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Tuesday, September 24, 2013

Gli inganni dei guardiani della spesa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Il premier Letta avverte che non ci sta a farsi logorare. Purtroppo però il problema è che tra acconti di imposte, nuovi balzelli, rinvii, ripensamenti e gioco delle tre carte, è il suo governo che sta logorando gli italiani. Il ministro dell'economia Saccomanni si sveglia rigoroso quando si tratta di tagliare tasse o evitare nuovi aumenti, mentre si mostra molto più morbido e accondiscendente sulla spesa pubblica. L'aumento dell'Iva sembra diventato inevitabile, perché non si può certo mettere a rischio il bilancio per un miliardo, o quattro o cinque, ma la spending review può aspettare, bisogna prima nominare un nuovo commissario che se ne occupi. E i costi standard? Tutto pronto ma con calma, non c'è fretta. E le dismissioni? Prima il "road show" (per la promozione del Paese o di Letta junior?). Intanto, nonostante non ci sarebbero soldi per bloccare l'aumento dell'Iva, ne sono stati trovati a sufficienza per ulteriore spesa pubblica, dalla stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione al decreto sulla scuola, passando per i fondi alla cultura e altre micro-spese che sommate non sono così trascurabili. Insomma, la spesa pubblica sembra ormai incomprimibile (come se venissimo da anni di pesanti tagli), ma le tasse sono sempre espandibili, e i cittadini sono ormai molto più che al servizio dello Stato: sono veri e propri bancomat.

Il giochetto è chiarissimo: dietro l'alibi dei conti pubblici, della "responsabilità", dei richiami pedanti al rispetto del vincolo europeo del 3% di deficit, c'è in realtà la difesa ostinata, ad oltranza, della spesa pubblica. Nessuno chiede di sforare quel tetto: tagliare le tasse, o per lo meno evitare di aumentarle, si può trovando le necessarie coperture, tagliando la spesa. Ma se un ministro dell'economia sostiene che è impossibile trovarne in un bilancio di oltre 800 miliardi l'anno, sta implicitamente dichiarando o la sua impotenza o la sua incapacità. Delle due l'una, non si scappa. Anche perché in questi anni, le famiglie e le imprese, per far fronte non solo alla crisi ma anche alle pretese debordanti del fisco, hanno tagliato ben più dello 0,5% (tanto vale scongiurare l'aumento dell'Iva) dai loro bilanci.

Le fantastiche 7 proposte di Brunetta - tra anticipi, rinvii e una tantum - danno effettivamente il senso di qualcosa di molto precario e raccogliticcio, ma tra misure "spot" e vere riforme ci sono molteplici interventi possibili. Un intervento sulle pensioni d'oro può valere da un miliardo, nell'ipotesi più minimale, fino a una dozzina, nell'ipotesi più ambiziosa e radicale (e si può fare in modo da non incorrere nella bocciatura della Consulta). Poi ci sono gli stipendi d'oro dei manager pubblici, i sussidi troppo generosi alle rinnovabili, le province e il finanziamento pubblico ai partiti che sono duri a morire. Quindi le riforme di sistema, come la spending review "zero-based", l'adozione dei costi standard, la revisione del Titolo V, il disboscamento della selva di contributi alle imprese e di agevolazioni fiscali. Su tutto questo il governo finora non ha ancora mosso un passo.

I soldi, dunque, ci sono eccome, bisogna concludere che non tagliare, non evitare l'aumento dell'Iva, è una scelta politica, non un dato ineluttabile con cui fare i conti. Meglio aumentare l'Iva che ridurre la spesa pubblica? Lo si dica apertamente, mettendoci la faccia davanti all'opinione pubblica, ma basta con il giochetto dei soldi che non ci sono e con la retorica della "responsabilità", della "stabilità" e dei vincoli europei. La "stabilità" dell'attuale livello di pressione fiscale pur di non toccare la spesa pubblica, questo sì è massimamente irresponsabile. Invece chi vuole tagliare le tasse, anche se chiede di trovare adeguate coperture nei tagli alla spesa, viene accusato di populismo e demagogia, di propaganda, perché - si dice - non conosce davvero il bilancio e la macchina pubblica. Questa retorica, e l'indicare nell'evasione fiscale la causa prima del dissesto dei nostri conti pubblici, sono i peggiori inganni e le più efficaci strategie dei difensori della spesa pubblica.

Come ampiamente previsto, anche la polemica contro i tagli lineari si è rivelata niente più che un alibi per non tagliare. Bisogna agire selettivamente sulla spesa, ci viene spiegato, ma per farlo serve tempo, ci vuole un commissario, poi un altro; un rapporto, poi un altro, e così via. No, bisogna riabilitare i tagli lineari! Sia il governo a fissare obiettivi di risparmio ad ogni centro di spesa, in percentuali naturalmente diversificate, e siano gli enti stessi nella loro autonomia a decidere cosa tagliare. Per favorire una spending review "dal basso", per esempio, si potrebbero fissare premi economici e di carriera ai dirigenti pubblici che riescono a risparmiare, a ridurre le loro voci di spesa a parità di produttività.

Due strane coincidenze, poi, fanno dubitare dei veri motivi all'origine dell'improvviso irrigidimento sia del ministro Saccomanni, arrivato persino a minacciare le proprie dimissioni, che del premier Letta. E' avvenuto subito dopo l'incontro con il commissario europeo Olli Rehn e subito dopo il videomessaggio in cui Berlusconi, lasciando intendere di non voler staccare la spina alle "larghe intese" sulla propria decadenza, ha chiesto con forza però di fermare il «bombardamento fiscale»: la spiacevole sensazione, insomma, è che non si voglia fare qualcosa di ragionevole come scongiurare l'aumento dell'Iva solo per non accontentare il Pdl, per non concedergli altri "punti" dopo l'Imu. Ma così, per meri calcoli politici, a rimetterci sarebbero tutti gli italiani.

Thursday, July 04, 2013

Letta brinda ma non ci serve più spesa

Anche su L'Opinione e Notapolitica

Altro che brindisi! Sarà un successo forse per il governo Letta, e per l'ex premier Monti, ma per l'Italia è una beffa, l'ennesima occasione sprecata. Cerco di spiegare perché. L'apertura del presidente della Commissione europea Barroso ad una maggiore flessibilità di bilancio (ma sempre al di sotto del tetto del 3%) per quei paesi usciti dalla procedura di deficit eccessivo sembra una buona notizia, ma al di là delle apparenze è la conferma del dramma continentale che stiamo vivendo. Un'Europa che impone ai paesi in crisi un'austerità cieca, perché incapace di distinguere, ferma restando la necessità di consolidamento dei conti pubblici, tra diverse politiche economiche, tra i diversi percorsi al risanamento, più o meno recessivi, che esistono e che vengono indicati anche dal presidente della Bce Draghi.

In questo senso, le parole di Barroso sono sintomatiche di un'Europa che non sa immaginare politiche per la crescita se non all'interno della cornice della spesa pubblica: più spesa, più crescita, è l'unica equazione che sembrano conoscere non solo a Roma, ma anche a Bruxelles. Ma leggiamole attentamente le dichiarazioni di Barroso: «Quando la Commissione valuterà i bilanci nazionali per il 2014 e i risultati di bilancio del 2013, deciderà caso per caso se permettere, sempre nel pieno rispetto del Patto di stabilità, deviazioni temporanee del deficit strutturale dal suo percorso verso gli obiettivi di medio termine fissati nelle raccomandazioni specifiche per Paese». Tali "deviazioni", cioè la maggiore flessibilità di bilancio concessa, ha precisato Barroso, «dovranno essere collegate alla spesa nazionale su progetti cofinanziati dall'Ue nell'ambito della politica di coesione, delle reti transeuropee Ten o di Connecting Europe, con un effetto sul bilancio positivo, diretto, verificabile e di lungo termine».

