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Wednesday, January 16, 2013

Sullo stato di polizia fiscale nessuno è senza macchia

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Sul grado di oppressione e repressione fiscale a cui sono sottoposti gli italiani non esistono vergini o innocenti. Sul redditometro, l'ultima follia burocratica degna di un romanzo orwelliano o kafkiano (a seconda dei vostri gusti), ci sono ben in evidenza le impronte digitali sia del precedente governo, soprattutto del ministro Tremonti, che dell'attuale. Ogni tentativo di negarlo è senza vergogna, indecente.

Concepito dal governo Berlusconi, con il DL 78 del luglio 2010, articolo 22, lo strumento è stato elaborato e affinato, e infine varato, lungo tutto il 2012, cioè da Monti. E' vero, quindi, che già in quel decreto si prevedeva che la «determinazione sintetica» del reddito da parte dell'Agenzia delle entrate potesse essere fondata non solo sulle spese effettivamente sostenute, ma anche induttivamente, «mediante l'analisi di campioni significativi di contribuenti, differenziati anche in funzione del nucleo familiare e dell'area territoriale di appartenenza». In pratica, uno "studio di settore" per famiglie basato su medie statistiche di spesa tratte dell'Istat o altri enti statistici. Risulta evidente come possano essere molti i casi in cui il reddito così presunto non corrisponda al vero, lasciando però al contribuente l'onere della prova a discarico. Una rete a strascico, insomma, con i poveri tonni chiamati a giustificarsi per essere stati pescati.

E' anche vero, però, che quello stesso articolo 22 stabiliva che il «contenuto induttivo di elementi indicativi di capacità contributiva» avrebbe dovuto essere individuato, «con periodicità biennale», con un apposito decreto attuativo. Proprio quello preparato sotto il governo Monti nell'ultimo anno, varato alla vigilia di Natale e pubblicato in Gazzetta ufficiale il 4 gennaio 2013, dopo la scenografica presentazione di Befera il 20 novembre scorso. Dunque, che adesso Monti venga a dirci «fosse per me non l'avrei messo, bisogna valutare seriamente se toglierlo», è francamente di un'ipocrisia rivoltante. Non è passato un anno, non sono passati sei mesi, ma solo dieci giorni. E volendo, essendo ancora presidente del Consiglio, seppure dimissionario, potrebbe ancora sospenderlo. Ha avuto ben 13 mesi per rendersi conto del mostro che stava prendendo forma, e non sono mancate sul tema polemiche pubbliche più o meno garbate. Avrebbe potuto intervenire per modificare il redditometro proprio con lo strumento del decreto attuativo, o addirittura bloccarlo, con una semplice telefonata, o almeno dire una parola, invece di mostrarsi pappa e ciccia con Befera, salvo poi cercare di passare come quello che cade dalle nuvole, che non lo voleva, guarda caso proprio a ridosso delle elezioni. Un insulto all'intelligenza degli italiani e un esempio della peggiore politica che non sa assumersi le proprie responsabilità.

La realtà è che Monti condivide pienamente con Berlusconi e Tremonti la responsabilità politica del redditometro: ci ha messo la faccia quando sembrava popolare mostrare il muso duro contro gli evasori, sta cercando di toglierla ora che i sondaggi mostrano il contrario. E non è, purtroppo, l'unico suo tentativo di fuggire dalle proprie recentissime scelte politiche. Prima ha raddoppiato il gettito dell'Imu prevista dal governo Berlusconi, introducendo la tassa anche sulla prima casa, e lo scorso 23 dicembre ha ammonito che sarebbe "da pazzi" pensare di abolirla, minacciando che dopo un anno andrebbe reintrodotta raddoppiata, salvo poi, in questi giorni di campagna elettorale, promettere anche lui di volerla ridurre.

