Anche su Notapolitica
Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?
A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.
Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.
Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.
Showing posts with label forze armate. Show all posts
Showing posts with label forze armate. Show all posts
Wednesday, March 27, 2013
Thursday, March 15, 2012
Come ci siamo arresi alla trappola indiana
Una ricostruzione, quella finalmente fornita dal ministro Terzi in Parlamento, che scagiona la Farnesina in merito alla "consegna" dei nostri marò alle autorità indiane (si è trattato di un vero e proprio arresto, al quale la nostra diplomazia ha tentato di opporsi); che chiama in causa – quanto meno per ingenuità – la Difesa; ma che soprattutto porta alla luce per la prima volta in tutta la sua gravità il comportamento indiano, rendendo così ancor più evidente l'inadeguatezza della risposta del governo italiano.Sono due i dettagli emersi rispetto a quanto già sapevamo, ma di grande rilevanza. La vera natura dell'«azione coercitiva» messa in atto dalle autorità indiane nei confronti dei nostri marò: sono stati costretti a scendere dalla Enrica Lexie, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sotto la minaccia delle armi. E l'ingenuità dei comandi della Difesa e della Farnesina, che non hanno avanzato obiezioni rispetto all'intenzione del comandante della nave e dell'armatore di accogliere la finta richiesta di collaborazione da parte indiana.
Non sembra da escludere, inoltre, che l'«azione coercitiva» abbia avuto inizio già in acque internazionali, anche se all'insaputa dell'equipaggio e del nucleo della Marina militare a bordo. L'armatore, infatti, tramite il suo legale riferisce che dopo la finta richiesta di collaborazione inoltrata dalle autorità indiane un elicottero ha cominciato a sorvolare la Enrica Lexie, mentre il radar segnalava la presenza di due motovedette ai suoi lati.
Ora sappiamo che da parte indiana ci fu malafede, un'imboscata, una vera e propria aggressione militare ai nostri marò. A maggior ragione, proprio per la gravità di tale comportamento, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo – «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», riconosce lo stesso ministro Terzi – la reazione del nostro governo appare oggi ancor più inadeguata, molle, di quanto non sia apparsa in queste settimane. Avrebbe dovuto essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.
La maggior parte dei parlamentari e degli osservatori punta l'indice sulle norme che regolano l'impiego di militari sui nostri mercantili in funzione di scorta anti-pirateria, in particolare sul fatto che si trovano sottoposti alle decisioni del comandante della nave. Alla luce di quanto emerso, norme e convenzioni possono certamente essere migliorate, e forse basterebbe perfezionare le comunicazioni tra il comandante da una parte e Difesa e Farnesina dall'altra, ma nel valutare la vicenda non si possono tacere due elementi chiave: l'ingenuità con cui le autorità italiane, e in particolare la Difesa, sono cadute nella trappola indiana; e l'inadeguatezza della risposta iniziale messa in campo dal nostro governo, assolutamente non commisurata alla gravità del comportamento indiano, equiparabile ad un atto di aggressione armata.
ARTICOLO INTEGRALE su Notapolitica
Wednesday, March 14, 2012
Imboscata indiana, ingenuità italiana
Mentre raffredda - e fa bene - la polemica con Londra per il ritardo nella comunicazione del fallito blitz in Nigeria, finalmente il ministro degli Affari esteri Giulio Terzi chiarisce in Parlamento come sono andate le cose nella vicenda dei nostri due marò prigionieri in India. Ci voleva tanto? In realtà crediamo di capire il perché della reticenza del ministro. I particolari sono di una gravità inaudita, e rivelati ufficialmente nelle prime ore avrebbero destato certamente un moto di indignazione molto più forte dall'Italia. Non si sarebbe trattato di una consegna, infatti, ma di un vero e proprio arresto sotto la minaccia delle armi. Ma a maggior ragione, proprio per la gravità del comportamento indiano, e per il manifesto e attuale pericolo di vita che i nostri uomini stavano correndo, «in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala», la reazione del nostro governo doveva essere molto più dura, fino a prendere in considerazione l'ipotesi di una missione di recupero.
Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riferito da Terzi, gli "allocchi" starebbero alla Difesa, e non agli Esteri come pensavamo. L'ingenuità dell'armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno. L'ingresso del mercantile Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane e quindi in porto è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati».
Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta, ovviamente su autorizzazione dell'armatore, ma con colpevole ingenuità «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri - si giustifica Terzi - non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Forse, invece, se avessero esercitato pressioni congiunte in questo senso, Esteri e Difesa avrebbero potuto convincere l'armatore a cambiare idea.
Ma di chi è stata, abbiamo chiesto più volte in queste settimane, la decisione di far scendere i marò a terra? Ebbene, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sono stati costretti a scendere dalla nave da «un'azione coercitiva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana, saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un particolare fin qui inedito: gli indiani sono effettivamente saliti a bordo ad arrestare i nostri militari, un'azione di forza di una gravità inaudita che avrebbe meritato ben altra reazione da parte nostra.
Questa è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso e si svolgeranno le elezioni locali che condizionerebbero, irrigidendolo, l'atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Ma andiamo con ordine. Stando a quanto riferito da Terzi, gli "allocchi" starebbero alla Difesa, e non agli Esteri come pensavamo. L'ingenuità dell'armatore si può perdonare, ma dei comandi militari, che non hanno fiutato la trappola, molto meno. L'ingresso del mercantile Enrica Lexie nelle acque territoriali indiane e quindi in porto è stato ottenuto con «un sotterfugio della polizia locale, in particolare del centro di coordinamento della sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della nave di dirigersi verso il porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati».