Innanzitutto, nulla di nuovo: sapevamo già che come premio per l'uscita dalla procedura di deficit eccessivo ci sarebbe stato concesso di discostarci dagli obiettivi di medio termine per il pareggio di bilancio, ma sempre restando al di sotto del tetto del 3% imposto dal Patto di stabilità. Il che in termini concreti per noi significa - se le previsioni del Pil e del fabbisogno pubblico saranno rispettate, e se il mercato dei nostri titoli di Stato non subirà scossoni - che avremo nel 2014, tra il deficit previsto al 2,4% e il tetto del 3%, comunque da rispettare, un margine di manovra di circa lo 0,5% del Pil, ossia 7-8 miliardi.

Dove sta la beffa, dunque? Ci viene sì concesso un margine di manovra, ma ci viene anche detto come dobbiamo utilizzarlo: non per la riduzione delle tasse di cui la nostra economia ha disperato bisogno, ma per fantomatici «investimenti produttivi». E il principale criterio per attribuirgli o meno questa patente di "produttività" sarà l'essere "agganciati" a progetti cofinanziati dall'Ue, nell'ambito della politica di coesione e delle reti. Ma se gli investimenti pubblici di cui si parla fossero davvero produttivi, in quest'ultimo decennio di programmi europei il nostro Pil sarebbe schizzato alle stelle.

L'Italia ha certamente bisogno di investimenti, ma non dei cosiddetti «investimenti pubblici produttivi», che alla fin dei conti non si sono mai rivelati tali. Sia per la lentezza nell'avvio di questi progetti, e per le note difficoltà dell'Italia a spendere i fondi europei, sia perché gli "investimenti" finiscono il più delle volte ai soliti attori economici, che o sono inefficienti o non ne avrebbero bisogno. Per richiamare investimenti privati, e perché siano davvero produttivi, lo Stato deve alleggerire il suo peso sull'economia, deve abbassare le sue pretese fiscali e burocratiche. Non ci sono scorciatoie.

A parte il fatto che stiamo festeggiando, ma quel margine dobbiamo ancora conquistarcelo (ed è a rischio se la stima del Pil dovesse peggiorare ancora), oggi il premier Letta brinda, insieme ai ministri del Pdl, perché l'Ue ci concede di spendere di più quando l'Italia sta morendo proprio di questo, di troppa spesa, quindi dovrebbe esigere dall'Europa di poter utilizzare qualsiasi flessibilità di bilancio dovesse manifestarsi per ridurre la pressione fiscale, per esempio il costo del lavoro. E il Pdl non sembra accorgersi che proprio alle direttive di Barroso farà ricorso Letta per spiegare che i ristrettissimi margini che ci saranno nel 2014 non potranno essere usati per tagliare le tasse.

Wednesday, June 19, 2013

Sforare il tetto, ma per tagliare tasse e spesa

Anche su Notapolitica e L'Opinione

Ma di che stiamo parlando? Al di là del merito della questione - si può essere a favore o contro lo sforamento del tetto del 3% nel rapporto deficit/Pil imposto dall'Ue - è esattamente questa la richiesta italiana a Bruxelles. Non è una provocazione di Berlusconi: il partito dello sforamento del 3% è non solo bipartisan, ma trasversale nella società italiana. Come lo è, purtroppo, il partito della spesa.

Quando si chiede all'Europa la "golden rule", cioè lo scorporo dal calcolo del deficit dei cosidddetti «investimenti pubblici produttivi» - ed è una richiesta che sembra mettere d'accordo proprio tutti: partiti, organizzazioni imprenditoriali e sindacali, economisti da salotto tv, i giornaloni voce dell'establishment così come i fogli d'opinione di centrodestra e di sinistra - non si sta forse chiedendo il permesso di sforare il 3%?

Il ministro per gli affari europei Moavero ha spiegato alcuni giorni fa alle commissioni parlamentari competenti cosa si impegnerà ad ottenere il governo Letta dalla Commissione Ue e dal Consiglio europeo del 27 e 28 giugno: non solo di poter utilizzare il margine che si aprirà nel 2014 tra il rapporto deficit/Pil previsto (2,4%) e il tetto del 3% (quindi uno 0,5%), ma anche di dedurre dal deficit i 12 miliardi di cofinanziamenti nazionali ai 31 circa dei fondi strutturali europei ancora da spendere entro il 2015. Di sforare il tetto del 3%, insomma, come ha suggerito Berlusconi. Anzi, se Letta è sveglio i toni dell'ex premier potrebbero fargli gioco con i partner europei: "Vedete? Se non mi venite incontro, il malcontento nei confronti dell'Europa potrebbe crescere e l'alternativa al mio governo sarebbe meno affidabile".

Tanto più che il suggerimento dell'ex premier sembra riprendere quello che non più di un mese fa, il 17 maggio scorso, compariva sulla prima pagina del Corriere della Sera a firma Alesina-Giavazzi: «Quel 3% non sia un tabù». Per i due economisti non vale la pena impiccarsi alla soglia del 3%, perché dal momento che quest'anno saremo sotto d'un soffio, non ci saranno comunque margini per ridurre le imposte. La chiusura della procedura di infrazione da parte della Commissione Ue avrà un effetto quasi solo simbolico: «A parte una questione di orgoglio, non ne guadagneremmo sostanzialmente nulla. Non si riduce la disoccupazione con l'orgoglio».

Quindi suggeriscono al ministro Saccomanni di «puntare alto, non perdersi con i decimali». In pratica, di dire a Bruxelles: noi sforiamo, ma per attuare un piano, da voi verificabile, di tagli alle tasse (50 miliardi: sufficienti per abolire l'Imu sulla prima casa, evitare l'aumento Iva e a cancellare l'Irap) e alla spesa (un punto di Pil all'anno per tre anni). Certo, la Commissione non chiuderebbe la procedura di sorveglianza, dovrebbe approvare il piano e verificarne l'effettiva attuazione, ma sarebbe il "nostro" piano e, soprattutto, ben più di una speranza di tornare a crescere. «Di questo Saccomanni dovrebbe discutere a Bruxelles, non della seconda cifra decimale del rapporto deficit/Pil».

Dunque, sforare il tetto del 3% non è di per sé un peccato mortale né un'eresia. Dipende: per fare cosa? Per una pioggerellina di investimenti pubblici che gli euro-burocrati e i politici italiani ritengono «produttivi» e che hanno già dimostrato in passato di non funzionare, come grandi opere difficili da avviare o una miriade di contributi e bandi per progetti inutili? E' proprio questo, purtroppo, che il governo Letta si prepara a chiedere e l'Europa, forse, a concedere. No, grazie, abbiamo dato. Sforare, invece, ha senso solo per tagliare le tasse a cittadini e imprese.

Friday, May 17, 2013

Governo, andamento troppo lento

Anche su Notapolitica

Il Consiglio dei ministri di oggi non ha partorito alcun provvedimento degno di nota. Più che altro simbolica l'eliminazione degli stipendi di ministri, viceministri e sottosegretari che siano anche membri del Parlamento. Poi solo sospensioni (l'Imu sulla prima casa fino al 16 settembre), annunci (la riforma complessiva delle tasse sugli immobili, a settembre), e proroghe (i precari della pubblica amministrazione). Rifinanziata la Cig in deroga, perpetuando così uno strumento assistenziale che non aiuta né il sistema produttivo a ristrutturarsi né i lavoratori a cercarsi una nuova occupazione. Di una riforma complessiva del sistema degli ammortizzatori sociali – una delle urgenze del paese – nemmeno si parla. Solo una revisione dei criteri di concessione della Cig in deroga, previo il solito «dialogo» concertativo con le parti sociali, che da decenni produce solo dannose e confusionarie controriforme.