Dice di non aver «mai pensato ad una patrimoniale» e di voler evitare il punto in più di Iva previsto da luglio, eppure l'aumento del carico fiscale sui «grandi patrimoni» e i consumi è scritto nero su bianco sulla sua agenda. E, a proposito, secondo quanto riferisce il Corriere starebbe lavorando in gran segreto ad un'"agenda 2". Dev'essersi reso conto del clamoroso vuoto programmatico della prima. In serata è previsto un incontro con Befera: chissà se Monti intenderà sfruttarlo per un nuovo goffo tentativo di dissociazione dal redditometro. Intanto, per prima cosa, vorremmo sapere quanto è costato il suo sviluppo e quanto costerà, ogni anno, la sua applicazione. Abbiamo sì bisogno di una nuova offerta politica, ma non di un "altrocolpista" in più, di quelli che è sempre colpa degli altri.

Thursday, November 22, 2012

La guerra di Befera sempre più psicologica e ideologica

Anche su L'Opinione

Nella migliore delle ipotesi il "redditest" è inutile, quindi uno spreco di soldi pubblici. «Non cerchiamo la piccola evasione o l'errore materiale», rassicura il direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Dunque, il software non è rivolto ai contribuenti onesti, i quali possono incappare al massimo in qualche errore di dichiarazione. «Non deve terrorizzare chi già paga le tasse – spiega – ma dovrebbe essere usato da chi evade». Ma cosa se ne fa chi evade consapevolmente e sistematicamente, e quindi sa già che le sue spese non sono in linea con il reddito dichiarato? Al massimo lo utilizzerà per carpire criteri e misure usati dal fisco per circoscrivere l'area della sospetta evasione, al fine di affinare le proprie tecniche evasive, o anche solo verificare fino a che soglia può spendere il reddito evaso senza correre il rischio di insospettire troppo. Insomma, un software che paradossalmente rischia di aiutare l'evasore, piuttosto che indurlo all'adempimento spontaneo.

Il contribuente onesto, invece, che riscontrasse una "non coerenza" tra le proprie spese e il reddito dichiarato ne ricaverebbe solo ansia e allarme. Non sarebbe portato a dichiarare reddito che non ha percepito, ma potrebbe essere indotto a moderare in ogni caso le sue spese per non rischiare di finire tra i "sospetti".

Ma il redditest è solo l'antipasto del redditometro, al via dal gennaio prossimo. L'Agenzia delle Entrate potrà calcolare il reddito che le famiglie dovrebbero dichiarare alla luce delle spese sostenute, invertendo sul contribuente l'onere di provare che la spesa eccedente non è il frutto di reddito non dichiarato. L'accertamento scatta quando lo scostamento supera la soglia di tolleranza del 20%, anche se «nella prima fase saremo molto cauti», assicura Befera.

Intendiamoci: giusto concentrarsi non solo là dove il reddito viene prodotto, ma anche sulle spese incoerenti con il reddito dichiarato, per verificare che non siano frutto di evasione. Ma "assolutizzare" su una platea di 25 milioni di famiglie il concetto che le spese debbano corrispondere al reddito dichiarato per non destare sospetti è puro delirio di onnipotenza statalista.

Soprattutto in tempi di crisi, infatti, le famiglie possono sostenere i loro consumi quotidiani o spese eccezionali ricorrendo al risparmio, al credito o all'aiuto dei parenti. I mezzi più che leciti attraverso i quali con un reddito medio ci si può permettere un auto da 30 mila euro, una vacanza da sogno, una ristrutturazione di casa o l'acquisto di una seconda casa, possono essere i più disparati: risparmi accumulati in una vita, il tfr, redditi esenti, un aiuto dei genitori ai figli o viceversa, vincite ed eredità. E siccome prima di avviare l'accertamento l'agenzia è comunque obbligata ad un contraddittorio preliminare, il rischio è che milioni di contribuenti siano chiamati a spiegare casi banalissimi, con una enorme perdita di tempo e di denaro da parte di tutti, fisco in primis. Inoltre, se dal possesso e dalle spese di gestione, anche presunte, di certi beni mobili e immobili si può dedurre un certo reddito, presumendo anche i consumi quotidiani, per esempio utenze e generi alimentari, sulla base di medie Istat, senza riscontri oggettivi, si rischia di incorrere in errori clamorosi, perché tra famiglie del tutto simili e in uno stesso territorio le abitudini possono differire enormemente, determinando livelli di spesa molto diversi da quelli presunti dal fisco.