Il comandante della nave ha deciso di accogliere la richiesta, ovviamente su autorizzazione dell'armatore, ma con colpevole ingenuità «il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane». «Da ministro degli Affari esteri - si giustifica Terzi - non avevo titolo, né autorità, né influenza per modificare la decisione del comandante» della nave. Forse, invece, se avessero esercitato pressioni congiunte in questo senso, Esteri e Difesa avrebbero potuto convincere l'armatore a cambiare idea.
Ma di chi è stata, abbiamo chiesto più volte in queste settimane, la decisione di far scendere i marò a terra? Ebbene, nonostante «la ferma opposizione delle nostre autorità presenti», sono stati costretti a scendere dalla nave da «un'azione coercitiva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana, saliti a bordo per prelevarli e portarli a terra sotto la custodia della polizia locale». Un particolare fin qui inedito: gli indiani sono effettivamente saliti a bordo ad arrestare i nostri militari, un'azione di forza di una gravità inaudita che avrebbe meritato ben altra reazione da parte nostra.
Questa è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso e si svolgeranno le elezioni locali che condizionerebbero, irrigidendolo, l'atteggiamento delle autorità indiane. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Monday, March 12, 2012
Terzi parla ma interrogativi restano
Finalmente il ministro degli Esteri Giulio Terzi abbandona la reticenza cui si è attenuto fino ad oggi sulle circostanze che hanno portato all'incarcerazione dei nostri due marò in India. Il riserbo sulla vicenda, infatti, deve riguardare i negoziati per la loro liberazione, non i fatti e le responsabilità.
Peccato però che il ministro cominci a fornire i primi chiarimenti a mezzo social media e Corriere della Sera, e non nelle aule parlamentari. Sul suo profilo Twitter fa sapere che «in nessun caso la nave» italiana «doveva entrare in acque indiane» e che «le polemiche sulle responsabilità le lascio ad altri. Io lavoro per riportarli a casa». Che stia lavorando sodo per riportarli a casa ne siamo certi, ma purtroppo non basta. Quando si è ministri contano i risultati, l'efficacia della propria azione, e le «responsabilità» non sono dettagli da «lasciare ad altri».
Una rivelazione importante però arriva, da parte del ministro Terzi, sull'ingresso della Enrica Lexie in acque territoriali indiane e sulla decisione di far sbarcare i marò:
E' un bene che il ministro abbia cominciato a rispondere, sia pure a mezzo stampa e non in Parlamento, ma sono ancora molti gli interrogativi sulla vicenda, e resta la sensazione che i due marò siano soprattutto vittime di decisioni sbagliate dello Stato per il quale operano.
Quella che si apre è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Peccato però che il ministro cominci a fornire i primi chiarimenti a mezzo social media e Corriere della Sera, e non nelle aule parlamentari. Sul suo profilo Twitter fa sapere che «in nessun caso la nave» italiana «doveva entrare in acque indiane» e che «le polemiche sulle responsabilità le lascio ad altri. Io lavoro per riportarli a casa». Che stia lavorando sodo per riportarli a casa ne siamo certi, ma purtroppo non basta. Quando si è ministri contano i risultati, l'efficacia della propria azione, e le «responsabilità» non sono dettagli da «lasciare ad altri».
Una rivelazione importante però arriva, da parte del ministro Terzi, sull'ingresso della Enrica Lexie in acque territoriali indiane e sulla decisione di far sbarcare i marò:
«Ho dato parere negativo all'avvicinamento della nave in territorio indiano nonostante tale decisione non fosse di competenza del ministro degli Esteri e ho continuato a oppormi formalmente al trasferimento dei nostri marò a terra, cosa che è avvenuta solo a seguito di un'azione coercitiva della polizia indiana» (lettera al Corriere)Per la prima volta, dunque, il ministro nega responsabilità della Farnesina su entrambe le questioni, ma gli interrogativi restano e Terzi non chiarisce fino in fondo: se non era degli Esteri, di chi era competenza la decisione di far avvicinare o meno la nave alle acque territoriali indiane? Se era dell'armatore, vorremmo che il governo lo dicesse ufficialmente. Ma soprattutto, il ministro dice di essersi opposto - «formalmente» è l'avverbio che usa - allo sbarco dei due marò. Ma allora, siccome anche la Marina militare si sarebbe opposta, e tendendo ad escludere che i marò abbiano agito di testa loro decidendo di consegnarsi, chi ha deciso quello che nelle prime ore è stato definito da fonti ufficiali come un nostro «atto di cortesia» nei confronti delle autorità indiane? E quando il ministro parla di «azione coercitiva» da parte della polizia indiana, intende che sono saliti a bordo degli agenti per prelevare i nostri militari? Se sì, perché non li hanno arrestati tutti ma solo due? E se no, se non sono saliti a bordo, chi ha deciso di farli scendere a terra?
E' un bene che il ministro abbia cominciato a rispondere, sia pure a mezzo stampa e non in Parlamento, ma sono ancora molti gli interrogativi sulla vicenda, e resta la sensazione che i due marò siano soprattutto vittime di decisioni sbagliate dello Stato per il quale operano.
Quella che si apre è una settimana fondamentale. Oltre all'esito dell'esame balistico, arriverà anche la sentenza sulla giurisdizione del caso. Se verrà confermata la giurisdizione indiana, la disfatta politica italiana sarà completa e la figuraccia irrimediabile, a prescindere dall'eventuale scagionamento dei due marò. Se entrambe le decisioni dovessero essere negative, oltre alla disfatta politica, prepariamoci all'idea che i nostri due marò dovranno affrontare il processo e quindi rimanere imprigionati in India ancora per molti mesi.