L'unica decisione di rilievo è il cambio ai vertici della Ragioneria generale dello Stato. Fuori Canzio, dentro Daniele Franco, direttore centrale dell'area ricerca economica e relazioni internazionali della Banca d'Italia. Di buono c'è che è finalmente smantellata la struttura tremontiana, molto probabilmente corresponsabile dell'immobilismo dell'ultimo ventennio. Una mossa, quindi, che da sola potrebbe valere più di una riforma, ma tutta da verificare. Dipenderà tutto da quanto il dottor Franco vorrà, e saprà, aprire un nuovo corso, rivoluzionare la Ragioneria generale, che se da un lato è irrinunciabile guardiano dei conti, dall'altra in questi anni non ha certo brillato per trasparenza, esercitando un potere d'interdizione quasi sacerdotale, basato sul ricatto di una conoscenza senza pari del bilancio pubblico. Troppo spesso le sue valutazioni sono apparse a numerosi ministri e parlamentari molto poco tecniche, anzi veri e propri giudizi politici in funzione di un approccio conservativo sul bilancio pubblico.

L'unica chance di rianimare, ma a questo punto diremmo quasi risuscitare, la nostra economia, è quella indicata sul Corriere della Sera da Alesina e Giavazzi, ed è basata su un vero e proprio shock fiscale e una profonda revisione del bilancio pubblico: meno tasse e meno spesa pubblica per 50 miliardi di euro in 3 anni:
«Proporre all'Ue un piano di riduzione immediata delle imposte: l'Imu, ma soprattutto le imposte sul lavoro. Diciamo per un ammontare dell'ordine di 50 miliardi che abbasserebbe la pressione fiscale di circa tre punti, contribuendo alla ripresa dell'economia. Contemporaneamente adottare un piano di riduzione graduale ma permanente delle spese: un punto di Pil di tagli all'anno per tre anni».
E' la via coraggiosa che i due economisti suggeriscono al premier Letta e al ministro Saccomanni di intraprendere, invece di perdersi nei decimali di punto che ci separano dal tetto deficit/Pil del 3% imposto dall'Ue. Ma implica una scelta filosofico-strategica che non sembra essere nelle corde di questo governo. Sia culturalmente, sia per la mancanza di coraggio, dal momento che significherebbe scommettere sulla crescita, quindi sulle riforme, anziché su una mera manutenzione della finanza pubblica. Credere, cioè, che si possa rientrare nella soglia del 3%, e arrivare al pareggio strutturale, attraverso la crescita del Pil e non la riduzione del numeratore.

L'esito piuttosto sterile, anche negli obiettivi annunciati, del primo Consiglio dei ministri rafforza il sospetto che l'orizzonte temporale del governo Letta sia al momento piuttosto ristretto: superare l'estate, sembra per ora l'obiettivo che si sono posti il governo e le principali forze politiche che lo sostengono, rimandando a settembre la verifica sulle reali ambizioni della "strana" grande coalizione.

Thursday, November 29, 2012

Con Monti abbiamo solo guadagnato tempo, ma non basta

Le stime diffuse dall'Ocse delineano una prospettiva nient'affatto incoraggiante per la nostra economia. Nel 2012 il calo del Pil sarà del 2,2%. Tutto sommato un dato a cui ci eravamo abituati dopo le stime del governo e di altre autorevoli istituzioni, tutte intorno al -2,4%. Ciò che preoccupa è che l'Ocse prevede una cospicua contrazione del Pil anche nel 2013 (-1%), ancor più grave sia perché tra il 2008 e il 2012 si è già contratto molto – alla fine di quest'anno il nostro Pil tornerà ai livelli del 2001 – sia perché a dispetto di una serie di misure che secondo l'esecutivo avrebbero dovuto invertire il trend e rimettere il nostro paese sul sentiero della crescita, seppur flebile. Oltre all'effetto negativo sulla disoccupazione, che nel 2013 salirebbe all'11,4%, restare in una recessione così marcata avrebbe effetti disastrosi sul deficit, che l'Ocse prevede al 2,9% nel 2013 e al 3,4% nel 2014, e che richiederebbe quindi un'ulteriore «stretta di bilancio» nel 2014 per rispettare il previsto percorso di riduzione del debito. Insomma, i sacrifici chiesti agli italiani in questo biennio sarebbero completamente vanificati.

Ma com'è possibile che a fronte dei dati impietosi della nostra economia e di prospettive ancora fosche, i rendimenti sui nostri titoli di stato siano ai minimi? All'asta di ieri il Tesoro ha collocato 7,5 miliardi di Bot a sei mesi con tassi sotto la soglia dell'1%, che non si vedevano dall'aprile 2010, mentre i decennali sul mercato secondario sono tornati ai livelli di giugno 2011. Più che ai risultati concreti e agli effetti di medio termine delle riforme avviate, l'apertura di credito dei mercati nei nostri confronti sembra legata alla credibilità personale del presidente del Consiglio, all'aspettativa di una sua permanenza a Palazzo Chigi, e al miglioramento del "mood" generale dopo le azioni intraprese dalla Bce e le decisioni prese su Grecia e Spagna.

Si può sempre sperare che i mercati tornino più o meno "irrazionalmente" – cioè senza cambiamenti strutturali nei nostri fondamentali economici – ad applicarci tassi di interesse pre-crisi. Ma ciò che emerge da queste stime sull'economia reale è che il governo Monti ci ha fatto solo guadagnare tempo. Forse nell'emergenza, con una coalizione eterogenea e i partiti in crisi, non avrebbe potuto fare di meglio, ma certo non ha alcun senso auspicare "continuità", come fanno gli "scudieri" centristi del Monti-bis. Per uscire davvero dalla crisi, non restare in balìa dell'umore dei mercati, serve altro: un risanamento virtuoso, cioè meno recessivo, sulla linea indicata da Draghi – tagli alla spesa e non aumenti di tasse – che è opposta a quella perseguita da Monti quest'anno.

Se il professore ha un'agenda per i prossimi anni, è il momento di esporla. Per ora, invece, si è limitato ad affacciarsi nell'agone politico con uscite sibilline, cerchiobottiste, da vecchio democristiano.
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Wednesday, November 07, 2012

Cuneo fiscale: a Parigi si agisce, a Roma rapporti chiusi nei cassetti

A fronte di un calo del Pil, cioè della ricchezza prodotta nel nostro paese, del 2,4% nel 2012, il governo si ritrova nei primi nove mesi dell'anno (gennaio-settembre) un aumento delle entrate tributarie del 3,8%. Siamo in recessione ma lo Stato ci guadagna. Com'è possibile? Verrebbe da pensare al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, invece si tratta di un corposo trasferimento, non tanto di ricchezza – perché di nuova non ne è stata creata – ma di risparmi dai cittadini allo Stato, una sorta di prelievo bancomat dai nostri conti corrente. Un dato che dà la misura dei sacrifici sopportati dagli italiani per chiudere i buchi di bilancio causati dalle politiche dissennate dei governi che si sono susseguiti.

