esperimento da tempo nei piani di D'Alema (e quindi di Bersani): un centro-sinistra col trattino fondato sul Pd come pilastro di sinistra e sul partito di Casini come pilastro di centro. La Puglia dovrebbe essere il "laboratorio" di questa nuova alleanza, ma per partire Casini ha imposto al Pd di scaricare Vendola e la sinistra, che però non si sono fatti da parte e hanno strappato le primarie per rientrare in gioco.

E puntuale arriva l'iniziativa dei magistrati. Che l'iscrizione di Vendola tra gli indagati si riveli o meno fondata, la soffiata giornalistica costringerà comunque Vendola a correre con l'handicap alle primarie. Ancora una volta - un puro caso? - l'ultima arma nei confronti di qualcuno che si è messo di traverso rispetto ai progetti del Pd si rivela essere quella giudiziaria.

Ma il caso Vendola mi dà modo di tornare anche su un altro aspetto. Il governatore della Puglia sarebbe accusato di aver favorito la nomina come primario di Neurologia in un ospedale barese di un certo professor Logroscino, che tra l'altro secondo Vendola sarebbe uno «scienziato di fama mondiale, associato all'Università di Harvard». Ora, fermo restando che da liberale e libertario non approvo certo il nostro modello di sanità pubblica, riconosco tuttavia che se scegliamo che sia pubblica, è la politica che deve farsene carico.

Se la sanità è pubblica, chi se non la politica se ne dovrebbe occupare per conto dei cittadini? E se la sua gestione è affidata alle regioni, chi se non i governatori democraticamente eletti sarebbe legittimato ad assumersi la responsabilità delle nomine e del suo funzionamento? Sono loro, i governatori, che ne rispondono politicamente di fronte ai cittadini, a loro dunque spettano le scelte. L'influenza dei partiti nel campo della sanità è una conseguenza logica e inevitabile della scelta a favore di un sistema sanitario statale. Se fossi governatore, sceglierei io personalmente, sebbene dietro attenta valutazione, tutti i primari e i direttori delle Asl. Il criterio della scelta è un fatto politico e non giudiziario.

Thursday, December 17, 2009

Il nodo resta Di Pietro, il Corriere chiede al Pd di rompere

Mentre il Pdl offre a Pd e Udc un «patto democratico» che «segni chiaramente i confini della normale dialettica politica», apra una stagione di «legittimazione reciproca», conducendo all'«abbandono di ogni scorciatoia giudiziaria», e di riforme costituzionali, e il Pd risponde positivamente, seppur ribadendo i «confini» del «no alle leggi ad personam e sì a un confronto in Parlamento sulle riforme», di tutta evidenza il nodo resta l'alleanza con Di Pietro. L'ex pm continua a ripetere, ieri a L'Unità, che «in Italia c'è il fascismo». Si appunta la medaglia di «resistenza», anche se dalle sue parole si potrebbe intendere che «resistenza» sia anche quella di Tartaglia, l'aggressore di Berlusconi in Piazza Duomo. A suo avviso infatti «si scambia la vittima per l'aggressore», ma «quando c'è un governo fascista e piduista per fortuna c'è qualcuno che inizia a fare resistenza».