Friday, March 09, 2012
Subalterni per scelta
La morte di Franco Lamolinara è ben più tragica della situazione in cui si trovano i nostri due marò prigionieri in India, richiederebbe altrettanto riserbo, ma in questo caso le autorità italiane non hanno rinunciato ad alzare i toni della polemica con Londra, nonostante nella vicenda gli inglesi non fossero controparte ma alleati. Persino il capo dello Stato Napolitano è intervenuto severamente, bollando come «inspiegabile il comportamento del governo inglese». Ma sono giustificate le rimostranze italiane? E soprattutto, sono opportune? Sì e no. Innanzitutto, le due versioni non sono poi così contrastanti. Il ministro degli Esteri britannico Hague ha ammesso che Roma è stata avvertita «ad operazione in corso», perché la situazione venutasi a creare sul terreno imponeva una decisione in tempi troppo ristretti per poter illustrare i dettagli e aspettare il via libera italiano. Una giustificazione che si può presupporre fondata, veritiera, dal momento che è stato addirittura deciso di condurre il blitz in pieno giorno, quando è noto che in condizioni di normale pianificazione queste operazioni si conducono di notte.
Se l'Italia non è stata avvertita dell'avvio del blitz, è però ragionevole presumere - in assenza di lamentele sulla comunicazione tra i due Paesi nei giorni e mesi precedenti - che fosse al corrente degli ultimi sviluppi (l'individuazione del luogo della prigionia e il rischio di "vendita" o uccisione degli ostaggi) e, quindi, del fatto che l'esito della vicenda, a giorni, se non ad ore, sarebbe stato proprio quello del blitz, a maggior ragione considerando la politica britannica in questi casi, in generale più incline all'azione di forza che al compromesso con i terroristi. Da quanto sta emergendo da varie fonti, l'accelerazione sarebbe stata causata dall'arresto, lunedì scorso, di un capo locale e di altri quattro membri di Boko Haram, la setta terroristica islamista responsabile del sequestro, che ha sì permesso di individuare l'edificio dove erano rinchiusi gli ostaggi ma che ha inevitabilmente messo in allarme i rapitori.
Ma la polemica innescata da Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per l'Italia. Se davvero gli inglesi hanno condiviso le informazioni fino all'ultimo da maggio scorso, cioè dall'inizio del sequestro, il ritardo di pochi minuti nella comunicazione di un blitz sul quale comunque il nostro governo non avrebbe potuto opporre alcun veto, perché uno degli ostaggi era cittadino britannico, a maggior ragione se verrà confermata la massima urgenza imposta dalla situazione, poteva tranquillamente essere sdrammatizzato. Anche per non sottolineare che la nostra posizione nella vicenda - in termini militari, di intelligence e diplomatici - è stata del tutto secondaria, se non passiva. Quali iniziative, e con quale esito, hanno intrapreso i nostri servizi per la positiva risoluzione del sequestro?
Il governo, probabilmente scottato dal caso dei marò, stavolta ha subito fatto la voce grossa, ma alla prova dei fatti la reazione potrebbe dimostrarsi sproporzionata (ancor di più se paragonata all'acquiescenza con gli indiani). A sottolineare l'irrilevanza italiana, infatti, non è tanto il ritardo con il quale ci è stato comunicato il blitz, ma il fatto che non eravamo al centro dell'azione, e che non ci saremmo stati in ogni caso, blitz o non blitz. Solo pochi giorni fa i mainstream media avevano trionfalmente celebrato il ritorno dell'Italia, per merito del governo Monti, tra i Paesi che contano. La tragica sorte di Lamolinara e quella dei due marò (per non parlare del caso Urru, dove probabilmente ci stiamo facendo taglieggiare da finti mediatori) mostrano entrambe, sia pure per aspetti molto diversi, che non è così facile. L'amara realtà è che il nostro status di media potenza, di serie B se non C, dipende non solo da fattori economici, militari e geopolitici, ma anche da una serie di scelte, di comportamenti e approcci radicatissimi e bipartisan, al dunque condivisi anche dall'opinione pubblica.
Nel primo caso, è la nostra politica sui rapimenti all'estero, che praticamente esclude il ricorso all'uso della forza ed è invece incline al pagamento del riscatto, o a qualsiasi altro tipo di compromesso con terroristi o banditi vari, a metterci in una posizione di subalternità, se non del tutto fuori gioco, soprattutto quando tra gli ostaggi c'è un cittadino americano o britannico. Dovremmo chiederci come mai nei casi di sequestro in Italia c'è una legge specifica che vieta ai famigliari di pagare il riscatto, e mi pare che abbia ben funzionato, mentre all'estero siamo pronti a presentarci valigetta in mano. E' fuor di dubbio che pagando i riscatti, o cedendo alle richieste dei terroristi, si alimenta il "business" dei rapimenti. Si salvano - forse - le vite in pericolo in quel momento, ma se ne mettono in pericolo altre centinaia.
Nel secondo caso, invece, paghiamo lo scotto di un corpaccione diplomatico annoiato, addormentato, che chiamato improvvisamente all'opera si dimostra impreparato: si attiva tardivamente e commette errori imperdonabili. La figuraccia con l'India l'abbiamo già fatta quando qualcuno ha assunto, o avallato, la decisione di consegnare i marò, assumendosi il rischio di una rinuncia di fatto alla nostra giurisdizione sul caso. Fatta la frittata, avremmo potuto rimediare, appena constatata la malafede indiana, con una missione di salvataggio, ma non l'abbiamo nemmeno preso in considerazione. E ora la nostra sovranità, e dignità, è nelle mani di un giudice a Kollam. Ma siamo vittime innanzitutto di noi stessi.
