Anche su Notapolitica e L'Opinione
Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.
Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.
Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.
I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.
Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.
Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.
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Tuesday, September 24, 2013
Friday, May 17, 2013
Governo, andamento troppo lento
Anche su Notapolitica
Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.
L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.
L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.
Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.
L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.
L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
«Proporre all'Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l'Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell'ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell'economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all'anno per tre anni».E' la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall'Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo. Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore.
L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.
Friday, October 26, 2012
Socialismo cattolico in carrozza con Montezemolo
Il flirt tra Fermareildeclino e ItaliaFutura si conclude così: alle idee liberiste Montezemolo ha preferito la potenza organizzativa dell'associazionismo cattolico-solidarista, quello che chiamo socialismo cattolico; a Giannino ha preferito Bonanni, la Cisl, le Acli, insomma il mondo di Todi, che da mesi era alla ricerca di "mezzi" per un impegno politico diretto, che non fossero però i vecchi arnesi Pdl, Udc e Pd, né un nuovo partito cattolico.
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Hanno finalmente trovato un "passaggio", e sono saliti sulla "carrozza" di Montezemolo, che negli anni ha sfornato più di un manifesto-appello, una lunga sequenza di testi sempre più annacquati fino ad arrivare a quello democristiano di oggi, che è davvero una presa in giro. Serve sostanzialmente a sancire la nuova alleanza di interesse, con un elenco di firmatari che sembra una lista elettorale già scritta, ma nulla dice di concreto su come riformare il paese. E certo avere la Cisl, primo sindacato nel pubblico impiego, tra gli azionisti di maggioranza non promette grandi spinte al cambiamento nella pubblica amministrazione e nella scuola.
Dietro la retorica anti-partitica e una pretesa «apertura alla società civile», va di moda invocarla anche se nella definizione può rientrare tutto o niente, sono riconoscibili specifici e molto particolari interessi - legittimi, per carità. Da notare che c'è subito una forte presa di posizione contro i «conflitti di interesse», come se molti dei firmatari non fossero espressione di associazioni e cooperative che hanno, ovviamente e legittimamente, i loro interessi economici.
Tra le tante ovvietà, si guarda all'avvento di una «Terza Repubblica», senza nemmeno delinearne i tratti istituzionali che si auspicano abbia, e si rivendica una «continuità» con il governo Monti, per «una stagione di riforme di ispirazione democratica, popolare e liberale». Il nuovo soggetto, insomma, ha la pretesa di professarsi allo stesso tempo democratico, popolare e liberale (culture politiche molto diverse che si dividono quasi tutto lo spettro politico, come accade nel PE). Un po' di tutto, e molto di niente, perché l'importante è esserci, a prescindere dal cosa fare, per un mondo non più disposto a delegare la rappresentanza dei propri interessi.
Il flirt con Fermareildeclino era coinciso con la fase di maggiore impronta riformatrice e liberale di ItaliaFutura. Comprensibile quindi un certo "stupore" nel vedere come dall'oggi al domani si sia trasformata (con un input di certo calato dall'alto, a proposito di democrazia e trasparenza interna) in un'operazione centrista, una ridotta di catto-solidaristi, con un manifesto moderatissimo quando lo stesso Monti ha spiegato che al nostro paese servono riforme radicali e non moderate.
Quanto a FiD, premetto che non ho aderito, pur coindividendo (quasi) tutto il programma, perché nonostante le ottime idee e persone per ora non mi sembra un soggetto in grado di sviluppare alcuna prospettiva politica, quindi condannato all'isolamento e al velleitarismo. Magari maturerà, ma non intende "sporcarsi le mani". Nel caso specifico però, per come la vedo da fuori, è ItaliaFutura che ha deciso di volgersi da tutt'altra parte, anzi forse proprio di scrollarsi di dosso FiD, e non Giannino e compagni ad aver fatto gli schizzinosi. A questo punto, se proprio bisogna "sporcarsi le mani", perché altrimenti non si va da nessuna parte - e io credo che sì, bisogna sporcarsele - tanto vale farsi coraggio e partecipare alle primarie del Pdl, almeno andare a vedere il bluff, piuttosto che salire in carrozza con Montezemolo e Bonanni.
UPDATE ore 17:40
In questo post Andrea Romano smentisce la ricostruzione di Oscar Giannino, che sarebbe stato messo a conoscenza del testo del manifesto due settimane prima e non all'ultimo momento. Al di là di come siano andate le cose tra di loro, mi pare che effettivamente il punto sia il giudizio sul governo Monti, come spiega Romano: da superare, per Giannino e i suoi, da assicurarne la "continuità", per i montezemoliani. Resta da capire 1) quale sia realmente, in concreto, l'agenda Monti se il professore non chiederà esplicitamente agli italiani di essere rimandato a Palazzo Chigi; 2) quali siano, in concreto, le riforme che sosterrà l'alleanza Montezemolo-Todi; 3) come si possa pensare di riformare il paese con uno dei sindacati che ha opposto resistenza persino alle timide riforme avanzate dal governo Monti in questo scorcio legislatura (per non parlare dei danni di cui si è reso responsabile nei decenni).
Thursday, October 18, 2012
Anche Monti, come Berlusconi, fregato da Tesoro e Ragioneria?
Prima la Repubblica, poi il Sole24 Ore, prosegue l'offensiva mediatica del ministro del Tesoro Grilli per difendere la legge di stabilità dalle numerose critiche di queste ore – sulla retroattività del taglio alle agevolazioni fiscali, sulla tentata stangata ai disabili e ai servizi ad essi dedicati, così come sui tagli alla sanità. Ma nel complesso, l'obiettivo comunicativo di cui abbiamo scritto su queste pagine nei giorni scorsi – nascondere un ulteriore aumento di tasse incrociando tra di loro tagli e aumenti di imposte – può dirsi raggiunto. Ancora oggi, infatti, dopo che il testo definitivo è stato finalmente presentato alle Camere, sono oggetto di polemica le singole misure, ma dal dibattito non emerge con sufficiente chiarezza che nonostante il timido intervento sull'Irpef, nel 2013 e negli anni seguenti pagheremo complessivamente più tasse.
Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.
E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Nessun giornale ha ancora chiesto conto al ministro Grilli del saldo reale delle misure fiscali. E' vero che se si guarda alla legislazione vigente, nella quale l'aumento di ben due punti dell'Iva a partire da luglio era già stato inserito, l'aumento di un solo punto può essere presentato come una diminuzione dell'imposta, che si andrebbe ad aggiungere al mini-taglio delle aliquote Irpef e alla detassazione dei salari di produttività. Ma il suo effetto concreto, rispetto all'anno precedente, sarà di 3,3 miliardi in meno nelle tasche degli italiani e altrettanti in più nelle casse dello Stato. Non si capisce quindi come mai nessun importante organo di stampa obietti a Grilli che gli 8,7 miliardi di tasse in meno che continua ad annunciare sono in realtà 5,4 miliardi, a fronte di aumenti di imposte per circa 6,7 miliardi. Rapporto destinato a peggiorare, a legislazione invariata, dal 2014: circa 6,6 miliardi contro circa 10.
E sorprende come sia passata praticamente inosservata la grave gaffe del ministro sulla retroattività dei tagli a detrazioni e deduzioni, che è sì – ammette – una violazione dello statuto dei contribuenti, ma negli anni, spiega con stupefacente faccia tosta, le violazioni «sono la regola piuttosto che l'eccezione». Il che con tutta evidenza non giustifica affatto ulteriori violazioni, semmai le aggrava, essendo intenzionali e reiterate. E' tollerabile che un ministro ammetta candidamente di non rispettare la legge? E se i contribuenti, a loro volta, si giustificassero dicendo che negli anni l'evasione fiscale è stata la regola piuttosto che l'eccezione?
(...)
E che sia il ministro Grilli a esporsi sulla legge di stabilità, a metterci la faccia, mentre il premier sull'argomento tace da una settimana, dalla conferenza stampa al termine del Cdm del varo, potrebbe essere l'indizio di un malumore. Che il presidente Monti e altri ministri fossero davvero convinti che si aprisse la strada, o almeno un viottolo, ad una riduzione delle tasse? E' possibile che il Tesoro, dal ministro Grilli al suo gabinetto, passando per la Ragioneria generale, abbiano usato il mini-taglio dell'Irpef come cortina fumogena anche nei confronti del resto del governo, premier compreso? Congetture, certo, ma a leggere il lungo elenco di imposte e balzelli "minori", che insieme al taglio di detrazioni e deduzioni alla fine fa pendere la bilancia sul lato delle maggiori entrate, la sensazione è che mentre il Cdm decideva il senso strategico del testo puntando sulla riduzione dell'Irpef per compensare il parziale aumento dell'Iva, quindi in un gioco a somma zero, in fase di messa a punto il saldo delle misure fiscali sia stato deviato a sfavore dei contribuenti.
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Tuesday, October 16, 2012
I più intoccabili degli intoccabili
E' stata la rassegnazione più che l'indignazione la reazione della grande stampa – anche dei giornalisti da anni impegnati nella battaglia contro la "casta", intesa come ceto politico – alla sentenza con cui i giudici della Corte costituzionale hanno "salvato" gli stipendi d'oro dei magistrati, loro colleghi, e degli alti burocrati dello stato dal "contributo di solidarietà" introdotto nel 2010 dal governo Berlusconi (il 5% per la parte di stipendio compresa fra 90 e 150mila euro, e il 10% oltre i 150 mila euro), mentre anche il tetto fissato da Monti agli stipendi degli alti dirigenti pubblici (294 mila euro, non proprio bruscolini) sta incontrando resistenze formidabili, tanto che dopo oltre 6 mesi dalla sua introduzione formale, nel marzo scorso, è ancora ampiamente disapplicato.
Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.
Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.
Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
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Pur con tutte le resistenze e gli imperdonabili ritardi, la casta politica sta pagando per i propri abusi, legali o meno, di denaro pubblico: con inchieste, scandali, gogne mediatiche e, infine, taglio dei costi. Ma a quanto pare in Italia si trova sempre qualcuno più intoccabile degli intoccabili: i magistrati e gli alti burocrati, i cui stipendi sono incomparabilmente più alti di quelli dei loro colleghi di altri Paesi industrializzati, le pensioni idem, e le cui carriere procedono verso l'alto per automatismi piuttosto che per merito. Se il presidente della Corte Suprema americana guadagna 223 mila dollari (171 mila euro), e il direttore dell'FBI 141 mila dollari (110.000 mila euro), da noi il capo della Polizia Antonio Manganelli si porta via 621 mila euro e il primo presidente di Cassazione 294 mila, per fare solo alcuni esempi.
Configurandosi come tributo, osservano i giudici della Consulta, il cosiddetto "contributo di solidarietà" vìola l'articolo 3 della Costituzione, perché produce un «irragionevole effetto discriminatorio» sia rispetto agli altri dipendenti che guadagnano meno della soglia prevista, sia rispetto ai dipendenti privati, ai quali non si applica. Limitarlo ai dipendenti pubblici vìola il principio della parità di prelievo a parità di capacità contributiva. Per quanto riguarda i magistrati, inoltre, è incostituzionale anche solo il blocco degli incrementi automatici triennali dello stipendio, in quanto secondo la Corte lede la loro autonomia e indipendenza.
Per quanto la sentenza possa apparire ineccepibile tecnicamente, dal punto di vista giuridico, più che in punta di diritto verrebbe da dire in punta di cavillo, la Consulta offre il fianco all'accusa di difesa "corporativa". Impossibile non notare infatti come i giudici, dichiarando incostituzionale il tributo, abbiano difeso anche la propria busta paga. Avranno giudicato in scienza e coscienza, ma il conflitto di interessi è lampante. Più di qualche sospetto grava anche sui veri "tecnici", coloro che negli uffici di Palazzo Chigi e nei gabinetti dei ministeri aiutano a scrivere in concreto i provvedimenti, o li scrivono direttamente, e che li accompagnano lungo l'iter parlamentare. Sono gli stessi i cui stipendi sarebbero stati decurtati dal "contributo di solidarietà" (il capo di gabinetto del Ministero dell'economia prende 536 mila euro) e sorge il dubbio che non si siano impegnati più di tanto a rendere la legge inattaccabile da eventuali ricorsi e profili di incostituzionalità.
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Thursday, October 11, 2012
Legge di stabilità "politica": così Monti ribadisce di essere in campo
In modo del tutto inatteso il premier Mario Monti ha tirato fuori dal cilindro della legge di stabilità un mini-taglio delle prime due aliquote Irpef, che passano dal 23 al 22% e dal 27 al 26%. Ma il taglio delle tasse non è che un abile illusionismo, degno di un governo politico alla ricerca di consenso in piena campagna elettorale. La riduzione Irpef dal 2013, infatti, è più che compensata sia dall'aumento di un punto dell'Iva, dal 10 all'11% e dal 21 al 22%, dal prossimo luglio, che dal "riordino" delle agevolazioni fiscali e dall'introduzione dell'Irpef anche sulle pensioni di guerra e d'invalidità. Per non parlare della Tobin Tax, che se entrerà davvero in vigore non colpirà certo i grandi speculatori internazionali, quanto i normali risparmiatori.
Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.
Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.
Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Se tutto in Cdm fosse andato come da pronostici della vigilia, ieri mattina ci saremmo svegliati ascoltando dai giornali-radio la notizia che i temuti aumenti dell'Iva erano stati scongiurati. Invece, la notizia è stata: il governo taglia l'Irpef per i redditi più bassi. Se nella sostanza la pressione fiscale resterà invariata, e semmai rischia di salire ancora, la sensazione trasmessa all'opinione pubblica, attraverso la gran cassa mediatica di stampa e tv compiacenti, è che si è iniziato un percorso di riduzione delle tasse. Il che magari è anche nelle intenzioni del premier e del suo governo, ma ad oggi, alla vigilia del voto, non lo è nei fatti. Non l'Irpef, inoltre, ma l'elevatissimo costo del lavoro, il cuneo fiscale, impedirà la crescita anche per tutto il 2013, secondo tutte le più autorevoli organizzazioni internazionali, dall'Ocse al Fmi.
Il prestigiatore Monti però ha voluto lanciare lo stesso un chiaro messaggio: la sua "agenda" sta funzionando. E con orecchio attento ai malumori del ceto medio, ha voluto far capire di essere sempre più "in campo" per un bis a Palazzo Chigi. È stato lui stesso, in conferenza stampa, a decifrare il messaggio: «La disciplina di bilancio paga, conviene... abbiamo voluto dare il chiaro segnale che quando ci sono segni di stabilizzazione finanziaria ci si può permettere qualche sollievo». E il segnale sta, appunto, nell'«inizio della riduzione Irpef», nella speranza, ha aggiunto, che gli italiani vedano che la rotta «ha senso», che può portare a «benefici concreti». Una finanziaria elettorale, la si sarebbe definita in altri tempi, anche se bisogna riconoscere al professore di non aver agito con la stessa rozzezza dei governi passati.
Nel suo complesso la manovra, da 11,6 miliardi, appare più calibrata sui tagli alla spesa rispetto ai precedenti interventi del governo Monti, ma purtroppo ancora troppi risparmi appaiono destinati a nuove spese di dubbia utilità. E come al solito, quei pochi tagli che ci sono bisognerà difenderli dagli urlatori di professione e dai demagoghi della "macelleria sociale".
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Friday, July 06, 2012
Tagli poco ambiziosi, ma ora vanno difesi dai pescecani della spesa
Non si tratta del taglio della spesa pubblica che servirebbe, tale (non ci stancheremo di ripeterlo) da trasformare i risparmi in meno tasse su cittadini e imprese per far ripartire l'economia; e non è certo questo il passo con cui la Germania è riuscita a tagliare le sue spese di 5-6 punti di Pil in pochi anni. Nell'ultimo decennio la nostra spesa pubblica è cresciuta di quasi 200 miliardi; la spesa primaria, come certificato dalla Corte dei Conti, di circa il 5% in media l'anno. Ebbene, se nessuno ha notato clamorosi miglioramenti nei servizi pubblici e nelle prestazioni sociali rispetto a dieci anni fa (anzi!), vuol dire che almeno 100 di quei miliardi in più spesi si potrebbero recuperare senza "macelleria sociale".
Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Ma sapevamo che l'approccio seguito da questo governo è quello della manutenzione. Bisogna per lo meno riconoscere al premier Mario Monti di essere riuscito a non farsi spolpare il marlin appena pescato già durante la prima notte di navigazione. Al rientro in porto, però, ossia alla conversione in legge del decreto, mancano ancora parecchie notti in cui i pescecani (burocrazie, regioni ed enti locali, sindacati, partiti, demagoghi di ogni razza) ritorneranno all'assalto. E' per questo che non conviene sparare sul pianista, nonostante l’approccio poco ambizioso, il ritardo con cui il governo si è mosso (spinto solo dall'incubo spread), i dietrofront e i punti deboli.
Se non altro - dopo l'incauto rilassamento dei mesi scorsi (quando la crisi sembrava «quasi superata»), che ha contribuito al flop della riforma del lavoro - con il riacutizzarsi della tensione sul debito e la necessità di presentarsi con le carte in regola in Europa, Monti ha recuperato un certo senso di urgenza, riuscendo a superare quasi tutti i veti interni ed evitando di imbarcarsi in estenuanti trattative con sindacati ed enti territoriali, convocati solo per "comunicazioni". Non mancano, tuttavia, le retromarce: salvi i "mini-ospedali" e il fondo degli atenei, saltata la soppressione di alcuni enti, e forse anche la riduzione dei permessi sindacali e dei trasferimenti ai Caf.
Ma va detto innanzitutto che dei risparmi complessivi (4,5 miliardi nel 2012, 10,5 nel 2013 e 11 nel 2014), una parte cospicua andrà a finanziare nuove spese: nobili, come la ricostruzione nelle aree terremotate (2 miliardi), e meno nobili (altri 55 mila "esodati", che ci costeranno 4,1 miliardi nel periodo 2014-2020). E come mai, nonostante il risparmio di 10 miliardi su base annua l'aumento dell'Iva non è ancora scongiurato, ma solo ritardato di 9 mesi (luglio 2013) e ridotto dal 2014? Probabile che i brutti dati Istat sui conti pubblici nel I trimestre 2012 abbiano indotto alla cautela, ma non sarà il caso di chiedersi se non ci sia qualcosa di sbagliato nella ricetta?
Si chiama spending review, ma solo parte dei tagli è affidata a qualcosa di somigliante ad una riforma strutturale della spesa sul modello britannico. In realtà, si fa ampio ricorso ai tagli lineari, che però qui non demonizziamo affatto.
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Thursday, July 05, 2012
Cominciano a calarsi le brache anche sui tagli?