La stima secondo cui una famiglia su cinque, secondo i criteri utilizzati dal redditest, sosterrebbe spese «non coerenti» con i redditi dichiarati dai propri componenti, dimostra la fallacia del sistema e l'allarme sociale che può provocare: che farà Befera, chiamerà in contraddittorio 5 milioni di famiglie? Il direttore si raccomanda di non attribuire a questi strumenti un effetto depressivo sui consumi, ma è la logica a suggerirlo. Se passa il concetto che sostenendo spese superiori al proprio reddito si rientra automaticamente in un'area di sospetta evasione, e si può incorrere quindi nelle verifiche del caso – che possono sì avere esito negativo ma sono comunque motivo di angoscia – rischiamo che all'occultamento del reddito si aggiungano diminuzione, occultamento o delocalizzazione dei consumi.

In questo periodo di crisi e di scarsa fiducia le fasce di popolazione più benestanti possono permettersi di continuare a sostenere i consumi, la produzione e quindi l'economia. Ma se queste famiglie, la maggior parte delle quali dobbiamo presumere oneste, si convincono che spendere può procurargli fastidiose noie o un marchio d'infamia, saranno indotte o a spendere meno o, chi può permetterselo, a "delocalizzare" i propri consumi e il godimento dei propri beni. Se per recuperare una manciata di miliardi, perché tanto finora ha prodotto l'inasprimento della lotta all'evasione, perdiamo altrettanto gettito e distruggiamo posti di lavoro e interi comparti, come quello del lusso, possiamo avere la coscienza a posto ma stiamo impoverendo il paese, non gli evasori.

Friday, June 01, 2012

Non sono metodi mafiosi

Non sono metodi mafiosi. L'Agenzia delle entrate, riporta oggi La Stampa, ha spedito a 300 mila contribuenti una lettera in cui fa sapere di «aver rilevato spese apparentemente non compatibili con i redditi dichiarati», avvertendo che non è dovuta alcuna risposta alla missiva, ma che nel caso il contribuente «non fosse in grado di dimostrare la compatibilità delle spese sostenute con il reddito dichiarato, l'Agenzia delle entrate potrà procedere all'accertamento sintetico del reddito complessivo». Ma no, non è una lettera minatoria, non sono metodi mafiosi. E allega alla lettera un elenco di spese "significative", ma senza indicarne l'ammontare, nemmeno complessivo, «per tutelare la sua riservatezza». Cioè, capite l'assurdità? Per tutelare la mia privacy non comunicano l'ammontare delle mie spese in una lettera a me indirizzata. Fin troppo evidente che il vero scopo è non scoprire le "carte" che hanno in mano, cioè il bluff. Infatti, redditometro e spesometro non sono ancora attivi e le spese allegate sono talmente comuni (rette scolastiche, contributi previdenziali o la stipula di un mutuo), alcune persino dovute per legge, da non essere propriamente in odore di evasione.

E se le lettere sono "mirate", e non si tratta di sparare nel mucchio, perché non scatta direttamente l'accertamento? L'operazione è un'altra: inculcando una «sana paura», proprio a ridosso della presentazione delle dichiarazioni dei redditi, si tenta di convincere i contribuenti a dichiarare qualche euro in più, tanto per non sbagliarsi e non far insospettire il fisco. Ma no, non è estorsione, non sono metodi mafiosi. In questo modo forse si inculca negli evasori e nei contribuenti quella «sana paura» di cui parlava tempo fa Befera, ma non meravigliamoci se poi torna indietro "insano terrore". Ma no, non sono metodi mafiosi.