Se l'Italia non è stata avvertita dell'avvio del blitz, è però ragionevole presumere - in assenza di lamentele sulla comunicazione tra i due Paesi nei giorni e mesi precedenti - che fosse al corrente degli ultimi sviluppi (l'individuazione del luogo della prigionia e il rischio di "vendita" o uccisione degli ostaggi) e, quindi, del fatto che l'esito della vicenda, a giorni, se non ad ore, sarebbe stato proprio quello del blitz, a maggior ragione considerando la politica britannica in questi casi, in generale più incline all'azione di forza che al compromesso con i terroristi. Da quanto sta emergendo da varie fonti, l'accelerazione sarebbe stata causata dall'arresto, lunedì scorso, di un capo locale e di altri quattro membri di Boko Haram, la setta terroristica islamista responsabile del sequestro, che ha sì permesso di individuare l'edificio dove erano rinchiusi gli ostaggi ma che ha inevitabilmente messo in allarme i rapitori.
Ma la polemica innescata da Roma rischia di trasformarsi in un boomerang per l'Italia. Se davvero gli inglesi hanno condiviso le informazioni fino all'ultimo da maggio scorso, cioè dall'inizio del sequestro, il ritardo di pochi minuti nella comunicazione di un blitz sul quale comunque il nostro governo non avrebbe potuto opporre alcun veto, perché uno degli ostaggi era cittadino britannico, a maggior ragione se verrà confermata la massima urgenza imposta dalla situazione, poteva tranquillamente essere sdrammatizzato. Anche per non sottolineare che la nostra posizione nella vicenda - in termini militari, di intelligence e diplomatici - è stata del tutto secondaria, se non passiva. Quali iniziative, e con quale esito, hanno intrapreso i nostri servizi per la positiva risoluzione del sequestro?
Il governo, probabilmente scottato dal caso dei marò, stavolta ha subito fatto la voce grossa, ma alla prova dei fatti la reazione potrebbe dimostrarsi sproporzionata (ancor di più se paragonata all'acquiescenza con gli indiani). A sottolineare l'irrilevanza italiana, infatti, non è tanto il ritardo con il quale ci è stato comunicato il blitz, ma il fatto che non eravamo al centro dell'azione, e che non ci saremmo stati in ogni caso, blitz o non blitz. Solo pochi giorni fa i mainstream media avevano trionfalmente celebrato il ritorno dell'Italia, per merito del governo Monti, tra i Paesi che contano. La tragica sorte di Lamolinara e quella dei due marò (per non parlare del caso Urru, dove probabilmente ci stiamo facendo taglieggiare da finti mediatori) mostrano entrambe, sia pure per aspetti molto diversi, che non è così facile. L'amara realtà è che il nostro status di media potenza, di serie B se non C, dipende non solo da fattori economici, militari e geopolitici, ma anche da una serie di scelte, di comportamenti e approcci radicatissimi e bipartisan, al dunque condivisi anche dall'opinione pubblica.
Nel primo caso, è la nostra politica sui rapimenti all'estero, che praticamente esclude il ricorso all'uso della forza ed è invece incline al pagamento del riscatto, o a qualsiasi altro tipo di compromesso con terroristi o banditi vari, a metterci in una posizione di subalternità, se non del tutto fuori gioco, soprattutto quando tra gli ostaggi c'è un cittadino americano o britannico. Dovremmo chiederci come mai nei casi di sequestro in Italia c'è una legge specifica che vieta ai famigliari di pagare il riscatto, e mi pare che abbia ben funzionato, mentre all'estero siamo pronti a presentarci valigetta in mano. E' fuor di dubbio che pagando i riscatti, o cedendo alle richieste dei terroristi, si alimenta il "business" dei rapimenti. Si salvano - forse - le vite in pericolo in quel momento, ma se ne mettono in pericolo altre centinaia.
Nel secondo caso, invece, paghiamo lo scotto di un corpaccione diplomatico annoiato, addormentato, che chiamato improvvisamente all'opera si dimostra impreparato: si attiva tardivamente e commette errori imperdonabili. La figuraccia con l'India l'abbiamo già fatta quando qualcuno ha assunto, o avallato, la decisione di consegnare i marò, assumendosi il rischio di una rinuncia di fatto alla nostra giurisdizione sul caso. Fatta la frittata, avremmo potuto rimediare, appena constatata la malafede indiana, con una missione di salvataggio, ma non l'abbiamo nemmeno preso in considerazione. E ora la nostra sovranità, e dignità, è nelle mani di un giudice a Kollam. Ma siamo vittime innanzitutto di noi stessi.
Monday, March 05, 2012
Schiaffoni da tutti, dal Brasile all'India
La situazione dei due marò prigionieri in India per il caso della Enrica Lexie sta peggiorando: la Corte di Kerala ha disposto il trasferimento in carcere per tre mesi, pur concedendo a polizia e direttore delle carceri di studiare una sistemazione diversa. Resta il fatto che a prescindere dalla comodità dell'alloggio, formalmente sono da considerarsi incarcerati. E l'unica cosa che riesce a fare la Farnesina è mandare il segretario generale Massolo a chiedere ad un anonimo incaricato d'affari indiano a Roma che «ogni sforzo venga fatto per reperire prontamente per i nostri militari strutture e condizioni di permanenza idonee». Si esprime «vivissima preoccupazione» (vivissima?), si definiscono «inaccettabili» le misure assunte dalle autorità indiane, ma invece di intimare l'immediata liberazione dei nostri militari, si auspica per loro un letto comodo, «cibo conforme alla loro dieta», ovviamente «procurato e pagato» dalle nostre «autorità consolari». Non pervenute finora dichiarazioni del premier Monti e del ministro degli Esteri Terzi.