Mentre la Bce taglia di un altro 0,25% i tassi (al minimo storico di 0,75%) - insomma, Draghi sta facendo il suo dovere, lui sì - a poche ore dal Cdm che dovrebbe varare il secondo decreto di tagli alla spesa, quello più corposo, emergono le prime nefandezze che fanno temere l'ennesimo flop montiano. I sindacati piagnoni intanto i loro interessi se li sono fatti: si sarebbero salvati dai tagli, infatti, i permessi sindacali degli statali e i finanziamenti ai Caf e ai patronati. Anche i piccoli ospedali sarebbero salvi: il taglio delle strutture con meno di 80 posti letto avverrà eventualmente in un secondo momento, dopo "attenta riflessione". Il taglio praticamente diventa un "invito" alla razionalizzazione rivolto alle regioni. Scommettiamo che la stessa sorte subirà il taglio dei tribunali e delle sezioni distaccate? E' il paradigma di come viene pretestuosamente usata l'accusa dei "tagli lineari": tagliare indiscriminatamente è da infami, ma quando il governo affonda il bisturi, ecco che spunta l'autonomia, la "potestà" di regioni ed enti locali. Rinviati al terzo decreto (semmai ci sarà) anche il taglio delle Province, la sforbiciata del 20% agli enti pubblici e il riordino dei piccoli Comuni.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Per non parlare dello scandalo della Regione Sicilia, che ha più dipendenti di Downing Street (il governo dovrebbe bloccare trasferimenti e fondi finché non li riducono), e delle pensioni d'oro intoccabili (il "tetto" sarebbe incostituzionale, ha detto ieri Giarda).
Va tenuto presente, nel giudicare cosa uscirà fuori, che sul totale dei tagli previsti dal decreto (presumibilmente 7-8 miliardi tra 2012 e 2013), solo 4,2 miliardi andrebbero considerati come vera riduzione della spesa corrente, perché gli altri 3-4 servirebbero a finanziare ulteriori spese più o meno nobili: gli aiuti ai terremotati e le risorse per "salvaguardare" gli esodati.
Mentre fuori dal palazzo proseguono le rivolte (i governatori delle regioni minacciano la "rottura", gli avvocati addirittura s'incatenano e Vendola ritira fuori il solito armamentario retorico della "macelleria sociale"), all'interno è in corso l'assedio dei ministri (su tutti, immaginiamo, Balduzzi e Patroni Griffi) a Monti e a Grilli.
Peccato che il tempo stringe. In Europa si aspettano conferme della volontà e capacità dell'Italia di proseguire nelle riforme, prima di concederci qualcosa sullo scudo anti-spread, e i conti pubblici non sono poi così in sicurezza, come dimostrano i dati Istat sul I trimestre dell'anno. Gli effetti sono per lo più ancora quelli delle manovre tremontiane e comincia a farsi sentire l'esplosione del costo del nostro debito dal luglio scorso in poi.
Ma l'aumento del fabbisogno delle pubbliche amministrazioni e il calo delle entrate, per l'acuirsi della recessione, sono i prevedibili danni (solo i primi) di un consolidamento fiscale perseguito attraverso aumenti di tasse e taglio delle spese in conto capitale, quella che Draghi ebbe modo di definire come la via politicamente più facile ma anche la più sbagliata al risanamento. Per questo è urgentissimo invertire la rotta cominciando a tagliare la spesa corrente, come suggerisce da sempre la Bce. E per rilanciare l'economia le riduzioni di spesa pubblica dovrebbero essere tali da consentire una sensibile riduzione delle tasse su impresa e lavoro, ma non sembra ancora questa la strada intrapresa dal governo Monti.
Wednesday, July 04, 2012
Monti rischia il flop anche sui tagli alla spesa
Se, dopo aver battuto i pugni sul tavolo davanti alla Merkel al Consiglio Ue, arrivando a minacciare il veto sugli altri capitoli del vertice pur di ottenere un paragrafetto sullo scudo anti-spread, non si dimostrasse in grado di portare a casa un taglio significativo della spesa, Monti perderebbe molta della credibilità così ultimativamente messa sul piatto a Bruxelles. Ma come, si chiederebbero i nostri partner più severi, l'Italia viene a chiederci di cucirle praticamente addosso un meccanismo per far calare lo spread, e intanto dimostra di non procedere con la determinazione necessaria nella riforma della propria spesa pubblica? Dunque, immediati e tangibili tagli alla spesa come vera e propria condizione non scritta in cambio del firewall finanziario a lungo invocato da Monti, ma le cui modalità operative devono ancora essere fissate e dipenderanno anche dalla serietà che dimostreremo nelle riforme.
La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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La domanda chiave quindi ora è: Monti batterà i pugni sul tavolo anche al cospetto dei sindacati, dei partiti e, soprattutto, delle mille burocrazie centrali e locali?
In modo bipartisan governatori di regioni e sindaci lamentano il taglio ai servizi, piuttosto che agli sprechi, torna l'accusa di "tagli lineari", mentre anche l’Anm è in rivolta per i tagli alla giustizia e i sindacati minacciano lo sciopero generale contro i tagli nel pubblico impiego: chiedono "concertazione" e si aspettano l'applicazione dell’accordo con il ministro della funzione pubblica. Tra l'avvertimento e la minaccia, la Camusso suggerisce di «non mettere altra benzina sul fuoco» e paventa il rischio di «conflitto sociale». Ma attenzione a non farsi ingannare dalle vuvuzelas di sindacati e partiti. Le resistenze più insidiose per Monti sono quelle silenziose dei ministeri, delle burocrazie, quindi interne al suo stesso governo, con i ministri che - proprio in quanto tecnici - tendono a comportarsi più da rappresentanti corporativi del proprio settore che da manager.
Ma un errore strategico, di fondo, il governo l'ha già commesso: limitare l'obiettivo della spending review allo stretto necessario per evitare l'aumento dell'Iva da ottobre, per scudare gli esodati e far fronte alle spese per gli aiuti ai terremotati dell'Emilia. Per queste ultime due esigenze serve una cifra maggiore dei 4,2 miliardi preventivati, ha avvertito ieri Monti. Ma a quanto pare di capire difficilmente si raggiungerà l'1% della spesa pubblica al netto degli interessi sul debito. Lo schema nel quale si muove il governo, insomma, è quello della mera manutenzione, non del cambiamento di paradigma. Credibilità maggiore avrebbe avuto un grande piano triennale per ridurre la spesa di diversi punti di Pil (6-8%), come ha fatto la Germania, che avrebbe legato le mani anche al futuro governo, rassicurando così mercati e partner europei sulla rotta che l'Italia intende seguire nel post-Monti.
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Tuesday, June 05, 2012
Per lo sviluppo minestre riscaldate
Proprio non ce la fanno a stupirci i nostri tecnici e professori. Ci aspettavamo soluzioni innovative che i politici - per incompetenza o per la ricerca del consenso di breve termine - non si sono dimostrati all'altezza di concepire. Ma c'è qualcuno che ricordi un provvedimento per la crescita adottato da questo governo che non emetta una stanca eco pseudo-assistenzialista? Di tal fatta si annunciano anche le misure contenute nell'ennesimo pacchetto sviluppo.
(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".
Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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(...)
Nelle attuali ristrettezze è quanto può passare il convento. Per questo Monti è concentrato su ciò che si può strappare a Bruxelles (e a Berlino). Il terremoto, i cui danni economici sono ingenti, può rivelarsi il pretesto ideale per chiedere di allentare i vincoli di bilancio europei, appellandosi alle «circostanze eccezionali» previste dallo stesso fiscal compact. Si spera, poi, che la cancelliera Merkel ceda qualcosa su golden rule (lo scorporo della spesa per investimenti "produttivi" dal calcolo del deficit) e project-bond infrastrutturali, o che dalla Tobin tax possano arrivare fondi europei "freschi".
Ma siamo sempre lì: i nostri governi non sanno immaginare nient'altro che incentivi e infrastrutture per stimolare la crescita - politiche keynesiane nella migliore delle ipotesi, assistenzialismo appena mascherato nella peggiore - mentre non prendono nemmeno in considerazione di invertire la rotta della nostra politica fiscale, alterandone le due grandezze fondamentali: spesa pubblica e pressione fiscale. In Europa il governo Monti si prepara a proporre, per l'Italia e gli altri paesi eurodeboli, la stessa ricetta che ha così ben funzionato per il nostro Mezzogiorno. Nella migliore delle ipotesi, di tenuta dell'euro, diventeremo il Mezzogiorno depresso e assistito d'Europa.
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Wednesday, May 16, 2012
La giornata: Monti promosso a parole, rimandato nei fatti da Fmi
In Grecia sembra partita la corsa agli sportelli, la Spagna teme il contagio, mentre prosegue il pressing Ue per cercare di convincere i greci che il piano di austerità è il male minore possibile. Sembra che i greci, ormai in balìa dei demagoghi, vogliano la botte piena e la moglie ubriaca: non uscire dall'euro ma rinegoziare il piano di salvataggio. Non sono vittime di nessuno, non gli si chiede di eleggere un governo che piace a Bruxelles o a Berlino. Hanno in mano il loro destino, il che non significa però che le libere scelte non abbiano conseguenze anche severe. Ed è dovere dei vertici Ue non minacciare, ma chiarire cos'è in gioco. Democrazia è responsabilità.
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Nel duello Merkel-Hollande, alle prime mosse, sembra che si giocherà parecchio sull'ambiguità del termine Eurobond: il presidente francese li evoca, ma quelli che avrebbe posto sul tavolo della cancelliera sono i project-bond, cioè non forme di condivisione del debito ma di finanziamento di opere infrastrutturali, su cui a Berlino sono più disponibili a trattare. Monti intanto si rivolge a Obama per completare l'accerchiamento keynesiano della Merkel che avrà luogo al G8.
