Anche su Notapolitica
Non saranno le dimissioni, annunciate ieri alla Camera, a scagionare l'ormai ex ministro degli Affari esteri Giulio Terzi dalle sue responsabilità per la disastrosa gestione della vicenda dei marò sequestrati dalle autorità indiane. Tranne i due nostri militari, infatti, nessuno degli uomini di governo coinvolti può pensare di uscire a testa alta, con dignità, da questa storia: non Terzi, ma nemmeno gli altri che non si dimettono. Per quanto tardive, per quanto «irrituali», e per quanto "paracule", senza ammettere i propri errori, pur sempre di dimissioni si tratta. Anche se avrebbe dovuto farlo giorni fa (e forse mesi fa), invece di rilasciare a la Repubblica un'intervista surreale, sprezzante del ridicolo, nel tentativo di presentare come un successo diplomatico la doppia giravolta, almeno Terzi si è dimesso. Il ministro Di Paola, pur non dimettendosi, ha però rivolto le sue scuse ai marò, al Parlamento e agli italiani. E gli altri? Il premier Mario Monti? il patetico De Mistura? State sicuri che non si sottrarranno al rito dello scaricabarile avviato da Terzi. E' possibile credere davvero che la decisione di trattenere i nostri marò in Italia, scatenando l'ira indiana, e dopo pochi giorni quella di rispedirli indietro, non siano state assunte collegialmente, quindi avallate entrambe dalla presidenza del Consiglio? Ed è credibile la versione che Terzi ha presentato di sé alla Camera, ministro con la schiena dritta che non voleva mollare di fronte alla prepotenza indiana, mentre dall’inizio di questa vicenda è sempre sembrato a proprio agio nel rappresentare una linea che definire morbida è un eufemismo?
A quanto pare, però, siccome le sue dimissioni, inaspettate e in dissenso con la decisione del governo di far rientrare i marò in India, avvantaggiano indirettamente Berlusconi e il Pdl nella loro polemica contro Monti e i "tecnici", e siccome disturbano anche la quiete del Colle, allora in questo caso, improvvisamente, diventano persino motivo di supremo biasimo. Ci lamentiamo sempre, noi italiani, che non si dimette mai nessuno per i disastri che combina, chiedere le dimissioni è una specie di sport nazionale, eppure stavolta no: Terzi non doveva dimettersi, almeno non ora, non così. Ok, è stato scorretto, ma invece di perderci nei dettagli, di chiederci chi ci guadagna e chi ci perde politicamente, alludendo a chissà quali calcoli, e se avesse dovuto rassegnarle prima (certo che sì) e nelle mani del presidente del Consiglio piuttosto che annunciarle davanti al Parlamento (forse), dovremmo pretendere che ne seguano altre di dimissioni. Non si tratta di difendere Terzi: è inaccettabile il suo scaricabarile, ma lo è anche che il suo comportamento diventi un alibi per insabbiare le responsabilità altrettanto gravi di tutti gli altri, Monti in testa, nella fallimentare gestione di questa crisi.
Andrebbe innanzitutto fatta chiarezza sulla ricostruzione fornita da Terzi alla Camera, secondo cui è «maturata in modo pienamente collegiale la decisione di ricorrere all'arbitrato e di trattenere i marò in Italia» e, da ministro, aveva posto «serie riserve alla repentina decisione di un loro ritrasferimento in India», dovendo però constatare che la sua voce è rimasta «inascoltata». In particolare, sembra emergere che la decisione di farli rientrare in India sarebbe arrivata proprio sul più bello, cioè quando secondo Terzi lo "strappo", trattenerli in Italia, ci stava finalmente per mettere in una posizione di vantaggio rispetto all'India, mentre stavamo acquisendo sostegno internazionale sia sulla richiesta di arbitrato che contro la rappresaglia indiana. «Avevamo finalmente da noi, in patria, i due fucilieri di marina in una cornice legale che consolidava la giurisdizione del nostro Paese e la consolidava in modo inequivocabile. L'azione diplomatica con i nostri principali partners aveva acquisito forti consensi e ancor più dopo la revoca dell'immunità al nostro ambasciatore. E la coerenza della linea intrapresa dal Governo nella tutela dei valori fondamentali per il Paese, per le Forze armate, dei nostri interessi economici e dei nostri connazionali espatriati, attirava nella comunità internazionale ampio e crescente sostegno». Proprio in quel momento così promettente, sostiene Terzi, il governo ha deciso di rimandare indietro marò dietro assicurazioni da parte indiana ritenute «idonee» (da De Mistura).
La gestione della crisi è stata disastrosa fin dall'inizio. E' stata sottovalutata la fermezza della posizione indiana: ci veniva spiegato dai conoscitori di quella realtà che si trattava di strumentalizzazioni politiche interne che si sarebbero in breve tempo sgonfiate. Basso profilo, dunque, riservatezza, rispetto. Più appariva evidente che si trattava di una questione politica, di interesse e dignità nazionale, più si negava, tentando di venirne a capo con una miope linea tecnico-giuridica, e ritardando il coinvolgimento di organismi internazionali, mai preteso con la necessaria convinzione. Fino al vero e proprio pasticcio finale. La decisione di trattenere i marò ci ha esposti ad una brutta figura, perché per far valere i suoi diritti l'Italia aveva dovuto ancora una volta dar prova della propria inaffidabilità. Ma per quanto discutibile, almeno i marò erano a casa e i reiterati inganni degli indiani in qualche modo costituivano un'attenuante.
Peccato che la svolta è stata eseguita in modo così maldestro e dilettantesco, senza adeguata preparazione, né sul piano legale né dal punto di vista diplomatico e politico, tanto che ci siamo fatti trovare del tutto impreparati e scoperti dalla dura rappresaglia delle autorità indiane, senza alleati al nostro fianco. Ma una volta intrapresa quella strada, e soprattutto dopo la plateale violazione da parte indiana della convenzione di Vienna sulla intangibilità degli ambasciatori, calarsi le brache è stata una toppa peggiore del buco, come quell'arbitro che per riparare un torto commette un errore ancora più eclatante. Una prova di incompetenza, cinismo e meschinità senza pari.
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Wednesday, March 27, 2013
Friday, February 17, 2012
Riforma Di Paola un modello per la PA
Le polemiche su Sanremo e Celentano scaldano di più, ma in questi giorni è stata annunciata una seria riforma dello strumento militare, forse la prima riforma strutturale della spesa di questo governo. Un intervento di razionalizzazione come non se ne vedevano da anni e i cui principi guida - incredibile! - per una volta sono quelli giusti e, anzi, andrebbero estesi a tutto il resto della pubblica amministrazione: meno personale, più operatività e investimenti (quindi tecnologia). E' noto infatti come le nostre amministrazioni pubbliche a tutti i livelli assorbano troppe risorse per il personale - che spesso eccede le reali esigenze dell'ufficio, è pressoché inamovibile e sottoutilizzato - rimanendo invece carenti nelle loro funzionalità e negli investimenti.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
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