E' ovvio che non basta chiedere l'immediata liberazione dei nostri militari, men che meno se a farlo è un oscuro burocrate della Farnesina, perché gli indiani ci accontentino. Ma è quella la richiesta che in ogni sede, pubblica e privata, va avanzata. Niente di meno. Ed è grave che fino ad oggi il governo non abbia ritenuto di compiere alcun passo formale per portare il caso presso le competenti sedi internazionali.
Fin dall'inizio della vicenda gli «atti di cortesia» della nostra diplomazia si sono trasformati in colpevoli autogol sulla pelle dei due nostri militari. Con la scusa del riserbo necessario al buon esito delle trattative con le autorità indiane, il governo non ha mai rivelato chi, e perché, abbia scavalcato la Marina militare nella decisione infausta di consegnare i nostri militari agli indiani. E' arrivato il momento di rompere il silenzio e chiedere a gran voce che chi ha sbagliato paghi, ma il Parlamento è ormai un simulacro di se stesso, solo la camera di compensazione di partiti moribondi, e la grande stampa è così ossequiosa che a prendere in mano un giornale c'è il rischio che si sciolga come un gelato.
Insomma, l'Italia è uno zerbino internazionale. Il Brasile si tiene un terrorista italiano condannato per omicidio come fosse un rifugiato politico; l'India sequestra due nostri militari in acque internazionali; la cooperante Rossella Urru passa di mano in mano, tra aguzzini e finti mediatori. E noi subiamo, mostriamo sorrisi, al più paghiamo i riscatti, nemmeno ci sfiora l'idea di riaffermare la nostra sovranità e dignità nei modi, anche estremi, che possiamo immaginare.
E' ovvio che non basta chiedere l'immediata liberazione dei nostri militari, men che meno se a farlo è un oscuro burocrate della Farnesina, perché gli indiani ci accontentino. Ma è quella la richiesta che in ogni sede, pubblica e privata, va avanzata. Niente di meno. Ed è grave che fino ad oggi il governo non abbia ritenuto di compiere alcun passo formale per portare il caso presso le competenti sedi internazionali.
Fin dall'inizio della vicenda gli «atti di cortesia» della nostra diplomazia si sono trasformati in colpevoli autogol sulla pelle dei due nostri militari. Con la scusa del riserbo necessario al buon esito delle trattative con le autorità indiane, il governo non ha mai rivelato chi, e perché, abbia scavalcato la Marina militare nella decisione infausta di consegnare i nostri militari agli indiani. E' arrivato il momento di rompere il silenzio e chiedere a gran voce che chi ha sbagliato paghi, ma il Parlamento è ormai un simulacro di se stesso, solo la camera di compensazione di partiti moribondi, e la grande stampa è così ossequiosa che a prendere in mano un giornale c'è il rischio che si sciolga come un gelato.
Insomma, l'Italia è uno zerbino internazionale. Il Brasile si tiene un terrorista italiano condannato per omicidio come fosse un rifugiato politico; l'India sequestra due nostri militari in acque internazionali; la cooperante Rossella Urru passa di mano in mano, tra aguzzini e finti mediatori. E noi subiamo, mostriamo sorrisi, al più paghiamo i riscatti, nemmeno ci sfiora l'idea di riaffermare la nostra sovranità e dignità nei modi, anche estremi, che possiamo immaginare.
Wednesday, February 22, 2012
Pasticcio diplomatico
Si stanno impegnando, «ogni minuto» e con il «massimo sforzo», usando tutti i «canali» a disposizione. Lo ha assicurato oggi il premier Monti, come ieri il ministro Terzi alle Commissioni Affari esteri di Camera e Senato. Nessuno può dubitarne e per non turbare i delicati negoziati in corso ha certamente senso l'appello al riserbo, alla riservatezza, a moderare i toni e a non dividerci in polemiche che servirebbero ben poco a riportare a casa i nostri due marò imprigionati in India.
Il governo quindi non ha riferito alle Camere, né il ministro degli Esteri ha offerto una ricostruzione dei fatti alle commissioni competenti. E i parlamentari hanno tutti rispettato la consegna del silenzio. Ok, silenzio. Oggi niente polemiche perché la priorità è «riportare a casa i nostri ragazzi». Quando saranno tornati - speriamo presto - porre certe scomode domande non avrà più senso e il caso verrà archiviato tra le lacrime delle famiglie che potranno riabbracciarli e i complimenti per il successo della nostra diplomazia (dietro riscatto economico, come al solito).
Non sapremo mai, insomma, quale autorità italiana ha ordinato ai nostri militari di scendere dalla Enrica Lexie e di consegnarsi alle autorità indiane; se qualche autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera di uscire dalle acque internazionali, contro il parere della Marina militare; né a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise. Il caso viene trattato mediaticamente come un qualsiasi caso di sequestro, con tanto di gigantografie in Campidoglio; i politici cercano di fare bella figura con ansiosi e patriottici comunicati pieni di ovvietà sull'imperativo di «riportare a casa i nostri ragazzi».
Tutti sembrano aver già perso il bandolo della matassa. L'amara realtà è che questo caso non può essere rubricato alla voce nostri connazionali caduti nelle mani dei pirati somali o di organizzazioni terroristiche, ma alla voce sono proprio tonti questi italiani. Primo, i nostri due militari sono stati consegnati alle autorità indiane, un fatto, credo, senza precedenti nella storia militare recente, e come sia stato possibile non è dato saperlo, nessuno lo dice e nessuno lo chiede; secondo, l'India è un Paese amico, cui vengono riconosciuti dalla comunità internazionale gli standard della democrazia e dello stato di diritto. Insomma, alla base non c'è l'atto criminale di un'entità nemica, ma un nostro «atto di imbecillità».