Se la Repubblica non dà segnali di tregua, dal Corriere della Sera, tramite l'editoriale di Angelo Panebianco in prima pagina, giunge all'indirizzo del Pd - credo per la prima volta in modo esplicito - la richiesta di rompere l'alleanza con Di Pietro. L'editorialista del Corriere non si nasconde che per il Pd rompere con Di Pietro richiede una forte leadership ma soprattutto una «complessa operazione politica»:
«Un'operazione che implica sia la resa dei conti con il "dipietrismo interno" al Partito democratico sia una ricalibrazione dei rapporti con le forze esterne (certi magistrati, certi giornali, eccetera), che sul dipietrismo interno al Pd hanno sempre fatto leva per condizionarne la politica. Opporsi alla persona di Berlusconi o opporsi alle politiche del governo? La risposta rivela la concezione della lotta politica, nonché il giudizio sullo stato della nostra democrazia, di ciascun singolo oppositore. Da quando c’è Berlusconi le due anime hanno convissuto e, quasi sempre, quella antiberlusconiana pura ha prevalso, essendo stato fin qui l'antiberlusconismo il vero ancoraggio identitario della sinistra».
Secondo Panebianco, Bersani «ambirebbe a portare il Pd fuori dall'orbita del massimalismo antiberlusconiano» e a dare al partito «un chiaro profilo riformista», ma si preoccupa anche di «non perdere consensi».
«Poiché il massimalismo antiberlusconiano è ben presente nell'elettorato e fra i militanti del Pd un'operazione che separi nettamente i destini politici degli estremisti da quelli dei riformisti appare, sulla carta, assai rischiosa».
Non potrebbe essere spiegato meglio. Ma è qui, conclude Panebianco, che «entra in gioco la questione della leadership». O per lo meno dovrebbe.
«Di Pietro non è un alleato ma un avversario da isolare e i dipietristi interni al partito sappiano che non sarà più tollerato chi tiene il piede in due staffe. A loro volta, le forze esterne che pretendono di condizionarmi sappiano che la linea politica del Pd la detto solo io a nome della maggioranza congressuale che mi ha espresso. Se vogliono opporsi a me e logorarmi si accomodino ma sia chiaro che, così facendo, favoriranno il centrodestra».
Sono queste le parole che Panebianco vorrebbe sentir pronunciare da Bersani, ma confesso di nutrire ben poche speranze in proposito. Ha ragione Gianni De Michelis, quando al Corriere dice che «l'unico modo per salvare questo Paese è isolare Di Pietro», suggerendo che se «l'hanno fatto in Francia con Le Pen, che aveva molti più voti, devono farlo anche con lui che non è un soggetto compatibile con lo stato di diritto». Intanto, stiamo per entrare nella campagna per le regionali, quindi dubito che il rasserenamento reggerà dopo la fine delle festività natalizie. Il vero banco di prova sarà dopo le elezioni regionali. A quel punto, se dovesse trovarsi di fronte all'ennesima debàcle, il Pd potrebbe trovare la forza per dialogare sulle riforme e/o per rompere con Di Pietro, ma non c'è da illudersi troppo.

E se D'Alema promuove Bersani confermando disponibilità (sulle riforme) e paletti, pur mettendo sullo stesso piano quelli che chiama gli «opposti populismi», quello di Berlusconi e quello di Di Pietro, «speculari» e che «si alimentano a vicenda», Casini sgomita e sente che la possibile ripresa del dialogo tra Pd e Pdl potrebbe marginalizzare l'Udc: «Questo - spiega a la Repubblica - è il momento di chiudere i falchi in gabbia e far volare le colombe. Noi vogliamo sederci al tavolo con Pd e Pdl per trovare una via d'uscita all'eterna transizione italiana». Ma torna anche a rilanciare l'idea di «un fronte legalista» Pd-Udc se il Pdl tentasse di «strumentalizzare l'aggressione a Berlusconi per far ingoiare il processo breve al Parlamento». L'ipotesi "frontista" di Casini non è poi così lontana da Di Pietro che definisce «fascista» questo governo, eppure sembra conservare la patente di "moderato".

Thursday, November 19, 2009

Volti anonimi per un'Europa senz'anima

Scelte di bassissimo profilo da parte dei capi di Stato e di governo dell'Ue per le cariche, introdotte con il Trattato di Lisbona, di presidente permanente del Consiglio europeo e rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell'Ue: il premier belga Herman Van Rompuy, che non rischierà certo di oscurare con la sua personalità e il suo carisma gli altri leader europei, che potranno continuare indisturbati a offrire l'immagine di un'Europa vuota e divisa, senz'anima; e la semi-sconosciuta Cathrine Ashton, che non ha alcuna esperienza di politica estera (si è occupata di welfare), e pochissima di politica tout court, essendo stata solo sottosegretario all'Istruzione, per un anno leader dei laburisti alla Camera dei Lord, prima di essere catapultata a Bruxelles, poco più di un anno fa, come commissaria al commercio.

E' evidentemente prevalsa la logica "euroburocratica" (con in mano il manuale Cencelli e un occhio alle "quote rosa") di non attribuire peso politico alle due nuove cariche. Oggi a Bruxelles non sono stati nominati un presidente e un ministro degli Esteri, quanto piuttosto un segretario e una portavoce. Peccato che i leader europei non abbiano compreso quanto potesse contare essere rappresentanti nel mondo da una figura riconoscibile e di una certa statura politica. Possiamo sempre consolarci per aver evitato D'Alema. Quella sì sarebbe stata una beffa, oltre al danno di non vedere Blair presidente.