In Italia intanto lo stesso presidente del Consiglio che era andato in Asia a dire che la crisi, quella del debito, era ormai «quasi superata», oggi avverte che «siamo ancora nel pieno della fase uno». E ci consola poco sapere che «se la crisi dovesse tracimare, l'Italia ha la coscienza pulita». Che ce ne facciamo della coscienza pulita?
Mentre Monti ed Equitalia sono ancora nel mirino degli anarchici, il premier oggi al Forum della PA ha ringraziato «tutti i dipendenti della pubblica amministrazione che in questa fase di forti tensioni affrontano particolari criticità e persino rischi per la loro incolumità». Se «certa insofferenza è giustificata», chi è chiamato «a funzioni impopolari» merita «rispetto da parte dei cittadini». Peccato non ci sia stato un altrettanto forte richiamo al rispetto dei cittadini da parte dei funzionari, ma pazienza.
Domani su tutti i giornali le conclusioni della missione del Fmi in Italia verranno annunciate con squilli di tromba, un trionfo per Monti. L'Italia «è sulla strada giusta e ha fatto progressi notevoli negli ultimi sei mesi», addirittura un «modello» nell'Ue, è il giudizio complessivo espresso da Reza Moghadam, direttore del Dipartimento europeo del Fmi, con Monti al suo fianco. I «semi della crescita» sono stati già piantati, rivendica il professore, e da sole le riforme porteranno 6 punti di Pil nei prossimi 5-7 anni. In realtà, cercando di andare oltre l'incoraggiamento e il supporto cordiale del Fondo al governo Monti, che appare senza alternative, sono più le ombre che le luci.
Nella relazione, oltre a confermare un calo del Pil nel 2012 del 2%, ben più delle previsioni governative, si evidenziano i molti fronti su cui si è avviato qualcosa ma non si è concluso ancora niente, e quelli in cui si è fatto addirittura l'opposto. Tra le altre cose, bocciati i tempi della separazione Snam-Eni, nulla sugli ordini professionali, punto interrogativo sulla riforma del lavoro, ma soprattutto il Fmi ricorda che il consolidamento dei conti va perseguito tagliando la spesa e abbassando le tasse, l'esatto contrario di quanto fatto finora da Monti, e che l'evasione fiscale si combatte tagliando le aliquote: «Più sono elevate le aliquote più aumenta l'evasione, c'è bisogno di un riequilibrio. I tagli delle tasse ridurranno l'evasione fiscale».
Friday, May 04, 2012
Vittime di uno Stato criminogeno
Per fortuna non si è fatto male nessuno, e lo stesso procuratore capo di Bergamo ha chiarito che «non c'è mai stata una vera minaccia per gli ostaggi». Ma sarebbe sbagliato sminuire il blitz del 54enne Luigi Martinelli, che armato fino ai denti si è asserragliato nella sede dell'Agenzia delle Entrate di Romano di Lombardia prendendo in ostaggio una quindicina di impiegati. Un'azione isolata, scarsamente pianificata, ma comunque un salto di qualità nelle forme di protesta contro il fisco. Non più solo sit-in, minacce anonime o lettere-bomba. Sono sempre di più i contribuenti che escono dall'anonimato e ci mettono la propria faccia. In questo caso passando all'azione violenta in prima persona, ma più spesso compiendo atti di disobbedienza civile e persino di autolesionismo, fino al suicidio.
I casi sono così numerosi che ieri a Bologna si è svolto un corteo delle vedove dei suicidi: mariti disperati, non pazzi, tanto meno evasori. Ovviamente la violenza, contro se stessi o gli altri, è sempre inaccettabile, ma qualche domanda bisogna porsela se solo in Italia si muore di tasse, se gli imprenditori si suicidano non per debiti ma per crediti, il più delle volte vantati nei confronti della pubblica amministrazione.
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I casi sono così numerosi che ieri a Bologna si è svolto un corteo delle vedove dei suicidi: mariti disperati, non pazzi, tanto meno evasori. Ovviamente la violenza, contro se stessi o gli altri, è sempre inaccettabile, ma qualche domanda bisogna porsela se solo in Italia si muore di tasse, se gli imprenditori si suicidano non per debiti ma per crediti, il più delle volte vantati nei confronti della pubblica amministrazione.
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Wednesday, March 28, 2012
Equitalia non può lavarsene le mani
Anche su L'Opinione
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Davvero Equitalia può far finta di niente se recapita cartelle esattoriali in cui si esigono interessi non dovuti? Può trincerarsi dietro al fatto che a determinare l'entità della somma sono gli enti locali? L'esattore pubblico può non curarsi della legittimità delle sue pretese, come qualsiasi picciotto mandato a riscuotere il pizzo? E' esattamente ciò che ha sostenuto davanti alle telecamere delle Iene, su Italia1, il presidente di Equitalia Attilio Befera.
Il caso è quello delle maggiorazioni nelle cartelle esattoriali originate da multe e sanzioni amministrative non pagate. Interessi del 10%, che scattano ogni semestre a partire dal mancato pagamento o dalla mancata opposizione alla sanzione entro i 60 giorni dalla notifica. Una sentenza della Corte di Cassazione del 16 luglio 2007, ma rimasta ben nascosta negli armadi pieni di scartoffie del Palazzaccio, ha dichiarato illegittimi tali interessi, stabilendo che va applicata «l'iscrizione a ruolo della sola metà del massimo edittale e non anche degli aumenti semestrali del 10%. Aumenti, pertanto, correttamente ritenuti non applicabili». Per 5 anni, tuttavia, i Comuni ed Equitalia hanno ignorato la sentenza e continuato a recapitare cartelle esattoriali con maggiorazioni a colpi del 10% ogni 6 mesi, quindi a incassare somme non dovute per milioni di euro. Finché un avvocato di Bari, Vito Franco, ha scovato quella sentenza e ha promosso migliaia di ricorsi, vincendoli.
Alle Iene Befera ha risposto che «Equitalia si occupa soltanto di riscuotere una cifra, che è quella indicata dal Comune». Come dire: noi facciamo quello che ci dicono di fare. «Siamo disponibilissimi a rinunciare a quella parte di compenso – ha aggiunto – purché il Comune ci mandi a riscuotere» la cifra legittima. Insomma, se il Comune sbaglia Equitalia non può farci niente, continuerà a mandare cartelle esattoriali nulle, in cui si pretendono interessi illegittimi. Ma è proprio così? Dalla giurisprudenza non si direbbe. Equitalia non si limita a riscuotere per altri. Sul totale, e in particolare sulle maggiorazioni applicate, ci guadagna. Dunque difficilmente può lavarsene le mani, se chiede e incassa per se stessa un compenso illegittimo.
Equitalia, così come l'ente locale per il quale agisce, rischia di incorrere nella «responsabilità aggravata» ai sensi dell'articolo 96 c.p.c., la cosiddetta "lite temeraria". Dottrina e giurisprudenza sembrano ormai ammettere l'applicabilità di questa norma al processo tributario. Il giudice può ravvisare la «responsabilità aggravata» se Equitalia resiste in giudizio, senza revocare la propria pretesa manifestamente illegittima, ma anche nel caso di atti cautelari o esecutivi emessi senza averne il diritto. E' sufficiente che abbia agito con «mala fede o con colpa grave», cioè nella consapevolezza dell'infondatezza della domanda, oppure nel difetto della normale diligenza per l'acquisizione di tale consapevolezza. Esigere interessi su una sanzione amministrativa nella consapevolezza che sono illegittimi per effetto di una sentenza della Cassazione di 5 anni prima sembra prefigurare proprio tale fattispecie. Di solito il giudice dispone la compensazione delle spese legali, ma il Tribunale di Roma, sezione di Ostia, con sentenza del 9 dicembre 2010 ha condannato Gerit Equitalia S.p.A. anche al pagamento di 25 mila euro a titolo di indennizzo, proprio ai sensi dell'art. 96, comma 3, c.p.c., ritenendo più grave la condotta pretestuosa dell'amministrazione finanziaria, che in quanto depositaria di una funzione pubblica dovrebbe a maggior ragione ispirarsi a criteri di correttezza, buona fede e diligenza.
Tuesday, March 06, 2012
Dalle semplificazioni al tassa-e-spendi
Il dl semplificazioni all'esame della Camera si sta lentamente ma inesorabilmente trasformando nel provvedimento omnibus della peggior specie, di quelli che servono solo ad ingrossare l'adipe della bestia statale. Con buona pace del presidente della Repubblica Napolitano, che solo pochi giorni fa, in un messaggio formale alle Camere, aveva esortato i parlamentari ad evitare emendamenti offtopic rispetto all'articolato di base. Eppure, dalle semplificazioni siamo al solito tassa-e-spendi, al carrozzone su cui i partiti cercano di far salire il favore a questa o a quella clientela.
Ecco quindi che le Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera non solo sanciscono lo stop ai «tagli» (o presunti tali) nella scuola, ma prevedono persino l'aumento degli organici scolastici di ben 10 mila unità, da impiegare in attività di recupero e sostegno degli alunni con bisogni educativi speciali e per estendere il tempo pieno. La copertura? Nessun problema, si preleva dal bancomat del contribuente-consumatore: 100 milioni di euro in più l'anno dall'aumento delle tasse sulla «produzione e sui consumi» di «birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico», e 250 milioni in più dai «giochi pubblici» e i «giochi numerici a totalizzazione nazionale».