Uno dei riflessi condizionati della politica in questi casi è di andare alla ricerca della legge sbagliata, che non funziona. Serve una nuova legge, è la risposta istintiva di un "sistema" che sa ragionare solo in termini burocratici. Non ci si chiede nemmeno se il difetto sta davvero nelle norme o se per caso qualcuno ha semplicemente agito male, con leggerezza. Mentre politici e commentatori cominciano a mettere in discussione la legge che regola la presenza di militari a bordo delle navi mercantili con funzioni di scorta anti-pirateria (i pirati ringraziano), nessuno pone un paio di domande elementari: il comandante della Lexie ha preso in assoluta solitudine la decisione di entrare in acque territoriali indiane? E una volta dentro, chi ha ordinato ai militari italiani di consegnarsi? Già il fatto che siano due e non tutti quelli presenti a bordo fa supporre l'esistenza di una trattativa della primissima ora con le autorità indiane. Condotta da chi?
In assenza di ricostruzioni ufficiali dei fatti, ripropongo la mia ipotesi: qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori, in patria e agli occhi degli amici indiani. E a Roma la Farnesina deve aver avallato tale soluzione apparendo così saggia e amichevole. D'altronde, sul modo in cui viene selezionato il nostro corpo diplomatico è lecito sollevare più di qualche dubbio dopo il caso del console fascio-rock Vattani. No, meglio non fare troppe domane. Potremmo scoprire che le vite dei nostri militari all'estero sono nelle mani di qualche console raccomandato.
Il governo quindi non ha riferito alle Camere, né il ministro degli Esteri ha offerto una ricostruzione dei fatti alle commissioni competenti. E i parlamentari hanno tutti rispettato la consegna del silenzio. Ok, silenzio. Oggi niente polemiche perché la priorità è «riportare a casa i nostri ragazzi». Quando saranno tornati - speriamo presto - porre certe scomode domande non avrà più senso e il caso verrà archiviato tra le lacrime delle famiglie che potranno riabbracciarli e i complimenti per il successo della nostra diplomazia (dietro riscatto economico, come al solito).
Non sapremo mai, insomma, quale autorità italiana ha ordinato ai nostri militari di scendere dalla Enrica Lexie e di consegnarsi alle autorità indiane; se qualche autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera di uscire dalle acque internazionali, contro il parere della Marina militare; né a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise. Il caso viene trattato mediaticamente come un qualsiasi caso di sequestro, con tanto di gigantografie in Campidoglio; i politici cercano di fare bella figura con ansiosi e patriottici comunicati pieni di ovvietà sull'imperativo di «riportare a casa i nostri ragazzi».
Tutti sembrano aver già perso il bandolo della matassa. L'amara realtà è che questo caso non può essere rubricato alla voce nostri connazionali caduti nelle mani dei pirati somali o di organizzazioni terroristiche, ma alla voce sono proprio tonti questi italiani. Primo, i nostri due militari sono stati consegnati alle autorità indiane, un fatto, credo, senza precedenti nella storia militare recente, e come sia stato possibile non è dato saperlo, nessuno lo dice e nessuno lo chiede; secondo, l'India è un Paese amico, cui vengono riconosciuti dalla comunità internazionale gli standard della democrazia e dello stato di diritto. Insomma, alla base non c'è l'atto criminale di un'entità nemica, ma un nostro «atto di imbecillità».
Uno dei riflessi condizionati della politica in questi casi è di andare alla ricerca della legge sbagliata, che non funziona. Serve una nuova legge, è la risposta istintiva di un "sistema" che sa ragionare solo in termini burocratici. Non ci si chiede nemmeno se il difetto sta davvero nelle norme o se per caso qualcuno ha semplicemente agito male, con leggerezza. Mentre politici e commentatori cominciano a mettere in discussione la legge che regola la presenza di militari a bordo delle navi mercantili con funzioni di scorta anti-pirateria (i pirati ringraziano), nessuno pone un paio di domande elementari: il comandante della Lexie ha preso in assoluta solitudine la decisione di entrare in acque territoriali indiane? E una volta dentro, chi ha ordinato ai militari italiani di consegnarsi? Già il fatto che siano due e non tutti quelli presenti a bordo fa supporre l'esistenza di una trattativa della primissima ora con le autorità indiane. Condotta da chi?
In assenza di ricostruzioni ufficiali dei fatti, ripropongo la mia ipotesi: qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori, in patria e agli occhi degli amici indiani. E a Roma la Farnesina deve aver avallato tale soluzione apparendo così saggia e amichevole. D'altronde, sul modo in cui viene selezionato il nostro corpo diplomatico è lecito sollevare più di qualche dubbio dopo il caso del console fascio-rock Vattani. No, meglio non fare troppe domane. Potremmo scoprire che le vite dei nostri militari all'estero sono nelle mani di qualche console raccomandato.
Tuesday, February 21, 2012
La malafede indiana e l'indecenza della Farnesina
Una vicenda, quella dei due marò fatti prigionieri in India, che più che «ingarbugliata», come commenta il presidente Napolitano, appare scandalosa, ed emblematica dello scarso rispetto delle istituzioni per la vita dei nostri militari, giocata come carta diplomatica. Scandalosi innanzitutto il comportamento pusillanime e la reticenza delle autorità italiane e della stampa nazionale. Ci fosse stato Frattini a capo della Farnesina, sarebbe stato letteralmente bersagliato di accuse e domande, mentre il ministro Terzi gode dell'innamoramento dei grandi giornali per il governo dei tecnici. Non è pensabile che i due militari italiani abbiano deciso di testa propria, dunque quale autorità italiana ha ordinato loro di scendere a terra e consegnarsi? Quale autorità italiana ha caldeggiato la decisione del comandante della petroliera Enrica Lexie di entrare nel porto di Kochi, contro il parere della Marina militare? E a quale livello governativo queste decisioni sono state condivise?