L'extra-gettito si deve non all'aumento delle entrate da imposte sui redditi di impresa o personali, che sono lievemente in calo, risentendo maggiormente della crisi, ma alle imposte patrimoniali introdotte sia dal governo Berlusconi-Tremonti che da Monti: la prima rata dell'Imu e le nuove tasse su interessi e altri redditi da capitale. Ad essere colpito, dunque, è il nostro risparmio, cioè una ricchezza passata che già era stata abbondantemente tassata nel momento della sua creazione. Ma aumentano anche le ritenute dei dipendenti pubblici (+0,6%) e privati (+1,4%), il che vuol dire, al netto della disoccupazione, che la stangata fiscale si è abbattuta pesantemente anche sull'Irpef, mentre la flessione del gettito Iva (-1,4%), nonostante l'aumento di un punto percentuale delle aliquote, dimostra l'impatto profondamente recessivo delle politiche attuate.

Sarà interessante vedere che percentuale raggiungerà l'aumento delle entrate a fine anno, quando arriverà il gettito della seconda rata dell'Imu, rispetto alla percentuale di diminuzione della spesa pubblica. Vedremo, allora, in che misura Stato e cittadini avranno contribuito al risanamento.
(...)
I partiti di maggioranza, nel frattempo, hanno chiesto e ottenuto di rinunciare al mini-taglio delle aliquote Irpef inizialmente previsto dal governo nella legge di stabilità.
(...)
Che sia «meglio tagliare il cuneo fiscale piuttosto che ridurre l'Irpef», come si sente ripetere, non c'è dubbio, ma dopo gli interventi annunciati quanti soldi rimarranno? Le risorse per una sensibile riduzione del costo del lavoro potrebbero arrivare da altre voci di spesa. Peccato che siano chiusi da mesi nei cassetti dei ministeri sia il rapporto Ceriani sulla revisione organica delle agevolazioni fiscali (700 voci censite per oltre 250 miliardi, di cui solo 80 non aggredibili), sia il rapporto Giavazzi, secondo il quale sarebbe possibile ridurre da subito il cuneo fiscale di 10 miliardi tagliando i sussidi pubblici alle imprese. Il colmo è che un'operazione simile a quella proposta mesi fa da Giavazzi, per ora rimasta sulla carta, la sta per attuare la Francia di Hollande.
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Tuesday, November 06, 2012

Obama-Romney, la posta in gioco

La posta in gioco di queste elezioni presidenziali, forse le più gravide di conseguenze degli ultimi trent'anni, è molto alta e altrettanto chiara: è minacciata l'essenza stessa dell'America, l'"eccezionalismo" americano. Con altri quattro anni di Obama proseguirebbe a tappe forzate il processo di "europeizzazione" degli Stati Uniti. E il paradosso è che questo avverrebbe proprio nel momento in cui la crisi mostra il fallimento di un certo modello economico e sociale, quello europeo, caratterizzato da welfare generoso, scarsa crescita, livelli elevati di spesa pubblica e tassazione, e quindi di debito pubblico.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti si trovano di fronte a questo bivio, anche se forse è dalla fine degli anni '70 che la minaccia della decadenza non è così tangibile. Appena usciti dal decennio reaganiano o dalla "terza via" clintoniana non era certo lo spettro dello statalismo e dell'assistenzialismo stile europeo a incombere sul voto per la Casa Bianca. E in realtà non sarebbe la prima volta nemmeno se oggi gli americani scegliessero il big government. Ma forse sarebbe la volta che si assumono i rischi maggiori. Perché se nei decenni passati i poteri, le dimensioni, e quindi la spesa dello Stato federale non hanno fatto altro che espandersi, più o meno sotto tutte le amministrazioni, durante questo primo mandato di Obama deficit e debito hanno ormai raggiunto livelli europei, e a legislazione invariata proseguirebbero la loro corsa verso l'alto. Insomma, potremmo essere ad un punto di svolta: altri quattro anni delle stesse politiche potrebbero completare la trasformazione in senso europeo del modello economico e sociale americano.

Il che potrebbe essere l'esito inevitabile di un mutamento profondo di mentalità della maggioranza degli americani, oppure l'innesco di un tale mutamento. Nulla è mai davvero irreversibile, per carità, ma se il numero di coloro che godono di protezioni e sussidi da parte del governo supera una certa soglia, ovviamente complicata da determinare, tornare indietro e abbandonare il big government potrebbe divenire estremamente difficile anche per gli Stati Uniti, come avverte David Malpass oggi sul Wall Street Journal. L'esperimento Obama può essere stato interessante, ma perseverare può portare gli Stati Uniti sulla stessa strada dell'Europa, quella di un lento declino. Economico e anche, inevitabilmente, geopolitico.

A prescindere dalle diverse visioni di politica estera, infatti, gli Stati Uniti, come qualsiasi superpotenza, potranno continuare ad esercitare la loro leadership mondiale, o comunque un ruolo preminente, tale da porre un argine al disordine e scoraggiare potenziali aggressori, solo se sapranno mantenere la loro economia dinamica e creativa. Senza potere economico non si tiene testa alla Cina, non si indirizzano per il meglio i cambiamenti in Medio Oriente e altrove.

Nella sua «lettera ai miei amici europei», inguaribili entusiasti pro-Obama, Michael Ledeen spiega come mai non è un caso l'amore dell'Europa per Obama (traduzione del Foglio):
«Chiunque dia il giusto valore alla libertà deve vedere Obama come una minaccia. Vuole trasformare gli Stati Uniti in una nuova versione dell'Europa: un governo centrale, invadente, livelli alti di tassazione, regolamenti intrusivi su praticamente tutto, combinati con un indebolimento sistematico e deliberato del potere militare, e una politica estera che rifiuta di prendere posizione contro i nemici della libertà. E' triste dirlo, ma questo siete voi. Quindi si può capire perché sareste a favore di Obama: è solo un altro segno della decadenza dell'Europa. (...) Mi pare che gli europei abbiano abdicato alle loro libertà a favore dei loro governi, a patto che gli stessi garantiscano una vita facile, ben fornita di assistenza sanitaria, un sacco di ferie e nessun obbligo internazionale. (...) Non vogliamo seguire il vostro esempio».

Per tenere in vita il sogno americano, insomma, occorre interrompere l'esperimento obamiano. Romney non è certo il migliore dei candidati possibili e l'incertezza è assoluta, ma la posta in gioco è alta e se, nonostante i fondamentali dell'economia così avversi, Obama riuscisse ad essere rieletto, bisognerebbe prendere seriamente in considerazione l'ipotesi che anche negli Usa sia stato superato il "punto di non ritorno", oltre il quale la spesa pubblica condiziona la democrazia.

Wednesday, October 03, 2012

Lo dice anche la Corte dei Conti: la cura Monti non basta

Che al momento Mario Monti sia la figura che offre più garanzie come capo del governo non ci sono dubbi. Ma le formule "Monti-bis" o "agenda Monti", che ci accompagneranno per tutta la campagna elettorale, appaiono del tutto vuote. Ad evocarle sono i gruppi politici che pensano di farsi traghettare nella nuova legislatura sfruttando l'inerzia della credibilità del professore, senza alcuno sforzo di elaborazione programmatica e di rinnovamento. Lo stesso Monti, però, non può più nascondersi dietro l'impresentabilità altrui. Se è in campo, non più solo come carta d'emergenza, dovrebbe proporre la sua agenda per i prossimi cinque anni. Agli elettori non può essere chiesto un assegno in bianco, anche perché qualsiasi cosa significhi, la cosiddetta "agenda Monti" non basta a superare la crisi. Anzi, perseverando con la terapia di quest'ultimo anno nella migliore delle ipotesi ci aspetta un altro decennio di crescita bassa o nulla, con tutto ciò che comporta per la sostenibilità della finanza pubblica. Ce lo dicono i dati, e tutte le analisi più autorevoli, da quelle dell'Fmi ai puntuali giudizi dalla Corte dei Conti. Severo, quasi impietoso, quello di ieri alle Commissioni Bilancio, tanto che il ministro Grilli ha preso le difese delle politiche governative, negando che ci sia un «corto circuito» tra rigore e crescita.