Ma è lo stesso governo a partecipare all'assalto della sua diligenza, con un emendamento che istituisce la scuola sperimentale di dottorato internazionale "Gran Sasso Science Institute" (in inglese è più "cool"). Costo: 52 milioni in 4 anni per 130 studenti, 22 professori, tra ordinari e associati, 18 ricercatori e 6 amministrativi.
Ingrossare gli organici della scuola, l'immissione in ruolo dei presidi vincitori di concorso, o istituire nuovi corsi di dottorato non ha molto a che fare con le semplificazioni. In compenso alcune perle uscite dalle commissioni della Camera restano se non altro in tema. Potevano mancare delle "complicazioni" in un dl semplificazioni? Certamente no. Ecco, dunque, l'emendamento che esclude semplificazioni nei macchinosi controlli in materia di sicurezza sul lavoro e quello reintroduce l'obbligo di verificare i «requisiti morali» (?) di chi vende bevande nelle sagre, nelle fiere, o in occasione di altre manifestazioni o eventi pubblici.
Qualche misura di buon senso, a onor del vero, è stata inserita, ma si tratta più che altro di norme manifesto: l'incentivazione del cloud computing; la riduzione dei costi per l'accesso all'ingrosso alla rete fissa di telecomunicazioni, il cosiddetto "ultimo miglio"; dal 2014 comunicazioni della pubblica amministrazione «esclusivamente» tramite «canali e servizi telematici»; pagamento delle imposte di bollo per via telematica e cartelle cliniche elettroniche.
UPDATE 7 marzo, ore 12:45
Merita un approfondimento in più l'emendamento al dl semplificazioni in cui si prevedevano 10 mila nuovi posti nella scuola, da finanziare con nuove tasse, approvato ieri dalle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera. Ebbene, ieri sera in Commissione Bilancio il governo l'aveva fatto saltare. Stamattina però governo e relatori hanno trovato un accordo: in pratica, salta la tassa su birra e alcolici, inizialmente prevista a copertura delle nuove assunzioni, così come l'indicazione numerica (10 mila), ma resta la spesa. In attesa che il Ministero dell'Economia trovi il modo, entro sei mesi, di aumentare il prelievo sui giochi per reperire sufficienti risorse, «a garanzia» di eventuali aumenti di organico nella scuola, per poter ottenere l'ok della Commissione Bilancio, si mette un fondo del Miur già esistente.
Peccato che il fondo in questione sia quello sul merito, deriso quando era stato introdotto dalla Gelmini, ma che oggi scopriamo essere «corposo». Comunque vada, dunque, si tratta di una cattiva scelta politica. Si ingrossano le file del pubblico impiego o semplicemente aumentando le tasse, o sottraendo risorse agli insegnanti meritevoli, quindi contraddicendo gli sforzi per premiare il merito.
Ecco quindi che le Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera non solo sanciscono lo stop ai «tagli» (o presunti tali) nella scuola, ma prevedono persino l'aumento degli organici scolastici di ben 10 mila unità, da impiegare in attività di recupero e sostegno degli alunni con bisogni educativi speciali e per estendere il tempo pieno. La copertura? Nessun problema, si preleva dal bancomat del contribuente-consumatore: 100 milioni di euro in più l'anno dall'aumento delle tasse sulla «produzione e sui consumi» di «birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico», e 250 milioni in più dai «giochi pubblici» e i «giochi numerici a totalizzazione nazionale».
Ma è lo stesso governo a partecipare all'assalto della sua diligenza, con un emendamento che istituisce la scuola sperimentale di dottorato internazionale "Gran Sasso Science Institute" (in inglese è più "cool"). Costo: 52 milioni in 4 anni per 130 studenti, 22 professori, tra ordinari e associati, 18 ricercatori e 6 amministrativi.
Ingrossare gli organici della scuola, l'immissione in ruolo dei presidi vincitori di concorso, o istituire nuovi corsi di dottorato non ha molto a che fare con le semplificazioni. In compenso alcune perle uscite dalle commissioni della Camera restano se non altro in tema. Potevano mancare delle "complicazioni" in un dl semplificazioni? Certamente no. Ecco, dunque, l'emendamento che esclude semplificazioni nei macchinosi controlli in materia di sicurezza sul lavoro e quello reintroduce l'obbligo di verificare i «requisiti morali» (?) di chi vende bevande nelle sagre, nelle fiere, o in occasione di altre manifestazioni o eventi pubblici.
Qualche misura di buon senso, a onor del vero, è stata inserita, ma si tratta più che altro di norme manifesto: l'incentivazione del cloud computing; la riduzione dei costi per l'accesso all'ingrosso alla rete fissa di telecomunicazioni, il cosiddetto "ultimo miglio"; dal 2014 comunicazioni della pubblica amministrazione «esclusivamente» tramite «canali e servizi telematici»; pagamento delle imposte di bollo per via telematica e cartelle cliniche elettroniche.
UPDATE 7 marzo, ore 12:45
Merita un approfondimento in più l'emendamento al dl semplificazioni in cui si prevedevano 10 mila nuovi posti nella scuola, da finanziare con nuove tasse, approvato ieri dalle Commissioni Affari costituzionali e Attività produttive della Camera. Ebbene, ieri sera in Commissione Bilancio il governo l'aveva fatto saltare. Stamattina però governo e relatori hanno trovato un accordo: in pratica, salta la tassa su birra e alcolici, inizialmente prevista a copertura delle nuove assunzioni, così come l'indicazione numerica (10 mila), ma resta la spesa. In attesa che il Ministero dell'Economia trovi il modo, entro sei mesi, di aumentare il prelievo sui giochi per reperire sufficienti risorse, «a garanzia» di eventuali aumenti di organico nella scuola, per poter ottenere l'ok della Commissione Bilancio, si mette un fondo del Miur già esistente.
Peccato che il fondo in questione sia quello sul merito, deriso quando era stato introdotto dalla Gelmini, ma che oggi scopriamo essere «corposo». Comunque vada, dunque, si tratta di una cattiva scelta politica. Si ingrossano le file del pubblico impiego o semplicemente aumentando le tasse, o sottraendo risorse agli insegnanti meritevoli, quindi contraddicendo gli sforzi per premiare il merito.
Friday, February 17, 2012
Riforma Di Paola un modello per la PA
Le polemiche su Sanremo e Celentano scaldano di più, ma in questi giorni è stata annunciata una seria riforma dello strumento militare, forse la prima riforma strutturale della spesa di questo governo. Un intervento di razionalizzazione come non se ne vedevano da anni e i cui principi guida - incredibile! - per una volta sono quelli giusti e, anzi, andrebbero estesi a tutto il resto della pubblica amministrazione: meno personale, più operatività e investimenti (quindi tecnologia). E' noto infatti come le nostre amministrazioni pubbliche a tutti i livelli assorbano troppe risorse per il personale - che spesso eccede le reali esigenze dell'ufficio, è pressoché inamovibile e sottoutilizzato - rimanendo invece carenti nelle loro funzionalità e negli investimenti.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
Non fa eccezione la Difesa, che anzi ha un'aggravante: troppi generali e ufficiali, poca truppa. Intervenendo dinanzi alle Commissioni Difesa di Camera e Senato il ministro Giampaolo Di Paola ha innanzitutto riportato le reali grandezze del bilancio della difesa. La sua «incidenza» sul bilancio dello Stato è calata del 30% in dieci anni. La media europea di spesa per la «funzione difesa» rispetto al Pil è stata nel 2010 dell'1,61%, mentre in Italia dello 0,9%. E' prevista nei prossimi anni un'ulteriore contrazione del bilancio, ma a far soffrire il nostro strumento militare è soprattutto il suo strutturale sbilanciamento. Il ministro ha parlato di «ipertrofia dimensionale e ipotrofia funzionale». Se la spesa per il personale assorbe in media nei Paesi europei il 51% del bilancio della difesa, in Italia se ne porta via il 70%. Se in media si spendono 26 mila euro per militare, in Italia solo 16 mila. Qualsiasi struttura organizzativa che distribuisce in questo modo la propria spesa è «destinata a sprecare risorse senza produrre output», avverte il ministro e ammiraglio Di Paola. L'obiettivo quindi è arrivare gradualmente, in una decina d'anni, ad una distribuzione ritenuta ottimale del bilancio della difesa: il 50% destinato al personale, il 25% all'operatività e un altro 25% agli investimenti.
Ecco che il ministro Di Paola promette quindi di intervenire con il bisturi. Sia pure spalmate in dieci anni, le riduzioni di personale previste sono considerevoli: meno 33mila militari (da 183mila a 150mila) e meno 10mila impiegati civili (da 30mila a 20mila). Una riduzione pari a circa il 20% del personale totale, cui si arriva tagliando gli ingressi del 30%, ma anche attraverso le uscite. E i tagli riguarderanno in misura maggiore generali e ammiragli (-30%). Previsto anche il taglio del 20-30% delle strutture in 5-6 anni: dismissioni di caserme e basi militari e riduzione delle unità, seguendo la logica meno mezzi ma più tecnologici e rapidamente impiegabili.
Ciò che sembra contraddire le linee guida illustrate dal ministro (più investimenti e tecnologia) è il ridimensionamento di 1/3 del programma dei caccia multiruolo F-35. Qualcuno l'avrebbe voluto cancellare del tutto, senza considerare non solo che l'Italia è in prima fila nel progetto a livello industriale e quindi occupazionale, ma anche che questi aerei non andrebbero ad aggiungersi a quelli esistenti nella stessa classe, quella cioè dei cacciabombardieri, bensì a sostituirli perché obsoleti. Nell'arco dei prossimi anni infatti Tornado e Amx andranno in pensione e cancellare il programma degli F-35 avrebbe significato non sostituirli affatto, quindi rinuciare completamente alla componente aero-tattica, essenziale per qualsiasi struttura di difesa. Qui il ministro però ha concesso qualcosa alla demagogia e tagliato di circa il 30% il programma: verranno acquistati 90 caccia F-35 invece di 131 come previsto inizialmente. La spesa complessiva di 15 miliardi fino al 2026 si ridurrà così di 5 miliardi.