La Farnesina parla di «azioni unilaterali» della polizia indiana. Cosa significa? La polizia indiana è salita a bordo della Lexie per prelevarli, o i due marò sono scesi a terra e si sono consegnati? Non è stata la stessa Farnesina, in precedenza, a definire la nostra collaborazione un «semplice atto di cortesia» nei confronti del governo indiano? Domande inevase fino ad oggi e addirittua mai poste dalla stampa mainstream, ma solo da Notapolitca e Il Foglio. In assenza di una ricostruzione precisa e ufficiale degli eventi da parte della Farnesina, e nel totale - e molto sospetto - rifiuto delle autorità indiane di esibire persino le prove più basilari, non ci rimane che pensar male.
Primo: più che un «atto di cortesia» si è trattato di un «atto di imbecillità». Qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello con l'India sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori. Difficilmente la decisione di collaborare con le autorità indiane, e quindi di consegnare i militari, apparentemente così saggia e amichevole, non è stata avallata anche da Roma, dalla Farnesina, in contrasto con la Difesa.
Secondo: se le autorità indiane si rifiutano di esibire il peschereccio bucherellato di colpi, i cadaveri dei pescatori, l'esito dell'autopsia e i proiettili, è d'obbligo dubitare dell'intera versione. Dunque, dove sono questi presunti "pescatori"? Possibile che anche le nostre autorità e la nostra stampa invece di attenersi alla versione dei nostri militari insistano a parlare di «pescatori indiani» di cui finora non s'è vista nemmeno l'ombra? Per quanto ci riguarda, e fino a prova contraria, c'è stato un tentato atto di pirateria ai danni di un'imbarcazione battente bandiera italiana. E gli autori potrebbero essere gli stessi che poche ore dopo hanno tentato di attaccare un cargo greco. Insomma, qui di sicuro ci sono solo due attacchi di pirateria, altro che pescatori. E chi ci dice che non siano proprio loro i pirati? D'altra parte, è sufficiente gettare le armi in mare per trasformarsi da pirati in innocui pescatori.
Dunque, la questione andrebbe posta in altri termini con l'India: com'è possibile che i pirati operino indisturbati a 20 miglia dalle coste indiane? Godono per caso di qualche copertura da parte delle autorità costiere? Non è forse che con l'arresto dei due marò le autorità indiane stanno cercando di insabbiare il fatto che al largo delle loro coste si verificano attacchi di pirateria? O peggio: non riesco proprio a pensare a nessun altro incidente che i pirati, in combutta con le autorità costiere, potrebbero escogitare per dissuadere gli Stati dall'assegnare forze militari a protezione delle navi mercantili.
La Farnesina parla di «azioni unilaterali» della polizia indiana. Cosa significa? La polizia indiana è salita a bordo della Lexie per prelevarli, o i due marò sono scesi a terra e si sono consegnati? Non è stata la stessa Farnesina, in precedenza, a definire la nostra collaborazione un «semplice atto di cortesia» nei confronti del governo indiano? Domande inevase fino ad oggi e addirittua mai poste dalla stampa mainstream, ma solo da Notapolitca e Il Foglio. In assenza di una ricostruzione precisa e ufficiale degli eventi da parte della Farnesina, e nel totale - e molto sospetto - rifiuto delle autorità indiane di esibire persino le prove più basilari, non ci rimane che pensar male.
Primo: più che un «atto di cortesia» si è trattato di un «atto di imbecillità». Qualche nostro diplomatico annoiato ha voluto farsi bello con l'India sulla pelle dei nostri marò, convinto che sarebbe stato in grado di risolvere la grana diplomatica in poche ore, ricavandone molti onori. Difficilmente la decisione di collaborare con le autorità indiane, e quindi di consegnare i militari, apparentemente così saggia e amichevole, non è stata avallata anche da Roma, dalla Farnesina, in contrasto con la Difesa.
Secondo: se le autorità indiane si rifiutano di esibire il peschereccio bucherellato di colpi, i cadaveri dei pescatori, l'esito dell'autopsia e i proiettili, è d'obbligo dubitare dell'intera versione. Dunque, dove sono questi presunti "pescatori"? Possibile che anche le nostre autorità e la nostra stampa invece di attenersi alla versione dei nostri militari insistano a parlare di «pescatori indiani» di cui finora non s'è vista nemmeno l'ombra? Per quanto ci riguarda, e fino a prova contraria, c'è stato un tentato atto di pirateria ai danni di un'imbarcazione battente bandiera italiana. E gli autori potrebbero essere gli stessi che poche ore dopo hanno tentato di attaccare un cargo greco. Insomma, qui di sicuro ci sono solo due attacchi di pirateria, altro che pescatori. E chi ci dice che non siano proprio loro i pirati? D'altra parte, è sufficiente gettare le armi in mare per trasformarsi da pirati in innocui pescatori.
Dunque, la questione andrebbe posta in altri termini con l'India: com'è possibile che i pirati operino indisturbati a 20 miglia dalle coste indiane? Godono per caso di qualche copertura da parte delle autorità costiere? Non è forse che con l'arresto dei due marò le autorità indiane stanno cercando di insabbiare il fatto che al largo delle loro coste si verificano attacchi di pirateria? O peggio: non riesco proprio a pensare a nessun altro incidente che i pirati, in combutta con le autorità costiere, potrebbero escogitare per dissuadere gli Stati dall'assegnare forze militari a protezione delle navi mercantili.