Ma come già in altre occasioni, la Corte non ha messo in discussione che possano essere compatibili, si è limitata ad osservare che il «pericolo di un corto circuito» esiste a causa della composizione delle manovre correttive, per quasi il 70% fatte di aumenti di imposte e tasse, con la pressione fiscale oltre il 45% nel triennio 2012-2014, e del rinvio di interventi strutturali. L'urgenza ha indotto a ricorrere «pesantemente» al prelievo fiscale, «forzando una pressione già fuori linea nel confronto europeo e generando le condizioni per un ulteriore effetto recessivo», che «avrebbe dissolto circa la metà dei 75 miliardi della correzione prevista per il 2013».
(...)
Insomma, il rigore da solo non basta, se manca una crescita su cui appoggiare la sostenibilità di lungo periodo della finanza pubblica. Peccato che gli attuali livelli di spesa (pur al netto delle spese per interessi e investimenti fissi) e di prelievo, afferma con chiarezza la Corte, rappresentano un «drenaggio di risorse incompatibile con una efficace politica di rilancio dell’economia».

E a fronte degli effetti recessivi delle manovre, i risultati attribuiti alle cosiddette riforme strutturali appaiono largamente insufficienti per colmare il vuoto di domanda apertosi a partire dal 2007. Qualsiasi strategia per la crescita richiede «sicuramente che si apra una prospettiva di riduzione della pressione fiscale». Ovviamente senza compromettere la tenuta dei conti. Ma l'intervento che la Corte dei Conti suggerisce sulla spesa pubblica per liberare risorse da destinare al taglio delle tasse va oltre la mera manutenzione. Occorre ripensare «radicalmente il perimetro» dell'intervento pubblico, «individuare le aree di spesa che è opportuno dismettere, superando logiche meramente difensive».
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Saturday, September 22, 2012

Perché la rotta Monti non basta, servono nuove coordinate

E' passato quasi inosservato l'aggiornamento del Def - documento di economia e finanza - adottato dal Consiglio dei ministri, ma qualsiasi governo politico non l'avrebbe passata così liscia. Si può perdonare a un governo di tecnici, con un economista presidente del Consiglio e uno al Tesoro, di sbagliare così platealmente le previsioni macroeconomiche del paese, sottovalutando addirittura della metà il calo del Pil nell'anno in corso, e nonostante autorevoli istituzioni internazionali avessero indicato per tempo stime più corrette?

Come volevasi dimostrare, le stime governative si sono dovute allineare alle previsioni più realistiche di Confindustria, solo due mesi fa bollate sdegnosamente come pessimistiche e addirittura accusate di minare la credibilità dell'esecutivo all'estero. Quest'anno, dunque, il Pil dovrebbe calare del 2,4% e non dell'1,2, come previsto nel Def non un secolo fa, ma il 18 aprile scorso.
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Monday, July 30, 2012

Spazzate via le stime ultra-ottimistiche di Monti

«Lo scenario globale è ulteriormente peggiorato. E in Italia la diminuzione del Pil proseguirà» anche nella seconda metà del 2012, seppure con «qualche timido segnale di rallentamento della flessione a partire dall'estate inoltrata». Ma nessuna ripresa entro l'anno. Lapidarie le conclusioni dell'analisi mensile del Centro studi di Confindustria. Quello prospettato è uno scenario coerente con la previsione sul Pil annuo che l'associazione degli industriali ha già diffuso e che tanto ha fatto discutere: quel -2,4% che ha contribuito all'irritazione di Palazzo Chigi per le uscite del numero uno di Viale dell'Astronomia, Giorgio Squinzi. In netto contrasto, infatti, con le stime contenute nel Def di aprile. Il calo dell'1,2% e la ripresa nel 2013 (+0,5%) previsti dal governo sono ormai le stime di gran lunga più ottimistiche rimaste in circolazione, vere e proprie chimere. Sarebbe già incoraggiante se la riduzione del Pil quest'anno si fermasse alle stime indicate da Banca d'Italia e Fmi (-1,9%). Perché si realizzi questa ipotesi la riduzione del prodotto nel II e nel III trimestre dell'anno dovrebbe essere inferiore a quella del I, cioè non andare oltre lo 0,5 e lo 0,4%, e arrestarsi del tutto nel IV (0,0).

Anche dall'andamento del Pil dipende il raggiungimento o meno degli obiettivi di bilancio. Con una perdita dell'1,9%, prevede l'Fmi, il deficit passerebbe dal 2,4% del 2012 all'1,5% nel 2013. Niente pareggio di bilancio nel 2013, dunque, come invece prevede il governo. E il debito, anziché cominciare a calare, continuerebbe a salire: dal 123,4% di quest'anno al 123,8% del prossimo, riuscendo a scendere sotto quota 120 solo nel 2017.

Sembra ormai non più a portata di mano l'ipotesi Monti. Perché si verifichi, infatti, già nel II trimestre il calo del Pil dovrebbe quasi arrestarsi, per poi diventare positivo già dal III (-0,2 +0,3 +0,3). Dati peggiori di -0,2% nel II trimestre sarebbero incompatibili con un -1,2% annuo. L'ottimismo delle stime governative si deve a due fondamentali errori di valutazione: aver sottovalutato l'impatto recessivo di una politica di rigore concentrata su aumenti di tasse piuttosto che su tagli alla spesa; e l'aver sopravvalutato sia l'effetto delle misure per la crescita e delle riforme – scarse le prime e troppo timide le seconde – sia la benevolenza dei mercati. I tassi d'interesse, infatti, continuano ad essere troppo alti per poter favorire una ripresa. Il calo dello spread che mesi fa ha convinto il premier a sbilanciarsi in giudizi troppo ottimistici (crisi «quasi superata»), era dovuto alle operazioni di prestito della Bce. In realtà, la sfiducia sul sistema Italia e sul sistema euro era pressoché immutata, come si è visto nelle ultime settimane, e d'altra parte era irragionevole ipotizzare che la fiducia potesse tornare in così breve tempo, a fronte di riforme strutturali insufficienti, quando non del tutto assenti.

Del tutto fondato, quindi, il pessimismo di Confindustria, e di quanti, tra cui chi scrive, si spingono ad ipotizzare nel 2012 un calo del Pil più vicino al 3%. Perché si realizzi il -2,4% di Confindustria è sufficiente che in tutti e tre i rimanenti trimestri si registri un calo simile a quello del I (-0,8% -0,7% -0,7%). Il 7 agosto il giorno del giudizio, quando l'Istat renderà nota la stima preliminare sul II trimestre. Se inferiore al -0,8% del I trimestre, sarà compatibile con le stime Fmi/Banca d'Italia (-1,9%); se sarà uguale o superiore, vorrà dire che ci avviamo verso l'ipotesi di Confindustria o peggio (-2,4%/-3%).
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Tuesday, July 24, 2012

Smascherato il bluff-Italia

Per capire perché la ricetta Monti non sta funzionando, non riesce a sortire gli effetti sperati, "sganciando" il nostro destino da quello di greci e spagnoli, in questo articolo di Alberto Bisin, su la Repubblica, c'è tutto quello che serve. L'errore fatale sta nel tipo di rigore imposto al Paese, perché «c'è rigore e rigore», ma soprattutto ci sono le formidabili resistenze del sistema Italia, delle sue caste, al cambiamento. Riassumendo: bluff Italia, come ripeto da mesi.