Gli altri settori e livelli della pubblica amministrazione non sono dotati degli stessi strumenti normativi per intervenire così incisivamente sul personale, ma ciò non toglie che lo schema 50-25-25 per distribuire la spesa tra personale, funzionalità e investimenti possa rappresentare anche per essi un modello ottimale verso cui tendere.
Friday, February 10, 2012
Se Monti prova a fare il broker
L'attenzione mediatica è giustamente concentrata sulla calorosa accoglienza riservata a Mario Monti a Washington dal presidente Obama, che evidentemente punta sull'autorevolezza del nostro premier sia per non vedere l'Italia fare la fine della Grecia, uno scenario catastrofico per tutti, sia aspettandosi che sia in grado di mediare con Berlino per ammorbidire le politiche di austerity che i tedeschi stanno imponendo ai membri Ue. Per la visione economica prevalente alla Casa Bianca, infatti, il rigore fiscale provoca di per sé recessione, mentre la spesa alimenta la crescita, e in un anno elettorale Obama non può permettersi una recessione troppo accentuata in Europa, perché danneggerebbe anche la ripresa Usa, compromettendo le sua probabilità di rielezione. E' ovvio che rispetto agli ultimi mesi di Berlusconi, in totale crisi di credibilità e paralisi dell'attività di governo, Monti sembra in grado sia di introdurre importanti riforme sul fronte interno, sia di temperare carenze ed eccessi della politica europea.Ma gli elogi unanimi sono ancora un'apertura di credito piuttosto che un giudizio sull'efficacia del suo operato di governo. «Impressionanti» non sono i progressi, direi timidi, compiuti dal governo dei tecnici, semmai i debiti della pubblica amministrazione, che ammontano a 70-100 miliardi, secondo alcune stime, ma che non sono contabilizzati nel debito pubblico nazionale. E' come se lo Stato italiano fosse già fallito e avesse arbitrariamente deciso a quali creditori far pagare il suo fallimento: le imprese che hanno lavorato per lui (alle quali però chiede di pagare le tasse per le fatture che non ha onorato).
Poi ci sono le semplificazioni giornalistiche, come quella del Time, che per la copertina della sua edizione europea sceglie proprio Monti, come «l'uomo che può salvare l'Europa». Ma com'è possibile che l'uomo alla guida dell'economia definita solo tre mesi fa «la più pericolosa del mondo» oggi sia in grado addirittura di «salvare l'Europa»? Ammesso, e non concesso, che in queste settimane il governo abbia davvero fatto passi da gigante, di tutta evidenza l'economia italiana non ha ancora iniziato quel processo di trasformazione necessario perché possa tornare a crescere ad un ritmo sostenuto. La buona stampa e la buona fama di cui sta godendo il nostro premier si deve in parte allo scarto che si percepisce con la caduta verticale di credibilità e l'immobilismo che ha contraddistinto l'ultimo Berlusconi, in parte all'impellente bisogno che si avverte in tutta Europa, e non solo, di nuovi leader capaci di prendere in mano le redini della situazione, avendo Merkel e Sarkozy così profondamente deluso le aspettative degli osservatori.
Insomma, più che sui fatti, sulle riforme (che speriamo arrivino presto), l'Italia si sta tenendo in piedi grazie all'autorevolezza personale di Monti, alla sua capacità di muoversi in Europa e dialogare con il mondo finanziario, all'azione incisiva della Bce di Mario Draghi, ai progressi fatti in sede Ue su fiscal compact ed ESM e ai timidi spiragli di soluzione della crisi greca. A ciò si devono i circa 100 punti di spread in meno rispetto alle scorse settimane.
Va dato atto a Monti di aver saputo in queste settimane dosare sapientemente le armi a sua disposizione per rappresentare nel migliore dei modi le chance dell'Italia di farcela. Non potendo in poco tempo (né probabilmente volendo) rivoluzionare davvero la baracca Italia, ha usato un mix tra serrata azione di governo, protagonismo sul fronte europeo, e messaggi al mondo finanziario, tutto al fine di calmierare gli interessi sul nostro debito pubblico, in attesa – speriamo – di implementare le vere riforme. Lo scopo principale del suo viaggio in Usa, infatti, come quello a Londra, non è tanto piacere a Obama, ma convincere la City e Wall Street (nonché i media di riferimento delle due principali piazze finanziarie mondiali) a comprare i nostri titoli, a prestare fiducia al "rischio Italia", a investire nel nostro Paese. I tassi sono ancora alti e offrono ampi margini di guadagno, considerando che il sistema è "solido"; l'economia si sta aprendo e offre buoni affari (pensiamo solo allo scorporo di Snam rete gas da Eni).
Basta fare attenzione all'agenda delle visite. Prima, giovedì, gli incontri del viceministro del Tesoro Grilli con la comunità finanziaria Usa; poi l'analisi economica di Monti al PIIE sullo stato dell'Europa, dell'euro, e dell'Italia. E per concludere il board editoriale del New York Times, Bloomberg, la CBNC, ma soprattutto il New York Stock Exchange. Simili le tappe a Londra: prima la London School of Economics, poi la London Stock Exchange. E a coronamento dell'"operazione fiducia" le interviste a Financial Times e Wall Street Journal. Più che un premier, più che un riformatore, forse abbiamo trovato un buon broker per i nostri titoli di Stato.
Thursday, September 29, 2011
Qualcuno è disposto a metterci la faccia?
Dunque ecco la lettera più ricercata dell'estate. La lettera del 5 agosto, a firma Trichet-Draghi, con la quale la Bce suggeriva al governo italiano le misure da prendere - e da far approvare dal Parlamento «entro la fine di settembre 2011» - per la crescita economica e la stabilità finanziaria. Pochi giorni dopo, mentre cresceva la sfiducia dei mercati sui nostri titoli di Stato, e si allargava paurosamente lo spread con quelli tedeschi, la Bce iniziava gli acquisti dei nostri titoli sul mercato secondario per allentare la pressione e tenere lo spread sotto quota 400. Nella seconda manovra estiva, quella ferragostana, e nelle settimane successive fino ad oggi (fine settembre), il nostro governo ha dato seguito alle preziose indicazioni contenute nella lettera della Bce? La risposta è senza alcun dubbio no.
E non si può certo sostenere che la Bce abbia chiesto la luna, oppure indicato ricette stravaganti. Si tratta in gran parte delle misure, di cui si discute da anni, che tutti sanno essere inevitabili ma che nessuno riesce ad adottare perché vanno a toccare privilegi corporativi e previdenziali, sacche di assistenzialismo, monopoli e caste. Davvero nulla di nuovo per chi legge abitualmente questo blog, dove si parla fino alla nausea di argomenti come liberalizzazioni e pensioni. Fin dalla presentazione della prima manovra, quella di luglio, qui indicati come i settori in cui si doveva intervenire invece di insistere con tasse e balzelli di ogni genere. Ma vediamo nel dettaglio le riforme indicate e tentiamo di dare un voto sia all'impegno profuso dal governo per realizzarle, sia all'opposizione, valutando la sua credibilità in merito, cioè quanto sia credibile che sappia fare di meglio.
Nella sua lettera la Bce divide le misure in tre capitoli. Il primo riguarda la crescita. Chiede la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», e riguardo i primi «attraverso privatizzazioni su larga scala».
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4.
Chiede di «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione», riconoscendo tuttavia che l'accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali «si muove in questa direzione».
Voto al governo: 6-. All'opposizione: 4.
Chiede infine la «revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi». In pratica, licenziamenti più "facili", a fronte dei quali predisporre un sistema di welfare moderno che sostituisca la cassa integrazione.
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4.
Il secondo capitolo di interventi riguarda la finanza pubblica. La Bce chiede «il bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa», nello specifico intervenendo «ulteriormente sul sistema pensionistico» (pensioni d'anzianità, età di ritiro delle donne nel settore privato) e con una «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi».
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4--.
Chiede inoltre una «clausola di riduzione automatica del deficit», con «tagli orizzontali sulle spese discrezionali», e una «riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio».
Voto al governo: 6-. All'opposizione: 6-.
Terzo e ultimo capitolo dedicato alla PA. La Bce chiede «una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese» e che diventi «sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione)».
Voto al governo: 6--. All'opposizione: 4.
Infine, «un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province).
Voto al governo: 5. All'opposizione: 6-.
Se nel complesso il governo ha disatteso, almeno fino ad oggi, i suggerimenti della Bce (media voto: 5-), il guaio del nostro Paese è che appare ancor meno credibile che sia l'opposizione a far proprie quelle politiche (media voto: 4,5). Non sorprende, visto che il vero e proprio programma di governo che la Bce ci ha consegnato sembra adattarsi meglio ad un centrodestra liberale. Per questo avrebbe dovuto rappresentare un invito a nozze per l'attuale esecutivo, che invece si mostra timido, nella migliore delle ipotesi, quando non riluttante ad attuarlo.