Friday, February 17, 2012
Riforma Di Paola un modello per la PA
Le polemiche su Sanremo e Celentano scaldano di più, ma in questi giorni è stata annunciata una seria riforma dello strumento militare, forse la prima riforma strutturale della spesa di questo governo. Un intervento di razionalizzazione come non se ne vedevano da anni e i cui principi guida - incredibile! - per una volta sono quelli giusti e, anzi, andrebbero estesi a tutto il resto della pubblica amministrazione: meno personale, più operatività e investimenti (quindi tecnologia). E' noto infatti come le nostre amministrazioni pubbliche a tutti i livelli assorbano troppe risorse per il personale - che spesso eccede le reali esigenze dell'ufficio, è pressoché inamovibile e sottoutilizzato - rimanendo invece carenti nelle loro funzionalità e negli investimenti.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
Tuesday, October 12, 2010
Il "complesso" militare
Come mai il governo di centrosinistra presieduto da Massimo D'Alema nel 1999 ha potuto far partecipare i nostri aerei ai bombardamenti contro la Serbia di Milosevic, anche sulla capitale Belgrado, senza neanche informare prima il Parlamento, mentre il ministro La Russa, per una missione sotto l'ombrello dell'Onu, autorizzata e rifinanziata più volte dal Parlamento, si rivolge alle commissioni Difesa per una scelta tecnico-militare come quella di armare (come hanno fatto tutti i nostri alleati) o meno con bombe e missili i nostri aerei già impiegati in Afghanistan?
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Che la responsabilità di una scelta simile spetti al governo, sentite le autorità militari, mi pare fuor di dubbio. Stefano Folli, sul Sole 24 Ore, è stato l'unico a sottolinearlo: il Parlamento «non deve, salvo casi eccezionali, sostituirsi al governo nelle scelte operative». Il motivo è evidente: perché si rischia di piegare alle esigenze di posizionamento e di dialettica politica dei partiti decisioni che dovrebbero essere guidate solo dalla maggior efficacia possibile dell'azione militare e dalle esigenze - tattiche e "politiche" - delle nostre truppe sul campo.
Purtroppo, il fatto che La Russa abbia deciso diversamente - magari credendosi furbo nel crearsi in ogni caso un alibi parlamentare - dimostra quanto sia radicato il complesso d'inferiorità culturale del centrodestra quando si tratta di assumere importanti decisioni di governo di cui si teme che qualcuno contesti la legittimità costituzionale. Giusto procedere con cautela, ma rimettendosi al Parlamento per una scelta operativa come questa, si attribuisce di fatto alla tipologia di armi in dotazione ai nostri aerei - quando dovrebbe meravigliare, semmai, che siano stati mandati in Afghanistan "disarmati" - la definizione ultima della natura della missione, se "di guerra" o "di pace" (distinzione di per sé vacua e politichese), e implicitamente si finisce con l'aderire all'interpretazione restrittiva e francamente senza senso che la sinistra pacifista propaganda dell'articolo 11 della Costituzione.
L'esito di questa malintesa concezione del controllo parlamentare è sotto gli occhi di tutti: ogni passo dei nostri militari in missione dev'essere attentamente vagliato e autorizzato da Roma, con i costi (anche in termini di vite umane) che ciò comporta; quindi, spesso le nostre forze armate sono i "paria" delle coalizioni internazionali, costrette a combattere con le mani legate e a districarsi in regole d'ingaggio troppo burocratiche perché rispondono alle logiche dei politici a Roma.
Monday, October 11, 2010
Armare i nostri aerei. Perché sì
Piuttosto che dell'opzione di armare i nostri caccia bombardieri in Afghanistan, bisognerebbe discutere del perché non lo si è fatto fino ad oggi dal momento che si è deciso di impiegarli. Nella guerra moderna rinunciare alla superiorità aerea è decisamente una follia. E' vero che combattiamo contro quattro straccioni senza aviazione, ma hanno comunque le loro armi letali e la capacità di infliggerci perdite. Le modalità di impiego dei nostri aerei finora è stata del tutto irresponsabile. Anche perché limitarsi all'uso dei cannoncini significa costringere un mezzo costosissimo a passaggi a bassa quota che lo espongono ad essere colpito, mentre sarebbe in grado di operare da altezze tali da essere al riparo da Rpg e simili.
Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.
Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.
Certo, è ovvio che bombe e missili non possono nulla contro le mine sotto le strade, quindi non bisogna illudersi che ciò basti a proteggere i nostri soldati da attentati come quello di sabato scorso, ma armare i nostri aerei avrebbe anche un duplice significato "politico", con risvolti non trascurabili dal punto di vista militare. Primo, è un messaggio chiaro ai nemici: non ci facciamo intimidire e siamo determinati ad usare mezzi più potenti per sconfiggerli. Secondo, combattere alla pari con i nostri alleati ci porrebbe nella condizione di essere maggiormente ascoltati e di giocare un ruolo più di primo piano sulla scena internazionale. Dalle parole del ministro La Russa traspare tutto il disagio dei nostri militari, che all'evenienza sono costretti a mendicare copertura aerea ai nostri alleati.
Non che ci venga negata, ma indubbiamente è una situazione "scomoda" e frustrante per i nostri e fastidiosa per gli altri, che non si vedono offrire da parte nostra analoga solidarietà in battaglia. Per questo credo che la richiesta di armare i nostri aerei venga innanzitutto dai nostri militari, che legittimamente non vogliono sentirsi inferiori o debitori nei confronti di nessuno. Sapendo che anche i nostri, come gli aerei degli altri, sono a disposizione per garantire copertura a tutte le forze Isaf, sarebbe più agevole chiedere copertura, che siano i nostri aerei o meno a poterla garantire in quel dato momento in cui serve.
Subscribe to:
Posts (Atom)