Il governo Monti, osserva Bisin, «ha agito soprattutto sulle entrate pubbliche, aumentando in modo sostanziale il carico fiscale, che già era tra i più alti al mondo. Questo non può che aver contribuito a soffocare un'economia che già da anni boccheggiava». L'economista spiega quindi che tagli alla spesa pubblica e aumenti di tasse non hanno lo stesso effetto recessivo, ma i primi hanno un impatto decisamente minore perché la spesa pubblica è per lo più (soprattutto in Italia) improduttiva:
«... una diminuzione della spesa pubblica dello stesso ammontare dell'incremento delle entrate avrebbe avuto identici effetti sulla domanda aggregata. Ma questa è proprio la ragione per cui l'analisi di domanda aggregata è limitata e sostanzialmente errata: le tasse distorcono direttamente l'attività produttiva mentre la spesa pubblica è in larga parte improduttiva (non è sempre così, ma in Italia lo è). In altre parole, a limitare la spesa abbassando le tasse (o non alzandole) si liberano risorse, perché la torta non è fissa».
Riguardo al sistema Italia, cioè alle sue istituzioni fondamentali (politica, giustizia, sanità e istruzione pubbliche, industria, mercato del lavoro), che «appaiono corrotte all'interno», è ormai chiaro ai nostri creditori che «nulla di sostanziale sta cambiando nella struttura istituzionale del Paese». Insufficienti le riforme, meri palliativi o al massimo timidi correttivi: «E' come se il governo avesse chiesto al Paese di trattenere il fiato per un po', per fingere una pancia piatta: non può durare e non inganna nessuno». Occorrono, invece, scelte nette che trasmettano l'idea di un cambiamento vero, «irreversibile». Bisin fa solo un esempio, ma significativo: invece di dare alla Rai un nuovo presidente, privatizzarla.

Ora, se anche riesce il miracolo di un Monti-bis, quindi di non vederci governati direttamente dal duo Bersani-Casini (sotto ricatto della sinistra politica e sindacale), un governo sostenuto da una grande coalizione dei vecchi partiti riuscirebbe a compiere le scelte nette che ci servono, o al massimo riuscirebbe a gestire alla meno peggio l'esistente, come sta facendo oggi Monti? Sarà un caso che le forze che già si vedono trionfanti al governo insieme, Pd e Udc, sono tentate di anticipare il voto in autunno, quando la maggior parte dei tagli alla spesa hanno scadenza, cioè devono essere attuati, entro fine anno?

Monti-bis ha senso solo se Monti candidato premier

L'ipotesi di voto anticipato in autunno riflette il nervosismo e la debolezza di tutti gli attori in campo. Innanzitutto del premier Mario Monti, politicamente indebolito dall'evidenza che la sua cura non sembra sortire gli effetti sperati. Sono trascorsi nove mesi e in termini di rischio default, o di necessità di chiedere un salatissimo salvataggio, siamo più o meno laddove eravamo nel dicembre scorso, con l'aggravante di avere nel frattempo sparato/sprecato parecchie cartucce. Il premier appare deluso, sembra non sapere più cosa fare. E anche se avesse in mente altri possibili "shock", non avrebbe probabilmente la forza di imporli ai partiti, con l'avvicinarsi delle elezioni sempre più attenti al loro consenso. Se dopo un anno non siamo riusciti a "sganciare" il nostro destino da quello di Grecia e Spagna, qualsiasi cosa si possa rimproverare a Bruxelles e a Berlino, è però innegabile che molto è da imputare a noi stessi: alle resistenze al cambiamento da parte della società italiana, o meglio di quei numerosi «percettori di rendita da spesa pubblica», i cosiddetti "topi nel formaggio", ma anche agli errori del governo tecnico, che non ha svolto nella loro interezza, o ha mal interpretato, i "compiti a casa".
(...)
Gli altri attori, i partiti che sostengono il governo Monti, temono di arrivare praticamente esanimi all'appuntamento elettorale del 2013 e il loro unico scopo è preservare anche nella prossima legislatura le loro quote di potere. Si fa sempre più salato il conto del sostegno alle misure impopolari del governo Monti, sacrifici tanto più invisi all'opinione pubblica quanto più risulteranno inefficaci. (...) La loro unica preoccupazione, quindi, è trovare l'accordo per una legge elettorale che li tuteli il più possibile dall'exploit di eventuali nuove offerte politiche, capace di "blindare" la propria consistenza numerica in Parlamento, e qualcuno potrebbe essere tentato dal voto anticipato prima che i mesi che ci separano dalla scadenza naturale della legislatura provochino un'ulteriore erosione dei consensi e consentano il lancio di nuovi competitor.

Insomma, Monti avrà anche osato laddove finora nessun governo aveva osato spingersi nel tentativo di raddrizzare la pianta storta, ma data la gravità della crisi il suo operato non può essere ritenuto sufficiente. Tuttavia, le alternative che potrebbero realisticamente scaturire dal voto del 2013 non sembrano promettere di meglio. Se il Pd e la sinistra dovessero stravincere, con Bersani che già si sente Hollande, e il centrodestra dovesse disgregarsi, difficilmente un'ipotesi Monti-bis potrebbe decollare, perché a quel punto i vincitori reclamerebbero per sé il timone, e a Monti non rimarrebbe, forse, che il ministero dell'economia, ma da prigioniero più che da protagonista. Un risultato più sfumato nei numeri per formare una maggioranza di governo favorirebbe una grande coalizione. (...) Ma rischierebbe di rivelarsi solo una brutta copia dell'esistente, con riforme sempre più annacquate e sabotate.

Che si voti nella primavera prossima o in autunno, insomma, l'unico "big bang" in grado di riformare la politica italiana, di sparigliare i giochi, sarebbe la candidatura diretta di Monti, che costringerebbe vecchi partiti e nuove liste a riposizionarsi e a sciogliere ogni ambiguità programmatica. Il professore non scalda certo il cuore degli elettori, ma in questa fase resta più credibile degli altri screditati leader e ricevendo una legittimazione popolare diretta sarebbe più forte dei veto-players politici e sociali.
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Friday, June 08, 2012

Il programma liberale c'è, ma le gambe "politiche"?

«Un programma per i prossimi 50 anni», è l'ambizioso sottotitolo di "Sudditi", il nuovo libro dell'Istituto Bruno Leoni presentato mercoledì a Roma. Ma chissà che non ne nasca un programma di governo per i prossimi 5 anni, quelli della legislatura 2013-2018. Scritto a più mani e curato da Nicola Rossi, economista e presidente del think tank liberale, è una serie di saggi brevi con un unico comune denominatore: il rapporto tra Stato e cittadini.
(...)
Un vero e proprio manifesto liberale, dunque, che non aspetta altro che essere "adottato", di trovare gambe "politiche" su cui camminare. E basta scorrere i nomi degli autori, o dei presenti all'evento, per ricavarne l'immagine di una squadra di governo pronta a rivoltare lo Stato come un calzino. A cominciare da Nicola Rossi, senatore (ex Pd) e membro del comitato direttivo di "Italia Futura", e da Oscar Giannino, che da mesi, dai microfoni di Radio24, sottolinea la necessità di una nuova offerta politica di stampo liberale. C'è un pezzo d'Italia, quella illusa e delusa dal berlusconismo  del '94, che ci spera.
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Thursday, June 07, 2012

Scoperto il bluff-Italia di Monti

I magistrati della Corte dei Conti avevano appena finito di parlare degli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale con gli aumenti delle tasse, di metterci in guardia dal «pericolo di un avvitamento», cioè del rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», ed ecco materializzarsi i primi segni di avvitamento: obiettivi di gettito mancati, almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancano all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che il governo si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti Iva già previsti per ottobre. Una dura lezione di economia reale con cui i professori dovrebbero fare i conti.