Sarebbe però interessante (e deprimente, purtroppo) chiedere a quanti criticano il governo (e mi riferisco non solo ai partiti di opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria, agli stessi cittadini) se sono d'accordo o no con ciascuna delle misure indicate dalla Bce, e se fossero disposti a metterci la faccia. Proprio in concomitanza con la pubblicazione della lettera dei banchieri centrali, usciva su la Repubblica la lettera di Susanna Camusso, leader della Cgil, che ovviamente va nella direzione completamente opposta. E non è difficile immaginare che anche i sindacati più riformisti avrebbero parecchio da ridire su molti di quei punti. Personalmente non metterei la mano sul fuoco neanche per Confindustria.
Dalle parti del Pd, il principale partito di opposizione, si registra la solita dissociazione mentale. Per il responsabile economico del partito, Stefano Fassina, «soltanto parte delle raccomandazioni della Bce sono utili», perché è «negativa l'insistenza ideologica sulla flessibilità del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l'affidamento esclusivo alle misure supply side». Mentre per il vicesegretario Enrico Letta «i contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l'Italia dalla crisi» e «qualunque governo» succederà a Berlusconi «dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera». Peccato che il Pd dei "fatti" sia quello del referendum sull'acqua, dell'abolizione dello "scalone" Maroni, della difesa a oltranza dell'articolo 18 e degli statali, quello che scende in piazza con la Cgil e in cui le proposte di Pietro Ichino sul diritto del lavoro, la contrattazione e la pubblica amministrazione restano un'ammirevole eccezione. Per non parlare dell'alleato ingombrante che siederà alla sua sinistra: Nichi Vendola. No, non si sono sentiti cori di entusiastica adesione alle ricette della Bce. Vedremo già nelle prossime settimane se il governo saprà migliorare con i fatti il proprio "rating" rispetto ad esse.
E non si può certo sostenere che la Bce abbia chiesto la luna, oppure indicato ricette stravaganti. Si tratta in gran parte delle misure, di cui si discute da anni, che tutti sanno essere inevitabili ma che nessuno riesce ad adottare perché vanno a toccare privilegi corporativi e previdenziali, sacche di assistenzialismo, monopoli e caste. Davvero nulla di nuovo per chi legge abitualmente questo blog, dove si parla fino alla nausea di argomenti come liberalizzazioni e pensioni. Fin dalla presentazione della prima manovra, quella di luglio, qui indicati come i settori in cui si doveva intervenire invece di insistere con tasse e balzelli di ogni genere. Ma vediamo nel dettaglio le riforme indicate e tentiamo di dare un voto sia all'impegno profuso dal governo per realizzarle, sia all'opposizione, valutando la sua credibilità in merito, cioè quanto sia credibile che sappia fare di meglio.
Nella sua lettera la Bce divide le misure in tre capitoli. Il primo riguarda la crescita. Chiede la «piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali», e riguardo i primi «attraverso privatizzazioni su larga scala».
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4.
Chiede di «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d'impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione», riconoscendo tuttavia che l'accordo del 28 giugno tra le principali sigle sindacali e le associazioni industriali «si muove in questa direzione».
Voto al governo: 6-. All'opposizione: 4.
Chiede infine la «revisione delle norme che regolano l'assunzione e il licenziamento dei dipendenti, stabilendo un sistema di assicurazione dalla disoccupazione e un insieme di politiche attive per il mercato del lavoro che siano in grado di facilitare la riallocazione delle risorse verso le aziende e verso i settori più competitivi». In pratica, licenziamenti più "facili", a fronte dei quali predisporre un sistema di welfare moderno che sostituisca la cassa integrazione.
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4.
Il secondo capitolo di interventi riguarda la finanza pubblica. La Bce chiede «il bilancio in pareggio nel 2013, principalmente attraverso tagli di spesa», nello specifico intervenendo «ulteriormente sul sistema pensionistico» (pensioni d'anzianità, età di ritiro delle donne nel settore privato) e con una «riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi».
Voto al governo: 4. All'opposizione: 4--.
Chiede inoltre una «clausola di riduzione automatica del deficit», con «tagli orizzontali sulle spese discrezionali», e una «riforma costituzionale che renda più stringenti le regole di bilancio».
Voto al governo: 6-. All'opposizione: 6-.
Terzo e ultimo capitolo dedicato alla PA. La Bce chiede «una revisione dell'amministrazione pubblica allo scopo di migliorare l'efficienza amministrativa e la capacità di assecondare le esigenze delle imprese» e che diventi «sistematico l'uso di indicatori di performance (soprattutto nei sistemi sanitario, giudiziario e dell'istruzione)».
Voto al governo: 6--. All'opposizione: 4.
Infine, «un forte impegno ad abolire o a fondere alcuni strati amministrativi intermedi (come le Province).
Voto al governo: 5. All'opposizione: 6-.
Se nel complesso il governo ha disatteso, almeno fino ad oggi, i suggerimenti della Bce (media voto: 5-), il guaio del nostro Paese è che appare ancor meno credibile che sia l'opposizione a far proprie quelle politiche (media voto: 4,5). Non sorprende, visto che il vero e proprio programma di governo che la Bce ci ha consegnato sembra adattarsi meglio ad un centrodestra liberale. Per questo avrebbe dovuto rappresentare un invito a nozze per l'attuale esecutivo, che invece si mostra timido, nella migliore delle ipotesi, quando non riluttante ad attuarlo.
Sarebbe però interessante (e deprimente, purtroppo) chiedere a quanti criticano il governo (e mi riferisco non solo ai partiti di opposizione, ma anche ai sindacati, a Confindustria, agli stessi cittadini) se sono d'accordo o no con ciascuna delle misure indicate dalla Bce, e se fossero disposti a metterci la faccia. Proprio in concomitanza con la pubblicazione della lettera dei banchieri centrali, usciva su la Repubblica la lettera di Susanna Camusso, leader della Cgil, che ovviamente va nella direzione completamente opposta. E non è difficile immaginare che anche i sindacati più riformisti avrebbero parecchio da ridire su molti di quei punti. Personalmente non metterei la mano sul fuoco neanche per Confindustria.
Dalle parti del Pd, il principale partito di opposizione, si registra la solita dissociazione mentale. Per il responsabile economico del partito, Stefano Fassina, «soltanto parte delle raccomandazioni della Bce sono utili», perché è «negativa l'insistenza ideologica sulla flessibilità del lavoro e sul superamento del contratto nazionale, la completa disattenzione alla domanda aggregata e l'affidamento esclusivo alle misure supply side». Mentre per il vicesegretario Enrico Letta «i contenuti della lettera di Draghi e Trichet rappresentano la base su cui impostare politiche per far uscire l'Italia dalla crisi» e «qualunque governo» succederà a Berlusconi «dovrà ripartire dai contenuti di quella lettera». Peccato che il Pd dei "fatti" sia quello del referendum sull'acqua, dell'abolizione dello "scalone" Maroni, della difesa a oltranza dell'articolo 18 e degli statali, quello che scende in piazza con la Cgil e in cui le proposte di Pietro Ichino sul diritto del lavoro, la contrattazione e la pubblica amministrazione restano un'ammirevole eccezione. Per non parlare dell'alleato ingombrante che siederà alla sua sinistra: Nichi Vendola. No, non si sono sentiti cori di entusiastica adesione alle ricette della Bce. Vedremo già nelle prossime settimane se il governo saprà migliorare con i fatti il proprio "rating" rispetto ad esse.
Monday, May 23, 2011
La capitale reticolare era cosa seria
Uno spettacolo desolante: a pochi giorni dal voto decisivo a Milano e Napoli Pdl e Lega non trovano di meglio che accapigliarsi sull'ipotesi di trasferire al nord un paio di ministeri inutili (quelli guidati da Bossi e Calderoli, pare di capire). Niente di più lontano dagli interessi dei cittadini. Di certo né al nord né ai romani interessa la sede di qualche ministero senza portafoglio. La Lega è riuscita a svilire anche un'idea innovativa e interessante come la capitale «reticolare», che è una realtà in Germania. La Corte costituzionale federale tedesca, per esempio, ha sede a Karlsruhe, la Bundesbank a Francoforte, e molti ministeri si dividono tra Berlino e Bonn.
Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.
Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.
Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.
Decentrare non tanto i ministeri, ma autorità e poteri di controllo, direzioni di enti pubblici e di imprese a partecipazione statale, alla ricerca di una maggiore funzionalità, non dovrebbe essere tabù. Come non lo è stato e non lo è in altre importanti capitali europee. Non si vede, per esempio, perché autorità indipendenti come la Consob e l'Antitrust non potrebbero avere sede a Milano. Ma è un tema serio, che va approfondito, discusso, preparato, e non gettato come un sasso nello stagno alla vigilia di un voto amministrativo in cui è in gioco la tenuta stessa dell'Esecutivo.
Neanche come arma propagandistica si è rivelata un gran ché, perché certo l'ubicazione dei ministeri non è in cima alla preoccupazione degli elettori e, anzi, lo scontro sul tema sta offrendo un'immagine ancor più rissosa e sconclusionata della compagine governativa. Quando dai partiti di governo, Pdl e Lega, ci si aspettava che si impegnassero a "deministerializzare", e non a "ministerializzare" oltre Roma anche il resto d'Italia; e che cominciassero come promesso a defiscalizzare, mentre solo dopo tre anni di governo il ministro Tremonti scopre che le «ganasce fiscali» (che lui stesso ha implementato) stanno soffocando la nostra già timida ripresa. Dal Senato federale e dal federalismo fiscale, dalla riduzione dei ministeri, delle province e dei loro costi, insomma dalle riforme epocali, siamo passati al reclamo delle stoviglie: un po' a me un po' a te.