Passato un giorno dalla denuncia di Buffon sulla «vergogna» della giustizia-spettacolo, dei processi mediatici, del rapporto marcio, perverso tra procure e media, con le fughe di notizie e i blitz con telecamere al seguito, il circuito mediatico-giudiziario passa al contrattacco. Corriere e Repubblica tirano fuori un'"informativa" (con tanto di documenti in copia pdf) della Guardia di Finanza di Torino in cui si segnalano alcune movimentazioni di denaro "sospette" da un conto di Buffon ad una ricevitoria di Parma. Movimenti che fanno presto a diventare «puntate», «scommesse milionarie». Risalgono al 2010 e non hanno avuto seguito sul piano penale (se di scommesse si tratta, sono comunque legali) né sportivo (se di scommesse si tratta, potrebbero essere su altri campionati o altri sport). Ma tanto basta a sputtanare Buffon che aveva osato toccare i fili che legano procure e giornali. Una ritorsione in puro stile non mafioso.

Che Buffon abbia o meno scommesso sul calcio italiano (commettendo quindi un illecito sportivo), a questo punto passa in secondo piano. E' il tempismo che inquieta, il potere del circuito procure-giornali di stritolare con la gogna mediatica qualsiasi cittadino, a prescindere, che osi criticarli dovrebbe preoccupare molto di più del calcioscommesse.
La sensazione è che dall'Italia delle caste siamo passati all'Italia delle cosche.

Friday, May 04, 2012

Vittime di uno Stato criminogeno

Per fortuna non si è fatto male nessuno, e lo stesso procuratore capo di Bergamo ha chiarito che «non c'è mai stata una vera minaccia per gli ostaggi». Ma sarebbe sbagliato sminuire il blitz del 54enne Luigi Martinelli, che armato fino ai denti si è asserragliato nella sede dell'Agenzia delle Entrate di Romano di Lombardia prendendo in ostaggio una quindicina di impiegati. Un'azione isolata, scarsamente pianificata, ma comunque un salto di qualità nelle forme di protesta contro il fisco. Non più solo sit-in, minacce anonime o lettere-bomba. Sono sempre di più i contribuenti che escono dall'anonimato e ci mettono la propria faccia. In questo caso passando all'azione violenta in prima persona, ma più spesso compiendo atti di disobbedienza civile e persino di autolesionismo, fino al suicidio.
I casi sono così numerosi che ieri a Bologna si è svolto un corteo delle vedove dei suicidi: mariti disperati, non pazzi, tanto meno evasori. Ovviamente la violenza, contro se stessi o gli altri, è sempre inaccettabile, ma qualche domanda bisogna porsela se solo in Italia si muore di tasse, se gli imprenditori si suicidano non per debiti ma per crediti, il più delle volte vantati nei confronti della pubblica amministrazione.
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Tuesday, March 13, 2012

Fisco da paura

Politiche di finanza pubblica del governo Monti sotto accusa da parte di Corte dei Conti e Garante per la privacy

Anche su Notapolitica

Si sta forse incrinando il monolitico unanimismo che circonda e accoglie le scelte di politica economica del governo Monti, e in particolare quelle che riguardano la crociata contro l'evasione fiscale? Presto per dirlo, ma certo ieri due importanti istituzioni di controllo – Garante per la privacy e Corte dei Conti – hanno posto l'accento su alcune criticità delle politiche del governo che dovrebbero quanto meno ridestare lo spirito critico dei mainstream media.

I magistrati contabili non fanno politica, ma unendo i puntini ciò che emerge dalla relazione del presidente Giampaolino dinanzi alla Commissione Bilancio della Camera è un atto d'accusa alle politiche di finanza pubblica del governo. In sostanza, suggerisce una serie di misure che Monti non sta facendo e non sembra intenzionato a fare: ridurre le tasse, tagliando drasticamente la spesa, e abbattere lo stock di debito pubblico attraverso dismissioni. Il presidente della Corte dei Conti quantifica in 50 miliardi il taglio necessario per riportarci a livelli di tassazione europei. Da ricavare, ovviamente mantenendo l'equilibrio di bilancio, da una «tenace» e «severa» riduzione della spesa e dalla lotta a erosione ed evasione fiscale. Si tratta di tagli alle tasse e alla spesa dell'ordine di 3-4 punti di Pil, ben lontano dalle più rosee intenzioni del governo.