La politica fiscale non funziona come un bancomat. Non basta prelevare più tasse per ottenere più entrate, perché oltre una certa soglia di pressione fiscale complessiva (che in Italia abbiamo da tempo superato) si deprimono i consumi, si riducono le attività economiche, e si finisce per ottenerne di meno. Il ricorso alle maggiori entrate poteva essere giustificabile nel pieno dell'emergenza, lo scorso dicembre, quando il governo appena entrato in carica aveva poche settimane, se non giorni, per salvare il paese dal baratro. Ma ormai sono trascorsi sette mesi e l'approccio non è ancora mutato. Proprio ieri il governatore della Bce Mario Draghi ha ammonito per l'ennesima volta che «il consolidamento fiscale nel medio termine non può, e non deve, essere basato su aumenti delle tasse» ma su tagli alla spesa corrente. Il problema italiano è la sua politica fiscale. Non è l'euro né la Merkel, non sono gli speculatori, né gli evasori, che di volta in volta vengono chiamati in causa dai politici e dai tecnici come alibi.

Che la direzione intrapresa dal governo Monti sia sbagliata, che i suoi sforzi per le riforme abbiano prodotto risultati parziali e insufficienti, e che ormai la sua debolezza politica sia tale da non permettergli di riprendere slancio, è qualcosa di cui stanno assumendo sempre maggiore consapevolezza gli investitori e i media internazionali, che avevano accolto Monti con una entusiastica apertura di credito.
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Wednesday, June 06, 2012

La Corte dei Conti: tagliare spesa e tasse di 50 miliardi

Nel rapporto 2012 sul coordinamento della finanza pubblica, presentato ieri in Parlamento, la Corte dei Conti, come fa da anni in ogni sede, è tornata a denunciare gli squilibri recessivi delle politiche fiscali in cui i nostri governi perseverano, pur riconoscendo l'efficacia del contenimento della spesa - tra 2008 e 2011 una vera e propria inversione di rotta rispetto alla spesa allegra degli anni precedenti. Ma la notizia è la pressoché totale continuità, nel male ma anche nel bene, che la Corte ravvisa tra il governo Berlusconi e l'attuale.

La critica fondamentale riguarda il consolidamento fiscale, troppo sbilanciato sul lato delle entrate, da cui vengono reperiti «oltre i due terzi delle maggiori risorse di bilancio». Anche gli interventi correttivi decisi dal nuovo governo nel dicembre scorso confermano «il ricorso prevalente alla leva tributaria per l'intero orizzonte programmatico». Una scelta che ha però una pesante «controindicazione» negli «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale, con il rischio «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni. La Corte mette dunque in guardia dal «pericolo di un avvitamento» ed invita a «disinnescare il circolo vizioso». Per reperire il «gettito mancante», avvertono in sostanza i magistrati contabili, non si può più agire sul lato delle entrate, né volontarie né tributarie, essendo la pressione fiscale ormai ad un livello insopportabile, ma bisogna ampliare la base imponibile, incidendo sui fattori che bloccano la crescita.

E uno dei fattori che blocca la crescita è il nostro sistema fiscale, ancora lontanissimo dal «benchmark europeo». Non c'è stato, infatti, lo spostamento del carico fiscale "dalle persone alle cose" che era stato promesso sia dal governo Berlusconi che da Monti: «L'aumento impositivo che ha investito consumi e patrimoni - registra la Corte - si è tradotto in una riduzione molto limitata del prelievo sui redditi da lavoro e d'impresa».
(...)
Servirebbero, per alleggerire il carico fiscale su lavoro e impresa avvicinandolo alla media europea, 50 miliardi di euro. Ma con gli aumenti recenti, e quelli già previsti, delle aliquote Iva (tra l'altro «gravidi di controindicazioni sul piano economico e sociale») sono esauriti anche i margini del prelievo sui consumi. Dove reperirli, dunque?

Secondo la Corte «l'opzione di fondo da perseguire non può non essere quella di una consistente riduzione della spesa corrente - sia primaria che per interessi sul debito». In poche parole la Corte dei Conti suggerisce di tagliare la spesa corrente di 50 miliardi - altro che i 4-5 previsti dalla spending review! - e di usarli per tagliare le tasse su lavoro e impresa. Insiste, inoltre, per «un abbattimento significativo del debito, attraverso la dismissione di quote importanti del patrimonio mobiliare ed immobiliare in mano pubblica», ricordando di aver più volte sottolineato le carenze, sul fronte dismissioni, «nell'identificare dimensioni, condizioni e responsabilità realizzative».
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Tuesday, June 05, 2012

La giornata: più tasse meno entrate, la dura lezione dell'economia reale ai professori

Questa mattina la Corte dei Conti ha presentato il suo rapporto 2012 sulla finanza pubblica ed è tornata a denunciare, come fa da anni, gli squilibri recessivi delle politiche fiscali perseguite pressoché da tutti i governi in carica. Il consolidamento fiscale è basato per oltre 2/3 su nuove entrate, e laddove la spesa è stata contenuta, lo si è fatto male, contraendo la spesa per investimenti piuttosto che quella primaria. Al forte aumento delle tasse su consumi e patrimoni, poi, non è corrisposto un alleggerimento del carico su lavoro e imprese. Esauriti i margini per agire sul lato delle entrate, perché la pressione fiscale è ormai ad un livello insopportabile, bisogna ampliare la base imponibile incidendo sui fattori che bloccano la crescita. E per crescere la Corte suggerisce di tagliare spesa e tasse di 50 miliardi, non escludendo dalla revisione alcun settore della spesa pubblica, nemmeno la sanità.

La «controindicazione» della scelta di puntare sulle tasse anziché sui tagli alla spesa è stata pesante, in termini di «impulsi recessivi» trasmessi all'economia reale. E' concreto il «pericolo di un avvitamento», cioè «che un ulteriore rallentamento dell'economia allontani il conseguimento degli obiettivi di gettito», quindi di bilancio, e che ciò richieda nuove e ancor più recessive correzioni.

Tempismo perfetto quello della Corte. L'incubo infatti sembra diventare realtà quando in serata il dipartimento delle finanze del Ministero dell'Economia certifica esattamente il mancato raggiungimento degli «obiettivi di gettito», almeno nei primi quattro mesi dell'anno. Mancherebbero all'appello 3,4 miliardi di entrate fiscali rispetto alle previsioni contenute nel Def. O meglio, le entrate in effetti aumentano rispetto allo stesso periodo dell'anno scorso, grazie agli aumenti delle tasse della seconda metà del 2011, ma non nella misura che ci si aspettava. Un buco che rischia di mangiarsi i risparmi previsti dalla spending review e che potrebbe rendere necessario far scattare gli aumenti di Iva già previsti a ottobre.

Una dura lezione di economia reale quella con cui devono fare i conti in queste ore i professori al governo: avranno imparato che l'economia vera è molto diversa da una lezione universitaria e che il fisco non funziona come un bancomat? Puoi chiedere 100, ma ottenere solo 90. Aumenti le tasse per avere più entrate, ma deprimi i consumi, riduci le attività economiche, e finisci per prenderne di meno.

Miracolo dei tecnici, che chiamati a scontrarsi con caste e corporazioni per riformare l'Italia subiscono invece i diktat di sindacati e sinistra sul lavoro (accettando una controriforma che irrigidisce il mercato in entrata e complica l'uscita), sulla scuola (scusandosi per aver osato solo pensare di favorire il merito) e gli statali (per i quali non possono valere le nuove norme sul lavoro).