Non credo proprio che la principale preoccupazione dei cittadini di Milano sia accollarsi il peso di qualche corpaccione ministeriale. No, non credo proprio. Anzi, se fosse una prospettiva seria ne sarebbero preoccupati. Ma siccome non è seria, sono avviliti, disgustati, e domenica non andranno a votare. Il centrodestra va incontro ad un massacro che con un poco più di sale in zucca poteva essere evitato.
Friday, December 03, 2010
Tony, ci manchi/10 - Come si fanno le vere riforme
Una delle lezioni più limpide che si ricava dalla lettura delle memorie di Tony Blair ("A Journey") risulta particolarmente preziosa per i governi che vogliano introdurre delle profonde riforme. Un aiuto molto concreto dall'esperienza maturata da chi delle riforme ha saputo fare il suo tratto politico distintivo. Innanzitutto, il metodo: bisogna essere consapevoli del fatto che senza toccare le strutture non si riusciranno mai ad elevare gli standard qualitativi di un servizio pubblico, quale che sia il settore:
«All'inizio abbiamo governato con un chiaro istinto radicale ma, essendo inesperti, non sapevamo bene dove avrebbe dovuto portarci quell'istinto in termini di specifiche decisioni politiche. In particolare, ritenevamo possibile separare le strutture dagli standard, ovvero, di poter mantenere i parametri del servizio pubblico e al contempo poter trasformare profondamente gli esiti generati da quel sistema. Col tempo, ci siamo resi conto di esserci sbagliati: senza cambiare le strutture, non si possono elevare gli standard, se non di pochissimo. All'inizio del secondo mandato, abbiamo ideato un nuovo modello per le riforme: volevamo trasformare la natura monolitica del servizio pubblico; introdurre la competizione; sfumare le distinzioni tra il settore pubblico e quello privato; contrastare le tradizionali demarcazioni professionali e sindacali riguardo al lavoro e agli interessi acquisiti; e, in generale, cercare di liberare il sistema, di lasciare che si rinnovasse, si differenziasse al suo interno, respirasse e divenisse più elastico... Ecco una lezione pratica sull'incedere delle riforme: la proposta è giudicata disastrosa; avanza fra tagli radicali e forti opposizioni; è impopolare; entra in vigore; e di lì a poco è come se fosse sempre esistita...»Ecco, il guaio è che in Italia di solito non riusciamo ad arrivare alla quarta fase.
«Dunque, se pensi che una riforma sia giusta, non arrenderti. L'opposizione è inevitabile, ma raramente è imbattibile. A fronte di molti detrattori vociferanti vi saranno parecchi sostenitori silenziosi. La leadership s'impernia sulle decisioni che portano a un cambiamento: se non sai gestirle, è meglio che non diventi un leader. Ma questa lezione ha una portata ancora più ampia: insegna a emergere dalla mischia, a parlare soverchiando il brusio e il chiasso, e a restare sempre, sempre concentrati sul disegno generale».E una lezione particolarmente importante riguarda il sistema universitario, considerando che proprio in questi giorni in Italia ci accapigliamo sulla riforma Gelmini. Ecco l'esperienza di Blair in proposito:
«Giunsi alla conclusione che il futuro delle nazioni sviluppate come la nostra, che fanno molto affidamento sul capitale umano, dipendeva da un sistema di istruzione superiore palpitante, dinamico e di livello mondiale... Diedi un'occhiata alle prime cinquanta università del mondo e vidi che solo alcune erano nel Regno Unito e che quasi nessuna si trovava nell'Europa continentale. L'America stava vincendo la gara, seguita a breve distanza dalla Cina e dall'India. La situazione degli Stati Uniti era particolarmente significativa. Il loro predominio nei primi cinquanta posti - e anche nei primi cento - non era frutto del caso o delle dimensioni geografiche; era evidentemente e innegabilmente dovuto alle tasse. Le università avevano uno spirito più imprenditoriale; corteggiavano gli ex studenti e ricevevano enormi lasciti; il sistema delle borse di studio permetteva di aiutare gli studenti più poveri; la flessibilità finanziaria consentiva di attrarre i docenti migliori. Gli istituti disposti a pagare di più avevano lo staff più prestigioso. Punto e basta. Il nostro insaziabile desiderio di egualitarismo aveva penalizzato anche gli atenei nelle posizioni inferiori...».Cosa ha fatto, in concreto, Tony Blair? Importanti per l'istruzione in generale sono anche le specialist school, le academy e le trust schoool, oltre al sistema di valutazione degli insegnanti, ma uno degli interventi più controversi è quello sulle rette universitarie, un modo intelligente per aumentare i fondi a disposizione delle università legandoli però alle prospettive concrete di lavoro che sono capaci di offrire ai loro studenti:
«In sintesi, noi volevamo che invece di pagare anticipatamente 1.150 sterline l'anno durante la frequenza dei corsi, gli studenti versassero una tassa variabile fino a 3.000 sterline l'anno, da stabilirsi a discrezione dell'istituto e da rimborsare dopo la laurea in base alle condizioni economiche».
«Le riforme attuate avevano dimostrato inequivocabilmente che maggiore era l'autonomia di scuole e ospedali, maggiore era anche l'innovazione; e che più crescevano la concorrenza e la facoltà di scelta, più alta era la qualità dei risultati. Soprattutto nel caso del sistema sanitario nazionale, l'apertura agli investimenti del settore privato aveva ridotto i tempi di attesa e il denaro era usato sempre più spesso a favore del paziente».Tony Blair ("A Journey")
Thursday, November 11, 2010
Crollo per eccesso di spesa pubblica
Bondi può risultare antipatico, ma se la capacità di giudizio fosse un poco serena e non offuscata dal pregiudizio, si vedrebbe in tutto il suo "splendore" la vera causa del crollo a Pompei. Si potrebbero citare i crolli - forse addirittura più gravi - delle Mure aureliane o della Domus aurea a Roma, quando c'erano sindaci e ministri dei Beni culturali di centrosinistra, di cui nessuno si è sognato di chiedere le dimissioni, ma non è questo il punto. Perché la vera causa del crollo a Pompei è - udite udite - la troppa spesa pubblica. No, non è una provocazione. Pompei in particolare, a differenza di altre aree archeologiche, è una soprintendenza speciale e gli incassi non vanno all'erario, ma entrano tutti nelle sue casse. Nel 2002 le giacenze di cassa a fine anno erano di 52 milioni, nel 2003 di 58 milioni, nel 2004 di 66 milioni, nel 2009 di 25 milioni di euro.
Il fatto evidente è che nonostante la quantità di spesa pubblica indiscutibilmente enorme che lo Stato manovra ogni anno, non riesce a svolgere le sue funzioni e i suoi compiti come dovrebbe. I soldi ci sono, sono tanti, ma vengono utilizzati male. Anzi, peggio. Vengono spesi male proprio perché sono tanti. Più lo Stato, a tutti i livelli dell'amministrazione, ha soldi da spendere, più finisce per perdere di vista il suo core business, i servizi essenziali che deve assicurare con il massimo dell'efficienza e dell'efficacia. I soldi vengono spesi per far "lavorare" le clientele dei politici, o sprecati in mille rivoli per funzioni del tutto accessorie e (qualche volta) di immagine, ma intanto viene trascurata la manutenzione ordinaria del patrimonio culturale, o quella delle strade, per citare solo due esempi. Per questo resto convinto che tagliare la spesa innesca meccanismi virtuosi di per sé.
Se le soprintendenze ritengono di aver proprio bisogno di più soldi, raddoppiassero i biglietti di ingresso ai siti e ai musei. Sarà capitato anche a voi di riscontrare come all'estero le poche e spesso insignificanti cose che hanno da far vedere se le facciano pagare a caro prezzo (dai 15 ai 25 euro). Una visita a Pompei, magari di tre giorni e con una guida, può valere tranquillamente 50 euro. Incoraggiamo visite di qualità e scoraggiamo il "mordi e fuggi", che per 11 pulciosi euro espone il sito alla massificazione.
Il fatto evidente è che nonostante la quantità di spesa pubblica indiscutibilmente enorme che lo Stato manovra ogni anno, non riesce a svolgere le sue funzioni e i suoi compiti come dovrebbe. I soldi ci sono, sono tanti, ma vengono utilizzati male. Anzi, peggio. Vengono spesi male proprio perché sono tanti. Più lo Stato, a tutti i livelli dell'amministrazione, ha soldi da spendere, più finisce per perdere di vista il suo core business, i servizi essenziali che deve assicurare con il massimo dell'efficienza e dell'efficacia. I soldi vengono spesi per far "lavorare" le clientele dei politici, o sprecati in mille rivoli per funzioni del tutto accessorie e (qualche volta) di immagine, ma intanto viene trascurata la manutenzione ordinaria del patrimonio culturale, o quella delle strade, per citare solo due esempi. Per questo resto convinto che tagliare la spesa innesca meccanismi virtuosi di per sé.
Se le soprintendenze ritengono di aver proprio bisogno di più soldi, raddoppiassero i biglietti di ingresso ai siti e ai musei. Sarà capitato anche a voi di riscontrare come all'estero le poche e spesso insignificanti cose che hanno da far vedere se le facciano pagare a caro prezzo (dai 15 ai 25 euro). Una visita a Pompei, magari di tre giorni e con una guida, può valere tranquillamente 50 euro. Incoraggiamo visite di qualità e scoraggiamo il "mordi e fuggi", che per 11 pulciosi euro espone il sito alla massificazione.
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