Ovviamente Giampaolino apprezza il conseguimento del pareggio di bilancio, ma avverte che «dal punto di vista della crescita fa differenza a quale livello della pressione fiscale – e quindi della spesa pubblica – quel pareggio di bilancio verrà conseguito». E osserva: «Sulla spinta dell'emergenza, le ripetute manovre di aggiustamento finanziario condotte nel 2011 hanno operato soprattutto dal lato dell'aumento della pressione fiscale, piuttosto che, come sarebbe stato desiderabile – ammonisce – dal lato della riduzione della spesa. Il risultato è che ci avviamo verso una pressione superiore al 45% del prodotto, un livello che ha pochi confronti nel mondo». Considerando che «le stime più accreditate – aggiunge – ipotizzano un livello dell'evasione fiscale dell'ordine del 10-12% del prodotto, ne consegue che il nostro sistema è disegnato in modo tale da far gravare un carico tributario sui contribuenti fedeli sicuramente eccessivo». Quindi non si può certo affermare che gli italiani nel loro complesso non pagano le tasse, visto che devolvono allo Stato il 45% della loro ricchezza, ma la pressione fiscale sull'economia regolare, sugli "onesti", sfiora il 60%, la più alta del mondo sviluppato. Per poter ridurre la pressione fiscale, in modo da aiutare il rilancio dell'economia senza compromettere l'equilibrio di bilancio, «è necessario lavorare con tenacia e determinazione alla riduzione della spesa».

«In termini complessivi – osserva inoltre la Corte dei Conti – se si assume che l'assetto fiscale "medio" europeo (Europa a 17) identifichi il benchmark cui rapportare un'evoluzione virtuosa del sistema tributario italiano, gli sgravi necessari per riportare a livello europeo il prelievo sui redditi da lavoro e da impresa dovrebbero aggirarsi attorno ai 50 miliardi di euro (32 per i redditi da lavoro e 18 per quelli d'impresa)». Si tratta di 3-4 punti di Pil. Ma considerando che «un ulteriore aumento del prelievo sui consumi non assicurerebbe più di un decimo», una «trasformazione del sistema per conferirgli un assetto "europeo" in grado di rilanciare competitività, efficienza e crescita economica resta subordinata» ad una «severa politica di contenimento e di riduzione della spesa» e alla lotta a erosione ed evasione fiscale.

Il presidente Giampaolino mette anche in guardia da una politica che punti al rientro dal debito solo attraverso avanzi primari: «Anche in condizioni di pareggio di bilancio, e per quanto il risanamento faccia flettere lo spread, ancora a lungo avremo a che fare con elevati oneri per interessi del debito pubblico. Non si può, pertanto, rinunciare a ridurre lo stock del debito attraverso la cessione di quelle parti del patrimonio pubblico non funzionali allo svolgimento dei compiti essenziali delle amministrazioni e non oggetto di tutele artistiche e simili». E osserva che per «gran parte» delle dismissioni pubbliche l'ostacolo «non consiste affatto in eventuali considerazioni strategiche, bensì in difficoltà di procedura, in resistenze burocratiche, in ritardi operativi».

Particolarmente inquietanti gli allarmi lanciati dal Garante per la privacy, Francesco Pizzetti, sulle armi di cui lo Stato si è dotato per stanare gli evasori. Bolla infatti le nuove norme volte a semplificare per l'amministrazione i controlli fiscali come «strappi forti allo Stato di diritto». La richiesta sempre più massiccia di accesso ai dati personali dei cittadini da parte degli uffici pubblici che combattono l'evasione fiscale o l'illegalità in settori come la previdenza è comprensibile, osserva, ma «è importante che si consideri questa una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto, perché altrimenti – avverte – lo spread fra democrazia italiana e occidentali crescerebbe».