Mentre in Italia si parla di stampare moneta, di bizzarre e improbabili liste civiche e di quando andare a votare, la crisi dell'Eurozona sembra entrare in una fase decisiva. Diventa sempre più evidente che per una mutualizzazione dei debiti (i famosi Eurobond) ci vuole una vera unione fiscale (ben oltre il fiscal compact) e nel fine settimana il premier spagnolo Rajoy si è fatto coraggiosamente avanti. Non si può chiedere ai cittadini tedeschi di utilizzare le loro tasse per garantire politiche di bilancio, quindi debiti, su cui non hanno alcun controllo (no taxation without...). Proprio su questo, sulla volontà di procedere verso una vera unione fiscale, per rendere possibili quegli Eurobond che si ritengono indispensabili, si scopriranno i bluff, si vedrà chi fa il furbo, se la Germania o qualcun altro (la Francia?). E' legittimo un sospetto: chi invoca gli Eurobond vuole solo che i tedeschi paghino il conto, ma non ha alcuna intenzione di cedere quote di sovranità sul proprio bilancio nazionale. E' qui che i "federalisti" della spesa getteranno la maschera.

Tuesday, May 08, 2012

Ma Monti non si schiererà con Hollande

Rinnegherà il fiscal compact, portandosi subito in rotta di collisione con Berlino, o si accontenterà, almeno per il momento, di affiancargli un "growth pact", un piano per la crescita? Da questa decisione dipenderà il primo impatto del nuovo presidente francese Hollande sulla politica europea. La cancelliera tedesca Merkel ha fatto sapere di essere pronta ad accoglierlo «a braccia aperte», ma sul fiscal compact, le regole per la disciplina di bilancio, ha già eretto le barricate: il patto «non è rinegoziabile». A difesa del fiscal compact la cancelliera ha al suo fianco il premier italiano Mario Monti, lungi dallo schierarsi con Hollande.
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Friday, May 04, 2012

Altro che spending review, la spesa continuerà a crescere

Dopo oltre cinque mesi di teatrino la spending review non ha partorito alcuna ipotesi dettagliata di tagli alla spesa pubblica, come ci si sarebbe potuti aspettare, ma solo l'ennesimo rinvio e nuove chiacchiere. Le uniche decisioni sulla spesa del governo Monti sono l'istituzione di un nuovo altisonante comitato (il «comitato dei ministri per la revisione della spesa») e la nomina di Enrico Bondi alla funzione di «commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa per acquisti di beni e servizi» e di altri due consulenti. Tutto qui. Un nuovo passaggio ricognitivo, dunque, che decreta il fallimento del lavoro del ministro Giarda, a quanto si apprende intralciato persino dalla Ragioneria generale dello Stato, e che malcela un intento a dir poco dilatorio da parte del governo. Si passa di comitato in comitato, di commissario in commissario, senza mai decidere nulla di concreto sulla spesa, mentre in un batter d'occhio vengono decisi aggravi fiscali a carico dei cittadini. Adesso ci si affida ad un "risanatore" di valore indiscusso, ma rispetto alla trentennale esperienza di Giarda totalmente digiuno di bilancio statale.

Il grande equivoco riguarda il target della spending review. Anche ammesso che il nuovo comitato e il nuovo commissario riescano nei compiti loro assegnati, l'obiettivo che il governo si è posto in termini di spesa «rivedibile» e di risparmi da ottenere è davvero ridicolo per un Paese in cui la spesa complessiva ha ormai oltrepassato il 50% del Pil.

D'altra parte, le previsioni di finanza pubblica per i prossimi anni contenute nel Def parlano da sole. La linea è diametralmente opposta a quella suggerita dalla Bce e da tutti gli organismi internazionali: il risanamento, il pareggio di bilancio, vengono perseguiti attraverso l'aumento della tassazione, e facendo affidamento su stime ottimistiche di crescita del Pil, mentre la spesa corrente al netto degli interessi non solo non scende ma continua a crescere.
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Friday, April 27, 2012

Cordone sanitario per contenere Hollande

Non esiste in Europa un conflitto tra chi vuole il rigore e chi politiche per la crescita. Non tutti coloro che mettono in evidenza il tema della crescita - per esempio, l'Italia di Monti-Napolitano e il governatore della Bce Draghi - lo fanno in opposizione alla linea di rigore tedesca. Certamente in questi anni Berlino non ha esercitato sulla crescita una pressione paragonabile a quella esercitata sulla disciplina di bilancio, ma nessuno ha impedito - anzi, tutti da tempo incoraggiano - politiche per la crescita. Il punto sul quale ci si divide è quali politiche. Sostenere la crescita allentando il rigore, o addirittura tornando a spendere in deficit? Questo sarebbe sì in conflitto con Berlino. Oppure aumentare il potenziale di crescita delle economie europee attraverso riforme strutturali e puntare su una seria politica di investimenti? Su questo i margini di trattativa ci sono.

Non c'è dubbio che Berlino oggi stia ponendo maggiore enfasi di quanto abbia fatto finora sul tema della crescita. Non è un cedimento in vista della probabile vittoria di Hollande, che vuole rinegoziare il fiscal compact e tornare alle politiche di spesa. Al contrario - come dimostrano i contatti tra gli staff della Merkel e di Monti, al fine di elaborare iniziative concrete per il prossimo Consiglio europeo di fine giugno, nonché gli apprezzamenti giunti da Berlino per le parole del presidente Napolitano sulla necessità di coniugare rigore e crescita - la cancelliera cerca di giocare d'anticipo per arginare preventivamente Hollande: vuole sostituire all'asse con Parigi, che andrebbe in soffitta con la sconfitta di Sarkozy, per lo meno un'intesa con Roma, per mettere in minoranza il probabile nuovo presidente francese.

Quando Monti, intervenendo all'European Business Summit, fa notare che l'Italia è riuscita a imporre il tema della crescita in cima all'agenda Ue, sta rivendicando un successo rispetto all'ossessione rigorista della Merkel, ma anche una sorta di diritto di precedenza rispetto alle richieste di Hollande, e si prepara a vestire i panni del mediatore tra i due. Il premier italiano ha le sue richieste da avanzare a Berlino, ma sui fondamentali si schiera al fianco della Merkel e di Draghi, stoppando sul nascere le speranze di Hollande: no alla revisione del fiscal compact e no a «politiche keynesiane di vecchio stampo»...
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Friday, April 20, 2012

Quel macabro “spread” sui suicidi

A rischio di venire accusati di essere nostalgici del berlusconismo - e non lo siamo, certo non dell'ultima fase - non possiamo però far a meno di notare che stime ottimistiche sui conti pubblici come quelle presentate con un certo compiacimento dal premier Mario Monti non sarebbero state perdonate al Cavaliere. Così come non sarebbe stata perdonata quella caduta di stile (non è la prima, a dire il vero) che il sobrio premier si è concesso citando il numero esatto (1.725) dei suicidi in Grecia, proprio nei giorni in cui le nostre cronache sono piene della triste contabilità sugli italiani, imprenditori e non, che dall'inizio dell'anno si sono tolti la vita, per lo più per crediti non estinti dalla pubblica amministrazione e per vessazioni fiscali e bancarie. D'accordo, professor Monti, dobbiamo a Lei e al suo governo il merito di non averci fatto fare la «drammatica» fine della Grecia, ma ci auguriamo che per convincerci non arrivi ad evocare implicitamente un nuovo tipo di spread, ben più macabro di quello sui rendimenti dei titoli di Stato.
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