«È proprio dei sudditi – ricorda Pizzetti – essere considerati dei potenziali mariuoli. È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi. In uno Stato democratico, il cittadino ha il diritto di essere rispettato fino a che non violi le leggi, non di essere un sospettato a priori». Definisce esplicitamente il suo come un «monito», perché è «in atto, a ogni livello dell'amministrazione, e specialmente in ambito locale, una spinta al controllo e all'acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno. Un fenomeno che, unito all'amministrazione digitale, a una concezione potenzialmente illimitata dell'open data e all'invocazione della trasparenza declinata come diritto di ogni cittadino di conoscere tutto, può condurre a fenomeni di controllo sociale di dimensioni spaventose». Sotto accusa anche ipotesi di recente formulate dal direttore dell'Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, come quella del "bollino" per le aziende "brave" fiscalmente: «Attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi. Attenzione ai bollini di qualunque colore siano. Le vie dell'inferno – ammonisce il Garante per la privacy – sono lastricate di buone intenzioni».

Thursday, January 05, 2012

Qualche domanda scomoda sull'operazione Cortina (fumogena)

Dopo Luca Ricolfi di stamattina - che si ribella al clima di caccia alle streghe che occulta il vero problema, il troppo Stato - arriva, dal suo blog, lo sfogo condivisibile di Oscar Giannino. L'operazione Cortina dell'Agenzia delle Entrate è stata un successo. Di sicuro mediatico, con meno certezza si può affermare però che lo sia stata anche nella lotta all'evasione fiscale.

Il comunicato ufficiale sui cosiddetti "risultati" dell'operazione infatti è furbetto e molto poco trasparente. E' certamente di grande impatto sapere che in presenza degli ispettori gli introiti degli esercizi commerciali raddoppiano o triplicano. Ma posto che non si può assicurare la presenza di un ispettore in ogni esercizio commerciale per 365 giorni l'anno, di per sé quei dati non provano nulla, non sono "risultati", semmai una utile base di informazioni da cui l'Agenzia delle Entrate può far partire la sua azione di contrasto. Vengono invece omessi (perché?) i veri risultati: quanti verbali per violazioni riscontrate sono stati redatti? Quanti accertamenti avviati? E ci diranno, tra qualche mese, con quali esiti? Tra l'altro, l'incrocio tra i bolidi e i redditi dichiarati dai rispettivi possessori si sarebbe potuto fare restando tranquillamente seduti nel proprio ufficio, facendo risparmiare i costi di trasferta all'amministrazione pubblica. E detto tra parentesi, un Suv medio, per esempio il Rav della Toyota, è perfettamente compatibile con un reddito di 30 mila euro se in famiglia ci sono due entrate, e non si può comunque escludere che si possa accumulare onestamente abbastanza capitale per poterselo permettere anche con quel reddito.

Più che un'operazione Cortina, dunque, quella dell'Agenzia delle Entrate appare un'operazione cortina fumogena, che si inserisce bene sia nella strategia delle burocrazie della riscossione di procedere a colpi di sicuro effetto mediatico contro ricchi e vip dello sport, dello spettacolo e della moda - vicende che spesso lontano dai riflettori si concludono con patteggiamenti patetici (per lo Stato) - sia nelle campagne di stampa volte a gettare fumo negli occhi dell'opinione pubblica, cui si offrono «capri espiatori su cui scaricare ogni responsabilità per i tempi duri che viviamo» mentre il vero colpevole - lo Stato - si allontana indisturbato con il malloppo.

Il problema, parlo almeno per me, non è difendere i grandi evasori, evidentemente delinquenti che vanno puniti severamente, ma è comprendere e correggere strutturalmente il fenomeno. Ciò che rende l'evasione fiscale in Italia enorme non sono i grandi evasori, ma l'evasione e il nero diffusi, di massa, alimentati sia da una pressione fiscale che pone le attività economiche fuori mercato, sia dall'estrema complessità del sistema, che rende quasi impossibile essere perfettamente in regola. Molto laicamente occorre riconoscere che se non si prosciuga questo tipo di evasione, lo Stato non avrà né la forza né la volontà di perseguire i veri grandi evasori e debellare sostanzialmente il fenomeno. Infatti, è enormemente più vessatorio con i piccoli, che oppongono minore resistenza e hanno meno mezzi per difendersi. Il danno comunicativo di queste operazioni è che offrono sì uno sfogo all'opinione pubblica, ma non favoriscono la consapevolezza che il problema principale del nostro Paese è la bassa produttività cui ci condanna il troppo Stato.